Editoriale
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Serve un’assemblea costituente
Lo scontro avvenuto nei giorni scorsi tra Luca Zaia e l’On De Luca jr sul progetto di autonomia differenziata ripropone anche a noi DC e Popolari un tema che, specie nel Veneto, ha rappresentato per molti anni un fattore di seria riflessione, sfociato nella proposta che, come Popolari del Veneto, formulammo nel 2015, della macroregione del Nord -Est. Alla fine del 2015, infatti, con molti autorevoli amici veneti, avevamo condiviso l’idea della macroregione del Nord-Est, convinti come eravamo e siamo che esista, ed è costituzionalmente previsto, un meccanismo, mai esplorato, per arrivare alla macroregione “speciale” triveneta, con Trentino e Friuli-Venezia Giulia, omogenee per cultura, storia, caratteristiche economiche e tessuto sociale, a costo “zero” per lo Stato. Attraverso, cioè, l’applicazione dell’art. 132, comma 1, della Costituzione, ossia promuovendo la richiesta di fusione delle tre regioni venete da parte di tanti consigli comunali quanti rappresentino 1/3 della popolazione complessiva (circa metà del Veneto). In tal caso si determinerebbe la convocazione di un referendum, che, se avesse esito positivo obbligherebbe le camere a discutere una legge costituzionale di accorpamento del Triveneto. Fondere due regioni speciali e una ordinaria avrebbe comportato necessariamente la creazione di una macroregione speciale, in cui vi sarebbe stata una diversa modulazione, anche mantenendole invariate, delle attuali risorse dello Stato per il medesimo territorio, altresì potendo l’intero triveneto beneficiare della autonomia fiscale ora riconosciuta solo a TTAA e FVA. Inoltre, sul piano strategico una macroregione del nordest, cuore e crocevia degli assi nord/sud ed est/ovest dell’Europa, appariva a tutti noi uno straordinario strumento di attrazione di investimenti, nonché di interlocuzione autorevole con le istituzioni italiane ed europee a immediato beneficio della crescita dell’intero territorio.
La proposta avrebbe potuto nascere da alcuni Sindaci di importanti città venete, sotto l’egida di autorevoli riferimenti veneti nel mondo del diritto, delle professioni, dell’economia, della cultura, dell’editoria. Quella nostra indicazione, ahimè, non fu raccolta dalle forze politiche presenti nel Consiglio regionale del Veneto e cadde tra i “wishful thinkings” (pensieri vaghi) impotenti e insoddisfatti. Peccato, perché sarebbero bastati i pronunciamenti dei consigli comunali dei sette comuni capoluoghi del Veneto per far scattare quel referendum. La Lega e il Presidente Zaia, con la maggioranza del consiglio regionale veneto, decisero diversamente, proponendo la strada di un referendum consultivo per la cui indizione si è ebbe via libera dalla Corte costituzionale. Comprensibili le opposizioni di chi considerava quella consultazione senza effetti concreti sul piano istituzionale; tuttavia, dopo che altre due richieste avanzate negli ultimi vent’anni erano state ignorate, noi Popolari veneti ritenevamo che non ci si dovesse far sfuggire l’occasione per gridare alto e forte la nostra volontà di acquisire una più ampia autonomia del tutto simile a quelle di cui godono i nostri fratelli del triveneto: friulani, trentini e alto-atesini Alla fine, perciò, anche noi popolari veneti partecipammo convintamente al voto referendario del 22 Ottobre 2017 a sostegno di quell’autonomia regionale che è parte essenziale della nostra migliore tradizione e cultura politica.
Una forte partecipazione fu ottenuta in quel voto, così come fu plebiscitario il sostegno a una maggiore autonomia della nostra Regione, costituendo, come di fatto è avvenuto, la precondizione politica per aprire un confronto con il governo centrale non più rinviabile. Ritenevamo, ora come allora, che 50 miliardi di fondi versati da Lombardia e Veneto al governo centrale, sottratti dall’imposizione fiscale dei lombardo-veneti siano una cifra enorme non più sostenibile. Non intendevamo e non intendiamo sottrarci ai doveri della solidarietà a favore delle regioni italiane meno fortunate, ma riteniamo che non possano più essere accettati gli sprechi e il malgoverno di realtà istituzionali come quelle che reggono la sanità campana e di altre realtà meridionali o lo sfregio a ogni logica elementare di buona amministrazione cui è stata condotta la Regione Sicilia.
Da molto tempo sosteniamo, con l’insegnamento del compianto prof. Miglio, l’idea di un’Italia federale organizzata sulla base di cinque o sei macroregioni, ma, ahimè, sin qui le nostre sono state inutili “grida nel deserto”, in un Paese centralista che non si rende conto, così com’è attualmente organizzato, di essere destinato al fallimento.
Il tema è ancor più attuale oggi con la volontà espressa dal governo Meloni di procedere verso un premierato che si potrebbe accettare solo se bilanciato da una struttura istituzionale di tipo federale sul modello tedesco, ossia, con la presenza di un sistema organizzato su cinque o sei macroregioni in grado di superare l’attuale frammentazione non più compatibile con la realtà italiana nel contesto europeo e internazionale. Saremmo di fronte a una profonda modifica dell’assetto costituzionale perseguibile non con il ricorso a referendum a cascata sulle principali modifiche istituzionali, ma solo con l’indizione di una nuova assemblea costituente con noi DC e Popolari disponibili a sostenere un cancellierato sul modello tedesco, espresso da una legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento e sfiducia costruttiva e con un bilanciamento istituzionale garantito tra cancellierato e macroregioni. Auguriamoci che i due progetti di riforma presenti in parlamento per il premierato e l’autonomia differenziata, non siano solo motivo di scambio politico tra Fratelli d’Italia e Lega, di un governo espressione di un parlamento eletto da una minoranza del corpo elettorale, ma l’occasione per un dibattito serio istituzionalmente risolvibile solo attraverso un’assemblea costituente non più rinviabile.
Ettore Bonalberti
Venezia, 8 Aprile 2024
Se non ora dopo il voto ritessiamo la tela
Giorgio Merlo con i suoi due ultimi articoli pubblicati su “Il domani d’Italia” evidenzia alcuni fatti indiscutibili: alle europee il centro della politica italiana sarà rappresentato da tre formazioni principali: Forza Italia, guidata da Taiani inserita stabilmente nel PPE, il raggruppamento Bonino-Renzi-Cuffaro (?!) collegato al partito Renew di Macron e Azione di Calenda, espressione autonoma di una linea liberale neo-azionista anti DC, anch’essa collegata al partito macroniano.
All’alleanza guidata dalla Bonino si attribuisce una funzione meramente tecnico tattica, funzionale al superamento della soglia del 4% previsto dalla legge elettorale, con libertà dei singoli contraenti di ritrovarsi sulle posizioni politiche proprie dopo il voto.
Trattasi di una situazione paradossale in grado di favorire quel trasformismo che è la condizione permanente scaturita nella politica italiana dopo la fine dei partiti della cosiddetta prima repubblica. Con l’amico Merlo e con molti amici di Tempi Nuovi condividiamo l’idea che al nostro Paese serva la nascita di un centro politico nuovo, ampio e plurale, nel quale possano trovare cittadinanza le culture politiche di ispirazione popolare, liberale, repubblicana e socialista, accomunate dalla volontà di difendere e attuare integralmente la Costituzione e di perseguire in politica estera la tradizionale politica italiana euro atlantica che il Paese ha scelto, sotto la guida della Democrazia Cristiana. Avremmo dovuto avere più coraggio e impegnarci alla raccolta delle firme per una lista unitaria di ispirazione DC e popolare, alternativa alla destra nazionalista e sovranista e distinta e distante da una sinistra sempre più lontana dalla sua cultura originaria. Non l’abbiamo fatto e, quindi, alle europee, privi di una lista di riferimento, ci limiteremo ad appoggiare quel candidato o candidata a noi più vicina/o presente in alcune delle tre liste del centro in costruzione.
Da tempo sostengo che per noi DC e Popolari la scelta più coerente dovrebbe essere quella di ritrovarci uniti a sostegno del PPE, partito di cui la DC è stata cofondatrice erede dei grandi padri DC dell’Europa: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman.
Taiani, alla guida del partito italiano inserito a pieno titolo nel PPE, grazie alla scelta che Berlusconi fece a suo tempo su sollecitazione di Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, avrebbe dovuto guardare più in là della sua immediata convenienza e rispondere positivamente all’offerta di collaborazione fatta dalla DC di Cuffaro e Grassi. Ha preferito non rispondere, convinto della buona sorte che Forza Italia sta sperimentando, anche per le confuse politiche del suo partner di governo e competitore elettorale, Matteo Salvini.
A Forza Italia basterà aprire le liste nei diversi collegi a qualche candidato DC e popolare, per assicurarsi il voto di molti elettori della nostra area politica. Ritengo che sarà molto più difficile che elettori cattolici italiani possano sostenere una lista guidata dalla radicale Bonino, le cui idee valoriali sono alternative e incompatibili con le nostre ispirate dai principi della dottrina sociale cristiana. Ci auguriamo che, alla fine, dal centro oggi tripolare, qualche deputato della nostra area venga eletto al Parlamento europeo, e che, soprattutto, ciò che non siamo riusciti a compiere prima del voto di giugno, si possa, anzi si debba riprendere subito dopo.
Dovremo ritessere con pazienza la tela della nostra ricomposizione politica insieme alla costruzione del centro nuovo della politica italiana, essenziale al superamento di un bipolarismo forzato che, solo una legge elettorale iniqua e da cambiare, ha potuto sin qui facilitare.
Ettore Bonalberti
Venezia, 1° aprile 2024
Come avviare il nuovo progetto
E’ condivisa l’idea che da soli e divisi non si va da nessuna parte, nel migliore dei casi, come è accaduto in questi anni, ci si riduce al ruolo di subalterni ininfluenti a destra o a sinistra. Il ruolo di esponenti dell’area ex DC o popolari svolto in partiti di destra o di sinistra, come ben ci ammoniva Donat Cattin riferendosi ai cosiddetti “ indipendenti di sinistra” (ma vale anche per quelli di destra), alla fine, è quella di coloro che si ridurranno a sperimentare come sia sempre “ il cane che muove la coda”. Il tema della ripresa di un ruolo politico dei cattolici in Italia, già sottolineato dall’insegnamento degli ultimi papi, è stato recentemente evidenziato dai vescovi lombardi e non dovrebbe risultare estraneo nemmeno alle più alte gerarchie della Chiesa italiana. Il tema di un rinnovato soggetto politico che intenda assumere, nella totale autonomia e responsabilità laicale, l’ispirazione dall’umanesimo cristiano e dai principi della dottrina sociale cristiana è, infatti, cruciale se si vuole concorrere alla nascita di un centro nuovo della politica italiana, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra alla ricerca affannosa della propria identità, attualmente condizionata da orientamenti di stampo radicale lontani dalla sua storica tradizione. Un centro ampio e plurale in cui possano ritrovarsi le migliori tradizioni repubblicane, unite dalla volontà di difendere e attuare integralmente la Costituzione. Ciò, per quanto ci riguarda, presuppone la ricomposizione della nostra area politica, sociale e culturale, vittima della suicida diaspora post-democristiana, per troppo tempo alla mercè di divisioni dettate da egoistiche logiche personalistiche, tuttora in atto. Le elezioni europee, regolate da una legge di tipo proporzionale, avrebbero dovuto essere l’occasione speciale per superare le vecchie casematte e per dar vita a una lista unitaria dei DC e Popolari. In realtà non abbiamo avuto la determinazione di impegnarci nella raccolta delle firme e, adesso, per quella strada non ci sarebbe più tempo. Divisi sulle prospettive di appartenenza alle diverse famiglie politiche europee, come conseguenza più delle scelte compiute e che si intendono consolidare in campo nazionale, tutte foriere di ruoli subalterni come su indicato, ciascuna di queste diverse realtà si sono orientate verso liste di amici di destra o di sinistra.
Conseguenza di tutto questo, il rischio di incrementare le fratture e le difficoltà di ricomposizione. Avendo come obiettivo strategico la nascita del nuovo centro della politica italiana, noi DC e Popolari, impossibilitati a costruire una lista da soli, dovremmo cercare di concorrere alla costruzione di una lista compatibile con i nostri valori e tale da porsi come strumento di ulteriore aggregazione al centro successivamente. Non mancano tentativi in questa direzione, che stanno cercando di organizzare una lista di area centrale di DC e Popolari con Matteo Renzi e il partito di Italia Viva, non solo per eleggere qualche deputato al parlamento europeo, ma, soprattutto, per avviare il progetto del nuovo centro politico che sarebbe quanto mai prezioso per l’Italia.
Un’iniziativa che dovrebbe essere favorita dalla più ampia realtà del mondo cattolico italiano, se non vogliamo disperdere quanto di positivo la cultura politica dei cattolici democratici, liberali e cristiano sociali hanno saputo esprimere nella lunga storia dell’unità nazionale, drammaticamente interrotta con l’uccisione di Aldo Moro, la fine della prima repubblica e la successiva diaspora democratico cristiana. Spero che possa prevalere il buon senso e la disponibilità di quanti, al di là degli interessi personali dei singoli, sapranno operare per favorire la riuscita di questo progetto.
Condizioni geopolitiche internazionali e le difficoltà istituzionali interne rappresentate dall’ormai permanente astensione elettorale e conseguente rottura dell’equilibro tra gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, con un perdurante patologico bipolarismo forzato da una legge elettorale da cambiare, reclamano la nascita di un centro politico nuovo che, con molti amici DC e Popolari andiamo invocando da tempo. Un progetto che non può più essere rinviato.
Ettore Bonalberti
Venezia, 27 Marzo 2024
Unità di tutti coloro che si riconoscono nel PPE
L’agognato federatore del centro nuovo della politica italiana, Mario Draghi, è renitente all’appello e dall’intervista della sua signora a “ il Foglio”, sembra dire NO anche alla chiamata in Europa, preferendosi ritirare nel privato.
Sperare nella capacità di manovra di Matteo Renzi, in rotta col dioscuro liberal-radicale Calenda, si rischia di subire le ondivaghe giravolte del pur abile toscano, già leader del PD, ora sostenitore del candidato della destra in Basilicata e da molti considerato assai inaffidabile.
Alla vigilia delle elezioni europee solo da Iniziativa Popolare ( Tassone, Gemelli, Orioli, Ruga) e dalla DC guidata da Cuffaro, è emersa una netta scelta a sostegno del PPE. Iniziativa Popolare da tempo ha evidenziato come il tema della ricomposizione politica dell’area cattolica, nelle sue tre principali espressioni: democratica, liberale e cristiano sociale, lungi dall’essere favorita dalle elezioni europee, nelle quali pur vige la legge elettorale proporzionale, si dovrà sviluppare con l’obiettivo di giungere a una lista unitaria possibile alle prossime elezioni politiche nazionali.
Per le europee, dunque, il tema è come orientarsi, tenendo presenti le condizioni del confronto scontro tra culture dichiaratamente europeiste e culture nazionalistico sovraniste che saranno le protagoniste del duro scontro nel voto di giugno.
Considerati i programmi dei diversi partiti presenti in Europa e la delicatissima situazione geopolitica europea e mondiale, per noi “DC non pentiti” e Popolari che si rifanno al pensiero sturziano e moroteo, non c’è dubbio che, pur con tutti i limiti e le insufficienze, il partito più vicino ai nostri interessi e ai nostri valori sia il PPE.
Ecco perché abbiamo chiesto a Forza Italia, ossia il partito più importante italiano presente nel PPE, di farsi promotore di un’ampia alleanza con quanti del mondo cattolico si riconoscono sulle posizioni del PPE. E’ ormai acquisito come in questa area sociale, culturale e politica, sia ben netta la frattura tra chi, come gli ex popolari del PD, voteranno per candidati che se eletti saranno acquisiti nel gruppo parlamentare del PSE e chi, come gli amici di Tempi Nuovi , siano orientati a sostenere a livello europeo, il PDE e Renew, il partito del presidente Macron.
Va preso atto di questa netta distinzione di voto alle elezioni europee e, da parte nostra è necessario impegnarci a promuovere la più ampia unità tra gli elettori di area cattolica a sostegno del PPE e di favorire una lista con gli amici di Forza Italia, nella quale sia riconoscibile la nostra presenza, da soci eredi dei fondatori del PPE e dei suoi mentori storici: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman.
Le spericolate manifestazioni di dissenso di Salvini in politica estera stanno aprendo spazi ampi al centro a favore di Forza Italia. Una lista orientata a sostenere in Europa il PPE con l’esplicito apporto degli amici DC e popolari potrebbe rappresentare l’avvio di una formazione di centro politico nuovo che, dopo il voto europeo, si potrà sviluppare in maniera positiva per il nostro Paese. Un centro democratico, popolare, liberale e riformista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra sempre più radicale, potrebbe rappresentare il fatto politico veramente innovativo per il sistema Italia. All’On Taiani il compito di farsi protagonista di questo progetto.
Ettore Bonalberti
ALEF ( www.alefpopolaritaliani.it)
Venezia, 20 Marzo 2024
Divisi alle europee, prepariamoci alla ricomposizione per le elezioni politiche nazionali
Alle prossime elezioni europee risulta evidente che, allo stato dell’arte, la possibilità di costruire una lista unitaria dell’area politica cattolica ( democratica, liberale e cristiano sociale) sia impossibile. Da un lato, ci sono gli amici ex popolari del PD che sono ben orientati a sostenere il PSE di cui si è celebrato il congresso proprio in Italia. Il gruppo di Tempi Nuovi, se non abbiamo equivocato, sembrerebbe diviso tra chi è nettamente schierato con il PDE sulle posizioni del francese Francois Bayrou, con altri silenti ( Fioroni) o nettamente dalla parte del PPE, come l’On Ivo Tarolli. Con gli amici di Iniziativa Popolare siamo nettamente a sostegno del PPE, così come è pure schierata la DC di Cuffaro e Grassi.
Il voto abruzzese ha dimostrato che l’elettorato di centro, in una regione storicamente generosa per la DC, o si rifugia nell’astensionismo, che permane oltre il 50%, o tende a collocarsi su Forza Italia, allontanandosi sia dalla Lega che dal M5S.
Forza Italia è a sostegno del PPE,, grazie alle scelte fatte a suo tempo da Berlusconi grazie alla forte sollecitazione degli amici compianti, Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, rappresentando, a tutt’oggi, la componente italiana più forte e autorevole di quel partito europeo. Resta da valutare se e quando il partito guidato dall’On Taiani, sarà in grado di liberarsi dal condizionamento pressante di casa Berlusconi, per assumere a tutto tondo i caratteri di un partito retto secondo i principi fissati dall’art.49 della Costituzione, con una leadership contendibile (una testa un voto) e capace di assumere una reale assetto di centro, distinto e distante dalla destra nazionalista e sovranista guidata dalla Meloni e dalla Lega in caduta libera di Salvini.
Allo stato degli atti, dunque, la speranza di una nostra ricomposizione è una mera chimera e
alle europee si andrà divisi. Una divisione che, anziché facilitare, probabilmente, renderà ancor più ardua la ricomposizione successiva alle prossime elezioni politiche.
Come ha scritto nel suo bell’articolo la prof.ssa Campus su Il domani d’Italia, è stato molto utile e positivo quanto avvenuto al convegno di Roma organizzato dagli amici di Civiltà dell’amore con numerose associazioni e gruppi di area cattolica, nel quale è apparso che Piattaforma 24 potrebbe assumere la funzione di catalizzatore del progetto di ricomposizione per le elezioni di giugno. Una funzione tanto più efficace, se sostenuta da iniziative della base, essenziali anche per le diverse scadenze elettorali comunali e provinciali. Attendiamo il documento conclusivo di quell’incontro.
Potevamo impegnarci tutti insieme alla raccolta delle firme per una lista unitaria dei DC e Popolari per le europee, ma, ahinoi, o non abbiamo avuto il coraggio o sono prevalse logiche dettate da mediocri calcoli e piccole ambizioni personali. Non si è fatto e, adesso, qualcuno ce lo ritroveremo candidato su liste di destra o di sinistra, ridotto al ruolo di gregario subalterno e di ininfluente altrui.
Ribadendo l’opzione a sostegno di candidati europei impegnati con i programmi e i valori del PPE, ci daremo appuntamento dopo il voto, con tutti i democratici cristiani e i popolari interessati a convergere su un programma e su alleanze compatibili con i nostri valori e, dunque, con una lista unitaria alle elezioni politiche nazionali.
Ettore Bonalberti
Venezia, 13 Marzo 2024
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Speranze perdute
Avevo sperato che la situazione di surplace, nella quale sembravano bloccate le diverse formazioni politiche di ispirazione popolare, venisse superata, per puntare a un progetto di unificazione efficiente ed efficace a partire dalle prossime elezioni europee, in ciò facilitato dalla legge elettorale proporzionale. Ciò che sta avvenendo, in realtà, conferma la permanenza di forti ostacoli, sia per i silenzi incomprensibili da parte di qualcuno, sia per le strane virate laiciste radicali di quelli amici che dichiarano la propria convinta adesione al partito della destra-centro macroniano nell’Unione europea.
Ho evidenziato questa contraddizione in una nota pubblicata su facebook, con la quale scrivevo: “quelli che in Italia inseguono Macron e il suo partito Renew, dopo il diritto d’aborto in costituzione e la programmata legge sull’eutanasia, ora devono fare i conti con la scomparsa della Croce e dei simboli cristiani a Parigi. Ma come fanno ancora a dichiarare di essere eredi di Luigi Sturzo e di Aldo Moro? “ Condividendo il suggerimento dell’amico prof Antonino Giannone, mi permetto di aggiungere: per favore un po’ di etica e verità: facciano un passo indietro con i loro principi di riferimento ad altre culture relativiste e nichiliste e non gettino fango su Padri della Repubblica e grandi Testimoni Cristiani!
Questa mia provocazione ha avuto alcune immediate repliche da parte di alcuni amici, come quella di Paolo Mele:” La Francia é alla deriva sociale, addirittura Macron preme per la guerra. La Europa é in preda alla follia troppi politicanti materialisti”. O quella di Bruno Cassinari che, con molta chiarezza scrive: “Si deve oggettivamente riconoscere che il Ppe é l'unica formazione politica presente nel Parlamento europeo guidata da democristiani. L'evidente spostamento a destra é, comunque, più accettabile della deriva laicista dei macroniani”.
Considerato, come lo stesso Cassinari sottolinea, che Weber, leader del PPE, ha escluso accordi con Lepen, Orban e Afd e che, in ogni caso il Ppe sarà in maggioranza con socialisti e liberali o con conservatori e liberali, a me sembra evidente che alle elezioni europee la posizione dei DC e dei Popolari che intendono restare fedeli alla migliore tradizione democratico cristiana e popolare, non potrà che essere quella a fianco del PPE.
E’ la posizione scelta dalla DC di Cuffaro-Grassi e da Iniziativa Popolare ( Tassone e amici), come credo sia anche quella condivisa dagli amici di Piattaforma 24 dell’On Ivo Tarolli e degli amici dei Popolari per l’Italia, nonostante l’assordante silenzio di Mario Mauro.
La posizione degli aspiranti macroniani mal si concilia con quella di quelli ancora indecisi tra l’allontanarsi o meno dal PSE, tanto che il pur pregevole documento redatto da Giorgio Merlo non risulta ancora sottoscritto dall’On Fioroni e, in ogni caso, se quella fosse la scelta per le europee non faciliterebbe il progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica: democratica, liberal e cristiano sociale per le elezioni politiche nazionali successive.
Allo stato degli atti ho perso ogni speranza sulla disponibilità a riunirsi dei vertici romani, divisi da opposte visioni strategico tattiche e/o da assai meno commendevoli piccole ambizioni personali e, a questo punto, ritengo che solo un processo di più lunga maturazione, che parta dalla base, potrà favorire la ricomposizione politica della nostra area culturale e sociale.
Organizziamo, dunque, incontri tra le varie anime e componenti socioculturali presenti nei diversi territori e predisponiamo liste unitarie per i rinnovi dei prossimi consigli comunali, provinciali e per quelli delle elezioni regionali in programma. Lì discuteremo dei problemi e dei temi di interesse della nostra gente, utilizzando la regola del “pensare globalmente e agire localmente”, offrendo le soluzioni politico amministrative più adeguate, ispirate dai nostri valori di riferimento della dottrina sociale cristiana. E, proprio da quegli incontri emergerà, con naturale selezione democratica, la nuova classe dirigente della futura area politica di ispirazione DC e popolare.
Ettore Bonalberti
Venezia, 10 Marzo 2024
Non si registrano reazioni
Seguo le vicende politiche italiane da “vecchio DC non pentito”, nel mio buen retiro mestrino, come un “ osservatore assai poco partecipante” che raccoglie le sue informazioni da amici più giovani e ben presenti nelle vicende romane. Con l’ultima mia nota mi attendevo qualche risposta, in particolare dall’amico Mario Mauro, con il quale, insieme al compianto on Potito Salatto, ho concorso alla nascita del movimento-partito dei Popolari per l’Italia. Sin qui da Mauro un silenzio incomprensibile che, conoscendo l’amico Mario, non vorrei fosse legato a condizionamenti dovuti a oggettive difficoltà presenti anche per lui, quanto all’obbligo della raccolta delle firme, o, peggio, ad eventuali condizionamenti esterni, che lo trattengono dal compiere scelte più rischiose rispetto a quella di un’eventuale candidatura personale in una lista di centro destra.
Avevo suggerito agli amici di Iniziativa Popolare, con i quali condivido strategia e tattica in questa complessa fase della vicenda politica italiana, di promuovere la raccolta delle firme per una lista unitaria dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale, ma, di fronte alle oggettive difficoltà, si è preferito valutare l'idea di altre strade percorribili come quelle da me indicate nell’ultimo articolo. Ho sempre creduto che rispetto all’obiettivo strategico di un centro politico nuovo alternativo alla destra nazionalista e sovranista oggi dominante nella versione meloniana, sia indispensabile la discesa in campo di una forte componente organizzata dell’area cattolica democratica, sperando che la legge proporzionale delle europee favorisse tale progetto.
Allo stato degli atti, invece, prendo atto che, dopo il surplace dei mesi scorsi, si stanno verificando azioni che non facilitano il processo. Tempi Nuovi e Insieme annunciano un documento comune, che alcuni osservatori mi dicono non essere, in realtà, mai stato realmente sottoscritto; anche perché, se fosse vera la vulgata dell’amico Giancarlo Infante, sarebbe molto difficile comprendere come si potrebbero conciliare le posizioni europee nettamente omogenee al PPE di Insieme con quelle per il PSE di Fioroni e amici. Sin qui le uniche certezze sono quelle della DC di Cuffaro- Grassi e degli amici di Iniziativa Popolare (Tassone, Gemelli, Orioli, Ruga con il sottoscritto) nettamente schierate con il PPE e il manifesto programma a sostegno di Ursula Von der Leyen. Senza una netta presa di posizione di Mario Mauro e dei Popolari per l’Italia, è evidente l’esigenza di un accordo almeno tecnico operativo con Italia viva indispensabile, da un lato, per superare il vincolo della raccolta delle firme e, dall’altro, lo sbarramento del 4%. Un progetto questo che sarebbe assai facilitato se anche gli amici di Azione decidessero di superare le pregiudiziali, che l’On Calenda aveva a suo tempo espresso nei confronti della DC alle ultime elezioni comunali romane. Alle europee si svolgerà una verifica importante per la politica non solo europea, ma anche per quella italiana, e, da parte mia, sono convinto che l’obiettivo più importante sarà quello di facilitare la nascita di una coalizione di centro ampio e plurale che non potrà che essere il risultato dell’accordo tra le grandi culture storico politiche che hanno fatto grande l’Italia: popolare, liberale, repubblicana, socialista, le quali insieme sono state alla base della fondazione del patto costituzionale. Ecco perché ci permettiamo di reitare l’appello per un impegno politico attivo di Mario Draghi che, a nostro parere, potrebbe essere il vero federatore possibile di un tale schieramento di centro, espressione della mediazione tra gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, asse portante della tenuta del sistema politico istituzionale dell’Italia. Corollario indispensabile a tale progetto, in ogni caso, rimane la nostra ricomposizione politica, senza la quale nessuna alternativa credibile potrà nascere al dominio dell’attuale destra nazionalista e sovranista, dalle posizioni ambivalenti e contraddittorie in politica estera e in quelle economico, sociali e istituzionali per il Paese.
Ettore Bonalberti
Venezia, 8 Marzo 2024
Tra il federatore Mario Mauro e Matteo Renzi
In attesa di conoscere le decisioni del possibile “federatore” del centro nuovo della politica italiana, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra radicale, che a suo tempo avevo indicato nel presidente Mario Draghi, sin qui assai riluttante a una sua discesa nella politica attiva di partito; considerate le difficoltà oggettive della raccolta delle firme in tempi ormai stretti, dobbiamo attendere le decisioni dell’amico Mario Mauro dei Popolari per l’Italia. Ai Popolari per l’Italia ho partecipato al loro congresso di fondazione e ho condiviso il loro progetto, che è lo stesso che accomuna tante altre realtà politico associative dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale, ossia, la ricomposizione politico organizzativa della stessa.
Mario Mauro col suo partito è nelle condizioni di poter presentare la lista alle prossime europee e persegue obiettivi politici coerenti con quelli del PPE e largamente condivisi dalle diverse formazioni partitiche e associative di area cattolica in Italia.
Ho inviato alcune sollecitazioni al sen Mauro in tal senso e attendo fiducioso una sua risposta. Sarebbe l’avvio di un progetto per attivare la Federazione dei Democratici cristiani e Popolari italiani con cui presentarci uniti alle prossime elezioni europee, premessa positiva per le successive elezioni politiche nazionali. Segnali positivi in tal senso sono già pervenuti da alcuni partiti e movimenti di ispirazione DC e Popolare.
Tale progetto potrebbe essere favorito da iniziative proveniente dalla base, grazie all’attivazione di progetti di ricomposizione delle diverse esperienze associative presenti nei diversi territori, occasioni utilissime per la selezione di una nuova classe dirigente espressione della cultura popolare di ispirazione cristiana.
Se, malauguratamente Mario Mauro non rispondesse positivamente all’invito, anche la disponibilità espressa da Matteo Renzi con Italia Viva per la ricostruzione del nuovo centro della politica italiana, potrebbe essere considerata, a condizione che fosse chiara la nostra partecipazione di DC e Popolari nella lista per le europee e la nostra successiva collocazione a fianco del PPE.
Quelle indicate sono le opzioni possibili per una ripresa di iniziativa politico istituzionale organizzata dei cattolici, in assenza delle quali non vedo alternative se non quelle di assumere funzioni subalterne da ascari ininfluenti a destra o a sinistra, col solo compito di offrire voti a partiti e progetti politici diversi e alternativi a quelli dei nostri valori di riferimento ideali, culturali, sociali e politici.
Ettore Bonalberti
Venezia, 7 Marzo 2024
Caro Mario,
ho seguito fin dall’inizio l’attività dei Popolari per l’Italia di cui ho condiviso e condivido gli obiettivi, sempre orientati a consolidare i principi e i valori dei Popolari, sia con riferimento alla nostra matrice politico culturale italiana che in Europa.
Ora si presenta un’opportunità unica e irripetibile con le prossime elezioni europee, dove sarebbe necessaria una presenza unitaria ampia e qualificata della nostra area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale.
Il sistema elettorale proporzionale favorisce questa opportunità, rendendo vane e/o strumentali le idee di quegli amici che, per ragioni diverse anche le più nobili, sperano di trovare collocazione in liste che puntano a collocarsi in Europa in versanti diversi e , in taluni casi, opposti e alternativi a quello del PPE.
I Popolari per l’Italia sono l’unico partito-movimento in grado di presentare una lista di area cattolica senza l’obbligo della raccolta delle firme. Un’operazione questa possibile solo con un ampio coinvolgimento degli amici di periferia, tanto più difficile per i tempi stretti in cui si dovrebbe svolgere.
Per la tua convinta fede popolare e democratico cristiana e per le comuni battaglie condotte in questi anni sono a chiederti di farti promotore con gli amici in indirizzo di una forte iniziativa politica, che ci conduca a costruire una lista unitaria di area DC e Popolare in tutti i collegi elettorali europei. Si tratterebbe di un’azione che ci permetterebbe di mobilitare tutti i liberi e forti presenti nelle nostre realtà territoriali; un impegno importante non solo per le europee, ma in vista anche delle prossime elezioni politiche nazionali.
La programmazione di una Camaldoli 2024 dei cattolici italiani, che ci permettesse di coinvolgere le migliori risorse sociali, culturali e politiche della nostra area, potrebbe essere lo strumento per condividere una seria proposta programmatica per l’Italia e per l’Europa, in grado di garantire nel rispetto dei nostri principi della dottrina sociale cristiana, l’equilibrio tra gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, oggi non rappresentati e in molta parte rifugiati nella vasta schiera dei renitenti al voto delle diverse scadenze elettorali.
Ti prego di superare ogni dubbio e perplessità, nella fiducia che tutti insieme sapremo finalmente ridare voce e rappresentanza politica alla nostra area sociale e culturale, così come prego gli amici in indirizzo di organizzare in tempi brevissimi un incontro per definire le più opportune modalità per la migliore riuscita del progetto. Confidando nella disponibilità di tutti voi, vi saluto cordialmente
Ettore Bonalberti
Venezia, 29 Febbraio 2024
Non è più tempo di galleggianti seriali
La sua lista alle regionali sarde ha ottenuto lo 0,3 %, poco più di duemila voti e l’UDC di Cesa il 2,8%, 19.056 voti. Passi per Cesa, organico da tempo della destra leghista col suo alter ego padovano De Poli, ma ciò che lascia interdetti è la lettera post voto dell’On Rotondi alla Meloni: “Cara Giorgia, convoca subito un vertice con Maurizio Lupi, Lorenzo Cesa, me e Cuffaro. Facciamo sì che questa nostra area di confine sia ricondotta a una sintesi unitaria, in coordinazione con FdI”.
Spiace che una persona intelligente come Rotondi, allievo della scuola politica DC avellinese di Gerardo Bianco, con il quale abbiamo condotto molte iniziative nella DC, nella corrente di Forze Nuove, si sia ridotta al galleggiamento permanente; prima, con il Cavaliere e, adesso, con Fratelli d’Italia. In poco tempo da “miglior fico del bigoncio”, Rotondi si è ridotto al ruolo di consulente turiferario e inutile supporto della destra. Altro che “area di confine”, semplicemente guardia confinaria in attesa di ordini dalla capa.
E’ormai chiaro che l’appello lanciato a un’area di destra come quella di Lupi, Cesa e Cuffaro, alla vigilia di altre scadenze elettorali regionali, come quelle dell’Abruzzo e della Basilicata e in attesa di quelle prossime europee, ponga anche a tutti noi, che continuiamo a credere nel progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica, la necessità di scelte da farsi nella chiarezza senza infingimenti.
Apparteniamo a quell’area politica cattolico democratica, liberale e cristiano sociale che si considera alternativa alla destra nazionalista e sovranista, oggi dominata dal partito di Fratelli d’Italia, distinta e distante da una sinistra tuttora alla ricerca di una sua più forte e certa identità.
Siamo convinti che al Paese, che vive una condizione di anomia sociale, culturale e politica, caratterizzata dalla divisione sempre più marcata tra interessi e valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, serva la nascita di un centro politico nuovo ampio e plurale, espressione delle culture essenziali della nostra Repubblica: popolare, liberale, repubblicana, socialista.
Come ha insegnato il voto della Sardegna, servirà un’ampia alleanza con quanti credono nei valori dell’umanesimo cristiano e nei principi della nostra Costituzione repubblicana. Premessa indispensabile per tale alleanza resta quella di favorire la più vasta ricomposizione politica possibile dell’area cattolica, se non ci si vuole ridurre a ruoli subalterni e ininfluenti delle componenti più attrezzate.
Sono vari i cantieri che stanno lavorando in tale direzione e, finalmente, funziona anche un tavolo di coordinamento che favorisce il dialogo. Si tratta di non indugiare, tenendo presente che alle regionali sarà inevitabile scegliere tra blocchi alternativi, mentre alle europee varrà la legge proporzionale. Per entrambe le scadenze, in ogni caso, sarà indispensabile definire una nostra piattaforma di programma ispirata ai nostri valori di riferimento, in base alla quale decidere con chi schierarci alle regionali, preparandoci a dar vita a una nostra lista per le elezioni europee, con l’obiettivo di presentarci ancor più forti alle politiche, che potrebbero svolgersi prima della loro scadenza naturale. Non è più tempo per i galleggianti seriali e degli opportunisti che da troppo tempo vivono di rendita. E’ tempo di ridare voce alla nostra base e ai tanti liberi e forti che si riconoscono ancora nelle culture politiche sturziana e degasperiana, che costituiscono tuttora una delle eredità più preziose della storia repubblicana nazionale.
Ettore Bonalberti
Venezia, 28 Febbraio 2024
Dall’anomia alla proposta politica della nostra area
La rivolta del mondo delle campagne in Europa e in Italia, la grave situazione della sicurezza nel lavoro, la crisi dei ceti medi e le difficoltà sempre più forti delle classi popolari, caratterizzano una situazione sociale e politica che ho più volte denominato col termine sociologico di “ anomia”.
Una condizione caratterizzata dal venir meno delle regole, dalla crisi dell’intermediazione dei corpi sociali, dalla forte discrepanza tra i mezzi disponibili e i fini che la società propone come quelli da raggiungere. Insomma, una situazione nella quale prevale una diffusa frustrazione che può generare diverse forme di aggressività individuali e sociali. E’evidente l’emergere di uno squilibrio tra gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e quelli delle classi popolari, non più favorito e mediato dai partiti, lontani mille miglia dal dettato costituzionale dell’art.49, e con un governo più preoccupato della gara a rubacchiarsi qualche regione in più o in meno, che a trovare una sintesi su temi strategici decisivi come quelli della politica estera. Se, da un lato, monta l’attesa per il voto aperto in parlamento sul terzo mandato ai presidenti di regione e per il voto di domenica prossima in Sardegna, dall’altro nulla sembra scalfire un esecutivo diviso sulla scelta geo strategica dell’Italia. Da una parte, Meloni e Taiani con i loro partiti schierati con l’area euro atlantica e, dall’altra, Salvini con la Lega, fedele al suo patto con il partito di Putin, in netta posizione filo russa.
In epoche repubblicane normali, una situazione nella quale la scelta del presidente del consiglio fosse risultata alternativa a quella del suo principale alleato di governo, avrebbe portato all’immediata crisi di governo. Oggi, invece, si continua come se nulla fosse, in attesa dei risultati del voto sardo, e/o di ciò che potrà accadere in parlamento sul voto per il terzo mandato.
Ciò che appare in netta evidenza è la debolezza socioculturale, prima ancora che politica, dei partiti che reggono l’attuale maggioranza di governo; legittima sul piano parlamentare, minoritaria, di fatto, per quanto attiene alla sua reale capacità di rappresentanza degli elettori e delle elettrici italiani. Ecco perché, al di là delle tante dissertazioni sociopolitico-culturali tuttora aperte, a me pare sia quanto mai opportuno il ritorno organizzato di una cultura politica come quella di matrice cattolico democratica, liberale e cristiano sociale; ossia di quella cultura di matrice popolare,
democratico cristiana ispirata dai valori della dottrina sociale della Chiesa cattolica. Una cultura che, oggi come ieri, è indispensabile per offrire politiche generali ispirate dai principi di solidarietà e sussidiarietà e da politiche economico finanziare sostenute da quelli dell’economia civile, in una fase della società dominata dai poteri del turbo capitalismo finanziario dominanti nella società della globalizzazione. La ricomposizione politico organizzativa di quest’area non è e non potrà essere il risultato di un anacronistico e regressivo sentimento nostalgico, che pure abbiamo sostenuto dalla fine della DC e per il lungo tempo della diaspora suicida, ma la constatazione realistica che ai problemi di una società come quella italiana in preda a una condizione di anomia, serve un progetto politico in grado di offrire speranza e equilibrio a ceti medi e popolari, indispensabili per la tenuta stessa del sistema. Un equilibrio e una speranza che, dopo l’illusione del voto settembrino 2022, sembrano affievolirsi ogni giorno di più, mentre si rafforza l’esigenza di un’alternativa al governo della destra, ampia e plurale: democratica, popolare, liberale, repubblicana e riformista socialista.
Sono aperti molti cantieri per la ricomposizione politica dell’area DC e Popolare e, finalmente, opera un comitato di coordinamento nazionale. Ci auguriamo prevalga il buon senso e, quanto prima, la fedeltà alla nostra migliore storia politica.
Ettore Bonalberti
Venezia, 22 Febbraio 2024
Mancano pochi mesi
Mancano meno di quattro mesi alle elezioni europee e dalla nostra area ancora nulla di concreto.
Un’indagine del dr Pagnoncelli pubblicata su Avvenire evidenzia come i cattolici al voto si presentino “un po' egoisti e senza nostalgia di un partito”.
Non è, dunque, la nostalgia il sentimento su cui poter far leva, considerando che se la nostalgia può essere ancora presente nelle generazioni più anziane, essa è del tutto assente nelle nuove generazioni che della DC non hanno alcuna idea, se non quelle deformate da una pubblicistica che ha sostenuto la damnatio memoriae del partito per tutto il tempo della diaspora suicida, e anche oltre.
E’ essenziale ripartire dai fondamentali, come da diverso tempo è impegnato l’amico prof Antonino Giannone, con i suoi corsi di etica politica rivolti ai giovani imperniati sui sei pilastri della cultura per ricostruire la polis e ridare un amalgama al popolo italiano. Sono quelli dell’Umanesimo integrale, della Dottrina sociale cristiana, del Popolarismo e Personalismo, dell’Ecologia integrale ed etica ecologica, della Costituzione della Repubblica italiana e della Carta dei Diritti Umani ( CEDU).
Iniziativa altrettanto meritoria quella programmata da Il Popolo ( www.ilpopolo.cloud) di corsi di formazione politica per i giovani. Sono attività prepolitiche indispensabili per far emergere una nuova classe dirigente di giovani dotati di passione civile, ispirati dai valori fondanti della nostra migliore tradizione storico politica sturziana e degasperiana. Va da sé, però, che sono progetti a media e lunga scadenza non traducibili nei tempi brevi che la politica reclama, specie nella condizione attuale e rispetto ai quali sono molti i tentativi avviati, inevitabilmente portati avanti da protagonisti di stagioni politiche passate e, in quanto tali, difficilmente appetibili, non solo alle nuove generazioni, ma frammentati tra i diversi supporters delle antiche esperienze.
In questi giorni si è sentita la voce dell’On Boschi che, con Italia viva del suo collega Renzi, punta a dar vita alle elezioni europee a una lista unica anti-sovranista con Emma Bonino di +Europa, in alternativa al veto di Calenda, definito: “lotta nel fango”.
Anche nel fronte dei sedicenti liberal democratici, dunque, permangono divisioni, accentuate dal protagonismo dell’”azionista de noantri romano”, pronto a saltare da un fronte all’altro con la presunzione velleitaria di catalizzare da solo l’alternativa.
A sinistra, servirà più coraggio dagli ex Popolari del PD, i quali dovrebbero uscire dalla condizione di comodo convivenza o di costante frustrazione vissuta nel “partito radicale vasto” della Schlein, favorendo il progetto avviato dall’On Fioroni, così come più ampia disponibilità dovrebbe esserci dagli amici del Centro Democratico di Tabacci, rafforzando quanto positivamente stanno svolgendo Tempi Nuovi e gli amici di Base Popolare.
Anche dalla DC e dagli altri amici che, come il sottoscritto, si riconoscono nei valori del PPE, dovrebbe essere favorito lo sforzo unitario avviato da Iniziativa Popolare per la ricomposizione politica dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale. Mi riferisco agli amici di Insieme e di Piattaforma Popolare 2024, avendo come obiettivo le elezioni politiche nazionali.
Credo, infatti, che a pochi mesi dalle elezioni europee non ci sia più il tempo per la costruzione del centro nuovo della politica italiana, per il quale ci si dovrà impegnare per la prossima scadenza delle politiche nazionali. Si tratterà di partire con quanti sono interessati a dar vita all’alternativa politica alla destra nazionalista e sovranista oggi dominata da Fratelli d’Italia, consapevoli che servirà un’alleanza ampia e plurale delle componenti di cultura popolare, democratico cristiana, liberale, repubblicana e socialista. Un’alleanza da far partire dalla base, ricostruendo questa unità di intenti sin dalle prossime elezioni comunali, provinciali e regionali. Alle europee si andrà inevitabilmente divisi, tra quanti resteranno collegati al PSE, altri al Renew, e al PPI.
Nel frattempo servirà sperimentare alla base, con grande impegno, positivi processi di ricomposizione fra tutte le diverse presenze popolari, indispensabili anche per far emergere la nuova classe dirigente dei liberi e forti.
Venezia, 13 Febbraio 2024
Alla ricerca di un federatore
Tra la Meloni e la Lega continua la lotta sotterranea per la conquista dei voti a destra, specie in questa fase di forte contestazione del mondo agricolo. La Coldiretti è divisa tra le aspirazioni elettorali del suo presidente, Ettore Prandini e la rivolta di una base sempre più indisponibile a seguire gli equivoci connubi prandiniani con l’inadeguato ministro Lollobrigida di cui si chiedono le dimissioni.
Nella nostra area socioculturale e politica continuano le divisioni ereditate dalla lunga e dolorosa diaspora post DC. Da un lato ci sono gli amici che, facenti parte del PD, intendono continuare la loro appartenenza “innaturale” al PSE; altri che hanno deciso di aderire al partito europeo Renew di Macron; altri ancora, sono quelli che intendono restare ben stretti alla propria cultura politica nel PPE e, infine, l’On Cesa con l’UDC, ancora una volta schierati a fianco della Lega, a destra in Italia e in Europa.
Assai meritoria è l’azione condotta dagli amici di Iniziativa Popolare per tentare di favorire senza riserve il progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale.
Trattasi di un progetto difficile il cui traguardo, più che alle prossime elezioni europee, potrà e dovrà essere spostato alla scadenza delle elezioni politiche nazionali nel loro termine naturale o anticipato. La difficoltà risiede nelle divisioni delle diverse fazioni indicate, per favorire il superamento delle quali ho proposto l’idea di un confronto aperto, a tutto campo con la nostra vasta e articolata realtà culturale e sociale, in quella che ho chiamato la Camaldoli 2024.
Qualche amico ha giustamente rilevato, com’era anche a me ben evidente, che non siamo nelle condizioni storico politiche del 1943. Non abbiamo, come ho scritto, né un Demofilo/De Gasperi, né una realtà cattolica oggi assimilabile a quella dell’Italia di quel tempo.
Da molte persone si sottolinea che servirebbe un federatore capace di avviare il progetto con un’autorevolezza tale da facilitare la ricomposizione basata sulla fedeltà ad alcuni fattori portanti; l’ispirazione ai principi della dottrina sociale cristiana, la fedeltà ai valori della Costituzione repubblicana e a quelli dell’europeismo e dell’Occidente.
Come trovare questo federatore?
O si parte dalla base o si sollecita una delle personalità già in campo, disponibile ad assumersi il ruolo che seppe compiere Demofilo/De Gasperi nel Luglio 1943. Se allora il compito era quello di presentare e attivare le “idee ricostruttive della Democrazia Cristiana”, ora si tratta di redigere un manifesto per la costruzione del centro nuovo della politica italiana: democratico, popolare, liberale, riformista, euro atlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra lontanissima dalle sue origini.
Penso che questa personalità sia ben presente nella realtà italiana e europea. Mi riferisco a Mario Draghi, che potrebbe svolgere efficacemente il ruolo di federatore del nuovo centro della politica italiana. Un appello unitario affinché assumesse tale ruolo, di tutte le diverse componenti di area cattolica DC e popolare, sarebbe al riguardo utile e opportuno.
Ci sono momenti della nostra storia politica, nei quali l’assunzione di responsabilità dirette nell’agone politico è molto più importante di qualunque altro incarico pubblico, e quello che sta attraversando l’Italia è proprio uno di questi.
L’altra strada sarebbe quella di ripartire dalla base, organizzando in tutte le province e regioni italiane, incontri unitari tra le diverse componenti della nostra area; assemblee di DC e Popolari dalle quali fare emergere con i cahiers de doléance e le proposte dei nostri concittadini e elettori, una nuova classe dirigente in grado di assumersi la responsabilità di rappresentare nelle diverse realtà elettorali e istituzionali, gli interessi e i valori dei ceti medi e popolari dal cui equilibrio dipende la tenuta del nostro sistema sociale.
Certo la prima strada indicata sarebbe la più efficace e tempestiva, mentre la seconda necessiterebbe di tempi più lunghi, nei quali, comunque, il processo di ricomposizione politica sarebbe facilitato. Credo sia quanto mai giusto e opportuno provarle entrambe, convinti che, se rimanessimo inerti, la nostra condizione di irrilevanza si protrarrebbe ancora per lungo tempo, a tutto danno del nostro Paese.
Ettore Bonalberti
Venezia, 10 Febbraio 2024
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Perché e come avviare una nuova Camaldoli ?
Nei giorni scorsi ho scritto una nota con cui indicavo l’obiettivo di una Camaldoli 2024, ricordando quanto seppero fare i nostri padri politici nel Luglio 1943, creando i presupposti programmatici della DC, che Demofilo-De Gasperi aveva indicato con le “ Idee ricostruttive della DC”. In una situazione storico politica molto diversa e dopo la lunga stagione della diaspora succeduta alla fine politica della DC, condividiamo tutti insieme l’esigenza di una ricomposizione politica dell’area cattolica ( democratica, liberale e cristiano sociale) e non per un regressivo seppur nobile sentimento nostalgico, ma nella convinzione che serva al Paese la nascita di un centro politico nuovo, ampio e plurale, nel quale è indispensabile la presenza di una forte componente di cultura politica popolare e democratico cristiana.
Sono in atto diversi e meritori tentativi, come quelli degli amici di Iniziativa Popolare, Tempi Nuovi, Piattaforma Popolare, Agenda Popolare, Base Popolare, da sostenere e favorire, ma credo sia opportuno ampliare la partecipazione alla più vasta e complessa realtà culturale, sociale e politico organizzativa del mondo cattolico italiano e delle aree liberal democratiche ispirate dai valori dell’umanesimo cristiano.
Qualunque progetto che nascesse dalla confluenza di quanti sono espressione dei partiti della cosiddetta prima repubblica, rischierebbe di risultare poco attrattivo non solo per le nuove generazioni, tra le quali molti sono inconsapevoli della nostra storia, ma anche di quell’ampia maggioranza di cittadini renitenti al voto da diverse elezioni.
Credevamo e personalmente credo ancora, che la legge proporzionale vigente alle prossime elezioni europee avesse potuto favorire la formazione di una lista unitaria della nostra area, sperando che, alla fine, avrebbe prevalso il buon senso. In realtà quella scadenza così vicina e propizia rischia ancora di essere foriera di divisioni tra quanti, come il sottoscritto e tanti altri amici, ritengono che la nostra collocazione politica naturale in Europa sia con il PPE, che sarà guidato nel dialogo e scontro elettorale dalla presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, e altri che guardano al partito del centro demo liberale macroniano di Renew, oltre a quelli, come i Popolari del PD, sempre uniti ai partiti che fanno riferimento al PSE.
In tale situazione le elezioni europee, anziché facilitare rischiano di confermare la continuazione della diaspora suicida che ha portato a una condizione di irrilevanza e alla permanente divisione della nostra area politica.
Ecco perché credo sia necessario traguardare il nostro obiettivo oltre le europee e preparaci per le prossime elezioni politiche. Si tratta di partire, da un lato, dalla base, con la formazione di liste unitarie d’area ovunque sia possibile nei comuni, province e regioni chiamate al voto nei prossimi mesi, e, dall’altra, a organizzare la nuova Camaldoli dei cattolici italiani, nella quale affrontare i temi più urgenti della nostra società e individuare le soluzioni più opportune secondo i criteri ispiratori della nostra cultura politica, ossia i principi della dottrina sociale cristiana e quelli fondamentali scritti nella Costituzione repubblicana.
Per tale incontro credo che, più dei vecchi e nuovi esponenti della variegata galassia DC e Popolare, potrebbe essere più utile, efficiente ed efficace, un’iniziativa che venisse assunta dai direttori delle principali testate giornalistiche dell’area cattolica, a partire da quelli che da anni si battono per la nostra ricomposizione politica.
Mi auguro che questa sollecitazione sia raccolta e con rinnovato spirito di amicizia ci si possa incontrare quanto prima nella Camaldoli della ripresa politico culturale dei cattolici italiani.
Ettore Bonalberti
Venezia, 2 Febbraio 2024
Camaldoli 2024: le nostre risposte alle attese degli italiani
Dal surplace all’eliminatoria a squadre ( australiana), sperando di risultare vincenti. Seguo la metafora del ciclismo su pista, tenuto presente che, alla fase di immobilismo- surplace di qualche tempo fa, ora si è ingrossata la fila dei concorrenti al progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale. Dopo Iniziativa Popolare, Tempi Nuovi, Insieme, Piattaforma 2024, si è aggiunta la squadra di Base Popolare, mentre dall’area liberal repubblicana, Carlo Calenda, che al tempo delle ultime elezioni per il consiglio comunale di Roma, aveva respinto l’offerta per una lista con i DC romani, ora intende offrire una casa ai Popolari “ per continuare a esistere insieme”.
Da parte mia ripeterò che è bene tutto ciò che va nella direzione della nostra ricomposizione politica, ma, a questo punto, è indispensabile trovare un ubi consistam non solo per il nostro stare insieme, ma, soprattutto per offrire all’Italia delle risposte politiche adeguate alle attese della nostra gente.
Lo fecero i nostri padri con le idee ricostruttive della DC di Demofilo ( De Gasperi), nello stesso mese di Luglio del 1943 in cui si svolse l’incontro dell’area cattolica, nel quale si definì il Codice di Camaldoli, da cui derivò il programma politico della DC per il Paese.
Dopo il surplace non serve più la gara affannosa tra chi è ancora scettico sul fare una lista unitaria alle elezioni europee e chi, invece, spinge per questo obiettivo; o, peggio, il ruolo di qualche improvvido amico alla ricerca della sola affermazione personale.
Intellettuali di fede cattolica a Camaldoli nel 1943 discussero di tutti i temi della vita sociale: dalla famiglia al lavoro, dall'attività economica al rapporto cittadino-stato. Lo scopo fu quello di fornire alle forze sociali cattoliche una base unitaria che ne guidasse l'azione nell'Italia liberata. Il Codice di Camaldoli funse da ispirazione e linea guida per l'azione della Democrazia Cristiana e, come ha ben scritto Bruno Di Giacomo Russo su Il domani d’Italia ( 16 settembre 2023): ” Il Codice di Camaldoli, intrinseco di valori e principi, corrisponde al diretto precedente culturale della Costituzione italiana”.
Una delle ragioni per cui ancora oggi nella nostra azione politica intendiamo continuare a ispirarci ai principi fondamentali della Carta costituzionale che, insieme a quelli della dottrina sociale cristiana nell’età della globalizzazione, sono stati indicati dai Papi San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco.
Con queste due stelle polari, dottrina sociale cristiana e Costituzione repubblicana, ci si dovrà incontrare nella Camaldoli 2024 con gli esponenti più importanti della cultura e delle realtà sociali e politiche cattoliche, per discutere delle attese degli italiani nella realtà odierna e con ciò che ci attende a medio e lungo termine.
Alla gara inopportuna e inefficace dell’eliminatoria a squadre deve, dunque, subentrare il confronto e il dialogo con le diverse realtà presenti del mondo cattolico per definire il programma che i DC e Popolari intendono offrire al Paese. Un programma che dovrà essere coerente con i nostri valori e in relazioni agli interessi dei ceti medi e delle classi popolari cui intendiamo dar voce a livello istituzionale. Ridare voce a quella maggioranza di elettrici e di elettori che da molto, troppo tempo, sono renitenti al voto, indifferenti all’offerta politica di un bipartitismo forzato e da una legge elettorale iniqua e schizoide che permette il governo del Paese a una finta maggioranza non espressione della realtà sociale e culturale reale dell’Italia.
Quali sono le attese degli italiani oggi? Secondo lo studio realizzato da Brunswick e Hokuto, presentato al Convegno “ L’economia che fa il bene: cosa significa per gli italiani?” di Avvenire ( Milano- 15 Novembre 2023) lo sviluppo, il clima e l’integrazione sono i temi risultanti prioritari. Al primo posto, dunque, lo sviluppo economico e l’occupazione lavorativa, seguiti dalla gestione dell’immigrazione. Segue la questione ambientale insieme alla tutela del territorio e la lotta all’inquinamento, il cambiamento climatico e la transizione energetica insieme al tema delle fonti e del costo dell’energie. Solo in coda ai risultati del campione i temi dell’opportunità dei giovani e della parità di genere. La risposta più importante per affrontare e dare soluzione a questi temi è stata individuata nell’economia civile, ossia una nuova forma di economia che mira al benessere comune; un’economia come quella che i proff. Bruni e Zamagni da molto tempo sostengono, alternativa a quella dominante nell’età della globalizzazione, nella quale trionfa il principio del NOMA ( Non Overlapping Magisteria)posto alla base dell’economia politica mentre, per l’economia civile, l’economia non può essere staccata dai principi dell’etica e della politica.
Se oltre a questi temi discuteremo di quello drammatico dei rischi della terza guerra mondiale, oggi vissuta “ a pezzi”, come l’ha egregiamente connotata Papa Francesco, e dell’esigenza di avviare progetti di pace che tengano conto della nuova realtà multipolare della geopolitica, ritengo che ancora una volta i cattolici italiani, dalla Camaldoli 2024, potranno offrire risposte coerenti alle “attese della povera gente” e a quel ceto medio i cui interessi e valori devono essere rappresentati in equilibrio con quelli delle classi popolari. Questo è il compito che, a mio parere, spetta a tutti noi eredi della cultura politica del popolarismo sturziano e della Democrazia Cristiana, il partito che ha rappresentato per quasi cinquant’anni la maggioranza degli italiani.
Ettore Bonalberti
Venezia, 30 Gennaio 2024
DC e Popolari: l’unità è indispensabile
Il popolarismo sturziano è stata la cultura che ha favorito l’impegno politico dei cattolici all’inizio del secolo scorso, assicurando la partecipazione alla vita politica di vasti ceti popolari e intermedi ispirati dai valori della dottrina sociale della Chiesa espressi nella Rerum Novarum. Un’esperienza straordinaria avviata partendo dai comuni, attraverso la partecipazione attiva di realtà associative e culturali, consolidata grazie all’estensione giolittiana del diritto di voto, stroncata dalla violenza delle squadracce fasciste e, dopo il Concordato, dall’esilio di don Luigi Sturzo.
Quell’eredità fu raccolta dalla prima generazione democratico cristiana che, con “ le idee ricostruttive della Democrazia Cristiana”( Demofilo: 26 Luglio 1943) e il programma del “ Codice di Camaldoli” (Luglio 1943) seppe organizzare la DC e assumere la guida ininterrotta del governo del Paese per oltre quarant’anni.
La DC è stata storicamente la più grande espressione dell’unità politica dei cattolici italiani (democratici, liberali e cristiano sociali) e, sul piano sociale, lo strumento capace di garantire a livello istituzionale, il punto di equilibrio degli interessi e dei valori delle genti del Nord e del Sud e quello dei ceti medi produttivi e delle classi popolari. Equilibrio senza il quale salta il sistema del nostro Paese.
Finita politicamente la DC (1993), si interrompe l’unità tra Nord e Sud ( esplode il fenomeno della Lega) e, dopo l’illusione liberale di Berlusconi e Forza Italia, irrompe il populismo qualunquista del M5S e la falsa supremazia della destra nazionalista e sovranista, espressione della maggioranza della minoranza degli elettori. La maggioranza oltre il 50%, infatti, nel 2022 si è astenuta dal voto. E l’On Meloni può guidare legittimamente il Paese solo grazie a una legge elettorale anacronistica e iniqua.
La condizione di anomia sociale e politica in cui versa l’Italia guidata da una pseudo maggioranza è il risultato del venir meno dell’equilibrio di cui sopra, minacciato dal progetto di autonomia differenziata, destinato ad aggravare il divario Nord-Sud, e dalla condizione di crisi economica, non solo delle classi popolari, evidenziata dai dati della povertà assoluta rilevati dall’ultimo rapporto della Caritas italiana, ma dello stesso terzo stato produttivo e dei ceti medi, come evidenziato, da un lato, dai sindacati e, dall’altro, dal presidente di Confindustria, Carlo Bonomi.
Venuto meno il ruolo di Forza Italia, dopo la scomparsa del Cavaliere, la condizione della maggioranza di governo è quella del dominio della destra degli eredi almirantiani, preoccupati di occupare tutti gli spazi di potere disponibili, portatori di una cultura in netto contrasto con i fondamentali costituzionali della Repubblica.
Questo progetto, il primo della triade della destra ( premierato, autonomia differenziata, riforma della magistratura con la separazione delle carriere) è destinato, infatti, a mutare la natura stessa della nostra repubblica parlamentare. Contro tale disegno di “deforma costituzionale” è essenziale attivare i comitati per il NO, a partire da quello dell’area politica dei DC e Popolari.
Questa nostra area è affollata di partiti, movimenti, associazioni e gruppi che, a diverso titolo, si richiamano ai valori del popolarismo sturziano e della DC degasperiana, risultanti dalla suicida diaspora che ha caratterizzato la lunga stagione seguita alla fine della DC e solo da poco tempo in via di ricomposizione.
I Cattolici, che hanno l’obbligo di non disinteressarsi della politica e del servizio ai cittadini, è ora che escano allo scoperto e difendano pubblicamente i valori di riferimento del progetto di vita che non è confinato solo nelle scelte individuali, ma anzi deve raccordarsi anche nella società con gli altri nel contesto della propria fede, della dottrina sociale della Chiesa
Con i recenti incontri promossi da Iniziativa Popolare, Tempi Nuovi e da Piattaforma 2024, sono emerse nettamente le volontà di impegnarsi per concorrere a ricostruire una presenza forte e unitaria dei cattolici nella politica italiana, aperti alla collaborazione con altre culture politiche liberali e riformiste interessate alla difesa e all’attuazione integrale della Costituzione.
Persistono alcune perplessità specie da parte di amici che antepongono al progetto unitario la scelta delle alleanze in vista delle elezioni europee. Una strategia sbagliata e inefficace, di fatto, contro producente rispetto al progetto di ricomposizione politica .
Condivido pienamente l’appello pronunciato dall’On Ivo Tarolli a conclusione dei lavori dell’incontro di Piattaforma 2024, con cui ha affermato come” lo stare uniti venga prima, stia sopra a qualsiasi decisione successiva ( liste, candidature e alleanze)”
A coloro che mantengono ancora riserve evidenziamo che siamo giunti a un tempo in cui è obbligatorio imboccare la strada della nostra ricomposizione, passaggio politico decisivo
per il bene dell’Italia. Un centro nuovo della politica italiana, infatti, non può nascere dall’incontro delle soli culture liberal democratiche e repubblicane, perché da sole sarebbero
sempre minoritarie senza la partecipazione di una forte componente politica organizzata dei cattolici.
Dobbiamo avere più coraggio e meno rivalità negativa: "Insieme" possiamo dare una speranza e un futuro migliore a un popolo che si va rassegnando o che subisce i cupi scenari dei poteri forti, dobbiamo sostenere la fiducia nei giovani che numerosi invece si vanno addormentando con l'uso delle droghe e dello "sballo" del sabato sera. Abbiamo il dovere di attrarre un nuovo interesse ed entusiasmo perché ciascuno dia un progetto alla propria vita, con "i talenti ricevuti" e alla collettività che s'ispiri ai valori forti che sono nel Vangelo di Gesù e nell'insegnamento del Magistero della Chiesa e nei principi della nostra Costituzione repubblicana.
È tempo di respingere le facili scorciatoie, di adottare
politiche in grado di contrastare i
dominio dei poteri forti del sistema finanziario nazionale e internazionale e di altri poteri occulti, per attuare
integralmente il dettato costituzionale. E’ tempo di procedere senza indugi e logoranti
rinvii all’unità politica possibile dei DC e Popolari presenti in Italia. Il
futuro è ancora nelle nostre mani, ma vorremmo costruirlo insieme da cattolici
e laici per il bene del popolo italiano e per il futuro delle giovani
generazioni.
Ettore Bonalberti
Venezia, 25 Gennaio 2024
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Qualcosa si muove, ma in ordine sparso
Si moltiplicano le iniziative per la ricomposizione politica dell’area cattolica DC e popolare. Aveva avviato il confronto Iniziativa Popolare, il 15 Gennaio, in una riunione nella quale gli Onn Tassone e Gemelli, con Mattia Orioli, avevano presentato un documento politico che sarà esaminato dai diversi partiti e movimenti, avendo già incontrato l’adesione degli amici della DC guidata da Cuffaro e Grassi. Il 18 Gennaio, Tempi Nuovi ha organizzato un interessante convegno sul tema: L’ Appello di Sturzo tra progressisti e conservatori, al quale hanno partecipato, tra gli altri, gli Onn.Gozi e Fioroni. Ho potuto assistere on line all’incontro, coordinato dal sen D’Ubaldo, insieme ad altri amici, per comprendere la direzione che Tempi Nuovi intende assumere in vista dei prossimi impegni elettorali.
Con l’intervento dell’On Gozi si è confermata la scelta del movimento a far parte del partito Renew a livello europeo, in alternativa al PSE e al PPE.
Come ho avuto modo di evidenziare in altri articoli, questa decisione non favorisce il processo di ricomposizione politica dei DC e Popolari, e, personalmente, trovo assai difficile conciliare la scelta di continuità col popolarismo sturziano insieme a un partito, quello egemonizzato da Macron, ossia da uno degli esponenti più qualificati dei poteri finanziari europei e internazionali. Continuo a ritenere che l’area politica di riferimento dei DC e Popolari in Europa non possa che essere quella del PPE, il partito che ha avuto come padri fondatori i grandi leader DC: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman, il quale poggia i suoi riferimenti valoriali sui principi della dottrina sociale cristiana della centralità della persone e dei corpi intermedi, della solidarietà e sussidiarietà.
Comprendo che la scelta con Gozi e Calenda possa facilitare la presentazione di candidature alle europee e la possibilità di superare il tetto del 4 % per l’eventuale elezione di candidati, ma vale la pena impedire o, quanto meno rinviare, il processo di ricomposizione politica della nostra area, per qualche candidatura su una lista destinata a consegnare, nell’ipotesi migliore, qualche deputato in più a Macron?
Resta, peraltro, da verificare se e come combinare la scelta con Calenda, tenendo presente che, su posizioni alternative, ancorché allineate con Renew, sembrerebbero muoversi anche Renzi e Franceschini. Tempi Nuovi conferma, dopo il convegno di ieri, la sua scelta di collaborazione con la sinistra inserendosi a livello europeo in contrapposizione al PPE.
Netta, invece, la scelta per il PPE di Iniziativa Popolare e della DC, così come, credo, sarà confermata domani anche da Tarolli con il suo documento “ Ritornare Uniti e Paritari”.
Credo, ahimè, che non saranno le elezioni europee l’occasione per mettere in campo una lista unitaria dei DC e Popolari, se, alla fine, prevarrà come sembra, la via più facile per la presentazione di candidature e le speranze di elezione. Più opportune e interessanti le scadenze elettorali regionali e amministrativo locali, in preparazione delle quali, servirà attivare con urgenza iniziative di confronto e dialogo tra le diverse realtà rappresentative della nostra area culturale e sociale in quelle sedi.
E’ tempo di formulare proposte di programma ispirate dai nostri principi, tenendo presente le attese della povera gente, vittima di politiche del governo della destra, sempre più promotori di ingiustizia sociale, e a quelli dei ceti medi, sempre più impoveriti e vittime di un’anomia sociale nella quale si impone una netta divaricazione tra i mezzi disponibili e i fini che la società propone come modelli da perseguire; il venir meno delle regole e del ruolo dei corpi intermedi. In una parola, la condizione che favorisce il distacco progressivo dalla politica di questi ceti, il disimpegno elettorale e, dopo l’illusione del voto al Cavaliere e alla Lega prima, e nel 2022 alla destra meloniana, alla renitenza sempre più accentuata al voto.
E’ tempo di chiamare a raccolta quanti, ispirandosi ai valori del popolarismo sturziano e degasperiano, e alla migliore tradizione democratico cristiana, intendono concorrere alla nascita di un centro politico nuovo, capace di saldare gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, in alternativa alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra all’affannosa ricerca della propria identità.
Ettore Bonalberti
Venezia, 19 Gennaio 2024
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Bilancio di governo e prospettiva dei DC e Popolari
Dopo oltre quindici mesi dalle elezioni politiche del 2022, alla vigilia delle prossime consultazioni elettorali che chiameranno al voto gli italiani per rinnovare il parlamento europeo, cinque consigli regionali e alcune migliaia di consigli comunali, credo sia giunto il tempo per un bilancio sull’azione di governo dell’On Meloni e di valutare anche il nostro “che fare “ come ex DC e Popolari.
A Settembre del 2022 il voto, grazie a un sistema elettorale schizoide, ha offerto la guida del Paese a una maggioranza, espressione di una minoranza del corpo elettorale: un centro destra a forte dominanza del partito di Fratelli d’Italia. Primo risultato: l’elezione di un Presidente del Senato che giura sulla Costituzione repubblicana, conservando intatta la sua fede nei valori familiari di stretta osservanza vetero e post fascista. Fatto nuovo nella nostra storia la guida del governo a una donna, alla leader del partito di maggioranza relativa, l’On Meloni, che, dopo più di un anno, anche nell’ultima conferenza stampa d’inizio 2024, continua ad attribuire ai precedenti governi le responsabilità dei problemi del Paese e a immaginare presunti tentativi di intimorirla o condizionarla da non precisate fonti esterne.
In realtà ciò che appare sempre più nettamente è il forte divario esistente tra le promesse elettorali fatte e i risultati concreti della sua azione di governo, tanto sul fronte degli sbarchi degli immigrati che aveva promesso di fermare, quanto su quello delle pensioni e della sanità, mentre si aggrava la situazione economico sociale dei ceti più poveri, le ingiustizie sociali e la condizione di vita della stessa classe media.
Ogni giorni di più, infine, emergono la cultura e la natura del partito di Fratelli d’Italia, con manifestazioni diffuse di nostalgici del tempo che fu; con un deputato che va alle festa armato di pistola, mentre un altro propone il ritorno al minculpop, dopo il decretato bavaglio alla stampa. Ormai non si contano più i casi di esponenti del governo implicati in questioni giudiziarie o di dubbia opportunità etico politica, senza che alcun provvedimento sia assunto dalla Presidente del Consiglio nei loro confronti.
Emerge, insomma, sempre di più la cultura originaria di una destra nazionalista e sovranista. alternativa ai valori fondanti della nostra Costituzione repubblicana.
La confermata volontà di sostenere il premierato, alternativo alla natura di repubblica parlamentare indicata dai padri costituenti, è coerente con un’impostazione culturale e organizzativa di “un partito del capo”, lontano mille miglia dai dettami dell’art 49 della Costituzione.
Alle prossime elezioni regionali stanno emergendo forti difficoltà di tenuta della maggioranza, per la netta determinazione del partito della Meloni a conquistare posizioni di leadership in alcune delle realtà, come il Veneto e la Sardegna, già tenute dai suoi partner di governo. In questo quadro, in cui si evidenziano oggettive difficoltà di una maggioranza tra i partiti della destra, con Forza Italia ridotta a un ruolo di mero supporto ininfluente, assistiamo alla guerra di logoramento progressivo tra le principali forze di opposizione, PD e M5S, senza che appaia un progetto credibile di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica, liberale e cristiano sociale, senza la quale un centro credibile, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante da una sinistra in cerca di una sua aggiornata identità, non sarà facile far tornare al voto quel 50% e più di renitenti elettori ed elettrici, e di garantire quell’equilibrio tra interessi e valori dei ceti popolari e medio produttivi, che costituisce l’asse portante del nostro sistema sociale.
I diversi partitini, movimenti, associazioni, gruppi della nostra area politico culturale, sembrano impotenti, bloccati in un defatigante surplace fatto di sguardi prudenti e maliziosi e di timidi tentativi di ripartenza, sempre dominati da velleitarismi o da egoismi particolaristici che impediscono di giungere, se non a soluzioni unitarie, almeno di tipo federalistico.
Viviamo una stagione difficile, a partire dal mondo ecclesiale italiano, in cui non mancano fratture e divisioni anche rispetto all’azione pastorale di Papa Francesco. Divisioni che non facilitano l’avvio di quel progetto di ricomposizione politica dei cattolici, dopo la lunga stagione ruiniana della testimonianza plurale nei diversi partiti, che ci ha condotto alla sostanziale irrilevanza a destra, come alla sinistra.
Si sostiene da molti amici che mancherebbe un federatore in grado di avviare il processo. Certo, non saranno i sopravvissuti alla grande stagione democratico cristiana, quelli in grado di assumere la guida, dopo la lunga e dolorosa diaspora tuttora aperta, molti dei quali hanno vissuto le più diverse e opposte esperienze politico organizzative, perdendo credibilità. Ritengo, invece, che solo partendo dalla base, attraverso il confronto e il dialogo tra le diverse realtà della nostra area presenti nei territori, possa emergere una nuova classe dirigente in grado di assumere la nuova leadership del progetto.
Due stelle polari dovranno guidarci: la fedeltà ai principi della dottrina sociale cristiana, aggiornati dalle ultime encicliche pontificie di Papa San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco, e la forte determinazione per la difesa della Costituzione repubblicana contro tutti i tentativi di deformarla in una repubblica di un uomo solo o di una donna sola al comando.
Prima dovremo puntare alla nostra ricomposizione da sperimentare, se sarà possibile, con una lista unitaria d’area alle europee, e con liste unitarie alle elezioni regionali e locali, e, insieme, l’alleanza con quanti, eredi dei valori e dei partiti fondatori della Costituzione, intendono favorire il progetto di governo alternativo a quello della destra, foriero solo di divisioni, incapace di garantire più solidarietà e maggiore giustizia nella società italiana.
Ettore Bonalberti
Venezia, 8 Gennaio 2024
Risposta all’On Susta
L’on Susta con spirito di “ correzione fraterna” ha giudicato il mio articolo “ datato” e, in qualche misura, disinformato sulla reale natura del Partito Democratico Europeo, del quale Susta è stato membro autorevole, così come parte altrettanto autorevole è stato del PD italiano, insieme a molti dei Popolari da lui nominati cofondatori del PDE. Quel PD dal quale, molti degli stessi attuali esponenti di Tempi nuovi, sono usciti, dopo l’infelice esperienza vissuta da sostanziali emarginati di un partito nel quale “ è sempre il cane che muove la coda”.
Caro Susta, ciò che ci divide in questo momento è la diversa prospettiva: tu continui a guardare al tema delle alleanze, verso quel sol dell’avvenire che si dovrebbe incontrare con una rinnovata collaborazione con Renzi e il PD europeo. Un PDE che, a parte i soci cofondatori da te citati, oggi è inconfondibilmente caratterizzato dall’egemonia del partito più forte, ossia di Macron ( En marche), mentre, da parte mia, rivolgo interesse primario al tema della nostra ricomposizione politica. Intendo quella della vasta e articolata area cattolica, nelle sue tre espressioni storico culturali più importanti: democratica, liberale e cristiano sociale. Tema che si può efficacemente perseguire, non dividendoci sulle alleanze a destra o a sinistra, ma rimanendo fermamente al centro, alternativi alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra ridotta dalla Schlein a “ partito radicale di massa”. Perché tale progetto si avveri non possiamo dividerci alle elezioni europee tra chi, come me e tanti altri amici, dalla DC di Cuffaro e Grassi ad Iniziativa Popolare, Federazione dei DC e Popolari e altri movimenti e gruppi politici, intendono rimanere legati al Partito Popolare Europeo dei padri fondatori DC, pena la nostra sostanziale irrilevanza. Il PPE è il partito nel quale il ruolo preminente oggi è quello della CDU tedesca, il cui programma è quello più vicino alla nostra cultura politica, sia con riferimento ai principi della dottrina sociale cristiana, che a quelli euro-atlantici da sempre difesi e consolidati da Adenauer, Khol, Merkel e dall’attuale presidente, Ursula von der Leyen. Scegliere, come ha deciso Tempi Nuovi e da te condiviso, di andare al voto europeo insieme al Partito Democratico europeo, vorrebbe dire rinunciare ai voti di quell’area cattolica liberale e cristiano sociale che è fortemente orientata per il PPE.
In secondo luogo, come ho scritto nel mio articolo “ datato”, la scelta di Tempi Nuovi comporta lasciare a Forza Italia e all’UDC di Cesa il ruolo dominante italiano nel PPE. Io credo, invece, che una lista unitaria della nostra area, che si presentasse forte nelle sue tre componenti con chiaro orientamento per e nel PPE, potrebbe raccogliere il consenso ampio delle tre aree della nostra realtà, ma, soprattutto, favorirebbe il ritorno al voto dei tanti renitenti che hanno abbandonato la scheda da diverse tornate elettorali.
Come è emerso nel recente importante incontro promosso dagli amici di Iniziativa Popolare con alcuni esponenti della nostra area DC e Popolare, altra cosa sarebbe quella di un accordo di lista con amici del centro già collegati con il PDE, al fine di favorire una futura convergenza europea come quella che ha portato all’elezione alla Presidenza UE della Von der Leyen. Anche in tal caso, però, meglio, molto meglio e più opportuno, presentarci tutti noi uniti nella lista dei DC e Popolari italiani.
Sarò “ datato”, caro Susta, ma vengo da una scuola politica di una grande leader, Carlo Donat Cattin, che ci ha sempre insegnato che il nostro ruolo era di porci come parte avanzata di un partito di centro moderato, piuttosto che, come avete dolorosamente sperimentato molti di voi, sottoposti in un partito di sinistra, senza più i riferimenti storico culturali della sua tradizione.
Continuo a ritenere che, alla fine, prevarrà il buon senso e insieme ci impegneremo tutti per riportare in campo gli interessi e i valori della nostra migliore storia politica.
Ettore Bonalberti
Venezia, 22 Dicembre 2023
Segnali timidi e contraddittori
Il 14 Dicembre scorso si è riunito il comitato direttivo nazionale di Tempi Nuovi, di cui “ Il Domani d’Italia”, ha pubblicato il testo dell’introduzione dell’On Fioroni. Non sapendo se, alla fine, sia stato approvato un documento, posso solo fare riferimento a quanto indicato da Fioroni nel suo intervento. Credo sia quanto mai interessante e condivisibile quanto affermato da Fioroni: “Occorre da un lato ricomporre l’area cattolico popolare e sociale, oggi ancora frammentata e troppo dispersa o ridotta a giocare un ruolo del tutto ininfluente, se non addirittura inutile, sia a destra che a sinistra; come pure, dall’altro, rilanciare un Centro dinamico, innovativo, riformista e di governo attraverso la riscoperta di una vera e credibile “politica di centro”. Obiettivi che richiedono, però, uno sforzo di unità e di inclusione che superino definitivamente ed irreversibilmente le piccole meschinità, personali e politiche, a cui abbiamo assistito in questi ultimi tempi in un campo che era e resta decisivo per il rinnovamento e il cambiamento della politica italiana. Perché un luogo politico centrista e riformista non potrà che essere culturalmente plurale e con una leadership diffusa. Dove, cioè, vince il pluralismo e la convergenza di più culture politiche per riaffermare con forza e convinzione un progetto politico che sia in grado di battere alla radice quel bipolarismo e quella radicalizzazione della lotta politica che erano e restano nefasti per la qualità della nostra democrazia”.
Una proposta che, tuttavia, contraddice nel suo proposito di ricomporre, quanto lo stesso Fioroni, poco più avanti afferma: “Tempi Nuovi ha pertanto aderito al Partito Democratico Europeo perché sicuramente, più di quanto possa accadere stando nel Partito Popolare Europeo – tradizionale luogo di convergenza storica, fino all’ingresso di Forza Italia e del Partido Popular, dei partiti di autentica matrice democratico cristiana – questa scelta garantisce il prosieguo della cooperazione tra le grandi famiglie dell’europeismo, in contrasto con l’avventura di un governo europeo di tipo conservatore, fatalmente esposto alle insidie della destra nazionalista”.
Come ho avuto modo di esporre in un mio articolo ( vedi Il Domani d’Italia del 7 Giugno scorso: Dibattito- Uniti alle europee? Occorre superare la diaspora post DC) ; “il discrimine da condividere alle europee dovrebbe essere la scelta a sostegno del Partito Popolare Europeo, l’unica famiglia politica nella quale possiamo collocarci in continuità con la scelta dei padri fondatori: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman. Guai se favorissimo, con scelte divisive e miopi, il tentativo della Meloni di collegare i conservatori e la destra europea al Ppe perché, a quel punto, di ricomposizione della nostra area politico culturale ne parleranno i nostri nipoti. “
Non comprendo perché i DC e i Popolari dovrebbero cambiare la loro naturale collocazione nella casa fondata dai padri, per inserirsi in quel partito di Macron, espressione dei poteri finanziari a livello europeo e mondiale, lasciando la strada aperta nel Ppe ai partiti dell’area di destra e moderata della politica italiana. Meglio lasciare questa, a mio parere errata direzione di marcia, al leader di Rignano sull’Arno, Matteo Renzi, noto consulente e relatore ai seminari di studio di quei poteri. Renzi che, da leader del PD, non fu una della cause delle difficoltà di diversi amici Popolari a restare in quel partito nel quale, come ben ammoniva Carlo Donat Cattin: “ è sempre il cane che muove la coda”?.
Come ho scritto più volte, impegniamoci prima a raccogliere le firme per la presentazione di una lista unitaria della nostra area alle elezioni europee, ricompattando a livello territoriale le diverse componenti, sin qui sparse e/o disperse, preparando in tal modo il terreno per riproporre le nostre indicazioni di programma dettate dalla lettura dei bisogni della società italiana, alla luce dei principi della dottrina sociale cristiana e della fedeltà ai valori della Costituzione repubblicana, alle successive elezioni amministrative e alle politiche nazionali.
Ettore Bonalberti
Venezia, 20 Dicembre 2023
Non perdiamo altro tempo
Siamo al limite del tempo massimo consentito per l’eventuale raccolta delle firme per una lista unitaria dell’area politica cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale, necessarie per poter partecipare autonomamente alle prossime elezioni europee.
La possibilità offerta dalla legge elettorale proporzionale che regola il voto europeo dovrebbe suggerire il buon senso e permetterci di superare le suicide divisioni che hanno caratterizzato la lunga stagione della diaspora, tutt’ora in atto. A sinistra, si è sentita la voce dell’amico Castagnetti interessato a richiedere “ un posto in segreteria” per i popolari nel partito democratico, per il quale la Schlein ha contribuito a confermare la profezia di Del Noce di un “ partito radicale di massa”. Da quel fronte, dunque, come ha ben rilevato Giorgio Merlo nel suo ultimo articolo su “Il Domani d’Italia”, nessun segnale di novità o di movimento, quanto piuttosto la continuazione del vecchio gioco degli “indipendenti di sinistra “ di ricercare o ricevere qualche posizione sicura nel partito e nelle liste elettorali.
Anche sul fronte delle diverse formazioni partitiche di ex DC al centro, sono timidi i segnali orientati al progetto di ricomposizione politica, anche se qualche novità è emersa dal gruppo di Insieme, Iniziativa Popolare e di Piattaforma Popolare 24, in attesa di conoscere se e quali decisioni saranno assunte dagli amici di Tempi Nuovi.
Interessante e fuori dagli schemi consueti la proposta della DC di Cuffaro di una lista unitaria dei “Liberi e Forti”, che potrebbe rappresentare lo strumento per presentare finalmente una rappresentanza ampia e plurale dell’area cattolica e popolare alle elezioni europee.
Una lista che necessiterebbe della raccolta delle firme per esser rappresentata; un impegno che permetterebbe di sondare la consistenza reale del consenso esistente nei diversi collegi elettorali. Auguriamoci che tale offerta vada a buon segno, quale scelta alternativa al prevalere di logiche derivanti da egoistici interessi particulari di quanti sembrano preferire la più comoda collocazione in sicure liste di destra o di sinistra.
Una cosa è certa: o cogliamo quest’occasione e facciamo prevalere il buon senso, sperando che, come scrive Manzoni nei Promessi sposi, non se ne stia “nascosto per paura del senso comune”, oppure non ci resterà che ripartire, con grande umiltà, dalle periferie, cercando di rimettere insieme quanti si ritrovano sui valori del popolarismo sturziano e degasperiano, in vista delle elezioni locali: comunali, provinciali e regionali.
Tutto ciò per preparare al meglio la lista unitaria dei cattolici democratici, liberali e cristiano sociali alle prossime elezioni politiche, per le quali sarà indispensabile batterci per una legge elettorale proporzionale. Obiettivo che si potrà ottenere, io credo, solo cercando la più ampia maggioranza politica e parlamentare sul sistema del cancellierato alla tedesca. Un punto di mediazione tra la “deforma costituzionale” della Meloni, e la difesa passiva dell’esistente. Con il cancellierato alla tedesca, si reintrodurrebbe la legge elettorale proporzionale e si sperimenterebbe l’istituto della sfiducia costruttiva, che ha garantito alla Germania la stabilità politica. Servirà anche una seria revisione degli errori compiuti con la modifica al Titolo Quinto della Costituzione, per garantire un diverso e innovativo rapporto tra Stato e Regioni, sul piano dell’autonomia differenziata, nella garanzia dell’uniformità dei servizi fondamentali dal Nord al Sud d’Italia. Questo, io credo, sarebbe quanto dovremmo impegnarci a perseguire, in una fase storico politica interna e internazionale nella quale la presenza di una realtà politica organizzata di ispirazione democratica e popolare è quanto mai necessaria.
Ettore Bonalberti
Venezia, 12 Dicembre 2023
- Scelte chiare per il Parlamento europeo
Si è aperta una gara fratricida a destra tra Salvini e Meloni per accreditarsi i voti alle prossime europee, con grave danno per l’immagine del nostro Paese all’estero. Presidente del consiglio con il vice Taiani, ministro degli esteri, schierati su posizioni nettamente euro atlantiste, mentre l’altro vice presidente del consiglio, Salvini, è fermo su posizioni anti UE e filo putiniane. In situazioni analoghe nella prima Repubblica si andava alla crisi di governo. Ora sarebbe logico attendersi da parte delle minoranze la richiesta di un dibattito parlamentare sulla politica estera del governo, da concludersi con un voto, affinché ogni attore in commedia si assuma le proprie responsabilità.
Se a destra ci si rincorre tra Fratelli d’Italia e Lega per non perdere il voto sovranista e nazionalista, anche al centro e alla sinistra le cose non vanno meglio, considerati i diversi schieramenti cui i partiti di quest’area fanno riferimento a livello europeo.
Considerato che si voterà per l’elezione del nuovo parlamento europeo, a me sembra che sarebbe corretto chiarire agli elettori e alle elettrici a quali aree politiche ci si intende collegare dopo il voto. Se a sinistra sembra scontato che i diversi partiti di quest’area faranno tutti riferimento a livello europeo al PSE, assai più frastagliata è la situazione dei partiti che, a diverso titolo, si dichiarano “al centro” della politica italiana.
Una divaricazione tanto più incomprensibile per i diversi partiti e movimenti dell’area cattolica, i quali, volendo essere coerenti con la loro storia e tradizione culturale e politica, dovrebbero tutti riferirsi al PPE, non solo perché quella è la casa dei padri fondatori, ma considerando che il programma del maggior partito di questo schieramento europeo, la CDU, è quello che fa diretto riferimento ai principi dell’economia sociale di mercato e ai principi della dottrina sociale cristiana. Ecco perché non comprendiamo la disponibilità espressa da qualche amico per un’alleanza preventiva con Renzi, il quale ha già deciso che, in caso di elezione a Strasburgo e a Bruxelles, farà riferimento allo schieramento di Macron che, con la nostra tradizione politica, ha ben poco da spartire.
Ancor più incomprensibile quanto hanno più volte espresso amici come l’On Fioroni e altri, che sognano il ritorno alla Margherita o all’Ulivo, e che, in caso di elezione al parlamento europeo, finirebbero con lo schierarsi a fianco dei partiti del gruppo socialista.
Certo oggi il PPE vede la più ampia rappresentanza italiana espressa da Forza Italia la quale, acquisita la disponibilità della DC di Cuffaro, ne ha declinato l’offerta, escludendo in ogni caso l’inserimento del simbolo di quel partito insieme a quello del partito del Cavaliere.
Cuffaro ha rilanciato ipotizzando la lista dei “Liberi e Forti”, un progetto interessante che andrebbe seriamente discusso se, come da qualche tempo anche gli amici di Iniziativa Popolare perseguono, fosse lo strumento per un primo passo di ricomposizione politica dell’area cattolica, unita nella prospettiva del sostegno al PPE e, strategicamente orientata a realizzare analoghe convergenze alle prossime elezioni comunali, provinciali e regionali, sino alle future elezioni politiche.
L’incontro annunciato a Roma dai giovani coordinatori del gruppo di Iniziativa Popolare, Mattia Orioli e Roberta Ruga, il prossimo 12 dicembre con i rappresentanti dei diversi partiti e movimenti politici dell’area cattolica italiana, servirà proprio a verificare la disponibilità di quanti sono pronti per la raccolta delle firme necessarie per la presentazione delle liste nei diversi collegi, insieme alla volontà di battersi per una proposta di segno alternativo al progetto di deforma costituzionale indicato dal governo della destra, come già si fece al tempo del referendum promosso da Renzi. Ci auguriamo che il 12 dicembre possa nascere un progetto serio di Federazione dei DC e Popolari, che sappia riprendere quanto di positivo avevamo già sperimentato con l’iniziativa dell’On Gargani, alla quale aderirono oltre cinquanta tra partiti, movimenti, associazioni e gruppi della nostra area DC e Popolare.
Ettore Bonalberti
6 Dicembre 2023
E’ sempre il cane che muove la coda
A quegli amici che negli anni ’70-80 dopo la DC tentavano l’avventura nel PCI, Carlo Donat Cattin ricordava che in quel partito: è sempre il cane che muove la coda. Un aforisma che se vale per la sinistra si conferma quanto mai attuale anche per la destra oggi al potere.
Quelli che hanno fatto l’esperienza nel PD hanno potuto accertare sulla propria pelle la fondatezza di quel monito, ma la stessa condizione è quella vissuta dai vari ex DC, oggi vassalli di Forza Italia o della Lega. Solo il vecchio “fico del bigoncio”, Rotondi, pur di galleggiare, continua a sostenere l’assurda teoria del partito della Meloni come nuova DC 2.0.
Nonostante tutto ciò e i molti tentativi sin qui compiuti per la ricomposizione politica dell’area cattolica, alla vigilia delle prossime elezioni europee, gli ex DC e Popolari si dividono tra chi cerca una facile candidatura in una lista di destra o di sinistra e chi, come Iniziativa Popolare, sollecita una lista unitaria dei cattolici, raccogliendo insieme le firme necessarie per la sua presentazione. Se l’obiettivo principale fosse quello di inviare qualche rappresentante al parlamento europeo, la scelta più facile dell’inserimento in una delle liste d’area, sarebbe comprensibile. In quel caso, però, si dovrebbe chiarire l’esito successivo di quella scelta, considerate le diverse e opposte opzione che destra e sinistra si accingono a compiere sul piano europeo. La sinistra, divisa tra la fedeltà al PSE e i renziani già accasati con “en marche”, il partito di Macron; la destra, altrettanto divisa tra le opzioni della Meloni ( conservatori con Fitto ?) o estrema destra con Salvini. Sono entrambe posizioni incompatibili per noi DC e Popolari con i quali, fedeli alla migliore tradizione europeista dei padri fondatori DC, riteniamo sia il PPE la nostra casa madre di riferimento.
Oggi quell’area è ben presidiata da Forza Italia, grazie alla scelta che, a suo tempo, compì Berlusconi, sollecitato da due democristiani di razza, come Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo. E’ la scelta che Cuffaro ha già deciso di far compiere alla DC, divenuta il suo feudo ben presidiato dal consenso siciliano, conseguente a quelle da lui già compiute in sede regionale con tutta la destra.
Gli amici di Tempi Nuovi, per bocca di Fioroni, sembrano ambire a un’alleanza con ciò che rimane del PD renziano. Una prospettiva assai lontana da quanto l’amico Merlo va descrivendo con i suoi ottimi articoli sulla storia e la tradizione politica della sinistra sociale democratico cristiana.
Restano gli amici di Insieme ( Infante) e di Base Popolare ( Mario Mauro, Quagliariello, De Mita) e quelli coordinati dall’On Tarolli e gli oltre cinquanta firmatari dell’atto costitutivo della Federazione dei DC e Popolari presieduta dall’On Gargani. Infine dobbiamo valutare il ruolo che possono e debbono svolgere, con la vasta area di movimenti, gruppi, associazioni dell’area cattolica, le numerose casematte democristiana nate dalla diaspora post 1993 tuttora dolorosamente in atto.
Credo, però, che rispetto a quest’obiettivo dell’elezione di un deputato al parlamento europeo, sia molto più importante quello di avviare il progetto di ricomposizione politica dei cattolici, convinto come sono, che un centro democratico, alternativo alla destra nazionalista e falsamente sovranista e alla sinistra ridotta a partito radicale di massa, non possa nascere senza l’apporto di una forte componente cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale. Ecco perché impegnarci tutti insieme alla raccolta delle firme necessarie per la presentazione di una lista alle europee, può e deve rappresentare l’occasione per verificare quanti siamo, su chi possiamo effettivamente contare e preparare, in tal modo, una mobilitazione dal basso, premessa indispensabile per poter partecipare alle successive elezioni regionali, provinciali e comunali e a quelle delle prossime elezioni politiche.
Ettore Bonalberti
Venezia, 1 Dicembre 2023
Stato dell’arte
Impegnati a concorrere alla costruzione di un’alternativa credibile al governo della destra nel nostro Paese, è necessario partire dai dati concreti della realtà effettuale, per non cadere in velleità ideologiche senza riscontro nei fatti.
In questi giorni l’ultima valutazione del rating ha visto Moody’s confermare la sostanziale stabilità dell’Italia e un aumento dell’outlook, dimostrazione di un giudizio positivo dei poteri finanziari sulle scelte moderate del ministro Giorgetti, in attesa di ciò che potrà accadere a breve in merito al voto sul MES, cartina di tornasole non più rinviabile dei rapporti tra governo Meloni e Unione Europea.
Se con il giudizio di Moody’s il governo può cantare legittimamente vittoria, molto diversa è la concreta realtà sociale ed economica del Paese.
Il recente rapporto della Caritas stima la povertà assoluta dell’Italia vicina al 10%, più di due milio di famiglie, con oltre un milione di giovani in una condizione di precarietà destinata a essere ereditata tra le generazioni. Scrive infatti il rapporto della Caritas: “Quasi il 45% di nuovi poveri nei centri Caritas. Uno su cinque tra gli assistiti, cresciuti del 12% in un anno, ha un lavoro. Continua lo scandalo di 1,3 milioni di minori in povertà educativa; aumentano poveri assoluti a quota 5,6 milioni; in 14 a rischio'”. Siamo al triplo rispetto a quindici anni fa. Da fenomeno “residuale” a fenomeno “ strutturale”.
A questa situazione si può porre rimedio soltanto con una politica orientata alla crescita economica che reclamerebbe, però, una politica fiscale e industriale o carente, come nel caso della seconda, o, addirittura rovesciata nei fini, per quanto attiene alla politica fiscale.
Ho più volte evidenziato che ogni politica di riforme serie in Italia e in Europa è difficile da attuare se non si supera la condizione di subordinazione dell’economia reale e della stessa politica alla finanza di un turbo capitalismo, che ha rovesciato i principi essenziale del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) di cui ha scritto pagine encomiabili il prof Zamagni.
Ciò comporterebbe per l’Italia l’immediato ritorno alla legge bancaria del 1936, che stabiliva la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Una legge nata dopo la crisi del 1929, a imitazione di quella USA, Glass-Steagall, su iniziativa di Beneduce e conservata dalla Banca d’Italia guidata da Guido Carli sino all’infausto Decreto Amato-Ciampi che ha determinato l’attuale situazione.
La questione fiscale italiana è rappresentata dagli ultimi dati che vedono redditi dichiarati dal solo 44% e con il 14% ( per lo più lavoratori e pensionati) che sostengono il carico prevalente IRPEF nel nostro Paese. il 44 per cento dei contribuenti paga oltre il 92 per cento dell'imposta, con un gettito complessivo pari a 175,17 miliardi di euro nel 2021. Il restante 56 per cento contribuisce al gettito fiscale per il 7,38 per cento.
Una condizione, che nel Paese dei nostri cugini francesi riempirebbe le piazze di protesta, in Italia sollecita,invece, uno dei vice presidenti del consiglio a prendersela con i sindacati CGIL e UIL, ricevendo come risposta, quella di uno striscione dei manifestanti a Padova: “Salvini invece di precettare vai a lavorare….. “
Questo scempio a ogni ragionevole condizione di rispetto dell’art 53 della Costituzione (Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività) deve essere superato, mentre il governo della Meloni continua a strizzare gli occhi agli evasori, con provvedimenti tesi a lisciare loro il pelo, alla ricerca di un facile consenso elettorale.
Sarà la situazione sociale ed economico fiscale concreta del Paese a creare le condizioni di una crisi, che si riverbererà sul piano politico istituzionale, per il venire meno di quell’equilibrio di interessi e di valori che sta alla base della tenuta del sistema. Ecco perché continuiamo a credere che serva all’Italia il ritorno in campo della cultura del popolarismo, ispirato dai principi della dottrina sociale cristiana e dalla volontà di difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana, per il quale è indispensabile batterci tutti insieme per la ricomposizione politica della nostra area. Altro che le deformazioni costituzionali indicate dalla Meloni, contro le quali dobbiamo mettere in campo subito il nostro comitato dei Popolari per il NO.
Ettore Bonalberti
Venezia, 19 Novembre 2023
Vogliamo dialogare su alcune idee di programma?
Raccolgo l’invito dell’amico Davicino espresso nel suo articolo del 15 Novembre su Il Giornale d’Italia ( “ Centro barcollante, non rinunciamo a un progetto di ampio respiro”) inviando alcune idee di programma, come contributo personale di “un osservatore partecipante”, con la speranza che possa aprirsi un proficuo confronto con gli amici dell’area politica di ispirazione cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale.
Alla vigilia delle elezioni europee (primavera 2024) e con l’avvio del progetto di deforma costituzionale decretato dal governo della destra, credo che, accanto alle indicate priorità di una lista unitaria d’area e dell’avvio del comitato dei DC e Popolari per il NO, sia opportuno dialogare su alcune proposte di programma coerenti con gli interessi e i valori del nuovo centro che vorremmo concorrere a realizzare, noi di area cattolica ispirati dai principi dell’umanesimo cristiano e della dottrina sociale cristiana.
In estrema sintesi le mie idee sono:
1. Riconferma della nostra storica alleanza europeista e occidentale, con l’impegno a
costruire un’Unione europea di tipo federale, che sappia superare i limiti e le
contraddizioni del patto di Maastricht e del sistema delle decisioni all’unanimità, e che,
specie dopo questa tragica vicenda della guerra russo-ucraina, sappia organizzare una
propria force de frappe in alleanza con la NATO, uscendo dalla condizione di gigante economico, nano politico, ectoplasma militare. Per le prossime elezioni europee lista unitaria dell’area cattolica democratica, liberale, cristiano sociale, collegata al PPE.
2. Conferma della costituzione repubblicana, piccoli adeguamenti a garanzia
dell’elettore/cittadino, nuovo rapporto Stato/Regioni con funzioni solo nazionali e
autonomia per tutti, da nord a sud, a gradi con verifiche pattuite per delega; più
attenzione, sanzioni certe e controlli degli atti pubblici. Contro il progetto di deformazione costituzionale avviato dalla destra al governo, formazione immediata del comitato dei DC e Popolari per il NO.
3. Stato più efficiente, meno costoso, semplificazione ministeri, massima digitalizzazione;
dipendente pubblico un esempio positivo per il privato; meno dirigenti, più
responsabilità, più stipendio; riduzione dei passaggi; libertà di accesso e
autocertificazioni, ma controlli severi immediati sanzioni certe a valle; no flat tax
lineare, ma tasse più imposte sempre proporzionali al reddito familiare, ISEE per tutto
su base biennale; una sola Camera legislativa; un Senato per alte questioni; meno
regioni e più macroregioni; Province più efficaci di aggregazione; Comuni confinanti
aggregati, minimo 3000 abitanti per comune, massimo 4 fusioni;
4. Legge elettorale di tipo proporzionale e istituto della sfiducia costruttiva.
5. Applicazione dell’art.49 della Costituzione sulla democrazia interna dei partiti
6. Ambiente clima come primario obiettivo salute; contatti con associazioni propositive e
con soluzioni; niente barricate, ma progetti concreti urbani; puntare al 100% di mezzi
pubblici non inquinanti; uffici pubblici tutti con utenze non inquinanti da scuole a
comuni; fotovoltaico solo su tetti e aree già cementate; recupero ovunque acqua
piovana, più bacini; solo pompe di calore e solo auto in garage per nuove costruzioni;
7. Programma di politica attiva del lavoro non slegato da riforme fiscali e del cuneo
contributivo, oltre che con l’inserimento di una pensione autonoma integrativa legata a
quella previdenziale pubblica; uguaglianza contrattuale e stipendi uomini donne, di
genere, pubblici e privati; normare contratti regionali e specialistici; governare le
differenze fra imprese piccole e grandi; regime fiscale plusvalenze grandi imprese;
modello scolastico performante il lavoro; per certi aspetti fiscali e tributari il lavoro del
politico equiparato agli altri; diritti e doveri hanno lo stesso peso sociale e civile;
8. Riduzione perequazione sociale reddituale; reddito sociale minimo dopo severi
controlli individuali e di famiglia un ISEE per tutto (anche per diversi pagamenti);
assegnazione lavori di pubblica utilità servizio assistenza a chi percepisce un reddito
vitale; ripristinare a scuola l’educazione civica e morale e inclusione; tariffe e canoni in
base al reddito; reddito in base al ricavo lordo per tutti i lavoratori; sanità scuola
lavoro sono le uniche voci dello Stato (non delle macroregioni) che possono essere in
rosso o possono creare debito pubblico; più controlli preventivi e a valle con più forze
dell’ordine per strada in luoghi pubblici;
9. Famiglia prima figura sociale di educazione formazione, base essenziale della società,
da difendere e promuovere per le sue funzioni e aspetti personali e sociali
10. Valorizzazione dei corpi intermedi, indispensabili per un’autentica politica ispirata dai
principi della solidarietà e sussidiarietà
11. Europa sempre, ma meno burocrazia e costi fissi; più perequazione su certi temi: una
difesa unica; ufficio unico per affari esteri; fiscalità e tributi uguali in area euro in
proporzione produttività e redditività netta; tasse e imposte uguali per tutte le major
del web, energia, farmaceutica; contratti strategici unici; difesa della qualità a tavola;
lealtà e rispetto degli asset singolo paese; condivisione surplus finanziari;
12. Predisporre un piano nazionale industriale che manca da 40 anni partendo dagli asset
pubblici-privati e quelli privati (turismo, alimentazione, porti, meccatronica, acciaio …)
inalienabili, che siano reddituali o almeno autosufficienti; e anche un piano nazionale
agroalimentare che sia ambientale e strategico per le nuove generazioni;
13. Predisporre un piano economico nazionale sociale-civile-vitale legato alla sussidiarietà
attiva, sociale, civile, sussidiaria ecologica e ambientale, deve essere prioritaria in ogni
esercizio e campo al posto di quella solo monetaria e solo finanziaria, ritorno alla
economia reale in certi settori, chiudere le delocalizzazioni d’imprese, controllo e
tassazione delle mega rendite anche finanziarie e della gestione patrimoni e
assicurazioni da reinvestire nel sociale transizione ecologica,
14. Grande progetto integrato da più funzioni per i 2/3 del territorio italiano
montano/collinare più vulnerabile, svantaggiato, difficile, abbandonato che può
crollare a valle, ma anche premiato e autentico patrimonio culturale paesaggistico
nazionale che ha in se già milioni di posti di lavoro e fare in modo che ritornino gli
occupati a fare impresa e servizi, dalle scuole ai pronto soccorso, dalle regimazioni
idrauliche all’antropologia di servizio;
15. Giustizia a misura del cittadino e non del magistrato; veloce, certo, equo; separazione
drastica delle carriere; autogoverno magistrati composto da meno membri più laici e
meno togati, non attivi; eliminare legame amministrativo legale fra politico e
magistrato; nessun rientro di carriera chi fa il politico; sanzioni esemplari per fuga di
notizie e veline di atti processuali di chiunque; carriere certificate con parametri
pubblici; nuovo processo penale, carceri più vivibili, più sanzioni amministrative e
servizi sociali al posto delle pene lievi, certezza assoluta e nessuna discrezionalità della
sentenza definitiva per i reati gravi
Tutto ciò avendo consapevolezza, che ciò che ci aspetta dopo la fine della sanguinosa guerra di
aggressione russa all’Ucraina, sarà particolarmente oneroso per le famiglie e le imprese,
permanendo l’esigenza di trovare le alternative alla nostra attuale dipendenza energetica al
gas e al petrolio russo, incrementando l’utilizzo delle energie alternative e delle disponibilità
di gas del nostro territorio, nuove fonti di approvvigionamento internazionali, accanto allo
sviluppo delle nuove tecnologie dell’idrogeno e del nucleare.
Prioritarie restano da risolvere con estrema urgenza: la ricostruzione della Sanità pubblica, la
digitalizzazione del Paese, l’edilizia scolastica, la conversione energetica, la sicurezza
idrogeologica del territorio. Suggerisco, infine, quanto ho già avuto occasione di esporre, ossia
che per un’autentica ed efficace politica riformatrice tale da contrastare e battere lo
strapotere della finanza che ha sin qui reso subalterne ai propri obiettivi sia l’economia reale
che la stessa politica, sia indispensabile compiere le seguenti scelte di politica economica
finanziaria:
1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle
della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti
elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio
1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992)
2. Controllo Statale sulla raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie
assicurative statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini
3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna,
Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano al fine che lo Stato
italiano abbia, con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82
del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare
per impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e
usura bancaria.
4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n.
385/1993):
5. SEPARAZIONE TRA BANCHE DI PRESTITO (loan bank) e BANCHE SPECULATIVE
(investment bank) : abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e
Colombo. Automatica re-introduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio
1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto
Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari
della City of London e sede fiscale a tassazione zero nello stato USA del Delaware)
6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il
pubblico
7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna,
Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale
85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori
petroliferi kazari.
8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in
prestito di titoli inesistenti per es. di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e
di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società
italiane quotate alla borsa di Milano.
9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia)
10. Conferire il potere ISPETTIVO sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello
di vigilanza
11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo
indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di compiere ispezioni in
materia finanziaria, in materia di borsa.
12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla
valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano
Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18 febbraio 1992
firmato da Mario Draghi)
13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione
della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul tasso
14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e
in ogni altra forma di prestito
15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di
ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero
tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso
medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto
cliente
17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB
18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile
sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività,
obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso
d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica
prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3
immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni
immobiliari e nella sezione fallimentare.
Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3
immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri
immobiliari e quali procuratori per le banche nelle esecuzioni immobiliari e nel custode e
nel notaio delle esecuzioni immobiliari
20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti
speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la
prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il
controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano
21. Obbligo di almeno cinque Parlamentari di ogni forza politica di partecipare all’
Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di
maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute
del paese.
Spero che questi miei contributi possano servire ad avviare un proficuo dibattito, dal quale si
possa giungere a un possibile accordo sul programma, indispensabile pre condizione per gli
sviluppi politico organizzativi successivi.
Ettore Bonalberti
Venezia, 17 Novembre 2023
Comitato dei DC e Popolari per il NO e Lista unitaria alle europee, le nostre priorità
I sondaggi politico elettorali sono profezie che si auto-adempiono o si auto-distruggono. La vulgata che si sta diffondendo, col sostegno del governo della destra e dei vari organi di stampa a esso vicini, sarebbe quella secondo cui: “ il popolo sarebbe favorevole al premierato”. E’ una tesi azzardata e pericolosa, diffusa da una maggioranza fittizia che, alle ultime elezioni politiche, ha prevalso con un voto rappresentativo di metà dell’elettorato attivo italiano, ma che oggi controlla la quasi totalità dell’informazione radio televisiva.
Ora però, se si vuole contrastare questa pericolosa deriva, è necessario che i partiti e i movimenti delle culture che hanno contribuito al patto costituzionale, avvino senza indugi i comitati per il NO. Ciò è indispensabile anche per la vasta platea di partiti, movimenti, associazioni e gruppi dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale. Abbiamo già svolto questa importante funzione al tempo del referendum renziano e, a maggior ragione, dobbiamo farlo ora, che si tenta di stravolgere la costruzione alla quale hanno contribuito i nostri padri DC fondatori: De Gasperi, Dossetti, La Pira, Mortati, Moro, Gonella….
Ecco perché rivolgiamo un pressante appello agli amici della Federazione DC e Popolari che furono, con l’On Gargani, Tassone e altri, i promotori di quel Comitato, affinché avviino immediatamente la costituzione del comitato dei Popolari per il NO, con gli amici della DC, di Insieme, di Tempi Nuovi e delle tante altre realtà della galassia DC e Popolare presenti in Italia. Non c’è più tempo da perdere, come non c’è più tempo per tergiversare sul progetto di una lista unitaria dei DC e Popolari alle prossime elezioni europee. Sarà quella una tappa importante, necessaria, ancorché non sufficiente, per concorrere alla costruzione del centro nuovo della politica italiana: democratico, popolare, liberale, riformista, euro atlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e a una sinistra ridotta a partito radicale di massa. L’equilibrio democratico dell’Italia è sempre stato fondato sulla saldatura tra gli interessi e i valori del terzo stato produttivo e delle classi popolari. Un equilibrio che la DC seppe garantire per oltre quarant’anni, insieme alle altre componenti di ispirazione laica, repubblicana, liberale e socialista.
Ancora una volta il centro nuovo della politica italiana dovrà nascere dalla confluenza di queste culture sulla base dell’incontro dei valori di riferimento essenziali; quelli dell’umanesimo popolare, liberale e socialista.
Noi di Iniziativa Popolare siamo pronti per tale progetto, attendiamo la disponibilità di tutti.
Ettore Bonalberti
Venezia, 15 Novembre 2023
Gli eventi si ripetono, ma ora servono decisioni
Sono intervenuto diverse volte sul tema della difesa idrogeologica del nostro Paese (vedi la nota della primavera scorsa che potete leggere su “Il Popolo” del 18 Maggio 2023).
Dopo le recenti vicende delle alluvioni in Toscana e nel Veneto, ho ripetuto il mantra: “Si ripetono alluvioni, smottamenti, frane, morti e ritorna la brutta realtà di un Paese vittima di un permanente degrado geologico. Vale sempre l’aforisma di Leo Longanesi: “ Italia, Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”. Intervenire ex post costa molto di più di prevenire” .
Un amico friulano, il Dr Danilo Bertoli, letta questa mia nota, mi ha scritto:
Caro Ettore, ti fornisco una chicca relativa al tema delle manutenzioni: nella mia attività parlamentare ho difeso l'autonomia funzionale e di bilancio del Centro di ricerche sismologiche di Udine dentro l'Osservatorio geofisico di Trieste. A seguire il CRS di Udine ha siglato convenzioni con le Regioni Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Trentino- Alto Adige per mettere giù le stazioni di rilevamento sistematico del fenomeno e la loro elaborazione a fini predittivi. Oltre 20 anni fa, al momento in cui il prof. Riuscetti era direttore di Dipartimento grandi rischi dell'Università di Udine, venne fatta la previsione che il prossimo terremoto si verificherà tra Montebelluna e Sacile e farà 300 morti. Studi scientifici dicono che se si accadesse oggi un terremoto in Friuli come quello del 1976, che fece mille morti, le vittime non sarebbero piu di 200 max 300. Ebbene, da allora il CRS di Udine non elabora i dati rilevati. Non sarebbe il caso che ci attivassimo perché le tre Regioni:
- rifinanzino la Convenzione e dotino il CRS del personale adeguato?
- nell'ambito dei fondi PNRR le Regioni Friuli-Venezia Giulia e Veneto facciano insieme un piano di interventi antisismici almeno nell'area Montebelluna Sacile.
Secondo il prof Riuscetti, prosegue Bertoli, agendo in questo modo subito, le vite umane sacrificate potrebbero essere 30 max 40 invece delle 300 da mettere in conto senza i lavori edilizi per l'antisismica...
Giro il tema ai responsabili politici del Triveneto.
Venendo a un caso che ha riguardato sempre il Triveneto, come quello della tempesta Vaia che è stato un evento meteorologico estremo che ha interessato il nord-est italiano (in particolare l'area montana delle Dolomiti e delle Prealpi Venete) dal 26 al 30 ottobre 2018 sono ancor più gravi gli errori e le omissioni compiuti. A 5 anni da Vaia, infatti, nessun ripensamento sulla totale distruzione del sistema forestale regionale Veneto, dal 1977 di totale competenza regionale! Prima c’era l’Azienda regionale delle Foreste che, un’improvvida decisione della giunta Galan decise di incorporare in Veneto agricoltura, un ente che ha resistito tra mille difficoltà e molteplici competenze, sino alla fase dei “commissari tutto fare” e al progressivo svuotamento delle competenze e del ruolo del settore forestale. Credo che una riflessione critica su quanto accaduto andrebbe fatta nelle sedi competenti e si riconsiderino scelte politico organizzative rivelatesi inefficienti e inefficaci.
Serve un piano nazionale di difesa idrogeologica e piani territoriali regionali ad hoc, impegnando i bilanci dello Stato e delle Regioni in un’opera di difesa idrogeologica dell’Italia non più rinviabile, se non vogliamo vedere il Bel Paese sbriciolarsi, con costi in vite umane e economico sociali sempre più alti e insostenibili.
Ettore Bonalberti
Venezia, 7 Novembre 2023
Perché al centro con il PPE
Dal tempo dell’Opera dei Congressi (1874-1904) alla nascita del PPI (18 Gennaio 1919) i cattolici decisero di scendere in campo nella politica italiana, con l’obiettivo di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa. Dalla “Rerum Novarum “di Papa Leone XIII alle encicliche giovannee: “ Mater et Magistra” e “ Pacem in terris” sino a quella paolina: “ Populorum progressio”, furono sempre i principi ispiratori della DSC a guidare la loro azione politica, dai Popolari di Sturzo alla DC di De Gasperi, Fanfani, Moro e degli ultimi democristiani della nostra quarta generazione.
Nella lunga stagione della diaspora ( 1993-2023), dopo la fine del partito, la DC, che aveva per oltre quarant’anni raccolto in larghissima parte il voto cattolico, si è accentuata sempre più fortemente la divisione tra cattolici della morale e cattolici del sociale, e si sono approfondite le fratture tra le tre componenti storiche da sempre presenti tra i cattolici italiani. Se “i cattolici democratici” hanno in larga parte concorso alla nascita del PD, dopo l’esperienza della “Margherita”, “i cattolici liberali” hanno finito col sostenere il partito di Berlusconi prima, e, nel 2022, almeno in parte, lo stesso partito di estrema destra di Giorgia Meloni. Molti di noi, che siamo legati alla tradizione dei “cristiano sociali”, da Miglioli, Grandi, Gronchi, Pastore, Donat Cattin, Labor, Vittorino Colombo, Bodrato, Marini, Sandro Fontana, abbiamo scelto il ruolo di “ DC non pentiti”, ponendoci l’obiettivo assai arduo della ricomposizione politica dell’area cattolica, considerato che la suicida separazione del trentennio della diaspora, ha prodotto una sostanziale irrilevanza delle nostre voci.
Credo che adesso, com’è stato per tutto il tempo dell’esperienza politica dei cattolici italiani, anche alla luce dei recenti insegnamenti e sollecitazioni provenienti dagli ultimi pontefici, nostro obiettivo politico strategico debba rimanere quello dell’impegno a tradurre nelle istituzioni i principi della dottrina sociale cristiana, accanto al dovere di difendere e attuare integralmente i dettami della Carta costituzionale. Le encicliche sociali di papa Francesco ( “Laudato SI”, “Fratelli tutti”, insieme all’ultima esortazione apostolica “ Laudate Deum”) sono le stelle polari che indicano le priorità per noi cattolici nel tempo che ci è dato di vivere. Credo che sarebbe, dunque, necessario assumere decisioni sul piano politico organizzativo coerenti con tali insegnamenti.
Sappiamo che la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per facilitare il progetto della nostra ricomposizione politica, sta nel superamento delle leggi maggioritarie che, dal referendum Segni in poi, hanno ridotto il sistema politico italiano a un bipartitismo forzato, che non esprime la realtà del Paese, stante una renitenza al voto sempre più elevata.
Ci eravamo illusi che col voto europeo, che si svolgerà con legge elettorale proporzionale, prevalesse il buon senso, favorendo l’avvicinamento delle diverse frazioni in cui tuttora si scompone la complessa e articolata realtà culturale e politica dell’area cattolica. Invece, ancora una volta, sembrano prevalere nostalgie di vecchie formule già sperimentate all’interno del partito della sinistra, il PD, presentate come una seconda fase della vecchia Margherita, probabilmente con il compito di ricontrattare dall’esterno, in condizioni diverse, ciò che non si era potuto raggiungere prima, nella condizione subalterna vissuta in quel partito.
A me sembra un calcolo sbagliato, specie se per svolgerlo, si propone l’adesione al partito di Macron, “en marche”, nella sua versione di “Renew for Europe”. Che un movimento/partito, come “Tempi Nuovi”, di Popolari già facenti parte del PD, si propongano di partecipare alle prossime elezioni europee insieme a Calenda e/o Renzi, credo sia una strana capriola dalla Margherita in versione aperta alla sinistra, con Rutelli verso Veltroni, a una Margherita aperta a destra, verso i rappresentanti più autorevoli, come Macron, dei poteri finanziari dominanti.
Come si possano conciliare i principi e i valori della dottrina sociale cristiana con un partito che propone l’inserimento costituzionale del diritto all’aborto, credo sia molto difficile da spiegare all’elettorato di area cattolica. D’altronde l’area liberal democratica che già si trova inserita in quel polo, tra l’originale primigenio ( Renzi-Calenda) e il surrogato di risulta, temo che finirà per scegliere il primo.
Come ho scritto più volte, ritengo che l’unità della lista per le europee della nostra area culturale si possa raggiungere, dopo un’attenta lettura dei programmi che per l’Europa propongono i due schieramenti del centro: quello del Partito Democratico, Renew per l’Europe, e quello della CDU, partito principale del PPE. Quest’ultimo è ispirato dai principi del solidarismo cristiano e della sussidiarietà, coerenti con quelli della dottrina sociale cristiana, cattolica e protestante, che confermano il permanere dei legami profondi con i principi dei padri DC fondatori dell’Unione europea: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman.
Un’alleanza, dunque, con i partiti che fanno riferimento al PPE, considerato che la CDU ha chiuso nettamente alla destra estremista e intende continuare la politica avviata dalla Merkel e da Ursula Von der Leyen a BXL.
Un amico autorevole mi invita a chiarire come superare l’ostacolo di Forza Italia, il partito italiano più importante, almeno sin qui, inserito nel PPE. Fu grazie al convincimento svolto su Berlusconi dai compianti Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, che il partito del Cavaliere scelse l’adesione al PPE e, oggi, può utilizzare il suo diritto di veto. Una lista che in Italia raccogliesse l’unità di tutte o della maggior parte delle componenti di area DC e Popolare, ritengo, tuttavia, che non avrebbe difficoltà a farsi riconoscere quale componente attiva del PPE, del partito, cioè, di cui la DC storicamente è stata cofondatrice. Tanto più se permanesse in Italia l’alleanza di Forza Italia con due partiti, Fratelli d’Italia e la Lega, distinti e distanti nettamente dagli obiettivi politici del PPE.
Penso, infine, che, presentandoci uniti alle europee con candidati nei collegi credibili, il nostro elettorato saprebbe ritrovare le ragioni di una partecipazione ampia al voto, e il risultato sarebbe la premessa della nascita di quel centro politico nuovo, ampio e plurale, basato sull’umanesimo cristiano, aperto alla collaborazione con le altre culture ispirate dall’umanesimo laico liberale e riformista socialista. Servirà tanto impegno e molta generosità, a partire dalle periferie, nelle quali chiamare a raccolta tutti i movimenti, associazioni e gruppi che si richiamano alla nostra migliore tradizione culturale e politica.
Ettore Bonalberti
Venezia, 23 Ottobre 2023
Quale centro vogliamo?
Col bipartitismo forzato introdotto in Italia, dopo il referendum maggioritario di Segni del 1993, con la fine politica della DC è scomparso il centro che aveva garantito l’equilibrio politico istituzionale e la crescita e lo sviluppo economico-sociale dell’Italia.
Alla fine dei partiti storici sono subentrate le formazioni politiche di tipo personale-aziendale col prevalere dei caratteri populistici nella versione berlusconiana d’antan, della Lega nordista e del M5S nella sua espressione più rilevante del qualunquismo italico e, alla fine, al prevalere della destra estrema col risultato elettorale del settembre 2022.
Chi, come il sottoscritto, ha impegnato gli ultimi vent’anni di impegno politico nel progetto di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica, liberale e cristiano sociale (nella convinzione che all’Italia serva, come nei momenti migliori della sua storia, la presenza di una forza politica ispirata dai valori della dottrina sociale cristiana, erede della migliore tradizione popolare e democratico cristiana), ritiene che, nella condizione attuale del Paese, retto dalla maggioranza di una minoranza dell’elettorato italiano, per costruire un’alternativa alla destra nazionalista e sovranista oggi al potere, serva costruire un’alleanza ampia e articolata di centro sinistra, nella quale sia forte la componente centrale: democratica, popolare, liberale, riformista, euro-atlantista, nella quale possano convivere i principi e i valori dell’umanesimo cristiano, liberale e socialista.
Un centro, dunque, alternativo alla destra dominata dagli eredi almirantiani e alla sinistra che, con la Schlein, ha assunto il carattere di un partito radicale di massa, distinto e distante dai valori dell’umanesimo cristiano e dalla stessa migliore tradizione del vecchio partito comunista.
Condizione preliminare perché possa nascere questo centro è il ritorno alla legge proporzionale e il modello del sistema elettorale tedesco potrebbe essere quello su cui si potrebbe trovare un ampio consenso a livello politico e parlamentare.
Ecco perché con gli amici di Iniziativa Popolare intendiamo aprire una forte iniziativa per il ritorno alla legge elettorale proporzionale e all’applicazione dell’art.49 della Costituzione sulla democraticità interna ai partiti che, con i nuovi movimenti-partito personalistico aziendali, è stata del tutto disattesa.
Credo che quanti si dichiarano interessati a tale progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica, dovrebbero orientare le loro scelte tattico operative in coerenza con questa prospettiva.
Certamente le prossime elezioni europee, nelle quali vige la legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento al 4%, è l’occasione irripetibile per favorire la formazione di una lista unitaria d’area, avendo consapevolezza, che tale passaggio elettorale, costituisce un passo importante, necessario, ma non sufficiente per il progetto più ampio che riguarda il nuovo assetto politico del nostro Paese. Un passaggio però che, a mio parere, dovrebbe tener conto degli sviluppi possibili successivi.
Da diverse settimane siamo attenti a ciò che si sta muovendo tra diversi gruppi, partiti e movimenti di questa vasta e composita area, una frammentazione pulviscolare conseguente alla dolorosa diaspora democratico cristiana (1993-2023) e rileviamo atteggiamenti e comportamenti diversificati, alcuni dei quali condizionati da vecchie nostalgie di segno regressivo. Tralasciando la schiera di coloro che, ben ancorati nei due raggruppamenti del bipartitismo forzato destra-sinistra, aspirano a collocarsi comodamente in una delle due liste del raggruppamento di appartenenza, siamo più interessati alle vicende di quanti, almeno a parole, si dichiarano interessati al progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica, quale elemento decisivo per la costruzione del nuovo centro ampio e plurale di cui sopra.
Con gli amici di Iniziativa Popolare crediamo che ci siano le condizioni per avviare un serio dialogo con gli amici della DC, i quali, tuttavia, dovranno confermare che la scelta per una lista unitaria alle europee unita al Partito Popolare Europeo, deve rappresentare una scelta di campo dalle inevitabili conseguenze operative sul piano delle alleanze in Italia. E’ vero che Forza Italia, grazie a quanto indicarono a suo tempo i compianti amici Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo a Berlusconi di aderire al PPE, è oggi il più importante partito italiano inserito a pieno titolo nel PPE, ma è altrettanto vero, che tale scelta si pone in netta alternativa a quelle della Meloni e di Salvini nettamente a destra in Italia e in Europa.
Se, da un lato chiediamo chiarezza alla DC su questo piano, altrettanto chiarezza vorremmo dagli amici di Tempi Nuovi dopo l’annuncio da loro pronunciato di adesione in Europa al partito “en marche” di Macron nella sua versione europea di Renew Europe. Quale coerenza in tale decisione per un movimento che pure si ispira ai valori e ai principi del cattolicesimo democratico? Come conciliare tali valori con un partito marcatamente laicista che è quello che ha chiesto di inserire nella Costituzione europea il diritto all’aborto?
Confidiamo che, alla fine, in Tempi Nuovi prevalga la coerenza e si superi la nostalgia per una Margherita che, nella versione pro Macron, assumerebbe il carattere di uno spostamento a destra di quella stessa idea.
Penso che con gli amici di Insieme guidati da Giancarlo Infante sia possibile aprire un dialogo fecondo, anche alla luce delle loro indicazioni di programma sin qui espresse molto vicine a quelle che sono indicate nel dibattito interno alla CDU, partito guida del PPE, che ha chiuso nettamente a ogni collaborazione con la destra estrema tedesca.
Credo che Iniziativa Popolare, dovrebbe favorire questo processo di ricomposizione, nel quale invitare tutte le diverse espressioni che si dichiarano interessate a una presenza forte dei democratici cristiani e popolari italiani, in larga parte facenti parte di quel vasto elettorato italiano renitente al voto, che sta solo attendendo la voce di un nuovo centro politico affidabile, espressione degli interessi e dei valori della povera gente e dei ceti medi produttivi.
Ettore Bonalberti
Venezia, 17 Ottobre 2023
Si può sempre galleggiare, ma, alla fine, si tradiscono le proprie radici
Ho conosciuto Gianfranco Rotondi alla fine degli anni ’80, in uno dei tradizionali incontri annuali di St Vincent della nostra corrente DC di Forze Nuove, nella quale partecipò, graditissimo ospite, Gerardo Bianco, appena uscito indenne dallo scontro politico avellinese e nazionale con De Mita. Rotondi si rivelò subito dotato di grande appeal, eloquio chiaro e diretto e una cultura storico politica inusuale tra i giovani della sua età.
Sin da allora lo considerai, se non il migliore, uno dei “migliori fichi del bigoncio” dei giovani della quinta e ultima generazione dei democratici cristiani.
Anche lui divenne componente importante della corrente della sinistra sociale DC, Forze Nuove, che con Pastore ( Rinnovamento), Donat Cattin, Labor, Acquaviva, Bodrato, Vittorino Colombo, Mannino, Macario, Marini, Sandro Fontana, Toros, Fracanzani, Girardin, e molti altri esponenti , hanno rappresentato i miei riferimenti politico organizzativi.
Con la diaspora del 1993, tutta quella grande esperienza cessò, e si avviarono i diversi tentativi per farla sopravvivere. Chi, pensando che avrebbe potuto esistere all’interno dei fronti contrapposti del bipolarismo forzato da una legge elettorale impropria come quella del mattarellum, e quanti, me compreso (che dal 2011 cercarono di dare pratica attuazione alla sentenza della Corte di Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui: la DC non è mai stata giuridicamente sciolta) si sono impegnati per far rinascere, senza successo, la Democrazia Cristiana.
Rotondi, da scaltro politico, fu tra quelli che innanzi tutto pensò con altri, che la discesa in campo del Cavaliere, poteva rappresentare l’occasione per dar vita al centro nuovo della politica italiana. Obiettivo condiviso da autorevoli amici come Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, che furono gli ispiratori della scelta strategica decisiva di Berlusconi per il PPE . Una rendita di posizione importante utilizzata sino ai nostri giorni da Forza Italia e accoliti.
Rotondi cercò sempre di mantenere viva la sua etichetta di democratico cristiano, che rappresentava il marchio necessario per le trattative alle diverse scadenze elettorali, grazie alla quale seppe sempre garantirsi una posizione sicura, alle regionali lombarde prima, alle politiche poi, sempre per se stesso e qualche altro stretto amico collaboratore.
Non sono mancati tentativi operati da Rotondi per ricomporre un’area centrale, contando sulla presunta disponibilità di alcuni amici e amiche, tanto che si inventò la formula di Verde Popolare, presentato proprio a St Vincent nel 2021.
Gli è che, quando con Gargani, Tassone, il sottoscritto e altri abbiamo tentato di avviare la Federazione dei DC e Popolari, Rotondi traccheggiò, assunse una posizione di surplace; nella sostanza non aderì a quello che poteva rappresentare un tentativo serio di ricomposizione politica dell’area cattolica nelle su tre componenti essenziali: democratica, liberale e cristiano sociale.
Con la vittoria della destra di Giorgia Meloni alle elezioni politiche del Settembre 2022, si assiste all’ultima giravolta del nostro “fico del bigoncio”. Ora la soluzione, secondo lui, sarebbe quella di stare tutti con la destra, con la presunzione di essere il traghettatore-trasformatore della stessa, dal partito degli eredi almirantiani a una nuova Democrazia Cristiana formato 2.0.
Penso che anche la più sottile lucidità e il più ostinato realismo politici non possano superare certi limiti di compatibilità con i propri valori, salvo ridurre la politica a mero strumento di sopravvivenza e di gestione del potere.
Leggere il programma annunciato di una nuova edizione di St Vincent sotto le insegne di Fratelli d’Italia- Fondazione Democrazia Cristiana-Fiorentino Sullo, costituisce, da un lato, il disconoscimento della storia politica di un uomo integerrimo come Sullo, uno dei padri della sinistra politica DC della Base, e, dall’altra, l’ennesima capriola del “nuovo Tarzan della politica italiana”. Celebrare a St Vincent l’entrata ufficiale di Rotondi nell’area della destra meloniana costituisce, infine, il più grande torto alla memoria di Carlo Donat Cattin, che dei convegni di St Vincent, della sinistra sociale DC di Forze Nuove, fu l’inventore e l’interprete unico e non replicabile. Gli italiani, scriveva Ennio Flaiano: " sono sempre pronti a salire sul carro del vincitore", e, Prezzolini scriveva nel suo " Codice della Vita italiana": i fessi hanno dei principi, i furbi soltanto dei fini”. Col trasformismo si può sempre galleggiare, ma si finisce col tradire le proprie radici.
Ettore Bonalberti
Venezia, 6 Ottobre 2023
Per una risposta positiva all’invito di Renzi
Con alcuni amici di area democratico cristiana e popolare è da tempo che perseguiamo il progetto di un centro nuovo della politica italiana che intendevamo dovesse essere: ampio, plurale, democratico, popolare, liberale, riformista, euro-atlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra che, con la segreteria Schlein, ha assunto il carattere di un partito radicale di massa.
Era questo l’obiettivo specifico della Federazione dei DC e Popolari che, guidata con grande passione dall’On Giuseppe Gargani, non è riuscita a realizzarlo, per il venir meno dell’adesione di alcuni autorevoli amici; chi, per la più sicura collocazione nell’area della destra, come l’On Rotondi, chi, più legato alla propria realtà organizzativa della DC, come l’amico Grassi che, alla fine, ha consegnato la guida di quel partito al più attrezzato Totò Cuffaro, con lo spostamento definitivo a destra anche di quell’esperienza politica avviata insieme agli Onn. Silvio Lega, Luciano Faraguti, Clelio Darida e altri nel 2012.
E’ continuata, così, la lunga Demodissea della diaspora democratico cristiana esplosa dopo la fine del partito storico dello scudo crociato, che era stato l’architrave per quasi cinquant’anni della democrazia italiana. E’ di questi giorni l’annuncio del sen Matteo Renzi di avviare il progetto di una lista di Centro, alternativa alla destra e alla sinistra, per chiedere il consenso alle prossime elezioni europee.
Confesso che in questi anni sono state molte le ragioni di dissenso con il giovane leader di Rignano sull’Arno. La più importante, quella che ci portò a organizzare il Comitato dei Popolari per il NO alla “deforma costituzionale”; comitato con il quale offrimmo un buon contributo alla difesa della nostra Costituzione. Ora, però, ci troviamo di fronte a un fatto nuovo e interessante della vita politica italiana. Consumata l’unità di Italia Viva con Azione, un aggregato che avrebbe dovuto tenere insieme il partito di Renzi con quello di Calenda, entrambi caratterizzati da mutevoli e disinvolti atteggiamenti politico programmatici, Renzi ha annunciato un nuovo inizio. L’unità del duo Calenda-Renzi non poteva durare, stante le diverse culture politiche di provenienza. Il primo, Renzi, figlio di una tradizione cattolico democratica, sostenuta da una giovanile esperienza ciellina, mentre il secondo, Calenda, aspirante interprete di un azionismo d’antan che, con le sue disinvolte piroette, aveva finito con l’assumere piuttosto il carattere di un “azionismo de noantri”, impregnato di una sistematica velleitaria idiosincrasia democristiana. Un’alleanza, insomma che, al di là degli immediati interessi organizzativo parlamentari, si è conclusa con un fallimento.
Alle elezioni europee varrà la legge elettorale proporzionale, una condizione che permette, da un lato, alle diverse culture politiche presenti nella realtà italiana di contarsi, e, dall’altra , con lo sbarramento al 4%, di favorire liste ampie di candidati che possano ragionevolmente concorrere al superamento di quel traguardo.
All’annuncio di Renzi dell’avvio del suo centro, ho espresso il mio interesse al progetto che, tuttavia, richiede alcuni chiarimenti di fondo, tenendo presente che noi DC e Popolari siamo interessati a collegarci alla migliore tradizione storico politica dei padri fondatori DC dell’Unione europea: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman, oggi tenuta in vita, seppur con qualche contraddizione, dai partiti di ispirazione DC in Europa, tra i quali, essenziali la CDU e la CSU di Germania.
Con questi partiti vogliamo, come anche ha sostenuto Renzi, portare avanti un progetto di riforma dell’Unione europea da declinare meglio sui principi della dottrina sociale cristiana, quali quelli della solidarietà, fraternità e sussidiarietà e per la costruzione di un’Europa federale nella quale debbano prevalere i valori democratici e popolari su quelli della finanza propri del turbo-capitalismo dominante.
Certo il Centro nuovo della politica italiana dovrà essere in grado di intercettare nel modo più ampio quanto esiste nell’elettorato del Paese, sia in quello attivo, e, ancor di più, in quello sin qui renitente al voto. L’elettorato, cioè, di area democristiana, popolare, liberale, riformista socialista e repubblicana, e per far questo si richiede che debba essere applicato integralmente nel partito quanto indicato dall’art.49 della Costituzione. Il sistema delle regole democratiche dovrà essere alla base della sua vita interna, così come sul piano programmatico dovremo saper indicare soluzioni rivolte al bene comune nel rispetto dei principi fondamentali della Costituzione repubblicana.
Se Renzi fosse disponibile a sviluppare la propria azione nel rispetto di questi orientamenti credo che dalla composita area politica cattolico democratica, liberale e cristiano sociale, dovrebbe giungere una risposta positiva al suo invito.
Ettore Bonalberti
Venezia, 7 Settembre 2023
Stato dell’arte per la nostra ricomposizione politica
La decisione del tribunale di Roma di respingere il ricorso presentato da Totò Cuffaro per la riappropriazione del simbolo dello scudo crociato riconsegna per l’ennesima volta l’utilizzo di quello storico simbolo all’On Lorenzo Cesa. Simbolo grazie al quale, Cesa e i suoi pochi accoliti si garantiscano da molti anni la sopravvivenza politica a fianco dei partiti della destra italiana. Prima Forza Italia e la Lega e, oggi, Fratelli d’Italia, in virtù di una rendita che snatura il valore storico politico di quel glorioso simbolo della Democrazia Cristiana.
Un ricorso fallito quello di Cuffaro, tanto più grave per una sentenza che, come si legge nell’ordinanza del giudice Paolo Goggi, sostiene essere “fondata” l’eccezione sollevata dal partito guidato da Cesa, secondo cui Cuffaro e “la sedicente Dc che sostiene di rappresentare” sono “privi di qualsivoglia legittimazione ad agire, in quanto l’associazione non sarebbe espressione dello storico partito” e Cuffaro “non sarebbe in alcun modo legittimato ad agire quale suo rappresentante”. Il giudice rileva come l’ex senatore ed ex presidente della Regione Sicilia non abbia offerto “idonea dimostrazione dei poteri di colui che nel ricorso afferma essere il segretario amministrativo del partito”. E nemmeno, aggiunge, ci sono “elementi sufficienti da cui poter desumere la necessaria continuità associativa” fra l’associazione di Cuffaro e “e lo storico partito della Democrazia cristiana”. E quindi il diritto a utilizzare lo scudo crociato come simbolo resta all’Udc. Tesi quanto meno contraddittoria, tenuto presente che nemmeno all’UDC di Cesa quella “necessaria continuità associativa” può essere seriamente riconosciuta.
E’ dal 2011, su indicazione dell’amico Publio Fiori, che abbiamo tentato con i compianti Silvio Lega e Clelio Darida, la ricostruzione della DC, partito che, secondo la sentenza n.2512 del 23.12.2010 della suprema corte di cassazione “ non è mai stato giuridicamente sciolto”, con la riconvocazione del consiglio nazionale del partito, che ci permise di eleggere alla segreteria nazionale, Gianni Fontana prima e Renato Grassi poi. Un percorso complesso e irto di ostacoli che ho descritto nel mio saggio: “ Demodissea, la Democrazia Cristiana nella stagione della diaspora- Considerazioni sul periodo 1993-2020” Edizione A.L.E.F. ( Il Mio Libro). Prima dell’ultimo congresso nazionale del partito ( il XX svoltosi a Roma il 6-7 Maggio 2023) , ho rassegnato le dimissioni da vice segretario nazionale, non condividendo lo spostamento a destra assunto dal partito, dopo l’alleanza realizzata in Sicilia da Cuffaro, alla fine risultato nettamente maggioritario ed eletto alla segreteria nazionale.
Con la sentenza di Roma fallisce quindi l’ambizione di Cuffaro di riunire lo scudo crociato con la DC. “Non presenteremo ricorso“, commenta l’ex senatore, affermando che l’operazione ha senso “solo se tutte le diverse anime di ispirazione democristiana troveranno le ragioni per farlo e per tornare insieme, ma è una decisione politica”. “Per quanto riguarda noi, ha aggiunto , abbiamo già il nostro simbolo e il nostro nome che nessuno può toglierci. Andiamo avanti col nostro segno al quale ci siamo affezionati, che è stato riconosciuto e convalidato dal ministero degli Interni e apprezzato dagli elettori e che ci sta dando grandi soddisfazioni”.
Da vecchio DC non pentito penso sarebbe cosa utile smetterla con la guerra per lo scudo crociato e opportuno consegnare lo stesso all’Istituto Lugi Sturzo, come bene immateriale della storia democristiana, quella del partito di De Gasperi, Gonella, Fanfani, Moro, Rumor, Taviani, Colombo, Donat Cattin, Marcora e degli amici compianti della terza generazione: Forlani, De Mita, Misasi, Bisaglia, Malfatti, che non può essere rappresentata da Cesa e dai suoi amici per mera rendita politica personale.
Ritengo anche che, dopo il fallimento del coraggioso tentativo fatto dall’On Giuseppe Gargani con la Federazione DC e Popolare, per il venir meno della condivisione degli amici Rotondi, Grassi e dello stesso Cesa, per chi fosse realmente interessato al progetto di ricomposizione della nostra area politico culturale, dovrebbe tenere presente che:
a) la nostra è un’area vasta e complessa, articolata almeno in tre sezioni principale: quella dei cattolici democratici, dei cattolici liberali e dei cristiano sociali. Nessuna di esse dovrebbe essere esclusa dal progetto.
b) La ricomposizione può essere facilitata in presenza di un sistema elettorale di tipo proporzionale.
c) È indispensabile una forte mobilitazione della realtà sociale, culturale, economica e associativa dell’area cattolica dalle gerarchie sino alle parrocchie e alle periferie del nostro vivace associazionismo.
L’obiettivo per detta ricomposizione è la volontà di concorrere alla costruzione di un centro nuovo della politica italiana, ampio e plurale: democratico, popolare, liberale e riformista, euro atlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista, distinto e distante da una sinistra che, con la guida della Schlein, ha assunto il carattere, preconizzato dal prof Augusto Del Noce, di un partito radicale di massa.
Le prossime elezioni europee come quelle per i rinnovi dei consigli regionali in scadenza, si svolgeranno con leggi elettorali proporzionali che facilitano il progetto.
Certo, quelli che da tempo sono schierati a fianco della destra o della sinistra si illuderanno di trovare posto nelle liste di queste due aree, continuando a svolgere una funzione di ascari reggicoda ininfluenti. Se vogliamo veramente facilitare il progetto, anche tenendo conto dello sbarramento esistente per l’elezione di deputati al parlamento europeo, sarà necessaria la più ampia unità di quanti si riconoscono nell’esigenza di far tornare in campo la nostra cultura politica. Con gli amici di Iniziativa Popolare, oggi coordinata da due giovani, Matteo Orioli e Roberta Ruga, ci stiamo muovendo in questa direzione, nella quale ci auguriamo di incontrare gli amici di Costruire Insieme, di Infante e di Tarolli, quelli di Piattaforma Popolare di D’Ubaldo, Merlo, Sanza e delle diverse e sparse DC con le quali è indispensabile riprendere il dialogo. Ce la faremo? Credo sia una delle ultime possibilità, dopo la quale, il tema della ricomposizione politica dell’area cattolica sarà oggetto di svolgimento, forse, dei nostri nipoti.
Ettore Bonalberti
Venezia, 19 Agosto 2023
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Riprendiamo la proposta della macroregione del NordEst
Sono trascorsi più di duemila giorni dal referendum veneto per l’autonomia e i segnali che giungono dal governo della destra meloniana non offrono alcuna speranza, nonostante le minacce del ministro Calderoli, che si è così espresso: “se non passa l’autonomia differenziata lascio la politica e, stavolta, non come Renzi”.
Pur comprendendo alcune delle obiezioni che gli amici delle regioni meridionali sostengono, nel timore che, con l’autonomia differenziata, prevista dalla Costituzione, si possano creare situazioni, peraltro già esistenti, di forte differenziazione in Italia su alcune materie rilevanti come: scuola, sanità e servizi, vorrei evidenziare che la mia Regione è una delle poche che nel suo Statuto, approvato con legge regionale n. 340 del 22 Maggio 1971, si parla esplicitamente di “popolo veneto”.
A quel giudice della Corte Costituzionale (nella quale il compianto avv. Ivone Cacciavillani si era presentato poco tempo fa a sostegno delle tesi della Regione Veneto contro il ricorso presentato al governo centrale sulla legge regionale per l’autonomia veneta) il quale, sentendo parlare di “autogoverno del popolo veneto”, intervenne in modo assai poco consuetudinario, durante l’arringa del difensore, affermando che: “ in quest’aula si può parlare solo di popolo italiano”, il Nostro replicò, con un efficace proverbio veneto: “la bocca la si lega solo ai sacchi”. Una felice espressione del nostro dialetto che, con le rigorose argomentazioni giuridiche esposte da Cacciavillani, favorì la vittoria in giudizio del Veneto.
Ora siamo a un punto morto e credo che, come abbiamo proposto alcuni anni fa, proprio insieme all’avv. Cacciavillani e all’amico On Domenico Menorello, si dovrebbe riaprire il tema della macroregione del Nord Est, nel quadro di una più ampia riforma in senso federale del nostro Paese.
L’Italia vive la realtà istituzionale regionale diversa tra cinque Regioni a statuto speciale e 15 regioni a statuto ordinario; 20 Regioni che hanno raggiunto un livello di costi non più sostenibile dal bilancio nazionale
Una congerie di competenze accumulate in maniera confusa e progressiva: dai decreti delega che, dal 1977, hanno affidato alle regioni molte competenze amministrative, alle caotiche funzioni relative al controllo del territorio, ripartite e spesso rimpallate tra regioni, città metropolitane e comuni, sino al decentramento delle leggi Bassanini e alla modifica del Titolo V della Costituzione con l’invenzione delle competenze concorrenti, fonti del caos permanente dei ricorsi presso la Corte Costituzionale. E’ questa la triste realtà in cui versa il nostro regionalismo permanendo l’ormai incomprensibile, iniqua e anti storica differenziazione tra regioni a statuto ordinario e regioni a statuto speciale.
Se a questo gravissimo ircocervo istituzionale si aggiunge una sostanziale irresponsabilità amministrativa delle Regioni che vivono una schizofrenica situazione, tra competenze dirette in materia di spesa e competenze pressoché nulle in materia di entrate, in larga parte derivate dallo Stato, e, dulcis in fundo, gli immorali comportamenti sperimentati con i casi di corruzione-concussione e scandalo di rimborsopoli o di cattiva gestione come in alcune regioni, appare pressoché impossibile difendere l’attuale assetto istituzionale regionale.
Della lezione regionalista sturziana si è data un’interpretazione fuorviante che si è accompagnata da un esercizio distorto delle competenze che, in origine, avrebbero dovuto restare quelle di legislazione, programmazione e controllo e che, viceversa, sono diventate sempre più funzioni di gestione diretta e indiretta attraverso una congerie di enti e aziende partecipate che concorrono in larga misura all’enorme deficit strutturale dell’Italia.
Di qui la necessità di ripensare al nostro assetto istituzionale, ricollegandoci a una corretta interpretazione del pensiero regionalista sturziano e alla lezione del prof Miglio che, per primo, teorizzò l’idea delle macroregioni come possibile soluzione al complesso e disorganico processo di formazione storico politica dell’unità nazionale.
Sostenitori della tesi del prof Miglio, da anni proponiamo in Italia il passaggio dalle attuali 20 regioni a 5- 6 macroregioni. Fu presentato a suo tempo una proposta di legge da parte di due deputati PD, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, che prevedeva la riduzione delle attuali 20 regioni a otto regioni così individuate: Regione Alpina (Piemonte-Liguria – Val d’Aosta)-Lombardia- Regione Triveneto- Regione Emilia-Romagna-Regione Appenninica- Regione Adriatica- Regione Roma Capitale- Regione Tirrenica-Regione del Levante-Regione del Ponente- Regione Sicilia-Regione Sardegna. Insomma la proposta sembrava cominciare a farsi strada.
Nel Veneto, in speciale modo, viviamo l’ormai insostenibile condizione di terra di confine con due regioni a statuo speciale quali il Friuli Venezia Giulia e il Trentino Alto Adige.
E’ stata l’intuizione dei democratici cristiani veneti a sviluppare agli inizi degli anni’80 l’idea di Alpe –Adria, nella concezione berniniana dell’”Europa delle Regioni”, nella quale un ruolo trainante poteva e doveva essere assunto dall’area del Nord-Est o del Triveneto.
Esaurita la falsa prospettiva dell’indipendenza del Veneto e ridotte al lumicino quelle sull’autonomia differenziata, assai più realistica può diventare quella della costruzione della macroregione del Nord-Est o del Triveneto.
Non si tratta di togliere o ridurre l’autonomia che, seppur in maniera diversa, godono oggi il Friuli V. Giulia e il Trentino Alto Adige, ma, di spalmare su tutte e tre le regioni la stessa autonomia.
Ci soccorrono due articoli della nostra Costituzione ai quali possiamo ricorrere:
Articolo 116 (vedi ultimo comma)
Il Friuli Venezia Giulia [cfr. X], la Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto Adige/Südtirol e la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste dispongono di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale.
La Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol è costituita dalle Province autonome di Trento e di Bolzano.
Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata. E’ la strada intrapresa giunta nell’attuale stand by.
Articolo 132
Si può con legge costituzionale, sentiti i Consigli regionali, disporre la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove Regioni con un minimo di un milione d’abitanti, quando ne facciano richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse [cfr. XI].
Si può, con l’approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati espressa mediante referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Provincie e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad un’altra.
Questa dell’art.132, è l’ultima possibilità che ci rimarrebbe da sostenere, anche attraverso il referendum consultivo, certamente privo di efficacia giuridica concreta, ma dall’indubbio valore politico, sull’autonomia del Veneto.
E’ tempo di passare dalle parole ai fatti e procedere secondo le strade indicate dalla nostra Carta costituzionale.
Ettore Bonalberti
Venezia, 11 Luglio 2023
- Agli amici dell’associazione “ Tempi Nuovi-Popolari uniti”, alla vigilia dell’assemblea convocata a Roma Venerdì 14 Luglio p.v., ho inviato la lettera allegata:
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Cari amici, - seguo con molta attenzione la vostra iniziativa del prossimo 14
Luglio che, come indicato dall’amico Fioroni, si pone l’obiettivo della
ricomposizione politica dell’area cattolica democratica e cristiano sociale.
Un obiettivo che perseguo anch’io da molto tempo, da “ DC non pentito”, e che condivido con quanto l’amico Giorgio Merlo scrive su Il Domani d’Italia, ossia di favorire il progetto di un centro nuovo della politica italiana, alternativo alla destra nazionalista e sovranista, distinto e distante da una sinistra che si va ricomponendo su posizioni estreme e radicali, lontane e incompatibili con i nostri valori.
Eredi della migliore tradizione dei padri DC e Popolari, fondatori dell’Unione Europea: De Gasperi, Adenauer, Monnet, Schuman, intendiamo sostenere l’idea di un’Europa federale ispirata da quei principi, nella quale torni a prevalere il primato della politica, oggi ridotta a un ruolo subalterno alla finanza e all’economia, nel tempo dei dominio dei poteri finanziari nell’età della globalizzazione.
Obiettivo primario dovrà essere quello di impegnarsi a costruire una lista unitaria delle diverse anime dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale, indispensabile in un passaggio elettorale guidato da una legge di tipo proporzionale con preferenze e tenendo presente lo sbarramento esistente per l’elezione dei deputati al parlamento europeo.
Ragioni legate alla mia età, che esclude ogni velleitaria presunzione di candidature e/o ruoli diversi da quello di “osservatore timidamente partecipante”, capace solo di fornire eventuali “buoni consigli”, non potendo nemmeno più “dare dei cattivi esempi”, non mi consentono di essere con voi a Roma al vostro importante appuntamento. Sarò presente, tuttavia, con tutto il mio cuore, garantendo il mio sostegno alla lista che riuscirete a formare.
Avanti, dunque, sempre da Liberi e Forti, nel solco tracciato dai nostri padri: Sturzo, De Gasperi, Moro, Zaccagnini, Galloni, Granelli, Misasi, Marcora, Donat Cattin, Bodrato e tanti altri con cui abbiamo compiuto un lungo tratto del nostro impegno politico.
Ettore Bonalberti
Venezia, 6 Luglio 2023
Con alcuni amici, abbiamo riflettuto da tempo su com’è strutturata la società occidentale dominata dal turbo capitalismo finanziario e siamo giunti ad una conclusione, che desideriamo porre alla tua attenzione per avere una tua cortese opinione.
La conclusione a cui siamo arrivati prevede che una politica orientata al cambiamento, per essere efficace, deve essere attuata in due fasi.
Una Politica prima alla portata della società civile (denominabile perciò Metapolitica) da questa attuata attraverso un adeguato strumento la cui diffusione sia socialmente desiderabile e il cui “sottoprodotto” consista, di conseguenza, in un consenso elettorale per le forze politiche che patrocinano la detta Metapolitica.
Una Politica seconda attraverso la quale le forze politiche in questione, forti del menzionato consenso elettorale, potranno attuare le riforme che rendono il sistema economico più etico.
Detto questo, se è oramai evidente che gran parte dei mali che affliggono l'intero ecosistema provengono dal sistema economico e sociale capitalista, oramai degenerato conformemente al suo DNA, è altresì evidente che occorre urgentemente sostituirlo...con qualcosa di migliore.
In che modo?
Visti i danni che hanno caratterizzato i sistemi nati da “rivoluzioni”, ad es. Francese e Bolscevica (comunque oggi, fortunatamente, impossibili in Occidente), è alquanto evidente che un cambiamento salvifico non può che venire da una opportuna “metamorfosi”, cioè da un cambiamento interno, più o meno rapido, al livello delle “singole cellule” del sistema, oltretutto la sola oggi non solo possibile ma anche di una banalità sconcertante (!), quantomeno sul piano concettuale.
Da notare, però, che le “singole cellule”, sopra menzionate, NON SONO, contrariamente a quanto qualcuno vuol far credere, le singole persone: si tratterebbe di una via impraticabile!
Si tratta, invece, di singoli “beni e servizi” di consumo famigliare di prima necessità : un “segreto” di cui nessun economista vi parlerà, sia esso in buona fede (per ignoranza) o cattiva fede (per divieto da parte dei suoi “padroni”).
Vediamo meglio.
Consideriamo che gran parte dei detti beni e servizi possono essere prodotti:
A - sia per essere destinati a terzi (“valori di scambio” oggetto di compravendita sul Mercato).
Qui siamo nel Paradigma dell'Eteronomia dove (teoricamente) vige la concorrenza fra produttori (aziende composte da Lavoro e Capitale dove quest'ultimo generalmente predomina: da cui l'appellativo Capitalismo) e dove il “pesce grande” mangia il “pesce piccolo” (la concorrenza, ipotizzata nella teoria, va scemando nella pratica, con conseguente concentrazione della ricchezza in poche mani).
B - sia per consumo proprio (“valori d'uso” destinati alla collettività produttrice, quale una famiglia o, in Occidente, una Cooperativa di auto-produzione, cioè una Mutua). Le collettività qui in questione sono quelle private : quelle pubbliche (costituite dai cittadini di Comuni, Regioni e Nazioni) sono vocate all'auto-produzione di servizi collettivi, indivisibili, come ad es. l'ordine pubblico, erogati gratuitamente e finanziati con la fiscalità.
Qui siamo nel Paradigma dell'Autonomia dove vige la solidarietà: non c'è competizione né interna (fra il Capitale e il Lavoro) né esterna (fra le diverse collettività auto-produttrici che tenderanno, anzi, a collaborare dato che “l'unione fa la forza”).
Ed ecco, finalmente, il modo (il solo) attraverso il quale si può cambiare il sistema economico e sociale in senso favorevole all'ecosistema:
“Occorre provocare una sua metamorfosi , attraverso una Metapolitica attuata dalla società civile, consistente nel trasferimento di un certo numero di beni e servizi di prima necessità dal Paradigma dell'Eteronomia a quello dell'Autonomia. E questo realizzando inedite Cooperative di auto-produzione (Mutue) multi-attività, denominate Convivi, caratterizzate, proprio grazie alla multi-attività, da una presenza relativamente elevata di soci-lavoratori (oltre che utenti). Tali Cooperative sono destinate a diffondersi ovunque coesistano “risorse produttive inutilizzate” , lavoro in primis, e “bisogni essenziali non soddisfatti”. Seguendo questa via, implicante la (re)localizzazione di molte attività produttive, ad esempio dell'agroalimentare, può essere eliminata l'inattività involontaria in un sistema economico, dove permane la libera iniziativa, e che tende alla sostenibilità ambientale, oltre che sociale.
Si ricordi qui la “profezia” di Alexander Langer: “La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile”.
Detto altrimenti: la conversione ecologica potrà aver luogo non tanto per una diffusa, quanto illusoria, responsabilità sociale implicante un costo individuale (una strada in salita), bensì seguendo una via, ad oggi occultata (!), che porta all'interesse collettivo (comprendente la conversione ecologica) attraverso il perseguimento dell'interesse individuale tra cui un reddito da lavoro per chiunque lo desideri (una strada in discesa).
La Metapolitica imperniata sulla diffusione dei Convivi, attuabile dalla società civile, mira proprio alla sostenibilità socio-ambientale attraverso una particolare metamorfosi del sistema.
Da notare che una tale metamorfosi è non solo alla portata della società civile, ma quest'ultima è anche la sola che può attuarla (beninteso con la normativa vigente perché, in caso contrario, essa sarebbe alla mercé della “Politica seconda” la quale è nelle mani di chi dispone degli organi d'informazione e cioè dei fautori del rovinoso status-quo).
In altre parole le principali aspirazioni di una società, e cioè la piena attività permanente (disoccupazione zero) e la libera iniziativa economica, ottenute nel rispetto della natura (pilastri della Dottrina sociale cristiana), considerate inconciliabili (sic!) dalla cosiddetta “Scienza economica” in quanto questa dà per scontata la sola presenza del Capitalismo (da cui il dogma del TINA-There Is No Alternative, colossale “fake news” dei nostri tempi!), sono esclusivo appannaggio di una Metapolitica (Politica prima), attuabile dalla società civile, e NON della Politica seconda, fosse anche impostata democraticamente, vocata unicamente alla formulazione delle norme.
I Partiti politici che approvano gli obiettivi della detta Metapolitica ispirata alla“ Ideologia” cristiana, potranno fare, al più, da Patrocinatori, incorporando tale ruolo nel loro programma (mettendo così in pratica la Sussidiarietà, altro pilastro della Dottrina sociale cristiana) raccogliendo in tal modo il consenso elettorale, che costituisce il prezioso “sottoprodotto” della detta Metapolitica , e utilizzandolo a buon fine.
Domande ricorrenti (D) & Risposte ultra-sintetiche (R)
Per approfondimenti si rinvia alla documentazione disponibile gratuitamente, su richiesta, all'indirizzo: gianfranco.trabuio@gmail.com.
D1: Se l'auto-produzione riguarda beni e servizi già disponibili sul mercato (es. una casalinga che si mette a produrre pane per la propria famiglia), non è che la nuova attività (in ambito auto-produttivo/Autonomia) sostituisce una attività preesistente sul mercato (Eteronomia), dando luogo ad un “buco nell'acqua” in termini occupazionali?
R1: No. La famiglia della casalinga non riduce la sua domanda (spesa) sul mercato ma la trasforma (es. meno pane e più servizi culturali), trasferendo occupazione sul mercato (dal comparto della panificazione a quello culturale). Cosicché la nuova attività, seppur informale, della casalinga è aggiuntiva nel sistema. Questo vale, ovviamente, anche per la nuova attività, formale in tal caso, avente luogo nei Convivi.
D2: Con un numero così ridotto di beni e servizi, di fatto quelli auto-prodotti in un ambito famigliare tradizionale, come si può impattare efficacemente sul sistema?
R2: Questi beni e servizi sono sicuramente pochi ma coinvolgono un grande numero di famiglie (quasi tutte). Anche i soci essenzialmente utenti, infatti, si sentiranno coinvolti, alla prova dei fatti, se il rapporto prezzo/qualità (accertabile) sarà favorevole. Ciò dovrebbe tradursi in un conseguente consenso elettorale per le forze politiche che patrocinano la Metapolitica in questione, in vista di una uscita dal Capitalismo degenere. Il che dovrebbe permettere di ridurre la pressione delle grandi imprese sulla Politica, la quale potrà finalmente renderle più etiche sia sul piano sociale che ambientale.
D3: Come mai una tale Metapolitica non è stata ancora attuata... e nemmeno avviata?
R3: Perché non esiste ancora:
né un soggetto Patrocinatore, la cui funzione consiste nell'apportare le risorse umane alla base della compagine societaria delle Cooperative di auto-produzione multi-attività (a cominciare da una prima realizzazione sperimentale che, una volta finalizzata, possa servire da “prototipo” per una diffusione di tale modello standard sul territorio)
né un soggetto Attuatore, idealmente un consorzio di piccole imprese commerciali avente nel suo ambito competenze diverse (informatica, architettura, gestione aziendale, credito), la cui funzione è di apportare le risorse materiali, il “core business” del quale consiste nella fornitura di servizi agli investitori proprietari degli spazi produttivi dati in affitto alle cooperative di auto-produzione.
D4: Siamo sicuri che la produttività di queste Cooperative sia tale da rendere vantaggiosi gli acquisti, in termini di rapporto prezzo/qualità, da parte dei soci?
R4: Si. In quanto l'intero circuito di produzione-consumo è programmato a tal fine. La prima realizzazione sperimentale serve a definire correttamente i vari aspetti: tipologie di beni e servizi, loro modalità di produzione, numerosità dei soci lavoratori e/o utenti... tutti fattori collegati). Tale convenienza agli acquisti è, oltretutto, destinata ad accrescersi, con la diffusione dei Convivi rendendo possibili acquisti in comune di input di produzione o, per alcuni di essi, una auto-produzione consorziata.
D5: La diffusione dei Convivi è garantita?
R5: Si. In effetti oltre alla citata convenienza a diventare soci lavoratori e/o utenti e alla convenienza per i risparmiatori ad investire nelle strutture produttive date in affitto ai Convivi (imprese non soggette a “mortalità” come quelle del contesto concorrenziale), la loro diffusione è facilitata dalla loro sostenibilità economica (non necessitano di fondi pubblici), dal loro carattere standard molto importante nella gestione (la quale costituisce un fattore essenziale per ogni impresa) e, soprattutto, dalla non necessità di innovazione, di prodotto e di processo (producono beni e servizi correnti con procedimenti ordinari), la quale risulta invece essenziale (e spesso purtroppo illusoria) per le start-up del contesto concorrenziale.
Vorremo tentare di sperimentare i convivi citati nella realtà di Mestre-Marghera, il tuo contributo critico costruttivo, sarebbe quanto mai prezioso. In attesa di leggerti gradisci i più cordiali saluti.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti- www.alefpopolaritaliani.it)
Venezia, 3 Luglio 2023
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Dopo il forum di Padova: che fare, a partire dal Veneto un tempo “ bianco”?
Ho partecipato al forum organizzato a Padova, Domenica scorsa, da Il Giornale del Veneto, diretto dall’amico Dino Bertocco, sul tema: Civismo, Popolarismo, Sussidiarietà. Dopo la relazione iniziale, quanto mai coinvolgente, di Paolo Giaretta e la sintesi introduttiva di Bertocco, erano molto attesi gli interventi delle due ex ministre: Mariastella Gelmini ( Azione –Calenda) e Elena Bonetti ( Italia Viva- Renzi). Interpreti qualificate del pensiero cattolico, hanno entrambe sostenuto la necessità dell’impegno per ricomporre la più ampia unità tra le culture di ispirazione liberal democratica e riformista con quella della tradizione popolare, riconosciuta come fondamentale della loro formazione politica.
Nel mio intervento ho evidenziato la positività di queste affermazioni, che hanno fatto seguito alle ultime svolte da Calenda, poiché superano quella che, con una certa ironia, avevo connotato come una sorta di “azionismo de noantri”, espressione di una cultura radicaleggiante anti cattolica e anti popolare, che, se fosse confermata, condannerebbe quell’esperienza a una condizione di permanente minorità.
Siamo alla vigilia di due importanti scadenze politico elettorali: le elezioni per il rinnovo del parlamento europeo e di alcune realtà regionali, mentre tanto il terzo polo che la nostra frastagliata area cattolico democratica, liberale e cristiano sociale, sono accomunate dall’opposizione alla destra sovranista e nazionalista a dominanza di Fratelli d’Italia, e dalla distinzione e distanza da una sinistra oggi avviata sulla strada di una progressiva radicalizzazione, come confermato dal recente incontro di Campobasso della Schlein con Conte e Fratoianni.
Se l’obiettivo strategico è fissato sull’esigenza di un’alternativa concreta al governo della destra in Italia, i passaggi intermedi delle europee e regionali, favoriscono, col sistema proporzionale, una nostra possibile e doverosa ricomposizione, premessa indispensabile per concorrere alla formazione di un più ampio centro plurale con le culture politiche liberal democratiche e riformiste come è emerso dal forum di Padova. Un autentico spartiacque della politica per noi veneti da cui intendiamo ripartire. Positivo ciò che si è avviato con la piattaforma popolare 2024 dagli amici Tarolli e D’Ubaldo.
Nella nostra Regione del Veneto stiamo vivendo un momento molto delicato del partito che dal 2010 ha assunto la guida del governo regionale. La Lega ha appena eletto segretario il giovane Stefani, battendo nettamente il pur bravo Manzato, espressione più vicina all’impostazione tradizionale del leghismo veneto, cui è mancato l’apporto indispensabile del gruppo dell’assessore Marcato, che aveva denunciato il clima di violenza in cui si erano svolti i congressi provinciali. Il caso delle dimissioni del sindaco leghista di Castelfranco veneto si aggiunge alle denunce di Marcato, per cui sembra si stia verificando la teoria paretiana delle volpi e dei leoni: le volpi leghiste della prima ora si sono lentamente trasformate nei leoni che, certo dispongono del potere derivante dal controllo assoluto regionale e di molti enti locali, ma, come ha denunciato Marcato, difettano “ nella testa, nei piedi e nel cuore”. L’assessore regionale padovano intendeva rilevare la carenza strategico tattica del partito, il venir meno dell’impegno diffuso sui territori, e una passione civile che non è più quella dei tempi eroici della prima ora della Liga Veneta.
Credo vada fatta una seria riflessione sulla Lega Veneta, considerato che i cinquant’anni della vita regionale sono contrassegnati dagli oltre venti anni di egemonia dominio della DC (1970-1995) con l’intervallo giunta Pupillo ( 1993-94); il quindicennio infausto di Galan (1995-2010) ( quello del: “Il Veneto sono io”), e i tredici anni ( 2010-2023) del presidente Zaia tuttora in atto.
Guai se riducessima la nostra analisi a una semplificazione eccessiva del fenomeno leghista.
Sarebbe utile un seminario sul Veneto a oltre cinquant’anni dall’istituzione regionale: dall’egemonia DC a quella leghista (2010-2023) che segue i quindici anni di guida di Galan ( 1995-2010), oggi insidiata dalla destra e con una partecipazione elettorale passata dal 94,6 % degli anni ’70 al 66,4 % degli anni’70 a poco più del 50% oggi
Partiamo da una prima considerazione: il Veneto era bianco finché la società civile era bianca dominata dalla cultura delle parrocchie. Mutamento nel contesto socio culturale religioso dei veneti e mutamenti politico elettorale. Dalla religione di senso comune all’autonomia del credere…. Una commissione di studio da me coordinata formata dai proff. Nicola Berti, storico, Ulderico Bernardi, sociologo, e Ferrucio Bresolin, economista, fu organizzata dalla DC veneta a metà degli anni ’80, al verificarsi dei primi smottamenti elettorali verso la Lega specie nell’area pedemontana del Veneto. Partiva dalla realtà artigiana, contadina e commerciale quel disimpegno dal voto alla DC, identificata come responsabile di “ Roma ladorna”.
La Lega, che assume l’egemonia-dominio dal 2010 in poi, non riesce tuttavia a imporre un proprio modello culturale incentrato sulla primigenia idea della “veneticità”: il basso continuo, in senso metaforico, rappresentato dal cattolicesimo, nonostante i colpi subiti a causa della secolarizzazione, esercita ancora una discreta influenza, mentre invece “il venetismo” della Lega si limita a mettere il cappello ( ideologico) sulla vitalità linguistica e dei costumi popolari che la società veneta continua ad esprimere.
Dal Comitato regionale per la programmazione economica alla programmazione come metodo d’ intervento in concorso dello Stato: il ruolo dell’IRSEV ( Prof Innocenzo Gasparini) sua soppressione nel 1992 al Programma Regionale di sviluppo e al Piano territoriale di coordinamento, sono le esperienze introdotte dai governi DC del Veneto; esperienze che permangono nella nuova situazione a dominanza leghista, caratterizzata dagli impegni derivanti dall’Unione Europea ( PRS-FESR)
Il percorso legislativo e amministrativo regionale andrebbe analizzato tenendo presente l’evoluzione della società, dell’economia, della cultura venete intervenute dal 1970 a oggi.
Il Ruolo della “famiglia impresa” dagli anni antichi e sino a oggi : dai metalmezzadri degli anni ’60-70, anche nelle nuove professioni rimane la famiglia come centro di autofinanziamento e di risparmio,
Osserviamo che, dopo oltre 2000 giorni dal referendum vinto per l’autonomia, si è ancora al surplace per l’autonomia differenziata, che vede scarse possibilità di concreta realizzazione.
Persa la battaglia per l’autonomia, cosa rimane, allora, se non alcuni valori originari discendenti dalla cultura familiare di origine bianca in larga parte ereditata da molti dei dirigenti e quadri della Lega, che abbiamo personalmente sperimentato nell’appoggio ricevuto nella battaglia vinta dal comitato dei Popolari per il NO alla deforma costituzionale renziana ?
Credo che esistano le condizioni per una svolta nella politica del Veneto, se, come ci auguriamo anche dopo l’incontro di Padova, riusciremo a costruire un’ampia alleanza popolare, liberale, socialista e repubblicana , ossia un centro alternativo alla destra nazionalista e sovranista che, anche nel Veneto, sta erodendo consensi alla Lega e a ciò che rimane di Forza Italia dopo la scomparsa di Berlusconi, capace di rappresentare gli interessi e i valori di quel 50% di elettorato che anche nel Veneto è renitente al voto.
Un centro, terzo polo, che, come confermato Domenica scorsa al forum, non può ridursi a una rappresentazione tardo azionista, anticlericale e anti popolare, considerato che, nel Veneto, ancor più che nel resto del Paese, la cultura dei Popolari e dei democratici cristiani che hanno rappresentato quella dei fondatori della nostra Regione interpreti della migliore parte della nostra storia regionale, da Tomelleri a Bernini, sino a Bottin e a Frigo, rimane una di quelle ancora importanti nella nostra società, nonostante l’impetuoso fenomeno della secolarizzazione e del relativismo etico anche da noi così diffusi.
Ettore Bonalberti
Venezia, 26 Giugno 2023
Vogliamo provarci?
Caro D’Ubaldo, rispondo al commento con il quale hai presentato la mia nota ieri su Il Domani d’Italia, ripetendo quanto da me già scritto: le elezioni europee regolate dalla legge elettorale di tipo proporzionale con le preferenze e lo sbarramento al 4%, favoriscono, da un lato, il confronto tra le diverse culture politiche in campo, e, dall’altro, non obbligano a quelle alleanze cui sprona la legge elettorale maggioritaria, tanto a destra quanto a sinistra.
Per gli amici che si rifanno alla tradizione politica DC e popolare, si tratta di un’importante opportunità per verificare lo stato di rappresentanza che riusciamo ancora a svolgere, specie nei confronti di quel 50% di elettori renitenti al voto, che, da molto tempo, non trovano più risposte ai loro interessi e ai loro valori dai partiti del bipolarismo forzato destra-sinistra, oggi rappresentato, da un lato, a destra, dall’egemonia di Giorgia Meloni, specie dopo la scomparsa del Cavaliere, e, a sinistra, dalla Schlein, che guida il PD su posizioni radicali. Idee e proposte politiche quelle della leader del PD, che confliggono con i valori e i principi di larga parte dei Popolari che un tempo avviarono l’esperienza della Margherita e la confluenza nel PD, rivelatasi insostenibile.
Ecco perché credo sia opportuno rivolgere un invito a tutti gli amici dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale e a quanti militano nelle diverse realtà organizzate a livello territoriale, a un incontro, che potremmo svolgere anche in via telematica, per un primo scambio di idee, con l’obiettivo di concorrere tutti insieme alla formazione di una lista unitaria alle prossime elezioni europee.
Credo che la discriminante per detta formazione possa essere la scelta condivisa a sostegno dei principi ispiratori dei padri fondatori DC e Popolari dell’Unione europea e l’appartenenza al Partito Popolare Europeo.
L’obiettivo principale sarà quello di avviare il progetto di ricomposizione politica della nostra area, dopo la lunga stagione della diaspora scoppiata dopo la fine ingloriosa della DC ( 1993-2023). In secondo luogo, raggiungere e superare il 4 % dello sbarramento alle europee, necessario per eleggere qualche nostro rappresentante al Parlamento europeo. Obiettivo impossibile, se ciascuna delle nostre realtà organizzate pensasse di presentarsi con lista autonoma. Anche qualora non superassimo lo sbarramento, insieme, dopo il voto, rappresenteremo una realtà politica concreta, misurata sul campo, disponibile a scegliere programmi e alleanze per le elezioni regionali e nazionale, attraverso un congresso politico, da indire da un’assemblea nazionale, le cui modalità saranno da concordare circa i tempi e le condizioni della sua realizzazione. Qualcuno sta ipotizzando di ricomporre la vecchia casa della libertà ideata da Berlusconi, rimanendo nell’area del centro destra, oggi sempre di più destra-centro. Altri, addirittura, sognano di trasformare Fratelli d’Italia nella nuova DC. Ipotesi scellerata espressa da chi, da anni, utilizza rendite di posizioni per mera sopravvivenza politica personale.
Noi crediamo, invece, che sia indispensabile impegnarci tutti per la nostra ricomposizione, per la conferma dei nostri principi e valori, e, dopo, solo dopo, ci si porrà il tema delle alleanze politico programmatiche nazionale e di quelle regionali, da decidere con gli amici delle nostre realtà territoriali. Non comprendiamo le titubanze di chi, scottato dall’esperienza nel PD, ne è uscito, ma continua a ipotizzare l’idea di correggere la rotta di quel partito. Al riguardo gli amici Giorgio Merlo e Giuseppe Fioroni hanno scritto note importanti sulla fine di quell’esperienza. Ecco perché alla tua domanda: va bene la nostra unità, ma con chi? Rispondo così: con chi ci sta ed è pronto per questa sfida.
Cordiali saluti
Ettore Bonalberti
Roma , 16 Giugno 2023
Superare le divisioni, uniti al centro sui valori della dottrina sociale cristiana
Con la morte di Silvio Berlusconi il centro della politica italiana vivrà un profondo rivolgimento. La scelta al Cavaliere dell’adesione di Forza Italia al Partito Popolare Europeo, suggerita da Sandro Fontana e da don Gianni Baget Bozzo, fu una di quelle strategiche più importanti, che assegnarono al partito di Berlusconi un ruolo decisivo negli equilibri interni del partito europeo.
Non a caso Marcello Pera è intervenuto in questi giorni per sollecitare una scelta della Meloni e di Fratelli d’Italia sulla strada a suo tempo intrapresa da Berlusconi, nel momento in cui lo stesso PPE va alla ricerca di un partito forte italiano in sostituzione di Forza Italia, che sembrerebbe destinata a un’inevitabile erosione, se non drammatica implosione, tra filo meloniani e filo leghisti. Sbaglieremmo, però, come fa Travaglio e il Fatto Quotidiano a ridurre il partito del Cavaliere a un gruppo di potere che, dopo la morte di Berlusconi si dividerà tra Fratelli d’Italia e Lega. Ritengo, infatti, che l’essere Forza Italia l’unico partito italiano che si riconosce nel PPE, lasci uno spazio non solo di sopravvivenza, ma anzi di crescita in un nuovo partito PPE Italia che, superando Forza Italia, che da molti è stata vista come partito di gestione troppo personale, raggruppi tutte le forze di centro. Un partito nel quale, finalmente, trovi una sua concreta presenza, la componente di matrice cattolico democratica, liberale e cristiano sociale.
Ciò presuppone impegnarci tutti insieme a superare le nostre divisioni e a costruire la lista unitaria dei DC e Popolari alle prossime elezioni europee. Elezioni che, grazie alla legge elettorale con preferenze, ci libera dalla necessità di alleanze a destra o a sinistra. E’, d’altronde, evidente, che lo sbarramento al 4%, imponga l’unità di tutte le diverse anime della nostra articolata area politico culturale, considerando che, da soli, non si va da nessuna parte.
Se, alle europee, le discriminanti dovrebbero essere quelle dell’adesione senza riserve alle scelte euro atlantiche dei padri fondatori e l’appartenenza al Partito Popolare Europeo, alle prossime elezioni regionali e in vista di quelle politiche, l’obiettivo sarà quello di costruire un centro ampio e plurale nel quale possano confluire le grandi culture politiche che hanno fondato la repubblica: popolare, liberale, socialista e repubblicana. Un centro alternativo alla destra nazionalista e sovranista, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità, oggi ridotta alla condizione di un “ partito radicale di massa”. Alle regionali e alle politiche, dopo la verifica del voto europeo, questo centro ampio e plurale potrebbe rappresentare il rifugio di larga parte di quell’elettorato che da troppo tempo è renitente al voto, estraneo al bipolarismo forzato, favorito da una legge elettorale dimostratasi incapace di esprimere l’equilibrio reale degli interessi e dei valori presenti nella società italiana.
Sarebbe da suicidi non cogliere quest’opportunità e lasciare campo aperto all’iniziativa della Meloni e di Fratelli d’Italia, pronta a raccogliere parte importante dell’eredità politica di Forza Italia, e verso la quale molti dei “cattolici della morale” e dell’area più moderata hanno espresso sin qui adesione.
E’ tempo del coraggio e di raccogliere sino in fondo l’appello della lettera spedita nei giorni scorsi da Papa Francesco ai dirigenti del Partito Popolare Europeo, con la quale ha richiamato la necessità di rifarsi ai valori dei padri fondatori e ai principi essenziali della dottrina sociale cristiana.
Ettore Bonalberti
Venezia, 14 Giugno 2023
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Iniziativa Popolare per l'unità dei DC e Popolari
“Iniziativa Popolare”, gruppi di Democristiani e Popolari che favoriscono la nascita del nuovo soggetto politico di ispirazione cristiana, è tornata a riunirsi con lo scopo di dare seguito ai due incontri di Roma, del 19 Dicembre 2022 e del 13 Maggio scorso, ed a quelli tenuti da remoto negli ultimi giorni.
Nell’incontro di ieri hanno partecipato solo esponenti di chiara impronta centrista, né legati al centrodestra e né legati al centrosinistra.
Il nuovo soggetto politico, Iniziativa
Popolare, è formazione politica di centro, nasce come movimento a struttura
leggera, è aperto a nuovi gruppi politici e associativi simili, spazia nel
campo dell’astensionismo elettorale inteso non come luogo avverso alla politica
o apolitico, ma luogo politico che sceglie di non votare perché non si sente
rappresentato dalle destre e dalle sinistre. Iniziativa Popolare rappresenta
gli elettori assenti, anzi chiama ad un nuovo protagonismo attivo di presenza e
di partecipazione. Il web, il virtuale, conducono alla solitudine e facilitano
forme di individualismo libertario. Ogni persona attiva, invece, è in
ontologica relazione con gli altri ed è soggetto che favorisce identità,
appartenenza, solidarietà, progresso. Nei prossimi giorni verranno definiti gli
assetti temporanei di Iniziativa Popolare. Tra i promotori Ettore Bonalberti,
Mario Tassone, Pasquale Tucciariello.
Roma, 9 Giugno 2023
Un tentativo di metapolitica a Venezia
L’impegno politico dei cattolici italiani che permise il superamento della questione romana, portando sulla scena politica la realtà delle grandi masse contadine e dei ceti medi produttivi, insieme a una parte rilevante della classe operaia, fu sollecitato dagli orientamenti pastorali della Dottrina sociale cristiana (Dsc).
Dalla Rerum Novarum di Papa Leone XIII, alla Quadragesimo Anno di Papa Pio XII, Il PPI di don Luigi Sturzo prima e la DC di De Gasperi poi, furono i partiti storici di larga parte dei cattolici italiani e di laici cristianamente ispirati che realizzarono politiche rette dai principi di solidarietà e sussidiarietà e per la difesa dei valori non negoziabili della fede cattolica.
Fu così anche per la nostra quarta e ultima generazione DC, entrata nel partito al tempo delle encicliche giovannee, Mater Magistra e Pacem in Terris, e della Populorum progressio di Papa San Paolo VI, sino ai giorni della fine della DC( 1993) e l’avvio di quella tragica diaspora post DC tuttora in atto.
Nel frattempo, la società italiana che aveva vissuto la grande trasformazione da prevalentemente agricola a industriale e terziaria, con l’avvento della globalizzazione, si trova a fare i conti con la fine del NOMA ( Non Overlapping Magisteriae): il prevalere della finanza sull’economia reale e la subordinazione della stessa politica agli interessi dominanti rappresentati dagli hedge funds anglo caucasici-kazari, con sede operativa nella city of London e fiscale nello stato USA, del Delaware a tassazione fiscale zero. Poteri dominanti delle industrie energetiche, farmaceutiche, agro alimentari, della comunicazione e degli stessi sistemi bancari di larga parte del mondo occidentale.
Fenomeno quello della globalizzazione già analizzato dalla Centesimus Annus di Papa San Giovanni Paolo II, e, successivamente, dalle encicliche Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI e le ultime di Papa Francesco: Laudato SI e Fratelli tutti.
Costante il richiamo dei pontefici all’impegno politico dei cattolici, tanto più doveroso oggi che, dopo la lunga stagione della diaspora, stiamo vivendo una condizione di irrilevanza politica in un sistema caratterizzato da un bipolarismo forzato da una legge elettorale assurda e da un’astensione dal voto che colpisce oltre la metà del corpo elettorale.
Con gli amici Gerardi e Trabuio, responsabili del gruppo World-Lab di Venezia ( www.worldlabnetwork.ru) , da diverso tempo stiamo cercando di sviluppare un progetto di economia solidaristica, diversa da quella corrente di tipo turbo capitalistica dominata dalla finanza, coerente con le indicazioni pastorali della dottrina sociale cristiana..
L'avvio di tale progetto prevede la realizzazione pilota a Venezia, nella sede territoriale di Mestre-Marghera, di un’ inedita mutua multi-attivita', comprendente beni e servizi di prima necessità , denominata convivio.
La diffusione di tale mutua, dovuta all’indubbio interesse che ne traggono i soci, comprovato dall’odierna proliferazione di realizzazioni analoghe ( seppur tutte mono attività!), ma anche favorita dalla sua sostenibilità economica, dal suo carattere standard e dalla non necessità di innovazione (di prodotto e/o di processo) ne farebbe lo strumento di una metapolitica di ispirazione cristiana, cioè in grado di generare, al tempo stesso, nuova occupazione e solidarietà sociale concreta.
Se patrocinata da una coalizione di forze politiche di analoga ispirazione, farebbe di quest'ultima un possibile soggetto centrale assolutamente nuovo nello stantio panorama politico attuale (nel quale le due sponde politiche “contrapposte” corrono, come recentemente affermato da Massimo Cacciari, su “rotaie diverse di uno stesso binario”).
In effetti, la diffusione dei convivi alla base della detta metapolitica, implicando una nuova importante presenza del mutualismo (produzione di “valori d'uso”) a fianco del mercato (produzione di “valori di scambio”), avrebbe come effetto nientemeno che una metamorfosi del sistema economico e sociale rendendolo conforme alla Dottrina sociale cristiana i cui principali pilastri, considerati oggi incompatibili (sic) da una c.d. “scienza” economica, sono:
a) la disoccupazione zero permanente,
b) la libera iniziativa privata e
c) un ruolo sussidiario del settore pubblico.
E' così che la Dsc diverrebbe la stella polare per una “visione del mondo” (weltanchauung) oggi tragicamente mancante.
Per non cadere vittima, in fase elettorale, del “Capitolo quinto” (in dialetto veneto: chi che manovra l'informassion ga vinto) occorre, insomma, che la Coalizione sia portatrice di una Metapolitica dai grandissimi effetti tangibili fondata su una visione del mondo, come quella cristiana bimillenaria, ricca di valori etici e spirituali. Solo così, coadiuvata localmente da opportune associazioni di volontariato, potrà diventare un “soggetto mediatico” raccogliendo il meritato consenso che , successivamente, le consentirà di orientare la Politica in modo da completare la salvifica metamorfosi, diventata oramai urgente agli occhi dei più, cioè di una parte della società che va ben oltre (!) quella del “non voto”.
Un’utopia impossibile? Intesa nel senso di pensiero critico noi ci crediamo e ci vogliamo provare, altrimenti che senso avrebbe dirci cristiani oggi, nell’età della globalizzazione turbo capitalistica? Un’importante sfida per tutti i cattolici e per gli amici DC e dell’area popolare.
Ettore Bonalberti
Venezia, 8 Giugno 2023
Lista unitaria dei DC e Popolari alle europee?
Credo sia questa la domanda che molti amici dell’area cattolico democratica, liberale e cristiano sociale si stiano ponendo alla vigilia delle elezioni europee che si celebreranno nel 2024. Gli amici, cioè, che sono espressione e interpreti delle tre più importanti tradizioni che hanno caratterizzato la storia politica dei cattolici italiani.
La legge elettorale proporzionale, con preferenze e sbarramento al 4%, dovrebbe escludere ogni residua disponibilità a convergere in posizioni di risulta nelle liste di destra o di sinistra, se non nei casi dei soliti noti, pronti a tale “sacrificio” per il proprio particulare, ma, semmai, proprio il tentare di favorire il progetto di ricomposizione politica. Una ricomposizione che potrebbe avvenire dopo la lunga stagione della suicida diaspora post democristiana (1993-2023) tuttora in corso.
Purtroppo contro questa elementare evidenza permangono le antiche divisioni, non solo tra gli eredi della sinistra DC: quelli della sinistra sociale e della cosiddetta sinistra politica, ma quelli di sempre tra cattolici democratici e dell’area liberal conservatrice e, ancor più forti tra i cattolici della morale e i cattolici del sociale.
Se la frattura tra le due sinistre storiche della DC fu consumata nel Febbraio 1980 al XIV Congresso nazionale del partito, quello nel quale Carlo Donat Cattin presentò il cosiddetto “ preambolo”, che prese il suo nome, con il quale sosteneva che “ allo stato degli atti” non era possibile la collaborazione di governo col PCI; un documento che rovesciò le alleanze congressuali e mutò il corso della politica italiana. La frattura tra i cattolici della morale e i cattolici del sociale si è ulteriormente approfondita, dopo che il PD, con la segreteria Schlein, ha assunto sino in fondo i caratteri di quel “partito radicale di massa” profetizzati molti anni addietro dal prof. Augusto Del Noce.
Nel 1980 la divisione nella sinistra DC era tra i fautori dell’alleanza col PCI e quelli per la ripresa dei rapporti con il PSI di Craxi e dell’area socialdemocratica e liberal- repubblicana, mentre oggi si dovrebbe tener conto tutti della nuova realtà rappresentata da un governo della destra guidata dagli eredi dei post fascisti almirantiani, con l’egemonia della premier Meloni, assai attenta al rispetto di quei valori non negoziabili su cui confidano i cattolici della morale e molta parte dell’area liberal moderata dei vecchi elettori DC.
A me pare che, continuare a sostenere come un mantra il vecchio insegnamento degasperiano di “una DC che guarda a sinistra” se era comprensibile negli anni in cui il fronte popolare PCI-PSI rappresentava larga parte delle realtà operaia italiana, nella sicurezza di scelte euroatlantiche che tenevano il PCI di Togliatti-Longo e sino a Berlinguer ben lontano dal ruolo di partito di governo, andrebbe diversamente declinato oggi che l’avversario è rappresentato da una destra nazionalista e sovranista, non solo pronta a cavalcare, come giustamente sta facendo necessitata la Meloni, la scelta euro atlantica, ma, insieme, la difesa dei valori non negoziabili per la quale ha raccolto molti voti dell’area cattolica e continua a mietere consensi sia a livello nazionale che locale.
Ecco perché con gli amici di Iniziativa Popolare continuiamo a sostenere che, prima delle alleanze, utilizzando la legge elettorale proporzionale e le preferenze vigente per le prossime elezioni europee, il primo obiettivo da perseguire deve essere quello della ricomposizione politica della nostra area che vuol dire, puntare a costruire una forte compagine di centro ampio e plurale, alternativa alla destra nazionalista e sovranista, distinta e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. Ciò dovrebbe valere per tutti, e, in primis, proprio per quelli amici che dalla Margherita confluirono nel PD, per abbandonarlo dopo le tristi esperienze vissute recentemente. Per facilitare questo progetto, però, se si mette davanti la scelta preferenziale a sinistra non si riuscirà a comporre una lista unitaria insieme ai rappresentanti delle componenti moderate e dell’area dei cattolici della morale, indispensabili per puntare a un risultato positivo alle europee. Solo se uniti, ancora una volta, saremo forti e, probabilmente in grado di superare lo sbarramento del 4% previsto. Qualora non fossimo in grado di raggiungere quel risultato, all’indomani delle europee sapremmo finalmente, in ogni caso, la nostra consistenza elettorale nazionale e in sede locale e dopo, solo dopo, in un congresso nazionale del partito, potremo decidere in libertà e sulla base di un condiviso programma politico le alleanze. Certo il discrimine da condividere alle europee dovrebbe essere la scelta a sostegno del Partito Popolare Europeo, l’unica famiglia politica nella quale possiamo collocarci in continuità con la scelta dei padri fondatori: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman. Guai se favorissimo, con scelte divisive e miopi, il tentativo della Meloni di collegare i conservatori e la destra europea al PPE perché, a quel punto, di ricomposizione della nostra area politico culturale ne parleranno i nostri nipoti.
Ettore Bonalberti
Venezia, 6 Giugno 2023 ,
Prima il voto europeo uniti al PPE
Dopo l’infausta fine della prima repubblica, il centro era stato rappresentato dal “partito di plastica” del Cavaliere che, in alternativa alla gloriosa macchina da guerra occhettiana , conquistò la maggioranza del voto alle elezioni del 1994, sfruttando l’immagine di “ uomo nuovo” della politica italiana e i voti dei reduci del PSI e di molta parte degli ex DC.
Berlusconi, grazie alle sollecitazioni di Sandro Fontana e di don Gianni Baget Bozzo, suo intelligente mentore ideologico, scelse di allearsi a livello europeo con il PPE, di cui divenne uno dei più autorevoli leader per consenso elettorale e ruolo istituzionale. Oggi, dopo il voto di Settembre 2022, quella situazione è totalmente mutata e quello che un tempo era il centro destra a dominanza del partito di Forza Italia, è diventata un’alleanza di destra-centro egemonizzata dal partito di estrema destra di Giorgia Meloni, nel quale, nonostante le chiare scelte euro atlantiche compiute dalla presidente del consiglio, convivono molti esponenti di culture nazionaliste e sovraniste di nostalgici post e neo fascisti.
Ipotizzare alleanze a destra dei DC e Popolari legati alla cultura originaria democratico cristiana e popolare con tale maggioranza, a me pare solo possibile come scelta tattica, forse comprensibile a livello locale, ma assolutamente incompatibile in quello nazionale, considerate le distanze esistenti tra gli ideali e i valori che ispirano la destra meloniana da quelli propri della nostra tradizione sturziana, degasperiana e morotea .
Anche a sinistra, con un PD a dominanza della neo segretaria Elly Schlein, ridotto al ruolo di un “ partito radicale di massa”, la nostra incompatibilità è evidente. Una incompatibilità confermata dalle decisioni che amici, popolari ex Margherita, hanno compiuto, come Fioroni e altri, uscendo da un partito i cui valori, alla fine, sono risultati incompatibili con quelli fondanti della nostra cultura politica.
Qualcuno si era illuso sul terzo polo del duo Calenda-Renzi, ma proprio in questi giorni si è potuto vedere quanto le divisioni tra di loro siano profonde e che solo l’esigenza di conservare il supporto finanziario del gruppo parlamentare unificato, abbia rappresentato la condizione utilizzata e imposta da Renzi per il varo di una lista unitaria alle prossime europee.
Giorgio Merlo nella sua ultima nota su Il Domani d’Italia ( Il Centro è credibile se è credibile chi lo rappresenta), sulla base di un sondaggio del dr Lorenzo Pregliasco, confermerebbe la profezia di uno spazio elettorale attorno al 10 % a un centro che fosse equidistante dai due poli della destra e della sinistra, con personalità credibili alla sua guida.
Gli è che, da un lato, i cosiddetti cattolici della morale, flirtano con la destra già da molti votata, e, dall’altra, quelli del sociale, o sono coerentemente fermi al centro, come il sottoscritto e molti altri, o ripensano nostalgicamente a una nuova Margherita in formato 4.0, sempre con lo sguardo rivolto a quella sinistra da cui sono appena fuggiti, dopo la vittoria congressuale della leader statunitense nazionalizzata svizzera.
Ecco, se veramente fossimo tutti interessati, come affermato sia al Convegno del Parco dei Principi del 25 Febbraio che a quello del 13 maggio al teatro parrocchiale di San Lorenzo in Lucina, alla ricomposizione politica dell’area popolare: cattolico democratica, liberale e cristiano sociale, è evidente che, utilizzando finalmente alle prossime elezioni europee il sistema elettorale proporzionale con preferenze, l’unica scelta che dovremmo compiere è quella della formazione di una lista unitaria di tutte le componenti della nostra area, tanto quelle che fanno capo agli amici di Tempi Nuovi-Popolari uniti, che a quelle di Insieme e, infine, ma non meno decisivi, di Iniziativa Popolare con tutti gli amici a diverso titolo democratici cristiani e con tutte le diverse associazioni e movimenti che sottoscrissero il patto della Federazione DC e Popolari.
Ogni altra scelta che puntasse di andare ciascuno per proprio conto sarebbe miope e contro producente, giacché da sole, nessuna delle diverse formazioni potrebbe superare realisticamente la soglia minima obbligatoria prevista dalla legge elettorale europea per l’assegnazione dei seggi.
Unica discriminante per il voto europeo dovrebbe esser la comuna volontà di far parte della più ampia squadra del Partito Popolare Europeo, poiché tutti eredi del partito che, con De Gasperi fu, con Adenauer, Monnet e Schuman, tra i fondatori della compagine popolare europea, lasciando a un futuro congresso nazionale la decisione delle scelte politico programmatiche e delle alleanze sul piano interno italiano.
Ecco perché mi sento di rivolgere l’ennesimo appello a tutti gli amici delle diverse realtà politico culturali citate, affinché si rinviino le decisioni sulle alleanze e ci si impegni tutti uniti per dar vita a una lista unitaria dei DC e Popolari alle prossime elezioni europee, con l’obiettivo di riportare finalmente nel Parlamento a Strasburgo e a BXL, alcuni deputati rappresentativi della nostra cultura politica.
Ettore Bonalberti
Venezia, 26 Maggio 2023
Il linguaggio della verità
Ci sono molte iniziative di associazioni, movimenti, partiti, interessati alla costruzione di un nuovo centro politico dell’Italia, con particolare attività nella vasta e complessa area culturale e sociale cattolico popolare: democratica, liberale e cristiano sociale.
E’ prioritario il tema della ricomposizione politica di quest’area, considerata quanto mai necessaria per sviluppare un più ampio movimento politico alternativo alla destra nazionalista e sovranista, egemonizzata da Fratelli d’Italia, e al populismo grillino, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca affannosa della propria identità che, con la segreteria Schlein, ha assunto sempre più distintamente quella di un “ partito radicale di massa”.
Non saranno certo gli eredi della quarta e ultima generazione democratico cristiana, come la mia, che potranno assumere un ruolo da protagonisti, considerata l’età avanzata di noi tutti, consapevoli che: possiamo solo fornire dei buoni consigli, visto che non siamo nemmeno più in grado, fortunatamente, di offrire dei cattivi esempi. Il nostro ruolo, e dovremmo esserne tutti realisticamente consapevoli, può solo essere quello dei traghettatori, capaci di consegnare il testimone a una nuova generazione di donne e di giovani interessati a portare avanti gli interessi e i valori ispirati dai principi della dottrina sociale cristiana e della carta costituzionale repubblicana.
Se per la nostra generazione la nostalgia è in larga parte il sentimento che ha animato e sostiene la volontà di continuare a batterci, ai giovani delle nuove generazioni che si sono succedute, dopo la fine della DC, molti dei quali testimoni dei disastri della nostra diaspora politica (1993-2023), è invece indispensabile spiegare a loro che cosa sia veramente successo negli anni che portarono alla fine ingloriosa della prima repubblica.
Ho sintetizzato in questi punti le ragioni della fine della DC:
la DC è finita per aver raggiunto il suo scopo sociale: la fine dei totalitarismi di destra e di
sinistra contro cui si era battuto il movimento dei cattolici in un secolo di storia;
la DC è finita per il venir meno di molte delle ragioni ideali che ne avevano determinato l’origine, sopraffatta dai particolarismi egoistici di alcuni che, con i loro deteriori comportamenti, hanno coinvolto nel baratro un’intera esperienza politica;
la DC è finita per il combinato disposto mediatico giudiziario che l’ha travolta insieme agli altri partiti democratici e di governo della Prima Repubblica;
la DC è finita quando sciaguratamente scelse la strada del maggioritario, per l’iniziativa improvvida di Mariotto Segni, auspice De Mita in odio a Craxi e Forlani, abbandonando il tradizionale sistema proporzionale che le garantiva il ruolo centrale dello schieramento politico italiano.
E, soprattutto, ed è la cosa più grave e incomprensibile, la DC è finita senza combattere. Con una parte, quella anticomunista, messa alla gogna giudiziaria, e quella di sinistra demitiana succube e imbelle, alla mercé dei ricatti della sinistra giustizialista.
E finivo affermando che “la DC è finita e nessuno sarà più in grado di rifondarla”, consapevole che la nostalgia, nobile sentimento romantico, ma regressivo sul piano politico, culturale ed esistenziale, può rappresentare un fattore servente, forse necessario, ma, certo, non sufficiente per ricostruire alcunché.
Alla fine della DC concorsero pure alcune nostre gravi colpe e inadempienze:
• la mancanza di una vera trasmissione della fede e dei valori nel costruire la città dell'uomo ( scarsa applicazione laica della Dottrina sociale della Chiesa);
• la mancanza di sostegno forte alla famiglia specie a quelle con più figli;
• la mancanza di riconoscimento sociale alle casalinghe;
• la mancanza di formazione dei giovani nella fede religiosa, nella passione e fede politica;
• la quiescenza nei confronti della criminalità' organizzata;
• la tiepida lotta alla corruzione dei politici e dei burocrati, nella quale concorsero, ahimè, anche molti amici del nostro partito;
• la tiepida lotta all'evasione fiscale;
• la scarsa cultura per la responsabilità, per la meritocrazia e le difficoltà nel ricambio del ceto politico;
• l’ eccesso di sprechi per creazione di enti inutili;
• il cumulo esagerato nel cumulo di incarichi pubblichi ;
• la poca attenzione a sostenere programmi per la ricerca e l'innovazione, ma solo finanziamenti a pioggia per progetti talora fasulli e opere mai completate;
• i pochi o nessun investimento su risorse della PA da mandare all'UE;
• lo scarso utilizzo dei fondi europei senza follow up sui finanziamenti ottenuti dai progetti italiani;
• gli enormi investimenti senza controllo nella Cassa del Mezzogiorno;
• l’ eccesso di appiattimento nell’ accettare e condividere le richieste dei comunisti con gravi oneri per le finanze pubbliche
Insomma abbiamo consapevolezza delle nostre colpe, dei nostri errori e dei nostri limiti e, non a caso, dopo quell’esperienza è arrivata la diaspora e la frantumazione dei democratici cristiani nelle piccole formazioni a diverso titolo ispirate alla Democrazia Cristiana.
Sono, però, convinto che sia indispensabile approfondire le ragioni più profonde geo politiche e economico-finanziarie internazionali che concorsero a determinare quella fine.
E’ necessario compiere quello che non abbiamo saputo o non abbiamo voluto fare; un processo alla storia di quegli anni tormentati e drammatici, cercando di ricostruire i passaggi più dolorosi, chiedendoci: chi ha ucciso Aldo Moro? Chi ha ucciso politicamente amici autorevoli come Giulio Andreotti e Calogero Mannino? Perché Martinazzoli fece la scissione, sbagliando persino i modi giuridici del passaggio da DC a PPI? Perché alcuni dei nostri amici, come Casini e Mastella corsero in fretta alla casa di Berlusconi?
Quanto al caso Moro, non v’è dubbio che alle tante ragioni messe in evidenza seppur non in maniera esaustiva dalle tante commissioni d’indagine parlamentari, furono alcune scelte di politica economica e finanziaria, destinate a indebolire il ruolo dominante dei poteri finanziari internazionali, le concause che spinsero il progetto di eliminazione del leader della DC italiana. Aldo Moro, infatti, stava ledendo con la sua zione politica gli interessi delle grandi famiglie luterane di origine tedesco orientali ( Rothshild/ Rockfeller/J.P. Morgan) di cui Kissinger è membro e rappresentante, dato che intendeva:
-cancellare con un colpo di penna, senza pagarlo, il debito di guerra del Tesoro italiano verso le banche (Casse di Risparmio) controllate dai Rothshild/ Rockfeller (J.P. Morgan). Alla sua morte infatti il debito del Tesoro verso le Casse di Risparmio non fu più cancellato con un colpo di penna, produce tuttora interessi;
-stampare con le BIN (banche d'interesse nazionale che erano pubbliche) una prima tranche di 5 miliardi di euro di banconote cartacee da 500 lire per finanziare le opere pubbliche. Alla sua morte infatti le 500 lire in banconote cartacee non furono stampate dalle BIN;
-non voleva inoltre che Banca d'Italia fosse estromessa dall'acquisto dei titoli di Stato che rimanevano venduti . Alla sua morte, infatti, Banca d'Italia fu estromessa dall'acquisto dei BTP rimasti invenduti, l'Italia cedette al ricatto dei Rothshild/ Rockfeller " se vuoi che ti compri i titoli di stato rimasti invenduti, pagami interessi”.
E, sempre sul piano della geopolitica, andrebbe meglio studiato, quanto accadde nel 1992 sul panfilo Britannia. Scrisse al riguardo il compianto Marcello Di Tondo:
Il modello di un capitalismo finanziario dominante, da importare in Italia sulla base di un
accordo tra la sinistra post comunista e la massoneria internazionale, con il contributo di
una serie di personaggi riconducibili alla cultura catto-comunista, fu definito, nel 1992,
nel corso della poco conosciuta crociera che si svolse, appena al di fuori delle acque territoriali
italiane, a bordo del Panfilo Britannia, di proprietà della regina Elisabetta II, cugina del Duca di Kent,
Gran Maestro della Massoneria inglese.
In quell’ occasione (sapientemente ed intelligentemente tratteggiata da una intervista che
Giulio Tremonti rilasciò al Corriere della Sera il 23 luglio 2005) fu stabilito un accordo
tra i poteri massonici nazionali ed internazionali ed i post comunisti, eredi diretti del Pci,
sulla base del quale alla sinistra sarebbe andato il controllo economico e politico del Paese
e alla massoneria il controllo economico e finanziario.
Si mise così in moto un processo, conosciuto come “Mani Pulite” che spazzò via in pochi mesi la DC
e i suoi alleati (Psi, Psdi, Pri e Pli) che avevano governato il Paese sino ad allora, pur con evidenti
limiti a partire dalla seconda metà degli anni ’80, riuscendo nell'incredibile impresa di portare
l'Italia, dalla desolazione di una nazione sconfitta e distrutta dell’immediato dopo guerra,
al 5° posto tra le maggiori economie mondiali.
Ma quei Partiti rappresentavano, in quel momento, l’ostacolo politico e istituzionale per
la realizzazione di quel progetto.
Contemporaneamente, fu accelerato il percorso di privatizzazione di banche e di società
a controllo pubblico per oltre 100.000 miliardi di vecchie lire, processo preparato ed avviato,
nei primi anni ‘90, dai Governi Ciampi e Amato.
La variabile non prevista, fu l’entrata in campo politico, alle elezioni del 1994, di Silvio Berlusconi
che, rompendo gli schemi e gli accordi che erano stati siglati, sconvolse il quadro generale ed
introdusse una forte ed imprevedibile variabile allo schema prospettato sul Britannia.
Da quel momento, iniziò la sconvolgente persecuzione giudiziaria di Silvio Berlusconi.
La storia vale la pena di essere conosciuta anche attraverso i tanti “dietro le quinte” del grande teatro mediatico che, in tutto il mondo viene propinato all’opinione pubblica.
Partire da questi fatti e spiegarli alle nuove generazioni credo sia l’impegno prioritario se si intendono cambiare le cose. Non c’è più tempo, in ogni caso, per restare nel ruolo di reggicoda della destra o della sinistra, ma di impegnarci sin dalle prossime elezioni europee e regionali, per liste unitarie dell’area DC e Popolare. Se De Gasperi con la DC seppe porsi come argine al populismo e al qualunquismo di quel tempo, oggi spetta ancora ai cattolici democratici, liberali e cristiano sociali, concorrere alla costruzione del nuovo centro politico in grado di riconquistare la fiducia dei ceti medi produttivi e delle classi popolari che, in larga parte, stanno disertando le urne a tutti i livelli istituzionali.
Ettore Bonalberti
Venezia, 21 Maggio 2023
Alcune proposte per la difesa idrogeologica dell’Italia
Con cadenza frequente e sistematica l’Italia vive la grave situazione causata dagli eventi, alluvioni e frane, che evidenziano il grado di dissesto idrogeologico del Paese in tutta la sua estensione, dalle Alpi alla Sicilia. Un dissesto dalle conseguenze enormi sul piano economico e sociale, all’origine del quale, oltre al cambiamento climatico in atto, concorrono molte responsabilità di noi esseri umani per le nostre azioni e quelle dei responsabili della cosa pubblica ai diversi livelli, per i quali vale sempre l’aforisma di Leo Longanesi, secondo cui: “ L’Italia è un Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”.
Dopo quanto è accaduto negli ultimi tempi e la drammatica situazione che molti comuni dell’Emilia Romagna, Marche e Toscana, stanno vivendo, risulta ormai evidente che ciò che un tempo sembrava saltuario, seppur con frequenza ricorrente, ora si deve prendere atto che trattasi di fenomeno destinato a ripetersi sistematicamente, tale da imporre un cambio di strategia globale, sia in materia di politiche ambientali, urbanistiche e territoriali, che di difesa idrogeologica.
Da direttore generale dell’assessorato alle Opere Pubbliche, Politiche per la casa e Protezione civile di Regione Lombardia (2001-2005), in accordo con alcuni docenti del Politecnico di Milano, ho redatto il PRO.MO.S. ( Progetto Montagna Sicura) che, credo, si potrebbe riprendere al servizio del Paese. Se in quarant’anni, i danni di alluvioni e frane sono stati stimati in oltre 50 miliardi, è evidente che il tema non può più essere rinviato, pena il disastro ambientale italiano. Un disastro tanto più grave in un Paese come il nostro, che detiene il primato mondiale di presenza dei beni artistico culturali e che gode di una diffusa e ampia realtà di piccole e medie aziende costituenti il tessuto produttivo vitale dell’Italia.
Credo che, accanto a una nuova politica di approvvigionamento, conservazione e distribuzione dell’acqua, bene primario assoluto, sia da considerare il ruolo strategico della montagna alla quale si deve offrire il massimo sostegno.
La montagna Italiana deve essere considerata non una criticità, ma una risorsa strategica per il Paese. Premessa essenziale è quella di metterla in sicurezza per garantire sicurezza anche agli altri ecosistemi del Paese. Serve, come individuammo nel PRO.MO.S., approfondire la conoscenza dei seguenti temi inerenti alla difesa e alla sostenibilità degli eco sistemi montani:
Ø Necessità di una raccolta organica dei dati a disposizione sull’ambiente montano ed esposizione delle esperienze sinora acquisite, quali ad esempio l’individuazione dei principali temi idrologici e geoidrologici attinenti specificatamente i bacini montani:
· idrologia delle zone alpine lombarde;
· portate di piena nei bacini alpini;
· trasporto solido nei corsi d’acqua nei versanti;
· fenomeni erosivi;
· fenomeni franosi e loro correlazione con quelli idrologici;
· individuazione dei principali temi botanici, forestali, biologici ed ambientali in generale;
· individuazione dei bacini campione su cui studiare con appositi finanziamenti anche europei;
· correlazione tra interventi tradizionali e risposta del territorio;
· proposte di interventi di tipo naturalistico ed avvio di programmate fasi di controllo e di verifica della risposta dei singoli bacini in esame.
Sempre in relazione all’idea progetto PRO.MO.S. si suggerisce di acquisire ed implementare con adeguate azioni di ricerca e sviluppo i seguenti sotto-progetti:
Sottoprogetto 1
Assetto geologico e rischi naturali del territorio
1. Analisi e mappatura dei rischi naturali (frane, alluvioni, valanghe, sismi);
2. Analisi delle prevenzioni naturali esistenti (foreste, stato di fiumi e torrenti);
3. Definizione di linee guida di intervento mirati alla riduzione dei rischi maggiori;
4. Progetto di reti di monitoraggio geologico e valutazione dei costi;
5. Progetto di qualche caso pilota di consolidamento geologico e valutazione dei costi;
6. Definizione di piani di gestione delle emergenze in caso di disastri naturali.
Sottoprogetto 2
Valorizzazione del paesaggio, degli insediamenti rurali e dei beni culturali minori
7. Salvaguardia delle specie animali e dei biotipi vegetali;
8. Analisi dello stato di conservazione degli insediamenti rurali tipici del territorio;
9. Analisi dello stato dei servizi esistenti per le popolazioni rurali;
10. Mappatura dei beni culturali minori di potenziale interesse turistico;
11. Progetto di consolidamento e recupero del tessuto rurale e dei beni culturali minori
Sottoprogetto 3
Accessibilità e sicurezza delle zone di interesse turistico, paesaggistico ed economico
12. Analisi dei sistemi di trasporto esistenti e dell’impatto sul territorio;
13. Analisi delle capacità ricettive e di accoglienza e della loro accessibilità;
14. Definizione di linee guida per lo sviluppo di un sistema di trasporto locale;
15. Progetto di sistemi innovativi di trasporto locale a basso impatto ambientale;
16. Potenziamento di piste ciclabili e percorsi per il tracking compresi tra posti di ristoro.
Sottoprogetto 4
Sviluppo economico e qualità della vita delle popolazioni rurali
17. Analisi delle potenzialità economiche.
18. Analisi delle potenzialità turistiche del territorio.
19. Individuazione delle linee di possibile sviluppo compatibile con l’ambiente.
20. Mappatura delle strutturali esistenti per le popolazioni locali (case, scuole, asili);
21. Progetto di interventi per migliorare tali strutture per qualche caso campione.
Sottoprogetto 5
Ripristino del ciclo del legno per l’assetto geologico e lo sviluppo economico
22. Valutazione dell’interesse geologico, ambientale ed economico del ciclo del legno;
23. Analisi dello stato attuale, dei possibili margini di sviluppo e dei costi;
24. Definizione di linee guida per uno sviluppo compatibile con 1’ ambiente ed il territorio,
25. Progetto di una serie organica di interventi finalizzati al potenziamento del Ciclo del Legno.
Progetti e sotto progetti da sviluppare in tutte le realtà montane italiane, allo scopo di attivare azioni coordinate finalizzate a:
promuovere la valorizzazione delle risorse naturali utilizzando l’analisi territoriale ambientale per permettere agli enti locali di dotarsi della certificazione territoriale ambientale;
incentivare le azioni necessarie per la tracciabilità totale dei prodotti montani e promuovendo forme di divulgazione degli ambienti montani certificati;
difendere la tipicità dei prodotti agricoli delle zone montane, in particolare di quelli legati all’allevamento del bestiame, per favorire il mantenimento delle attività agricole nelle zone montane e la conservazione degli ambienti ad esse legati;
qualificare i prodotti della selvicoltura, secondo i principi della eco-certificazione, per dare un vantaggio competitivo ai prodotti delle foreste montane italiane, gestite secondo tecniche selvicolturali vicine alla natura;
mettere in atto azioni decise di rinaturalizzazione dei torrenti e dei fiumi alpini, in particolare garantendo adeguati spazi ai loro alvei e sufficienti aree di espansione in caso di piena;
riconoscere la multifunzionalità delle aziende agricole di montagna, mettendo in atto azioni concrete di coinvolgimento degli agricoltori nella manutenzione del territorio secondo la positiva esperienza dei “presidi agricoli”;
sostenere l’associazionismo forestale come strumento cardine per la gestione dei boschi privati, parte della foresta italiana finora più trascurata e che tanta parte potrebbe avere nel rilancio delle attività forestali nel Paese;
sostenere la meccanizzazione delle attività forestali favorendo l’impiego delle tecnologie più avanzate ed aprendo finalmente la foresta italiana all’innovazione tecnologica per abbattere i costi di utilizzazione e favorire una coltivazione diffusa dei boschi delle aree montane;
favorire l’utilizzo del legno nell’edilizia, con azioni specifiche a favore delle abitazioni in legno, anche al fine di passivizzare la CO2;
incentivare l’uso energetico del legno, soprattutto per la produzione di energia termica a piccola e media scala, favorendo processi di filiera a scala locale;
valorizzare le altre fonti rinnovabili di energia, abbondanti nelle zone montane, puntando ad istituire “carbon-free areas”, aree pilota in cui le comunità locali si svincolano completamente dall’uso di fonti fossili, lasciando in loco tutta la ricchezza legata alla produzione ed alla distribuzione dell’energia.
Ettore Bonalberti
Venezia, 19 Maggio 2023
Quel guazzabuglio dell’animo dei democristiani
Sembra di combattere contro i mulini a vento anche per un don Chisciotte come me che ha assunto questo pseudonimo dal 1993, anno della fine politica della Democrazia Cristiana.
Dopo trent’anni di continue battaglie segnate dalla scomposizione progressiva del partito che aveva governato l’Italia per oltre quarant’anni ( 1948-1993) e la sua frantumazione nei mille rivoli della diaspora.
Sono nate tante piccole casematte che hanno spezzettato anche ciò che rimaneva della DC in periferia, alcune delle quali semplici aggregazioni di notabilati di alcune personalità interessate soprattutto a sopravvivere a destra o a sinistra nella lunga stagione di passaggio dalla Prima Repubblica e sino ai giorni nostri.
Un primo tentativo di ricomposizione era stato tentato con la Federazione DC e Popolari presieduta dall’On Peppino Gargani, che era stata avviata con un atto fondativo sottoscritto da una cinquantina di movimenti, associazioni, gruppi e partiti, con l’impegno di dar vita a un soggetto politico nuovo di centro alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. Quel tentativo non ha potuto decollare per il NO degli amici Rotondi e Cesa e il debole appoggio di altri insieme ad alcuni errori di conduzione tattica mal digeriti da qualche autorevole sottoscrittore del patto.
Anche tra i presunti eredi della DC, anziché raggiungere la ricomposizione,la platea si è andata via via ampliando di sigle e di sedicenti segretari nazionali; ferma restando le ragioni legali di continuità giuridica della DC, nata dall’autoconvocazione del Consiglio nazionale del partito nel 2012, con l’elezione poi della segreteria di Gianni Fontana prima e di Renato Grassi dal 2018, al quale è succeduto al XX Congresso di quest’anno, Totò Cuffaro.
Il permanere del sistema elettorale largamente maggioritario del rosatellum, ha favorito i tatticismi dei soliti noti, interessati a garantirsi il posto al sole nelle liste della destra o della sinistra, sino a verificare l’egemonia della destra alle politiche del settembre 2022. Una destra che ha assunto per la prima volta dal 1948 la guida del governo del Paese. Questa nuova e per certi versi inedita situazione politica si incrocia con la prossima scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo. Una scadenza nella quale, finalmente, sarà vigente la legge elettorale proporzionale con preferenze, ossia una condizione che libererà la nostra area sociale e culturale dalla necessità di scegliere l’alleanza a destra o a sinistra.
Ecco perché da molto tempo continuo a sostenere il progetto della ricomposizione politica dell’area popolare, avendo consapevolezza che essa è caratterizzata dai “ cattolici della morale” e dai “ cattolici del sociale” e, in definitiva, dalle tre culture che hanno segnato profondamente la sua storia: quella dei cattolici democratici, dei cattolici liberali e dei cristiano sociali. I primi, sulla base del documento approvato al Parco dei Principi, hanno dato vita al gruppo “ Tempi Nuovi-Popolari Uniti”, così come è sorto il movimento di Iniziativa Popolare coordinato da Mario Tassone e ben strutturato è pure il movimento-partito “ Insieme” guidato da Giancarlo Infante. Anche il sen Ivo Tarolli ha dato vita con alcuni amici al movimento “ Piattaforma Popolare 2024”.
Iniziativa Popolare è sorta sulla base della condivisione di un documento politico Bonalberti-Fiori-Tassone-Tucciariello che si pone l’obiettivo della ricomposizione politica dell’area cattolica, come affermato nel convegno del 13 Maggio scorso a Roma al teatro parrocchiale di San Lorenzo in Lucina. Sono subito emersi i primi distinguo e da qualcuno la volontà di proseguire in solitaria un’avventura che, in quelle condizioni, può solo votarsi all’ennesimo suicidio politico. Alle elezioni europee servirà raggiungere una soglia minima pari a quasi quattro milioni di voti. Un’ipotesi già difficilissima se condotta con una lista unitaria, ma che diventerebbe impossibile e del tutto velleitaria se fosse condotta con liste separate.
Se qualcuno pensasse di conservare le vecchie etichette o di ricostituire consumate esperienze ( Margherita 2.0?!) sperando di essere attrattivi per l’intera area, temo sia fuori strada. Salvo che lo stesso non predichi bene e razzoli male, simulando l’unità e dissimulando la ricerca più sicura in qualche lista della destra o della sinistra, è evidente che l’unica strada ragionevole percorribile sia quella della formazione di una lista unitaria rappresentativa delle diverse anime dell’ampia, articolata e complessa realtà sociale e culturale cattolica popolare.
Siamo chiamati tutti, comunque, a un grande senso di responsabilità e a usare pazienza e tolleranza, coerenti con l’insegnamento degasperiano dettato al Congresso DC di Venezia (1949): solo se uniti saremo forti e se siamo forti saremo liberi…”.
Ettore Bonalberti
Venezia, 17 Maggio 2023
Intervento di Ettore Bonalberti
Convegno di Iniziativa Popolare
Roma- Teatro parrocchiale di San Lorenzo in Lucina
13 Maggio 2023
Abbiamo raccolto un’esigenza diffusa: superare la nostra “Demodissea”, la diaspora che ci ha divisi per oltre trent’anni ( 1993-2023) e per offrire al Paese il contributo politico culturale dei cattolici, come è avvenuto nelle svolte decisive della nostra storia: dalla Rerum Novarum al PPI, dalla Quadragesimo Anno alla DC di De Gasperi alle ultime encicliche sociali di Papa San Giovanni XXIII, San Paolo VI, San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco.
Basta con le divisioni vogliamo favorire la ricomposizione della nostra area, tra i cattolici della morale e cattolici del sociale; vogliamo costruire la nuova casa comune dei cattolici democratici, dei cattolici liberali e dei cristiano sociali.
Vogliamo partire dalla base, nei territori, dove sollecitiamo l’avvio di comitati civico popolari di partecipazione democratica nei quali favorire finalmente il dialogo tra le diverse componenti presenti, accomunate nella difesa dei principi della dottrina sociale cristiana e dei valori costituzionali dei padri fondatori, come i nostri De Gasperi, Dossetti, Mortati, La Pira. Moro, Gonella.
Intendiamo concorrere alla costruzione di un centro politico nuovo: alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante da una sinistra che, con la segreteria Schlein ha assunto i caratteri definitivi annunciati dal prof Del Noce di “ un partito radicale di massa”.
Con Mario Tassone e Pasquale Tucciariello siamo solo i catalizzatori di avvio di un processo che vede coinvolti gli amici della DC di Cuffaro-Grassi, di Giovanardi con i cattolici liberali, di Insieme con Infante, dei Popolari D’Ubaldo, Merlo, ma i veri protagonisti dovrete essere tutti voi, ciascuno di voi nelle vostre realtà territoriali, nei quali deciderete democraticamente la nuova classe dirigente . Un’assemblea costituente che pensiamo si possa organizzare per l’autunno prossimo, servirà a definire, sulla base degli orientamenti di programma che emergeranno dal confronto della base, il programma politico di Iniziativa Popolare e la guida politica della stessa.
Alcune priorità sul piano istituzionale: NO al presidenzialismo, ma SI alla repubblica parlamentare. Siamo sempre stati favorevoli al sistema istituzionale del cancellierato tedesco che, però, presuppone: legge elettorale proporzionale con sbarramento e sfiducia costruttiva; organizzazione dello Stato di tipo federale e, soprattutto, l’esistenza di partiti, nei quali sia applicato l’art.49 della Costituzione. Alcuni di questi, figli della “rivoluzione passiva” del 1993, mantengono la natura di partito- azienda e/o personalistici, per cui credo si aprirà una duro confronto per il quale, come già facemmo contro la “deforma costituzionale renziana”, i DC e i Popolari dovranno organizzare il comitato per il NO al presidenzialismo da sviluppare in tutte le sedi territoriali.
Difesa del lavoro, dei salari, di una sanità pubblica più efficiente, attenzione alla grave emergenza climatica che ci permetta di superare l’aforisma di Longanesi: Italia, paese di inaugurazioni e non di manutenzioni. Riforma fiscale che garantisca finalmente quanto stabilito dalla Costituzione, dicendo Stop a un sistema che si regge sul contributo prevalente e determinante dei lavoratori dipendenti pubblici e privati e dei pensionati.
Una politica economico finanziaria, che, seguendo quanto la DC seppe garantire per tutto il tempo del suo governo con la direzione della Banca d’Italia di Guido Carli, comporti: il ritorno alla legge bancaria del 1936, che stabiliva la netta distinzione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Distinzione, superata la quale, si è dato via libera al dominio dei poteri finanziari che hanno subordinato l’economia reale ai loro interessi e la stessa politica a un ruolo sussidiario ancillare.
A Venezia, con l’avvio del comitato civico popolare di partecipazione democratica, stiamo organizzando con gli amici di World-Lab un modello sperimentale di economia solidale, un progetto di metapolitica che intende tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana. Di esso forniremo a chi fosse interessato tutte le informazioni più precise.
Cari amici, dal 2012 sono passati più di dieci anni nei quali, come “medici scalzi”, le abbiamo tentate quasi tutte. Ora si tratta di rimboccarci le maniche, avendo come obiettivi immediati: la difesa della repubblica parlamentare e la preparazione di una lista unitaria di Iniziativa Popolare per le prossime elezioni europee.
Dipenderà dall’impegno di ciascuno di noi far sì che, ancora una volta i cattolici italiani, possano contribuire da protagonisti e non da paria della destra o della sinistra alla difesa e allo sviluppo della democrazia italiana.
Roma, 13 Maggio 2023
Indicazione unanime per l’unità dei DC e Popolari
L'assemblea di Iniziativa Popolare riunitasi a Roma il 13 maggio 2023 presso il teatro parrocchiale di San Lorenzo in Lucina ,sentiti gli esponenti dei gruppi e movimenti partecipanti, all’unanimità ha deciso di dare mandato ai rappresentanti dei diversi gruppi di costituire un'associazione per concordare :
a) la nascita di una formazione politica unitaria dell'aria popolare: cattolico democratica, liberale e Cristiano sociale;
b) di attivare i gruppi unitari di base per la partecipazione democratica delle realtà popolari esistenti a livello territoriale;
c) il programma politico secondo i principi della dottrina sociale Cristiana e dei valori costituzionali per offrire una nuova speranza al Paese;
d) di eleggere democraticamente dai comitati di base i delegati dell'assemblea costituente del nuovo partito che sarà convocata in autunno;
e) il nome e il simbolo del nuovo partito che parteciperà unitariamente alle prossime elezioni europee in sintonia con il PPE.
Allo stato attuale il coordinamento organizzativo temporaneo dei gruppi politici viene affidato all’On Mario Tassone che ha presieduto l’odierno convegno
Roma 13 maggio 2023
Ancora sul caso MORO
Ho letto con interesse l’articolo di Lucio D’Ubaldo pubblicato l’8 Maggio su “Il Domani d’Italia” relativo al caso Moro (“ La verità sul caso Moro scuote la coscienza della nazione”). Una nota che allarga la visuale sulle circostanze e le motivazioni che potrebbero essere state alla base dell’assassinio del presidente della DC. Come ho avuto modo di scrivere all’autore ritengo, però, parziale la narrazione che, sin qui, si è fatta su uno degli episodi decisivi che portarono alla fine della DC, dei partiti che con essa avevano governato l’Italia per quasi trent’anni e della stessa “prima repubblica”.
Credo sia giunto il tempo di considerare le questioni economiche che concorsero in maniera, io credo, decisiva a quell’azione eversiva di “attacco al cuore dello Stato”. Aldo Moro, infatti, stava ledendo con la sua zione politica gli interessi delle grandi famiglie luterane di origine tedesco orientali ( Rothshild/ Rockfeller/J.P. Morgan) di cui Kissinger è membro e rappresentante, dato che intendeva:
-cancellare con un colpo di penna, senza pagarlo, il debito di guerra del Tesoro italiano verso le banche (Casse di Risparmio) controllate dai Rothshild/ Rockfeller (J.P. Morgan). Alla sua morte infatti il debito del Tesoro verso le Casse di Risparmio non fu più cancellato con un colpo di penna, produce tuttora interessi;
-stampare con le BIN (banche d'interesse nazionale che erano pubbliche) una prima tranche di 5 miliardi di euro di banconote cartacee da 500 lire per finanziare le opere pubbliche. Alla sua morte infatti le 500 lire in banconote cartacee non furono stampate dalle BIN;
-non voleva inoltre che Banca d'Italia fosse estromessa dall'acquisto dei titoli di Stato che rimanevano venduti ,
Alla sua morte, infatti, Banca d'Italia fu estromessa dall'acquisto dei BTP rimasti invenduti, l'Italia cedette al ricatto dei Rothshild/ Rockfeller " se vuoi che ti compri i titoli di stato rimasti invenduti, pagami interessi”.
Sarebbe utile che questa tesi fosse meglio studiata e approfondita dai media che, ahimè, subiscono lo stesso controllo diretto e indiretto che l'economia finanziaria esercita sull’economia reale e sulla stessa politica ridotta a un ruolo ancillare.
Più volte ho scritto, ricordando come nell’età della globalizzazione si sia superato, come ben argomenta il prof Zamagni, il principio del NOMA( Non Overlapping Magisteria) per cui: è l’economia finanziaria a prevalere sull’economia reale e sulla politica, evidenziando come una delle strade possibili da percorrere per ovviare strutturalmente al condizionamento, sia il ripristino della legge bancaria del 1936, reintroducendo la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria.
Moro ci tentò con i provvedimenti citati e, alla fine, ha pagato con la vita. Il governo della destra a guida di Giorgia Meloni sarà capace di tale coraggio? In fondo dovrebbe tornare ad applicare una legge che, su consiglio di Beneduce, Benito Mussolini adottò nel 1936, per rispondere alla grave crisi scoppiata negli USA e nel mondo dal 1929.
Fedeli all’impostazione che Guido Carli seppe sempre garantire alla Banca d’Italia, noi DC e Popolari dovremo tutti insieme richiedere questa scelta strategica di politica economica e finanziaria. Il ripristino della legge bancaria del 1936, con la separazione tra banche commerciali e banche speculative, vorrebbe dire riappropriarci della sovranità monetaria, sottratta all’Italia nel 1992/93 col d.lgs n. 481 del 14 Dicembre 1992 che abolì di soppiatto, dopo 56 anni, la separazione bancaria; decreto emesso da Amato e Barucci e sottratta col Provvedimento di Banca d’Italia del 31 Luglio 1992, emesso da Lamberto Dini, con cui è stata modificata inspiegabilmente all’insaputa di tutti, non essendo, né una legge , né un decreto legge , né un decreto legislativo, la contabilità di partita doppia del sistema bancario italiano; fatto che avrebbe consentito, a questi fondi speculatori , secondo alcuni autori, una colossale miliardaria evasione fiscale (circa 1350 miliardi di euro evasi).
Ettore Bonalberti
Venezia, 8 Maggio 2023
Le ragioni della nostra iniziativa politica con il Convegno del prossimo 13 Maggio a Roma sono ben espresse nella nota allegata.. Alla sollecitazione degli amici a Roma, si dovrebbe far partire in tutte le realtà locali, provinciali e regionali, la nascita di comitati civico popolari di partecipazione democratica, aperti a quanti si ritrovano nei principi e nei valori dei democratici cristiani e popolari e nella più vasta realtà cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale. Sarà quello il luogo nel quale, democraticamente, si favorirà l’emergere della nuova classe dirigente.
GLI ASTENUTI MAGGIORANZA ASSOLUTA, IL TERZO POLO DISSOLTO, IL PD PARTITO GENDER, LA DESTRA DI GOVERNO CON UNA PROPOSTA DIVERSA E DISTINTA DAL NOSTRO PROGETTO SOCIALE. URGE LA RICOMPOSIZIONE DELL’AEREA DEL POPOLARISMO. SABATO 13 MAGGIO INCONTRO A ROMA.
Di Publio Fiori
Le ultime elezioni regionali (Lazio, Lombardia, Friuli) hanno confermato un dato significativo: la maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto (55%-60%) si è astenuta, manifestando così, con un “silenzio assordante”, di non riconoscersi né nella Destra, né in questo Centro, né nella Sinistra.
I partiti hanno finto di non accorgersene limitandosi a discutere sulle percentuali ottenute.
Come anche la maggior parte dei commentatori politici che hanno ignorato il dato più significativo: dette percentuali sono calcolate sul numero dei votanti e non degli aventi diritto al voto.
Cioè un partito, ad esempio, che vanta il 30% dei consensi; questo 30% è sul 40% dei votanti e quindi è il 12%. Così il c.d. Centro di Renzi e Calenda che vantava circa l’8% in realtà ha ottenuto l’8% del 40% e cioè circa il 3%.
E così per tutti gli altri partiti.
La conseguenza è che, sempre ad esempio, una maggioranza del 50% rappresenta in realtà il 50% del 40% e quindi solo il 20%.
Questo dato ci costringe a due inevitabili considerazioni.
Innanzitutto una democrazia, che anziché guidata dalla maggioranza degli elettori (quelli aventi diritto al voto) lo è da parte di una modesta minoranza, è una democrazia “malata” che potrebbe accingersi a svolte riformistiche preoccupanti dove il consenso della gente conti meno e dove il voto così ridotto sia suscettibile di essere soggiogato da suggestive tentazioni leaderistiche.
Poi è emerso chiaramente che il “Centro” (come dimostra la rottura tra Renzi e Calenda) non c’è perché manca un partito capace di interpretare e rappresentare quei cittadini che si riconoscono in un complesso di valori legati alla nostra storia, alla tradizione, all’etica; in una parola ai principi fondamentali della Costituzione dove sono forti i riferimenti al cattolicesimo politico e sociale.
Perché il “Centro” non è una nozione geografica di formale equidistanza opportunistica tra Destra e Sinistra, ma è una visione della società nella quale i cittadini si riconoscono perché esprime un alto progetto di convivenza civile che rispetta le attese della gente.
D’altra parte quando il 60% si astiene vuol dire che gli italiani non vogliono il bipolarismo che se non c’è nella società (come negli USA) non si può imporre con una legge.
A ciò si aggiunge la “mutazione” del PD che è passato dai “diritti sociali” ai c.d. “diritti civili”, con una rivoluzione antropologica in violazione dei diritti naturali dell’art. 2 della Costituzione (teoria Gender, demolizione delle differenze biologiche, transizione di genere, utero in affitto, aborto generalizzato anche in violazione della stessa legge 194/78, famiglia arcobaleno, eutanasia, figli con due padri o due madri, attacco alla genitorialità tradizionale).
Con una Destra di governo che non appare capace di interpretare i valori, le istanze e le attese del Mondo cattolico.
Il “Centro”, che sta in quel 60% di astensioni, attende che qualcuno (come fece Don Sturzo) si assuma il compito di riaggregare l’area del Cattolicesimo politico-sociale.
Ponendo fine all’arcipelago delle Democrazie Cristiane prive di sostanziale legittimazione politica, nonché agli scontri giudiziari che rivendicano in esclusiva la successione alla DC di De Gasperi.
E’ urgente avviare un processo di ricomposizione.
A tal fine sono necessarie due passaggi: un gesto di generosità di tutti questi segretari nazionali DC e una grande iniziativa politica che muovendo dai livelli locali colleghi tutti i partiti, i movimenti e i comitati di cattolici che spontaneamente si sono organizzati nei comuni per testimoniare la loro volontà di rilanciare il cattolicesimo politico.
Abbiamo, pertanto assunto l’iniziativa di promuovere per sabato 13 maggio a Roma un primo incontro aperto ai rappresentanti dei partiti, associazioni e comitati che si riconoscano nella tradizione del Popolarismo Sturziano e del Cattolicesimo politico-sociale.
Naturalmente l’invito è rivolto anche agli amici che ritrovandosi nel PD, anche alla luce delle recenti esternazioni della Schlein sentano l’imbarazzo di tale collocazione.
Chi è interessato è pregato di comunicarlo alle email indicate.
A presto e cari saluti.
Ettore Bonalberti (ettore@bonalberti.com)
Publio Fiori (fioripublio@gmail.com)
Mario Tassone (mario.tassone43@gmail.com)
Pasquale Tucciariello (pasqualetucciariello@libero.it)
La luna di miele del governo sta per finire
In carica dal 22 Ottobre 2022, alla vigilia del sesto mese, per il governo Meloni, la luna di miele sta per finire. Confermate le scelte fondamentali della politica estera italiana, tanto sul versante atlantico che europeo, la leader romana deve fare i conti quasi quotidianamente con le simpatie putiniane diffuse nella Lega e in alcuni settori del partito del Cavaliere, mentre permangono forti criticità con l’Unione europea sia per la politica immigratoria, che sul mancato OK all’avvio del MES, e, soprattutto, con i ritardi negli adempimenti collegati all’attuazione del PNRR. Su quest’ultimo punto la strada scelta dalla Meloni e dai suoi ministri sembra quella di attribuire la responsabilità ai procedenti governi, ma, come ha già avuto modo di intervenire l’On Tabacci in aula, e il prof Giavazzi con il suo articolo sul Corsera, non mancherà presto la dura replica di Mario Draghi che, a quel punto, sarà quanto mai influente e non solo sul piano della politica interna.
A me pare che l’On Meloni, al di là delle preoccupazioni che si temevano all’avvio del suo incarico, sia riuscita a tenere la barra dritta del governo, nel quale, semmai, suonano stonati molti degli interventi e degli atti di alcuni suoi ministri a partire dall’alleato concorrente Salvini che, da ministro dei Trasporti e delle Opere pubbliche, è l’espressione coerente dell’aforisma di Leo Longanesi ( “Italia Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”) vista la sua ben nota astensione dalla presenza al ministero, sostituita da una frequenza insolita a tutte le inaugurazioni e manifestazioni di propaganda politica, alla ricerca del consenso perduto. Ogni giorno che passa emerge netta la discrepanza tra le facili promesse elettorali e le decisioni concrete che il governo assume. Dagli annunciati “blocchi navali” all’impotenza assoluta, sino alle forti contraddizioni e malcelate responsabilità come nella tragedia di Cutro; ai limiti delle proposte di riforma fiscale con l’occhiolino agli evasori, sino all’impotenza sin qui espressa per quanto riguarda, ad esempio, la legge sulla concorrenza, senza la quale le risorse finanziarie del PNRR rischiano di diventare un miraggio.
Con concessioni balneari che rendono oltre 3 milioni all’anno e per le quali alcuni privati pagano 10.000 euro, o uso esclusivo di spiagge in Sardegna da super Hotel, al costo di 520 euro, attendiamo le decisioni nel merito del governo italiano. Sono in attesa anche gli organi comunitari che, come noi, non comprendono tale assurda situazione.
Immigrazione, fisco e giustizia sono alcuni dei settori nei quali emerge con più nettezza lo scarto tra quanto si era promesso in campagna elettorale e ciò che concretamente si riesce a decidere sul piano del governo, tenendo conto delle concrete situazioni e condizionamenti interni e internazionali in cui si deve operare.
Evidenziare tali criticità suscita una particolare reazione da ambienti e persone di area cattolica, già simpatizzanti se non addirittura votanti DC, che avendo scelto di sostenere col proprio voto le liste della destra, si trovano spiazzati, diventando aggressivi come quei soggetti che avendo perseguito un obiettivo, si ritrovano a vederlo sempre più appannato e lontano, cadendo, in tal modo, in un’ inevitabile frustrazione che, lungi dal portarli al silenzio regressivo, alimenta in loro un’aggressività, anche da parte di amici che consideravamo indenni da tali sentimenti.
Certo, se la denuncia dei limiti e delle difficoltà nell’azione di governo rientra a pieno titolo nella disponibilità di “un osservatore non partecipante”, non può certo essere la cifra di un’azione politica che intenda porsi in alternativa all’attuale maggioranza di destra del governo a dominanza del partito di Giorgia Meloni. Un compito che spetta innanzi tutto ai partiti della sinistra e del terzo polo, mentre per noi cattolici di area democratica, liberale e cristiano sociale, sostanzialmente ininfluenti e assenti dal Parlamento, compete quello primario di impegno per la nostra ricomposizione politica. Dovremmo partire da ciò che Papa Francesco ha ricordato ai giovani del “ Progetto Policoro” ricevuti in udienza nei giorni scorsi: “ oggi c’è bisogno di buona politica- oggi la politica non gode di ottima fama. Soprattutto fra i giovani. Perché vedono gli scandali, tante cose che tutti conosciamo. Le cause sono molteplici. Ma come non pensare alla corruzione, all’inefficienza, alla distanza dalla vita della gente?” Come dovremmo riflettere sulle parole del card Zuffi, presidente della CEI, pronunciate all’apertura del consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana: “È davvero per tutti tempo di scelte coraggiose e non di opportunismi”. Perché siamo a “un preludio di primavera”, dopo l’“inverno” che ha connotato gli anni passati”. Parole che mi hanno fatto ricordare quelle che Don Luigi Sturzo espresse al congresso di Torino del PPI nel 1923, rivolgendosi a Cavazzoni e Tovini, pronti all’accordo con il fascismo, da lui definiti: “ foglie secche” di un albero che sarebbe rifiorito in una futura primavera.
E’ l’augurio che anche noi facciamo nostro, consapevoli che, in questa delicatissima fase della politica italiana ed europea, la nostra prima responsabilità sia quella di impegnarci a tutti i livelli, a Roma come nelle sedi territoriali di base, a favorire la ricomposizione politica della nostra area culturale e sociale, al fine di superare un forzato bipolarismo tra una destra a egemonia nazionalista e sovranista e una sinistra ridotta a partito radicale di massa.
Ettore Bonalberti
Venezia, 1 Aprile 2023
A proposito delle alleanze
Giorgio Merlo con la sua ultima nota su “Il domani d’Italia” (Il centro e le alleanze-tema non aggirabile), pone una questione cruciale, quale quella delle alleanze. Una questione che, tuttavia, posta in questa fase di ristrutturazione delle forze politiche e alla ricerca della nostra ricomposizione politica, rischia di creare più polemiche e divisioni che unità.
Esiste una parte rilevante dell’area cattolica democratica, liberale e cristiano sociale, che, sollecitata soprattutto dalla fedeltà ai valori, espressione di quella parte importante di amici che potremmo definire “cristiani della morale”, non accetterà mai una collaborazione con “un partito radicale di massa”, come quello che il PD ha assunto in via definitiva con la nuova segreteria di Elly Schlein.
Eppure questa parte di amici ed elettori di area ex DC e popolare è essenziale, se vogliamo ricomporre la nostra unità politica. Un’unità che non può che derivare dalla convivenza necessaria tra “cattolici della morale” e “ cattolici del sociale”, come sempre è stato nella lunga stagione di egemonia-dominio della DC.
Credo che premessa indispensabile per un rapporto non equivoco con questi amici, sia assumere come riferimento ideale e culturale l’idea che Alcide De Gasperi aveva del partito; la DC come “ partito di centro che guarda a sinistra”, formulata in un momento storico, dove il PCI di Togliatti era forma e sostanza assai diversa da quella del PD attuale della Schlein.
Nell’attuale situazione politica, da molto tempo continuo a ritenere che compito dei DC e dei Popolari sia quello di concorrere alla formazione di un centro politico nuovo ampio e plurale: laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, atlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista, distinto e distante dalla sinistra, che è alla ricerca affannosa della propria identità, dopo i tanti sbandamenti subiti dopo la fine del PCI.
Le alleanze per noi possibili, caro Merlo, non potranno che essere fatte con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione Repubblicana, dal rispetto dei principi fondamentali in essa contenuti, espressione del migliore compromesso etico, politico e culturale compiuto dai nostri padri costituenti come De Gasperi, Fanfani La Pira, Dossetti, Lazzati, Gonella e Aldo Moro, con i partiti, che con loro, posero le basi del nostro assetto costituzionale. Essenziale sarà trovare un accordo sulla legge elettorale, che per noi non potrà che essere di tipo proporzionale con sbarramento e preferenza unica, e su un progetto di politica economica e finanziaria in grado di rispettare il principio del primato della politica sulla finanza e sull’economia. Quel NOMA ( Non Overlapping Magisteriae) che richiede, in primis, il ritorno alla legge bancaria del 1936, sempre difesa dalla DC con Guido Carli alla guida di Banca d’Italia. Legge che garantiva la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria, il superamento della quale è all’origine di tutti i problemi di subordinazione dell’economia reale alla finanza, della politica ai poteri dominanti, e delle gravi crisi finanziarie che, con frequenza settennale, si ripetono dal 2008 in poi.
Credo che su queste due premesse fondamentali sia opportuno e necessario, non solo favorire il nostro progetto di ricomposizione politica, su basi non equivoche, ma anche, di individuare le alleanze più opportune indispensabili per assumere un ruolo non di mera testimonianza politica, ma di concreta azione di governo.
Pensare che tutto ciò possa nascere dall’alto, con metodo top down, per semplice accomodamento e compromesso di alcuni vertici, credo sarebbe miope ed errato, alla luce di ciò che abbiamo già sperimentato nel merito, nei lunghi anni della diaspora democristiana. Serve, certamente, una forte iniziativa dei responsabili nazionali dei diversi partiti e movimenti d’area che deve, però, esser sostenuta dal basso, con procedimento bottom up, come quello che, con i comitati civico popolari di partecipazione democratica, luoghi di incontro e di dialogo tra tutte le componenti ex DC e popolari presenti nei territori, sapremo favorire e organizzare.
Ettore Bonalberti
Venezia, 22 Marzo 2023
Luciano Faraguti un autentico democratico cristiano
Sono trascorsi cinque anni dalla scomparsa di Luciano Faraguti, che è stato uno degli amici e colleghi di partito tra i più importanti della mia esperienza politica.
L’avevo conosciuto che non avevo vent’anni, lui di sette anni più vecchio di me, in quello che al tempo era un fisiologico ricambio nel Movimento Giovanile della DC. Mi bastò il suo sguardo, sempre caratterizzato da una sottile ironia e quel buffetto datomi sulla guancia, invitandomi a meglio attrezzarmi in fatto di abiti dei politici, quasi a predirmi una futura vita di parlamentare DC, che era nella prospettiva di quasi tutti i migliori giovani della Democrazia Cristiana.
La scelta della comune adesione alla corrente di Forze Nuove e la partecipazione al movimento aclista di Livio Labor, furono alla base di una militanza che ci vedrà impegnati insieme per oltre quarant’anni; lui da parlamentare e, più avanti, da componente del governo, e, insieme a me, da membri del consiglio nazionale della DC sino alla fine politica del partito.
Quante battaglie abbiamo condotto nella DC, sempre a fianco di Carlo Donat Cattin; dalle prime per il centro sinistra, alla scelta del “preambolo”; in alternativa al dominio demitiano del partito, e, più avanti, dopo la morte del leader piemontese, insieme a Franco Marini nella fase di nascita del PPI.
Donat Cattin aveva nei suoi confronti un atteggiamento di costante affezione, nel riconoscimento di una fedeltà e capacità di tattica politica senza uguali. Non a caso lo confermò per molti anni nella Direzione nazionale della DC, in rappresentanza della corrente di Forze Nuove.
Con l’avvio della lunga stagione della diaspora democristiana (1993-94), Faraguti mantenne sempre forte la sua fedeltà ai valori democratici cristiani e insieme iniziammo (2011) a dar vita al progetto di ricomposizione dell’area DC, con Publio Fiori, Lillo Mannino, Silvio Lega, Sergio Bindi e altri, sino all’elezione a segretario del partito, nel contestato XIX Congresso nazionale (2012), di Gianni Fontana.
Le nostre strade si divisero nella difficile mediazione per l’elezione della Presidente del Consiglio Nazionale del partito, di Ombretta Fumagalli Carulli, quando Faraguti non volle rinunciare alla candidatura del nostro comune amico e già compagno di corrente, il carissimo e compianto Ugo Grippo. Non venne però mai meno la nostra amicizia, consolidata dai lunghi anni di militanza nella corrente e della partecipazione di entrambi per quasi vent’anni nel Consiglio nazionale della DC, insieme alla sua amatissima compagna, Carla Tanzi.
Profonda era la sua capacità di analisi e di interpretazione degli avvenimenti politici, sempre svolte coerentemente alla nostra comune matrice cristiano sociale. Forte era la sua curiosità e il desiderio di approfondire con me i fatti che si succedevano dentro e fuori quell’area popolare di comune interesse di noi “DC non pentiti”.
Quante discussioni sui temi più vari: sociali, culturali e politici nei quali Faraguti apportava tutta la sua competenza. Spesso gli rimproveravo una certa ritrosia a scrivere i pensieri e i discorsi importanti che elaborava e che teneva con persuasiva e appassionata oratoria. E’ mancata così la raccolta di una serie di contributi scritti, che manterrebbero ancora oggi una loro validità, su alcuni temi essenziali della nostra vita politica.
Convinti assertori della DC, quale “ partito popolare, democratico e antifascista”, Luciano sarebbe ancor oggi in prima linea a sostegno di un progetto per la nostra ricomposizione politica, dopo quella fallita con la DC e della stessa Federazione Popolare dei DC, e ci conforterebbe col suo entusiasmo e una passione civile che gli proveniva dalle sue radici cattoliche e democratico cristiane dell’amata città di La Spezia.
Caro Luciano, amico di tante battaglie politiche, mi manca il tuo affettuoso sorriso e il conforto dei tuoi suggerimenti, resta il ricordo indelebile di una testimonianza di vita, di pensiero e di azione politica di cui sarebbe così utile poter disporre in questa travagliata fase della nostra vicenda culturale, sociale, economica e politica dell’Italia e dell’Europa.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF (Associazione Liberi e Forti- www.alefpopolaritaliani.it )
Venezia, 13 Marzo 2023
Per l’unità politica dell’Area Popolare
Concorrere al progetto di ricomposizione dell’area popolare significa impegnarsi per costruire l’unità politica dei cattolici democratici, cattolici liberali e cristiano sociali, premessa indispensabile per dar vita al centro nuovo della politica italiana. Un centro ampio e plurale nel quale possano trovare cittadinanza le culture politiche che hanno fatto grande l’Italia e concorsero in maniera decisiva a costruire le fondamenta costituzionali della Repubblica.
Tale progetto può svilupparsi dalla scomposizione di ciò che ha caratterizzato la lunga stagione della seconda repubblica, quella che coincide con la dolorosa diaspora democristiana tuttora in atto ( 1993-2023). Una scomposizione che, da un lato, scuote il Partito Democratico, specie dopo la nuova leadership della Schlein, che conferma la profezia del Prof Del Noce che già connotò il PCI come: “ il partito radicale di massa” e, dall’altra, mette in movimento gruppi e persone dai partiti che, con diversa legittimità e fortuna, si posero il problema della rinascita politica della Democrazia Cristiana.
Così dal PD sono usciti diversi amici Popolari che non si riconoscono più in quel partito, sino all’autorevole denuncia dell’On Fioroni, mentre il duo Bindi-Castagnetti, ultimi dei mohicani dossettian-prodiani già DC, confermano la loro permanenza nel PD, da “ cattolici adulti”, aperti al relativismo etico prevalente di quel partito.
Con Fioroni, diversi amici che si rifanno al cattolicesimo democratico, come Sanza, Merlo, D’Ubaldo, Infante e altri, hanno avviato un serio processo di ricomposizione con l’incontro del Parco dei Principi e la sottoscrizione di un documento politico che indica una positiva strada di collaborazione. Un limite che, personalmente, mi sono permesso di evidenziare nella loro azione, è l’eccessiva apertura alla collaborazione col terzo polo di Calenza-Renzi, dato che da quei due partiti in via di unificazione, permane un’incomprensibile idiosincrasia anti DC da parte di Calenda, neo “azionista de noantri”. Come ho più volte scritto, per costruire un centro politico nuovo ampio e plurale, che non si riduca a un soggetto laico radicale destinato a un ruolo minoritario ininfluente nel Paese, serve costruire la più ampia unità politica dell’area popolare, identificando, oltre ai valori ideali di riferimento comuni, proposte programmatiche coerenti e condivise. Anticipare, come frequentemente appare in alcune prese di posizione degli amici, la questione delle alleanze, come scelta prioritaria, a me pare, cosa sbagliata e assai inopportuna. Una decisione che non facilita il processo di aggregazione, a mio parere del tutto prioritario. E’ questa la ragione per cui, denunciati i limiti dell’esperienza della DC, che dal 2011-12 ho contribuito al tentativo di rilanciare politicamente e che, oggi, sta vivendo un pericoloso sbandamento a destra, dopo le scelte operate alle recenti elezioni regionali in Sicilia, Lazio e Lombardia, con gli amici Fiori, Tassone, Tucciariello e Minisini, quest’ultimo direttore dell’Idea Popolare, la testata storica sturziana, abbiamo deciso di offrire un serio contributo al progetto di ricomposizione politica dell’area popolare, con Iniziativa Popolare e la sottoscrizione di un documento politico che, richiamandosi ai valori sturziani e degasperiani, indica alcune linee di programma che vorremmo discutere e approfondire con quanti sono interessati al progetto. Iniziativa Popolare è uno strumenti di dialogo e di riflessione, aperto al contributo della vasta area cattolica e laico popolare. Uno strumento tanto più efficiente ed efficace, se sarà sostenuto dall’adesione dei tanti comitati civico popolari di partecipazione democratica che intendiamo sviluppare nelle diverse realtà locali per attivare, con metodo democratico, l’emergere di una nuova classe dirigente dotata di passione civile, disponibile a tradurre nella città dell’uomo, con gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa, i valori fondanti della Costituzione Repubblicana.
Ettore Bonalberti
Venezia, 11 Marzo 2023
Il nostro contributo al progetto di unità politica dell'area popolare
Cari amici,
abbiamo deciso di rompere gli indugi per la ricomposizione dell’Area Popolare, viste le tante difficoltà e indecisioni registrate.
Intendiamo superare la fase delle federazioni e delle associazioni per puntare ad una vera riunificazione dell’arcipelago popolare con un nuovo soggetto (INIZIATIVA POPOLARE) sulla base del documento allegato, che naturalmente è una proposta suscettibile di modifiche e integrazioni.
Il primo obiettivo è un Comitato formato dai rappresentanti di tutti i soggetti collettivi che aderiranno, che provvederà alla costituzione formale e alle norme (statuto) che dovranno regolare la vita del nuovo soggetto, con rigoroso rispetto dei principi di democrazia interna.
Vorremmo organizzare un primo incontro informale a Roma ad Aprile per una mezza giornata (dalle 11 alle 18).
Chi è interessato può rispondere a ettore@bonalberti.com e fioripublio@gmail.com.
Cordiali saluti
Ettore Bonalberti
Publio Fiori
Gemelli Vitaliano
Minisini Amedeo Massimo
Mario Tassone
Pasquale Tucciariello
PER L’UNITA’ POLITICA DELL’AEREA POPOLARE
In un momento delicato della vita italiana, a 103 anni dall”Appello di don Luigi Sturzo ai “ Liberi e Forti”, donne, uomini, anziani e giovani che credono nei principi e nei valori della dottrina sociale della Chiesa e che ritengono doveroso e necessario impegnarsi politicamente per ridare una speranza alla politica italiana, chiedono a tutte le persone impegnate sul piano sociale, culturale e politico di area cattolico-democratica e cristiano- sociale di superare definitivamente la lunga e dolorosa stagione delle divisioni e di ritrovarsi uniti nell’area popolare italiana.
LA GRANDE TRADIZIONE STURZIANA E DE GASPERIANA CON LE ENCICLICHE SOCIALI
Siamo eredi della grande tradizione sturziana e degasperiana che ha rappresentato nella politica italiana uno straordinario fattore di progresso, permettendo al nostro Paese di trasformarsi da “terra povera” e di “dolorosa emigrazione” in un’area tra le più industrializzate del mondo.
Facciamo riferimento a principi e valori che si basano sul primato della Persona e della Famiglia e sulle realtà associative che, operando in ambito sociale, economico, culturale e politico, intendono continuare la nostra tradizionale “voglia di fare insieme”, anche ricorrendo agli strumenti più avanzati delle moderne tecnologie.
Intendiamo costruire un movimento di ampie convergenze, capace di superare antiche e nuove divisioni per ritrovare, nei valori del popolarismo le ragioni del nostro impegno politico. Intendiamo tradurre nella “città dell’uomo” gli orientamenti pastorali espressi dalle encicliche sociali della Chiesa: dalla “Rerum Novarum” alle “Caritas in veritate”, “Laudato SI” e “Fratelli tutti”. Esse sono le più credibili e avanzate risposte ai limiti della globalizzazione, che ha determinato il primato della finanza sull’economia e la riduzione della politica a un ruolo subordinato ai poteri finanziari dominanti.
L’EUROPA DEI VALORI
Siamo impegnati per la costruzione di un’Europa dei valori, unita, aperta, diversa e più umana, che tragga linfa vitale dalle sue radici cristiane e dalle libertà civili, all’interno della quale le peculiarità e le particolarità regionali e locali possano lavorare insieme per il benessere di Tutti. Un’Europa che riaffermi il contrasto con ogni forma di totalitarismo e di aggressione, come l’ inaccettabile e disumana invasione russa in Ucraina dove l’Europa deve far sentire la sua voce per chiedere l’avvio immediato di un processo di pace, nel rispetto dei principi fondamentali del diritto internazionale così pesantemente violati.
Crediamo nel libero mercato e nella libera concorrenza che sono alla base di un “welfare” che sappia, però, coniugare e integrare in modo equilibrato libertà e responsabilità personali, sviluppo economico e solidarietà sociale. Siamo consapevoli dei limiti di un sistema capitalistico incapace di garantire l’obiettivo per noi irrinunciabile di “disoccupazione zero”, raggiungibile solo con una profonda trasformazione dell’attuale sistema e livello interno, europeo e internazionale secondo i principi del solidarismo cristiano e dell’economia civile.
Siamo contrari alla ideologia gender, alla carriera alias nelle scuole, al cambio di sesso per minori e all’opposizione alla libertà educativa dei genitori; e a tutte le politiche che assecondano i desideri, gli istinti, le mode contro il diritto naturale, anziché guidare la società secondo valori condivisi.
LA POLITICA FISCALE E DEL LAVORO
Intendiamo proporre e sviluppare un programma di politica attiva del lavoro non slegato da riforme fiscali e del cuneo contributivo. Riteniamo utile, sia per il gettito fiscale che per un forte segnale di giustizia sociale l’introduzione di un Tributo straordinario sui grandi patrimoni.
Poi l’inserimento di una pensione autonoma integrativa legata a quella previdenziale pubblica; uguaglianza contrattuale uomini-donne, pubblica e privata con contratti regionali e specialistici; governare le differenze fra imprese piccole e grandi; regime fiscale sulle plusvalenze delle grandi imprese; modello scolastico inclusivo performante il lavoro con libertà d’insegnamento; per certi aspetti tributari il lavoro del politico equiparato agli altri; diritti e doveri hanno lo stesso peso sociale e civile;
Perequazione delle pensioni; reddito sociale minimo alle famiglie dopo severi controlli sullo stato di bisogno e limitato nel tempo; lavori di pubblica utilità e servizio assistenza a chi percepisce un reddito vitale; ripristinare una scuola inclusiva con “l’educazione civica”; tariffe e canoni in base al reddito; sanità, scuola e lavoro uniche voci dello Stato (non delle macroregioni) che possono essere in rosso o possono creare debito pubblico; più controlli preventivi e a valle con più forze dell’ordine per strada e in luoghi pubblici per un effettivo controllo del territorio.
LA GIUSTIZIA
Chiediamo una Giustizia a misura del cittadino e non del magistrato; veloce, certa, equa; separazione drastica delle carriere; autogoverno dei magistrati composto da più laici e meno togati; eliminare il legame fra politico e magistrato. Nessun rientro di carriera per chi fa il politico; sanzioni esemplari per fuga di notizie e veline di atti processuali di chiunque; carriere certificate con parametri pubblici; nuovo processo penale, carceri più vivibili, più sanzioni amministrative e servizi sociali al posto delle pene lievi, certezza assoluta e nessuna discrezionalità della sentenza definitiva per i reati gravi.
LE SFIDE DA AFFRONTARE: ECOLOGIA, POLITICA SOCIALE, RISANAMENTO TERRITORIALE, ACCOGLIENZA, FISCO.
La sfida che ci pone il nuovo scenario ambientale a livello planetario, richiede il nostro impegno per tradurre nella politica italiana ed europea gli orientamenti pastorali della “Laudato SI” partendo da una grande piano per sostenere la diffusione capillare delle nuove energie solari e fotovoltaiche e per la sistemazione idraulico forestale dell’Italia, “Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”.
Chiediamo al governo di predisporre un piano economico nazionale sociale-civile-vitale legato alla sussidiarietà attiva, sociale, civile, sussidiaria ecologica ambientale; deve essere prioritaria in ogni esercizio e campo al posto di quella solo monetaria e finanziaria; ritorno alla economia reale in certi settori, chiudere le delocalizzazioni d’imprese, controllo e tassazione delle mega rendite finanziarie, dei titoli derivati e della gestione patrimoni e assicurazioni da reinvestire nel sociale con la transizione ecologica.
Serve predisporre un grande progetto integrato da più funzioni per i 2/3 del territorio italiano montano/collinare più vulnerabile, svantaggiato, difficile, abbandonato che può crollare a valle, ma anche premiato e autentico patrimonio culturale paesaggistico nazionale, che ha in se già milioni di posti di lavoro e fare in modo che ritornino gli occupati a fare impresa e servizi: dalle scuole ai pronto soccorsi, dalle regimazioni idrauliche all’antropologia di servizio.
Non ci sottraiamo all’esigenza di una politica dell’accoglienza che non si limiti a sollecitare l’Europa a fare la sua parte.
Perché siamo stati anche noi emigranti (negli anni tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 furono 20 milioni gli italiani che varcarono l’oceano per sfuggire alla fame e alla disoccupazione); e poi perché la nostra tradizione etica, religiosa e civile non ci consente di volgerci dall’altra parte.
QUALE PRIMATO DELLA POLITICA
Riconosciamo il primato della politica come momento di sintesi ideale e come luogo di rappresentanza reale dei bisogni diversi e diffusi; una politica che rifugga da inutili conflittualità personalistiche e di parte e che riassuma i valori del popolarismo inteso come diretta partecipazione della Persona-cittadino alla costituzione del suo futuro e dei suoi Figli
Siamo convinti assertori di un sistema elettorale proporzionale con preferenza unica, superando l’attuale sistema che ha sin qui prodotto frammentazione partitica e trasformismo parlamentare, riducendo il sistema a una contrapposizione forzata tra aggregazione elettorali incapaci di garantire efficace governabilità.
La politica non deve essere esclusivamente strumento per vincere le competizioni elettorali, ma deve agire per salvaguardare e costruire anche gli interessi delle generazioni future.
LA RICOMPOSIZIONE DELL’AREA POPOLARE: FINE DEL COMPROMESSO STORICO.
Viviamo l’autonomia locale come forma di massima libertà, esaltando la partecipazione responsabile nel rispetto del principio di sussidiarietà. Una sussidiarietà che deve riguardare non solo le istituzioni, ma anche il rapporto tra queste e la società civile: ciò che può fare meglio il cittadino, singolo o associato, non deve essere fatto dalle istituzioni pubbliche.
Senza alcuna nostalgia di un passato, pure carico di indiscutibili positività, crediamo sia giunto il momento di unire tutte le energie locali, provinciali, regionali e nazionali, affinché la nostra cultura politica torni ad essere rappresentata nelle istituzioni italiane e europee.
In una chiara posizione autonoma e di Centro, distinta sia dalla Destra che dalla Sinistra, per la diversità e l’inconciliabilità dei valori di riferimento.
Un’azione capillare di promozione del dibattito culturale e politico su tutto il territorio nazionale sarà attivata per favorire la più ampia partecipazione dei cittadini e delle associazioni che intendono dare il loro fattivo contributo per la ricomposizione politica dell’area popolare.
Ben consapevoli che la linea politica adottata dal PD con la nuova Segreteria, con l’esaltazione dei c.d. diritti civili (espressione di permissivismo, relativismo ed egoismi) rompe definitivamente con la strategia di Gramsci, Togliatti e Berlinguer fondata sull’intesa con i cattolici nel rispetto dei nostri valori.
Firmato da: (ordine alfabetico dei sottoscrittori)
Bonalberti Ettore
Fiori Publio
Gemelli Vitaliano
Mario Tassone
Pasquale Tucciariello
PER L’UNITA’ POLITICA DELL’AEREA POPOLARE
In un momento delicato della vita italiana, a 103 anni dall”Appello di don Luigi Sturzo ai “ Liberi e Forti”, donne, uomini, anziani e giovani che credono nei principi e nei valori della dottrina sociale della Chiesa e che ritengono doveroso e necessario impegnarsi politicamente per ridare una speranza alla politica italiana, chiedono a tutte le persone impegnate sul piano sociale, culturale e politico di area cattolico-democratica e cristiano- sociale di superare definitivamente la lunga e dolorosa stagione delle divisioni e di ritrovarsi uniti nell’area popolare italiana.
LA GRANDE TRADIZIONE STURZIANA E DE GASPERIANA CON LE ENCICLICHE SOCIALI
Siamo eredi della grande tradizione sturziana e degasperiana che ha rappresentato nella politica italiana uno straordinario fattore di progresso, permettendo al nostro Paese di trasformarsi da “terra povera” e di “dolorosa emigrazione” in un’area tra le più industrializzate del mondo.
Facciamo riferimento a principi e valori che si basano sul primato della Persona e della Famiglia e sulle realtà associative che, operando in ambito sociale, economico, culturale e politico, intendono continuare la nostra tradizionale “voglia di fare insieme”, anche ricorrendo agli strumenti più avanzati delle moderne tecnologie.
Intendiamo costruire un movimento di ampie convergenze, capace di superare antiche e nuove divisioni per ritrovare, nei valori del popolarismo le ragioni del nostro impegno politico. Intendiamo tradurre nella “città dell’uomo” gli orientamenti pastorali espressi dalle encicliche sociali della Chiesa: dalla “Rerum Novarum” alle “Caritas in veritate”, “Laudato SI” e “Fratelli tutti”. Esse sono le più credibili e avanzate risposte ai limiti della globalizzazione, che ha determinato il primato della finanza sull’economia e la riduzione della politica a un ruolo subordinato ai poteri finanziari dominanti.
L’EUROPA DEI VALORI
Siamo impegnati per la costruzione di un’Europa dei valori, unita, aperta, diversa e più umana, che tragga linfa vitale dalle sue radici cristiane e dalle libertà civili, all’interno della quale le peculiarità e le particolarità regionali e locali possano lavorare insieme per il benessere di Tutti. Un’Europa che riaffermi il contrasto con ogni forma di totalitarismo e di aggressione, come l’ inaccettabile e disumana invasione russa in Ucraina dove l’Europa deve far sentire la sua voce per chiedere l’avvio immediato di un processo di pace, nel rispetto dei principi fondamentali del diritto internazionale così pesantemente violati.
Crediamo nel libero mercato e nella libera concorrenza che sono alla base di un “welfare” che sappia, però, coniugare e integrare in modo equilibrato libertà e responsabilità personali, sviluppo economico e solidarietà sociale. Siamo consapevoli dei limiti di un sistema capitalistico incapace di garantire l’obiettivo per noi irrinunciabile di “disoccupazione zero”, raggiungibile solo con una profonda trasformazione dell’attuale sistema e livello interno, europeo e internazionale secondo i principi del solidarismo cristiano e dell’economia civile.
Siamo contrari alla ideologia gender, alla carriera alias nelle scuole, al cambio di sesso per minori e all’opposizione alla libertà educativa dei genitori; e a tutte le politiche che assecondano i desideri, gli istinti, le mode contro il diritto naturale, anziché guidare la società secondo valori condivisi.
LA POLITICA FISCALE E DEL LAVORO
Intendiamo proporre e sviluppare un programma di politica attiva del lavoro non slegato da riforme fiscali e del cuneo contributivo. Riteniamo utile, sia per il gettito fiscale che per un forte segnale di giustizia sociale l’introduzione di un Tributo straordinario sui grandi patrimoni.
Poi l’inserimento di una pensione autonoma integrativa legata a quella previdenziale pubblica; uguaglianza contrattuale uomini-donne, pubblica e privata con contratti regionali e specialistici; governare le differenze fra imprese piccole e grandi; regime fiscale sulle plusvalenze delle grandi imprese; modello scolastico inclusivo performante il lavoro con libertà d’insegnamento; per certi aspetti tributari il lavoro del politico equiparato agli altri; diritti e doveri hanno lo stesso peso sociale e civile;
Perequazione delle pensioni; reddito sociale minimo alle famiglie dopo severi controlli sullo stato di bisogno e limitato nel tempo; lavori di pubblica utilità e servizio assistenza a chi percepisce un reddito vitale; ripristinare una scuola inclusiva con “l’educazione civica”; tariffe e canoni in base al reddito; sanità, scuola e lavoro uniche voci dello Stato (non delle macroregioni) che possono essere in rosso o possono creare debito pubblico; più controlli preventivi e a valle con più forze dell’ordine per strada e in luoghi pubblici per un effettivo controllo del territorio.
LA GIUSTIZIA
Chiediamo una Giustizia a misura del cittadino e non del magistrato; veloce, certa, equa; separazione drastica delle carriere; autogoverno dei magistrati composto da più laici e meno togati; eliminare il legame fra politico e magistrato. Nessun rientro di carriera per chi fa il politico; sanzioni esemplari per fuga di notizie e veline di atti processuali di chiunque; carriere certificate con parametri pubblici; nuovo processo penale, carceri più vivibili, più sanzioni amministrative e servizi sociali al posto delle pene lievi, certezza assoluta e nessuna discrezionalità della sentenza definitiva per i reati gravi.
LE SFIDE DA AFFRONTARE: ECOLOGIA, POLITICA SOCIALE, RISANAMENTO TERRITORIALE, ACCOGLIENZA, FISCO.
La sfida che ci pone il nuovo scenario ambientale a livello planetario, richiede il nostro impegno per tradurre nella politica italiana ed europea gli orientamenti pastorali della “Laudato SI” partendo da una grande piano per sostenere la diffusione capillare delle nuove energie solari e fotovoltaiche e per la sistemazione idraulico forestale dell’Italia, “Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”.
Chiediamo al governo di predisporre un piano economico nazionale sociale-civile-vitale legato alla sussidiarietà attiva, sociale, civile, sussidiaria ecologica ambientale; deve essere prioritaria in ogni esercizio e campo al posto di quella solo monetaria e finanziaria; ritorno alla economia reale in certi settori, chiudere le delocalizzazioni d’imprese, controllo e tassazione delle mega rendite finanziarie, dei titoli derivati e della gestione patrimoni e assicurazioni da reinvestire nel sociale con la transizione ecologica.
Serve predisporre un grande progetto integrato da più funzioni per i 2/3 del territorio italiano montano/collinare più vulnerabile, svantaggiato, difficile, abbandonato che può crollare a valle, ma anche premiato e autentico patrimonio culturale paesaggistico nazionale, che ha in se già milioni di posti di lavoro e fare in modo che ritornino gli occupati a fare impresa e servizi: dalle scuole ai pronto soccorsi, dalle regimazioni idrauliche all’antropologia di servizio.
Non ci sottraiamo all’esigenza di una politica dell’accoglienza che non si limiti a sollecitare l’Europa a fare la sua parte.
Perché siamo stati anche noi emigranti (negli anni tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 furono 20 milioni gli italiani che varcarono l’oceano per sfuggire alla fame e alla disoccupazione); e poi perché la nostra tradizione etica, religiosa e civile non ci consente di volgerci dall’altra parte.
QUALE PRIMATO DELLA POLITICA
Riconosciamo il primato della politica come momento di sintesi ideale e come luogo di rappresentanza reale dei bisogni diversi e diffusi; una politica che rifugga da inutili conflittualità personalistiche e di parte e che riassuma i valori del popolarismo inteso come diretta partecipazione della Persona-cittadino alla costituzione del suo futuro e dei suoi Figli
Siamo convinti assertori di un sistema elettorale proporzionale con preferenza unica, superando l’attuale sistema che ha sin qui prodotto frammentazione partitica e trasformismo parlamentare, riducendo il sistema a una contrapposizione forzata tra aggregazione elettorali incapaci di garantire efficace governabilità.
La politica non deve essere esclusivamente strumento per vincere le competizioni elettorali, ma deve agire per salvaguardare e costruire anche gli interessi delle generazioni future.
LA RICOMPOSIZIONE DELL’AREA POPOLARE: FINE DEL COMPROMESSO STORICO.
Viviamo l’autonomia locale come forma di massima libertà, esaltando la partecipazione responsabile nel rispetto del principio di sussidiarietà. Una sussidiarietà che deve riguardare non solo le istituzioni, ma anche il rapporto tra queste e la società civile: ciò che può fare meglio il cittadino, singolo o associato, non deve essere fatto dalle istituzioni pubbliche.
Senza alcuna nostalgia di un passato, pure carico di indiscutibili positività, crediamo sia giunto il momento di unire tutte le energie locali, provinciali, regionali e nazionali, affinché la nostra cultura politica torni ad essere rappresentata nelle istituzioni italiane e europee.
In una chiara posizione autonoma e di Centro, distinta sia dalla Destra che dalla Sinistra, per la diversità e l’inconciliabilità dei valori di riferimento.
Un’azione capillare di promozione del dibattito culturale e politico su tutto il territorio nazionale sarà attivata per favorire la più ampia partecipazione dei cittadini e delle associazioni che intendono dare il loro fattivo contributo per la ricomposizione politica dell’area popolare.
Ben consapevoli che la linea politica adottata dal PD con la nuova Segreteria, con l’esaltazione dei c.d. diritti civili (espressione di permissivismo, relativismo ed egoismi) rompe definitivamente con la strategia di Gramsci, Togliatti e Berlinguer fondata sull’intesa con i cattolici nel rispetto dei nostri valori.
Firmato da: (ordine alfabetico dei sottoscrittori)
Bonalberti Ettore
Fiori Publio
Mario Tassone
Pasquale Tucciariello
Ora o mai più
L’assemblea del 25 Febbraio al Parco dei Principi è stata una tappa importante nel processo di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Dopo quasi trent’anni della diaspora democristiana (1993-2023) si sono riuniti amici che, in quella dolorosa stagione politica, hanno vissuto esperienze di divisione e contrapposizione.
E’ evidente che il progetto potrà svilupparsi, solo se dalla base si costruiranno le condizioni politico organizzative per il ricongiungimento delle diverse componenti presenti in sede territoriale della nostra area. Non esistono scorciatoie o strade privilegiate, al di fuori di quelle che possono e devono nascere dalle nostre realtà locali.
E’ evidente che l’obiettivo più vicino sia quello di costituire una lista unitaria di area popolare alle prossime elezioni europee. Un obiettivo che non deve, tuttavia, farci correre il rischio di passaggi frettolosi verso un Terzo polo ancora carico di contraddizioni e di pregiudizi, già dolorosamente sperimentati nelle recenti elezioni comunali romane e regionali.
Credo sia opportuno attendere come si evolverà il progetto del partito unitario del Terzo Polo tra Calenda e Renzi, avendo presente l’idiosincrasia verso i DC e i Popolari che, Calenda in particolare, ha sin qui dimostrato verso la nostra tradizione politico culturale.
I cattolici e il loro ruolo politico non è riducibile al surrogato di riduttiva ed errata interpretazione calendiana di un strano incidente della storia nazionale, avendo rappresentato il PPI, prima e la DC, per oltre quarant’anni, alcune delle esperienze politico parlamentari più importanti della fine dell’Italia liberale, con Sturzo prima e di tutta la storia repubblicana, con la DC di De Gasperi, Moro e dei loro eredi.
Noi a quelle tradizioni politiche vogliamo rifarci, derivandone i loro elementi migliori Ecco perché, prima di scelte affrettate di alleanze elettorali, intendiamo concorrere alla ricomposizione politica della nostra area. Una ricomposizione che dovrà costruirsi dalla base, attraverso l’avvio di comitati civico popolari di partecipazione democratica, strumenti in grado di facilitare il dialogo e il confronto tra le diverse realtà di base. Lì si raccoglieranno le attese della nostra gente alle quali corrispondere con efficaci proposte di programma. Lì si selezionerà la nuova classe dirigente, che non potrà essere scelta dall’alto per cooptazione, ma dalle procedure democratiche locali, sia per i ruoli del partito, che per le candidature. Certo il nuovo sistema della rete che è partito dal Parco dei Principi potrà favorire il progetto, ma guai se, come altre volte è già avvenuto in passato, fosse dal centro che si pensasse di definire, orientare e gestire questo originale e innovativo processo.
Prima, dunque, partendo dalla base, ricomponiamo tutto ciò che sia possibile e il documento del Parco dei Principi può costituire un punto di riferimento e di riconoscimento unitario quanto mai opportuno, e, poi, salendo con metodo democratico dalle realtà locali, provinciali e regionali, si potrà giungere a quell’assemblea costituente nazionale del nuovo soggetto politico di centro, ampio e plurale: democratico, popolare, ispirato dai valori della dottrina sociale della Chiesa, alternativo alla destra nazionalista e sovranista, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità.
Credo che per facilitare questo processo di ricomposizione sarebbe quanto mai utile e opportuna una riunione a Roma dei principali attori dei diversi movimenti e partiti che, sin qui, hanno tentato, seppur divisi, di organizzare le risorse sparse e divise presenti sul territorio. Un invito da rivolgere anche a coloro che, per scelta improvvida o disattenzione, non fossero stati invitati il 25 febbraio scorso. Sarebbe un segnale efficiente ed efficace per tutti gli amici in periferia. Una cosa è certa: il dado è tratto e stavolta o mai più. Avanti, allora tutti, da Liberi e Forti per il bene dell’Italia.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti- www.alefpopolaritaliani.it )
Venezia, 1 Marzo 2023
Un’occasione da non perdere
Il convegno organizzato dagli amici di area popolare, Sabato 25 Febbraio scorso, all’Hotel Parco dei Principi a Roma, costituisce un passaggio fondamentale nel progetto di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Un progetto che, da parte mia, perseguo da molto tempo, come ben sa chi segue le mie note pubblicate nella lunga e dolorosa stagione della diaspora post DC.
Trattasi di un’occasione da non perdere anche da parte degli amici della DC che, dal 2012, sono impegnati nel progetto di ricostruzione politica della DC, ossia per dare pratica attuazione alla sentenza n.25999 del 23.12.2010 della Cassazione, secondo cui: La DC non è mai stata giuridicamente sciolta.
Un progetto cui ho dato un contributo con tutte le mie forze in sede locale e nazionale, che si è, almeno per me, interrotto, dopo la deriva a destra assunta dal partito, come ben evidenziato dalle scelte regionali e nazionali nelle elezioni di Sicilia, Lazio e Lombardia.
Avevo scritto in un editoriale del 13 Gennaio scorso, che il partito della Meloni, Fratelli d’Italia, non è la nuova DC e che esistono enormi difficoltà di natura ideali e culturali che separano la nostra storia e tradizione politica da quella degli eredi del neofascismo almirantiano. Ho anche più volte sottolineato che scelte compiute a destra o a sinistra da parte della DC, avrebbero ridotto il partito al ruolo di ascaro reggicoda dei due partiti egemoni, nei quali, alla fine: “ è sempre il cane che muove la coda”.
Ciò che è avvenuto Sabato scorso con la relazione introduttiva di Giuseppe De Mita e ben sintetizzato nel documento finale che si allega, rappresenta il superamento di una lunga stagione di divisioni fomentate dai personalismi di quanti hanno privilegiato il loro “ particulare” politico all’interesse più generale di un’area che, scomparsa dalle istituzioni, sopravvive nella realtà delle molte frazionate espressioni sociali, culturali e politiche a livello locale e nazionale.
Quanto ha scritto l’On Fioroni oggi su Il Domani d’Italia è la presa d’atto della difficoltà/impossibilità per i Popolari di continuare a militare in un partito che, con la vittoria congressuale della Schlein, assume definitivamente il carattere profetizzato dal prof De Noce per il PCI/PD di “ partito radicale di massa”. Nulla a che spartire con la nostra tradizione politico culturale sturziana e degasperiana. Ecco perché, come è ben descritto nel documento finale, oggi esistono le condizioni per concorrere tutti insieme alla nostra ricomposizione politica partendo dai fondamentali sturziani che sono all’origine del nostro impegno politico.
A Venezia stiamo tentando di attivare il comitato civico popolare di partecipazione democratica, ossia lo strumento nel quale avviare il dialogo e il confronto tra le diverse espressioni della nostra area sociale, culturale e politica, premessa indispensabile per costruire il POP veneziano e regionale del Veneto.
Da vecchio “ DC non pentito”, osservatore non partecipante, ma non per questo estraneo o peggio, distante dalle vicende del partito in cui ho speso larga parte della mia stessa vita, mi permetto di suggerire a Grassi e amici di cogliere l’occasione offerta dal documento del Parco dei Principi e di sottoscriverlo con gli altri firmatari a nome di tutta la DC. Non si comprenderebbe l’eventuale assenza del partito che, più di altri, dal 2012 ha tentato il rilancio politico del partito di De Gasperi, Fanfani, Moro, Zaccagnini sino a De Mita, Forlani e Martinazzoli, per cui, superando ogni difficoltà, mi auguro che la DC sappia compiere quella scelta che molti dei nostri iscritti ed elettori si attendono, ossia di concorrere al progetto di ricomposizione politica dopo la lunga e dolorosa stagione della diaspora democristiana.
Ettore Bonalberti
Venezia, 27 Febbraio 2023
Il documento di area popolare
Il susseguirsi di maggioranze parlamentari, di successi elettorali e di trionfi e cadute di leadership a forte impatto mediatico, non ha spostato l’orizzonte politico del paese e non ha ridotto il senso di insicurezza che attraversa la società italiana.
Crescono significativamente il livello di astensione al voto, la volatilità delle scelte elettorali, il senso di sfiducia nei partiti e in una certa misura verso le istituzioni democratiche della rappresentanza.
Eppure, nella pubblica opinione resiste la speranza dell’arrivo di qualcosa che sia allo stesso tempo nuovo e antico; innovativo e tradizionale; capace di riformare e attento a conservare: qualcosa che rivesta di novità la continuità.
Le opzioni tecnocratiche e populistiche, convergenti nel ritenere il popolo un oggetto e non il protagonista della vicenda democratica, si sono rapidamente trasformate da soluzione a problema delle democrazie.
In questo contesto e su queste basi di comune riflessione è maturata un’esigenza diffusa di ricomposizione del variegato universo politico di movimenti, associazioni, liste civiche e personalità, che si riconoscono nella comune radice culturale del popolarismo.
Ciò viene significativamente alla luce a 100 anni da quel congresso del Partito Popolare – simbolo di fedeltà ai valori democratici – che costò l’esilio a Luigi Sturzo
I problemi del presente impongono un impegno diretto nell’elaborazione e nell’azione concreta per senso di responsabilità storica e non per evocare una teoria del passato.
Nulla dice che questa condizione di incertezza preluda a facili successi, ma nulla impedisce di assumere l’impegno di offrire possibili soluzioni.
Il pluralismo delle diverse esperienze popolari avverte dunque necessario ricercare le forme più efficaci perché esse si esprimano in forme politicamente unitarie.
Pertanto, si è deciso di lavorare alla costruzione di una comune Piattaforma Popolare che raccolga i movimenti politici e associativi, le esperienze amministrative, sociali e culturali che trovano nel popolarismo la comune radice di pensiero.
Una Piattaforma Popolare che, conservando l’autonomia dei partecipanti, consenta la formazione di un riferimento unitario e organico che rappresenti anzitutto uno spazio di impegno culturale e quindi di elaborazione programmatica, con il chiaro obiettivo di favorire l’individuazione di scelte organizzative disponibili alle collaborazioni più ampie, inclusive ed efficaci sul piano politico.
Le prime firme (con relativi gruppi o associazioni)
Fioroni Giuseppe – Centro Studi Aldo Moro
Coordinamento nazionale “Insieme” (Infante Giancarlo, Mosti Eleonora, Cotta Maurizio)
De Mita Giuseppe – POP Popolari in rete
Amoruso Donato – Puglia in Movimento
Arnone Vincenzo – POP Calabria
Attaguile Francesco – POP Sicilia
Bazzoni Giacomo – I Popolari Brescia
Bertoli Danilo – Istituto Friulano per la storia del movimento politico dei cattolici
Binato Fabio – POP Veneto
Burresi Pietro – Associazione Aldo Moro Siena
Caprioli Nicola – Rete Bianca Bologna
Cerciello Emanuel – POP Toscana
Ciambella Luisa – Per il bene comune Viterbo
Clemente Sergio – AICS Foggia
Dellai Lorenzo – Pop Trento
Di Giovanni Antonio – Fondazione Sturzo Caltagirone
Di Natale Graziano – La migliore Calabria
D’Ubaldo Lucio – Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani
Fauttilli Federico – Città d’Europa
Gargani Giuseppe – Popolari per l’Europa
Ginoble Tommaso – Popolari per l’Abruzzo
Grassi Gero – Associazione Aldo Moro Bari
Grassi Giuseppe – Per il bene comune Roma
Lebbro David – Campania Domani
Mauro Mario – Popolari per l’Italia
Mazzoni Erminia – POP Campania
Mennea Ruggero – Per il bene comune BAT
Merlo Giorgio – POP Piemonte
Molinari Giuseppe – Associazione Popolari Basilicata
Monda Dante – Rete Bianca Roma
Porzi Donatella – Per il bene comune Umbria
Rigoni Andrea – I Popolari Massa Carrara
Ruta Roberto – Per il bene comune Molise
Santi Aurelio – I Popolari Modena
Sanza Angelo – POP Popolari in rete
Tanzilli Alberto – Per il bene comune Roma
Tuccillo Francescomaria – Popoli e Polis
Valiante Simone – Per il bene comune Salerno
Vassallo Maurizio – Per il bene comune Rieti
Venanzoni Diego – Fare Centro Napoli
Visani Roberto – I Popolari Imola
Zucchetti Roberto – POP Lombardi
Per un’alternativa alla destra di governo
Siamo consapevoli che una reale alternativa politica alla destra di governo nazionalista e sovranista, oggi egemonizzata dal partito della Meloni, si può solo costruire con un’ampia alleanza tra un centro nuovo della politica e una sinistra che ritrovi, finalmente, la propria identità. Non esistono vie preferenziali o peggio scorciatoie tattiche, come quelle intraprese da alcuni amici DC, che hanno scelto di assumere una funzione ancillare da ascari subordinati al partito della Meloni: in Sicilia con Cuffaro, e in Lombardia e nel Lazio, dove, con scarso successo, hanno appoggiato le liste guidate dai candidati di destra.
Proprio per questa deriva a destra della DC guidata da Renato Grassi, mi sono dimesso dall’incarico di vice segretario del partito, tornando al mio ruolo assunto fin dal 1993, di “ DC non pentito”, quello di un medico scalzo alla ricerca della ricomposizione politica dell’area popolare, cattolico democratica e cristiano sociale.
Un tentativo coraggioso è stato avviato con l’amico Peppino Gargani e la Federazione Popolare dei DC, messa in crisi dall’opposizione netta di Cesa e di Rotondi, organicamente collegati alla destra, e da quella indecisa dello stesso Grassi.
Ecco perché guardiamo con interesse a ciò che accade tra gli amici di Insieme di Giancarlo Infante, quelli di Ivo Tarolli e, soprattutto, con il progetto avviato da Giorgio Merlo, Angelo Sanza con Giuseppe De Mita, per la ricomposizione politica dell’area popolare.
Il prossimo 25 Febbraio si terrà l’incontro di questi amici per fare il punto della situazione. Incontro al quale desidero partecipare, presentando l’esperienza che abbiamo indicato a Venezia, con l’avvio del comitato civico popolare di partecipazione democratica, nel quale vorremmo offrire alle diverse espressioni dell’area politico culturale veneziana, lo strumento per garantire il dialogo e il confronto necessario alla ricomposizione politica di questa vasta e complessa area, divisa nella lunga stagione della diaspora DC ( 1993-2023).
E’ evidente che un’alternativa politica credibile alla destra nazionalista e sovranista, oggi egemone con la Meloni al governo del Paese, potrà nascere solo dall’alleanza tra le culture politiche che sono state alla base della formazione della Repubblica Italiana. Ciò comporta, da un lato, la definizione corretta dell’identità del PD, che potrà uscire dal loro prossimo congresso, e, dall’altra, dalla nascita del centro nuovo della politica italiana in grado di allearsi con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana, contro i tentativi già annunciati dalla destra di governo, come quello della trasformazione della nostra Repubblica, da parlamentare, come la vollero i padri costituenti, a presidenziale.
Fallito l’esperimento della “Margherita” di confluire nei DS per dar vita al PD, nel quale, alla fine, per il prossimo congresso emergono due linee a confronto: quella di Bonaccini, più direttamente collegata alla tradizione dell’ex PCI e quella della Schlein, espressione coerente della natura trasformista assunta dal “neo partito radicale di massa”. Due linee entrambe ostili ed estranee a quella della tradizione dei Popolari che, con Marini e Castagnetti, decisero di sostenere quel progetto.
Anche ciò che accade al cosiddetto terzo polo, di Calenda e Renzi, in forte difficoltà dopo i risultati insoddisfacenti delle recenti elezioni regionali, è la dimostrazione dei limiti di un progetto che, per Calenda doveva rappresentare l’avvio di una sorta di federazione laico liberale repubblicana, che, ha finito con l’assumere i caratteri di una sorta di “ azionismo de noantri”, fortemente critico con tutto ciò che appartiene alla nostra tradizione politica DC e popolare, ossia quella stessa tradizione culturale e politica d’origine di Matteo Renzi.
Ecco perché per poter costruire una reale alternativa politica alla destra di governo, in attesa delle conclusioni cui perverrà il PD, il nostro compito primario è quello di concorrere alla ricomposizione politica della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale, premessa indispensabile per la costruzione del nuovo centro della politica italiana nel quale potranno ritrovarsi le storiche culture politiche che hanno fatto grande l’Italia: quella popolare, laico liberale, riformista socialista e repubblicana, in grado di allearsi con una sinistra forte della sua identità e disponibile a combattere per la difesa e completa attuazione della Costituzione, a partire, da quella della Repubblica parlamentare; per il ritorno alla legge proporzionale con preferenze e l’applicazione in tutti i partiti dell’art.49 della Costituzione. Il 25 Febbraio con gli amici di area popolare ci confronteremo, con la volontà di avviare un progetto finalmente decisivo per l’alternativa alla destra di governo, vincente, non se risulterà come l’ennesimo tentativo di riunire alcuni amici al vertice, ma solo se sarà sostenuto dai molti comitati civico popolari di partecipazione democratica che, come mi auguro a Venezia e nel Veneto, sorgeranno dalla base in tutto il Paese.
Ettore Bonalberti
Venezia, 20 Febbraio 2023
Nel 1991 fu l’On Publio Fiori a segnalarmi la sentenza della Cassazione n. 25999 del 23.12.2010 che poneva fine al lungo contenzioso fra i presunti eredi della DC, stabilendo in via definitiva che “ la DC non è mai stata sciolta”. Partì da quella notizia l’azione da me condotta per l’autoconvocazione del consiglio nazionale della DC storica, presieduto dall’On Rosa Russo Jervolino, azione che potei portare a compimento con l’aiuto decisivo dei compianti Onn. Silvio Lega e Clemente Darida. Da quel momento iniziarono pure i tentativi compiuti, nel 2012 con il XVIII Congresso nazionale della DC, che elesse alla segreteria nazionale del partito, Gianni Fontana e dell’Ottobre 2018, con elezione di Renato Grassi da me sostenuta con totale solidarietà.
Ringrazio l’On Fiori che, ancora una volta promuove, con la riedizione dell’Idea Popolare, la storica testata giornalistica sturziana, il progetto di ricomposizione politica dell’area popolare, come ben evidenziato nella nota trasmessami, che pubblico assai volentieri sulla nostra rivista on line. Buona lettura
Ettore Bonalberti
Venezia, 15 Febbraio 2023
Publio Fiori: GLI ELETTORI STANNO ABBANDONANDO QUESTI PARTITI. RICOMPONIAMO L’AREA POPOLARE. LIBERA DA VINCOLI E SUDDITANZE.
“Sono maturi i tempi per una iniziativa che ispirandosi al popolarismo Sturziano ricomponga l’arcipelago democristiano e recuperi l’unità politica dei cattolici con un soggetto politico di centro, democratico, popolare, laico, riformista, europeista, alternativo alla sinistra smarrita e alla destra populista, inserito nel PPE”.
Lo ha dichiarato Publio Fiori a seguito della inquietante caduta della partecipazione elettorale.
“E’ evidente – ha proseguito Fiori – la disaffezione della gente che non si sente più rappresentata da questi partiti incapaci di una visione alta fondata su quei valori della Costituzione che rimangono inattuati o addirittura stravolti (diritti fondamentali, lavoro, famiglia, dignità della persona, partecipazione, solidarietà e sussidiarietà); partiti che anziché guidare secondo principi condivisi assecondano mode, istinti e pseudo diritti che violano la dignità delle persone e i diritti inviolabili dell’art. 2 della Costituzione.
E anche a causa di un bipolarismo imposto di fatto dalla legge elettorale ma che non corrisponde all’effettiva articolazione della nostra società.
“Ne emerge – ha continuato Fiori - una società globalizzata, nichilista, individualista, indifferente e assoggettata a un capitalismo finanziario che fa crescere differenze, povertà, disoccupazione, limitando gli spazi e la qualità della democrazia e rende necessario un profondo cambiamento con il recupero dei valori del popolarismo che, in antitesi al populismo, sono presenti nella nostra Costituzione”.
“Per questo obiettivo – ha detto ancora Fiori – sono già in atto molte iniziative: l’assemblea del 25 febbraio organizzata da Gargani e da Sanza, l’incontro tra Casini e Mastella, l’associazione realizzata da Ettore Bonalberti tra i gruppi DC del nord-est, gli innumerevoli partiti e comitati locali DC nati spontaneamente in tutta Italia, la riedizione dell’Idea Popolare (il periodico di don Sturzo) che ha organizzato per il 15 marzo una assemblea nazionale a Roma e le sollecitazioni della Gerarchia (Cardinali Parolin e Bassetti) nell’incontro “Ditelo dai tetti” del marzo 2022 dove è stato riaffermato il diritto-dovere dei cattolici all’impegno politico per una ‘politica migliore’ “.
“Naturalmente – ha concluso Fiori – questo tentativo deve puntare ad un soggetto del tutto autonomo e non opportunisticamente legato o peggio subalterno ad altri partiti che pur dichiarandosi di “Centro” nulla hanno in comune con la nostra Storia”.
Contributo al dibattito per la ricomposizione dell’area popolare
Prof Roberto Berveglieri
Questa mio pensiero potrebbe apparire come “la solitudine dei numeri primi”, ma è importante lanciare un messaggio per riportare il valore etico nella politica e nell’economia. Per questo mi rifaccio al profeta Michea, simbolo universale di tre punti indelebili, perché contemporanei in ogni società: “1. lotta contro i governanti e le caste del tempo che affamavano il popolo, e chiedeva che la giustizia venisse ripristinata; 2. egli ci porta la notizia di un grande cambiamento, che una volta all’anno la liturgia ci ricorda, cioè la nascita di Betlemme; 3. ci dà lo stesso segnale di Isaia, ‘il bene trionferà’, perché nello stesso tempo ci dice che radunerà attorno a se un gruppo di giusti, il bene vincerà, e si prenderà cura dei bisognosi”. Egli ci dà un messaggio, che è quello di metterci in gioco e parlare, promuovere quello che noi consideriamo il bene comune.
Dunque, il mio sforzo è trovare l’equilibrio tra il diritto (che è la scienza della esistenza regolata da norme giuridiche) e l’etica, che è la capacità di distinguere ciò che è giusto e ingiusto; perciò dobbiamo essere coraggiosi, aperti, esatti. E allora che dobbiamo dire.
In sostanza, metterci in gioco, e parlare di quello che si considera il bene comune.
Alcuni personaggi che sono contemporanei della società, i loro scritti sono datati, ma le intuizioni sono contemporanee. Prendiamo le quattro intuizioni di Sturzo: 1. La tensione etica; 2. La laicità; 3. Il bene comune; 4. Il coraggio di un riformismo operativo.
Ecco, io penso con voi di aggiungere non nozioni a quelle già tante volte chiaramente esposte, bensì la nota dell'esperienza vissuta, perché quando uno arriva a una certa età non ha più nemmeno la possibilità di fare un saggio di ricerca di idee nuove; ma fare una riflessione sulla storia, su quello che abbiamo vissuto. Quindi, le cose che io vi dirò non le ho prese dai libri, se non dal libro più importante che ciascuno ha in se. Conoscevo un bravo padre, il quale diceva che il più bel libro di lettura spirituale è spogliare la propria vita, e alle volte io ho pensato che avendo dedicato tutta la mia vita a studiare le questioni sociali e politiche, la dottrina sociale della Chiesa, gestire la pubblica amministrazione, forse sono in grado di dire come vedo io questa crisi terribile che stiamo vivendo. Quali sono le cause vere? Ma perché siamo arrivati a questo punto? Ed è possibile venirne fuori? E se è possibile venirne fuori, come? Con le risposte a queste domande noi potremmo girare l'Italia e avremmo risolto i problemi del paese. Il mio è un contributo sul quale poi, ciascuno potrà riflettere ed essere più o meno d'accordo.
Comincerò col dire che la crisi che stiamo vivendo è una crisi del tutto anomala, straordinaria, non è comune, è una crisi che ha radici complesse di natura politica, di natura economica, di natura culturale; quindi, non si risolve soltanto sul piano dell'economia.
Permettete che ha modo di introduzione vi dica quello che io penso dell'Europa, perché poi questo mi aiuta a comprendere la crisi dell'Italia.
A mio modo di vedere, e date il valore che volete alle cose che vi dico, l’Europa è nata male, è nata con il peccato originale, perché è nata come comunità economica. Già il grande architetto dell'Europa, il francese Jean Monnet, una settimana prima di morire scriveva nel suo diario: “Se dovessimo cominciare di nuovo a costruire l'Europa io comincerei non dall'economia, ma dalla cultura, perché non si tratta di mettere intorno a un tavolo il più di Stato dell'Italia, della Francia, della Germania e di mettersi d'accordo sul mercato dell'acciaio. Ma si tratta di unire i popoli. Unire gli italiani, francesi e tedeschi è una questione culturale per l'Europa”.
I nostri padri fondatori, tutti bravi, e santi, come li conosciamo, Adenauer, De Gasperi e Schuman avevano il problema della pace. Non è possibile, come avvenuto per tutti i secoli anteriori al ventesimo, che in ogni secolo i popoli europei si siano distrutti a vicenda con la guerra; e l'ultima guerra mondiale, così terribile, ci ha fatto capire che è necessario costruire la pace. Ma come potevano fare? Mettiamo in comune la produzione dell'acciaio con cui si fanno i cannoni, gli aeroplani le armi. Allora, se avremo un comune mercato dell'acciaio, avremo in mano l'elemento per garantire la pace; al tempo stesso quando poi si è scoperto l'atomo facciamo anche le Euratom, l'Unione Europea atomica per la protezione dalle radiazioni, e quindi garantire la pace. Ottima idea; e abbiamo avuto 70 anni di pace incredibili, nonostante alcuni focolai qua e là, ma abbiamo goduto di un periodo stupendo di pace.
Ma l'errore è stato l'aver cominciato con l'economia e aver messo l'accento sull'economia, che poi è diventata moneta unica, che poi è diventata dominio della finanza (mai avere un uomo della finanza o un banchiere alla guida del ministero dell’economia o del governo). E i popoli non si sono Uniti fra di loro, si sono uniti i governi, con risentimenti perché si è imposta una regola dura, non sforare l'equilibrio tra prodotto interno lordo è debito; con tutti i drammi che sono venuti fuori; basti pensare come è stata trattata la Grecia. Vedere un popolo ridotto a quella situazione di sofferenza sociale, di ingiustizia nel nome dell'economia (peggio finanza), che ha dettato la politica all’Europa è conseguenza del peccato originale; è il frutto del peccato originale, da cui si tenta di venir fuori. Quindi, le critiche che si fanno sono necessarie e buone.
Ma se io, politico, volessi rifondare l’Europa, fossi il rifondatore dell'Europa, di nuovo io comincerei dalla cultura. Abbiamo un esempio di come si può costruire la casa comune?
Allora voi permettete che mi rifaccia a un'antica immagine che ormai da tanti anni ho usato soprattutto parlando agli studenti, ma anche a conferenze e convegni pubblici diversi.
Il problema della casa comune, che è il problema del XXI secolo: noi non possiamo costruire una società, un'Italia nuova del XXI secolo senza imparare quella che è la Regola fondamentale del mondo globalizzato: “imparare a vivere Uniti, rispettandoci, diversi. Amici miei, questa è la regola cardine della costruzione della Nuova Europa, della nuova Italia, del nuovo mondo globalizzato. E allora l'esempio che portavo è molto banale ma rimane nell'immaginazione: è la costruzione di una casa. Quand'è che una nazione diventa Stato, diventa Popolo unito? Quando esiste una omogeneità di valori: il costume, la fede, l’arte, la lingua, che danno unità culturale a un popolo, che ha un suo territorio.
Quello che io direi nella costruzione della casa è la funzione delle fondamenta e del pavimento; non si può cominciare a costruire la casa dai muri o dal tetto. La casa si costruisce dalle fondamenta, e il fondamento della casa comune è la cultura di un popolo, sono i valori, il modo di parlare, l'arte, il costume, tutto quello che è anche ricchezza creatività, fede religiosa. Quando questo è omogeneo c'è il pavimento.
La cultura non rimane mai un discorso accademico, una tavola rotonda in televisione. La cultura si esprime sempre in Istituzioni che sono i muri della casa comune. Quindi le grandi leggi istituzioni che governano la casa comune: la magistratura, la scuola, la famiglia, il lavoro, la politica, la fede, sono i muri maestri della casa, che si devono fondare sul fondamento culturale della casa. La Cultura, che diventa Istituzione, alimenta le istituzioni.
Quindi, il diritto di famiglia italiano sarà diverso dal diritto di famiglia africano, tedesco e altri, perché la cultura è quella che determina anche le forme istituzionali. Quando ho costruito il modello, abbiamo il modello di società.
Se pigliamo in mano la Carta repubblicana ci accorgiamo che i primi 12 articoli sono il fondamento dell'Italia; sono quei valori, quel costume, quella tradizione bimillenaria che costituiscono l’humus, il terreno, l'anima del popolo italiano. La seconda parte riguarda le Istituzioni. Tanto è vero che la seconda parte è molto datata. E le riforme istituzionali vanno fatte perché il paese è cresciuto; e le istituzioni, che sono come l'abito, si rompono da tutte le parti, perché il corpo è cresciuto: ma non mettiamo in discussione le fondamenta, mentre dobbiamo rinnovare l'Italia e rinnovare l'Europa. Ricominciamo dal pavimento, dalla cultura, dai valori; uniamo i popoli, le culture e le lingue. Cerchiamo di costruire insieme il pavimento dei valori, che poi è quello che si trova nelle Costituzioni delle democrazie moderne. Non li dobbiamo inventare, abbiamo la nostra Costituzione che è validissima nel pavimento (nei fondamentali), quindi non dobbiamo inventarlo. E i grandi valori si trovano oggi in tutte le nazioni, in tutte le etnie.
Ero curioso quando Papa Giovanni Paolo II, nel cinquantesimo dell'ONU, parlò all'assemblea delle Nazioni Unite. Mi son detto, vediamo un po' come fa il Papa a cavarsela. Aveva davanti a se i cristiani, cattolici, buddisti, musulmani, indù, shint, atei; aveva davanti razza bianca, razza nera, razza gialla, occhi a mandorla, occhi rotondi: le diversità di tutti i popoli del mondo. Come farà il Papa a progettare l'Unità del mondo in questa diversità; vediamo come fa. E Lui ha usato un termine che mi ha colpito molto, e l'ho adoperato anch'io poi in alcune conferenze. Ha detto: “esiste una grammatica etica comune in tutte le coscienze umane, bianche, nere, Indù, musulmane, cattoliche, atee; tutti abbiamo dei valori comuni che in un mondo globalizzato devono servire a costituire il nucleo centrale di un nuovo Umanesimo”.
Il nuovo fondamento, il pavimento del XXI secolo non può più essere quello di una nazione; il sovranismo e nazionalismo è antistorico, perché ormai stiamo diventando un'unica famiglia.
Andiamo per le strade di Milano o altri luoghi. Prima i musulmani li trovavate in Asia, i buddisti in Giappone, i cattolici più o meno in Occidente, nei paesi del Sud Europa, nel nord i protestanti; ma questo è finito.
Se andiamo per le strade di Milano o altrove, incontriamo tutte le razze e le culture del mondo e altri, e forse c'è ancora qualche cattolico. Voglio dire, che ormai la famiglia delle famiglie umane è una realtà. Non solo di tipo economico, perché riusciamo a trasmettere capitali interi con un bip da uno Stato all'altro, ma anche a livello politico, a livello giuridico. Come sono le grandi carte dell'ONU, e i diritti fondamentali dell'uomo. Quindi è un mondo che si unifica. Che cosa vuol dire fare una frontiera col filo spinato, mi fai ridere. Ma credi tu di frenare i gommisti che vengono su attraverso il Mediterraneo, mandando la marina militare a sparare. Ma sei matto. Ma non vedi lo squilibrio demografico che c'è tra nord e sud dell'equatore. Al nord dell'equatore un miliardo più o meno di ricchi, al sud dell'equatore 6 miliardi di poveri che sopravvivono col 17% delle riserve dell'umanità. Proprietà di tutta l'umanità che vengono sciupate nel superfluo per l’83% nel nord. Con un problema demografico enorme, perché noi oggi stiamo tutti invecchiando. Ringraziamo il Signore, arriviamo tutti a 90, 100 anni, benissimo. Facciamo le case per gli anziani. È novità inventare le case per gli anziani. Ma le idee, la forza, la creatività chi ce l'ha? Ce l’ha quel 40% del Sud dell'equatore che oggi hanno 14 anni; aspettate che arrivino a 30, quando noi saremo tutti centenari, chi fabbrica? chi lavora? Andiamo a sparare con la Marina Militare contro i gommoni. Quella della emigrazione è una questione strutturale, che non si può affrontare come abbiamo fatto fino ad ora, affrontandola in modo casuale, chiudendo i porti, oppure disinteressandoci. Io non accetto nessuno, non ha senso! Perché la crisi che stiamo vivendo non è una crisi congiunturale.
Se noi prendiamo un libro di storia, in ogni capitolo troveremo una crisi congiunturale; finisce un governo se ne fa un altro; muore un bravo letterato ne emerge un altro, e sono capitoli nuovi. Ma il modello di società che noi chiamiamo civiltà e che è la cultura istituzionalizza, quella può durare secoli. Quello che sta accadendo ai nostri giorni, amici miei, è che alla fine del Novecento è finita anche la civiltà industriale, parlando dell'Occidente, perché per l’Asia e l’Africa sarebbero altri problemi. Il che vuol dire che è una civiltà, una cultura che è durata 300 anni, dalla prima rivoluzione industriale, alla rivoluzione francese, alla scoperta dell'America.
Però di quando in quando queste evoluzioni suppongono una crisi strutturale, che non è congiunturale; bisogna ripensare il modello di casa. Per 300 anni abbiamo cambiato gli equilibri interni, economici, politici, ma il modello era quello.
Oggi è saltato il modello, e la nostra grande missione di generazione, che senza averlo scelto, ci troviamo a vivere, è il passaggio da una civiltà all'altra; che è quella tecnologica, post moderna. Bisogna andare per strade nuove, bisogna inventare un modello nuovo, perché i modelli di ieri non servono più; i modelli di domani non li abbiamo ancora, ma noi dobbiamo andare avanti. Allora si può anche sbagliare nelle scelte del nuovo, ma occorre che ci mettiamo tutti a cercare l'unità, nel rispetto della diversità, perché il pluralismo non è un guaio è una ricchezza. Immaginatevi che noia se tutti fossimo uguali; ha parlato Berveglieri, possiamo tutti andare a casa perché ha parlato, siamo tutti uguali. Menomale che lui dice, un altro dice, l'altro dice, e il pluralismo ci arricchisce, ma bisogna fare unità.
Ecco la grammatica etica comune, di cui parlava Papa Giovanni Paolo, che poi erano i valori fondamentali della nostra Carta repubblicana: la dignità della persona. Oggi non troviamo nessun documento internazionale, nessuna Costituzione moderna che non la mette al primo posto.
La solidarietà, la persona umana ha bisogno dell'altro, la società nasce in noi, non è un etichetta che si incolla sul collo della bottiglia. Il bambino è l'inizio della società. La famiglia è cellula della società. La società, la solidarietà è essenziale, nessuno di noi può fare tutto da solo, non solo quando è piccolo, ma anche quando è grande.
La sussidiarietà, cioè fare in modo che l’istanza superiore non sostituisca quello può fare l'istanza inferiore. Quindi, il problema delle regioni, il problema delle partecipazioni dei corpi intermedi, e quindi sindacati, e quindi tutte le varie manifestazioni, anche delle minoranze, che devono avere una loro responsabilità, nel bene comune; quindi la democrazia matura; il bene comune, cioè il fatto che esistono dei beni che non sono individuali. Ci sono dei beni che sono individuali, la mia salute è individuale, e se la perdo è un bel guaio, e mi potranno solo aiutare.
Ma ci sono dei beni comuni che o li raggiungiamo tutti insieme, o moriamo tutti insieme. Se voi avete notato, tutti i problemi nuovi che oggi nascono sono problemi planetari; non c'è più una sola nazione che riesce a gestire unicamente con le sue forze i problemi che nascono, cominciando dalla casa comune dell’ecologia. Il problema ecologico, uno può firmare o non firmare il trattato di Parigi. Ma si muore. Non sappiamo più che cosa mangiamo. Quello dei Tumori a Taranto andrà accertato meglio. Però ci sono dei casi di autodistruzione in cui noi non possiamo far finta di risolverli da soli; non ce la facciamo.
La pace o la facciamo tutti insieme o non ci sarà mai la pace; è la vittoria della povertà, come purtroppo sta accadendo col la guerra della Russia all’Ucraina. L’Europa, e con disgusto anche l’Italia, non ha messo in campo nessuna iniziativa di pace. Solo armi.
L'evoluzione, il nuovo sistema di produzione a livello globale che va assolutamente instaurato con le nuove tecnologie, o è un'opera comune o non si vive. È finito il tempo di una nazione leader, come gli Stati Uniti che erano la polizia del mondo. Non ce la fa più; e quando costruisce dei muri è il segno della sua debolezza, perché non è costruendo il muro col Messico che risolvi il problema dell'emigrazione, o facendo la gara con la Cina.
E se l'Europa non diventa la terza superpotenza, nella nuova Geopolitica, se non sarà in grado di confrontarsi con i Mercati, con la cultura della Cina, degli Stati Uniti, dell'India dei grandi popoli emergenti, perdiamo il treno della storia. Ed è ridicolo sentire i nostri politici che parlano di sovranismo, prima gli italiani; gli italiani da soli fanno solo Africa, senza aver dispregio per l'Africa, perché diventiamo Africa; e se continuiamo ancora così, se ci opponiamo perfino alle Istituzioni europee, non è il modo di proposi; è antistorico, è ideologico.
Allora Voi capite come la crisi della politica sta nell'aver perso il fondamento dell'Europa, che è l'ispirazione etica, ha perso il fondamento etico dell’operare, che è la morte della politica. La politica è come un essere vivente. Gli esseri viventi hanno un'anima, e quando un essere vivente perde l'anima che cosa succede? Marcisce, si corrompe. Guardate la televisione, possibile che non esista un giorno, un telegiornale in cui non ci sia uno scandalo di corruzione. Ma che cosa fanno questi uomini pubblici, che hanno raggiunto responsabilità di bene comune grande, che non hanno il buon senso di vincere la tentazione dei soldi! Perfino nel CSM, ma chi lo va a pensare, ma dove siamo. Accade perché abbiamo perso un'anima. Abbiamo perso il fondamento, e i muri senza fondamenta vengono giù; i muri crollano, le Istituzioni non reggono.
La crisi della disoccupazione, non è solo congiunturale, come si studiava all'università; i cicli economici crescono, si abbassano, l'inflazione sale, scende. No! quella è congiuntura, qui si tratta di struttura, perché non si produce più come si produceva 20 anni fa; la catena di montaggio della Fiat non esiste più, non esistono più 100 operai che per 8 ore al giorno devono fare tutti la stessa manovra, perché la cinghia gira e se no il prodotto non viene. Oggi sei un uomo seduto, colletto bianco, al computer, che regola il processo produttivo; se c'è un difetto si accende la lampadina, si ferma tutto, si aggiusta e si riparte; il prodotto è più perfetto di prima. E che cosa mangiano gli altri 100 che sono diventati inutili?
È il problema di una disoccupazione strutturale, e necessita trovare una soluzione strutturale, non congiunturale, dando soldi di qua e di la, o facendo quota 100, reddito di cittadinanza, o altre cose di questo tipo. Questi sono pannolini caldi! Bisogna ripensare le leggi del mercato, della produzione, il modo dello sviluppo! È lì che non ci siamo. Ci manca una classe politica preparata, perché va bene il fondamento, quindi i valori, la tensione etica, ma se manca l'entusiasmo non fate politica per favore.
Io non ho nulla contro i notai, sono preziosi. Ma io non posso fare il politico come fa il notaio. Ci sono professioni che senza una vocazione non si possono fare; un medico senza vocazione è un disastro, perché il medico non fa il medico solo per prendere i soldi, ma per curare i malati, non ha orario, lo chiamano di notte, nei casi più disperati deve essere pronto, è una vocazione; il prete senza vocazione è un disastro. Io aggiungo, scherzando, che molte volte è un disastro anche quando ce l'ha. Però, a parte le eccezioni, ad un certo punto, se uno non ha la vocazione cambi. Molti di questi politici che ci stanno governando sono lì da professionisti! I professionisti della politica sono la morte della politica. La politica non è una professione è una vocazione. E se uno non si dona con entusiasmo, cambi mestiere, non si faccia prete, non si faccia medico, non si faccia politico, perché farà dei danni più grandi. Il medico è chiamato a sanare i corpi, non a riempire il cielo di anime, non è la sua missione. Mandare in paradiso la gente, ci pensa qualche altro. Ma per fare questo bisogna però avere tensione ideale, e al tempo stesso professionalità e competenza. C’è una frase straordinaria di Paolo VI: ‘La politica è la forma più alta di carità’. Ed è assolutamente vero.
Io non vorrei scandalizzare, ma qualche volta ce la metto apposta. Per riuscirci non basta essere santi per essere bravi politici; se uno non è santo, cioè non ha l'entusiasmo, non ha l'etica non combina niente, anche se ha professionalità. Ma se manca la professionalità, non basta la santità; e se uno è solo un professionista che cerca il proprio successo, le proprie affermazioni, i soldi, la propria sedia, e non ha la tensione ideale, la spiritualità della vocazione, cambi mestiere, perché è una rovina.
Ad uno degl’ultimi incontri, Padre Sorge mi diceva dell’esperienza della Scuola di azione politica fatta a Palermo, quando i superiori, dopo tanti anni alla Civiltà Cattolica gli dicono di andare là. A fare cosa? Non lo sappiamo nemmeno noi, ma c'è una situazione drammatica, la criminalità ha in mano tutto; c'è un centro culturale dei Gesuiti in città che stenta a vivere, vedi un po’. Quando ho visto, “mi son detto che la prima cosa da fare è formare una nuova classe dirigente; abbiamo bisogno di politici che siano onesti, con tensione ideale, e competenti; non si può fare economia, politica, le leggi, con l'ignoranza di chi va così a tastoni. Ma non si può, … il bene comune, gli equilibri internazionali …”
Come si decidono queste leggi, ad esempio, la TAV non la si vuole ideologicamente. E allora che si fa? Costi e benefici. Quanto spendo e quanto guadagno. Ma ci sono delle scelte che non hanno nulla a che fare con i costi e benefici. C'è una Europa da unire (anche politicamente, con politica estera comune, esercito comune, politica sociale comune, …).
C'è una vena culturale da stendere dall'uno all'altro mare, oceano, che sarà il futuro del mondo; che forse anche non ti rende magari qualche dollaro in più, ma non è quello.
Ecco, questo è mancanza di tensione etica, di creatività; abbiamo bisogno di Statisti che leggano la storia e sappiano intuire dove va il mondo.
Lasciatemi dire che le Brigate Rosse uccidendo Moro hanno colpito giusto, perché hanno ucciso uno Statista, che aveva il coraggio di vedere il futuro, di vedere oltre, e di ipotizzare la terza fase famosa, di cui lui parlava, che era la democrazia matura, che sarebbe stata una cosa eccezionale; ma senza chi la guida non si realizza.
Uccidendo Moro, le Brigate Rosse hanno ucciso il futuro dell'Italia.
Però non possiamo nemmeno legarci a un uomo, ce ne sono tante di intelligenze e capacità; quando poi bisogna pensare in europeo, bisogna pensare in europeo, non in italiano. Se io continuo a pensare in italiano, prima gli italiani, mentre il mondo pensa in europeo e addirittura pensa della via della seta e pensa globalizzato, io perdo il treno della storia, mi ritroverò isolato, povero, sottosviluppato.
Dove sono gli uomini che pensano in europeo, che pensano in globalizzazione, che pensano in futuro, pur avendo i piedi per terra, avendo i piedi nel locale. Ma pensando in universale; abbiamo bisogno di questi politici. Ecco la formazione della classe politica.
Ecco, allora il vero problema di oggi è che stiamo vivendo una crisi strutturale, non abbiamo le strutture nuove perché non esistono; esistono quelle vecchie, che si cerca rapidamente di aggiustare, ma non avendo la cultura universale, che è il fondamento del nuovo Umanesimo, che bisogna fondare su valori condivisi, per poi avanzare insieme verso un Umanesimo ancora più pronto.
E al tempo stesso ci manca la classe dirigente. Quindi, è una crisi terribile, e bisogna non perdere più tempo. Che cosa fare. Tre anni fa, a Brescia, abbiamo ricordato il Centenario di Sturzo, ne parlavamo con il professor Maddalena e con padre Sorge.
Noi abbiamo nella storia della cultura alcuni personaggi che sono contemporanei del futuro, perché hanno intuito la verità. Il segreto di essere contemporanei del futuro è dire la verità. Se uno si mette alle false notizie, alle leggende, perde tempo, sono favole che il tempo distrugge. Ad esempio, perché ‘I Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni non invecchiano mai? Perché è un romanzo che dice la verità.
Don Sturzo è stato un genio della politica, oltre a essere un Santo, ha avuto delle intuizioni che sono vere, e sono le intuizioni del popolarismo. Anche lui è datato, ha 100 anni, e li dimostra tutti, anche leggendo i suoi scritti, perché lui e figlio della sua epoca.
Ma le intuizioni del genio sono contemporanee, valgono sempre lo sforzo.
La mia preoccupazione è stata questa:
Prendiamo le quattro intuizioni, sempre vergini, sempre vere di Don Sturzo, e cerchiamo di rileggerle oggi. Anche perché Papa Francesco, che è un papà profeta, nella Evangelii Gaudium dedica quattro paragrafi ai quattro elementi fondamentali di una buona politica.
Quali sono le regole della buona politica?
Lui non parla dei cattolici, come Struzzo che non parlava dei cattolici, ma parlava dei liberi e forti: chiunque condivide. Allora senza saperlo, questo lo penso io, il Papa ha riletto in modo moderno le quattro intuizioni di don Sturzo.
La prima grande intuizione di Sturzo, sempre valida, la tensione etica! Lui parlava chiaramente anche di tensione trascendente, e parlava della religione cristiana. E qui permettetemi un riferimento storico interessante. Conoscete tutti il nome di Benedetto Croce, il patriarca della cultura Laica; quando si pronuncia il suo nome inchiniamo la testa; non religioso. In un suo studio che ebbi occasione di approfondire anni fa, in sintesi dice questo: “Nessun modello di società può rimanere in piedi se manca il fondamento etico”. Detto da lui che fu un intelligenza notevole, senza etica non c'è vita sociale, che è il fondamento famoso della politica. Ma poi aggiungeva: “Ma il fondamento etico non può sussistere senza il contributo della coscienza religiosa”; detto da lui che non credeva!
Altrimenti è quella che padre Sorge, io e altri, chiamiamo religione civile, che è la strumentalizzazione politica della religione, per cui bacio il crocifisso, il rosario, bacio il Vangelo. Mi raccomando al cuore immacolato di Maria, che ha detto che Trionferà, quindi la lega trionferà (ostentazione strumentale).
Quella invece era vera come intuizione, perché se manca la dimensione trascendente non sta in piedi l'etica, che è il fondamento della vita sociale.
I mezzi? I primi dodici articoli sono i dodici valori fondamentali della Costituzione. Sono il fondamento etico di ogni costruzione dell'Italia, con la sua cultura bimillenaria. Ma questo non sta in piedi se manca una coscienza religiosa, che non deve essere la confessionalizzazione della politica; non posso usare la politica a fini religiosi, e la religione a fini politici. Il Concilio in questo è stato chiarissimo. Non dico che nemmeno la Chiesa è arrivata a tanto, perché troviamo ancora dei preti, magari anche dei cardinali, che usano la politica per fini religiosi, ed è lo stesso errore di quelli che usano la religione a fini politici per avere dei voti.
Il cammino e lungo, ma la strada sta nell'autonomia. Noi abbiamo grazie a Dio anche a livello giuridico, la revisione del concordato che è stata fatta anche alla luce del Concilio Vaticano II, che ha fatto proprie queste nuove visioni; quindi la strada è quella, ma il cammino è lungo.
La prima cosa quindi la tensione etica. Ricominciamo dai valori, dalla cultura, dalla formazione. Se uno mi dicesse, lei ha detto un fiume di parole, esiste una parola unica che riassume tutto? Esiste, e ve la lascio in ricordo: ‘formazione’.
Di fronte a una crisi strutturale di civiltà siamo tutti impreparati, uomini di cultura, uomini di politica, uomini di chiesa, perché la crisi è venuta che non ce ne siamo accorti.
Fino a pochi giorni prima della caduta del Muro di Berlino, nessuno prevedeva la caduta del muro. Nonostante che prevedessero la fine dell'Impero Sovietico, in modo lucidissimo.
Noi non abbiamo visto arrivare la crisi strutturale. Noi, abbiamo dalla parte nostra il Signore che ha indetto un concilio degli anni 60, che anticipava i problemi del ventunesimo secolo. Per me è una delle prove dell'esistenza di Dio il Concilio. Perché solo lo Spirito Santo poteva prevedere quali sarebbero state le sfide del XXI secolo.
Detto questo, formare! Tutto quello che investiremo in formazione ha futuro. Anche se poca gente viene agli incontri, io mi congratulo con gli organizzatori di questi incontri, perché in altri tempi un tema come questo avrebbe riempito i teatri, anzi, non ci stava la gente; oggi, vengono poche persone intelligenti. Ma bastano quelle per seminare. Al seme basta una persona.
Allora concludendo, ‘La seconda intuizione di Sturzo era quella della laicità’, una laicità che diventa sempre più importante. Non è più la laicità ottocentesca in cui si parlava solo di Stato e Chiesa. Esiste anche una laicità ideologica. Perché esiste un confessionalismo ideologico.
Cosa vuol dire laicità: superamento dei dogmatismi confessionali o ideologici, per poter fare insieme il bene comune.
Mi è rimasto impressa la crisi del governo Prodi, quando ha messo tutti insieme, con la maggioranza di due voti in Senato, ed erano di Rifondazione Comunista. La crisi del governo è accaduta perché i due di Rifondazione erano i più confessionali del governo. Loro han detto: la lotta di classe è un dogma, non la possiamo contraddire, piuttosto che approvare questa legge, crisi di governo. Questo è mancanza di laicità! Laicità vuol dire ricerca di quello che ci unisce, superando i propri muri. Ponti, non muri.
Il terzo principio, intuizione di Sturzo, valido ancora oggi, è il bene comune. Ci sono dei beni comuni che o raggiungiamo tutti insieme, o moriamo tutti insieme; li ho già accennati prima: tutti i problemi nuovi sono planetari nessuna nazione da solo può affrontarli.
Il quarto ed ultimo principio, il coraggio di un riformismo aperto. Qui Sturzo era feroce. Nell'ultima pagina del discorso di Caltagirone del 1905, famoso, se la prende con quei cattolici conservatori; e dice che i cattolici conservatori sono mummie, anche se son cattolici stanno bene nei musei; non sappiamo che farcene, perché la società va riformata. Bisogna avere il coraggio delle riforme; il Vangelo è rivoluzionario; si ispira a modelli di Coraggio, di Giustizia, di Amore, che sono rivoluzionari.
Allora, mettendo insieme questi valori, nasce la possibilità di superare la crisi, non in modo convenzionale, o litigando con l'Europa, o creando muri, o chiudendo porti, non è questo! Ma costruendo insieme una nuova coscienza etica basata sui valori costituzionali allargati a livello mondiale, benedicendo e vivendo la laicità di chi pure ispirandosi a valori che sono dogmatici come quelli della Fede deve mediare questi valori in leggi politiche, e la mediazione non è mai la trasposizione dei valori non negoziabili in termini di legge; impossibile!
Bene comune, e poi tutto l'entusiasmo per un rinnovamento di un mondo migliore perché il mondo non può fermarsi, la storia non si può fermare, però si può e si deve orientare! Ed è la sfida di chi vive come noi il passaggio epocale dalla civiltà industriale o moderna, in civiltà post moderna o tecnologica, in cui non abbiamo più modelli definiti e dobbiamo andare per strade nuove, ma illuminati da questi valori possiamo scegliere con professionalità. Però, mettendo insieme anche una classe politica capace di fare questi passi. Capite come è grave la nostra situazione, ma non è senza speranza. Ecco, creare una nuova classe politica, questo è il nostro ruolo, il nostro compito. Grazie, Roberto.
Per le cose immediate da fare basta riprendere le ultime mie conferenze.
Padri fondatori dell'Unione europea sono considerati il francese Jean Monnet, il franco- tedesco Robert Schuman, gli italiani Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi, il belga Paul-Henri Spaak, il tedesco Konrad Adenauer.
Non c’è più tempo da perdere
Le riflessioni degli amici Fioroni e D’Ubaldo su Il Domani d’Italia di oggi ( Il PD fa passi indietro: tempi nuovi per i Popolari?) e quella di Giorgio Merlo ( Cambio di scena: destra sinistra e centro….non più tabù) confermano le difficoltà/impossibilità di continuare l’esperienza politica in un PD sempre più orientato a ricomporsi nella sua unità originaria della sinistra italiana. Anche a destra, come scrive Giorgio Merlo, la presidente Meloni tenta “di interpretare con eleganza e diligenza, la destra politica, culturale e sociale italiana”.
Contrariamente a quanto alcuni amici democratico cristiani hanno deciso, nel recente ufficio politico di quel partito, ossia di scendere in campo anche nelle prossime elezioni regionali del Lazio e della Lombardia a sostegno delle candidature di destra, appartengo a quel gruppo di “ DC non pentiti” convinti che la fedeltà alla nostra migliore tradizione storico politica, ci imponga di concorrere alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Una ricomposizione dell’area popolare, premessa indispensabile per favorire la nascita del centro nuovo della politica italiana, ampio e plurale: democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, atlantista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità.
Un centro aperto alla collaborazione con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana. E’ quanto con gli amici della Federazione Popolare DC ci siamo proposti alcuni anni fa e che, adesso, potrebbe essere concretamente sperimentato con gli amici Popolari già partecipi dell’esperienza nel PD.
Uniti sui valori fondanti della dottrina sociale cristiana e sulla fedeltà alla Costituzione repubblicana, dovremmo impegnarci tutti insieme per un progetto indispensabile al rafforzamento del sistema democratico del nostro Paese.
A Venezia siamo interessati a favorire l’avvio di un centro civico popolare di partecipazione democratica, nel quale aprire finalmente, dopo anni di silenzi e di divisioni nella diaspora post democristiana ( 1993-2023), il dialogo tra i diversi movimenti, associazioni, gruppi e persone appartenenti alla vasta area politico culturale popolare.
Se anche dal centro nazionale tale progetto fosse favorito, con l’obiettivo di preparare un’assemblea costituente nella quale definire la proposta politico programmatica di area popolare e scegliere la nuova classe dirigente, credo che sarebbe oltremodo utile e opportuno.
Lasciamo alle foglie caduche d’autunno di quanti sono interessati, pur di sopravvivere, al ruolo di ascari reggicoda della destra o della sinistra, di sottrarsi a questo impegno. Crediamo, invece, che spetti ancora ai “liberi e forti italiani del XXI secolo”, raccogliere il testimone della migliore tradizione sturziana e degasperiana, per offrire una nuova speranza a un Paese in grave crisi culturale, economica e sociale, e una sponda sicura per il sistema democratico italiano.
Ettore Bonalberti
Venezia, 27 Gennaio 2023
Alcune proposte di riforma per il Paese
Da Sindaco DC di un paese altopolesano, agli inizi degli anni’70, profilandosi i decreti Stammati, che avrebbero introdotto il finanziamento diretto dello Stato agli enti locali sulla base della spesa storica, essendo aperto un forte dibattito tra gli amministratori DC, in maggioranza in quasi tutti i comuni del Veneto, decisi di chiamare i capifamiglia del mio paese in Comune per verificare le situazioni reali economico patrimoniali di ciascuno. Realizzai la più importante e analitica revisione dell’imposta di famiglia, ultimo strumento nelle mani degli enti locali, grazie alla quale negli anni successivi il mio comune poté contare sul finanziamento statale correlato all’ultima entrata che da quel censimento era stato fatta, con piena adesione, seppur con qualche mugugno, dei cittadini.
L'introduzione del welfare state alla fine degli anni '60, che è stata una delle grandi conquiste della DC e del centro-sinistra, si è accompagnata alla riforma fiscale del 1974 voluta dall'allora ministro Visentini, con le conseguenze che derivarono da quella scelta da lui fortemente perseguita e attuata: la scissione tra il momento dell’autonomia ed il momento delle responsabilità, ossia il venir meno di uno dei capisaldi fondamentali di tutto l'insegnamento sturziano, con l'instaurarsi di una pericolosissima prassi fondata su un unico sportello centralizzato delle entrate ed oltre 30.000 sportelli incontrollati ed incontrollabili della spesa, con le conseguenze ben note sul piano del deficit pubblico. Da un punto di vista strutturale, con la trattenuta fiscale alla fonte dei redditi da lavoro dipendente (con i datori di lavoro, pubblici e privati, in funzione di esattori fiscali per conto dello Stato) si realizzava una condizione assurda e iniqua, per cui il peso prevalente del welfare state veniva pressoché totalmente sostenuto dalle categorie a reddito di lavoro accertabile, mentre largo spazio alla accumulazione veniva lasciato ai detentori di capitali finanziari destinati a sostenere con l'acquisto dei titoli il debito pubblico e, dunque, con un sistema vizioso in cui si drenano i capitali dai redditi di lavoro e di impresa e si pompano gli interessi del debito pubblico che, nel 2022, a fine Dicembre, ha raggiunto la cifra enorme di circa 2750 miliardi di €.
Estensione progressiva del welfare state ed enorme sperequazione a livello fiscale in cui evasione, erosione ed elusione lasciano pressoché fuori controllo oltre un terzo del reddito nazionale prodotto: sono queste le situazioni da cui partire per impostare seriamente un programma di risanamento e di rilancio della nostra economia. Dobbiamo tornare a Sturzo, se vogliamo conservare intatti i caratteri di un partito popolare, ma ciò significa: da un lato ricomporre la frattura tra il momento dell'autonomia e quello delle responsabilità e, dunque, ri-attribuire una concreta capacità impositiva agli enti locali che dovranno concorrere con lo Stato, sin dal momento dell'accertamento, alla determinazione della politica delle entrate, insieme all'assunzione in presa diretta delle responsabilità nella politica delle uscite; dall'altro a por mano, senza più rinvii ed esitazioni, ad una rigorosa riforma fiscale che annulli le attuali insopportabili ingiustizie e sperequazioni. Due grandi obiettivi,dunque, politico programmatici: la riforma della finanza nazionale e locale e la riforma fiscale.
E’ evidente, infatti, come mi scrive l’amico On. Bruno Tabacci, che “ con un 20 per cento di Pil nero e un 6-7 per cento di malavitoso un Paese non regge, perché produce troppe distorsioni e disuguaglianze”. E non regge nemmeno un Paese in cui il terzo stato produttivo sostiene il sistema a favore della “casta”, dei “diversamente tutelati” e del “quarto non Stato”, di cui da tempo scrivo con la mia teoria euristica dei quattro stati, in cui suddivido, “ ai fini del ragionamento”, la società italiana. Non possiamo più continuare con un sistema nel quale larga parte dello scambio di beni e servizi si regge sul dilemma: con o senza fattura? Si tratta, come l’amico Tabacci sostiene da molti anni, di introdurre il conflitto di interesse tra le due parti, autorizzando la possibilità di produrre nella dichiarazione dei redditi i titoli certficati delle spese effettuate per una serie di beni e servizi ammessi, eliminando così l’interesse reciproco delle parti a sottrarre il dovuto fiscale allo Stato e alle sue necessità.
Serve una nuova politica economica e un ripensamento organico della costruzione europea giunta a un punto morto inferiore e che, distrutta la sovranità popolare nazionale, non ha saputo garantirla a un livello più elevato e partecipato, quello europeo. Di fatto abbiamo costruito un ircocervo iper-burocratico che ci ha spogliato del potere fondamentale sulla moneta senza offrirci contropartite adeguate, che non siano i gravi costi sociali conseguenti alle politiche del rigore basate sulle illegittime prescrizioni dei fiscal compact (denunciate a suo tempo dal prof Guarino) e del pareggio di bilancio vigilate a BXL con una Banca centrale priva del potere di emissione della moneta proprio di ogni istituto con quelle competenze e funzioni.
In Italia, poi, servirà una tosatura a zero della spesa pubblica: dalle 20 Regioni e società derivate si potrebbe/dovrebbe passare a 5-6 macroregioni con competenze esclusivamente legislative di programmazione e controllo, con totale dismissione di tutte le partecipate et similia; un’analoga tosatura nelle spese dello Stato a livello ministeriale e negli enti derivati. Idem ai livelli territoriali regionali e locali.
Se le caste economiche, politiche e burocratiche tenteranno ancora una volta di opporsi, insieme ai nodi scorsoi impostoci dalle assurde e illegittime norme europee ( Guarino docet) e dai poteri finanziari internazionali che hanno sovvertito il NOMA ( Non Overlapping Magisteria) stabilendo il primato della finanza sull’ economia e la politica ridotte a ruoli ancillari, stavolta non sarà la ghigliottina, ma una nuova “ assemblea della pallacorda” destinata a compiere una rivoluzione politico istituzionale levatrice della nuova repubblica o una drammatica rottura di tipo autoritario. Per adesso la sfiducia e la delusione degli elettori sono state raccolte dalla destra a guida di Fratelli d’Italia, con una maggioranza ibrida che, io credo difficilmente saprà e/o vorrà affrontare questi nodi gordiani dal caso italiano.
Spero di sbagliarmi, ma naso-metricamente non vedo orizzonti diversi. Di questo, credo, invece, che noi DC e Popolari dovremo seriamente discutere, dai comitati civico popolari territoriali all’assemblea costituente del nuovo partito di centro, da organizzarsi quanto prima per il bene dell’Italia.
Ettore Bonalberti
Venezia, 21 Gennaio 2023
Fratelli d’Italia non è la nuova DC
Con sondaggi che danno il partito di Giorgia Meloni oltre il 30%, qualche amico, anche tra coloro che si dichiarano “Popolari” di questa o quella regione d’Italia e che hanno, verosimilmente, votato per FdI, si illudono di aver trovato la loro nuova DC.
Il recente incontro romano con il leader tedesco del PPE, Weber, ha favorito tale convincimento. Stessa illusione già patita al tempo in cui Berlusconi, sollecitato da Sandro Fontana e da Don Gianni Baget Bozzo, decise di portare Forza Italia ad aderire al PPE, diventando il principale partito “moderato” italiano presente nel Partito Popolare Europeo. In realtà, strada ben diversa fu fatta nelle varie realtà regionali, a cominciare dal Veneto, dove i leader di Forza Italia, liberali e/o socialisti, iniziarono una sistematica battaglia contro i vecchi DC. Anche nella destra nazionalista e sovranista a guida meloniana, chi sta assumendo un ruolo dominante, non sono certo i supporters esterni ex DC, come Cesa e Rotondi, tranne l’ex governatore pugliese, Fitto da tempo del partito dei conservatori europei, ma il cognato “del Presidente”: l’On Lollobrigida, deus ex machina di tutto ciò che oggi ruota attorno alle nomine del potere governativo.
Nella nostra secolare storia ci sono sempre state correnti e movimenti di pensiero e di azione conservatori, fin dall’Opera dei Congressi. Basterà ricordare il ruolo svolto dalla destra clericale e filo fascista dei Cavazzoni e Tovini, al tempo di Sturzo del congresso di Torino del 1923.
Certo, se una parte non indifferente di ex DC nelle ultime elezioni politiche ha scelto di votare a destra, qualche autocritica seria dovremo pur farla, specie noi che, dal 1993 e nella lunga stagione della diaspora DC, abbiamo tentato, sin qui senza successo, di batterci per la ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.
L’assenza di un’alternativa credibile al centro della politica italiana, ispirata dai valori della dottrina sociale cristiana e dalla fedeltà ai principi costituzionali, ha favorito, da un lato, la grande astensione dal voto ( quasi il 50% degli elettori) e, dall’altro, stante l’assenza di una reale e credibile alternativa a sinistra, dopo una lunga stagione di governo largamente insufficiente della stessa, la maggioranza relativa alla coalizione di destra centro, e al ruolo dominante del partito della Meloni.
Se, come ho scritto nelle mie ultime note, non si riesce a mettere in moto la macchina a tra le diverse realtà di area in sede nazionale, è indispensabile partire dalla base, come ha anche scritto Armando Dicone su “Il domani d’Italia” il 13 gennaio, nella quale vanno promossi comitati civico popolari di partecipazione democratica tra le diverse realtà presenti di area cattolico democratica e cristiano sociale. Non si tratta, come ben ha scritto Dicone, di costruire l’unità politica dei cattolici ( mai esistita, nemmeno al tempo della DC storica), ma di favorire quella “ dei Popolari di centro”.
Essenziale sarà chiarirci tra di noi sul caso di Fratelli d’Italia. Questo partito non è e non potrà mai essere una nuova DC, dato che le sue radici etico culturali e politico organizzative sono distanti anni luce dalla nostra storia e tradizione etica, culturale, sociale e politica. I riferimenti culturali dell’On Meloni, per quanto si è potuto sin qui comprendere, dalle sue dichiarazioni pubbliche o dalla lettura del suo libro autobiografico: “Io sono Giorgia. Le mie radici, le mie idee”, non sono, né potranno mai essere le nostre. Difficile, se non impossibile, trovare elementi di omogeneità culturali tra chi si considera erede della tradizione sturziana e degasperiana, con una leader che a Julus Evola , così caro alla cultura neofascista almirantiana e missina, ha deciso di scegliere Roger Scruton, filosofo conservatore morto nel 2020 o lo scrittore della “Filosofia infinita”, Micheal Ende, inventore del protagonista, il piccolo Atreju, nel riferimento al quale, Fratelli d’Italia ogni anno organizza il suo incontro di approfondimento formativo. Gli eredi della Democrazia Cristiana, lontani da queste ideologie, hanno come riferimenti essenziali, gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana, dalla Rerum novarum alle ultime encicliche sociali di Papa Francesco: Laudato SI e Fratelli Tutti e i principi di solidarietà e sussidiarietà scritti dai nostri padri fondatori nella Costituzione repubblicana. Il nostro vero compito è e sarà proprio quello di tradurre nella città dell’uomo quei principi, adattandoli alle esigenze di questo difficilissimo tempo della globalizzazione dominante. Dobbiamo rifuggire da ogni facile tentazione di ridurci al ruolo di ruota di scorta della destra o della sinistra italiana, ma, semmai, impegnarci, a partire dalle nostre realtà locali, a favorire la ricomposizione al centro della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale. Il tempo della diaspora e della nostra Demodissea finirà, se ciascuno di noi si farà portatore di questa necessità e sostenitore di questo impegno.
Ettore Bonalberti
Venezia, 14 Gennaio 2023
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Non è più tempo di attesa
Non possiamo continuare a restare fermi in attesa di Godot, il surplace non può essere la condizione dei cattolici nella politica italiana. I Popolari della Margherita, tranne alcuni ultimi ancora fiduciosi, hanno già preso atto del fallimento del progetto aperto al Lingotto da Veltroni nel 2007 e dell’irrimediabile deriva a sinistra di quel partito.
Anche a destra, dopo l’illusione del risultato “specialissimo” della nuova DC di Cuffaro in Sicilia, a molti di noi “ DC non pentiti” appare suicida l’ipotesi di alleanze a destra col solo obiettivo di far sopravvivere nel galleggiamento qualche esponente politico.
Cosa si aspetta a favorire l’avvio di liste di area popolare, tanto nelle prossime elezioni regionali di Lombardia e Lazio che in quelle locali della prossima primavera e, in prospettiva, per le europee del 2024?
Se Maometto non va alla montagna, la montagna andrà a Maometto. Se capi e capetti delle diverse casematte di area DC e popolare in sede romana non sono in grado di avviare un dialogo e un confronto tra di loro, dobbiamo far partire dalla base l’iniziativa politica.
Nelle diverse realtà territoriali locali esistono partiti, movimenti, associazioni e gruppi di area cattolico democratica e cristiano sociale che potrebbero incontrarsi e formare dei comitati di partecipazione democratica e popolare, strumenti indispensabili per definire le priorità politiche e programmatiche a livello glocale e selezionare una nuova classe dirigente indispensabile a rappresentare la nostra cultura politica a livello elettorale.
Certo, un’iniziativa che fosse promossa da Roma potrebbe favorire il progetto, ma, permanendo questa condizione di stallo e di incomunicabilità, è dalla base che deve partire lo stesso. Favoriti dal sistema elettorale proporzionale con preferenze in tutte le prossime elezioni citate, non ci sono più alibi, se non l’egoistica ambizione di qualche solito noto, per contrastare la formazione di liste unitarie di area popolare.
E’ tempo di superare la divisione tra cattolici della morale e cattolici del sociale per ritrovare insieme le ragioni di condivisione dei fondamentali della dottrina sociale cristiana che resta, con la fedeltà alla Costituzione, la base della nostra comune ispirazione etica, politica e culturale. Il popolarismo sturziano e la lezione degasperiana e della storia migliore della DC sono i nostri riferimenti storico politici, da interpretare alla luce delle esigenze nuove presenti nella nostra società, squassata da disuguaglianze incompatibili con le priorità indicate dai principi di solidarietà e sussidiarietà proprie della nostra cultura.
Non mancano iniziative impegnate nel progetto di ricomposizione politica della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale. Cito, tra le più rilevanti, quelle di area popolare promosse dagli amici Merlo e Sanza, della Federazione popolare dei DC di Gargani, Tassone, Gemelli, Eufemi; il movimento partito di Insieme di Giancarlo Infante e Ivo Tarolli; il costante tentativo di mantenere viva la storia e cultura politica della DC di Grassi e tanti altri amici.
Esistono a livello di base tante altre realtà associative che andrebbero sollecitate ad assumere azioni positive e di coordinamento culturale. Molto importante è anche il ruolo svolto dalle testate giornalistiche e on line della DC ( www.democraziactistiana.cloud), del domani d’Italia (www.ildomaniditalia.eu), di Politica Insieme (www.politicainsieme.com), cui si è aggiunta da qualche settimana la riedizione della gloriosa testata sturziana del L’Idea popolare( www.lideapopolare.it) . Sono luoghi di confronto e di riflessione che possono favorire il dialogo e lo stesso processo di ricomposizione politica di cui il Paese ha necessità.
Premessa indispensabile sarà quella di avviare una seria iniziativa per una legge popolare per il ritorno alla proporzionale con preferenze, conditio sine qua non, se si intende costruire il centro nuovo della politica italiana, alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra alla ricerca affannosa della propria identità. In parallelo, si dovrebbe ricostituire il vittorioso comitato dei Popolari per il NO alla deforma costituzionale, a suo tempo avviato con l’amico Gargani, al fine di contrastare le derive presidenzialistiche annunciate da una destra nazionalista e sovranista. Dalla base emergeranno i cahiers de doléance, sulla base dei quali il nuovo centro democratico popolare definirà il programma per l’Italia del 2023, secondo una logica glocale, indispensabile nell’età della globalizzazione. In alternativa a una destra di governo, che sta mostrando tutti i suoi limiti e contraddizioni e di una sinistra incapace di ridefinire il suo ruolo, è indispensabile, come nei momenti migliori della storia nazionale, che salga dalla vasta e articolata realtà del mondo cattolico, una nuova speranza per la società italiana.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti- www.alefpopolaritaliani.it)
Venezia, 10 Gennaio 2023
Un gradito ritorno premessa di un rinnovato impegno
Il ritorno della gloriosa testata sturziana “ L’Idea Popolare” rappresenta un’opportunità di cui approfittare, per riprendere con entusiasmo il progetto della ricomposizione culturale e politica dei cattolici democratici e cristiano sociali, ossia di coloro che, con diverse sensibilità, appartengono alla tradizione migliore del popolarismo sturziano.
Dopo la lunga stagione che, nel mio saggio del 2021 ho definito la “ Demodissea” democristiana, ossia quella vissuta nel periodo doloroso della diaspora DC ( 1993-2020), con le numerose “casematte DC” che si combattono l’eredità legittima del partito storico di De Gasperi, Fanfani, Moro, Zaccagnini, De Mita, Forlani e Martinazzoli e con il governo del Paese passato nelle mani della destra a prevalente conduzione del partito nazionalista e sovranista di Fratelli d’Italia, credo sia indispensabile tornare ad approfondire i nostri fondamentali; quelli che derivano da quanto seppe indicare ai “Liberi e Forti” del suo tempo, don Luigi Sturzo.
Il Popolarismo come antidoto e alternativa al populismo: questo dovrebbe essere il tema dominante del nostro impegno politico, così come ci ha indicato magistralmente Papa Francesco che, nel videomessaggio in spagnolo inviato, in occasione dell’apertura dei lavori, ai partecipanti alla Conferenza Internazionale “A Politics Rooted in the People” organizzata nell’aprile 2021, dal Centre for Theology & Community, ha affermato: “La vera risposta all’ascesa del populismo non è più individualismo, ma il contrario: una politica di fraternità, radicata nella vita del popolo”. “Popolarismo”: così Francesco definisce l’antidoto al populismo, per dar vita ad una “politica con la maiuscola”, ad una “politica come servizio, che apra nuovi cammini affinché il popolo si organizzi e si esprima”. Si tratta, specifica il Papa, di “una politica non solo per il popolo, ma con il popolo, radicata nelle sue comunità e nei suoi valori”.
E’ questa la premessa da cui partire, insieme a quanto il compianto maestro e amico Carlo Donat Cattin scrisse celebrando l’anniversario del 18 Gennaio 1919, data di fondazione del Partito Popolare, con l’appello ai Liberi e Forti: ”Noi non siamo marxisti ne’ siamo liberali. Siamo cresciuti dal solco tracciato per faticosi decenni nella gleba dell’Italia contadina, tra le minoranze cattoliche dei quartieri operai e degli opifici di vallata della prima e della seconda industrializzazione, nel popolo minuto dedito all’artigianato e al commercio, nella schiera interminabile di educatori, intellettuali, uomini di pensiero, nella più stretta schiera di imprenditori, di scienziati, di ricercatori chiamati alla vita sociale dalla ispirazione cristiana. Siamo popolo nell’accezione sociologica, chiamato alla politica secondo una spinta partita dalla base del mondo cattolico, alla conquista di una dimensione laica. E siamo i continuatori della tradizione politica del popolarismo.” Ecco perché siamo impegnati come “DC non pentiti” nel progetto di ricomposizione dell’area popolare, per concorrere a costruire il soggetto politico nuovo di centro, democratico, popolare, riformista, europeista, alternativo alla sinistra e alla destra sovranista e populista, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori DC: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman.
Un progetto di ampio respiro che deve partire dalla base, dato che i diversi tentativi sin qui esperiti, si sono esauriti nella misera affermazione di questo o quel leader che, a destra come a sinistra, alla fine, ha dovuto sperimentare il vecchio aforisma applicato ai cosiddetti esponenti della “sinistra indipendente” del PCI: è sempre il cane che muove la coda.
Serve uno scatto di orgoglio e il desiderio di autentica autonomia dalla destra e dalla sinistra, convinti che, come in tutta la storia dei cattolici democratici e cristiano sociali, la nostra collocazione deve rimanere al centro, nel quale intendiamo apportare i principi e i valori della dottrina sociale cristiana così come si è sviluppata: dalla Rerum Novarum alle due ultime di Papa Francesco, Fratelli tutti e Laudato SI, unitamente alla fedeltà al dettato costituzionale. Quei principi e quelle regole che i padri costituenti democratico cristiano seppero tradurre in maniera encomiabile nella Carta fondamentale della Repubblica.
Certo per poter occupare la posizione centrale nella politica italiana forti dei nostri valori, dovrà essere superato il sistema elettorale di tipo maggioritario che, dal mattarellum all’attuale rosatellum, ha favorito il mantenimento di un bipolarismo forzato. Un bipolarismo che, con la vittoria del partito di Giorgia Meloni, è di fatto anch’esso superato, dato che al dualismo classico del centro destra e centro sinistra è subentrato quello assai più asfittico tra una destra estrema e una sinistra confusa alla ricerca della propria identità. Non abbiamo la forza nella rappresentanza parlamentare per tornare alla legge elettorale proporzionale con le preferenze, ma possiamo attivarci per una legge di iniziativa popolare per questo obiettivo. Potrebbe essere un primo banco di prova necessario per verificare il grado di compatibilità tra le diverse realtà partitiche, associative, di movimenti e gruppi della vasta e articolata area cattolica e popolare. Insieme a questa decisiva iniziativa politica, dovremmo far partire dalla base, nei diversi territori regionali, provinciali e comunali, dei comitati di partecipazione tra le diverse realtà presenti che si riconoscono nei principi e nei valori popolari. Comitati di partecipazione democratica, nei quali emergeranno i bisogni reali dei cittadini e si selezionerà con metodo democratico la nuova classe dirigente ai diversi livelli territoriali. Un’assemblea costituente nazionale sarà la tappa finale di questo progetto-processo, nella quale definiremo il nostro progetto popolare per il Paese, conforme ai nostri principi e tale da superare la dicotomia tra cattolici della morale e cattolici del sociale che ha, soprattutto nella fase della diaspora, accentuata la nostra divisione. Un progetto-processo ambizioso per il quale servirà la disponibilità di tutti gli uomini di buona volontà, liberi e forti del nostro tempo, insieme alla generosità di coloro che hanno sin qui frenato o reso difficile questo percorso.
Noi esponenti della quarta e ultima generazione della DC storica dovremo semplicemente accompagnare il progetto, nella convinzione che spetterà a una nuova generazione di cattolici democratici e cristiano sociali assumerne la guida, ai quali dovremo solo favorire la consegna del testimone della nostra migliore tradizione politica.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti- www.alefpopolaritaliani.it)
Venezia, 31 Dicembre 2022
Alle prossime elezioni regionali e locali, liste unitarie di area popolare
Se la situazione interna al PD, alla vigilia del loro congresso nazionale, è alquanto complessa, assai più ardua è quella della vasta e articolata area cattolico democratica e cristiano sociale. La diaspora democratico cristiana, che in un mio saggio dell’anno scorso ho connotato come la nostra “Demodissea”, nonostante i numerosi tentativi di superamento, non è ancora risolta.
A sinistra, dopo l’assemblea dei Popolari convocata da Pierluigi Castagnetti, è emersa con nettezza la difficoltà degli ex DC all’interno di un partito in cui, come ha ben descritto Giorgio Merlo nel suo ultimo articolo su Il Domani d’Italia, le due candidature principali alla segreteria, quelle di Bonaccini e della Schlein, sono entrambe collegate alla tradizione del PCI-PDS-DS e il ruolo dei cattolici democratici emarginato e subalterno. Si attendono sviluppi, nella speranza che non prevalgano gli aggiustamenti degli interessi “ particulari” dei soliti noti.
Nell’area democratico cristiana, accanto all’interessante e aperta relazione dell’On Mario Tassone all’assemblea del NCDU, con cui si è riproposta la visione di un partito aperto al superamento della sua stessa realtà organizzativa per concorrere alla formazione di un centro politico nuovo alternativo alla destra sovranista e nazionalista, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità, disponibile a collaborare con quanti intendono difendere e attuare la Costituzione repubblicana, si sono confermate alcune pesanti criticità.
Dopo quell’assemblea, infatti, l’amico Tassone mi ha inviato copia della lettera ricevuta dell’On Gianfranco Rotondi con cui, quello che consideravo “ il miglior fico del bigoncio”, dopo il tentativo a andato a vuoto dei Verdi Popolari, propone la riunificazione dei DC a sostegno della maggioranza di destra dell’On Giorgia Meloni e del suo partito Fratelli d’Italia.
Ho scritto a Tassone che, se il buon giorno si vede dal mattino, la proposta di Rotondi, per quanto mi riguarda, è assolutamente inaccettabile, poiché lontana mille miglia dalla nostra migliore tradizione culturale e politica da Sturzo a De Gasperi, da Fanfani a Moro sino a Zaccagnini, De Mita e Forlani. Da parte mia propongo ciò che da molto tempo vado scrivendo, ossia che, prima, dovremmo ricomporre politicamente la nostra area dei cattolici democratici e cristiano sociali sulla base dei comuni valori ispirati dalla dottrina sociale cristiana e dalla fedeltà alla Costituzione, condividendo un programma credibile per il Paese e dopo, solo dopo, porci il tema delle alleanze, che non potrà che svolgersi con chi intende difendere e attuare integralmente la Costituzione, Non certo con chi, come ha anche ben denunciato Tassone nella sua relazione, si propone di introdurre ipotesi di repubblica presidenziale o semi presidenziale, che snaturerebbero l'equilibrio delicatissimo della carta fondamentale dei padri fondatori. Molto interessante, invece, a mio parere, è quanto si sta svolgendo nel dibattito interno al movimento-partito di Insieme, guidato da Giancarlo Infante, dove si ritrovano molti degli elementi in grado di favorire il processo di ricomposizione politica della nostra area. Abbiamo due scadenze a breve che si potrebbero utilizzare per una prima prova di unità dell’area popolare, partendo proprio dalle indicazioni provenienti dalle realtà territoriali interessate. Perché alle prossime elezioni regionali del Lazio e della Lombardia e in quelle amministrative locali del prossimo anno, non tentiamo di organizzare liste unitarie dell’area popolare? In queste elezioni, come in quella per il rinnovo del parlamento europeo del 2024, sarà vigente la legge elettorale proporzionale con le preferenze, quindi, nessun alibi per scelte di convenienza in coalizioni di destra o di sinistra con candidature garantite. Saranno gli amici delle diverse realtà di area cattolico democratica e cristiano sociali presenti nei territori interessati a indicare i nostri candidati, unica modalità per garantire l’emergere di quella nuova classe dirigente di cui tutti parliamo e senza la quale la nostra “demodissea” non avrà mai fine. Comitati promotori locali e regionali della Federazione di area popolare saranno gli strumenti indispensabili per questa costruzione dalla base del soggetto politico nuovo di centro, di cui la politica italiana ha bisogno, se si intende superare un bipolarismo forzato tra destra e sinistra sin qui favorito anche da un sistema elettorale che dal mattarellum in poi, ha concorso alla distruzione del centro.
Ettore Bonalberti
Venezia, 22 Dicembre 2022
Ci vogliamo provare?
Sono molti anni che ci dividiamo sul tema delle alleanze, sulla scelta, cioè, del “con chi collegarci”, piuttosto che con il “che cosa e come realizzare” un nostro autonomo progetto politico. A destra, qualche amico, sulla scia della predicazione del “miglior fico del bigoncio”, l’On Rotondi, si sta convincendo che quello di Sora Giorgia sia la nuova DC 2.0. Un ossimoro insensato, o, nel caso di Rotondi, un “ whisful thinking”, una velleitaria illusione, che contrasta con ciò che tutti insieme abbiamo vissuto: dalla DC di De Gasperi e Fanfani, a quella di Moro e De Mita, sino all’ultima fase delle segreterie di Forlani e Martinazzoli.
A sinistra, coloro che concorsero a dar vita alla Margherita e alla formazione del PD a vocazione maggioritaria, o se ne sono già andati da quel partito, o stanno realisticamente prendendo atto dell’antico aforisma donat-cattiniano, secondo cui: a sinistra è sempre il cane che muove che coda. Un aforisma che, come già accadde in Forza Italia, a maggior ragione, si confermerebbe anche nella destra a egemonia meloniana.
E’ tragicomico che tra gli eredi di coloro che attivarono contro la DC la battaglia della “questione morale”, stiano emergendo alcune figure del PD, responsabili della più sconvolgente monnezza della storia politica dell’Unione europea; un’autentica cloaca maxima dell’indecenza corruttiva senza analoghi precedenti. E, intanto, al centro, sopravvivono vecchie e gloriose sigle e minuscole casematte, espressione di nobili testimonianze politiche, ma impotenti, da separati in casa, a svolgere un ruolo politico istituzionale efficace ed efficiente nella politica italiana.
Proprio per superare la vecchia dicotomia destra e sinistra, avevamo valutato con simpatia la formazione del Terzo Polo, dove, però, permane l’idiosincrasia DC di Calenda, neo “azionista de noantri, incapace, almeno sin qui, di superare il limite di una concezione laicista radicale collegata a quella deriva anti cattolica che ha sottratto allo stesso PD il consenso di molti ex DC. Auguriamoci che Matteo Renzi lo faccia riflettere, anche se, molto dipende anche da noi.
E’ evidente, infatti, che rimanendo ciascuno rinserrato nella propria casamatta, faremmo tutti la fine della “kupamandica” ( la ranocchia che aveva una “visione del mondo”, il suo mondo, ma era ovviamente circoscritta a quel piccolo pozzo in cui viveva isolata. Se fosse prevalsa la visione della kupamandika, senza i necessari scambi interculturali, avremmo avuto una diversa e assai più limitata storia scientifica, economica e culturale dell’umanità), non costituendo un momento di interesse e di attrazione politica né per i nostri potenziali sostenitori né per i possibili nostri alleati.
Ecco perché dovremmo tutti impegnarci a superare le nostre antiche appartenenze e sforzarci di ricomporre l’unità politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Abbiamo alcune scadenze elettorali importanti davanti a noi: le elezioni regionali nel Lazio e in Lombardia, alle quali seguiranno altre elezioni in sedi locali e, più in là, le elezioni europee. Tutte scadenze regolate da leggi elettorali di tipo proporzionale, che, come tali, non ci sottopongono all’obbligo dell’apparentamento a destra o a sinistra. Nei prossimi giorni si riunirà l’assemblea generale del NCDU guidato da Mario Tassone e nel merito, credo che dovrebbe essere indicata una coerente prospettiva di unità. Preso atto che il grande sforzo compiuto dall’amico Gargani con la Federazione Popolare dei DC, non ha potuto sin qui decollare, sia per il disimpegno di Cesa ( UDC) e di Rotondi ( Verdi Popolari) che per lo scarso interesse dimostrato dallo stesso Grassi ( DC), sono convinto che si debba superare lo schema top down ( dall’alto in basso) rivelatosi sin qui strumentale solo alle egoistiche aspirazioni di alcuni, attivando, invece, processi di tipo bottom up ( dal basso verso l’alto); ossia organizzando l’unità delle varie componenti cattolico democratiche e cristiano sociali presenti nei diversi territori. Costruire in ogni provincia e regione dei comitati promotori provinciali e regionali della Federazione nazionale dei Popolari uniti, sarebbe anche il mezzo per far emergere una nuova classe dirigente sugli interessi e motivazioni reali della base. Compito della nostra quarta e ultima generazione della DC storica dovrebbe essere, infine, solo quello della consegna del nostro miglior testimone politico alle nuove generazioni. Credo che ci si dovrebbe impegnare per la ricomposizione dell’area popolare, uniti nella fedeltà ai valori della dottrina sociale cristiana e a quelli della Costituzione repubblicana. Non dovremo proporre troppe e confuse idee di programma, ma limitarci a chiedere, sul piano istituzionale: il ritorno alla legge elettorale proporzionale e l’applicazione in tutti i partiti dell’art.49 della Costituzione. Sul piano economico finanziario, l’elementare necessaria pre condizione per qualsivoglia reale politica riformatrice: il controllo pubblico effettivo di Banca d’Italia e il ritorno alle legge bancaria del 1936, col ripristino della separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Le alleanze verranno dopo, aperti a collaborare con chi insieme a noi intende difendere e attuare integralmente la Costituzione. Ci vogliamo provare?
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( www.alefpopolaritaliani.it)
Venezia, 15 Dicembre 2022
A proposito di autonomia di Banca d’Italia
Ogni volta che si apre una discussione sul ruolo di Banca d’Italia, com’è accaduto anche nei giorni scorsi, dopo l’audizione parlamentare del dr Balassone sulla manovra economica 2023-2025 e le polemiche successive sulle osservazioni fatte alla bozza del bilancio predisposta dal governo, immediatamente scattano i difensori dell’autonomia della banca centrale, quale organo di garanzia per il sistema Paese.
Una domanda, da qualche tempo, a me sorge spontanea: é proprio reale questa “ autonomia” conclamata e strenuamente difesa dai più importanti esponenti delle istituzioni pubbliche? In diverse occasioni ho ricordato l’interrogazione parlamentare rivolta all’allora ministro dell’economia e finanze, dagli Onn. Alessio Villarosa, Alberti, Pesco, Sibilia e Ruocco ( interrogazione a risposta immediata in commissione n.5/10709-testo di Mercoledì 1 Marzo 2017, seduta n.751 ) con la quale si chiedeva il ruolo svolto dagli hedge funds internazionali nel controllo del capitale flottante delle banche detentrici del controllo di Banca d’Italia. Ruolo esercitato attraverso la delega a un’unica persona fisica di un noto studio milanese di avvocati La risposta, con lettera scritta del Ministero dell’economia e delle Finanze-Ufficio del coordinamento Legislativo-Economia- Q.T.453 del 2 Marzo 2017, confermava quanto indicato dagli interroganti, ossia che Banca d’Italia è di fatto sotto il controllo di questi fondi speculativi che, quindi, possono agire secondo i propri diretti interessi. Difficile mantenere l’autonomia, se il controllo del capitale flottante è nelle mani di questi poteri finanziari con sedi legali extra UE. Di qui la necessità, come scrissi nella nota del 21 ottobre scorso ( Fare chiarezza) di tornare al controllo pubblico reale di Banca d’Italia e alla legge bancaria del 1936, che prevedeva la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria.
A corollario di tale indicazione, che il governo attuale potrebbe facilmente realizzare con legge ordinaria, proponevo le seguenti scelte di politica economica e finanziaria, se si intende perseguire realmente una volontà riformatrice come quella annunciata dal ministro Nordio per la riforma della Giustizia:
1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle
della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti
elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio
1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992)
2. Controllo Statale sulla raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie
assicurative statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini
3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna,
Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano al fine che lo Stato
italiano abbia, con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82
del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare
per impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e
usura bancaria.
4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n.
385/1993):
5. SEPARAZIONE TRA BANCHE DI PRESTITO (loan bank) e BANCHE
SPECULATIVE (investment bank) : abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano
Amato, Barucci e Colombo. Automatica re-introduzione della contabilità bancaria
esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31
Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi
speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London)
6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il
pubblico
7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna,
Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale
85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori
petroliferi kazari.
8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in
prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e
di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società
italiane quotate alla borsa di Milano.
9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia)
10. Conferire il potere ISPETTIVO sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello
di vigilanza
11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo
indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di compiere ispezioni in
materia finanziaria, in materia di borsa.
12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla
valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano
Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18 febbraio 1992
firmato da Mario Draghi)
13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di
sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul
tasso
14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in
ogni altra forma di prestito
15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di
ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero
tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso
medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto
cliente
17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB
18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile
sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività,
obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso
d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica
prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3
immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni
immobiliari e nella sezione fallimentare.
Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3
immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri
immobiliari e quali procuratori per le banche nelle esecuzioni immobiliari e nel custode e
nel notaio delle esecuzioni immobiliari
20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti
speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la
prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il
controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano
21. Obbligo di almeno cinque Parlamentari di ogni forza politica di partecipare all’
Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di
maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute
del paese
Ettore Bonalberti- Venezia, 7 Dicembre 2022
Torniamo ai fondamentali
Nel deserto dominante della politica italiana, non si comprende a quali culture politiche si rifacciano gli attuali partiti presenti in Parlamento, mentre siamo certi che DC e Popolari possono contare sui principi e gli orientamenti valoriali indicati dalla dottrina sociale della Chiesa. Credo che una rilettura critica delle encicliche papali, dalla Rerum Novarum in poi, sarebbe oltremodo necessaria. Noi della quarta e ultima generazione della DC storica, ci siamo formati negli insegnamenti delle grandi encicliche giovannee degli anni ’60: Mater et Magistra e Pacem in Terris e in quelle di Papa Paolo VI: Populorum progressio, Octogesima Adveniens e Humanae Vitae. Se la Rerum Novarum seppe indicare ai Popolari di Sturzo gli orientamenti pastorali nella fase di avvio e di sviluppo della prima rivoluzione industriale, è con le encicliche di San Giovanni Paolo II ( Centesimus Annus), di Papa Benedetto XVI ( Caritas in veritate) e di Papa Francesco ( Evangelii gaudium, Laudato SI e Fratelli tutti) che abbiamo ricevuto le analisi e le indicazioni più rigorose sugli esiti, i limiti e le criticità dello sviluppo capitalistico nell’età della globalizzazione.
Solo la cultura cattolica può contare su una tale ricchezza di analisi e di proposte sui grandi temi del nostro tempo, di interesse sia personale che dell’intera comunità mondiale.
Ecco perché non abbiamo bisogno di manifesti laburisti o di falsi azionismi radicali, convinti come siamo, che DC e Popolari dovrebbero impegnarsi più sulla loro ricomposizione politica che sulle diverse opzioni che ci hanno sin qui divisi tra destra, sinistra e/o terzo polo.
Una seria riflessione andrebbe promossa, da farsi insieme alla vasta realtà sociale, culturale e organizzativa del mondo cattolico, con una sorta di Camaldoli 2.0, dalla quale derivare un manifesto politico programmatico in grado di offrire risposte alle attese della società italiana, nella quale resta necessario garantire il giusto equilibrio tra interessi e valori del terzo stato produttivo con quelli delle classi popolari. Un equilibrio che rappresenta l’unico antidoto al prevalere delle spinte populiste su cui poggia il consenso della destra nazionale.
Molti, troppi tentativi si sono fatti per ricomporre le tante sigle e le diverse casematte in cui si sono frantumati politicamente i cattolici dopo la fine della DC. Fallimenti in larga parte legati al prevalere di interessi e ambizioni personali di amici preoccupati, soprattutto, di garantirsi la propria sopravvivenza politica. Ora quel metodo va abbandonato e, come ho scritto in una recente nota, si deve ripartire dalla base, per tentare di ricomporre dal basso l’unità di quanti, accomunati dai principi e dai valori della dottrina sociale cristiana, intendono declinarli insieme, nella città dell’uomo. Sarà questo processo, che abbiamo connotato come la costruzione dell’AREA POPOLARE, il modo più democratico per far emergere la nuova classe dirigente, espressione di una partecipazione democratica e popolare, dal basso, ben al di là delle diverse provenienze e collegamenti nazionali dei diversi soggetti. Solo esaurita questa fase nelle varie realtà regionali e locali italiane si potrà organizzare un’assemblea costituente nazionale del soggetto politico nuovo di centro: democratico, popolare, aperto alla collaborazione con quanti di altre aree politiche intendono con noi difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana. Una carta nella quale i padri fondatori DC seppero concorrere a scrivere articoli importanti ispirati dai nostri valori cristiani. Oggi come allora compete ai cattolici democratici e ai cristiano sociali coniugare l’ispirazione della dottrina sociale cristiana ai valori costituzionali. Un modo di azione che, io credo, potrebbe ricondurre alla partecipazione politica e all’esercizio del voto quella grande massa di renitenti che, da troppo tempo, disertano i seggi elettorali. Le prossime elezioni locali e regionali potrebbero essere il terreno di prova per l’Area Popolare.
Ettore Bonalberti
Venezia, 13 Dicembre 2022
VERSO UN MONDO NUOVO
Più volte ho scritto sulla necessità che, quanti si richiamano alla cultura democratico cristiana e popolare, si impegnino a tradurre nella città dell’uomo i principi e i valori della dottrina sociale cristiana. Quei principi e valori, cioè, che sono indicati nelle lettere encicliche che, dalla Rerum Novarum in poi, hanno costituito il patrimonio degli insegnamenti della Chiesa dalla prima rivoluzione industriale ai tempi attuali della globalizzazione.
WORLD-LAB è una “rete informale” di esperti internazionali di diverse formazioni scientifiche ed estrazioni culturali, facenti capo al sito www.worldlabnetwork.ru ,con sede a Mestre (VE). Essi condividono la duplice convinzione:
- che l’attuale modello di sviluppo occidentale, oramai imperante, è avviato al collasso sociale ed ambientale;
- che esiste un’ insperata via d’uscita, alla nostra portata, da imboccare urgentemente.
Alcuni studiosi mestrini, i Proff. Gianfranco Trabuio e Dino Gerardi, nel 2015 hanno dato alle stampe con WORLD-LAB, l’associazione da loro costituita, I risultati delle loro ricerche socio economiche, presentando un modello economico mai esplorato in precedenza, frutto di una rivisitazione dell’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII, promulgata nel 1891, sviluppando “il mutualismo in chiave di attualità, dando vita a un’inedita forma di prassi denominata Convivio, alternativa ai disastri prodotti a livello sociale e ambientale dalla degenerazione del liberismo”. Tale modello, definito nel saggio “ La dignità delle nazioni”, si connette assai bene con quanto indicato dall’enciclica di Papa Francesco:“ Laudato SI”, promulgata nel Giugno dello stesso anno, 2015.
Nel 2016, Trabuio e Gerardi, hanno dato alle stampe un altro volume, edito sempre da Amazon, dal titolo: “ Manifesto del civismo” col quale chiariscono ancor meglio il nuovo modello economico messo a punto nel precedente volume. Nel Luglio di quest’anno è stato editato il saggio: “ Verso un mondo nuovo”, con il quale è riproposto il valore della solidarietà che dovrebbe tradursi in modelli concreti di vita vissuta, come quello avviato da Davide Lazzareti ( Il Cristo dell’Amiata- 1834-1878) sul Monte Labbro comune di Arcidosso ( Arezzo) esempio straordinario di comunità fondata sulla solidarietà organica. Un modello che si dovrebbe tentare di realizzare in altre realtà territoriali, con la volontà di tornare al solidarismo, così tanto apprezzato nella dottrina sociale della Chiesa cattolica, anche se spesso interpretato soprattutto, se non quasi esclusivamente in versione assistenziale. Considero il saggio “ Verso un mondo nuovo” un libro utilissimo da leggere, in quanto descrive con grande rigore un nuovo modello di società alternativo a quelli attualmente in atto nell’età della globalizzazione. L’ho trovato di grande efficacia comunicativa, grazie anche alle splendide tavole illustrative dell’arch Massimiliano Manchiaro. Ottime anche le sintesi delle encicliche sociali della Chiesa scritte alla fine del saggio. Tutte le pubblicazioni si possono trovare cliccando sul sito (http://www.worldlabnetwork.ru/?page_id=34&lang=it) del gruppo WORLD-LAB e i files in pdf delle stesse, possono essere richiesti gratuitamente all’amico Trabuio, scrivendo alla sua mail: gianfranco.trabuio@gmail.com.
Ettore Bonalberti
Venezia, 2 Dicembre 2022
Ripartiamo dalla base
Ho letto con interesse l’intervista rilasciata a Il Foglio, giovedì 24 novembre scorso, dall’ex ministro del Lavoro, On Orlando, che ha detto, tra l’altro: “il Pd, per non tradire la sua funzione storica, per non finire travolto dagli eventi, non possa che darsi una prospettiva neosocialista, pur sapendo che qualcuno potrebbe non riconoscervisi più”. E più avanti, sempre nell’intervista:
“Anzitutto, occorre liberarci dell’ansia della vocazione maggioritaria, anacronistica in uno scenario ormai nei fatti proporzionale, perché ci ha portato troppo spesso a eludere alcune questioni profonde. E questo lo dico anche a chi, con una certa dose di ipocrisia, invoca lo smantellamento delle correnti in nome di un unitarismo che poi si risolve nella sospensione del giudizio. Siamo arrivati al voto in una condizione di unità interna senza precedenti, ed è andata come sappiamo” In un recente intervento in direzione, infine, lo stesso On Orlando aveva detto: “Dobbiamo andare fino in fondo nel confronto tra di noi, pur accettando il rischio che alla fine del percorso non saremo gli stessi che eravamo all’inizio”. Un’altra scissione imminente?
Credo che questi ragionamenti precongressuali dovrebbero essere valutati con estrema attenzione, specialmente dagli amici Popolari che dalla Margherita decisero di aderire al progetto di fondazione del Partito Democratico. Emerge con chiarezza la volontà di un importante esponente ex comunista del partito di ricollegarsi alla propria tradizione politica e culturale, di tipo neo socialista, con buona pace per quegli ex democratico cristiani che speravano in un ben diverso assetto politico organizzativo finale. Emerge con chiarezza come tra gli ex comunisti, insidiati nella loro stessa base sociale e politico culturale dal M5S, stia prevalendo il richiamo dell’antica casa . E’ evidente, infatti, come nel deserto dominante della politica e con il rischio del prevalere di una condizione di egemonia della destra nazionalista e sovranista, emerga la volontà di tornare a riscoprire i fondamentali che concorsero alla costruzione della Repubblica. Una volontà condivisa anche dagli ex socialisti, liberali e repubblicani, ossia dalle componenti fondanti il patto costituzionale. Assai più lacerata e confusa è la situazione di quell’altra essenziale cultura politica che concorse, con i suoi uomini e donne migliori, alla battaglia resistenziale prima e alla scrittura della Costituzione del 1947. Sono intervenuto più volte sul progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica democratica e cristiano sociale e leggo con molta attenzione su ciò che si scrive su vari organi di stampa, sino all’interessante scambio epistolare tra gli amici Cerocchi e Castagnetti sulla ripresa editoriale della testata de “Il Popolo” della DC storica. Per la verità, grazie alla volontà di un coraggioso sacerdote, Mons Tommaso Stenico, da molto tempo è editata on line la testata: www.ilpopolo.cloud, nella quale, come su Il Domani d’Italia, si svolge un proficuo dibattito sul tema della ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. A me sembra, tuttavia, che, falliti i diversi tentativi sin qui operati dall’alto per la mera riunificazione delle diverse realtà partitiche e associative che, a diverso titolo e con diversa legittimazione si rifanno alla DC storica, si debba ripartire dal basso, dalle realtà locali, nelle quali riprendere il dialogo e il confronto tra le diverse sensibilità e culture della nostra area. Da parte dei DC e Popolari serve costruire un’ampia AREA POPOLARE, partendo proprio dalle diverse realtà regionali. Un processo che nascendo dalla base potrebbe favorire l’emergere di una nuova classe dirigente. Vino nuovo in otri nuove, sostenevano molti amici pessimisti sugli esiti dei tentativi avviati e l’AREA POPOLARE che nascesse dal basso, potrebbe essere proprio lo strumento più efficace ed opportuno per riportare in campo la nostra cultura politica.
In questa fase dominata dalla destra, solo un’ampia collaborazione tra le culture politiche della migliore storia democratica repubblicana potrà garantire pace sociale e sviluppo democratico, sulla base di un condivisa proposta di programma che sappia saldare gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari, in alternativa a politiche, come quelle che stanno emergendo dal governo della destra, fondate sull’aggravamento delle condizioni di disuguaglianza e di povertà, foriere di conflitti sociali di ardua composizione.
Ettore Bonalberti
Venezia, 26 Novembre 2022
Mai così divisi
E’ dal 2012 che mi batto per la ricomposizione dell’area politica democratico cristiana e dei Popolari. Dopo la lunga stagione della diaspora ( 2012-2022), purtroppo, quell’obiettivo che avevo individuato con l’On Publio Fiori e che, grazie all’amico, il compianto On Silvio Lega, ci permise di promuovere l’ autoconvocazione del consiglio nazionale della DC storica, “partito mai giuridicamente sciolto”, la situazione, oggi, è ancor più lacerata che mai.
A sinistra, coloro che dal PPI scelsero di concorrere alla nascita della Margherita prima e a entrare a pieno titolo nel PD poi, sembrano adesso tra “color che son sospesi”, con un piede dentro e un piede fuori; delusi dagli eredi del vecchio PC-PDS-DS, che hanno ripreso e stanno consolidando la gestione del partito, molti dei nostri vecchi amici sembrano incapaci di assumere scelte definitive alternative, mentre, alcuni di loro, hanno deciso di sperimentare la strada del Terzo Polo.
A destra, molte realtà di ex DC, come quella di Giovanardi e dei Popolari liberali stanno per celebrare un convegno a Modena imperniato sul tema: “I Popolari liberali di ispirazione cristiana nel centro destra”, che vedrà la partecipazione di una quindicina di movimenti e associazioni di area cattolica e di destra. Gianfranco Rotondi, già esponente di fede democristiana nel partito del Cavaliere, dopo la fugace esperienza dei Verdi Popolari è passato con armi e bagagli al partito della Meloni, ricevendo in cambio l’elezione al collegio uninominale alla Camera di Avellino. Ora sarebbe impegnato nella velleitaria idea di trasformare Fratelli d’Italia nella DC 4.0. Molti dei militanti di Comunione e Liberazione, espressione più esplicita dei cattolici della morale, infine, hanno scelto da tempo l’area di centro destra e, anche in quest’occasione elettorale, il voto per il trio Meloni-Salvini-Berlusconi. Credo che, mai come nel voto del 25 Settembre scorso, una parte così rilevante dell’area cattolica si sia orientata a destra e mai tutti noi siamo stati così divisi. Nel mezzo, tra i Popolari schierati a sinistra e indecisi sulle prospettive, si colloca tutta la frastagliata presenza dei diversi partiti e movimenti che si richiamano, a diverso titolo, alla DC, incapaci di presentarsi autonomamente alle elezioni politiche, limitandosi a qualche avventurosa sortita in quelle scadenze elettorali nelle quali vige un sistema elettorale proporzionale; com’è avvenuto in Sicilia, non senza contrasti, con la lista della DC nuova di Cuffaro, alleata anch’essa con il centro destra. Unica eccezione quella rappresentata dall’amico On Giorgio Merlo, già presidente del movimento politico organizzato da Clemente Mastella ( Noi di centro europeisti), il quale, alla fine si è schierato al centro, con gli amici del Terzo Polo di Italia Viva, di Matteo Renzi e di Azione, di Carlo Calenda.
Da vecchio “ DC non pentito” ho scritto ripetutamente che il nostro ruolo politico è stato e dovrebbe continuare a essere quello di contribuire a saldare anche sul piano della rappresentanza politica gli interessi dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, ispirati dai principi della dottrina sociale cristiana. Ciò comporta il superamento della dicotomia tra cattolici della morale e cattolici del sociale, se vogliamo assumere unitariamente quanto indicato dalle encicliche sociali scritte dai pontefici nell’età che stiamo vivendo della globalizzazione. Per far questo la nostra posizione non può essere né all’interno di un partito della destra, né in uno di sinistra, ma, forti dei nostri valori, dovremmo contribuire alla costruzione di un centro politico nuovo della politica italiana nella quale possano trovare pari cittadinanza le grandi culture politiche della nostra storia repubblicana: popolare, liberale, socialista e democratico repubblicana. Punto di convergenza unitario: la fedeltà alla Costituzione repubblicana che ci si impegna a difendere e attuare integralmente. Questo si potrà sperimentare con gli amici del Terzo Polo, se prevarrà la volontà di impegnarsi insieme rispettando tutti i valori e la cultura politica di ciascuno. Premessa indispensabile sarà organizzare la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare per reintrodurre il sistema elettorale proporzionale di tipo tedesco, con le preferenze e l’istituto della sfiducia costruttiva. Un programma di politica economica e sociale dovrà essere concordato nel quale siano garantiti i principi di sussidiarietà e solidarietà indicati dalla Costituzione, così come su quello economico finanziario, sarà decisivo battersi per il ritorno alla legge bancaria del 1936, reintroducendo la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Solo al centro si potrà ricomporre nel modo più opportuno e politicamente possibile la nostra area socio-culturale, abbandonando ogni velleitaria e, talora semplicemente opportunistica opzione a destra o a sinistra, lontana mille miglia dalla nostra migliore storia e tradizione politica.
Ettore Bonalberti
22 Novembre 2022
Né a destra né a sinistra
Leggendo la nota di Giorgio Merlo, riferita all’On Bettini, su Il Domani d’Italia e quella del direttore, Lucio D’Ubaldo, sulla situazione in cui versa il PD, si comprende la sofferenza dei Popolari ex Margherita, che avevano creduto in quel progetto, oggi tornato nella gestione confusa degli eredi del vecchio PCI, con loro che, o sono usciti, o vivono una condizione di forte subalternità.
Se questa è la condizione degli amici ex DC a sinistra, non meno tranquilla è quella di coloro che hanno sostenuto la destra della Meloni, nella presunzione di costituire il centro di quel polo, sino all’incredibile velleitaria proposta annunciata da Rotondi di trasformare Fratelli d’Italia in una rinnovata DC 4.0.
La realtà è che il nostro Paese oggi non è più guidato né da una coalizione di centro sinistra, riferimento troppo importante per la storia politica italiana, né di centro destra. Siamo in presenza di un governo di destra a tutto tondo, con molti esponenti ai massimi livelli istituzionali e di governo, eredi dell’antica cultura almirantiana e post fascista.
Con questo governo legittimato dal voto popolare, grazie anche a una legge elettorale, il rosatellum, che il PD e il M5S non hanno voluto modificare, si tratta, perciò, di fare i conti, tanto sul versante della politica economica, sociale e finanziaria, che su quello istituzionale.
La posizione dei Popolari e dei DC non pentiti, come scrivo come un mantra da sempre, deve restare al centro, alternativa alla destra nazionalista e sovranista e distinta e distante dalla sinistra tuttora alla ricerca affannosa della propria identità.
Avevamo sperato e continuiamo a sperare nel Terzo Polo, nel quale, però, va superata l’inguaribile idiosincrasia democristiana di Carlo Calenda, se si vuol dar vita a un centro politico nuovo ampio e articolato, espressione della grandi culture politiche della nostra storia repubblicana: quella popolare, insieme a quella liberale, repubblicana e socialista, ossia le culture migliori del riformismo del nostro Paese.
A Matteo Renzi, figlio della nostra cultura DC, il compito di far comprendere a Calenda i limiti della sua impostazione azionista, la quale, senza l’apporto dei popolari, com’è stato in tutta la lunga storia democratica italiana, finirebbe con l’assumere una definitiva connotazione minoritaria, elitaria senza futuro e, in ogni caso, incapace di rappresentare con la sinistra un’alternativa credibile alla destra del trio Meloni-Salvini-Berlusconi.
La prossima assemblea nazionale del 4 Dicembre a Milano annunciata dal duo di Azione e Italia Viva, potrebbe essere il luogo nel quale si potrebbe/dovrebbe concretamente accertare la disponibilità alla costruzione di questo nuovo centro ampio e plurale.
E’ evidente, però, che permanendo l’attuale legge elettorale di tipo maggioritario, i due capisaldi di attrazione: a destra Fratelli d’Italia e a sinistra il PD, tenderanno a conservare la loro condizione di privilegio, la quale, tuttavia, obbligherebbe l’Italia a un bipartitismo forzato, incapace di rappresentare la realtà culturale, sociale e politica del Paese assai più vasta e articolata. Certo, singoli personaggi della nostra area politica in cerca di sopravvivenza, com’è già accaduto con Berlusconi, il PD e la Lega prima e, ora, con la Meloni a dx e lo stesso PD a sx ( anche se adesso, con assai maggiori difficoltà) continueranno a offrirsi al miglior offerente dei due poli, ma ciò renderà impossibile, com’è accaduto nella lunga stagione della diaspora DC ( 1993-2022) la ricomposizione politica di una forza cattolico democratica e cristiano sociale al centro dello schieramento politico.
Ecco perché, compito dei Popolari e dei DC, come abbiamo discusso nell’ultima riunione del direttivo della Federazione Popolare DC e mi auguro si discuta nel prossimo incontro del direttivo della DC guidata da Renato Grassi, dovrebbe essere quello di attivare la presentazione di una legge di iniziativa popolare con la quale si propone di introdurre una legge elettorale di tipo proporzionale con preferenze, coerentemente con l’impostazione generale di tipo proporzionalista della nostra Costituzione e in linea con la nostra migliore tradizione. Un impegno di grande valore istituzionale, che dovrebbe essere unito a quello per la difesa della repubblica parlamentare e per l’attuazione integrale della Costituzione, a partire dall’applicazione in tutti i partiti dell’art.49 della carta costituzionale.
A tale impegno politico istituzionale, per il quale ci si dovrà impegnare insieme a tutte le altre grandi culture riformiste, dovremmo richiedere politiche economiche finanziarie e sociali, alternative a quelle collegate agli interessi dei poteri finanziari dominanti, dopo il fallimento strategico di una globalizzazione che ha ridotto l’economia reale a fattore servente della finanza e la stessa politica a un ruolo subalterno. Una degenerazione che sta causando una gravissima crisi economica e sociale a livello mondiale e che, anche in Italia, ha colpito e colpisce duramente i ceti medi produttivi e le classi popolari. Avevamo indicato in alcuni punti essenziali di programma tale progetto che, in via preliminare, richiede il ritorno immediato alla legge bancaria del 1936, reintroducendo la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria, premessa indispensabile a qualsiasi politica riformatrice nel nostro Paese.
Un centro che fosse in grado di proporre e battersi per questi due grandi obiettivi: legge elettorale proporzionale con preferenze, da un lato, e ritorno alla legge bancaria del 1936, dall’altro, potrebbe porsi come elemento di riferimento e di rappresentanza soprattutto di quel vasto elettorato che, da molto tempo, è renitente al voto, stanco dell’offerta politica presente.
Mi auguro che gli amici el Terzo Polo vogliano raccogliere queste nostre sollecitazioni e, intanto, perché non partiamo dalla base, attivando ovunque possibile, dei comitati democratici dei riformisti popolari, liberali, socialisti e repubblicani, come luoghi di partecipazione politica dal basso e per la selezione di una nuova e credibile classe dirigente?
Ettore Bonalberti
Venezia, 18 Novembre 2022
Un vaste programme
E’ bastato questo tweet scritto stamattina: “Migranti. Fronte disumanitario. Italia, Grecia, Malta e Cipro contro le navi delle Ong”. Così il quotidiano Avvenire oggi. Ai tanti cattolici che hanno votato per la destra guidata dalla Meloni un motivo di riflessione, specie per coloro che si considerano fedelissimi agli insegnamenti della Chiesa”, per riaprire un vivace confronto con persone, alcune delle quali, amiche di vecchia data, si sono sentite colpite da un semplice richiamo alla riflessione. Ennesima dimostrazione della divisione esistente nell’area sociale e culturale cattolica, una parte consistente della quale ha scelto di votare a destra alle elezioni politiche del 25 settembre scorso. Orfani del partito, la DC, che dal 1945 al 1993 era stato il riferimento politico di larga parte dei cattolici italiani, consumate le diverse opzioni che dalla fine politica della DC hanno caratterizzato la lunga stagione della diaspora democratico cristiana, il 25 settembre si è consumata la divisione netta tra i cattolici della morale e i cattolici del sociale. I primi, stanchi delle scelte laiciste e radicali del PD sui temi inerenti ai “ valori negoziabili”, hanno finito con l’orientare il loro consenso alla coalizione di destra anche con alcuni voltafaccia incomprensibili di qualche amico di provata fede DC.
Non mi hanno sorpreso le reazioni di altri del movimento di Comunione e Liberazione che, da molto tempo, si è posto a destra, in alternativa alle posizioni della sinistra in materia di scelte antropologiche sulla vita e la morte, il matrimonio e la cultura del gender.
Leggendo l’ultima bella nota di Giorgio Merlo, in Il Domani d’Italia, sulla sinistra sociale e politica della DC e sul ruolo svolto, soprattutto da quest’ultima, in tema di autonomia della politica da sottrarre al rigido condizionamento di tipo clericale proveniente dalla Chiesa pacelliana degli anni ’50 e per quasi tutti i ’60, ho compreso la necessità esistente nel nostro tempo di riprendere il confronto tra i cattolici, tenendo presente il grado di divisione e di smarrimento esistente nella stessa Chiesa. Un realtà quella ecclesiastica, dove persone espressione di malcelati integralismi preconciliari, sono pronte a contestare non solo il quotidiano della CEI, ma lo stesso Papa Francesco, che non manca, non a caso, di chiedere ogni volta di pregare per lui.
Le nostre difficoltà politiche e organizzative inerenti alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale scontano queste divisioni nella più vasta realtà cattolica, nella quale la rottura tra cattolici della morale e cattolici del sociale appare difficilmente componibile. L’amico Franco Banchi in una recente nota scritta alla vigilia del voto, sosteneva come non ci dovessero esserci “cattolici della morale” e “cattolici del sociale”. È nostra convinzione, scriveva Banchi, “a maggior ragione a fondamento degli impegni elettorali volti al bene comune, che l’ispirazione e l’azione dei cattolici deve coniugare obbligatoriamente entrambi gli aspetti. Perché, egli continuava, accettare di essere circoscritti al solo campo, peraltro irrinunciabile, della difesa dei principi morali e subire passivamente la resa in quello del sociale, in cui non dobbiamo essere per forza liberali o socialisti? Per questo dobbiamo iniziare la “riscossa” in un campo che fin dalla Costituente è stato il nostro luogo eccellente. Uno dei capisaldi da riprendere, sviluppando ed attualizzando l’articolo 118 della Costituzione, è quello che definisce il profilo di massima della sussidiarietà, a sua volta riferibile agli studi giuridici del pensiero cristiano medievale. E proprio da qui comincia il nostro lavoro di trasferimento attivo dei principi di sussidiarietà nel terzo millennio italiano”.
Utile suggerimento quello di Banchi di fare riferimento ai valori cristiani che i padri costituenti hanno saputo trasferire nella nostra Carta fondamentale, come quelli della sussidiarietà e della solidarietà, compresi quelli enunciati a sostegno della persona e della famiglia. E’ evidente, però, che nel concreto svolgersi del confronto politico e culturale del tempo presente, una riflessione seria deve essere compiuto anche dai partiti e dai movimenti che di questa realtà sono gli attori protagonisti.
Pensare di continuare a ragionare a prescindere da questa scissione politica e culturale del mondo cattolico, ritengo sia un errore che non permette di colmare il divario esistente tra la realtà della politica e della sua rappresentanza istituzionale e la mancata partecipazione al voto di oltre il 50% degli elettori, a diverso titolo e motivazione, stanchi e sfiduciati di ciò che passa il convento. Una seria riflessione dovrà farsi nella vasta area cattolica caratterizzata da molte articolazioni
Analoga riflessione dovrà anche essere compiuta dalle e nelle forze politiche a cominciare dalla sinistra e per essa, dal suo principale caposaldo, il PD, nel quale è aperta la riflessione sul ruolo che i Popolari ex DC hanno svolto sin qui e potranno ancora svolgere, in un partito che è alla ricerca affannosa della propria identità. Analogamente nel terzo polo, dove, Matteo Renzi, dovrà battersi per superare l’idiosincrasia DC di Calenda, neo azionista post litteram, tenendo presente che un Terzo Polo senza una forte componente di ispirazione DC e popolare è destinato a svolgere un ruolo del tutto minoritario in campo politico e istituzionale.
La destra a guida di Giorgia Meloni, ha sin qui saputo raccogliere di risulta larga parte del voto dei cattolici della morale, i quali, tuttavia, non potranno, alla fine, sottrarsi dagli impegni che a loro derivano dalla coerenza ai principi e ai valori fondamentali della dottrina sociale cristiana. La cultura e i valori di provenienza di Fratelli d’Italia, infatti, sono lontani mille miglia da quelli che, dalla Rerum Novarum in poi, la Chiesa cattolica ha saputo indicarci, sino all’Evangelii gaudium, Laudato SI e Fratelli tutti.
A quanti, infine, a diverso titolo e legittimità si richiamano alla storia della DC, “partito mai giuridicamente sciolto”, spetta il compito di favorire il progetto della loro ricomposizione, premessa indispensabile per concorrere da protagonisti alla costruzione del centro nuovo della politica italiana insieme alle componenti di ispirazione liberale e socialista riformista.
Un “vaste programme” indubbiamente, ma vale la pena di perseguirlo con forte determinazione.
Ettore Bonalberti
Venezia, 13 Novembre 2022
Tributo a Mirco Marzaro, dai veneziani" DC per sempre”
Ieri è stata una giornata molto positiva per i veneziani "democratici cristian per sempre”. Continuando una bella tradizione avviata dall’amico Cesare Campa, dopo il tributo rivolto l’anno scorso all’On Gianfranco Rocelli, quest’anno abbiamo voluto rendere omaggio all’On Mirco Marzaro, che, nei mesi scorsi, ha compiuto la venerabile età di cent’anni.
Una Santa Messa molto partecipata è stata celebrata, alla presenza del figlio di Marzaro, assente per una stagionale indisposizione, nella quale le letture sono state tutte declinate sul versante della pace e, subito dopo, un simposio presso l’Hotel Bologna. E’ stato un ritrovarsi tra tanti vecchi amici accomunati da due elementi essenziali: il sentimento dell’amicizia, che è stato sempre alla base dei rapporti tra i soci democratico cristiani e il forte radicamento nei valori fondamentali testimoniati dai nostri grandi padri e fratelli: Vincenzo Gagliardi e Mario Ferrari Aggradi, Costante Degan, Vito Orcalli, Alfeo Zannini, Anselmo Boldrin, Luigi Tartari, Giorgio Longo e Marino Cortese e i tanti altri che hanno segnato la storia della DC e della politica veneziana, veneta e nazionale. Non dimenticando il contributo offerto alla Resistenza dai nostri combattenti Partigiani Cristiani, Mario Ferrai Aggradi e Anselmo Boldrin.
Un ringraziamento speciale a Cesare Campa, come sempre efficace organizzatore di eventi e custode della nostra memoria storica. Proprio discutendo a pranzo con alcuni amici è sorta l’idea di dar vita all’associazione dei “ DC veneziani per sempre” che potrebbe costituire l’avvio di uno strumento di partecipazione democratica finalizzata a conservare la memoria di ciò che siamo stati, e di offrire l’opportunità di trasmettere i nostri valori alle nuove generazioni. Mai come in questo momento, infatti, c’è la necessità di concorrere alla costruzione di un nuovo centro della politica italiana, ampio e plurale: democratico, popolare, liberale, riformista, euro atlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra senza identità. Un Centro interessato a collaborare con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione.
Al fine di evitare l’errore del Terzo Polo, dominato da Calenda, responsabile di un’idiosincrasia anti DC, propria di un “azionista di risulta” che rischia di condannare quell’area a un’espressione minoritaria laico liberale senza futuro, servirà organizzare una forte presenza della nostra cultura politica. Dovremmo far partire da Venezia il progetto del nuovo centro della politica italiana come su indicato, nel quale sia ben presente la nostra area politica cattolico democratica e cristiano sociale. Con l’aiuto indispensabile di Campa dovremmo attivare la nostra associazione dei “ DC veneziani per sempre” ( o come la vorremo diversamente connotare), la quale potrebbe favorire una ricomposizione culturale prima ancora che politica, indispensabile per il progetto più ampio del nuovo centro.
Ettore Bonalberti
Venezia, 6 Novembre 2022
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Non facciamo la fine della kupamandika
Da “ osservatore non partecipante” ho letto con molta attenzione gli interventi nel consiglio nazionale della DC del 26 ottobre scorso, tenendo presente che le mie dimissioni dagli incarichi di partito non annullano la mia condizione di “ democristiano non pentito” che cercherò di mantenere sino alla fine.
Avevo inviato una nota alla vigilia del consiglio nazionale, pubblicata con grande onestà intellettuale da Mons Stenico su Il Popolo, con la quale rilevavo la necessità di restare al centro della politica italiana: alternativi alla destra nazionalista e sovranista e distinti e distanti dalla sinistra alla ricerca della propria identità.
Avevo ricevuto una telefonata dall’amico Grassi al quale avevo espresso questa mia indicazione che, onestamente, ritrovo espressa anche nella sua relazione. Diverso il tono e le argomentazione sostenute dall’amico Gubert, chiuse nella necessità di costruire il soggetto politico coerente alle indicazioni di valore proprie della dottrina sociale cristiana, soprattutto con riferimento ai “ valori non negoziabili”.
Credo che su questa strada integralistica la prospettiva degli ultimi mohicani della DC sarebbe molto debole e minoritaria, tale da non considerare gli errori e le insufficienze riscontrate da quel 2012, anno nel quale tentammo di ridare pratica attuazione alla sentenza della suprema corte di Cassazione n, 25999 del 23.12.2010, secondo cui: la DC non è mai stata sciolta giuridicamente.
L’amico Gubert dovrebbe prendere atto che, dopo dieci anni e la lunga Demodissea che ho tentato di ricostruire nel mio ultimo libro:Demodissea: la DC nella lunga stagione della diaspora democristiana ( 1993-2020) . edizioni il Mio Libro, ha segnato una serie di fallimenti acuitisi dopo l’ultimo congresso del 2018 che, anziché concorrere alla ricomposizione ha dovuto sperimentare ulteriori rotture e divisioni che fanno salire a quasi due mani il numero delle DC che, a diverso titolo, si rifanno alla DC storica, quella che ha cessato giuridicamente la sua vita nel 1992-93.
Consiglierei a Gubert la lettura del bel libro di Amarthya Sen: Globalizzazione e Libertà ( ed. Mondadori 2003) nel quale l’autore descrive la parabola della ranocchia- kupamandika. Dai testi indiani sanscriti antichi: una ranocchia vive tutta la vita rinchiusa in un pozzo sospettosa di tutto ciò che accade fuori. Dal 500 a.C.: quattro testi sanscriti (Ganapatha- Hitopadesà- Prasamaraghava- Battikavya) esortano tutti a non comportarsi allo stesso modo della kupamandika. La ranocchia aveva una “visione del mondo”, il suo mondo, ma era ovviamente circoscritta a quel piccolo pozzo. Se fosse prevalsa la visione della kupamandika, senza i necessari scambi interculturali, avremmo avuto una diversa e assai più limitata storia scientifica, economica e culturale dell’umanità.
Ecco io temo che questa visione, tutta incentrata su ciò che rimasto della DC che pensammo di ricomporre politicamente nel 2012 e che si è andata, invece, progressivamente, decomponendo, sia il vero limite della prospettiva politica indicata da Gubert.
Trovo, altresì, alquanto ingenerosa e insufficiente l’analisi di Grassi su quello che lui definisce” l’esperienza tramontata”” della Federazione Popolare dei DC. Caro Renato, il limite di quel progetto avviato dall’amico Gargani insieme ad alcuni di noi, non è stato dovuto solo al venir meno dell’adesione di Cesa e Rotondi, ma anche della “ tiepidezza” con cui molti dei nostri amici DC avevano accolto quell’iniziativa. Da parte mia continuo, invece, a ritenere che proprio da quel tentativo avviato con una cinquantina di partiti, movimenti, associazioni della nostra area politico culturale si dovrebbe ripartire, certo con una DC confermata su questa strada dal prossimo congresso, con una rinnovata dirigenza come auspicato da Grassi nel suo intervento.
Nessuna velleità integralistica da nostalgica e anacronistica kupamandika, ma la netta determinazione nel voler occupare una posizione nel centro della politica italiana, insieme a quanti intendono concorrere alla costruzione del soggetto politico nuovo democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, atlantista, trans nazionale, alternativo alle destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. Un centro pronto a collaborare con quanti intendono difendere e attuare integralmente la nostra Costituzione repubblicana. Da “ osservatore non partecipante”, anche proprio per le ragioni indicate da Grassi, ossia di favorire l’emergere di una nuova classe dirigente, non parteciperò al prossimo congresso nazionale, felice se da esso potrà derivare, con la nuova e più giovane dirigenza, la conferma di una linea centrale dei democratici cristiani di cui il Paese avrebbe bisogno.
Ettore Bonalberti
Venezia, 28 Ottobre 2022
Restiamo al centro
Privati del nostro simbolo storico, da troppo tempo rendita del duo Cesa-De Poli caudatari della destra, senza parlamentari eletti, abbiamo vissuto una netta divisione alle elezioni politiche del 25 Settembre scorso. Diversi amici hanno votato per l’alleanza di destra soprattutto in alternativa alla deriva laicista del PD che, come da profezia del prof Del Noce, ha assunto sempre di più la fisionomia di un “ partito radicale di massa”.
Ora nel partito di Enrico Letta, alla vigilia del loro congresso nazionale, si levano voci come quella di Bruno Simili, vice direttore della rivista Il Mulino, il quale invita il partito a ripartire dalle diseguaglianze, consapevole che il suo spazio non è al centro, ma a sinistra.
Se questa è e sarà la prospettiva del partito che ha tentato di mettere insieme la vecchia tradizione del PCI-PD-PDS con quella di una parte della sinistra politica della DC, anche per noi DC e Popolari è tempo di condividere un progetto politico in grado di corrispondere agli interessi e ai valori del terzo stato produttivo e dei ceti popolari, per assolvere al ruolo che è sempre stato quello dei popolari sturziani prima e della DC, negli oltre quarant’anni della sua egemonia politica in Italia.
Nostro obiettivo dovrà essere, quindi, quello di concorrere alla costruzione di un soggetto politico nuovo di centro: democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. Non possiamo ridurci ad essere una corrente interna o esterna alla destra, come ha deciso di essere l’UDC, o, peggio, una componente integrata della destra meloniana, come ha deciso di fare “ il miglior fico del biconcio”, Rotondi. Strana parabola quella dell’ex giovane avellinese: dalla sinistra DC di Forze Nuove con Gerardo Bianco al seguito del Cavaliere in Forza Italia, poi fondatore dei Verdi Popolari che finisce col confluire armi e bagagli nel partito di Giorgia Meloni, con la velleitaria presunzione di rappresentarne la componente democratico cristiana.
Né possiamo ridurci a diventare una corrente interna o esterna al PD, come sembra procedere il dibattito nel partito guidato da Bruno Tabacci, Centro Democratico.
La collocazione all’interno del PD, come corrente più o meno formalmente organizzata, da Marini, Castagneti, Franceschini, Fioroni, è già stata sperimentata, col risultato che diversi amici alla fine sono usciti dal partito e, oggi, come ha scritto in maniera esemplare Giorgio Merlo nei suoi ultimi editoriali su “ Il domani d’Italia” sono pronti per un progetto di ricomposizione politica dell’area popolare.
Ho preso le distanze dagli amici della DC guidata da Renato Grassi, dopo che avevo verificato che dal caso siciliano gestito da Totò Cuffaro dell’alleanza con la destra, era evidente il rischio di uno sbandamento a destra del partito anche a livello nazionale, in contrasto non solo con quanto avevamo indicato prima del voto, ma con tutta la nostra storia di democratici cristiani e popolari. Il Terzo Polo ha costituito elemento di interesse per alcuni di noi, anche se la piega laicista e anti democristiana di Calenda, ha impedito a Renzi di sviluppare un progetto che poteva e potrebbe ancora avere buoni sviluppi, a condizione che la componente di matrice popolare assuma una seria e condivisa rappresentazione.
Sono molti anni che combatto per la ricomposizione politica della nostra area e credo che vada raccolta l’ appassionata indicazione dell’amico Giorgio Merlo, per concretizzare la quale dovremmo condividere la redazione di un manifesto appello ai DC e ai Popolari italiani, con alcune indicazioni di programma coerenti con i nostri valori espressi dalla dottrina sociale cristiana e adeguati agli interessi del terzo stato produttivo e dei ceti popolari ai quali dovremmo garantire la massima partecipazione e rappresentanza politica. Con il manifesto appello dei Popolari, alla redazione del quale dovremmo chiamare tutti gli amici della vasta e articolata area cattolico democratica e cristiano sociale, si dovrebbero in parallelo attivare in tutte le realtà locali dei comitati civico democratici popolari, per la partecipazione politica dei cittadini. Un progetto, dunque, che dovrebbe muoversi sia dall’alto ( definizione del manifesto appello) che dal basso ( formazione dei comitati civico popolari), per giungere alla convocazione degli stati generali dei Popolari, un’assemblea che, con la partecipazione dei rappresentanti di tutta la base, potrebbe dar vita al soggetto politico del nuovo centro della politica italiana.
Ettore Bonalberti
Venezia, 25 Ottobre 2022
Un po’ di chiarezza
Nell’ultima nota avevo indicato una proposta di" programma elementare”, così definita dato che comporta l’approvazione di una semplice legge ordinaria se si intende ripristinare la legge bancaria del 1936, che stabiliva la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria, una premessa indispensabile per ricondurre il sistema bancario al servizio delle persone, delle famiglie e delle imprese.
E’ tempo di fare luce su ciò che è accaduto e su ciò che si dovrebbe fare nell’interesse nazionale. La legge bancaria del 1936 fu introdotta dal Duce, su indicazione del dr Alberto Beneduce (un dirigente pubblico, economista, politico e accademico italiano, amministratore di importanti aziende statali nell'Italia liberale e fascista, amministratore delegato dell'INA, tra gli artefici della creazione dell'IRI e suo primo presidente, oltre che ministro e deputato), ad imitazione della Legge Glass Steagall introdotta negli USA da Roosvelt nel 1933, per superare gli effetti drammatici della crisi del 1929.
La DC, con la guida della Banca d’Italia affidata a Guido Carli, mantenne in vigore quella legge sino al 1992, anno infausto nel quale fu approvato il d.lgs n.481/1992 a firma Amato, Barucci e Colombo, con il quale si è giunti all’attuale situazione. Se, come ci auguriamo, il nuovo governo della destra e le forze autenticamente riformiste del nostro Paese decidessero la reintroduzione della legge bancaria del 1936, dovrebbero contestualmente abolire il provvedimento della Banca d’Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini, al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della city of London e sede fiscale a tassazione zero nello stato USA del Delaware.
Va
ricordato che all’interrogazione rivolta all’allora ministro dell’economia e
finanze, dagli Onn. Alessio Villarosa,Alberti, Pesco, Sibilia e Ruocco (
interrogazione a risposta immediata in commissione n.5/10709-testo di Mercoledì
1 Marzo 2017, seduta n.751 ) si chiedeva il ruolo svolto da questi hedge funds
nel controllo del capitale flottante delle banche detentrici del controllo di
Banca d’Italia. Ruolo esercitato attraverso la delega a un’unica persona fisica
di uno noto studio milanese di avvocati.
La risposta con lettera scritta del Ministero dell’economia e delle
Finanze-Ufficio del coordinamento Legislativo-Economia- Q.T.453 del 2 Marzo
2017, confermava quanto indicato dagli interroganti, ossia che Banca d’Italia è
di fatto sotto il controllo di questi fondi speculativi che, quindi, possono
agire secondo i propri diretti interessi.
Ecco perché il governo che l’On Meloni si accinge a comporre se, come reiteratamente ha dichiarato durante le elezioni, intendesse operare “per il bene dell’Italia”, la prima azione riformatrice che dovrebbe assumere, sarebbe quella di tornare al pieno controllo di Banca d’Italia e al ripristino della legge bancaria del 1936. Su tale decisione, d’altronde, si valuterà non solo la corrispondenza tra il dire e il fare della maggioranza, ma se e come l’opposizione e/o le opposizioni voteranno rispetto a questo progetto, propedeutico a qualsiasi altro obiettivo di politica economica e finanziaria.
Ettore Bonalberti
Venezia, 21 Ottobre 2022
Testimonianza del dr Nino Galloni
Il Dr Nino Galloni, economista, condividendo la nota sulla proposta elementare di riforma, mi ha inviato l’allegata personale testimonianza autorizzandomi a renderla pubblica:
“Apprendo con gioia questa notizia, sebbene non capisca perché la truffa si sia risolta a Londra invece che in Italia: personalmente l'ho sempre denunciata, fin dall'inizio.
Quando si era capito che i tassi d'interesse sarebbero crollati (a seguito della crisi SME del settembre 1992, prevista da me in precedenza) le amministrazioni furono indotte, dalle banche dealer a sottoscrivere il seguente derivato o scommessa: se i tassi aumentano, la prestatrice rinuncia all'ulteriore guadagno; se il tasso diminuisce l'amministrazione continua a pagare in base a quello precedentemente esistente. Ma le banche sapevano benissimo come stavano le cose mentre gli amministratori erano ignari di tutto.
In seguito stimai la perdita complessiva per l'erario in 165 miliardi di euro che, in gran parte spiegano perché con avanzi primari sistematici, il debito pubblico abbia continuato a crescere.
Anni fa a seguito delle mie denunce, di interrogazioni parlamentari e di due convegni istituzionali fu fatta l'audizione della direttrice generale competente, dottoressa Cannata; la quale, a precise domande, ispirate dal sottoscritto, non trovò di meglio che opporre il Segreto di Stato.
Tutto fu quindi sepolto a parte qualche pronunciamento della Corte dei Conti.
Antonino Galloni”
Una proposta di programma “elementare” per il nuovo governo
Importante sentenza dell’alta corte di Londra per il comune di Venezia: i derivati comprati da Dexia Crediop e INTESA sono nulli e inapplicabili. Con questa sentenza l'amministrazione è legittimata a sospendere i pagamenti dei differenziali futuri a favore delle banche. Considerati gli attuali tassi di interesse, si tratta di un risparmio di circa 30 milioni di euro. Inoltre otterrà la restituzione delle somme versate dalla data di sottoscrizione dei contratti. Una sentenza decisiva per molti altri comuni italiani. Ricorderò che il solo Comune di Torino ha sottoscritto 21 derivati quando sindaco nel 2001 era l’On Piero Fassino.
L’amico Alessandro Govoni, già CTU del Tribunale di Cremona in materia bancaria e finanziaria, interpellato nel merito, mi ha scritto quanto segue:” Secondo un rapporto della Guardia di Finanza 900 Comuni italiani su 6000, 45 Province su 90, e 12 Regioni su 21, hanno sottoscritto derivati sul tasso come quelli sottoscritti dal Comune di Venezia, che la Corte di Londra ha finalmente sancito che debba essere risarcito di tutte le perdite arrecate e che nulla più deve sui flussi futuri. Tutti questi derivati fatti sottoscrivere agli Enti italiani sono delle truffe perché riportano un algoritmo nascosto tra le righe del contratto per cui ogni 6 mesi la banca d'affari incassa il tasso ( Euribor + spread), mentre il Comune vi e' scritto che incassa solo l' Euribor, perdendoci il Comune ogni 6 mesi lo spread in genere del 2% calcolato sul mutuo sottostante, in genere, in media i mutui sottoscritti dai Comuni sono di 350 milioni di euro, ciò significa che ogni 6 mesi agli Enti locali italiani sono stati prelevati dal conto corrente 7 milioni di euro, dal 2001 ad oggi, i contratti derivati hanno la durata del mutuo sottostante in genere 30 anni. Scrive ancora Govoni: “ E' necessario che il governo emetta un decreto che imponga ai Sindaci e ai Governatori i cui Enti hanno sottoscritto derivati, di procedere sia in sede civile che penale e un decreto che autorizzi alla Magistratura italiana di procedere d'ufficio contro le banche d' affari per dichiarare truffa contrattuale tutti questi derivati che incorporano già una perdita certa alla stipula per l' Ente locale italiano. E continua: “Si rammenta che tutte queste banche d' affari Dexia Crediop, Nomura, Morgan Stanley appartengono ai fondi delle grandi famiglie luterane tedesco orientali Rothshild Rockfeller. I luterani tedesco orientali pensano che l' uomo non possa essere giudicato dall' uomo, ma solo da Dio, ma poiché sono atei, pensano che nessuno li possa giudicare in terra , pertanto si sentono liberi di truffare, manipolare, usurare fino ad eliminare fisicamente chi si frappone ai loro interessi. I Rothshild e i Rockfeller, proprietari della IG Farben che era proprietaria dei campi di sterminio, eliminarono gli ebrei perché gli ebrei avevano scoperto la cura dei tumori biologica nutrizionale che andava contro agli interessi della IG Farben unica produttrice mondiale di preparati chemioterapici, su cui la IG Farben guadagnava e guadagna ancora oggi con Bayer/BASF, Pzifer, 80 volte i suoi costi di produzione, mentre sulla cura dei tumori con terapia biologica nutrizionale i Rothshild, Rockfeller non avrebbero guadagnati nulla perché non brevettabile”.
Credo
ci sia materia di seria riflessione giuridica, politica e amministrativa e
invece di assistere alle quotidiane schermaglie di una maggioranza già in
fibrillazione in vista della formazione del nuovo governo, credo dovrebbero
essere questi alcuni dei temi di interesse della politica. Ho scritto più volte
sul ruolo svolto dai poteri finanziari degli hedge funds anglo
caucasici/kazari, con sede operativa nella city of London e fiscale, a
tassazione zero, nello stato USA del Delaware (BlackRock,
Bridgewater Associates, Citibank, Goldman
Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley, Pioneer e Vanguard, tutte multinazionali
finanziarie luterane tedesco orientali) proponendo alcune idee di
politica economica finanziaria riassumibili ina una proposta semplicissima: il
ritorno alla legge bancaria del 1936, con la riconferma della netta separazione
tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Ci piacerebbe che,
nel programma che Giorgia Meloni esporrà alle Camere appena sarà incaricata per
formare il nuovo governo, assumesse questo impegno, ossia quello della
riproposizione di una legge voluta dal suo mentore di formazione giovanile, il
Duce che, sollecitato dal fidato Alberto Beneduce, volle quella legge bancaria
che la DC, con Guido Carli, difese sino al 1992. Senza quella riforma che,
vista la grande maggioranza parlamentare potrebbe essere varata facilmente con
una legge ordinaria, ogni altro progetto per dare risposte alla crisi economica
e sociale italiana risulterà una velleitaria indicazione propagandistica. E
sarebbe anche un’ottima cartina di tornasole per valutare il grado di
condizionamento dei poteri finanziari citati sui diversi partiti e parlamentari
italiani.
Ettore Bonalberti
Venezia, 19 Ottobre 2022
Perché mi dimetto dalla DC di Grassi
Sento il dovere di esporre agli amici con i quali ho condiviso molte delle mie riflessioni dal 2012, anno nel quale, con Silvio Lega abbiamo organizzato la raccolta delle firme, su mia iniziativa, per l’autoconvocazione del Consiglio nazionale della DC; del partito, cioè, che, secondo la sentenza inappellabile n. 25999 del 23.12.2010 della suprema Corte di Cassazione: non è mai stato giuridicamente sciolto. Il nostro impegno era di dare pratica attuazione politica a quella sentenza, tentando di ricomporre l’unità dei DC che, secondo la formula degasperiana doveva restare: un partito di centro che guarda a sinistra.
Con questo spirito nel 2012 avevamo sostenuto la candidatura e l’elezione dell’amico Gianni Fontana, così come nel 2018 quella di Renato Grassi, due persone con le quali abbiamo condiviso larga parte della nostra esperienza politico culturale.
Le vicende del voto siciliano dove Totò Cuffaro, contravvenendo al deliberato della direzione nazionale della DC del 9 Agosto 2022, ha deciso di abbandonare la scelta centrista a sostegno del terzo Polo per quella a favore della destra, hanno stravolto le ragioni della maggioranza che nel 2018 aveva sostenuto Grassi su posizioni centriste.
A Renato Grassi avevo inviato la lettera personale che, allo stato degli atti, rendo pubblica allegandola affinché conosciate la dinamica che mi hanno indotto alla scelta di abbandonare il partito in cui ho militato dal lontano 1962.
Testo della mia lettera a Renato Grassi:
Caro Renato,
tu conosci la mia stima e fiducia nei tuoi confronti, nata dall’esperienza vissuta insieme nel MG della DC di Bonalumi e poi consolidatasi nel CN del partito e nelle vicende che ci hanno visti protagonisti dal 2012 ad oggi.
Comprendo la soddisfazione per l’avvenuta elezione di alcuni consiglieri regionali siciliani, grazie, credo soprattutto, all’azione di Totò Cuffaro. Ribadisco, tuttavia, che quella dell’alleanza a destra non può essere la linea strategica della DC in campo nazionale, restando il centro, il nostro luogo politico nel quale rappresentare gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari. Se la DC nazionale decidesse di assumere la scelta a destra come quella strategica del partito, non avrei più alcun interesse a rimanere nel partito ridotto al ruolo di ascaro di Cesa e C. So che, per alcuni di voi ,sarebbe il ritorno alla casa madre post DC, dell’UDC, ma, da parte mia non intendo essere risucchiato da un partito che ha “ abusato”, per pura rendita personale di pochi, del nostro glorioso simbolo scudo crociato, riducendosi al ruolo di ruota di scorta di Forza Italia prima e poi della Lega, specie da noi nel Veneto, dove De Poli la fa da padrone, anche se, per essere rieletto, Cesa ha dovuto richiedere alla destra un posto sicuro in un collegio ……delle Marche.
Nemmeno il ruolo di minoranza critica, cui sono stato ben allenato dalla mia lunga militanza nella sinistra sociale DC di Forze Nuove, potrebbe essere esercitato in un partito che fosse Cesa-Cuffaro dipendente.
Scrivo a te questa nota, per il particolare rapporto umano e politico che ci lega da una vita, scusandomi se non sono riuscito, in questi dieci anni, a fare di più di ciò che con tutta la mia passione ho cercato di infondere a sostegno della DC. Resterò, come ho scritto altre volte, un “ osservatore non partecipante”, sempre disponibile a impegnarmi in un partito di centro democratico, popolare, liberale, riformista, euro-atlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista, oggi alla prova di governo per volontà della maggioranza del 64% degli elettori italiani, distinto e distante da una sinistra alla ricerca affannosa della propria identità. Se fosse confermata la nostra tradizionale linea ribadita dal XX congresso del 2018 in poi, sarei bel felice di continuare la mia militanza, che, invece, qualora la DC sterzasse a destra, cesserebbe con effetto immediato.
Grazie per quanto hai fatto in tutti questi anni e un fraterno saluto.
Ettore Bonalberti
Venezia, 29 settembre 2022
Nessuna risposta a questa lettera da parte di Grassi, mentre, ricevevo dall’amico Carmagnola, segretario amministrativo, legittimo rappresentante della DC, una nota di replica all’On Alessi che vi allego:
Il giorno 09 ott 2022, alle ore 17:05, Mauro Carmagnola <carmagnolamauro@gmail.com> ha scritto:Caro Alberto, cari Amici,innanzitutto è stato convocato l'Ufficio Politico e non la Direzione o il Consiglio Nazionale.Spero per parlare del futuro del partito che si dovrà allineare ai risultati lusinghieri che la Dc siciliana ha ottenuto entro una formula politica di coerenza.Sono indette per "domani" le elezioni regionali della Lombardia e del Lazio e questo è il problema della Dc: esserci, non con chi esserci.Nessuno sa quante camicie nere sfileranno tra qualche giorno davanti a Palazzo Chigi per esultare, probabilmente nessuna.Di certo sappiamo che la ministra renziana e cattolica-adulta Elena Bonetti è riuscita ancora una volta, in extremis, di fronte ai problemi immani che le imprese e le famiglie hanno, emettere in zona Cesarini - scorrettamente - un regolamento educativo pro-gender.Sono questi gli alleati prediletti da una parte della direzione del partito?Non so se le camicie nere marceranno su Palazzo Chigi, pacificamente, perchè hanno vinto e non devono compiere alcun golpe.Sono certo di una cosa.Che il governo Meloni non avrà come priorità il frociume, coi suoi pseudo-diritti che sono abusi nei confronti degli altri e del buon senso comune, vero e proprio tarlo della sinistra debosciata e dei renziani che di questa sinistra debosciata restano una componente (l'altra fetta del terzo polo è rappresentata da un signore che è l'esatto contrario del pensiero e della prassi politica di Carlo Donat-Cattin, ma i nostri ex forzanovisti non l'hanno ancora capito).Quindi spero che l'Ufficio Politico non si attardi su queste polemiche, ma proceda all'organizzazione delle prossime regionali, col nostro drappo, così non avremo pretesti per parlar male di Cesa e De Poli: spero ci pensino gli iscritti all'Udc che sono ridotti a zerbino di due personaggi che, risolti i loro problemi all'uninominale, se ne sono fregati della lista Noi Moderati al proporzionale; cosa capita da subito, ma che non ci ha impedito da fare una battaglia, per noi, di coerenza: essere il centro del centro-destra.E proceda all'organizzazione del Congresso, che se dovrà essere una conta tra chi guarda al frociume ed ai liberali europei e chi resta ancorato ai valori cristiani ed al Ppe sarà finalmente un congresso sull'attualità politica e non sull'evoluzione di Carlo Donat-Cattin che diventa paladino del turbocapitalismo e della lobby gay.Martedì mattina ci sarò.Grazie Renato.Mauro
Alla nota di Carmagnola, che confermava la scelta della DC come “ centro del centro destra” ho risposto con la nota che vi allego nella quale annunci le mie dimissioni irrevocabili dal partito.
Inizio messaggio inoltrato:Da: Ettore Bonalberti Oggetto: Re: DCData: 9 ottobre 2022 18:37:36 CESTA: Mauro Carmagnola Cc: Alberto Alessi, Toto’ Cuffaro , Carlo Senaldi , Stenico Tommaso , Filippo Chiaramonte , Luigi Rapisarda , Luigi D'Agro' , Luigi Baruffi , Renato Grassi , Renato Grassi , Salvatore On Cuffaro Caro Mauro, Renato Grassi ha partecipato, come anche il sottoscritto, il 6 ottobre scorso al direttivo ella Federazione popolare DC e in quell’occasione ha evidenziato il valore locale della scelta a destra fatta dall’amico Cuffaro in Sicilia, mentre a livello nazionale ha confermato la scelta al centro della DC alternativa alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra. Ora leggo ( ma l’avevo inteso da tempo) che tu vorresti una DC come il centro del centro destra. La tua antica provenienza UDC è, probabilmente, il richiamo della foresta che conferma come noi “fessi” manteniamo dei principi, mentre voi “furbi” avete solo dei fini. Se questa sarà la linea del partito, diversa da quella che Renato aveva ribadito nei giorni scorsi al direttivo della Federazione Popolare dei DC, come ho già scritto al segretario io non farò più parte del partito ( la lettera se Renato crede potrà essere portata a conoscenza degli amici del CN), né intenderò svolgere una funzione di minoranza di sinistra che, in quelle condizioni e considerati i tuoi superficiali giudizi, risulterebbe più che inutile, patetica. Cose nuove accadranno nella politica italiana e il ruolo dei cattolici democratici e dei cristiano sociali sarà ancora una volta al centro della politica italiana e non ridotti alla subalternità della destra sovranista e nazionalista. Per il resto lascia stare Donat Cattin e Forze Nuove, della cui storia non ricordo tu abbia avuto contezza o svolto un ruolo di qualche rilievo.attendo le conclusioni cui perverrete nel prossimo ufficio politico, anche se ritengo abbia ragione l’avv Rapisarda, che sarebbe stato meglio convocare il consiglio nazionale, deputato statutariamente a discutere dell’esito elettorale.Auguro in ogni caso ogni bene al partito in cui ho militato per quasi sessant’anni che, però, con le tue indicazioni coerenti con le scelte siciliane di Cuffaro, non è più il mio partito. Rassegno con effetto immediato le mie dimissioni da ogni incarico e vi saluto cordialmente.Ettore Bonalberti
E’ un momento doloroso per me, “ DC non pentito”, che ora mi batterò con gli amici della Federazione Popolare dei DC e a quanti della nostra area saranno disponibili, per concorrere alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, alternativa alla destra nazionalista e sovranista e distinta e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità.
Per chi, come molti o alcuni di voi, segue le mie note, sa che questo è l’obiettivo che continuo a proporre da molto tempo e che manterrò come stella polare del mio ultimo impegno politico. Seguirò da “ osservatore non partecipante” le vicende interne della DC che, temo, con la deriva cuffariana finirà nelle braccia di Cesa e dell’UDC, per ridursi al ruolo di valvassino inutile della destra italiana.
Si chiude una fase importante della mia vita politica, confermandovi che resterò sempre quel “ DC non pentito” che conoscete, sino alla fine…..
Cordiali saluti
Ettore Bonalberti
Venezia, 11 Ottobre 2022
SI al dialogo con l’opposizione parlamentare riformista
Dopo il voto settembrino è nata una maggioranza articolata e scomposta, insieme a tre opposizioni: quella più numerosa del PD che, con il congresso avviato, è alla ricerca della sua identità; una di tipo populista, guidata da Conte col M5S e una di tipo liberal democratica riformista rappresentata dal terzo polo di Calenda e Renzi.
Noi DC sopravvissuti alla lunga stagione della diaspora ( 1992-2022) viviamo una fase particolarmente difficile, nella quale emergono due posizioni ben distinte: quella di coloro che hanno condiviso la scelta di Totò Cuffaro che, in Sicilia, ha scelto l’alleanza con la destra, e quella di coloro che come me, sono rimasti coerenti con la scelta per un centro politico nuovo democratico, popolare,liberale, riformista, euro- atlantista, alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra senza identità.
Ora il partito, alla vigilia del congresso nazionale, si trova a un bivio: confermare la scelta siciliana per aderire a un’alleanza con la destra italiana, oppure riprendere il dialogo con i parlamentari del Terzo polo disponibili a concorrere alla costruzione del nuovo centro della politica italiana. Considero la scelta a destra del partito errata e contraria a tutta la storia politica e culturale dei cattolici democratici e cristiano sociali di cui, in questi dieci anni ( 2012-2022), ci siamo considerati legittimi eredi. Una scelta tanto più improponibile da realizzare con amici come i sopravvissuti dell’UDC, i quali, come ha ben scritto Carmagnola, in tutti questi anni hanno “abusato” dell’utilizzo del nostro glorioso simbolo scudo crociato per esclusiva rendita politica personale, spostandosi ora dalla parte di Forza Italia, ora da quella della Lega e finendo nel ruolo subalterno della destra estrema di Fratelli d’Italia e della Meloni. Come si possa ipotizzare addirittura l’unificazione con l’UDC, dopo le tante prove negative vissute, se può trovare una giustificazione tattica nella scelta di Cuffaro, con la quale sei consiglieri regionali si sono potuti eleggere al parlamento siciliano, o per tanti degli amici i quali quell’esperienza UDC l’avevano già vissuta dopo la fine della DC storica, non può assolutamente trovare l’adesione da chi, come il sottoscritto, dal 1993 si è battuto per la ricomposizione politica della DC, partito mai giuridicamente sciolto, da “ democristiano non pentito”. Nessuna pregiudiziale, ovviamente, per ricomporre l’unità possibile dei DC, ma sull’alleanza con la destra della politica italiana, non ci sarà mai la mia adesione, sempre convinto dagli insegnamenti dei nostri padri fondatori che vollero la DC partito “ democratico, popolare e antifascista”, rifuggendo sempre le tentazioni di alleanze organiche con la destra italiana.
Quanto ha scritto l’amico Giorgio Merlo su “ Il Domani d’Italia” in merito al progetto politico del terzo polo che non potrà perseguire l’obiettivo calendiano di “un partito repubblicano di massa”, una sorta di azionismo ex post che, ora come allora, non potrebbe che risultare del tutto minoritario, coincide con la nostra stessa idea; semmai, condividendo quanto espresso da Matteo Renzi nell’intervista all’Avvenire del 1 Ottobre, vorremmo concorrere alla costruzione di un partito nel quale la presenza della componente cattolica fosse decisiva. Certo, come scrive Renzi:” I sovranisti e i populisti prendono pezzi di mondo cattolico, ma l’anima culturale del pensiero politico popolare guarda al centro riformista”. Sì, tra l’adesione alla destra, per me un suicidio strategico per la DC, e il NO all’alleanza con l’opposizione populista del M5S o a quella con il PD in corso di restauro strutturale, credo che la nostra prospettiva sia quella di un incontro con l’opposizione di centro riformista che potrebbe assumere un ruolo decisivo per gli equilibri politici dell’Italia. Progetto al quale io credo potrebbe concorrere anche l’amico Bruno Tabacci, di sicura antica fede democratico cristiana.
Ridursi al ruolo di valvassini della destra se può garantire, come a Cesa e De Poli, il galleggiamento politico, ora di qua e ora di là dei collegi elettorali sicuri, non può essere il progetto politico del partito che intende collegarsi alla storia del popolarismo sturziano e della DC di De Gasperi, Fanfani , Moro, Zaccagnini, Marcora e Donat Cattin. Riprendere il dialogo al centro con l’opposizione riformista liberal democratica, credo, possa e debba essere la strada migliore da intraprendere con fiducia e forte determinazione.
Ettore Bonalberti
4 Ottobre, 2022
Le due colonne portanti della Prima Repubblica, è tempo di riflessione
Con la vittoria della destra alle politiche d’autunno emerge il deserto delle culture politiche che sono state le colonne portanti della prima repubblica: quella della DC e dell’area cattolico democratica e cristiano sociale e quella del riformismo social comunista, che il PD non ha saputo rappresentare nella lunga stagione del passaggio traumatico del 1993, nel quale il PCI seppe trarre vantaggio dal ruolo svolto dalla magistratura a senso unico, per volute inadempienze o per impossibilità, come il neo deputato Carlo Nordio, ebbe modo di evidenziare quando svolgeva le sue funzione di magistrato inquirente, oggi eletto nella lista di Fratelli d’Italia.
Da un lato la DC paga il conto della lunga stagione della diaspora ( 1993-2022) non ancora giunta al suo termine, con diversi naviganti che hanno saputo sopravvivere, a destra e a sinistra; in alcuni casi ( Cesa e C.), abusando per mera rendita personale dello scudo crociato consegnato loro in eredità illegittima da Casini, finendo col diventare valvassini di Forza Italia prima e, poi, della Lega. In altri ( Rotondi, come già Raffaele Fitto) passando dalla scuderia del Cavaliere a quella di Fratelli d’Italia, dimentico Rotondi del suo antico percorso nella sinistra sociale della DC, con Gerardo Bianco e Carlo Donat Cattin.
Anche noi che dal 2012 abbiamo tentato di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 ( “ La DC non è mai stata giuridicamente sciolta”) battendoci per la ricomposizione dell’area DC, dobbiamo amaramente constatare il fallimento del nostro progetto, non essendo stati in grado di presentare né il simbolo, né nostre candidature alle ultime elezioni politiche.
Qualche amico si consola, per il risultato ottenuto dalla cosiddetta “ Nuova DC” di Totò Cuffaro in Sicilia, dove, nonostante la disponibilità offerta dal terzo Polo a sostegno della candidatura del Prof Armao, ha deciso di cambiare alleanza, legandosi alla destra e alla candidatura alla presidenza regionale dell’On Schifani. Un risultato che non può che dirsi riuscito sul piano tattico, con l’elezione avvenuta di sei consiglieri regionali “cuffariani”, ma senza una reale prospettiva strategica, almeno sul piano nazionale. Restiamo convinti dell’idea che il leader della DC cilena, Gabriel Valdes, pronunciò al tempo della lotta contro Pinochet: “ se vinci con la destra è la destra che vince”. Il tempo, e credo anche a breve termine, ci dirà come andranno le cose, ma, da parte mia, continuo a pensare che per la DC, o per ciò che ancora rimane di essa, se non ci si vuol ridurre al ruolo di ascari del trio Cesa e C. e della trimurti di destra ( Meloni-Salvini-Berlusconi) il suo ruolo politico debba rimanere quello di un partito di centro democratico, popolare, liberale, riformista, euro atlantista, alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante da una sinistra senza identità. Come seppe fare la DC nella prima Repubblica, compito di un partito di centro siffatto dovrebbe essere quello di saper favorire l’equilibro degli interessi e dei valori tra ceto medio produttivo e classi popolari, venendo meno il quale, con la fine della DC, hanno potuto emergere i populismi del Cavaliere prima e poi, in rapida successione: della Lega , del M5S sino all’attuale egemonia della destra di Fratelli d’Italia e della sua leader Giorgia Meloni.
Nessuna possibilità che questo ruolo possa essere svolto senza una seria riflessione all’interno della complessa e articolata area culturale e sociale cattolica.
E’ suonato forte e chiaro il monito del presidente della CEI, card Zuppi che, alla viglia del voto, richiamando l’appello alle donne e agli uomini del nostro Paese del Consiglio episcopale permanente riunitosi a Matera, ha affermato: “l’agenda dei problemi del nostro Paese è fitta: le povertà in aumento costante e preoccupante, l’inverno demografico, la protezione degli anziani, i divari tra i territori, la transizione ecologica e la crisi energetica, la difesa dei posti di lavoro, soprattutto per i giovani, l’accoglienza, la tutela, la promozione e l’integrazione dei migranti, il superamento delle lungaggini burocratiche, le riforme dell’espressione democratica dello Stato e della legge elettorale”.
Temi e indicazioni da approfondire sono anche quelli evidenziati nell’appello delle cinquanta personalità di area cattolico democratica, che hanno indicato obiettivi e priorità strategiche dell’Italia alla vigilia del voto.
Di diverso orientamento quello indicato da una decina di movimenti e gruppi di area cattolica moderata che hanno scelto di votare per Forza Italia e lo schieramento di destra, considerando il partito del Cavaliere “il simbolo piu' vicino al nostro patrimonio culturale e politico”. Sono proprio questi due ultimi appelli l’estrema semplificazione della distinzione espressa poi nel voto tra i cattolici della morale e cattolici del sociale; una distinzione che non era mai intervenuta, seppur presente, né nell’esperienza sturziana del PPI che nella DC da De Gasperi sino alla fine politica di quel partito. Tra quelle due esperienze storiche e il tempo che viviamo si è vissuto la dolorosa “demodissea post DC”, nella lunga stagione della diaspora che, col voto di domenica scorsa, ha raggiunto il suo apogeo.
Ricomporre questa complessa realtà cattolica, sociale, culturale e politica comporterà un’azione di notevole impegno a partire dalle realtà ecclesiali che, dai vertici della CEI dovrà veder scendere per li rami, tra i vescovi delle diverse diocesi e tra i parroci di tutte le chiese territoriali, quanto indicato dal Papa e dalla CEI sull’impegno politico dei cattolici. In quelle sedi si dovrà riconsiderare criticamente il tempo del disimpegno politico dei cattolici e quello della testimonianza plurima nei diversi partiti, che fu la scelta della stagione ruiniana, che, alla fine, ci ha condotto alla nostra attuale definitiva irrilevanza. Anche dopo il voto il cardinale emiliano è intervenuto, anche stavolta con una netta propensione e apertura nei confronti della destra, sempre in linea con la sua antica alternatività a Dossetti e al dossettismo politico.
Analoga riflessione dovrà essere compiuta nel PD, erede della seconda colonna portante della prima Repubblica, nato dalla fusione a freddo tra gli eredi del PCI e una parte della sinistra politica della DC. Qui si tratta di superare il limite d’origine denunciato dal prof Del Noce, quando il partito, da strumento rappresentativo dei lavoratori, ha assunto progressivamente i caratteri di un partito vicino alle posizioni neo liberiste e dei gruppi finanziari dominanti, dando anche ampio spazio all’interno alle posizioni laiciste e radicali degli Zan e delle Cirinnà, alternative a quella dei cattolici della morale, difensori dei valori non negoziabili, che, anche per questo, hanno finito col sostenere i partiti della destra italiani.
Gravissima responsabilità è quella assunta dal PD nell’avallare il sostegno alla legge elettorale del rosatellum che, in assenza dell’alleanza vasta col M5S a sinistra, ha finito col favorire nei collegi uninominali le candidature unitarie della destra. Anche noi DC e popolari se vogliamo concorrere alla costruzione del nuovo centro, abbiamo bisogno di tornare alla legge elettorale proporzionale con le preferenze, sul modello tedesco, unico strumento in grado di rappresentare la reale consistenza del consenso popolare, drammaticamente sceso al punto morto inferiore, con meno del 64 % dei partecipanti al voto il 25 settembre scorso.
Il tema prevalente e prioritario cui ci si dovrà impegnare nelle proposte di programma è quello della lotta alle diseguaglianze sociali e territoriali che caratterizzano la società italiana, squassata da una povertà di oltre sei milioni di cittadini, con punte di povertà assoluta attorno al milione e cinquecentomila unità. Su questo tema si misurerà il confronto con le politiche della destra ora chiamata a governare l’Italia, insieme a quelle che attengono alle nostre scelte in politica estera europea e atlantica. Il prossimo seminario annunciato dai cattolici democratici mi auguro possa fornire alcune indicazioni positive nel merito, così come il dibattito precongressuale aperto da Letta nel PD, darà modo di esprimersi alle diverse realtà presenti in quel partito, dove non mancano componenti ispirate da interessi e valori compatibili con quelli che anche noi DC e Popolari ritroviamo espressi nella Carta fondamentale della Repubblica; la Carta che intendiamo difendere e attuare in tutte le sue parti, a cominciare dall’applicazione dell’art.49 all’interno di tutti i partiti, insieme alla forma di repubblica parlamentare consegnataci dai nostri padri costituenti. Se da quelle che furono le colonne portanti della prima Repubblica e, soprattutto, dai mondi culturali e sociali che a esse hanno fatto e fanno ancora riferimento, verranno alcune proposte di programma all’altezza dei bisogni della società italiana, anche dall’opposizione democratica al governo della destra, potrà venire un contributo positivo per l’Italia.
Ettore Bonalberti
Venezia, 30 Settembre 2022
La parola al consiglio nazionale della DC
Nel prendere atto che diverse associazioni e movimenti dell’area cattolica hanno sostenuto le liste della destra italiana e che il nostro amico Cuffaro in Sicilia, rovesciando l’indicazione della direzione nazionale del 9 agosto ha deciso di cambiare l’alleanza con il terzo polo, in Sicilia favorevole alla DC, per stipulare quella con la destra, ritengo sia giunto il tempo di un confronto serio in sede nazionale per discutere la linea che ci eravamo dati al XX Congresso nazionale del partito nel 2018; linea riconfermata in tutte le riunioni del CN e della direzione nazionale successive.
So che alcuni amici del consiglio nazionale sono orientati a destra, mentre da parte mia intendo confermare la posizione storica della DC, ossia quella di un partito “ democratico, popolare e antifascista”, aperto alla collaborazione con chi intende difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana.
Non appartengo alla schiera di coloro che attribuiscono all’On Meloni il rischio di ritorni impossibili al fascismo, ma sono seriamente preoccupato per quanto prima e durante il passaggio elettorale, Fratelli d’Italia ha dichiarato sul piano delle scelte europee e sulla politica economica e finanziaria del Paese. So che pensare di essere da soli nel mondo è il limite del sovranismo. Non solo siamo collegati, ma sono i poteri finanziari che, nell’età della globalizzazione, dettano il tempo e fissano le condizioni, i termini e i modi all’economia reale e alla stessa politica. Attendiamo il nuovo governo della destra all’impegno di guida del Paese e formuleremo i nostri giudizi su atti e fatti concreti. Avevamo indicato alcune proposte di riforma economiche e finanziarie, di cui non si trova traccia in nessuno dei partiti che si sono presentati alle elezioni. Il PD paga il suo errore d’origine che, ben aveva evidenziato il prof Augusto Del Noce, ossia quello di una deriva da partito dei lavoratori a partito radicale di massa. Gravissimo l’aver dato fiato alle spinte degli Zan e delle Cirinnà, in netta alternativa al sentir medio dell’elettorato cattolico, giustamente a difesa dei valori non negoziabili. Un elettorato che, alla fine, con molte organizzazioni di area ha deciso di scegliere il voto a sostegno della destra. Prendiamo, però, realisticamente atto che non si tratta più di avere come interlocutore il centro destra a trazione forza Italia, ma di una destra centro egemonizzata dal prevalere del partito di Fratelli d’Italia. La DC, come nei momenti migliori della sua storia, a mio parere dovrà essere opposizione a questa destra per concorrere al progetto di ricomposizione del centro nuovo della politica italiana, alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra senza identità. Dovremo allacciare rapporti con i pochi parlamentari eletti sia nel terzo polo, che negli altri partiti, i quali siano collegati alla nostra tradizione culturale, sociale e politica. Il terzo polo non ha raggiunto il risultato sperato e l’aspirazione azionista di Calenda si è infranta contro la realtà di un Paese nel quale quella cultura è sempre stata espressione minoritaria e di élites laico radicali. Mi auguro che Matteo Renzi se ne sia reso conto e torni a considerare la possibilità di un incontro con la cultura democratico cristiana e popolare di cui il Paese ha bisogno. Continuiamo a ritenere, infatti, che in quel 50% di renitenti al voto che indicano la grave crisi di rappresentanza politico istituzionale italiana, un ruolo consistente sia stato esercitato da elettrici ed elettori che non trovano più risposte ai loro interessi e ai loro valori, tra i quali, molti della nostra area culturale, sociale e politica.
Dovremo riprendere i rapporti con gli amici della Federazione Popolare, di cui siamo parte integrante e attiva, a quelli di Insieme e alle numerose associazioni e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale che si collegano alla tradizione politica sturziana e degasperiana. Dobbiamo ritrovarci a condividere un programma dei DC e Popolari per l’Italia con il quale intendiamo inverare nella “città dell’uomo” le indicazioni della dottrina sociale della Chiesa, come scrive l’amico Gubert, nella loro “ integralità”. Netta la nostra scelta euro atlantica, contro ogni tentativo che Salvini e gli amici della Meloni intendessero indebolirla, così come forte dovrà essere il nostro impegno per combattere le diseguaglianze intollerabili presenti nella società italiana, cause importanti del risultato elettorale. Sappiamo che compete innanzi tutto a noi concorrere alla difesa e attuazione integrale della Costituzione, a quella della repubblica parlamentare, al ritorno alla legge elettorale proporzionale con preferenze, conditio sine qua non per la rinascita del centro, e per l’applicazione in tutti i partiti dell’art 49 della Costituzione. Sappiamo, infine, che compito dei DC e dei Popolari, come nella migliore storia repubblicana, sia quello di impegnarsi per garantire l’equilibri tra interessi e valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari. Un equilibrio precario che, con le scadenze e gli impegni d’autunno, sarà messo a dura prova. Il presidente Gubert convocherà il nostro consiglio nazionale e con gli eletti all’ultimo congresso del partito, alla luce del voto del 25 settembre, saremo chiamati a decidere se e come procedere, alla fine di questa ingloriosa Demodissea, che ha connotato la dolorosa diaspora degli ultimi trent’anni ( 1993-2022).
Ettore Bonalberti
Venezia, 27 settembre 2022
Nelle mani di Giorgia
L’Italia vira a destra e ha deciso di mettersi nelle mani di Giorgia Meloni. Gli elettori italiani, con una partecipazione al voto, seppure quella peggiore alle elezioni politiche ( 64%), è risultata superiore a quella prevista, bocciano Draghi e scelgono la destra, affidando il governo alla leader più estremista della storia nazionale dopo Benito Mussolini. Vince, infatti, il partito di estrema destra e quello della protesta a corrente alternata di Conte; escono sconfitti pesantemente PD e Lega, col terzo polo che non sfonda. Anche Forza Italia sconta le perdita d’appeal del Cavaliere, finendo con l’assumere il volto della fotocopia della Lega in netto calo di consensi. Fallimentare l’investimento di Tabacci su Di Maio, che termina la sua corsa parlamentare insieme ai fedelissimi che l’hanno seguito nella scissione del movimento grillino e di Forza Italia. Ha nettamente prevalso il voto di protesta contro la lunga stagione del PD al governo e contro le scelte dello stesso Draghi, che gli elettori hanno considerato una criticità anziché una risorsa.
Cambia pelle il centro destra italiano che, dalla guida del Cavaliere prima e di Salvini per una breve stagione poi, diventa a tutti gli effetti la destra a egemonia della “ sora Giorgia”, non a caso immediatamente acclamata dagli euroscettici ungheresi di Orban e dal partito spagnolo dell’estrema destra. Con la vittoria della destra anche in Svezia, cambia profondamente la composizione del Consiglio europeo, sin qui basato sull’asse competitivo-collaborativo popolari-socialisti.
Si apre una stagione completamente nuova e diversa della politica italiana, in attesa delle reazioni dei nostri alleati euro atlantici e dei mercati finanziari, termometri sensibilissimi e influenti nell’età della supremazia della finanza sull’economia reale, sulla politica e sui suoi esponenti più rilevanti. Molto dipenderà dalla formazione del nuovo governo e dalle principali scelte che lo stesso assumerà verso l’Unione europea e nei rapporti con gli USA e la NATO. Assai pesanti sono i problemi che la destra di governo dovrà immediatamente affrontare: debito pubblico, pensioni, fisco e concorrenza, sono le questioni più urgenti alle quali sono collegati i fondi previsti dal PNRR, la cui disponibilità è nelle mani dell’esecutivo europeo. Ad essi si aggiungono la posizione dell’Italia sulla guerra di invasione russa all’Ucraina, l’inflazione, la crisi energetica e quella di tante piccole e medie industrie italiane. Tutti fattori che annunciano un autunno caldissimo per l’occupazione e la stessa tenuta del sistema sociale. Alla Meloni, futura leader di governo, spetterà trovare soluzioni coerenti e compatibili dopo le strambate più volte espresse da Salvini, leader azzoppato di una Lega il cui elettorato si è trasferito in gran numero a Fratelli d’Italia, specie nelle realtà regionali del suo più importante insediamento al Nord del Paese. Toccherà a Lei decidere se restare coerente alle precedenti ondivaghe dichiarazioni o prendere atto del realismo che la guida di governo comporterà. Il Sud ha scelto la strada dell’assistenzialismo assicurato e ha votato Conte e il M5S, terzo partito italiano col suo leader, avvocato d’ufficio del reddito di cittadinanza, che brandirà come una clava contro ogni tentativo di modifica e/o di annullamento.
La sinistra e il PD in particolare, paga la lunga stagione di permanenza al governo, senza più identità e l’incapacità di costruire un’alleanza forte che, visti i risultati, avrebbe potuto meglio sostenere il confronto con la destra. Si apre nel partito il congresso che deciderà la leadership nella nuova fase di principale partito di opposizione.
Il Terzo Polo non è riuscito a sfondare, ma, in ogni caso, penso sia anche con loro che DC e Popolari dovranno tentare di ricomporre il centro nuovo della politica italiana. Un centro, oggi scomparso dopo il voto di ieri. Il velleitario tentativo di Calenda di presentarsi come l’erede della nobile storia del partito d’azione, ha confermato che quella cultura politica era e rimane un elemento minoritario ed elitario della politica italiana.
Noi DC e Popolari, privati del nostro simbolo e di candidati di nostra diretta rappresentanza, eravamo liberi di votare secondo scienza e coscienza, per cui nello scontro destra-sinistra, è mancato l’apporto della componente cattolico democratica e cristiano sociale che ha svolto un ruolo decisivo in molti momenti decisivi della lunga storia nazionale e repubblicana in particolare.
Quanti dell’area cattolico moderata, e sono stati molti, hanno scelto di votare a destra dovranno sperimentare l’aforisma di un grande leader della DC cilena di Rodomiro Tomic, Gabriel Valdés:” se vinci con la destra, è la destra che vince”.
Anche quelli fra di noi, come l’amico Cuffaro, che, alle regionali siciliane, ha deciso di cambiare alleanza, passando dal terzo polo a destra, se, da un lato, porterà alcuni suoi fidati amici nel consiglio regionale, dall’altro verificherà che, a destra, non ci sarà prospettiva strategica per la DC. Una seria riflessione si imporrà anche al nostro interno, squassato da divisioni che, soprattutto, nelle elezioni siciliane, sono state particolarmente forti. Una cosa è certa: da soli non siamo riusciti nemmeno a presentare una nostra lista, e continuando così non avremo futuro. La ricomposizione della nostra area sociale, culturale e politica, sarà un’opera di grande impegno e di lungo tempo, da avviarsi a partire da un progetto di formazione pre politico che compete a quanti, dopo di noi della quarta e ultima generazione democratico cristiana, intendono battersi per un progetto di ispirazione popolare in grado di saldare gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari.
Noi il nostro compito l’abbiamo svolto nella lunga stagione della diaspora che, con questo voto, è giunta al suo epilogo. Molto, se non tutto, è stato sbagliato e tutto è da rifare. Mondo cattolico nella sua multiforme espressione, categorie sociali di ispirazione cattolica, movimenti e gruppi di area, dovranno ricostruire dal basso l’unità possibile che è drammaticamente mancata per questo ennesimo appuntamento politico.
E’ tempo di concordare un progetto politico fondato sui valori e i principi della dottrina sociale cristiana, come nella migliore storia dei Popolari sturziani prima e del democratici cristiani per oltre quarant’anni di egemonia nella politica italiana. Le risorse dottrinali non ci mancano, se, rileggendo le ultime encicliche sociali della Chiesa, ci si impegnerà a proporne le concrete traduzioni nella “ città dell’uomo” di oggi. Dopo, solo dopo, si porrà la questione del progetto organizzativo per l’unità possibile, che, inseguita per quasi vent’anni ( 1993-2022) col voto di ieri si è dimostrato errato e drammaticamente fallito.
Ettore Bonalberti
Venezia, 26 Settembre 2022
La nostra prospettiva resta quella del centro della politica italiana
Qualunque sia l’esito del voto e tutto fa presupporre che, ahinoi, prevarrà la destra con la Meloni e Fratelli d’Italia primo partito, la nostra prospettiva rimane al centro della politica italiana. Grave e per molti versi stupido, secondo il terzo principio della stupidità di Cipolla, il NO di Calenda al nostro simbolo e alla partecipazione di nostri candidati nella lista del terzo polo, e neghittosa l’accettazione di Renzi di quel diktat. Calenda coltiva l’ambizione di rappresentare l’area liberale e di un nuovo e fuori tempo “azionismo de noantri” che, in continuità con quella storia, non può che aborrire un’alleanza con la DC e i Popolari. Meno comprensibile Renzi che, di questa nostra storia politica e culturale, è stato pure partecipe. I risultati del prossimo 25 settembre ci diranno se e chi ha avuto ragione. Noi, privati del simbolo e di candidati, come ha condiviso la direzione nazionale DC del 6 settembre scorso, saremo liberi di votare secondo scienza e coscienza, decidendo in base ai candidati presenti nelle diverse liste più vicini ai nostri principi, interessi e valori.
Da parte mia, come ho più volte sostenuto, non sarò mai a sostegno della destra nazionalista e sovranista, che ai nostri alleati euro atlantici appare, da un lato, continuatrice della cultura post fascista e anti europea( la Meloni) e dall’altra ( Salvini) filo putiniana.
Spiace che qualche autorevole amico abbia deciso, credo per preminenti ragioni tattiche, l’alleanza con questa destra e, soprattutto, con amici come quelli del trio UDC di Cesa e C. con i quali abbiamo un contenzioso aperto da molti anni, nei quali il trio UDC dei sopravvissuti a destra, hanno lucrato abbondantemente dell’”abuso” dell’utilizzo del nostro storico simbolo scudo crociato, come ha ben evidenziato l’amico Carmagnola, il quale ha annunciato di riaprire il contenzioso su questo tema dopo il voto.
Nessuna possibilità di alleanza strategica con la destra, e spiace quella fatta da quel campione di sopravvivenza al galleggiamento fatta dall’amico Rotondi che consideravo “ il miglior fico del bigoncio”, il quale, navigando da manca a dritta e di bolina, ha finito col diventare uno dei più appassionati sostenitori della “Sora Giorgia”, alleata della destra di Orban. La DC dopo il voto, in continuità della sua storia politica, ossia di un partito che, noi vecchi DC della DC storica, abbiamo sempre connotato come: “ popolare, democratico e antifascista”, saremo ancora una volta alternativi alla destra nazionalista e populista e distinti e distanti dalla sinistra senza identità. Contrariamente a qualche amico che, per errate considerazioni sul piano etico, ha scelto la destra, crediamo, infatti, che dopo il voto sarà necessario riprendere a tessere il filo con gli amici del terzo polo e con quanti anche nell’area del PD, sono interessati a concorrere alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Sì un centro politico nuovo è possibile e la partecipazione di una forte componente popolare e democratica indispensabile. Ci auguriamo che Matteo Renzi, torni ai principi e ai valori della sua origine politica, che è quella dei popolari e democratico cristiani e con lui e con gli amici che saranno eletti del terzo polo, si possa, quindi, riaprire un dialogo, stupidamente interrotto dal diktat calendiano. L’idea ambiziosa della ricostruzione del vecchio partito d’azione, Renzi la lasci a Calenda, convinto, insieme a noi che, come nella migliore storia della nostra Repubblica, l’apporto della componente democratica cristiana e popolare è tuttora determinante. Avremo modo di ragionare con più elementi a disposizione dopo il voto del 25 settembre, ma, intanto, riconfermiamo che il nostro progetto politico era e rimane quello di un centro politico nuovo nel quale la componente democristiana e popolare sia ben rappresentata. Nel frattempo, come DC e Popolari lanciamo l’idea di un comitato per la difesa della repubblica parlamentare, il ritorno alla legge elettorale proporzionale con le preferenze e l’applicazione dell’art.49 della Costituzione in tutti i partiti politici che intendono concorrere alla vita politica della nazione.
Ettore Bonalberti
22 Settembre 2022
Al di là della distinzione tra cattolici della morale e cattolici del sociale
Seguo con interesse il dibattito apertosi sulla questione dell’impegno politico dei cattolici italiani che, dopo l’infelice fase ruiniana della testimonianza diffusa e plurima nei diversi partiti, sembra faccia tornare l’esigenza di una rinnovata presenza politica e organizzativa se non dei cattolici, almeno di una larga parte di cattolici italiani.
Ho speso gli ultimi venti anni (1993-2022) del mio impegno politico per l’obiettivo della ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, ossia dei due filoni essenziali nei quali si è sviluppata la nostra storia, dal popolarismo alla Democrazia Cristiana. Mai si pose in quella lunga stagione la distinzione euristica tra cattolici della morale e cattolici del sociale, questione che si è venuta caratterizzando soprattutto nel momento in cui, gli eredi confusi e indistinti della vecchia sinistra marxista, si sono incontrati con alcune componenti della sinistra politica della DC, dovendo subire, alla fine, una deriva di tipo radicale e laicista, come aveva ben profetizzato il prof. Augusto Del Noce.
Di qui l’emergere di una sinistra sempre più dimentica di quei valori non negoziabili dei cattolici, dimenticanza mai sufficientemente contrastata all’interno di quel partito dagli ex DC, i cosiddetti “cattolici adulti”. Gioco facile, allora, per la destra assumere, con diversa reale consapevolezza, la difesa pubblica di qualcuno di quei valori, finendo col caratterizzare il bipolarismo forzato da leggi maggioritarie insulse ( dal mattarellum, porcellum, rosatellum) tra una destra, espressione dell’area della morale e una sinistra di quella del sociale. Almeno così sembra essere vissuta da molte frange della nostra vasta e articolata area culturale e politico sociale. Emblematica al riguardo la scelta di Cesana e di CL a sostegno del centro destra e anche di alcuni amici della nostra area DC.
Una rappresentazione, in realtà falsa e strumentale, giunta persino all’ostentazione pubblica del rosario da parte di Salvini, mentre la difesa del matrimonio, intesa come unione di un uomo e una donna, se a sinistra é superata dalle diverse teorie del gender et similia sempre evidenziate dai cattolici della morale, a destra, è assunta da tre leader che sono, o non sposati ( Meloni), o con qualche matrimonio alle spalle ( Salvini), sino alla caricatura dell’invenzione del nuovo matrimonio fasullo come quello ultimo del Cavaliere. E, noi cattolici, privi di un partito di riferimento condiviso, siamo costretti, come nel prossimo voto politico, a scegliere tra questa destra, quella sinistra, o rifugiarci nell’astensione, dopo che il terzo polo, nostro approdo naturale, ci ha rifiutato la rappresentanza facendo prevalere il NO secco del rinato azionismo calendiano “de noantri”. E’ evidente che condivido con gli amici “cattolici della morale” la difesa strenua dei nostri valori non negoziabili, convinto come sono che, come ha scritto recentemente l’amico Franco Banchi: “non ci devono essere “cattolici della morale” e “cattolici del sociale” come se i secondi potessero rinunciare ai principi e ai valori di riferimento essenzaili. È nostra convinzione, a maggior ragione a fondamento degli impegni elettorali volti al bene comune, che l’ispirazione e l’azione dei cattolici deve coniugare obbligatoriamente entrambi gli aspetti”. E questo vale sia per coloro che voteranno a destra, per evitare che si continui a predicare bene razzolando male, che a sinistra, dove le posizioni radical laiciste alla Zan, ahinoi mai contestate dagli ex DC, Letta, Franceschini, Bindi e C., debbano prevalere. Com’ è ben noto, né a destra, né a sinistra ci troviamo a nostro agio. Il terzo polo era e sarà l’area nella quale dovremo concorrere alla costruzione del centro politico nuovo che, come scrivo da sempre, dovrà essere un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla destra.
Non credo abbia senso discutere sul pericolo del “fascismo” di questa destra, quanto, piuttosto, della possibilità che questa classe dirigente da essa espressa possa guidare il Paese in una delle più difficili fasi della sua storia e in presenza di quelle che ho definito le cinque piaghe del nostro autunno: la guerra, la pandemia, l’inflazione, la crisi energetica, la siccità. Cinque piaghe alle quali si aggiunge il dato drammatico della povertà, che colpisce oltre sei milioni di persone, con 1,5 milioni in condizioni di povertà assoluta. Tutto questo, in un Paese in preda a una crisi di sistema caratterizzato da un’astensione dal voto di oltre il 50%, destinata ad ampliarsi. E non si tratta solo delle competenze specifiche delle personalità politiche in questione, ma della loro reale credibilità ai livelli europei e atlantici, ossia verso i nostri storici alleati della cui collaborazione e amicizia politica l’Italia ha assoluta necessità. In politica “ vale ciò che appare” e ai nostri alleati euroatlantici la credibilità e fedeltà dei leader della destra è ridotta a zero. Sono partite le prime “veline” sui fondi russi ai partiti europei e il ministro degli esteri, non un Di Maio qualsiasi, ha già annunciato l’arrivo del dossier italiano. Di fronte a una crisi sociale dovuta alle cinque piaghe, con la possibilità che possa sfociare in una rivolta sociale molto più consistente di quella dei “gilet gialli” francesi, un governo guidato dal trio nel quale uno è alleato del partito di Putin, l’altra con quello di Orban, e il Cavaliere ridotto a un ectoplasma, non potrà durare che l’espace du matin. Comunque la si giri la ricomposizione politica della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale, non è una mera chimera di nostalgici “ DC non pentiti”, ma un’esigenza reale del Paese, come lo è stata in altri momenti fondamentali della nostra storia.
Ettore Bonalberti
Venezia, 18 settembre 2022
Va bene ripartire dalla base, ma servono alcune regole
Al mio editoriale pubblicato su www.ilpopolo.cloud : Il nostro ruolo in una fase delicatissima della vita politica italiana, un caro amico DC polesano, il prof Roberto Berveglieri, ha replicato con questa nota: Caro Ettore ti ho già detto che sei un animo generoso, ma purtroppo c è un proverbio ferrarese che dovresti conoscere: "Cal sumar quando l’ha impara ad lassar lì ad magnar l'è mort ( quel somaro quando ha imparato a smettere di mangiare, è morto). Voglio dirti che bisogna abbandonare l’ idea di chiamare i soliti noti. Basta, bisogna partire dal basso, una "Camaldoli nuova con gente nuova, e penso anche un altro luogo simile, a presto, ciao”.
Una riflessione amichevole e franca che fa il paio con quella di un altro dirigente già della DC di Cremona, il Dr Giampiero Comolli, il quale scrive: “Caro Ettore grazie ancora per gli sforzi, la passione, la costanza e la proposizione lucida e corretta di tutti i tuoi recenti interventi che messi in ordine temporale confermano anche una linearità di pensiero politico morale-sociale sostanziale e formale. Cacciari ha ragione: dovremmo come cattolici prenderne atto al 100% soprattutto in termini di operatività e scelte politiche chiare nette. La DC non si rifonda più. Lo sparpagliato individualismo, senza una barra dritta da 30 anni è la prova inattaccabile. Camaldoli2022 deve riproporre una figura politica senza pregiudiziali, senza citare destra e sinistra, mettere insieme non a parole ma con progetti sociale e morale, terzo settore e finanza, economia e servizi alla persona soprattutto laici, guardare ai giovani e non a qualche cariatide egoista solitaria pronta all’inchino. Questa non è progetto politico: dobbiamo sposare una formula laica-etica di concrete proposte ordinarie quotidiane diffuse che elimini tutte le disuguaglianze concrete non morali. La costituzione ha bisogno di adeguamenti come la legge elettorale, come le regole in parlamento. Come il partigianato non può essere appannaggio solo di una parte politica e di 40enni neanche figli e nipoti di veri partigiani! Dopo 70 anni alcuni cambi pesanti sono un segnale e progetto politico vero! Oggi lavoro, reddito, casa, salute, scuola, ambiente, economia reale ...devono essere gli altri punti solidi. Tutto il resto sono dibattiti di folclore e di salottieri inutili che allontanano dalla politica sana e vera. Non voglio negare la DC assolutamente, ma oggi solo la sua sigla fa venire a molti la scarlattina! Sbagliato certamente, ma se vuoi fare politica devi saperti anche proporre e adeguare modus per modi. Un abbraccio grande grande e ....sperem!”
Credo si debba partire da queste indicazioni anche critiche, che si dovranno approfondire ancor meglio dopo i risultati delle prossime elezioni politiche.
E’ evidente che, da alcuni amici da sempre vicini alle nostre posizioni, emerga una sfiducia generalizzata sulle conseguenze delle nostre insufficienze e responsabilità culminate nel rifiuto di Carlo Calenda, ertosi a rappresentante del nuovo azionismo italico, al riconoscimento del nostro simbolo e di nostre candidature nelle liste del terzo polo. Un rifiuto che, seppur ci lascia piena libertà di voto, non per questo deve farci deflettere dalla decisione assunta unanimemente nella direzione nazionale del 9 agosto scorso, per un voto al centro, alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra senza identità. Crediamo, infatti, che la nostra prospettiva strategica rimanga quella di concorrere alla costruzione del centro politico nuovo della politica italiana, nel quale il ruolo degli amici DC, della Federazione Popolare DC, di Insieme e delle numerose associazioni, movimenti e gruppi di area cattolico democratica e cristiano sociale che condividono tale obiettivo sia ben rappresentato.
Avevo indicato come strumento operativo urgente la creazione di un Comitato dei popolari per la difesa della repubblica parlamentare, l’introduzione della legge elettorale proporzionale con preferenze, e l’applicazione rigida dell’art.49 nella vita interna di tutti i partiti che intendo concorrere alla politica italiana.
Mi si osserva, giustamente, che chi ha sbagliato o si è rivelato insufficiente in questa lunga fase della nostra Demodissea, si debba fare da parte per far posto a una nuova classe dirigente. Come non condividere tale giudizio, specie da chi come me, verso la soglia degli ottanta, da tanto tempo sostiene con l’aforisma volterriano che: “ compito di quelli della nostra età dovrebbe essere solo quello di dare dei buoni consigli, considerato che non siamo nemmeno più in grado di offrire dei cattivi esempi”. Non mancano iniziative, come quelle avviate dagli amici Gargani, Pomicino e Giuseppe De Mita in Campania, dell’avvio dell’esperienza dell’associazione dei Popolari italiani. Essa, se ho ben inteso, si propone di dar vita a partiti regionali nella comune condivisione dei valori popolari e democratico cristiani, con ampia autonomia territoriale. Partiti da far sorgere in ogni realtà regionale italiana per poi ritrovarsi insieme a livello nazionale. Partire dalla base è un buon segno, ma allora, se proprio si intende favorire la nascita di una rinnovata classe dirigente, tanto vale partire dai livelli comunali e su per li rami provinciali e regionale decidere i nuovi responsabili del partito che si intende costruire. Torna utile, io credo, la mia vecchia idea di comitati civico popolari locali, di ampia partecipazione democratica, nei quali potrebbero ritrovarsi le diverse e articolate espressioni dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, aperti alla partecipazione di quanti dell’area democratica liberale e riformista condividono il progetto della costruzione di un centro politico come su descritto. E’ evidente che, nonostante il doloroso e inaccettabile rifiuto calendiano, si dovranno riprendere i rapporti con gli amici del terzo polo, soprattutto con quelli della componente renziana, considerato che è da quell’area che si potranno avere alcuni interlocutori politici a livello istituzionale parlamentare dopo il voto del 25 settembre prossimo, insieme a quegli amici ex DC schierati nettamente a sostegno dell’esperienza di governo Draghi. Condividere alcune regole nell’avvio di questi comitato civico popolari sarebbe opportuno pur nell’autonoma responsabilità propria di ciascuna realtà locale.
Ettore Bonalberti
Venezia, 15 settembre 2022
Il nostro ruolo in una fase delicatissima della vita politica italiana
Stiamo vivendo, anche e soprattutto in questa vigilia elettorale, la condizione di irrilevanza politica non solo del nostro partito, ma dell’intera nostra area di riferimento etico, culturale e sociale. E’, dunque, necessario partire da una riflessione seria sulla situazione di quella vasta e complessa realtà culturale, sociale e politica della cosiddetta “area cattolica”, caratterizzata oggi dalla sua multiforme rappresentanza di espressioni organizzate, privata di un soggetto politico in grado di rappresentarne gli interessi e i valori. Non si tratta solo della divisione tra cattolici della morale e cattolici del sociale che, alla vigilia delle prossime elezioni, vede i primi orientati soprattutto a destra, i secondi a sinistra, o in un centro nel quale, però, è prevalsa l’egemonia di un tardo azionismo rappresentato da Carlo Calenda, che è portavoce di una sorta di idiosincrasia verso la DC, sino a imporre la sua pregiudiziale a Matteo Renzi che, sull’apertura ai DC e ai Popolari contava per il successo del terzo polo.
Molti di noi che, tanto nella DC, che nella Federazione Popolare DC, avevamo puntato su tale scelta, siamo rimasti orfani e senza simbolo e candidati di riferimento nei diversi collegi, ci troviamo, quindi, liberi di votare secondo scienza e coscienza, impegnati, soprattutto, a evitare un risultato della destra tale da mettere in pericolo la stessa integrità della nostra carta costituzionale, il patto cioè che ha garantito l’unità del Paese dal 1947 in poi.
La crisi dell’area cattolica parte da lontano e si riscontra anche all’interno della Chiesa, dove, è sempre più sentita l’esigenza di una riflessione sul ruolo dei cattolici nella politica italiana. Una riflessione che ci auguriamo la CEI presieduta dal card. Zuppi possa aprire subito dopo il voto del prossimo 25 settembre.
Compito del nostro partito dovrebbe essere quello di analizzare e proporre le condizioni, i termini e i modi per ricomporre gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, che è il ruolo essenziale di un centro politico democratico e popolare, ai fini del mantenimento dell’unità sociale e culturale del nostro Paese. Compito che seppe svolgere la DC per oltre quarant’anni. Quando salta questo equilibrio, alla fine, dopo i diversi tentativi dei capitani del popolo, è la destra che si prende la regia e il palcoscenico. Massimo Cacciari in un esemplare editoriale su La Stampa del 5 Settembre l’ha scritto così: : “…. il 50% degli italiani che non vota è in gran parte formato da persone disperate ormai di veder risolti i propri problemi con competenza ed efficacia? Chi sono questi concittadini? La distribuzione del voto tra centri e periferie la dice lunga a proposito. Vi è chi vuol scelte moderate perché tira avanti più o meno facilmente anche in questa perenne crisi e teme il famoso salto nel buio – e chi avrebbe tutto l’interesse a scelte radicali, ma ormai è del tutto disincantato sulla loro praticabilità. Ogni giorno di più costoro formano, non solo in Italia, una nuova plebe. Una plebe che ha cercato i suoi tribuni senza mai riuscire a trovarli, passata da delusione a delusione. Ma, lo si sappia, una plebe senza tribuni è la negazione dell’idea stessa di repubblica, è dunque l’origine stessa del principato”.
Ecco, noi dovremmo approfondire tutto questo che, io credo, sarà il tema dominante nel dopo voto, insieme a quelle che, in altro articolo, ho chiamato “ le cinque piaghe dell’autunno italiano”: la guerra, la pandemia, l’inflazione, la crisi energetica, la siccità. Cinque piaghe alle quali si aggiunge il dato drammatico della povertà, che colpisce oltre sei milioni di persone, con 1,5 milioni in condizioni di povertà assoluta.
Nessuna delle forze politiche che si contendono il voto esprime una cultura politica in grado di affrontare tali problemi. Risposte che, ancora una volta, dovranno essere fornite dai fondamentali della cultura politica cattolico democratica e cristiano sociale. Dovremo approfondire e proporre la traduzione possibile sul piano istituzionale delle indicazioni pastorali fornite dalla dottrina sociale cristiana. Quelle della Centesimus annus, della Caritas in veritate, della Fratelli Tutti e Laudato SI; ossia dalle indicazioni culturalmente più avanzate offerte dalla cultura cattolica nell’età della globalizzazione.
Su questo la DC e la Federazione dei Popolari DC con gli amici di Insieme dovrebbero promuovere, con le migliori espressioni della cultura cattolica, un incontro a Camaldoli, per concordare con le diverse articolazioni della nostra area culturale e sociale una proposta di programma per l’Italia del XXI secolo. Sarà la nostra Camaldoli 2022.
Contro i rischi di una vittoria travolgente della destra sovranista e nazionalista, la DC e la Federazione dei Popolari dovrebbero attivare, infine, il comitato dei Popolari per la difesa della repubblica parlamentare, per il ritorno alla legge elettorale proporzionale con preferenze, per l’applicazione in tutti i partiti italiani, che intendono concorrere alla vita politica, dell’art 49 della Costituzione. Parta dai DC e Popolari la difesa dei valori fondanti del nostro sistema istituzionale.
Ettore Bonalberti
Venezia, 13 settembre 2022
Sintesi intervento di Bonalberti alla direzione nazionale DC del 6 Settembre 2022
Ringrazio l’amico Baruffi per la convocazione con l’augurio per un pronto ristabilimento dell’amico Grassi.
Nostro obiettivo primario deve essere quello del mantenimento della nostra unità. Verificata la condizione risultante dal NO di Calenda, essendo rimasti senza simbolo in alcuna lista nazionale e senza candidati, ritengo sia opportuno lasciare i nostri iscritti e simpatizzanti liberi di votare secondo scienza e coscienza, tenendo conto dei candidati presenti nelle diverse liste nei collegi elettorali. Si sceglierà tenendo conto dei nostri principi e valori di riferimento. Scelte diverse che indicassero preferenze a destra o a sinistra sarebbero divisive e metterebbero in crisi la nostra unità.
Ritengo sbagliata la scelta compiuta dall’amico Cuffaro in Sicilia, con lo stravolgimento di quanto avevamo indicato nella direzione del 9 agosto scorso. Cuffaro avrà anche avuto le sue ragioni e potrà anche garantirsi l’elezione di qualche consigliere regionale. Ritengo, però, strategicamente sbagliata quella scelta, specie se applicata in sede nazionale. In Sicilia il terzo polo, anche Calenda, era ed è disponibile a sostenere il candidato prof Armao, nella cui lista si è candidato l’arch. Giuseppe Alessi. Schierarsi con la destra e con Cesa e C., significa correre il rischio di diventare supporto di un gruppo politico con il quale abbiamo un lungo e sperimentato contenzioso. Carmagnola giustamente annuncia la riapertura dello stesso dopo il voto, considerando “l’abuso” che il trio di Cesa da molti anni fa del nostro glorioso scudo crociato.
Continuo a ritenere che la nostra scelta strategica sia quella al centro, l’unica che ci consente di riannodare i fili con gli amici di Insieme e della stessa Federazione Popolare, i quali hanno pure dovuto subire l’esclusione dalle liste del terzo Polo. Calenda persegue un suo preciso disegno politico, rinverdendo l’antica idiosincrasia azionista per la DC, da loro sempre considerata una sorta di occupante abusiva del potere di governo in Italia.
In definitiva, proporrei di dare un netto segnale di denuncia del comportamento di Calenda contro la DC; libertà di voto per iscritti e simpatizzanti, riconfermando la nostra scelta al centro della politica italiana, interessati a concorrere alla costruzione di un centro politico democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra senza identità. Un centro nel quale risulti decisiva la presenza dei DC e dei Popolari. Concetti che erano stati ben espressi da Renato Grassi nella sua lettera inviata a Matteo Renzi per l’avvio delle trattive con il terzo polo. Peccato che Renzi abbia subito l’egemonia di Calenda.
9 Settembre 2022
Le cinque piaghe dell’autunno italiano
Alla vigilia del voto del prossimo 25 settembre abbiamo esaminato la situazione in due riunioni, pressoché contemporanee: alla direzione nazionale della DC e nel direttivo della Federazione Popolare DC. Ho potuto partecipare a entrambe on line, nelle quali è emersa la dura realtà che, ancora una volta, ci vede senza simbolo e senza candidati nelle prossime liste elettorali. Qualche “catecumeno di casa DC”, in cerca di gloria e utilizzando in maniera distorta l’incarico cui è stato chiamato, cerca di addebitare tale situazione all’incapacità dei nostri amici che hanno svolto le trattative col terzo polo. In realtà, gli amici interessati, Grassi e Alessi, avevano instaurato un buon rapporto con Matteo Renzi; rapporto conclusosi in malo modo, dopo l’alleanza fatta da Renzi con Carlo Calenda.
Al di là del noto carattere egocentrico di Calenda, “fasso tuto mi” e della sua già sperimentata idiosincrasia DC nelle ultime elezioni per il consiglio comunale di Roma, la verità del rifiuto calendiano nei nostri confronti, trova ben più fondate ragioni, dal suo punto di vista, volendosi egli attribuire il ruolo di continuatore della storia dell’azionismo politico italiano, che ha avuto il suo massimo esponente nella figura resistenziale di Ferruccio Parri. Tentativo che Calenda intende svolgere in Europa, al parlamento della quale egli è stato eletto sotto le insegne del PD, ora transitato sulle posizioni di Macron e dei conservatori liberali europei.
L’azionismo non ha una buona storia con noi DC, dato che quella minoranza radical liberale repubblicana, ha sempre avuto “ in gran dispitto” l’esperienza e il ruolo politico egemone svolto dai cattolici democratici e cristiano sociali della DC nel governo dell’Italia.
Spiace che Matteo Renzi, figlio della nostra tradizione, abbia accettato di svolgere questo ruolo oggettivamente subalterno, impegnato soprattutto a garantirsi la sua elezione e quella di alcuni dei suoi amici più fidati. Tanto nella DC, che nella Federazione Popolare, pur prendendo atto criticamente della situazione e lasciando libertà di voti ai nostri iscritti e simpatizzanti, continuiamo a ritenere che compito nostro sia quello di mantenere dritta la barra al centro per concorrere a costruire il centro nuovo democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista, distinto e distante dalla sinistra senza identità. E questo resterà il tema che intendiamo sviluppare dopo il voto del 25 settembre. Un voto che dovrà fare i conti con le cinque piaghe dell’autunno italiano: la guerra, la pandemia, l’inflazione, la crisi energetica, la siccità. Cinque piaghe alle quali si aggiunge il dato drammatico della povertà, che colpisce oltre sei milioni di persone, con 1,5 milioni in condizioni di povertà assoluta. Tutto questo, in un Paese in preda a una crisi di sistema caratterizzato da un’astensione dal voto di oltre il 50%, destinata ad ampliarsi. Una situazione, insomma, caratterizzata dall’esistenza di una fortissima diseguaglianza sociale che potrebbe sfociare in una ben più pericolosa rivolta sociale. Massimo Cacciari nel suo bell’editoriale su “ La Stampa” di ieri, evidenzia così lo stato dell’arte: “…. il 50% degli italiani che non vota è in gran parte formato da persone disperate ormai di veder risolti i propri problemi con competenza ed efficacia? Chi sono questi concittadini? La distribuzione del voto tra centri e periferie la dice lunga a proposito. Vi è chi vuol scelte moderate perché tira avanti più o meno facilmente anche in questa perenne crisi e teme il famoso salto nel buio – e chi avrebbe tutto l’interesse a scelte radicali, ma ormai è del tutto disincantato sulla loro praticabilità. Ogni giorno di più costoro formano, non solo in Italia, una nuova plebe. Una plebe che ha cercato i suoi tribuni senza mai riuscire a trovarli, passata da delusione a delusione. Ma, lo si sappia, una plebe senza tribuni è la negazione dell’idea stessa di repubblica, è dunque l’origine stessa del principato”.
A me sembra evidente che ciò che è saltato è l’equilibrio, sempre garantito dalla DC e dai suoi governi, tra interessi e valori dei ceti medi produttivi e quelli delle classi popolari. Un equilibrio per ricostruire il quale è necessario mettere in campo e attuare nelle istituzioni le indicazioni pastorali delle ultime encicliche sociali della Chiesa: dalla Centesimus Annus, alla Caritas in veritate, dalla Fratelli tutti alla Laudato SI. E dobbiamo anche rifarci al pensiero sturziano. Farlo oggi significa tenere presenti i fondamentali della sua politica, che si riassumono nella critica alle “ tre male bestie” della politica italiana: la partitocrazia, lo statalismo e lo sperpero del denaro pubblico.
Quanto alla partitocrazia, oggi siamo nella situazione peggiore della storia repubblicana. Partiti senza applicazione interna dell’art 49, spesso ridotti a proprietà personali del leader o della ristretta cerchia dei capi bastone che, grazie alla legge del porcellum, decidono i candidati “ nominati”, espressione non della sovranità popolare, ma della fedeltà ai dante causa.
Lo statalismo che sarà ancor più accentuato dalla vittoria della destra meloniana che presenta programmi ancor di più fondati sullo sperpero del denaro pubblico. Tre condizioni che vanno considerate insieme al ruolo che il gruppo del trio dei rentiers Cesa e C. svolgono, di scendiletto di quell’area.
Noi dobbiamo restare fermi al centro, per poter riannodare i fili dopo il voto insieme agli amici di Insieme, della Federazione Popolare DC e di quanti sono interessati a ricomporre politicamente l’area cattolico democratica e cristiano sociale. Dobbiamo approfondire i temi indicati dalle ultime encicliche sociali della Chiesa per tradurli nella città dell’uomo, al fine di collegare gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari, che resta il problema essenziale della democrazia italiana. Unica strada necessaria per superare il vallo enorme che si è creato, per diverse ragioni, tra politica e società civile, tra istituzioni e corpo elettorale.
Nel deserto delle culture politiche che ha caratterizzato la seconda e l’avvio di questa terza repubblica, al trionfo dei populismi e dei sovranismi, dobbiamo proporre il messaggio forte del cattolicesimo democratico, del popolarismo fondato sui principi della solidarietà e sussidiarietà. Dobbiamo impegnarci a condividere in quest’area un programma per il Paese, che tenga conto delle priorità e delle attese della povera gente e dei ceti medi produttivi.
Ettore Bonalberti
Venezia, 6 Settembre 2022
Questa è la lettera che , previa telefonata ,è stata inviata a Renzi che ha delegato l'on Rosato per ogni interlocuzione.
Il resto è storia nota.
copia lettera di Grassi a Renzi:
Egr.Sen.
la D.C.è impegnata a recuperare, per quanto possibile un'area politico culturale espressione del cattolicesimo democratico e cristiano sociale per favorirne l'aggregazione con le forze liberal democratiche presenti al centro nello schieramento politico e parlamentare italiano.
Il "terzo polo" ci sembra il contenitore idoneo a rappresentare la pluralita delle componenti partitiche che vi aderiscono favorendone la sintesi in un unico progetto politico e programmatico.
La attenzione della D.C.verso "Italia Viva" determinata da una ampia convergenza politica e programmatica ci consente di ribadire la validità di un comune impegno nella competizione elettorale in corso.
Abbiamo illustrato la nostra iniziativa all'on.Rosato e auspichiamo una sua cortese attenzione.
Cordialmente
Renato Grassi
Segr. Naz.le Democrazia Cristiana
Il 9 Agosto in direzione, cui ho partecipato da remoto ( condivido, con tutti i limiti del caso) ciò che è stato deciso è riassunto nella nota ufficiale de Il Popolo che ti allego:
Caro Ettore,
ci troveremo via internet in Direzione la prossima settimana, ms penso utile continuare il dialogo tra noi tutti via posta elettronica, che consente di esporre con più precisione le diverse posizioni. Rispetto a quanto osservi, molto apprezzato dall'on. Alessi, vorrei esporti alcune mie riflessioni:
1. nella riunione della Direzione del 9 agosto è stata approvata la relazione del Segretario politico Renato Grassi, che si era espresso in modo più complesso di quello che tu usi spesso. Eri collegato a distanza, con più difficoltà a seguire relazione e dibattito, ma come sempre prendo gli appunti per mia memoria, che Pagano mi ha poi chiesto ed ho inviato alla segreteria. Le scelte sono state; a) la ricerca di unità per le elezioni con formazioni politiche (partiti, movimenti, associazioni) di ispirazione cristiana; unica esclusione motivata dall'accordo da ultimo stretto dal Popolo della famiglia con Fratelli d'Italia. b) la collocazione politica in una alleanza di centro con il partito di Renzi, a condizione che l'apporto DC sia riconosciuto (sottinteso: nel simbolo e con candidati); c) Direzione convocata in modo permanente, con riunioni via internet per valutare l'esito della nostra proposta e fatti nuovi. Allo stato dei fatti non si è avuta notizia di ricerca di rapporti con altri soggetti politici di ispirazione cristiana, nè di disponibilità del terzo polo, di Renzi come di Calenda, di accettare come partner la DC. E non si è voluto riunire la Direzione per evitare, come tu hai scritto, possibili conflitti tra noi sul come procedere, in palese violazione dello Statuto e del deliberato della Direzione;
2. il ridurre l'identità politica della DC storica alla scelta euroatlantica mi pare inaccettabile, Lo Statuto della DC dice ben altro e fa riferimento al pensiero sociale cristiano, come lo fecero i fondatori Degasperi, Sturzo, Dossetti, Moro, Fanfani, Piccoli e tutti i DC della sinistra sociale che citi. La scelta euroatlantica è condivisa da tuttte le formazioni politiche di qualche rilievo, comprese quelle della destra e del centro alleato con la destra. Un democratico cristiano fedele all'ispirazione del partito non può escludere dalle valutazioni circa prossimità e distanze da altre formazioni politiche gli orientamenti riguardanti la questione antropologica. Sostenere l'aborto come diritto, non considerrando il diritto del concepito alla vita, legittimare il matrimonio tra omosessuali, togliendo ai bambini in qualche modo acquisiti il diritto ad avere un padre e una madre e orientando alla pratica dell'utero in affitto, favorire pratiche eutanasiche quando la vita è sofferente, e si potrebbe proseguire, non sono elementi baghetellari che un cristiano impegnato in politica può permettersi di trascurare nel valutare le scelte politiche. Nulla da dire al riguardo?
3. Il rilievo politico di un partito in democrazia dipende per gran parte dal consenso elettorale. La DC riattivata ha dimostrato finora difficoltà ad avere significativi consensi, salvo che in Sicilia. Eppure penso che essa possa avere un peso che non va minimizzato. Ci possono essere "cagnolini da passeggio", ma non vedo tra noi nessuno disposto a farlo, come non credo che lo facciano politici come Quagliariello, Lupi, Binetti e altri che militano in formazioni politiche di ispirazione cristiana. Abbiamo avuto cattive esperienze nei rapporti con l'UDC, per l'inaffidabilità dei suoi dirigenti, Cesa e DePoli, in alcune occasioni, ma non dobbiamo dimenticare che prima CCD e CDU e poi UDC sono stati gli unici continuatori politici di una parte della DC dopo che il suo CN ha deliberato la sua cessazione e trasformazione in PPI. Sei stato tra i protagonisti della creazione della Federazione Popolare dei Democratici Cristiani e proprio l'UDC con la DC riattivata aveva dato il suo contributo. Poi nell'UDC sono prevalsi calcoli di piccolo opportunismo che hanno tradito il progetto di unità, ma un partito non è fatto solo dai suoi massimi dirigenti nazionali.
4. i tuoi rilievi, aspri, contro l'avv.Rapisarda, ricambiano quelli aspri che egli ti ha indirizzato. Penso che dopo la Perdonanza de l'Aquila di ieri, celebrata da Papa Francesco, entrambi dobbiate riconciliarvi. Entrambi amate la Democrazia Cristiana e ciò lo impone. Tu hai da tempo perseguito la confluenza della DC in un insieme più ampio, anche di area laica liberale; Rapisarda spende energie per tutelare giuridicamente la DC nazionale e per rafforzare il partito, non solo a Roma (lo ha fatto anche per la DC trentina a Rovereto in occasione del dibattito sull'ultimo referendum popolare).
Da ultimo una nota biografica che richiami ricordando i nostri comuni impegni di testimonanza democratico-cristiana contro gli anti-Dc contestatori di Lotta Continua e delle Brigate Rosse (fondate peraltro dopo a Milano). Vedi, tu sei poi andato, se non ricordo male, a lavorare nel settore forestale con amministratori della Regione Lombardia, Formigoni, Sanese, ecc.. Io sono rimasto a Sociologia a Trento come docente e ho sempre dovuto lottare con la sinistra imperante, non solo sul piano scientifico, ma anche delle possibilità di carriera e sul ruolo nell'Università. Non mi è stato mai concesso di presiedere una sessione di laurea: non ero di sinistra. Sono esperienze che lasciano il segno e lo spirito egemonico della sinistra, che peraltro ho rivisto in Parlamento, ha lasciato tracce che per me non è facile trascurare. Ho avuto Beniamino Andreatta come capogruppo alla Camera e con lui lavorava anche Letta. Spirito di superiorità verso gli altri che hanno opinioni diverse e discorsi sempre intrisi di interessi economici. Non hanno sopportato che il successore di Martinazzoli fosse Buttiglione, che invece sul piano dei valori chiamati poi "non negoziabili" non faceva sconti. La DC che vogliamo costruire non è quella che viveva Andreatta, figlio di banchiere, ma quella del pensiero sociale cristiano nella sua integralità, come Papa Giovanni Paolo II e Papa Ratzinger, con approcci diversi, ci hanno insegnato e con la larghezza di spirito che Papa Bergoglio ci invita ad avere.
Cordiali saluti,
Renzo Gubert
Ricominciamo dai fondamentali e dalla base
Grazie alla mediazione del segretario nazionale Renato Grassi nella direzione del 9 Agosto scorso avevamo unanimemente concordato: “ l'impegno del Partito a recuperare e a valorizzare, per quanto possibile, l'area politico culturale espressione del cattolicesimo democratico e cristiano sociale, ancora largamente presente nella società italiana e a favorirne l'aggregazione con le forze liberal democratiche presenti al centro dello schieramento politico e parlamentare italiano. Il "Terzo Polo" promosso da Renzi e Calenda sembra il contenitore idoneo a rappresentate la pluralità delle componenti partitiche ed associative che vi aderiscono favorendone la sintesi in un unico progetto politico e programmatico in grado di evitare la scelta tra la destra sovranista e populista e una sinistra dalla identità indefinita tra radicalismo e estremismo. L’attenzione pregressa della D.C. su "Italia Viva", determinata da una ampia convergenza politica e programmatica, consente di ribadire la validità di un comune impegno che riproponga nella competizione elettorale i temi che hanno caratterizzato l'attività del Governo Draghi. In particolare va ribadita la linea rigorosa di adesione alla scelta euro atlantica nella quale la D.C., in coerenza con la sua migliore storia si riconosce pienamente”. Il netto rifiuto di Calenda a riconoscere col nostro simbolo anche solo la presenza di nostri candidati nelle liste del terzo polo nei diversi collegi elettorali, rende oggettivamente difficile, se non impossibile, chiedere ai nostri iscritti e simpatizzanti di votare chi ci ha respinto. Grazie alla nostra dirigenza e, in particolare al segretario amministrativo, Mauro Carmagnola, questa volta siamo riusciti a depositare il nostro simbolo al ministero degli interni, con esito positivo. Qualche chiarezza, al riguardo, è stata fatta nei confronti di alcuni sedicenti movimenti che si auto proclamavano senza alcun fondamento, eredi della DC. L’amico Gubert ha sollecitato più volte la riconvocazione della direzione nazionale per valutare altre opzioni rispetto a quella che avevamo unitariamente condiviso l’8 agosto scorso. L’intervenuta indisposizione, per motivi gravi di salute del segretario nazionale, hanno impedito tale riconvocazione che, se fosse stata fatta, avrebbe reso evidente la spaccatura al nostro interno tra un gruppo orientato a sostenere il centro destra e un gruppo fermo nella difesa della posizione centrale della DC, alternativa alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra senza identità. La scelta del terzo polo, in effetti, era e rimane quella che ci permette di conservare la nostra unità, anche se nel voto del prossimo 25 settembre, il rosatellum, ci costringerà a una scelta rispetto al trilemma: voto a destra o a sinistra, oppure astensione. Comunque la si voglia esaminare continuiamo nella lunga strada della difficoltà a esprimere sul campo la nostra presenza qualificata. Credo che, in linea con quanto la direzione ha deciso l’8 Agosto scorso, il nostro dovere sarà quello di orientarci a sostenere liste con candidati vicini alle nostre posizioni etico culturali, impegnati nella difesa del PNRR dell’agenda Draghi e fermi nelle scelte di politica internazionale, quali l’adesione all’UE e alla nostra tradizionale alleanza atlantica. Dopo il voto si dovrà esaminare con molto coraggio lo stato dell’arte e, a mio parere, servirà tornare ai fondamentali della nostra storia politica, derivando dal popolarismo sturziano e dall’esperienza degasperiana e della DC storica, le linee guida per la nostra ripresa politica. Credo che dovremo batterci, innanzi tutto, a difesa della Repubblica parlamentare contro le insorgenti tentazioni presidenzialistiche avanzate dalla destra italiana; per il ritorno alla legge elettorale proporzionale con le preferenze, per superare l’attuale andazzo dei “nominati” dalle ristrette cerchie dei fedelissimi ai capi di turno dei partiti e richiedere che in tutti i partiti italiani sia rispettato quel “metodo democratico” interno fissato dall’art.49 della Costituzione. Anche sul piano organizzativo dovremo rivedere la nostra impostazione, ancora ferma allo statuto DC del 1992, avviando su tutto il territorio nazionale la costituzione di comitati civico popolari per la partecipazione democratica dei cittadini che, condividendo inostri valori, intendono concorrere alla vita politica locale, regionale e nazionale. Ampio spazio si dovrà prevedere all’utilizzo della formazione di reti locali, regionali e interregionali, con regole concordate e controllate/bili per la partecipazione e l’adempimento dell’elettorato attivo e passivo ai nostri soci anche da remoto. Una scuola di formazione politica on line si dovrà attivare, al fine di favorire la selezione di una nuova classe dirigente che, dotata di passione civile, sappia interpretare al meglio i valori e gli interessi della nostra gente, garantendo il punto di mediazione tra quelli del terzo stato produttivo e delle classi più bisognose. Il congresso nazionale, da celebrarsi dopo il voto di settembre, sia l’occasione per ritrovarci tutti insieme a discutere e a confrontarci con spirito costruttivo nella comune volontà di favorire, finalmente, con il superamento della trentennale suicida diaspora democristiana, la ricomposizione culturale e politica della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale.
Ettore Bonalberti
Venezia, 22 Agosto 2022
Gettiamo il seme per la nascita del centro del sistema politico italiano
La crisi di sistema dell’Italia che, più volte, ho connotato con il concetto sociologico durkheimiano di anomia, intesa come assenza di regole, discrepanza tra i mezzi e i fini che la società propone ai suoi componenti o, come il venir meno del ruolo dei corpi intermedi, ha assunto dimensioni ampie tanto sul piano etico e culturale che su quello economico e sociale. Espressione ultima di questa crisi a livello politico istituzionale è quella rappresentata dal distacco tra il paese reale e quello legale indicato dall’elevata renitenza al voto che, a più riprese e livelli delle competizioni elettorali, sfiora e supera oramai più della metà del corpo elettorale.
Con la fine della “Prima Repubblica”, Berlusconi mise in scacco la “gioiosa macchina da guerra” occhettiana con la promessa di “ un nuovo miracolo italiano”. Fu una promessa vana che naufragò nella lunga stagione del periodo prodiano (2006-2008) e nella lunga querelle nazionale Berlusconi-Prodi che, alla fine, si accompagnò all’esplosione del malcontento sociale e l’avvio del fenomeno dei Cinque stelle.
Con la crisi del 2011 ( “il colpo di stato” per i fedelissimi del Cavaliere) la crisi dei partiti e la loro incapacità di rappresentare gli interessi e i valori reali presenti nella società civile condusse ai governi a guida dei tecnici, di cui quello presieduto da Mario Draghi rappresenta lo strumento con il quale l’Italia ha, almeno sin qui, evitato la mano pesante della troika europea e una fine non dissimile da quella vissuta dalla Grecia.
E’ evidente che la crisi di sistema è, soprattutto, l’espressione del venir meno di quella saldatura tra gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari che la Democrazia Cristiana seppe sempre garantire nella lunga stagione della sua egemonia-dominio (1948-1993). E’ indubbio, altresì, che la lunga stagione della diaspora democristiana ( 1993-2022) tuttora in corso, nonostante i diversi tentativi operati a destra, a sinistra e al centro dello schieramento, ha coinciso con quella della rottura dell’equilibrio di cui sopra. Una rottura che impone come prioritaria la ricomposizione al centro di una vasta area democratica, popolare, liberale, riformista, europeista, collegata strettamente alle scelte di politica estera volute da De Gasperi e dalla DC nel 1949 (NATO) e UE ( 1954) . Una ricomposizione solo con la quale si potrà ridare effettiva rappresentanza politica al terzo stato produttivo ( piccoli e medi industriali, artigiani, agricoltori, commercianti, professionisti, operatori efficienti della PA) e riportare alle urne quel cinquanta e passa per cento di renitenti al voto. Per far questo, però, sarebbe servita una legge elettorale di tipo proporzionale, meglio secondo il modello tedesco, con sbarramento e istituto della sfiducia costruttiva e con le preferenze, al fine di evitare le liste dei “nominati” dai capi e capetti a Roma. Nominati che hanno accompagnato la più squallida stagione del trasformismo politico della storia repubblicana italiana, le cui ultime tragicomiche recite le stiamo vedendo in queste ultime ore che ci separano dalla presentazione delle liste e dei simboli in gara per le prossime elezioni politiche.
Al posto della legge proporzionale i partiti rappresentati nel parlamento di una legislatura alla fine della sua vita, hanno preferito la conservazione del rosatellum, che favorisce una bipolarizzazione destra-sinistra che, oggettivamente, impedisce la nascita di quel centro di cui il Paese avrebbe assoluta necessità per la stabilità del sistema.
Era ed è questo l’obiettivo strategico cui sono chiamati gli ex e i neo democratici cristiani, compresi quei “DC non pentiti” della terza e quarta generazione DC come molti di noi. E lo dobbiamo perseguire non per mera nostalgia ( pur comprensibile rispetto al nanismo e all’improvvisazione dei politici oggi in campo),ma per la necessità di garantire un equilibrio al centro della politica che il sistema richiede.
Se non vogliamo costringere la scelta al trilemma favorito dal rosatellum: destra, sinistra o astensione, è necessario concorrere a piantare un piccolo seme al centro del confronto politico con chi è disponibile a superare il dilemma PD-Fratelli d’Italia, la cui soluzione, qualunque fosse e sarà col voto del 25 settembre, non garantirebbe e non garantirà la soluzione della crisi di sistema, inevitabilmente aggravata dalle condizioni economiche e sociali che si dovranno affrontare nel prossimo autunno. Ecco perché nell’odierna direzione nazionale della DC, convocata on line dal segretario, Renato Grassi, abbiamo appoggiato convintamente la sua linea per convergere sulla lista di Matteo Renzi, che si pone come momento di aggregazione di uno schieramento centrale, alternativo sia alla destra nazionalista e sovranista, che alla sinistra in grande confusione mentale. Certo chiederemo a Renzi che ci sia riconosciuta la nostra identità politica, col nostro simbolo di partito e con alcune presenze di nostri candidati autorevoli. Certo avremmo preferito e abbiamo anche sollecitato gli amici di Mastella e Calenda per una loro convergenza ampia al centro e ci auguriamo che , superando ogni tatticismo e miopi valutazioni egoistiche, alla fine prevalga il buon senso. Con Calenda ci si sta riuscendo, Mastella persegue obiettivi più familistici.Noi DC alle prossime elezioni dobbiamo esserci, forti della nostra storia politica, del nostro simbolo ( a proposito riprenderemo nelle sedi opportune la questione dello scudo crociato sin qui utilizzato come mera rendita politica personale dal trio Cesa-Binetti-De Poli, al servizio subalterno di Lega e Forza Italia, oggi sotto il dominio della signora Meloni) e con alcuni nostri candidati. Sappiamo che sarà la seminagione di un piccolo seme che, se opportunamente coltivato, fiorirà. Dal voto del 25 settembre siamo certi che si avvierà una fase di forte ristrutturazione e ricomposizione delle forze politiche italiane e la DC, ancora una volta, sarà al centro, nella fedeltà ai valori della dottrina sociale cristiana e della Costituzione repubblicana.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC
Venezia, 9 Agosto 2022
Un tributo a Riccardo Misasi
Voglio ringraziare l’amico prof Pino Nisticò, già presidente della Giunta regionale calabrese, per aver voluto e curato questa raccolta di testimonianze sulla figura di Riccardo Misasi, uno dei più autorevoli esponenti della terza generazione democratico cristiana.
Ricevute alcune copie del libro ho iniziato a leggere il saggio con passione, al punto che, ogni volta che interrompevo per una pausa, non riuscivo a stare in riposo se non per qualche minuto, stimolato a riprendere immediatamente le riflessioni e i ricordi che tanti amici DC calabresi e non solo hanno voluto scrivere sul loro leader politico e amico.
Amici della sua corrente o appartenenti ad altre della costellazione interna democristiana, hanno espresso tutti il ricordo delle loro esperienze vissute insieme a Misasi, considerato unanimemente una personalità di grande spessore umano, culturale e politico, che, giustamente suo figlio Maurizio ha sintetizzato in una splendida immagine, quella di una persona che “ha concepito la politica come un servizio all’Uomo e alla sua libertà”. Una personalità che come è scritto nel motto della Fondazione a lui intestata è: “guardare al futuro con cuore antico”.
Sì l’On Misasi questo seppe indicare a tutta la comunità democratico cristiana calabrese, ossia la capacità e la volontà di “guardare al futuro con cuore antico”. Lui che, alla Cattolica di Milano con gli amici che, dopo pochi anni, a Belgirate con Albertino Marcora, Ciriaco De Mita, Gerardo Bianco, Luigi Granelli e Giovanni Galloni, concorse alla fondazione della corrente DC della Base, dotato di una cultura straordinaria storica, sociologica, filosofica, giuridica e politico istituzionale, mise a capo degli obiettivi della sua azione politica, il riscatto della sua terra dalle condizioni di isolamento e di arretratezza. A lui, infatti, si devono molte delle istituzioni che con la sua attività politica da ministro e parlamentare seppe realizzare in Calabria: dall’università della Calabria (Unical) ad Arcacavata di Rende ( Cosenza) , del CUD ( Università a distanza) del progetto Telcal ( Telematica Calabria) e di numerose altre scuole prima assenti nel territorio, sempre coerenti con la linea della promozione umana e sociale con particolare riguardo ai giovani. La cultura come strumento di elevazione della condizione di emarginazione dei giovani della sua terra.
Commovente la testimonianza del suo amico e concorrente politico nel partito, il compianto Carmelo Pujia, l’uomo forte dell’area dorotea, che finì col formare un sodalizio fortissimo, una sorta di due dioscuri calabresi: l’uno, Pujia, impegnato soprattutto sul fronte locale e regionale e l’altro, Misasi, su quello nazionale dove, oltre agli incarichi ministeriali, durante la segreteria nazionale dell’On De Mita, assunse il ruolo di capo della segreteria politica prima nel partito e di sottosegretario alla presidenza del consiglio nel governo presieduto dal leader avellinese. Un ruolo di dominus che, in un mio intervento al consiglio nazionale della DC amichevolmente paragonai a quello di un “ Minosse”, colui che, nelle nomine consigliava De Mita con l’autorevolezza di chi “ giudica e manda secondo ch’avvinghia”. Chi, come me, ha potuto conoscerlo e frequentarlo nelle occasioni dei lavori del consiglio nazionale del partito, non può dimenticare i tratti del carattere di Misasi, ben descritti nel libro. Quelli di un uomo sapiente, dai tratti gentili e sinceri sempre ispirati dalla volontà di concorrere all’equilibrio e alla ricomposizione dei contrasti; un politico che nei suoi interventi rivelava una capacità di eloquenza che lo rendeva unico tra i molti esponenti politici della DC. Fu proprio grazie a un suo appassionato intervento al congresso nazionale della DC del 1964, insieme a quelli dell’On Carlo Donat Cattin, che, diciannovenne, scelsi di militare nella sinistra allora unita della DC e per tutto il resto della mia vita.
Di Misasi, al fine di comprendere la statura morale, culturale, giuridica e politica dell’uomo basterà ricordare, con le opere da lui promosse come l’apertura dell’università anche ai figli delle classi meno abbienti provenienti dagli istituti medi superiori e l’avvio dell’università della Calabria e delle due facoltà di farmacia calabresi, l’essere stato l’interlocutore privilegiato di Aldo Moro. Fu, infatti, Riccardo Misasi, il politico democristiano cui Moro dal carcere delle BR inviò la lettera nella quale chiedeva di intervenire nella DC, con tutte le argomentazioni giuridiche e politico istituzionali insieme a quelle etico morali più opportune per favorire la sua liberazione. Sarà il più grande cruccio di Misasi quello di non essere riuscito a far prevalere quelle indicazioni e a convocare, su delega ricevuta dallo stesso Moro, il consiglio nazionale del partito. Prevalse, ahinoi, la linea della fermezza e con la morte di Moro si aprì la lunga stagione del declino e della fine politica del nostro partito.
Edito da Rubbettino questo tributo a Misasi curato da Pino Nisticò, mi auguro avvii una serie di studi e approfondimenti su coloro che nei diversi territori regionali e in sede nazionale sono stati i rappresentanti più autorevoli dei loro elettori e del nostro partito. Da parte mia, con l’amico Mario Tassone e alcuni autorevoli professori di storia dell’università di Padova abbiamo promosso il comitato 10 Dicembre 2021 che, tra i suoi obiettivi, ha proprio quello di approfondire lo studio delle figure più autorevoli della DC veneta. Un obiettivo che la DC dovrebbe far proprio in tutte le nostre realtà locali, anche per superare la damnatio memoriae con cui una pubblicistica radicale, laicista e anti DC, ha sin qui relegato la nostra storia politica e amministrativa.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC
Venezia, 7 Agosto 2022
L’ultimo stadio del trasformismo politico
Una legislatura caratterizzata dal più alto numero di voltagabbana (304 cambi di casacca per 214 parlamentari) è stata dominata dal trasformismo politico, conseguenza anche di una legge elettorale indecente, senza preferenze e alla mercé di partiti personali impegnati a selezionare dei “nominati” disponibili a ogni avventura. Nella formazione delle liste tuttora in corso, il trasformismo politico sta raggiungendo il suo ultimo stadio, grazie proprio al permanere di una legge elettorale, il rosatellum, che favorisce la conservazione di un falso sistema bipolare, con l’aggiunta di una regola per la presentazione delle liste che concede un potere di compravendita efficace ai detentori di un simbolo già presente tra i parlamentari uscenti; unica strada per evitare la difficile raccolta delle firme in tempi così brevi.
La mancata approvazione di una legge elettorale proporzionale con sbarramento, preferenze e istituto della sfiducia costruttiva, in sintesi, il sistema proporzionale alla tedesca, ha garantito ai maggiori partiti dei due poli, PD e FdI, un potere attrattivo privilegiato alimentando uno scontro bipolare sinistra-destra che, impedisce la nascita di quel centro democratico, popolare, liberale e riformista, euro atlantico che avevamo sperato di vedere realizzato. Assistiamo, invece, all’affannosa rincorsa finale di un posto sicuro, a destra e a manca, dopo che “il principe dei capitani di ventura” della politica italiana, Calenda, ha sparigliato le carte, forte di una presunta capacità d’ interdizione, imponendo al giovane Letta la rinuncia al 30% dei seggi uninominali disponibili. In tal modo, al campo largo, obiettivo originario del PD, sta nascendo un campo variegato mentre si pronunciano fatwe e pregiudiziali insensate che non porteranno fortuna elettorale. Abbiamo sempre sostenuto che una legge in larga parte maggioritaria come il rosatellum, avrebbe tripartito la nostra area politica e culturale di riferimento; l’area cattolico democratica e cristiano sociale che, di fronte allo scontro forzato bipolare PD e coalizione di destra, rischia la tripartizione del voto: a destra, a sinistra, o rifugio nell’astensione. Sono riemerse le vecchie distinzioni del tempo ruiniano tra teodem e teocom, le desuete categorie di fascismo e antifascismo, mentre permane la diaspora suicida post democristiana della lunga “demodissea” del trentennio 1993-2022.
Avevamo sperato che in queste ultime ore un barlume di lucidità potesse ricomporre l’unità elettorale tra Mastella, Tabacci e Renzi, ma, alla fine, siglato il patto PD-Calenda, anche questa ultima speranza sembra svanire. La scelta infelice di Mastella di personalizzare il suo nuovo partito, fa pendant con quella suicida dell’amico Tabacci di investire pressoché tutto sul giovane Di Maio, sino a intestargli la lista di Impegno civico. Una proposta durata lo spazio di un mattino se, dopo l’offerta di un collegio uninominale sicuro dal PD a Di Maio, anche quella lista è diventata obsoleta. La più grande amarezza, infine, resta quella della riconfermata impotenza della DC guidata da Renato Grassi, l’unica legittimata nel percorso seguito dalla sentenza della Cassazione che ha sancito come la DC storica non sia mai stata giuridicamente sciolta, che, tuttavia, non è riuscita nel progetto di ricomposizione politica di ciò che rimaneva di quella storia. Una “rimanenza” che si è andata vieppiù frantumando in tanti rivoli senza progetto e senza speranza. La mancanza del simbolo, ancora una volta utilizzato dal trio Cesa-De Poli-Binetti, quale rendita di posizione elettorale personale, messo al servizio della destra del trio Meloni-Salvini-Berlusconi, e l’assenza di amici eletti nel Parlamento, hanno reso oggettivamente difficile l’azione pre elettorale di Grassi, nonostante la direzione nazionale del partito avesse assunto nel merito una posizione netta e politicamente gestibile. Serviva più disponibilità anche dalle altre componenti citate, ma, alla fine, questa non c’è stata, preoccupati tutti, innanzi tutto del proprio “particulare”.
Ho conosciuto, in questi giorni, diversi gruppi e associazioni di area cattolica e democratico cristiana, che, hanno espresso e sostengono di votare a destra, sotto valutando le conseguenze di questa scelta. Impossibilitati a condividere le scelte in materia di diritti civili fatte dal PD, talune nettamente contrarie ai valori negoziabili di noi cattolici, questi amici, ritengono di essere più tutelati sul piano dei valori da una destra che, di quei valori, è molto spesso una predicatrice astratta rispetto ai comportamenti reali praticati dai singoli esponenti. E’ assente o, quanto meno è sottovalutato, il giudizio su ciò che sta accadendo in Europa e nel mondo, dove Russia e Cina stanno tentando di modificare gli equilibri geopolitici di Yalta, puntando a dividere l’Unione europea e la NATO, anche con l’aiuto di politici presenti nell’area della destra italiana. Chiedevamo un voto di netta scelta euro atlantica, coerente con le grandi decisioni di politica estera assunte dall’Italia con la DC di De Gasperi , e a sostegno dell’Agenda Draghi. Ultima speranza la lista di Tabacci miseramente fallita e adesso, che il Signore ci assista!
Ettore Bonalberti
Venezia, 4 Agosto 2022
Cari amici, dal mio buen retiro mestrino mi giungono notizie di candidature sparse in diverse liste, alcune delle quali di mera testimonianza. Mi preme ribadire quanto con estrema lucidità ha espresso Enrico Letta: il 28 Settembre gli italiani dovranno scegliere tra lui e la Meloni. Se non nasce l’alleanza centrista ampia, democratica, popolare, liberale e riformista pro Draghi, col sistema maggioritario, ogni altra presenza di pura testimonianza favorirà il polo della destra. E ne pagheremo le conseguenze. Mi auguro prevalga il buon senso e si possa ancora attivare quell’ampia alleanza in grado di porsi in alternativa credibile alla destra ondivaga in politica estera e impotente ad attuare il PNRR, ultima opportunità, quest’ultima, per superare le gravi difficoltà economico, finanziarie e sociali dell’Italia.
Cordiali saluti
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC
Venezia, 28 Luglio 2022
A poche settimane dal voto ho inviato ai dirigenti delle varie formazioni politiche di area DC e popolare, la seguente lettera
Insieme a sostegno dell’area Draghi
Cari amici, dobbiamo inviare un segnale forte di unità a un’area cattolico democratica e cristiano sociale divisa e disorientata. Il rosatellum maggioritario induce alla tripartizione delle scelte: dx, sx o astensione. Si corre veramente il rischio che il Paese venga consegnato, al trio de noantri: Meloni,Salvini, Berlusconi. Sarebbe la vittoria di Putin che con i suoi amici, con la guerra d’invasione e il ricatto energetico, punta a dividere l’Unione europea e la NATO. Riuniamoci tutti insieme a sostegno dell’alleanza per l’agenda Draghi concorrendo alla costituzione di un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista e che conferma l’adesione alla NATO fatta dalla DC di De GASPERI nel 1949. Condividiamo la denuncia appello dell’amico Brunetta:
“Dieci anni fa il ‘whatever it takes’ di Draghi salvò l’euro, oggi l’Europa va salvata dai sovranisti opportunisti”
"Nessuno si salva da solo. Dieci anni fa a Londra Mario Draghi, allora presidente della Bce, pronunciò le tre parole che cambiarono la storia dell’euro e dell’Europa. Whatever it takes.
Davanti al rischio concreto di un crollo della moneta unica e di una speculazione che scommetteva sul suo naufragio, Draghi decise di rompere gli indugi e di promettere, con perfetto tempismo, che Francoforte avrebbe fatto tutto ciò che era in suo potere per salvare l’euro, sull’esempio di quattro anni prima della Federal Reserve e del Tesoro degli Stati Uniti.
È stata anche la lezione politica del Mario Draghi premier italiano dal 2021: attivare tutte le migliori energie per mettere in sicurezza il Paese dal punto di vista sanitario, economico e sociale; compiere ogni sforzo per riconquistare all’Italia credibilità, affidabilità e reputazione. Questa è stata la missione del Governo e questa è l’eredità che lascia, il campo magnetico che le forze politiche che hanno a cuore questo Paese non possono permettersi di abbandonare. Bisogna continuare su questa strada, difendendo la politica della speranza, della responsabilità e della fiducia dai sovranisti opportunisti e dall’egoismo della solitudine. Il salto di maturità che l’unità nazionale aveva reso possibile fino alla scorsa settimana era stata la capacità di andare oltre le miopie, oltre gli ideologismi, oltre le manovre elettorali di piccolo cabotaggio. Qualcuno ha colpevolmente scelto di tornare indietro, dimenticando che non c’è crescita e non c’è sviluppo senza l’Europa. Che il futuro dell’ordine democratico globale è sulle nostre spalle. Che nessuno si salva da solo”.
Vi prego, non perdiamo quest’occasione così decisiva per le sorti del nostro Paese. Un cordiale saluto
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC
Venezia, 26 Luglio 2022
Si annuncia un clima da’48
Era prevedibile che lo sconquasso aperto da Conte, Salvini e Berlusconi con la sfiducia al governo Draghi, avviasse una campagna elettorale che sta assumendo i toni di quella storica del 1948. Carlo Nordio, il magistrato veneto che era ipotizzato come ministro del futuro governo di destra, ospite della war room di Enrico Cisnetto, ha detto testualmente: "Non abbiamo prove - premette Nordio - ma le coincidenze sono diventate indizi gravi, precisi e concordanti". E aggiungeva: "Sono rimasto inorridito dalle parole di Berlusconi e Salvini che rappresentavano una sorta di endorsement a Putin. L'aggressione russa all'Ucraina è folle, criminale e ingiustificata, e sarebbe inammissibile un governo che non sostenesse, in politica estera, la linea di Draghi, ovvero un sostegno all'Ucraina senza se e senza ma". Tali affermazioni di un gentiluomo liberale, dato già per futuro ministro della destra, fa il paio con quelle pronunciate da Luttwack in TV contro gli stessi Salvini e Berlusconi, il quale ha testualmente dichiarato: "Visto in TV Draghi in piedi con Di Maio alla sua sinistra e Guerini sulla sua destra -la squadra che ha tenuto l'Italia nel patto Atlantico con (piccole) forniture di armi all'Ukraina. Contro ci sono gli amici di Putin: Berlusconi, Conte, Salvini + i "Pacifisti", inutili".
E’ evidente che, in tale quadro, si comprende meglio la foto dell’indegno incontro avvenuto a Villa Grande nella quale il Cavaliere, mano nella mano della sua…..”consorte”, dà l’ordine ai rappresentanti della destra di governo per la sfiducia al governo Draghi. Per noi democratici cristiani che abbiamo avuto l’onore di conoscere uomini politici della levatura di Moro, Fanfani, Andreotti, Rumor, Taviani, Colombo, Bisaglia, Marcora, Misasi, Donat Cattin e De Mita, mai avremmo creduto che si potesse giungere a un tale livello di bassa macelleria politica. Ancor per noi più deprimente è stato vedere l’On Cesa, UDC, come ruota di scorta della destra, passiva comparsa di una tragicomica performance. E’ intollerabile pensare che Cesa col suo trio continui a utilizzare il glorioso scudo crociato, come rendita per la personale sopravvivenza parlamentare, inserito in una destra a guida Meloni-Salvini, estranea a tutta la tradizione e alla storia della DC. Questo inganno, che dura da troppi anni, va immediatamente denunciato e noi DC lo faremo in tutte le sedi opportune. Ci confortano le conclusioni della nostra direzione nazionale del 21 Luglio scorso, che hanno confermato la disponibilità del partito a concorrere, nell’autonomia, alla formazione di un’alleanza parlamentare di ispirazione euro atlantica, unita dalla volontà di perseguire l’agenda Draghi; del leader, cioè, che ci proponiamo di indicare al Presidente della Repubblica, se, come siamo convinti, l’alleanza Draghi vincerà le prossime elezioni politiche. Il clima che sta montando, sin dalle prime ore della campagna elettorale, ricorda quello vissuto dai nostri padri nel 1948. Si tratta, infatti, di scegliere da che parte stare: in quella coerente con le scelte fatte dalla DC di De Gasperi nel 1949 con l’adesione al Patto Atlantico e nel 1954 con quella all’UEO ( Unione Europea Occidentale), o in quella ambigua degli amici di Putin e dei nazionalisti e sovranisti amici di Orban e dell’estrema destra europea. Accanto a questa scelta dirimente nella politica estera, si tratta di decidere se l’Italia debba essere guidata dalla destra a dominanza di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, col Cavaliere dimezzato, che continua con le sue promesse politiche di marinaio, o da una coalizione di forze democratiche, popolari, liberali e riformiste impegnate a salvaguardare il lavoro, i conti pubblici e i portafogli degli italiani. Risparmi e portafogli che le sciagurate azioni di Conte, guidato dal risentimento e di Salvini e Berlusconi, sollecitati dalla voglia di leadership perdute e/o da equivoche frequentazioni internazionali, stanno mettendo a dura prova in questi giorni e ore. Andamento di borsa, incremento dello spread, sfiducia generalizzata sull’Italia, considerata oggi meno affidabile della stessa Grecia, sono con l’inflazione da costi fuori controllo, la crisi energetica, ambientale e sanitaria, le grandi emergenze alle quali un governo del trio di destra non potrà mai dare soluzione. Loro sono stati il fiammifero che ha innescato la crisi; tocca alle forze politiche più responsabili della sinistra e del centro, concorrere a indicare le soluzioni. La Democrazia cristiana, come nei momenti più importanti della sua storia, si è pronunciata e faremo tutto quanto è possibile per favorire l’avvio dell’alleanza elettorale per Draghi presidente.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC
Venezia, 22 Luglio 2022
Fedeli alla nostra storia
Oggi ho partecipato in video conferenza alla riunione della direzione nazionale della DC, convocata dal segretario Renato Grassi, in una situazione assai diversa da quella che pensavamo solo alcune settimane prima. La crisi di governo aperta da Conte e dal M5S, cui hanno fatto sponda Salvini e Berlusconi, oltre alle elezioni anticipate di autunno, ha avviato un processo di scomposizione delle forze politiche destinato a non arrestarsi. Di Maio con diversi grillini prima, la Gelmini con Brunetta e Cangini usciti da Forza Italia oggi, sono antesignani di una deriva che porterà a una diversa ricomposizione delle forze politiche. Ieri abbiamo assistito allo spettacolo “ inusuale” di esponenti di centro destra di governo convocati nella casa privata da un signore, il quale, assistito da una gentile compagna, dettava ai suoi adepti la linea. Peccato che a quell’incontro della destra di governo partecipasse anche Lorenzo Cesa, come un cavalier servente, che, ancora una volta utilizza lo scudo crociato per un progetto politico estraneo alla nostra cultura, storia e tradizione politica. E’ evidente, infatti, che il prossimo scontro elettorale avverrà, com’era prevedibile, tra una destra dominata dal duo Meloni e Salvini e, almeno mi auguro, una coalizione elettorale di partiti uniti dalla comune scelta euro atlantica e pronti ad offrire una proposta politico programmatica in grado di rispondere alle attese del terzo stato produttivo e della povera gente. Alla decomposizione progressiva del M5S e di Forza Italia, anche nella Lega, specie nel Veneto e Friuli, non mancheranno scosse di assestamento, con la pressione di amministratori locali e piccoli e medi imprenditori contrari alla crisi politico istituzionale, che si aggiunge a quella economico sociale derivante da pandemia, inflazione da costi, massimi quelli dell’energia, e timorosi delle conseguenze che tale crisi potrà avere a livello europeo e internazionale per il nostro Paese.
Nel mio intervento in direzione ho sostenuto la necessità che la DC non si estraniasse dal processo di scomposizione e ricomposizione in essere, riaffermando le ragioni storiche della nostra scelta euro atlantica. Una scelta che ci dà piena legittimità di concorrere, mantenendo la nostra autonomia, a un’alleanza elettorale euro atlantica insieme agli amici Tabacci, Casini, Renzi, Calenda, Toti, Gelmini, Carfagna. Ho molto apprezzato l’intervento di Casini e Renzi ieri al Senato, entrambi figli della nostra tradizione. Quella che, dopo Yalta, portò De Gasperi alla firma del Patto Atlantico il 4 Aprile 1949 e il 23 Dicembre 1954 al voto per l’adesione dell’Italia all’Unione Europea Occidentale (UEO). Un voto che portò all’espulsione immediata dal partito degli Onn. Mario Melloni ( il futuro Fortebraccio dell’Unità) e Ugo Bartesaghi, già sindaco di Lecco dal 1948 al 1954, per aver votato contro quel trattato. Era segretario del partito, Amintore Fanfani. Altri tempi e ben altri leader politici! Con la scelta determinante fatta da quattro leaders DC europei per l’avvio della CEE: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman, riteniamo di avere tutte le carte in regola per concorrere insieme ad altri partiti a tale alleanza elettorale. Ora spetterà a Draghi decidere, non di dar vita a un suo partito, ma di accettare la leadership di tale alleanza che lo proporrebbe capolista indicato come capo del governo dopo la verifica elettorale. E’ evidente che compito della DC sarà anche quello di offrire alcune idee di programma ispirate dai valori dell’umanesimo cristiano e della dottrina sociale della Chiesa, quali quelli della solidarietà e sussidiarietà. Insomma programma e alleanza elettorale di un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, atlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista. Una scelta con la quale intendiamo riaffermare la validità della nostra migliore tradizione e concorrere a sconfiggere la linea putiniana che gioca a dividere l’Europa euro-atlantica attraverso la guerra e il ricatto energetico. Una seria verifica andrà compiuta nelle nostre periferie per preparare al meglio le prossime elezioni politiche e indicare una classe dirigente credibile, che assuma il codice etico sturziano come riferimento morale per i propri comportamenti politici e amministrativi.
Ettore Bonalberti
Venezia, 21 Luglio 2022
Lettera aperta all’amico On. Carlo Giovanardi
Caro Carlo, ieri sera ho avuto conferma di molte posizioni “clerico moderate”, che rendono assai difficile un progetto politico comune. Battendomi da molti anni per la ricomposizione della nostra area culturale e politica, sono ben consapevole che posizioni come quella espresse ieri sera da alcuni partecipanti, sono state sempre presenti nella storia dei Popolari e della stessa DC. Non a caso ho citato il caso dell’On Stefano Cavazzoni, deputato popolare di Guastalla, che tanti problemi creò a Sturzo, prima, durante e dopo il Congresso dei Popolari a Torino del 1923. Ho sempre apprezzato la tua coerenza e la strenua difesa dei valori non negoziabili di noi cattolici in materia di vita, persona e famiglia.
Nella situazione politica odierna, con una destra dominata dalle posizioni della Meloni e di Salvini ( non si tratta del mio presidente Zaia o di Fedriga), come ho sostenuto ieri sera, credo sia primaria l’esigenza dell’unità delle forze che si ispirano all’euro atlantisimo e credono nella Costituzione repubblicana. Ritengo anche che questo collante possa essere garantito dalla leadership di Mario Draghi.
Ricordo che, il 4 Aprile 1949 il Trattato NATO viene firmato a Washington da 12 Stati membri fondatori e cioè Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti d'America. Scelta derivante dagli accordi di Yalta ai quali, la DC e il governo di De Gasperi, aderirono con grande vantaggio per il futuro del nostro Paese. Qualche anno più tardi, il 23 Dicembre 1954, segretario della DC, Amintore Fanfani, le carriere politiche di Mario Melloni ( futuro Fortebraccio dell’Unità’) e di Ugo Bartesaghi (già sindaco DC di Lecco dal 1948 al 1954)subirono una brusca interruzione, in occasione della discussione parlamentare sull’adesione dell’Italia all’Unione europea occidentale (UEO).Fermamente contrari a un’alleanza politico-militare che avrebbe consentito il riarmo della Repubblica federale tedesca e ulteriormente esacerbato le logiche dello scontro bipolare sul piano internazionale come su quello interno, il Melloni – insieme con il collega e compagno di partito U. Bartesaghi – presentò un emendamento che proponeva di procrastinare l’entrata in vigore degli accordi di tre mesi, nel nome «dell’urgenza politica di sperimentare fino all’ultima ora, fino all’ultimo minuto, tutte le possibilità di trattare che la situazione, prima di divenire gravissima o addirittura irreparabile, ancora avaramente ci consente». La proposta dei due deputati fu respinta ed entrambi votarono contro la ratifica dell’adesione alla UEO; qualche ora, dopo la conclusione della seduta della Camera, la direzione centrale della DC – presieduta dal neosegretario A. Fanfani – deliberò all’unanimità la loro immediata espulsione dal partito. Come tu ben sai la scelta euro atlantica è uno dei capisaldi della nostra politica estera che ispirò i padri fondatori DC dell’Unione europea (CECA e successive trasformazioni): De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman. Sentire quel signore “liberale” (?!) di ieri sera sottovalutare tale scelta, mi pare un elemento che rende alquanto difficile un’intesa politica. Così come mi è parsa inaccettabile la tua sottovalutazione del ruolo della DC guidata da Renato Grassi, il quale, presente alla riunione, poco dopo, credo sconfortato, ha abbandonato la stessa. Udire gli sproloqui di quel clerico moderato (?!) chirurgo di Firenze, Paoletti, contro la DC e il suo congresso, mi ha impedito di restare ancora collegato alla riunione. Ho sempre apprezzato le tue battaglie coerenti in difesa di principi e valori, ma, ripeto, nella situazione attuale, alla fine, con il rosatellum che non sarà abbandonato, la tua scelta finirà a sostegno del blocco conservatore a guida sovranista e nazionalista. Questa non è la mia scelta che, mi preme evidenziare, resta quella di favorire la nascita di un centro democratico, popolare, liberale e riformista che, stante la situazione internazionale ( crisi in Francia di Macron, in GB dopo le dimissioni di Boris Johnson, della Germania di Scholz, ora squassata dallo scandalo a luci rosse droga dello stupro, oltre da una recessione e inflazione consistente, la fine di Joe Biden negli USA) la cui unità possibile può trovarsi nel sostegno della politica estera euro atlantica. Un centro, dunque, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità, che per annuncio dello stesso Landini-CGIL, non è nemmeno più in grado di rappresentare il mondo del lavoro a livello parlamentare. Serve un centro nel quale sia forte la presenza di ispirazione democratico cristiana e popolare, capace di esprimere, accanto alla fedeltà alla politica estera euro atlantica, coerente con le scelte dei padri fondatori DC, un progetto di programma all’altezza dei bisogni del terzo stato produttivo e delle attese della povera gente ( che fu l’obiettivo storicamente perseguito dalla DC). Un centro che, ovviamente, potrà e dovrà necessariamente collaborare con quanti, condividendo tali scelte strategiche, intendono con noi difendere e attuare integralmente la Costituzione, a partire dall’applicazione dell’art.49 in materia di democrazia interna dei partiti. Resto interessato a concorrere all’organizzazione di un’assemblea costituente per la ricomposizione politica della nostra area culturale e politica, un progetto che potrebbe essere facilitato solo se venisse adottata una legge elettorale proporzionale. Temo, invece, che, restando il rosatellum maggioritario, le nostre posizioni finiranno inevitabilmente col tripartirsi : a destra, a sinistra o nell’astensione dal voto. Ti ringrazio per l’impegno che, come a Orvieto alcuni anni fa, abbiamo ancora una volta cercato di sollecitare e, con immutata stima e amicizia, ti saluto cordialmente.
Ettore Bonalberti
Venezia, 19 Luglio 2022
Non è tempo di polemiche, ma di ricomposizione
Stimolato dall’ultimo articolo di Giorgio Merlo su “ Il Domani d’Italia” (NO alla DC, si a una Democrazia di ispirazione cristiana) ho redatto questa mia riflessione. Appartengo a quegli indomabili “ultimi mohicani democristiani” che, dal 2011, perseguono l’obiettivo della ripresa politica della DC, dopo che la Corte di Cassazione, con sentenza definitiva n.25999 del 23.12.2010, ha stabilito che: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”. Un progetto avviato da un’indicazione dell’amico Publio Fiori e dall’impegno assunto con il compianto Silvio Lega per l’autoconvocazione dell’ultimo consiglio nazionale del partito. Un’autoconvocazione che riuscimmo a realizzare nel 2012. Sono passati dieci anni e, tra vicende alterne, alcune delle quali dolorose, il 14 Ottobre 2018 si è celebrato il XIX Congresso nazionale della DC, nel quale Renato Grassi è stato eletto segretario nazionale.
La recente sentenza n.10654 del 4.7.2022 del tribunale di Roma ha posto fine alla ridda dei se-dicenti capi e capetti di fantomatiche Democrazie Cristiane, che tanta confusione ha creato in molti amici presenti nelle diverse realtà territoriali. Comprendo le difficoltà di amici ex DC, i quali, avendo vissuto l’esperienza del passaggio dal PPI di Martinazzoli, Marini e Castagnetti all’Ulivo di Prodi e, quindi, al PD, dopo un lungo travaglio, si ritrovano adesso nella situazione ambigua e difficile di ex democratici cristiani (magari confortati dal perentorio giudizio dell’On Bodrato sul “prezioso cristallo infranto”) senza un partito e con alle spalle una militanza infelice nel PD, nel quale, per dirla con Donat Cattin, alla fine hanno fatto esperienza di quell’aforisma secondo cui: “ è sempre il cane che muove la coda”.
Condivido con Merlo l’idea della costruzione di “una democrazia di ispirazione cristiana”, ma, nel contesto politico concreto dell’Italia oggi, alla vigilia di un confronto elettorale che si annuncia durissimo e su alcuni valori fondanti della storia politica della nostra Repubblica, come quelli della scelta nella politica estera, penso che servirebbe un partito organizzato, cristianamente ispirato, anche se non si desidera chiamarlo Democrazia Cristiana. Nessuno di noi pensa di rifare la DC storica, semmai di concorrere a costruire un partito che si rifà a quella tradizione politica, nel contesto storico politico presente. Caro Giorgio, non basta richiamarsi a Sturzo e a De Gasperi, ai governi di Moro e Fanfani, alle grandi scuole della sinistra sociale di Donat Cattin e politico istituzionale di De Mita, se, alla fine, tutto ciò si riduce a una generica richiesta di “una democrazia di ispirazione cristiana”.
Come scrivo con monotonia anche su questo giornale, da molto tempo mi batto per la ricomposizione politica della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale, per concorrere alla formazione di un blocco culturale, sociale, economico e politico istituzionale, nettamente schierato per l’Unione europea e per la scelta atlantica in politica estera, coerentemente con la migliore tradizione politica della DC. Un blocco che, mi auguro, possa costruire alle prossime elezioni una lista unitaria progressista, alternativa alla destra nazionalista e populista, nella quale il ruolo della parte democratico cristiana e popolare sia ben garantito. Per quest’obiettivo serviranno tutte le diverse parti oggi frastagliate e divise dalla lunga stagione della diaspora e servirà, al contempo, superare anche quella situazione di stallo, di surplace, di amici come gli ex popolari già presenti nel PD, i quali hanno il dovere di riconoscere i limiti di un partito che ha permesso lo sviluppo e l’egemonia sempre più diffusa di una cultura radicale di massa, contraria ai valori fondanti non negoziabili di noi cattolici in materia di persona, vita e famiglia. Una cultura che allontana dal voto non solo i teocom, ma molti elettori ed elettrici del terzo stato produttivo ( artigiani, agricoltori, commercianti, piccoli e medi imprenditori, professionisti) che credono nei principi indicati dalla dottrina sociale della Chiesa. Essenziale sarà trovare un minimo comun denominatore che, nella situazione politica attuale, aggravata dalla crisi aperta da Giuseppe Conte e da ciò che resta del M5S, ritengo possa proprio trovarsi nella scelta unitaria euro atlantica e in un progetto di politica economica, finanziaria e sociale in grado di garantire l’equilibrio tra gli interessi dei ceti medi produttivi e quelli delle classi popolari. In questo contesto, non servono le polemiche superficiali e gli astratti riferimenti a progetti ideali, ma, piuttosto, metterci tutti veramente alla stanga, per costruire una formazione politica e una lista elettorale che, permanendo questo indecente sistema elettorale, possa competere in alternativa democratica al blocco conservatore sovranista e nazionalista guidato da Fratelli d’Italia e dalla Lega salviniana.
Ettore Bonalberti
Venezia, 15 Luglio 2022
La stella polare della politica italiana
La politica estera, con la realistica scelta degasperiana post Yalta dell’alleanza occidentale, è stata la stella polare della politica italiana, confermata da tutti i governi che si sono succeduti alla guida del Paese in tutta la storia della nostra Repubblica. Oggi viviamo una condizione di guerra causata dalla brutale invasione russa dell’Ucraina, aperta sfida all’Europa e all’Occidente, nel tentativo dell’autocrate Putin di ricomporre la vecchia Unione Sovietica e di superare gli equilibri geopolitici di Yalta ( Febbraio 1945), nel “secolo asiatico” a dominanza cinese. Non mancano esponenti e gruppi politici italiani già orientati verso Russia e Cina che, anche in questo momento di aperto conflitto bellico, mostrano malcelate disponibilità filo russo, alimentando quello che viene oramai denominato “ putinismo italico”.
La condizione di grave crisi economica e sociale, politico e istituzionale dell’Italia, ha generato il forte malessere tradottosi nel voto a vantaggio dei “vaffa” nel 2018 e nella sempre più forte astensione dal voto di oltre la metà degli elettori, sia nelle elezioni politiche nazionali che locali.
Il governo di ampia convergenza a guida di Mario Draghi è stata la risposta che, auspice il Quirinale, si è cercato di dare al Paese. Un governo che, dopo quello del Conte 2, ha dovuto affrontare con la continuazione, tuttora in atto, di una delle pandemie più gravi della storia contemporanea, quella della guerra che sta sconvolgendo i rapporti internazionali utilizzando con le forze militari messe in campo da Russia e Nato, le leve strategiche dell’energia da parte di Putin e del controllo dei cereali destinati all’alimentazione di miliardi di persone, specie nei Paesi più poveri del mondo. E’ in atto un’inflazione da costi che non si vedeva da decenni, col rischio di successiva stagnazione, una stagflation che nel nostro Paese si aggiunge a una disuguaglianza sociale come quella denunciata dal recente rapporto ISTAT. Una diseguaglianza espressa in questi termini: in Italia nel 1980 gli AD più pagati prendevano 45 volte i loro operai, 649 volte nel 2020. Quanto siamo lontani dalla regola morale di Adriano Olivetti: «Nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l'ammontare del salario minimo». E’ evidente che, con una disoccupazione crescente alimentata dalla crisi e chiusura annunciata di oltre 100.000 aziende, e un’inflazione oltre l’8%, che si ripercuote soprattutto nella borsa della spesa delle categorie più povere, ci prepariamo ad affrontare un autunno molto caldo. Una situazione che, se non è messa sotto controllo, rischia l’esplosione sociale. Che in tale contesto, Giuseppe Conte stia mettendo a rischio la tenuta del governo Draghi, se è comprensibile rispetto a un movimento che col reddito di cittadinanza si era illuso di proclamare “ la fine della povertà”, è del tutto ingiustificabile considerando che, persa la leadership dell’uomo allineato al mainstream occidentale, l’assenza di un’alternativa credibile può solo arrecare ulteriori danni alla già grave situazione italiana. Salvini ha subito dichiarato nella giornata di ieri: "240 giorni poi vince il centrodestra a guida Lega". Credo che trattasi di un whisful thinking del leader leghista che sembra non stia facendo i conti con la concorrenza della Meloni e di Fratelli d’Italia. Berlusconi, riavutosi dal momento di afasia e preoccupato dai movimenti centrifughi in Forza Italia, ha colto al balzo la situazione chiedendo, come ai tempi della prima Repubblica, un’immediata verifica di governo. Si troverà un compromesso oppure NO? Lo vedremo nelle prossime ore. Intanto, però, io credo che, tenendo fissa la nostra stella polare , noi democratici cristiani e popolari abbiamo il dovere di impegnarci nella costruzione di una forte alleanza politico elettorale euro atlantica, in coerenza con la nostra storia migliore, quella dei padri fondatori DC dell’Unione europea: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman.
Ettore Bonalberti
Venezia, 12 Luglio 2022
I programmi languono, si pensa alle alleanze
Molti convengono che prima delle alleanze bisognerebbe discutere di programmi. Ho tentato di offrire alcune idee di programma, per la verità senza trovare, almeno sin qui, interlocutori disponibili. Alla fine, in quasi tutti, sembra prevalere il tema delle alleanze. Un tema scivoloso per il quale. all’interno della nostra area di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale, sopravvive la distinzione tra neocon e neodem che caratterizzò la stagione di egemonia ruiniana nella Chiesa italiana, elemento divisivo sul piano politico. E’ una distinzione che porta allo scontro tra coloro che assumono in via prioritaria la difesa dei cosiddetti “valori non negoziabili” ( vita, persona, famiglia) e quelli che privilegiano i temi della giustizia sociale e i principi indicati dalla dottrina sociale cristiana della solidarietà e sussidiarietà. Altra distinzione che si conserva è quella che si sviluppò nella lunga storia della DC tra la sinistra sociale e la sinistra politica, acuitasi al congresso del partito del 1980, quello del “ preambolo”, che divise i sostenitori dell’alleanza con i socialisti da quanti proponevano un rapporto preferenziale con i comunisti. Divisioni di un’epoca lontana che sopravvive solo tra i combattenti e i reduci d’antan….
Se a tali distinzioni fra i diversi movimenti, partiti, associazioni, gruppi e attori della vasta e complessa realtà politico culturale, aggiungiamo le difficoltà ancora presenti in quella ecclesiale italiana, appare evidente quanto sia difficile uscire dalla lunga stagione della diaspora, avviatasi con la fine della DC ( 1993-94) e continuata nella Demodissea che sopravvive tuttora nei nostri giorni.
Credo sia fondamentale porci alcuni obiettivi principali della nostra azione politica, con i quali dovremmo tentare di offrire risposte politiche concrete a quelle che Giorgio La Pira definiva “ le attese della povera gente”, collegate alla situazione particolarmente grave che il nostro Paese sta vivendo anche a livello internazionale. Se,infatti, all’interno prevale una condizione di anomia sociale, culturale e politico istituzionale, anche a livello europeo esiste una condizione di forte crisi tra alcune delle principali realtà democratiche del continente. Alle dimissioni di Boris Johnson in Gran Bretagna, alla perdita della maggioranza parlamentare di Macron in Francia, alla debole leadership di Olaf Sholz in Germania, si aggiunge il progressivo sfaldarsi dell’ampia maggioranza del governo per l’emergenza a guida Draghi in Italia. In tale quadro interno e internazionale, venendosi a delineare nel nostro Paese in maniera sempre più evidente lo scontro tra uno schieramento nettamente orientato a sostegno delle alleanze euro atlantiche e un altro sovranista e nazionalista ondivago in politica estera, è evidente che la scelta della Democrazia Cristiana, non potrà che corrispondere a quella che fu scritta da De Gasperi e dalla nostra prima generazione DC a favore del Patto atlantico e dell’Unione europea. Quest’ultima fu una scelta che vide la DC protagonista assoluta con lo stesso leader trentino insieme a Adenauer, Monet e Schuman. Ecco perché la nostra decisione a sostegno dello schieramento euro atlantico che si organizzerà per le prossime elezioni politiche è prioritaria nella nostra strategia. Rafforzati dalla recente sentenza del tribunale di Roma che riconosce piena legittimità e continuità storica al nostro partito, dobbiamo, pertanto, compiere ogni azione utile e opportuna, tanto sul fronte del PPE, che con i partiti e i movimenti che condividono con noi la scelta euro atlantica. Sarebbe utile che una grande iniziativa in tal senso fosse organizzata dal nostro partito a livello nazionale, invitando le realtà politiche e culturali dell’area liberale e riformista, come quelle presenti nella nostra area di riferimento. Un ruolo privilegiato andrebbe svolto insieme agli amici del Centro Democratico, dei Popolari Liberali, del Popolari per l’Italia, Insieme, Rete Bianca e con tutte le altre formazioni partitiche che si pongono in alternativa alla destra nazionalista e populista, restando distinti e distanti dalla sinistra tuttora alla ricerca della propria identità. Manca la garanzia di un centro forte alla realizzazione del quale il nostro contributo sarà decisivo e senza il quale, il pur importante ruolo di garanzia che Enrico Letta sta facendo assumere al PD, sarà insufficiente ad opporsi alla deriva di destra egemonizzata dal duo Melloni-Salvini. Un duo incerto e ondivago in politica estera, incapace da solo di corrispondere alle attesa dei ceti medi produttivi e delle classi popolari che alla Democrazia Cristiana hanno sempre fatto riferimento per quasi cinquant’anni nella storia della Repubblica.
Consapevoli che da soli non si va da nessuna parte, sia nel caso restasse in vigore l’attuale legge elettorale maggioritaria del “rosatellum” ( in quel caso tanto le dirigenze nazionali che il nostro elettorale rischierebbero la tripartizione tra destra, sinistra e astensione dal voto), sia se, alla fine, prevalesse, come pare stia avanzando, l’idea di una legge proporzionale con sbarramento e premio di maggioranza. In questo caso, infatti, solo se saremo uniti potremo superare la soglia dello sbarramento che verrà stabilito. Da parte mia riconfermo che la nostra scelta politica sulle alleanze, non potrà che essere coerente con quella che ha sempre visto la DC schierarsi con i partiti impegnati a difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana.
Pienamente legittimati nella nostra iniziativa di partito si dovranno, quindi, mettere in campo una serie di azioni programmatiche e organizzative che mi propongo di presentare alla riunione della direzione nazionale del partito annunciata per il prossimo 23 Luglio.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC
Venezia, 8 Luglio 2022
Tempo di convegni e di strategie elettorali
Si è aperta la stagione dei convegni e degli incontri politici estivi, tanto più interessanti alla vigilia delle elezioni sempre più vicine. Si incontrano le correnti del PD, come quella del ministro Franceschini a Cortona e si annunciano incontri, in presenza fisica o virtuale via web, all’interno e tra i partiti, movimenti e associazioni delle diverse aree politiche. Non è ancora chiaro con quale legge elettorale si andrà a votare, ma, sia che permanga il rosatellum maggioritario, o che, alla fine, si adotti una legge proporzionale con sbarramento, è opportuno utilizzare il periodo estivo-autunnale per mettere a punto le strategie e le tattiche in vista delle elezioni programmate per la primavera 2023.
Oggi, poi, è un momento particolarmente importante per l’area politica cattolico democratica e cristiano sociale, oggetto della riflessione svolta da Marco Da Milano su il “ Domani” (4 Luglio 2022) , commentata in maniera approfondita dal sen D’Ubaldo,oggi, su “Il Domani d’Italia. “Il ritorno dei cattolici in politica” da Zuppi a Tommasi, è il titolo dell’articolo di Da Milano, che evidenzia molti argomenti su cui discutiamo da diverso tempo. Avendo vissuto in tutta la sua estenuante durata la stagione della diaspora democratico cristiana ( 1993-2022), alla vigilia delle prossime elezioni politiche è tempo di tentare la raccolta della semina sin qui compiuta. Viviamo ancora oggi una situazione di stallo, caratterizzata da diversi tentativi di ricomposizione, ahimè, quasi tutti inficiati dall’eterno vezzo italico per il quale: tutti vorrebbero coordinare e nessuno vuol essere coordinato. Permane la distinzione propria della fase ruiniana tra teocon e teodem, che si traduce, in molti casi, nella divisione tra i sostenitori dell’alleanza a destra con quelli di un rapporto privilegiato a sinistra; ultimi colpi di coda di una dicotomia che ha origini ancor più antiche, alcune delle quali risalenti al tempo della scelta divisiva del “preambolo”, al congresso della DC del 1980. La grave situazione internazionale causata dalla guerra di invasione russa in Ucraina e lo sconvolgimento degli equilibri internazionali fissati a Yalta (Febbraio 1945), nella nuova realtà multipolare che si sta delineando nei rapporti tra le grandi potenze, assegnano alla politica estera un ruolo decisivo per qualsivoglia opzione strategica che si intenda perseguire in vista delle prossime elezioni politiche. Ritengo, infatti, che di là delle vecchie distinzioni tra centro destra e centro sinistra, il prossimo scontro elettorale sarà imperniato sul confronto scontro tra partiti schierati nettamente a sostegno della scelta euro atlantica e partiti sovranisti e nazionalisti, in Italia guidati dal duo Meloni-Salvini. Il grande travaglio presente nel mondo cattolico, che richiederà tempi di soluzione incompatibili con quelli più brevi imposti dalla politica italiana, ci costringerà a scegliere inevitabilmente sulla base dell’opzione decisiva in politica estera. Fu così per la DC di De Gasperi, all’indomani della seconda guerra mondiale e, seppur in una diversa situazione interna, lo sarà anche per noi il prossimo anno. Personalmente ho sempre sostenuto l’idea che compito dei DC e dei Popolari avrebbe dovuto essere, come credo ancora sia, quello di concorrere a costruire un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista e filo atlantico, alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra tuttora in cerca della propria identità. Una sinistra nella quale permangono visioni etico morali antitetiche ai valori non negoziabili di noi cattolici, tanto da rendere concreta l’idea di Augusto Del Noce di una sinistra “partito radicale di massa” con cui, per molti dei nostri elettori, risulta difficile, se non impossibile, la collaborazione. E’ tempo però di assumere, tra quanti sostengono l’opzione euro-atlantica, una seria disponibilità a comprendere gli uni le ragioni degli altri, riconoscendosi unitariamente nei valori fondanti della nostra Costituzione. Con l’amico Carlo Giovanardi (Popolari Liberali) abbiamo deciso di ritrovarci in una riunione on line, nel mese di Luglio, per una prima verifica con quanti sono interessati al progetto di ricomposizione politica della nostra area. Molti hanno aderito con entusiasmo all’iniziativa; altri hanno confermato la loro partecipazione; qualcuno ha espresso riserve, nel timore di pregiudiziali sulle alleanze. Scelte queste ultime che, condivisa quella sulla politica internazionale dell’Italia, ritengo si debbano fare solo dopo che, anche sulla politica economica, finanziaria e sociale, ossia sul programma, si saranno trovati i necessari accordi. Anche dalla base si stanno muovendo positivamente con il medesimo obiettivo,, stanchi delle incertezze e dei rinvii dei vertici nazionali. E’ il caso degli amici lucani del “Centro Leone XIII” di Rionero in Vulture e degli “Amici dei valori della DC”, con la loro pagina facebook; azioni che, partendo dai territori, tentano di coinvolgere il maggior numero di adesioni di movimenti, gruppi, associazioni, in preparazione di un’assemblea costituente per la ricomposizione politica dei DC e Popolari, assolutamente indispensabile qualunque possa essere, alla fine, la legge elettorale con cui si voterà nel 2023, anche per scegliere una rinnovata classe dirigente coerente con la nostra migliore tradizione.
Ettore Bonalberti
Venezia, 5 Luglio 2022
Tirem innanz da Liberi e Forti
Ho partecipato da remoto alla riunione dell’ufficio politico della DC il 24 Giugno scorso, apprezzando la relazione introduttiva del segretario nazionale, Renato Grassi che ho approvato. Con Renato abbiamo vissuto larga parte della nostra vita politica nel Movimento Giovanile DC prima, nel partito storico della DC poi, e nella travagliata stagione della diaspora (1992-2022). Sono stato tra i più convinti sostenitori della sua elezione al congresso nazionale dell’ottobre 2018, che considero tutt’ora l’unico atto legittimo di continuità storico politica del partito dopo la sentenza della Cassazione del 2010. Della relazione Grassi ho apprezzato il richiamo alla nostra scelta preferenziale per la legge elettorale proporzionale con le preferenze, che, a mio parere, è la precondizione indispensabile se vogliamo perseguire la ricomposizione politica della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale.
Ho anche apprezzato la scelta definitiva di rifiuto nei confronti dell’UDC di Cesa, le cui offerte pre elettorali si sono rivelate sempre inaffidabili.
Grassi su questo punto è stato netto, così come quando ha
affermato, coerentemente con la mozione congressuale votata per la sua elezione
alla segreteria, quanto segue: “Proprio la stagione elettorale può
invece favorire un ampio processo di aggregazione che consenta di creare i
presupposti di una ampia rappresentanza unitaria a livello istituzionale
premessa questa si per la formalizzazione di un nuova formazione politica
con una forte caratterizzazione identitaria.
E questa a mio giudizio ,realisticamente la strada da seguire con la speranza
che ci venga in aiuto una nuova legge
elettorale proporzionale.
Le prossime scadenze elettorali in Sicilia, Lazio e Lombardia possono
essere il banco di prova per rafforzare la nostra presenza istituzionale e la
capacità di interlocuzione con le componenti centriste”.
Va da sé che il nostro congresso slitterà presumibilmente nel gennaio 2023, dopo il voto delle elezioni regionali citate. Credo che se governo e Parlamento decideranno di adottare la legge elettorale di tipo proporzionale, ogni tesi sostenitrice della nostra pur necessaria autonomia sarà insostenibile, dato che uno sbarramento al 4 o 5% renderà inevitabile prima di tutto la nostra ricomposizione d’area. Non ci si illuda che, il pur prezioso risultato elettorale siciliano, sia sufficiente per garantirci una nostra partecipazione solitaria alle prossime elezioni politiche nazionali.
Ho ricordato nel mio intervento all’ufficio politico che, impossibilitati a utilizzare lo scudo crociato, rendita di posizione gratuita e illegittima dell’UDC, non sarà col simbolo usato dalla DC di Cuffaro in Sicilia che ci si potrà presentare alle elezioni nazionali. Semmai si potrebbe utilizzare il simbolo che insieme abbiamo condiviso della Federazione Popolare DC, già depositato dall’amico Gargani nelle sedi istituzionali competenti. Non liquiderei, come sta sostenendo qualche amico con eccessiva sufficienza, quanto sta accadendo nell’area centrale così ben analizzato da Grassi nella sua relazione. Innanzi tutto la netta presa di posizione di Bruno Tabacci per la legge elettorale e il suo sostegno all’azione di scomposizione avviata da Di Maio, che prefigura la formazione di un blocco sociale e politico euro atlantico attorno alla leadership politica di Mario Draghi. Un progetto centrale che corrisponde ad alcuni dei fondamentali della politica estera sostenuti storicamente dalla DC e che, tuttora, noi condividiamo. Certo non siamo disponibili a partecipare come cani sciolti a tale disegno; semmai, intendiamo concorrere da democratici cristiani a questo progetto. E, prima ancora, intendiamo favorire la ricomposizione politica della nostra area. In una riunione dell’Ufficio direttivo della Federazione popolare DC, promossa da Peppino Gargani, con Tassone e Rotondi e dopo aver ricevuto l’adesione di Carlo Giovanardi ( Popolari liberali), di Gemelli ed Eufemi, avremmo concordato di incontrarci entro Luglio per definire la nostra idea di programma per l’Italia, premessa indispensabile per convocare a Settembre una grande assemblea costituente di ricomposizione politica della nostra area. Agli incerti e nostalgici del tempo antico, come agli appassionati catecumeni neo DC, vorrei ricordare una parabola indiana citata da Amarthya Sen nel suo: “ Globalizzazione e Libertà”. Dai testi indiani sanscriti antichi: una ranocchia vive tutta la vita rinchiusa in un pozzo sospettosa di tutto ciò che accade fuori. Dal 500 a.C.: quattro testi sanscriti (Ganapatha- Hitopadesà- Prasamaraghava- Battikavya) esortano tutti a non comportarsi allo stesso modo della kupamandika.
La ranocchia aveva una “visione del mondo”, il suo mondo, ma era ovviamente circoscritta a quel piccolo pozzo. Se fosse prevalsa la visione della kupamandika, senza i necessari scambi interculturali, avremmo avuto una diversa e assai più limitata storia scientifica, economica e culturale dell’umanità. Ecco, cerchiamo di guardare al di là dei nostri confini, non per perdere i nostri connotati storici di democratici cristiani, ma per aprirci alle novità e a ciò che la concreta realtà politica effettuale ci offre. Dalla relazione di Grassi, approvata all’unanimità, ripartiamo con l’entusiasmo e la determinazione dimostrata dal 2012 a oggi. Sì, cari amici: tirem innanz, come sempre da Liberi e Forti.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC
Venezia, 26 Giugno 2022
La riflessione al centro di Comolli
La scissione del M5S insegna qualcosa, soprattutto a noi moderati “Noi di Centro” oppure “Punto al Centro”. Infatti il fatto eclatante atteso da mesi se non da anni mette in luce due aspetti, e non tanto marginali, della mentalità e del modello politico del “terzo millennio” ma decisamente importanti che obbligano a una riflessione. Una coalizione di persone con origine e passioni diverse va bene in una fase di attacco e di aventinismo del “tutto da cambiare” fuori dai palazzi e in piazza, ma non va assolutamente bene per governare un Paese complesso e così frammentato per storia e cultura come l’Italia, e per un motivo solo: emerge chiaramente la mancanza di una educazione, formazione, scuola dal basso di chi si vuole impegnare a fare cose pubbliche collettive e istituzionali per altri, cioè fare politica. Seconda riflessione, un’idea nuova di politica, una politica trasparente, una politica rivolta al 100%, non meno, ai bisogni, interessi, necessità e responsabilità diretta del singolo cittadino-elettore paga in termini di attenzione e consenso se c’è una capacità di guida (non necessariamente carismatica e unipersonale) chiara, netta, unica . Quando il singolo “eletto” (non elevato) pensa più al suo tornaconto e si adegua, anzi diventa furbetto interprete dei regolamenti interni parlamentari che gli consentono di fare quello che vuole senza rendere conto a nessuno, ecco che il rapporto fiduciario crolla in consensi, ma soprattutto in progetti politici. Poi ci saranno anche altre normali e banali motivazioni e semplici differenti visioni che fanno scattare i divorzi. Fatto sta che il campo largo sembra non perdere numeri nell’emiciclo, ma quanto può perdere o guadagnare nel campo aperto delle prossime elezioni politiche?
Il 2023 è domani e con l’attuale legge elettorale si rischia una catastrofe non solo di eletti, da 900 a 600, ma soprattutto ancor più del legame candidati-collegi, regioni-rappresentanti. Per questo una legge elettorale nuova è necessaria, senza tanti studi, basta copiare! Resto convinto che “l’intero” impianto e non parziale della legge tedesca sia sufficientemente coerente sia con la rappresentanza territoriale, sia con i vincoli di mandato, sia con la stabilità di governo, sia con anche –un aspetto che mi sta a cuore – il rapporto fra numero di cittadini votanti e numero di eletti. Infatti, il parlamento tedesco può essere composto, di volta in volta, da 600 a 900 parlamentari senza bisogno di tanti giochetti. Più cittadini vanno a votare, più sono i parlamentari. Sono anche dell’idea che il bicameralismo perfetto non esiste, diventa un modello eccezionale di dialettica e confronto politico ripetuto soprattutto per diversi ambiti territoriali ma che conduce a decisioni lente e lunghe che oggi non fanno bene al Paese. L ’”Insieme” al centro, e quindi tutti i movimenti o partiti che oggi ne parlano, appare per un vecchio appassionato come il sottoscritto, come una scelta ovvia: diventa il polo, se uno solo, che determina la stabilità ma anche la corretta innovazione con il cambio di legislatura, dando al cittadino-elettore la “prova” che una alternativa c’è, che una alternanza è sempre dietro l’angolo in forma costruttiva senza bisogno di alchimie parlamentari, legislative, neonati gruppuscoli . Un aiuto in tal senso viene anche da una ri-organizzazione amministrativa con macroregioni (1 governo locale ogni 2 o 3 o 4 attuali) che già questo non avrebbe bisogno dell’ennesimo passaggio di un “quadro normativo”, ma di una determinazione federativa già pronta. Gli stessi comuni-enti locali, oggi, con meno di 3000-4000 residenti fissi, sono territori abbandonati anche amministrativamente, quando invece potrebbero essere una risorsa “ecosistemica e occupazionale certa” dimenticandosi di essere territori già abbandonati, difficili, vulnerabili.
Un eventuale “Insieme al centro”, già l’amico Ettore Bonalberti nel 2008 con altri pensò all’importanza dell’avverbio “insieme” più che a coalizione, non può prescindere da valori, moralità, etica, educazione, rispetto verso gli elettori, coerenza…. e non può non formare un progetto politico che ponga il nucleo primario della famiglia (mi permetto di far rientrare, come cattolico impegnato nella politica del Paese, anche una famiglia laica e diversa) “al centro” inteso come visione futura, assistenza ai deboli che possono essere una risorsa, comunione sempre di diritti e doveri, onesto lavoro e corretto stipendio, sanità pubblica da imitare, scuola pubblica un esempio per tutti, meno debito pubblico e più responsabilità ai macroterritori, meno inquinamento al nord e visione caratteriale e autonoma del nostro sud…ma anche meno burocrati e più vera semplificazione e non doppioni, meno spreco e più solidarietà, meno finanza e più economia, meno scartoffie e più vigili per le strade, meno nazionalismo camuffato e più federalismo europeo su fisco, difesa, esteri, lavoro…
In questo programma e progetto politico chissà dove si collocheranno i dimaiani. Ma fra i lettiani e i contiani c’è ancora posto? E dove si metteranno fra i vari renziani, calendiani, totiani, tabacciani e forse i casiniani? Una chiosa finale: un augurio, un pericolo, un lancio spot maldestro… E se anche Berlusconi e molti dei suoi, fedelissimi e fedelissime, dicesse si al centro e non al centro destra….il neo gruppo “Insieme per il futuro” che farebbe? Resterebbe nel campetto o campo largo di sinistra con i vecchi compagni del M5S? Una ipotesi anche questa. Ma è tutta una altra storia…
Giampietro Comolli
Piacenza, 25 Giugno 2022
Risposta a Rapisarda
Ho atteso l’esito elettorale delle elezioni amministrative prima di replicare alla nota dell’Avv. Rapisarda edita sul nostro giornale on line: I corifei del nuovo centro- tra aporie, visioni erranti, strategie impervie.
E’ vero caro avvocato, con l’amico Giorgio Merlo condividiamo una lunga militanza nella sinistra sociale della DC, la corrente di Forze Nuove, che è stata la nostra scuola di formazione partitica, sotto la guida di un maestro straordinario quale fu Carlo Donat Cattin. Entrambi condividiamo l’idea che manchi al centro della politica italiana un partito o una federazione di partiti, ispirati dai valori dell’umanesimo cristiano, strettamente collegato/i alla nostra migliore tradizione euro atlantica, erede/i della storia politica, sociale e culturale dei Popolari e della DC. Scriviamo, senza alcun accordo predefinito e in assoluta libertà personale, molte note e saggi, tanto da assumere ai suoi occhi, il ruolo di “corifei”, maestri del coro a sostegno della costruzione di “un centro nuovo”, per usare l’espressione che Alberto Alessi suggerì di inserire nel documento che siglammo insieme a Gargani, Grassi, Tassone, Eufemi, Gemelli, Giannone e a tanti altri esponenti di movimenti e associazioni per la Federazione Popolare DC.
In sostanza il suo distinguersi da questi due vecchi esponenti DC forzanovisti, consisterebbe nella sua tesi che si dovrebbe procedere in solitaria, come DC, nella costruzione del nostro progetto politico. Una tesi ragionevole che è stata alla base del mio impegno, sin dal 2011, come potrà verificare rileggendo la bella nota riassuntiva della nostra ultima storia, pubblicata sul nostro quotidiano on line: La democrazia tra cronaca e storia.1994-2019. Ed è proprio da quell’esperienza che, allo stato degli atti, dobbiamo riconoscere che quell’obiettivo non l’abbiamo raggiunto, dato che ci troviamo tuttora alla presenza di oltre quindici realtà che, a diverso titolo e legittimità, si rifanno alla DC. Siamo a tutt’oggi privi del nostro simbolo storico, lo scudo crociato, usucapito senza diritto da Casini e soci, sino a diventare una comoda e gratuita rendita di posizione per i soliti noti dell’UDC, con Cesa, de facto, subordinato all’egemonia di De Poli, entrambi al servizio della Lega di Salvini e, adesso, sotto il ruolo guida di Fratelli d’Italia e della Meloni. Continuiamo una guerra lacerante anche con alcuni consiglieri nazionali eletti nel nostro ultimo congresso nazionale dell’ottobre 2018, i quali, si rincorrono tra ristoranti romani, finti congressi e baruffe assai poco edificanti, per ascriversi il ruolo di papa e anti papa DC. Una tragicomica sequela di corsi e ricorsi che assume ogni giorno di più i caratteri di una psicopatica farsa pseudo politica.
Con l’amico Giorgio Merlo, e mi auguro con tanti altri amici DC non pentiti, personalmente condivido, invece, l’idea che compito prioritario di noi democratici cristiani sia quello di concorrere alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale italiana. E lo sostiene uno come me, ossia uno di quelli che insieme a tanti altri, dal 2012 ha seguito il percorso legittimo previsto dallo statuto DC e dai pronunciamenti dei tribunali: da quello della suprema corte di Cassazione del 2010, alla decisione del giudice Romano, grazie alla quale abbiamo potuto celebrare il XIX Congresso nazionale dell’ottobre 2018, nel quale, anche con il mio sostegno fattuale al Nord e dell’amico Antonio Fago al Sud, Renato Grassi è stato eletto alla segreteria nazionale del partito. Nessun dubbio, dunque, sulla volontà di confermare e valorizzare il nostro status di eredi legittimi della DC storica. Detto questo, però, è con la realtà effettuale della politica italiana oggi che si devono fare i conti.
Non a caso ho voluto attendere i risultati delle elezioni del 12 Giugno scorso. Avevo molto sperato nel fatto nuovo della DC di Cuffaro-Grassi in Sicilia e su pochi amici, già DC, impegnati in alcune liste civiche nel Veneto. Da questi risultati dobbiamo oggettivamente costatare che, a Palermo, abbiamo appena superato la soglia minima (5 %) e a Messina abbiamo raccolto il 2%. A Padova la lista civica che vedeva impegnati alcuni amici importanti della nostra area politica, non si é arrivati all’1%, per non parlare degli amici del “Popolo della Famiglia” che hanno ottenuto un misero 0,34 %.
Come ho scritto sulla pagina facebook della DC di Cuffaro: é importante aver riportato qualche amico in consiglio comunale a Palermo. Grazie, dunque, agli amici DC siciliani per il loro impegno. Ora, però, dobbiamo riflettere sul che fare sia per il programma che per le alleanze. Da parte mia, ripeto che con una destra a guida della Meloni e un’ UDC al servizio di Salvini e della stessa Meloni, io non sarò mai da quella parte. Noi dobbiamo restare fermi al centro, disponibili ad allearci con quanti in quell'area si rifanno ai valori dell'umanesimo cristiano e alla scelta internazionale euro atlantica, avviata da De Gasperi e sempre perseguita dalla DC storica. Prima, però, serve ricomporre la nostra unità politica, almeno quella concretamente possibile, da realizzarsi sia dall'alto, con gli attori nazionali disponibili, che dalla base, partendo dai nostri territori. Certo, molto dipenderà dalla legge elettorale che, alla fine, il Parlamento deciderà di adottare. Insisto sino alla noia: se restasse l’attuale rosatellum maggioritario, temo che nessuna ricomposizione sarà possibile. I diversi attori nazionali cercheranno rifugio nelle liste disponibili ad accoglierli, di destra o di sinistra, mentre il nostro potenziale elettorato si tripartirà: a dx, a sx e nell’astensione, contribuendo ad alimentare, così, quell’oltre 50% di renitenti che ormai da troppo tempo hanno deciso di rinunciare all’esercizio del voto. Solo se sarà votata una nuova legge elettorale di tipo proporzionale che, mi auguro alla tedesca, con sbarramento, preferenze e introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva, il progetto di ricomposizione politica della nostra area sarà non solo possibile, ma inevitabile, se non si vogliono inseguire consensi da prefisso telefonico. Caro Rapisarda, si convinca: da soli non si va da nessuna parte; magari si va più veloci, ma solo insieme si va più lontano.
Ettore Bonalberti
Vice segretario DC
Venezia, 14 Giugno 2022
Sì al progetto indicato da Merlo
L’ultimo articolo di Giorgio Merlo pubblicato da “ Il Domani d’Italia”: Centro, che può essere? Non la replica della Dc, ma qualcosa che ne costituisca la ripresa in termini di valori e contenuti” è un contributo importante al progetto di ricomposizione politica della nostra area culturale e sociale. Vorrei innanzi tutto confermare che nemmeno noi che, dal 2011-12, tentiamo di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”, abbiamo pensato che si potesse rifare la DC storica; il partito che per molti di noi è stato quello dell’ intera vita e rimane ancora oggi il proprio riferimento ideale. Ciò che è stato è stato e non può essere replicato nelle nuove e assai mutate condizioni storico politiche dell’Italia e del mondo. Altra prospettiva, come anche rileva Merlo, é concorrere a dar vita a “ qualcosa che ne costituisca la ripresa in termini di valori e di contenuti”. Ecco, per tale prospettiva anche noi, che ci siamo organizzati dal 2012 nella DC guidata prima da Gianni Fontana e oggi da Grassi, siamo pronti a offrire il nostro contributo; non per un nostalgico ricordo di ciò che fu, ma nella consapevolezza che di un centro politico nuovo ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano ha ancora bisogno il nostro Paese. C’è la necessità di superare quel “bipolarismo selvaggio” introdotto in Italia dopo la fine della Prima Repubblica, soprattutto per offrire a un elettorato stanco e sfiduciato, sempre più renitente al voto, una nuova speranza. Ho evidenziato più volte la condizione di anomia morale, culturale, sociale e politica in cui versa il Paese. La crisi prodotta da una globalizzazione nella quale è prevalso il superamento del NOMA ( Non Overlapping Magisteriae), per citare un frequente concetto espresso dal prof Zamagni: il prevalere della finanza sull’economia reale, con la riduzione della stessa politica ad un ruolo ancillare, mentre sul piano politico si assiste allo scontro tra una destra nazionalista e sovranista e una sinistra divisa, tra il PD alla ricerca della propria identità e il M5S, espressione del rancore dei “vaffa” nel voto del 2018, tradottosi nel trasformismo progressivo di quanti impegnati ad “ aprire il parlamento come una scatoletta di tonno”, hanno finito con l’assumere le più diverse posizioni, pur di non perdere i vantaggi di potere conseguiti. Risultato? Il terzo stato produttivo e i ceti popolari, dalla cui saldatura, sempre garantita dalla DC sul piano politico e istituzionale, dipende la tenuta democratica del Paese, non si riconoscono più in un centro destra dominato dalle posizioni estreme di Salvini e della Meloni, o in quelle equivoche di un’alleanza PD-M5S messa in crisi ogni giorno dagli ondivaghi atteggiamenti dell’ex presidente Conte. Uniche certezze, espressioni di stabilità istituzionale e politica, sono quelle rappresentate dal Presidente della Repubblica, Mattarella, e dal capo di governo, Draghi, esponenti dell’area euro atlantica italiana, erede della migliore tradizione politica di tutta la storia repubblicana. Ha ragione Merlo, alla fine, sono molto poche le residue “casematte” della diaspora democratico cristiana. A parte quella, come l’UDC, impegnata nella difesa della rendita di posizione di un simbolo, lo scudo crociato, sin qui utilizzato solo per la sopravvivenza politica a destra dei soliti noti, io credo che tutte le altre esperienze, come quella di Insieme di Infante-Tarolli, della DC di Grassi e Cuffaro, del Centro di Mastella e dello stesso Merlo, e con esse, anche l’esperienza avviata da Rotondi dei Verdi Popolari, possono e debbono compiere il salto di qualità per la ricomposizione politica dell’area. Se per motivi diversi non cogliessero tale necessità, mi auguro che il processo avviato dalla base ( bottom up) per la convocazione di un’assemblea costituente per detta ricomposizione, potrebbe favorire il progetto. Certo molto dipenderà dalla legge elettorale che, alla fine, sarà adottata. Permanesse l’attuale maggioritario del rosatellum, senza una forte componente unita di area cattolico democratica e popolare, inserita in una più vasta federazione di laici, liberale e riformista, unita nella difesa dell’euro atlantismo, obbligato dall’ennesima necessità di scegliere tra destra e sinistra, il nostro potenziale elettorato si tripartirebbe, con l’aggiunta, tra la scelta a destra o a sinistra, di una terza componente renitente al voto. Se, viceversa, e come ci auguriamo, alla fine prevarrà la legge proporzionale con sbarramento e preferenze e con l’introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva anti trasformismo parlamentare, tale ricomposizione sarebbe non solo opportuna, ma indispensabile, proprio per evitare il rischio di quei partiti bonsai, a diverso titolo DC, cui fa riferimento Merlo nel suo articolo. C’è, tra di noi, chi pensa giustamente al voto dei millenians che non hanno mai conosciuto la storia della DC, se non nella versione deformata della “damnatio memoriae” cui è stata relegata, ma tale opera di formazione, certamente meritoria, ma metapolitica, ha scadenze inevitabili di medio-lungo periodo, incompatibili con quelle che la realtà politica ci impone. In previsione delle prossime elezioni nazionali, credo, invece, che il nostro dovere prioritario sia proprio quello di impegnarci, ognuno per la sua parte e nell’ambito politico organizzativo in cui si ritrova, per favorire quel soggetto politico nuovo che se non sarà la DC, dovrà essere “qualcosa che ne costituisca la ripresa in termini di valori e di contenuti”.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC-Presidente dell’associazione ALEF ( Associazione Liberi e Forti)
Venezia, 3 Giugno 2022
Il contributo di Giampietro Comolli (parte prima)
Leggo con molto interesse il dibattito e la discussione aperta dall’amico stimato Ettore Bonalberti su diverse testate e in diversi incontri, meeting e convegni. Desidero esprimere un sostegno allo sforzo compiuto da Ettore e da tanti altri miei coetanei (a cavallo dei 70 anni) in quanto impegnato in diverse attività, vicino a figli e nipoti, attento ai discorsi e agli obiettivi di chi rappresenta o può rappresentare il futuro di questo paese. In primis credo che nessuna nostalgia e risorgenza della democrazia cristiana (intesa come la ex DC) possa oggi catalizzare e proporre una adeguata riflessione politica in una società nazionale (anche europea) che ha vissuto 30 anni di forti rivoluzioni mentali, formative che hanno nelle 2 generazioni successive alla nostra influito non poco. Viceversa, soprattutto le generazioni millennium e zero hanno costatato un’assenza totale di rispetto, di attenzione, di disponibilità all’ascolto dei veri problemi , individuali e collettivi, che stanno affrontando e che hanno davanti, senza che nessuno abbia mai mosso un dito. Molti di loro, soprattutto coloro che non vanno a votare da 10-20 anni, sono lontani dall’attuale modello e governo politico perché non vedono applicati nella cosa pubblica e anche nella filiera privata principi di etica, moralità, servizio ai più deboli, preminenza alla vulnerabilità, applicazione della Costituzione, politiche del lavoro e delle famiglie diverse, sicurezza e prospettive sociali e civili. Un modello di civiltà che si deve incastrare in una società attenta anche ai valori repubblicani, sistemi liberali, laicità collettive e condivise, difesa delle scelte individuali in un contesto aperto e anche multietnico che necessita formazione continua, educazione, rispetto dei diritti come dei doveri. Noto due generazioni pronte all’impegno ma senza blocchi. Quindi nessun revival della ex DC, ma attenzione, accoglienza, impegno, difesa di valori umani e sociali collegati al modello cristiano della accoglienza, del rispetto e dell’aiuto a chi veramente sta male e ha bisogno di aiuto… questo è condiviso in molti. Nulla di orizzontale e lineare sia nei diritti che parimenti nei doveri, nei bisogni e nel servizio verso gli altri. Qualunque tipo di scuola dell’obbligo e non dell’obbligo sta alla base di una società civile che guarda al futuro con speranza e favore, una scuola che può anche avere costi sociali alti e non coperti a bilancio. Scuola e Salute di tutti i cittadini italiani, come tali riconosciuti da leggi eque solidali aperte ma controllate e indirizzate, sono prioritari a qualunque forma di sussidi e di reddito e possono presentare bilanci statali e regionali in rosso. A seguire l’ordine di priorità c’è il lavoro, ma che sia gratificato e con il giusto reddito e valore in base all’effettivo impegno materiale e mentale non basato su parametri minimali e sindacali, ma su una soddisfazione personale, ma con regole chiare di appartenenza e di disponibilità verso il lavoro e il datore, cercando di meritare carriera, stipendio, benefit in modo uguale sia fa uomini e donne, sia fra funzione pubblica e privata. Addirittura tutto il mondo della PA deve diventare monito, esempio di riferimento per la parte lavorativa privata.
Bisogna cambiare il modo mentale di agire, non solo riformare leggi e norme. Un plauso, se ho capito bene, alla ministra Carfagna e ai suoi consulenti perché finalmente lo sviluppo del grande Sud italiano non è in funzione dello “status” del settentrione, bensì come attore principale, come motore di un Mediterraneo fondamentale in cui il Sud nazionale è trainante, è punto di riferimento, è motore per tutti i paesi che sono baciati dalle acque “nostrae”. Questa è una grande funzione che diventa un motore di sviluppo, di una nuova mentalità, di sguardi lunghi e di proposte imprenditoriali legate da un destino e da un futuro similare da condividere. E’ con una migrazione reciproca, con uno scambio e contaminazione di conoscenze e di prodotti che si crea anche una pace solidale e solida in un’area che sarà sempre più calda sotto tanti punti di vista. Per questo il grande comparto-filiera agro-ambientale-alimentare, il vecchio settore primario, diventa “il punto base” di un ecosistema ambientale, una transizione digitale, una economia reale, meno inquinamento e spreco di suolo, migliore qualità agroalimentare, tutela dei territorio svantaggiati e vulnerabili…. visto che oggi può usufruire di innovazione tecnologica, più integrazione produttiva, più multilateralismo. In una proposta programmatica “di costituente” dinamica movimentista aperta allargata (non monocolore, ribadisco) si può aprire una nuova fase politica nazionale, anche di esempio per altri paesi europei, che dia un reale contributo e “un segnale” forte e diverso soprattutto verso quel 50% di italiani aventi diritto al voto (è un grande rammarico personale) che da anni e in crescendo non vanno a votare perché totalmente delusi da una politica e da partiti rivoltati su se stessi, a caccia di prebende, di interessi elettorali, di eletti che cambiano vita e casacca, di meccanismi dentro il palazzo che interpretano ed elasticizzano anche principi puri della Costituzione. Costituzione che forse necessita di alcuni fondamentali limitati ritocchi anche per completare riforme impure e incompiute negli ultimi 40 anni.
Giampietro Comolli
(1974-1981) Direttivo Centro Studi Giovani Cristiano Democratici – Piacenza
(1981-1990) Dirigente Federazione Coltivatori Diretti – Segretario di Zona – Piacenza/Bologna/Roma
(1985-1989) Responsabile provinciale ufficio Agricoltura DC Provinciale – Piacenza
(1989-1991) Membro Comitato Provinciale – Membro Direttivo Cittadino – Responsabile Ufficio economico DC- Piacenza
Venezia, 31 Maggio 2022
Il contributo di Giampietro Comolli (parte seconda)
Le parole, i principi, i pensieri, i ragionamenti, le discussioni …..in politica….come molti autorevoli segretari di partiti politici hanno detto, e tutt’ora qualcuno ancora sostiene, sono i fattori determinanti nella costruzione di un modello politico, anche partitico, ma nel rispetto di quanto chiaramente dice la Costituzione senza stiracchiamenti o adattamenti spesso avvenuti con modifiche quasi sempre imparziali e dettate dalla occasionalità del momento. Non è il tempo dei rammendi e rattoppi, va asfaltata una strada nuova con nuovi indirizzi e modelli e con pochissimi obiettivi reali certi esclusivi per le nuove generazioni. Il cosi detto “ polo centrista” deve dare una prospettiva di futuro, non di passato, ma di attuale. Si lavora oggi, si fanno sacrifici oggi….per il domani di altri. Quello che vedo come contenuto della “zona centro” nel contesto politico italiano è una visione fondante su azioni e comportamenti di ampio respiro e di lungo periodo, partendo anche da un “federalismo europeo” vero con più Europa, cioè con un’assunzione diretta di responsabilità da parte di Bruxelles, e segnatamente la Commissione, oltre alla sola moneta, che diano concretezza all’idea di Costituente europea, senza tentennamenti. Difesa, politica estera comune e fiscalità…tanto per iniziare, dovrebbe essere unica e valida in tutti i 27 paesi, ma nello stesso tempo molta meno burocrazia e lentezza nelle scelte, più condivisione delle problematiche economiche sociali e civili, corretta proporzionalità e ponderatezza fra grandi e piccoli, fra deboli e forti. Ma veniamo a Noi, al polo centrista, movimentista equidistante ed estraneo dai populismi di destra e sinistra, dai massimalismi e positivismi di destra e di sinistra. Noi “vecchietti” dobbiamo preparare un terreno nuovo, aperto, largo, concreto, pragmatico, rispettoso dei valori etici e morali di chi ci rappresenta, fermo nella funzione di delega. Ecco alcuni temi politici, anche in ordine di importanza:
- Grandi personaggi politici che hanno dato un forte contributo negli ultimi 40 anni all’area cosi detta “ di centro” devono essere pilastro di insegnamento mettendosi a disposizione di giovani uomini e donne che vogliono fare politica non di mestiere, con principi etici e morali individuali necessari per organizzare una corretta e aperta collettività laica;
- Costituzione Repubblicana da difendere, completamento dei minimi adeguamenti dettati da un’attualità e in linea con più pace nazionale ed europea, legame con Costituente UE, attenzione al rapporto elettore-eletto, più efficienza e chiarezza Stato-Regioni con una ottimizzazione delle dimensioni e funzioni territoriali, una Camera legislativa e molto rappresentata, una Camera delle Regioni e Enti Locali propositiva ;
- Legge elettorale proporzionale che salvaguardi le diversità di visioni con sbarramento, stimolante impegni preventivi e alleanze durature in parlamento, riduzione regolamenti applicativi elettorali in Parlamento, eliminazione cambi di casacca, collegi su macroregioni, una legge che invogli ad andare a votare, premi con più eletti più sono gli elettori, sistema tedesco; esempio per uniformare il più possibile tutti i sistemi elettorali europei;
- Welfare e Lavoro sicuri, scelta del lavoratore con opzioni di beneficio e di impegno in base al reddito, meno disuguaglianza di stipendio fra vertice e ultimo, cuneo fiscale rivisto e usato per una integrativa assistenza pensionistica pubblica; reddito di sostegno pubblico a fronte di un lavoro reale di servizio pubblico crescente in base alla vulnerabilità territoriale e sociale, uguali regole pubblico e privato, riordino oneri deduzioni per tutti i lavoratori in base al reddito Irpef; norme diverse fra imprese piccole e grandi; vantaggi fiscali alle imprese che assumono e che investono in servizi sociali e ecosistema ambientale; chi più guadagna più paga in tasse e imposte, nulla di lineare, esenzione sotto un reddito lordo per Isee, proporzionalità crescente per alti redditi, tasse su rendite finanziari e plusvalenze;
- Scuola e Sanità sono un obbligo pubblico di efficienza ed efficacia; più insegnanti assunti nelle scuole e massima mobilità delle cattedre e stipendio adeguato ai costi di vita, più educazione civica, più scuole pratiche e differenti binari istruttivi, indirizzi scolastici basati sul lavoro non sulle materie; più infermieri assistenti in centri ospedalieri; più medici di base e Uca, sanità di comunità al servizio alla persona; pronto soccorso day hospital al servizio dei territori e non per numero di abitanti; certi servizi sanitari devono essere a pagamento per redditi alti; modelli ospedalieri basati su terapia e non medicina;
- Famiglia centrale ma in cambiamento, differenze da capire e accettare dettate da troppi fattori negli ultimi 40 anni; occorre un tempo di recupero e di attenzione; accompagnare scelte cattoliche e laiche con equità, misura e adeguamento sociale e civile, ambito privato e ambito pubblico; asili pubblici e privati controllati e sostenuti; sostegni per figli che vanno a scuola e rispetto regole laiche del paese in base al reddito della famiglia; incentivi per volontariato e terzo settore nazionale;
- Macchina PA Stato efficiente, efficace, senza compromessi al ribasso, costi centralizzati da limare, personale motivato anche per merito, competenza diretta di funzioni sovra nazionali; difesa asset-produttivi nazionali (turismo, agricoltura, porti…) , valorizzazione della autonomie compiute secondo modelli di macroregioni e aggregazione di Regioni; eliminazione eccessi burocratici di ufficio e competenze doppie fra organi pubblici; responsabilità a monte con tempistiche certe e più controlli a valle con sanzioni e pene immediate reali; eliminazione enti inutili; favorire unioni di comuni sotto 1000 residenti; un Sud autonomo centrale e motore dello sviluppo dell’intero Mediterraneo ;
- Ambiente Ecosistema come istruzione dalla scuola dell’obbligo, conoscenza del territorio, azioni di assistenza civile e sussidiaria, tasse e imposte alte per chi inquina, più mezzi pubblici non inquinanti, sistema energia alternativa obbligatoria in tutti gli uffici pubblici, modello fonte di molti posti di lavoro, tutela di 2/3 del territorio nazionale composto da monti&colli&isole vulnerabili con incentivi a fare impresa individuale e collettiva
- Giustizia Sicurezza Diritto Doveri per il cittadino, per il colpevole e per l’innocente; innovativa, responsabile, diretta, veloce separazione dei reati emendabili e sanzionabili da quelli più pericolosi per individuo e collettività; separazione carriere; potere separato sancito e autogoverno non controllati controllori; carriere di merito e con attestazioni di efficienza; processo penale certo; carceri solo per certi reati e più vivibili, sanzioni in servizi sociali di lungo periodo e sotto autocontrollo, certezza della sentenza per i reati gravi
Giampietro Comolli
(1974-1981) Direttivo Centro Studi Giovani Cristiano Democratici – Piacenza
(1981-1990) Dirigente Federazione Coltivatori Diretti – Segretario di Zona – Piacenza/Bologna/Roma
(1985-1989) Responsabile provinciale ufficio Agricoltura DC Provinciale – Piacenza
(1989-1991) Membro Comitato Provinciale – Membro Direttivo Cittadino – Responsabile Ufficio economico DC- Piacenza
Venezia, 31 Maggio 2022
Dalla CEI importanti indicazioni pastorali
Non appartengo a quel manipolo di cattolici integralisti, oppositori nemmeno malcelati di Papa Francesco, i quali hanno accolto con dispetto anche la nomina del card.Zuppi a Presidente della CEI. Sono un papista ortodosso, fedele agli insegnamenti della Chiesa e credo nell’assistenza dello Spirito Santo ai cardinali raccolti in conclave al momento della scelta del successore di Pietro. Ho anche accolto con favore la scelta del card Zuppi, all’interno della terna formulata dall’assemblea dei vescovi italiani, fatta da Papa Francesco, del successore del Presidente, oggi vescovo emerito di Perugia, card Bassetti, sostenendo che questa nomina “ apre i cuori alla speranza”.
Ho seguito i lavoro dell’assemblea della CEI tenutasi dal 23 al 27 Maggio a Roma, e credo che il documento finale approvato andrebbe letto e meditato anche da tutti noi impegnati nel tentativo di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.
Intervenendo alla conferenza stampa svoltasi al termine dei lavori dell’Assemblea generale della CEI, il neo Presidente CEI, card Matteo Zuppi, ha ricordato i temi sociali emergenti nella situazione italiana: “ l'abbandono degli anziani, il disagio abitativo, le fragilità giovanili, i morti sul lavoro e la violenza sulle donne, senza dimenticare le migrazioni e la tragedia delle morti in mare. "Su tutto questo - ha concluso - non dobbiamo spegnare i riflettori".
Ecco, credo spetti a tutti noi tenere accesi i riflettori e inserire nel programma attorno al quale ricomporre la nostra unità politica proprio queste priorità.
Ho tentato nelle settimane scorse di redigere un contributo per il programma, inviato agli amici del Consiglio nazionale della DC guidata da Renato Grassi e della Federazione Popolare DC, presieduta da Giuseppe Gargani, evidenziando che, alla base di ogni progetto di riforma economico sociale, è essenziale procedere al rovesciamento della logica che, nell’età della globalizzazione, ha posto il primato della finanza sull’economia reale e sulla stessa politica; quest’ultima ridotta a un ruolo ancillare, con molti dei suoi esponenti assoldati dai gestori delle multinazionali della finanza padrone del mondo.
Riassumo quelle indicazioni:
1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle
della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti
elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio
1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992)
2. Controllo Statale sulla raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie
assicurative statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini
3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna,
Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano al fine che lo Stato
italiano abbia, con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82
del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare
per impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e
usura bancaria.
4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n.
385/1993):
5. SEPARAZIONE TRA BANCHE DI PRESTITO (loan bank) e BANCHE SPECULATIVE (investment bank) : abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo. Automatica re-introduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London e sede fiscale a tassazione zero nello stato USA del Delaware)
6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il
pubblico
7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna,
Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale
85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori
petroliferi kazari.
8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in
prestito di titoli inesistenti per es. di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e
di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società
italiane quotate alla borsa di Milano.
9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia)
10. Conferire il potere ISPETTIVO sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello
di vigilanza
11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo
indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di compiere ispezioni in
materia finanziaria, in materia di borsa.
12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano
Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18 febbraio 1992
firmato da Mario Draghi)
13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul tasso
14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito
15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di
ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero
tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso
medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto
cliente
17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB
18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile
sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività,
obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso
d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica
prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3
immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni
immobiliari e nella sezione fallimentare.
Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3
immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri
immobiliari e quali procuratori per le banche nelle esecuzioni immobiliari e nel custode e
nel notaio delle esecuzioni immobiliari
20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti
speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la
prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il
controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano
21. Obbligo di almeno cinque Parlamentari di ogni forza politica di partecipare all’
Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di
maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute
del paese.
Ritengo che, se vogliamo tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni pastorali emerse dall’assemblea generale dei vescovi italiani, sia indispensabile porre queste proposte nel programma del partito o federazione dei partiti che si ispirano ai valori del cattolicesimo democratico e cristiano sociali, per le prossime elezioni politiche. Un’assemblea costituente ad hoc per promuovere tale ricomposizione dovrebbe essere convocata quanto prima. E ciò che con alcuni amici abbiamo avviato, partendo dalla base, augurandoci che, anche i responsabili dei diversi partiti, movimenti, associazioni e gruppi che si rifanno ai medesimi principi e valori, concorrano con noi alla realizzazione di tale progetto. Solo così supereremo lo stallo in cui siamo finiti, dopo la lunga stagione della diaspora post DC e potremo riprendere la nostra strada.
Ettore Bonalberti, vicesegretario nazionale DC
Venezia, 29 Maggio 2022
Documento appello per la Costituente dei democratici cristiani e popolari italiani
Alla vigilia delle prossime elezioni politiche facciamo appello alle donne e agli uomini, ai giovani e agli anziani che ritengono doveroso e necessario impegnarsi in questo momento di grave crisi sociale ed economica che interessa il nostro Paese nel quale l'integrazione europea è diventata parte della nostra vita quotidiana; una crisi aggravata dal permanere di un conflitto insensato determinato dalla guerra prodotta dall’aggressione russa all’Ucraina;
crediamo nei valori e nelle tradizioni che hanno permesso all'Italia di trasformarsi da "terra povera" e di "dolorosa emigrazione" in un'area tra le più industrializzate del pianeta; valori e tradizioni che si basano sul primato della persona e della famiglia e sulle realtà associative che, operando in ambito sociale, economico, culturale e politico, intendono continuare la nostra tradizionale "voglia di fare insieme" anche ricorrendo agli strumenti più avanzati delle moderne tecnologie.
Siamo impegnati per la costruzione di un'Europa dei valori, unita, aperta, diversa e più umana, che tragga linfa vitale dalle sue radici cristiane e delle libertà civili, all'interno della quale le peculiarità e le particolarità regionali e locali possano lavorare assieme per promuovere il benessere di tutti, superando i limiti dell’attuale organizzazione burocratica senza un riferimento costituzionale condiviso.
Crediamo in un libero mercato ed una libera concorrenza che sono alla base di un "welfare" che sappia coniugare in modo equilibrato libertà individuale, responsabilità personale, sviluppo economico e solidarietà sociale.
Riconosciamo il primato della politica come momento di sintesi ideale e come luogo di rappresentanza reale di valori e di bisogni diversi e diffusi; per una politica che rifugga le inutili conflittualità personalistiche e di parte e che riassuma i valori del popolarismo inteso come diretta partecipazione dell'Uomo - Cittadino alla costituzione del futuro suo e dei suoi Figli.
Siamo convinti assertori di un sistema elettorale proporzionale con sbarramento, preferenze e istituto della sfiducia costruttiva. Intendiamo, pertanto, impegnarci con urgenza per modificare la legge elettorale in vigore che, con l'abolizione delle preferenze, ha di fatto eliminato ogni forma di legittimazione popolare alle classi dirigenti parlamentari. Diciamo NO a un sistema elettorale che senza garantire stabilità di governo ha favorito solo il più indegno trasformismo parlamentare.
Siamo convinti che le cose nuove non partano dai vertici ma dall’ascolto della base; partono dal popolo che si sottrae al populismo e al leaderismo. Le cose nuove partono dalla base sconfitta ed umiliata rimasta senza partito negli ultimi trent’anni. Ecco perché facciamo appello ai nostri concittadini affinché si pongano come entità libere, pronti ad autodeterminarsi, ad autorappresentarsi sulla base di un consenso che derivi da un dibattito, anzi da un dialogo in fermento e dunque fertile, una entità attiva, estesa, partecipata, forma di “cultura dell’incontro in una pluriforme armonia”, come papa Francesco chiede. Facciamo buona politica e diamo finalmente una casa al nostro popolo. E sarà la casa nella quale ci riconosciamo tutti, matrice immagine identità speranza e forza.
Crediamo che la politica non debba essere esclusivamente strumento per vincere le competizioni elettorali, ma debba agire per salvaguardare e costruire anche gli interessi delle generazioni future, alle quali dobbiamo saper garantire quel lungo periodo di pace, di libertà e di benessere che i nostri padri hanno assicurato a noi.
Sosteniamo con forza l'idea di uno Stato Federale che sappia essere popolare e che nelle sue articolazioni territoriali riconosca le funzioni costituzionalmente garantite dei Comuni, delle Province, e delle Regioni.
Viviamo l'autonomia locale come forma di massima libertà, esaltando la partecipazione responsabile nel rispetto del principio di sussidiarietà in quella prospettiva europea che oggi ci appartiene. Una sussidiarietà tuttavia che deve riguardare non solo le istituzioni, ma anche il rapporto tra istituzioni e società civile; ciò che può fare meglio il cittadino, singolo o associato, non deve essere fatto dalle istituzioni pubbliche.
Abbiamo vissuto la lunga stagione della diaspora che dal 1993 ha frantumato la presenza politica organizzata dei cattolici italiani e intendiamo dar vita a un’iniziativa che, partendo dal basso, sappia organizzare l’assemblea costituente e di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.
Diamo vita, dunque, ad un modello di valori e di democrazia che sappia coinvolgere tutti coloro che fanno riferimento agli ideali e ai programmi del Partito Popolare Europeo, tutti coloro che con entusiasmo e motivazione ideale intendono mettere a disposizione le propria intelligenza, capacità e professionalità per il bene comune.
E’ comune la volontà di concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico di centro: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori della dottrina sociale cristiana, inserita a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori DC e popolari: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra senza identità. Massima disponibilità a collaborare con chi assuma come programma la difesa e la completa attuazione della carta costituzionale, compresi quanti di area liberale e riformista si riconoscono crocianamente nei valori dell’umanesimo cristiano.
Chiediamo a quanti si riconoscono in questi valori e in questa proposta di sottoscrivere il documento e di partecipare attivamente alla prossima assemblea costituente nazionale di ricomposizione politica dell’area democratico cristiana e popolare che insieme convocheremo con procedure democratiche condivise dai territori in sede locale sino all’assemblea dei delegati che deciderà su nome, simbolo, programma e classe dirigente del nuovo partito.
Ettore Bonalberti – Dina Maragno- Gianfranco Rocelli –Mario Donnini- Veneto
Pasquale Tucciariello- Raffaele Libutti-Basilicata
Bruno Cassinari- Emilia Romagna
Pietro Falbo- Calabria
Mariella D’Amore- Vincenzo Drimarco-Puglia
Come si potrebbe procedere
C’è una gran voglia di un centro nuovo e diverso da quello sin qui espresso dopo la fine della prima repubblica (1948-1993) e sino ai nostri giorni. Ho raccolto nella mia cartella elettronica oltre settanta interventi di esponenti di diversi partiti, associazioni e movimenti politici che fanno riferimento, sia all’area cattolico democratica e cristiano sociale, che a quella liberal democratica e riformista socialista, tutti inneggianti all’avvio di un nuovo centro. Ho più volte sostenuto che per far decollare il nuovo centro serve, innanzi tutto, ricomporre politicamente la nostra area di riferimento democristiana e popolare sin qui frammentata e vittima di una diaspora (1993-2022) che continua tuttora. Una diaspora, molta parte della quale collegata alle diverse modeste ambizioni di personaggi interessati, soprattutto, alla loro sopravvivenza politica personale. Quella garantita sin qui dalla sistemazione nei poli di destra o di sinistra, favoriti dal bipolarismo forzato conseguente alle diverse leggi elettorali in larga misura maggioritarie: mattarellum, porcellum e rosatellum.
La nostra ricomposizione d’area può e deve favorire una più ampia federazione con parti politiche d’ispirazione liberal democratica e riformistico sociale, alternativa alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità. Il problema è come realizzare detta ricomposizione. Credo, come ho ripetuto ad abundatiam, che sarebbe inefficace e inopportuno partire dalle alleanze, ossia da una decisione che, inevitabilmente divisiva, dovrebbe, semmai, essere il risultato di una verifica di compatibilità politiche e programmatiche conseguenti anche al tipo di legge elettorale che, alla fine, sarà adottato per le prossime elezioni politiche. Non condivido quanto sostenuto dall’amico Giorgio Merlo (vedi il suo recente articolo su il domani d’Italia: centro sì, al di là della riforma elettorale- 10 Maggio 2022 ) secondo cui il centro nuovo potrà e dovrà nascere anche nel caso in cui permanesse l’attuale legge elettorale prevalentemente maggioritaria. Credo, infatti, che nell’ipotesi di un bipolarismo ancora una volta riproposto e che potrebbe avere il carattere di uno scontro tra una destra guidata dalla Meloni e una sinistra dal PD, i nostri potenziali elettori si tripartirebbero tra destra, sinistra e astensione.
Ecco perché ho scritto le ragioni della nostra scelta per una legge proporzionale alla tedesca (vedi www.ilpopolo.cloud - 9 Maggio 2022) che, last but non least, favorirebbe certamente la nostra ricomposizione, ma, soprattutto, permetterebbe di superare una situazione nella quale, col rosatellum, possono nascere certamente delle coalizioni elettorali, ma non è affatto garantita la governabilità, come verificatosi nei lunghi anni della nostra lunga e dolorosa Demodissea. Aggiungo che con questo sistema, abbiamo sin qui portato in Parlamento dei “nominati”, ligi solo ai poteri dei capi partito, e, spesso, senza alcun legame con gli elettori del loro territorio.
Se la proporzionale è, almeno secondo me, la premessa per la ricomposizione, confermo che per procedere serve definire un programma politico organizzativo all’altezza dei valori e degli interessi degli elettori che intendiamo rappresentare. Un modesto contributo al riguardo è stato da me offerto nei giorni scorsi, con la speranza che possa aprire un costruttivo confronto. Ciò che ha impedito sin qui la nostra ricomposizione è l’appartenenza alle diverse realtà politiche e associative, nelle quali alcuni ritengono di poter meglio garantirsi la sopravvivenza politica. Ora è tempo di dichiarare espressamente se siamo disponibili a un salto di qualità e a passare dall’attuale frammentazione alla ricomposizione politica e organizzativa. Abbiamo già e sin troppo accertato che con le nostre divisioni, sul piano elettorale, proporzionale o maggioritario, non si garantisce alcuno, tranne “i soliti noti”, pronti ad accasarsi nel polo più disponibile all’accoglienza, per svolgere, alla fine un ruolo subordinato e irrilevante.
Suggerirei allora di condividere un appello per un’assemblea costituente di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale italiana; documento che potrebbe essere redatto da alcune delle personalità più autorevoli di questa vasta e complessa realtà e di aprire l’adesione a tutte le cittadine e i cittadini italiani interessati al progetto. Un sistema condiviso per l’elezione di delegati provinciali e/o regionali all’assemblea costituente nazionale da parte di coloro che avessero sottoscritto il documento appello e aderito col versamento di una quota simbolica ( 5 o 10 €), favorirebbe la convocazione dell’assemblea costituente nazionale nella quale decidere insieme: programma e scelta della classe dirigente del nuovo partito. Nessuna leadership precostituita, consapevoli che molti di noi, figli della prima repubblica, hanno consumato le proprie energie e logorato la propria capacità di consenso specie tra le nuove generazioni, ma certi, che solo dal confronto libero e democratico che si potrà svolgere ai livelli territoriali provinciali e regionali, potranno emergere i nuovi leaders per l’assemblea costituente.
Solo dopo aver condiviso una proposta di programma, sarà l’assemblea costituente a decidere le possibili e più opportune alleanze che dovranno, in ogni caso, garantire la difesa e piena attuazione della Costituzione, nel rispetto dei principi essenziali della solidarietà e sussidiarietà propri dell’umanesimo cristiano.
Ettore Bonalberti
Venezia, 11 Maggio 2022
Perché la legge proporzionale
Alcuni giorni fa ho scritto dello sfarinamento progressivo delle attuali alleanze politiche: a destra con lo scontro Meloni-Salvini, a sinistra con la rottura progressiva tra PD e M5S, aggiungendo: è tempo di ritorno al proporzionale con le preferenze e di sfiducia costruttiva.
Quello della legge elettorale è un tema che si propone costantemente alla vigilia di elezioni politiche, quasi che la crisi di sistema vissuto dall’Italia si possa risolvere col mutamento delle regole elettorali. Certo, dal mattarellum al porcellum e sino al rosatellum, sono stati numerosi i tentativi di trovare soluzioni, in ogni caso sempre corrispondenti agli interessi delle maggioranze di governo e parlamentari che hanno deciso di adottarle. Non sempre ai propositi hanno corrisposto i risultati. Ci aveva provato senza successo anche De Mita che, in odio a Forlani e a Craxi, sostenne lo sciagurato referendum Segni (1991), con cui si scelse di abbandonare il sistema elettorale proporzionale, avviando la lunga stagione del maggioritario che ha caratterizzato e favorito il passaggio dalla prima alla seconda repubblica e sino alla consumazione di quest’ultima.
Un Parlamento alla fine è risultato costituito da “nominati” (grazie a una legge elettorale, il rosatellum, rivelatasi inadeguata) che, in questa legislatura, hanno dato vita a oltre duecento cambi di casacca: un’autentica propensione al peggior trasformismo parlamentare, finendo col dimostrare che il bipolarismo forzato all’italiana non è in grado di garantire la governabilità. Si possono costituire dei comitati elettorali che il bipolarismo, anziché ridurli a due, ha moltiplicato progressivamente, ma essi non garantiscono stabilità di governo. Ecco perché, anche stavolta, alla vigilia delle prossime elezioni, è utile e opportuno cambiare la legge elettorale.
Nella vicenda dell’ultimo voto per l’elezione del presidente della Repubblica era riemerso il tema del semi presidenzialismo, che taluni intendevano introdurre per via surrettizia, come annunciò il ministro Giorgetti, o altri, più esplicitamente, quale obiettivo politico privilegiato, come la destra di Fratelli d’Italia. E’ evidente che la natura costituzionale rigida della nostra Repubblica non potrebbe sopportare la semplice modifica del sistema di elezione presidenziale, senza una riscrittura totale della nostra Costituzione; riscrittura che solo un’assemblea costituente potrebbe compiere. Su tale questione ha espresso giudizi esemplari l’amico On Giorgio Pizzol in un articolo pubblicato su www.ilpopolo.cloud il 3 ottobre 2021: “la nostra è una Costituzione democratica “pura” ed esige una legge proporzionale “pura”.
E continuava: “ a rafforzare la conclusione sopra esposta aggiungeremo che l’articolo 49 della Costituzione dice: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.” Il senso dell’articolo è intuitivo. Lo riassumeremo così. Ogni partito ha diritto di essere rappresentato in parlamento in proporzione esatta dei voti che riesce ad ottenere dagli elettori. In questo momento, con un Parlamento di soli 600 membri, una legge proporzionale pura è indispensabile per conservare la democrazia rappresentativa come prevista dagli articoli della Costituzione sopra citati”.
E’, dunque, evidente, come il tema della legge elettorale, stante la scadenza delle politiche del 2023, non si possa più eludere o rinviare e, infatti, è entrato a pieno titolo nell’agenda politica italiana insieme ai tanti e ancor più decisivi temi che l’Italia deve affrontare in questa difficile congiuntura interna e internazionale.
Perché scegliere un modello di legge elettorale “ alla tedesca”?
La storia italiana, com’è noto, si è svolta secondo schemi assai simili a quelli della storia tedesca e, alla luce di ciò che è accaduto e accade in Europa, non possiamo che ribadire come la scelta per il modello elettorale tedesco della legge elettorale proporzionale con sbarramento, utilizzo delle preferenze e istituto della sfiducia costruttiva, sia il più coerente con essa. Proporre come da taluni partiti ed esponenti politici ancor oggi sostengono, sistemi derivati dalle esperienze francesi o inglesi, significa forzare una realtà storico culturale e politica come quella italiana, che, similmente alla storia politica tedesca, ha avuto sviluppi diversi da quei Paesi europei caratterizzati dal fattore unificante e accentratore delle loro grandi monarchie nazionali. Uno sviluppo capitalistico concentrato nel tempo e nello spazio, la nascita di partiti di sinistra prima ancora dei sindacati, in Italia come nella Germania, hanno accompagnato un processo di unificazione nazionale che, in Germania si è svolto sotto la guida di Bismarck e della Prussia, e in Italia, quella di Cavour e del Regno piemontese, impegnati entrambi a mettere insieme le diverse e conflittuali realtà territoriali. Un processo che in Germania, dopo la tragica esperienza hitleriana, e il ritorno alla democrazia, ha assunto il carattere di una struttura federale ad ampia autonomia dei Landers, mentre in Italia, dopo l’accentramento imposto sul modello piemontese post risorgimentale, il sistema regionale si poté compiere solo nel 1970 con l’avvento del sistema frammentato delle attuali regioni.
Resta il fatto che la Germania col suo sistema elettorale di tipo proporzionale con sbarramento e l’istituto della sfiducia costruttiva è riuscita a garantirsi governi stabili, sia prima che dopo la riunificazione compiuta dal cancelliere Kohl, sperimentando per lunghi tratti coalizioni unitarie e di ampia convergenza politica. Anche noi italiani dovremmo prendere a modello il sistema elettorale tedesco, tanto più che il sistema elettorale è quello sotteso alla stessa costruzione istituzionale indicata dalla Carta fondamentale. Legge elettorale e Carta costituzionale sono strettamente collegate e la difesa di quest’ultima deve essere sostenuta da un sistema elettorale coerente. Ovviamente e al fine di evitare la scelta dei “nominati” attuali nelle liste bloccate del rosatellum, con la legge elettorale dovrà essere re introdotto il sistema delle preferenze che offrono agli elettori la possibilità di indicare le loro scelte e decidere gli “eletti”. Importante, infine, l’istituto della sfiducia costruttiva: nessun governo può essere sfiduciato in assenza di una maggioranza parlamentare alternativa. Last but non least, almeno per noi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, la legge proporzionale con sbarramento, come più volte evidenziato in diversi miei articoli e dell’amico Giorgio Merlo, è essenziale per il nostro progetto di ricomposizione politica, salvo che non si voglia continuare una suicida diaspora senza prospettive. Ecco perché sottoscriviamo in toto quanto hanno scritto nel loro “ Manifesto Appello per la riforma elettorale in senso proporzionale” il gruppo dei “ Riformisti per davvero” ( www.ildomaniditalia.eu, 17 Febbraio 2022) augurandoci che governo e Parlamento decidano per la proporzionale .
Ettore Bonalberti
Venezia, 9 Maggio 2022
Alcune idee di programma
Se intendiamo concorrere al progetto di ricomposizione politica dell’area cattolico
democratica e cristiano sociale, come ho più volte evidenziato, serve condividere alcune idee di programma. Un progetto che potrebbe essere sviluppato con metodo top down ( dall’alto in basso) oppure bottom up ( dal basso in alto). Quanto al primo, a me pare non ci siano, almeno sinora, indicazioni operative da parte delle diverse realtà che appartengono alla nostra area, così come, nonostante alcuni tentativi compiuti, siamo ben lontani da quel tempo in cui i nostri padri fondatori seppero promuovere il progetto dei democratici cristiani per l’Italia del dopoguerra. Gli anni delle “Idee ricostruttive” di Alcide De Gasperi e del Codice di Camaldoli.
Ecco perché, con l’aiuto di alcuni docenti dell’università di Padova, esperti in metodologia delle scienze sociali, abbiamo predisposto un questionario che, nei prossimi giorni utilizzeremo con un vasto campione, per raccogliere dal territorio le attese dei nostri amici e potenziali elettori di area.
Da parte mia è da diverso tempo che discuto da “osservatore partecipante” sulle condizioni culturali, sociali, economiche e politico istituzionali dell’Italia e sulle scelte, a mio parere, più opportune per corrispondere alle attese, soprattutto, del terzo stato produttivo e dei ceti popolari, in coerenza con i loro interessi e valori e una visione propria dell’umanesimo cristiano. In attesa di conoscere ciò che emergerà dai risultati della ricerca sociologica più approfondita di cui al questionario annunciato, mi permetto di offrire agli amici interessati/bili alcune idee per il programma da cui partire per il progetto della nostra ricomposizione politica. In estrema sintesi:
1. Riconferma della nostra storica alleanza europeista e occidentale, con l’impegno a costruire un’Unione europea di tipo federale, che sappia superare i limiti e le contraddizioni del patto di Maastricht e del sistema delle decisioni all’unanimità, e che, specie dopo questa tragica vicenda della guerra russo-ucraina, sappia organizzare una propria force de frappe in alleanza con la NATO;
2. Conferma della costituzione repubblicana, piccoli adeguamenti a garanzia dell’elettore/cittadino, nuovo rapporto Stato/Regioni con funzioni solo nazionali e autonomia per tutti, da nord a sud, a gradi con verifiche pattuite per delega; più attenzione, sanzioni certe e controlli degli atti pubblici;
3. Stato più efficiente, meno costoso, semplificazione ministeri, massima digitalizzazione; dipendente pubblico un esempio positivo per il privato; meno dirigenti, più responsabilità, più stipendio; riduzione dei passaggi; libertà di accesso e autocertificazioni, ma controlli severi immediati sanzioni certe a valle; no flattax lineare, ma tasse più imposte sempre proporzionali al reddito familiare, ISEE per tutto su base biennale; una sola Camera legislativa; un Senato per alte questioni; meno regioni e più Macroregioni; Province più efficaci di aggregazione; Comuni confinanti aggregati, minimo 3000 abitanti per comune, massimo 4 fusioni;
4. Ambiente clima come primario obiettivo salute; contatti con associazioni propositive e con soluzioni; niente barricate, ma progetti concreti urbani; puntare al 100% di mezzi pubblici non inquinanti; uffici pubblici tutti con utenze non inquinanti da scuole a comuni; fotovoltaico solo su tetti e aree già cementate; recupero ovunque acqua piovana, più bacini; solo pompe di calore e solo auto in garage per nuove costruzioni;
5. Programma di politica attiva del lavoro non slegato da riforme fiscali e del cuneo contributivo, oltre che con l’inserimento di una pensione autonoma integrativa legata a quella previdenziale pubblica; uguaglianza contrattuale e stipendi uomini donne, di genere, pubblici e privati; normare contratti regionali e specialistici; governare le differenze fra imprese piccole e grandi; regime fiscale plusvalenze grandi imprese; modello scolastico performante il lavoro; per certi aspetti fiscali e tributari il lavoro del politico equiparato agli altri; diritti e doveri hanno lo stesso peso sociale e civile;
6. Riduzione perequazione sociale reddituale; reddito sociale minimo dopo severi controlli individuali e di famiglia un ISEE per tutto (anche per diversi pagamenti); assegnazione lavori di pubblica utilità servizio assistenza a chi percepisce un reddito vitale; ripristinare a scuola l’educazione civica e morale e inclusione; tariffe e canoni in base al reddito; reddito in base al ricavo lordo per tutti i lavoratori; sanità scuola lavoro sono le uniche voci dello Stato (non delle macroregioni) che possono essere in rosso o possono creare debito pubblico; più controlli preventivi e a valle con più forze dell’ordine per strada in luoghi pubblici;
7. Famiglia prima figura sociale di educazione formazione, base essenziale della società, da difendere e promuovere per le sue funzioni e aspetti personali e sociali
8. Valorizzazione dei corpi intermedi, indispensabili per un’autentica politica ispirata dai principi della solidarietà e sussidiarietà
9. Europa sempre, ma meno burocrazia e costi fissi; più perequazione su certi temi: una difesa unica; ufficio unico per affari esteri; fiscalità e tributi uguali in area euro in proporzione produttività e redditività netta; tasse e imposte uguali per tutte le major del web, energia, farmaceutica; contratti strategici unici; difesa della qualità a tavola; lealtà e rispetto degli asset singolo paese; condivisione surplus finanziari;
10. Predisporre un piano nazionale industriale che manca da 40 anni partendo dagli asset pubblici-privati e quelli privati (turismo, alimentazione, porti, meccatronica, acciaio …) inalienabili, che siano reddituali o almeno autosufficienti; e anche un piano nazionale agroalimentare che sia ambientale e strategico per le nuove generazioni;
11. Predisporre un piano economico nazionale sociale-civile-vitale legato alla sussidiarietà attiva, sociale, civile, sussidiaria ecologica e ambientale, deve essere prioritaria in ogni esercizio e campo al posto di quella solo monetaria e solo finanziaria, ritorno alla economia reale in certi settori, chiudere le delocalizzazioni d’imprese, controllo e tassazione delle mega rendite anche finanziarie e della gestione patrimoni e assicurazioni da reinvestire nel sociale transizione ecologica,
12. Grande progetto integrato da più funzioni per i 2/3 del territorio italiano montano/collinare più vulnerabile, svantaggiato, difficile, abbandonato che può crollare a valle, ma anche premiato e autentico patrimonio culturale paesaggistico nazionale che ha in se già milioni di posti di lavoro e fare in modo che ritornino gli occupati a fare impresa e servizi, dalle scuole ai pronto soccorso, dalle regimazioni idrauliche all’antropologia di servizio;
13. Giustizia a misura del cittadino e non del magistrato; veloce, certo, equo; separazione drastica delle carriere; autogoverno magistrati composto da meno membri più laici e meno togati, non attivi; eliminare legame amministrativo legale fra politico e magistrato; nessun rientro di carriera chi fa il politico; sanzioni esemplari per fuga di notizie e veline di atti processuali di chiunque; carriere certificate con parametri pubblici; nuovo processo penale, carceri più vivibili, più sanzioni amministrative e servizi sociali al posto delle pene lievi, certezza assoluta e nessuna discrezionalità della sentenza definitiva per i reati gravi
Tutto ciò avendo consapevolezza, che ciò che ci aspetta dopo la fine della sanguinosa guerra di aggressione russa all’Ucraina, sarà particolarmente oneroso per le famiglie e le imprese, permanendo l’esigenza di trovare le alternative alla nostra attuale dipendenza energetica al gas e al petrolio russo, incrementando l’utilizzo delle energie alternative e delle disponibilità di gas del nostro territorio, nuove fonti di approvvigionamento internazionali, accanto allo sviluppo delle nuove tecnologie dell’idrogeno e del nucleare.
Prioritarie restano da risolvere con estrema urgenza: la ricostruzione della Sanità pubblica, la digitalizzazione del Paese, l’edilizia scolastica, la conversione energetica, la sicurezza idrogeologica del territorio. Suggerisco, infine, quanto ho già avuto occasione di esporre, ossia che per un’autentica ed efficace politica riformatrice tale da contrastare e battere lo strapotere della finanza che ha sin qui reso subalterne ai propri obiettivi sia l’economia reale che la stessa politica, sia indispensabile compiere le seguenti scelte di politica economica finanziaria:
1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle
della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti
elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio
1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992)
2. Controllo Statale sulla raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie
assicurative statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini
3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna,
Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano al fine che lo Stato
italiano abbia, con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82
del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare
per impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e
usura bancaria.
4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n.
385/1993):
5. SEPARAZIONE TRA BANCHE DI PRESTITO (loan bank) e BANCHE SPECULATIVE (investment bank) : abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo. Automatica re-introduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London e sede fiscale a tassazione zero nello stato USA del Delaware)
6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il
pubblico
7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna,
Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale
85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori
petroliferi kazari.
8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in
prestito di titoli inesistenti per es. di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e
di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società
italiane quotate alla borsa di Milano.
9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia)
10. Conferire il potere ISPETTIVO sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello
di vigilanza
11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo
indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di compiere ispezioni in
materia finanziaria, in materia di borsa.
12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano
Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18 febbraio 1992
firmato da Mario Draghi)
13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul tasso
14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito
15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di
ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero
tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso
medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto
cliente
17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB
18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile
sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività,
obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso
d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica
prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3
immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni
immobiliari e nella sezione fallimentare.
Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3
immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri
immobiliari e quali procuratori per le banche nelle esecuzioni immobiliari e nel custode e
nel notaio delle esecuzioni immobiliari
20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti
speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la
prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il
controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano
21. Obbligo di almeno cinque Parlamentari di ogni forza politica di partecipare all’
Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di
maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute
del paese.
Spero che questi miei contributi possano servire ad avviare un proficuo dibattito, dal quale si possa giungere a un possibile accordo sul programma, indispensabile pre condizione per gli sviluppi politico organizzativi successivi.
Ettore Bonalberti
Venezia, 5 Maggio 2022
Che fare?
Parafrasando il celebre saggio di Lenin, con cui il leader sovietico delineò l’organizzazione e la strategia rivoluzionaria del suo partito, credo sia giunto il tempo di tentare di delineare come potremmo e/o dovremmo procedere chi, come molti di noi, si sentono di appartenere a quel vasto e articolato fiume carsico dell’area politica cattolico democratica e cristiano sociale.
Sono oltre vent’anni che ci proviamo, un tempo nel quale sono prevalsi sin qui le ambizioni e i tentativi di sopravvivenza di molti amici combattenti e reduci della “Prima Repubblica”, i quali, finita politicamente l’esperienza della DC, scelsero di appartenere “al nuovo che avrebbe dovuto avanzare”: chi a destra e chi a sinistra e quanti, come il sottoscritto, hanno tentato di dare attuazione pratica e politica alla sentenza della Cassazione n. 25999 del 23.12.2010, secondo cui: la DC non è mai stata giuridicamente sciolta.
Tentativo avviato nel 2011, concretizzato nel 2012 col XIX congresso nazionale convocato dal consiglio nazionale del partito autoconvocatosi a norma di statuto, nel quale congresso venne eletto alla segreteria del partito Gianni Fontana, così come nel XX Congresso nazionale dell’Ottobre 2018, eleggemmo segretario, l’attuale Renato Grassi.
Dobbiamo riconoscere onestamente che non siamo stati capaci di raggiungere l’obiettivo originario, nonostante il coraggioso ultimo tentativo della Federazione Popolare DC promosso dall’amico Gargani, tenendo presente il permanere della questione dello storico simbolo scudocrociato, utilizzato come sicura rendita di posizione personale dagli eredi di Casini e Follini dell’UDC, finiti dal Pdl al PD, con Cesa, vittima del predominio del padovano De Poli, al ruolo di reggicoda della destra veneta di Galan prima e della lega salviniana attuale. Una posizione che, con quella di Rotondi, sempre organico al Cavaliere, ha di fatto reso impraticabile il disegno di Gargani e di altri amici ( Tassone, Eufemi, Gemelli….) della Federazione Popolare. Sono stati dieci anni (2012-2022) nei quali alla ricomposizione ha continuato a perpetuarsi la diaspora che tuttora persiste, accentuata dai velleitari tentativi di altri personaggi minori, capaci solo di amplificare la confusione di un’eterna “ Demodissea” DC. Tutto ciò in un Paese caratterizzato dal prevalere di una condizione etica, culturale, sociale ed economica di anomia ( assenza di regole, discrepanza tra mezzi e fini, venir meno del ruolo dei gruppi sociali intermedi), vittima di una crisi di sistema che si esprime nel forte astensionismo elettorale ( quasi il 50%) e con molta parte delle diverse componenti del sistema sociale, in primis quelle del terzo stato produttivo e delle classi popolari, alla ricerca di un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla destra nazionalista, ai diversi populismi e a una sinistra tuttora alla ricerca di una propria identità nell’età della globalizzazione. Trattasi della ricerca di un nuovo equilibrio politico, tanto più necessario in questo tempo caratterizzato dalla tragica guerra russo ucraina, destinata a mettere a soqquadro gli equilibri che avevano retto l’Europa e il mondo da Yalta (4-11 Febbraio1945) e dalla nascita dell’OCSE, dopo la conferenza di Helsinki del 1975.
Credo che, a qualunque partito, gruppo o movimento si appartenga, siamo tutti convinti che la premessa per un processo di ricomposizione politica della nostra area sia costituita dall’approvazione di una legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento e introduzione del sistema delle preferenze e dell’istituto della sfiducia costruttiva.
In secondo luogo, si fa sempre più condivisa l’opinione che, prima di dividersi sul tema delle alleanze, sia indispensabile concordare una piattaforma programmatica che, come nei tempi migliori della storia politica dei cattolici ( Idee ricostruttive di De Gasperi e Codice di Camaldoli) sia in grado di intercettare i bisogni emergenti soprattutto dalle classi popolari e dai ceti medi produttivi, dalla saldatura degli interessi e dei valori dei quali, dipende la tenuta stessa del sistema sociale, politico e istituzionale del Paese.
Quanto al tema del programma tenterò in un prossimo articolo di proporre alcune idee, anticipando che, con un gruppo di esperti dell’Università di Padova, stiamo redigendo un questionario con il quale ci proponiamo di raccogliere con metodo bottom up le richieste prevalenti esistenti tra i nostri potenziale elettori nelle diverse realtà italiane.
Concordata la proposta di programma, si potranno definire le regole per la convocazione di un’assemblea nazionale costituente del nuovo centro democratico, popolare, liberale e riformista, nel quale potrà riconoscersi la maggioranza del popolo italiano. Solo allora, dalla volontà della base, sarà decisa la nuova classe dirigente da proporre alla guida del partito e al giudizio degli elettori.
Ettore Bonalberti
Venezia, 28 Aprile 2022
Al di là della nostalgia
Seguo sempre con interesse le note politiche dell’amico Giorgio Merlo il quale è intervenuto ieri, 8 Aprile, su Il Domani d’Italia, con un articolo dal titolo emblematico: La DC e chi la voterebbe ancora. Da un lato Merlo sostiene che la DC va archiviata come “fatto storico” e “prodotto politico”, dall’altra, citando una recente ricerca Ipsos su come votano oggi i cittadini che nel 1992 scelsero la DC, costata come quegli elettori si siano divisi tra Fratelli d’Italia e il PD. Conclude, tuttavia, che “la storia e l’esperienza della Democrazia Cristiana continuano ad essere attuali ed importanti. E quella politica e quel modo d’essere nella politica chiedono ancora di essere rappresentati e di essere interpretati nella società contemporanea. Piaccia o non piaccia ai populisti e ai sovranisti di turno”.
A me pare una lettura insufficiente della complessa realtà venutasi a creare dopo la fine politica del partito che ha rappresentato l’architrave del sistema italiano per oltre quarant’anni. Anche le conclusioni Ipsos sull’attuale tendenza elettorale degli ex DC non tiene conto che, dal 1993 in poi, il voto degli ex DC si sono divisi tra la nuova esperienza del movimento partito del Cavaliere, Forza Italia, che, grazie agli amici Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, scelse di aderire al PPE; quella della Margherita e poi del PD, insieme alla frastagliata serie di cespugli che, a diverso titolo, si rifanno alla DC. Questi ultimi sono il risultato della dolorosa diaspora DC ( 1993-2022) tuttora in corso.
Avendo attivato insieme a Silvio Lega e con il contributo di amici, tra i quali determinante il ruolo svolto presso ministero degli Interni e sentenze dei tribunali, da Leo Pellegrino, l’autoconvocazione del CN della DC fu fatta nel 2012 per dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui: la DC non è mai stata giuridicamente sciolta, trovo ingenerosa e superficiale e insufficiente la lettura di quegli avvenimenti e dei suoi esiti. Ho scritto su questa triste vicenda il mio ultimo libro: DEMODISSEA, la Democrazia cristiana nella stagione della diaspora ( 1993-2020) edizioni Il Libro, nel quale testimonio da “osservatore partecipante” i travagli vissuti per il tentativo di ricomporre politicamente la Democrazia Cristiana.
Tentativo svolto con la segreteria di Gianni Fontana prima e di Renato Grassi, attuale segretario politico, mentre sono sorti tanti cespugli di pseudo aspiranti leader democratico cristiani. Una dispersione suicida che si è tentato, anche qui con enormi difficoltà, di superare con la Federazione DC e Popolare coordinata da Giuseppe Gargani.
Seguo quotidianamente le note su facebook e whatsapp di Insieme guidata da Giancarlo Infante e degli amici DC di Giulio Andreotti, come le diatribe dai risvolti tragicomici di altri “personaggetti”, per sottolineare come tra nostalgia e vacui velleitarismi non mancano i tentativi di costruire un’offerta politica in linea con la nostra migliore tradizione. Ho accolto con molto interesse le conclusioni del convegno di Viterbo su De Gasperi e il documento finale : “Boarding card- Idee ricostruttive oggi”. Anche qui non è la nostalgia ma una visione realistica della politica. Essenziale resta l’esigenza di ricomporre quanto oggi è ancora frammentato. Si tratta di tenere conto, da un lato, della struttura socio economica e culturale dell’Italia, nell’età della globalizzazione, e, dall’altra, delle esortazioni provenienti dalla Chiesa come quella espressa dal card Bassetti in un’ intervista al Corsera (9 Novembre 2019): “È necessaria una nuova presenza di cattolici in politica. Una nuova presenza che non implica solo nuovi volti nelle campagne elettorali, ma principalmente nuovi metodi che permettano di forgiare alternative che contemporaneamente siano critiche e costruttive” che riprende quanto a più riprese ha affermato Papa Francesco.
Con la mia teoria, definita euristicamente, dei “quattro stati”: la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non Stato, ho tentato di rappresentare sociologicamente l’attuale complessa composizione sociale italiana, caratterizzata da interesse e valori diversi e in taluni casi contrapposti, che richiedono risposte ispirate, oggi come nelle fasi precedenti della rivoluzione industriale, dalla dottrina sociale cristiana.
Siamo, dunque, alla presenza di una domanda, soprattutto del terzo stato produttivo e dei diversamente tutelati, che non trova nell’attuale assetto politico del Paese, un’offerta politica che sta riducendosi a un tripolarismo forzato tra destra guidata da Fratelli d’Italia, PD e M5S.
Si deve uscire da questo trilemma dal quale le formule di governo sin qui prodotte sono prevalenti quelle guidate da personalità di natura tecnica, espressione di una crisi politica che sta sempre più caratterizzandosi come crisi di sistema . Una situazione aggravatasi con la pandemia prima e con l’attuale guerra russo-ucraina, destinata a mutare l’intero assetto geopolitico europeo e mondiale.
Sono convinto che in tale contesto serve attivare un forte centro democratico, popolare, liberale e riformista, europeista e occidentale, alternativo alla destra nazionalista e distinto e distante dalla sinistra alla faticosa ricerca della propria identità. Un centro nel quale andrebbero ricomposte tutte le fratture esistenti nel campo degli ex DC, aperto alla collaborazione con le culture liberal democratiche e riformiste socialiste, per il quale la DC di Grassi e la Federazione Popolare DC, insieme alle altre realtà di ispirazione popolare, cattolico democratica e cristiano sociale, sono tutte impegnate.
Servirà, innanzi tutto, definire un programma all’altezza dei bisogni del terzo stato produttivo e delle classi popolari presenti tra i diversamente tutelati, per garantire quella saldatura tra ceti medi e classi popolari che è stato il ruolo storico politico sociale e istituzionale più importante della DC di Gasperi, Fanfani, Moro, sino all’ultimo esperienza di Martinazzoli.
Su questi fondamentali, anche con la DC di Grassi e la Federazione Popolare e dei DC, siamo tutti coinvolti e ci auguriamo di ricomporci al centro con quanti intendono impegnarsi per un’area politico culturale e sociale di cattolici democratici e cristiano sociali, ispirata dai valori della dottrina sociale cristiana. Non di nostalgie regressive, dunque, si tratta, ma della volontà di offrire ancora una volta alla società italiana una proposta politica che adesso, ahinoi, non esiste.
Ettore Bonalberti
Venezia, 9 Aprile 2022
Ricomponiamoci per un’alleanza euro-atlantica
Il prossimo election day del 12 Giugno, scade in un momento particolarmente difficile della situazione internazionale per la guerra russo-ucraina e le sue drammatiche e dolorose conseguenze, non solo interne all’Ucraina, ma per la stessa Unione europea e per l’Italia.
In tale quadro caratterizzato dal venir meno della compattezza dei partiti della maggioranza, interessati a ritagliarsi un ruolo autonomo e attivo in previsione delle politiche del 2023, considerate le difficoltà sin qui incontrate dal processo di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, credo sia opportuno ripartire dal basso, dai territori in cui si svolgeranno le prossime elezioni amministrative.
Ho scritto, al riguardo: per l’election day del 12 Giugno proviamo a far partire dai territori interessati, la formazione di liste unitarie di cattolici democratici e cristiano sociali, ispirati dai valori del popolarismo, alternativi alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità? Liste di cattolici democratici che sappiano affermare i valori patriottici e solidaristici che nazionalisti e reduci di sinistra non sanno più portare avanti in modo credibile.
Il M5S che, dopo il voto del 2018, è ancora il partito di maggioranza relativa in parlamento, con le ultime prese di posizione del riconfermato leader, Giuseppe Conte, ha introdotto elementi di forte instabilità, proprio sul tema della politica estera che è sempre stato uno dei capisaldi della strategia politica italiana.
La scelta del Patto Atlantico compiuta dalla DC di De Gasperi, non senza difficoltà interne al partito, con quella dell’Unione europea, costituirà uno dei fondamentali della politica italiana, entrambi sempre difesi negli oltre quarant’anni di egemonia-dominio della DC alla guida dei governi, insieme alle altre componenti di area liberal democratica e socialista con cui abbiamo condiviso la responsabilità di governo ( 1948- 1993).
La guerra russo ucraina ha fatto riemergere uno scontro tra movimenti e partiti schierati più nettamente a sostegno, anche militare, dell’Ucraina, con altri, minoritari, legati più o meno esplicitamente alla Russia putiniana. Una guerra destinata a sconvolgere i vecchi equilibri internazionali fissati a Yalta e all’illusione di un’egemonia esclusiva americana, dopo il crollo del muro di Berlino, sta rivelando la realtà di un multipolarismo che, superando il vecchio conflitto della guerra fredda URSS-NATO, deve fare i conti non solo con l’aspirazione imperialistica putiniana, ma con il nuovo “secolo asiatico” interpretato da India e Cina con gli altri stati dell’estremo oriente del pianeta. E’ in questo nuovo scenario che la politica italiana deve fare i conti, con un partito di maggioranza relativa da qualche tempo in fase di seria frammentazione sul piano parlamentare e, sempre più ondivago su quello delle scelte strategiche, come quella in materia di fedeltà ai patti internazionali sottoscritti. Atteggiamenti e comportamenti come quelli di Giuseppe Conte e del presidente cinque stelle della commissione esteri del Senato, Petrocelli, minano fortemente la credibilità dell’Italia con i propri alleati occidentali. Quest’altalenante comportamento grillino dimostra che il movimento del “vaffa” può sicuramente raccogliere, come nel 2018, il voto del disagio e del qualunquismo sempre latente tra gli elettori italiani, ma, difficilmente, consente di guidare il governo del Paese. Di qui la necessità di ricomporre un’area politica di ispirazione popolare in grado di raccogliere il consenso di una parte importante dell’elettorato italiano e capace di allearsi con le componenti di area liberal democratica e riformista, alle prossime elezioni politiche del 2023, per dar vita a una forte intesa euro atlantica a sostegno della leadership di Mario Draghi. Le elezioni amministrative del 12 Giugno sono, quindi, l’occasione utile e opportuna per avviare proprio dai territori interessati, il processo-progetto della nostra ricomposizione politica. Non c’è più tempo e spazio per i rinvii o, peggio, per i piccoli cabotaggi delle ambizioni personali dei soliti noti.
Ettore Bonalberti
Venezia, 1 Aprile 2022
Tra fede e responsabilità politica
Della guerra russo ucraina su un dato di fatto indiscutibile ritengo siamo tutti d’accordo: Putin è l’invasore e l’Ucraina la vittima. Sui modi per concorrere alla pace le posizioni sono molto diverse, anche se prevale la dicotomia tra quanti intendono sostenere militarmente i resistenti e quanti si professano pacifisti senza se e senza ma.
Fedele alla nostra storica tradizione democratico cristiana a sostegno dell’ Unione europea e dell’alleanza atlantica, mi sono fin dall’inizio schierato tra coloro che hanno scelto la linea del governo Draghi, coerente con la fedeltà ai nostri trattati comunitari e della NATO.
Dopo il netto pronunciamento di ieri di Papa Francesco contro i governi che hanno deliberato l’aumento delle spese militari al 2%, come da molto tempo richiede la NATO, vivo un serio imbarazzo.
Che fare allora per aiutare i resistenti valorosissimi dell’Ucraina, novelli Davide contro il gigante russo Golia? Oltre alle sanzioni che UE e USA hanno stabilito in forme assolutamente inedite e ampie, o si aiutano inviando loro armi e munizioni tenendo conto della superiorità incommensurabile tra le dotazioni dei due contendenti, o si ricorre alle rogazioni e alle marce per la pace che dovrebbero favorire la diplomazia.
Papa Francesco si è nettamente dichiarato per queste ultime opzioni, dopo che il segretario di Stato, card Parolin, aveva ammesso la legittimità della difesa operata dagli ucraini vittime dell’occupazione putiniana e del loro sostegno anche militare. Comprendo e condivido il richiamo al vangelo di Luca che avrebbe consigliato al presidente Zelensky di fare bene i conti prima di decidere di sostenere l’impraticabile scontro, così come, ovviamente, quello di Papa Francesco ispirato ai valori fondamentali della nostra fede cristiana. Ricordo anche la nostra Costituzione che all’art. 11 stabilisce: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, anche se all’art.52 pone la difesa della patria quale “sacro dovere”. Un dovere che non vale solo per noi, ma anche per i valorosi resistenti ucraini.
Furono temi molto dibattuti all’assemblea costituente, resi drammaticamente attuali da questa infame guerra. Nella difficilissima possibile azione diplomatica richiesta alla Santa Sede, dallo stesso presidente ucraino, è ragionevole ritenere che la netta presa di posizione neutrale di Papa Francesco serva anche a favorire tale opportunità, resa tanto più difficile dopo che la chiesa ortodossa russa, divisa dall’altra chiesa di Kiev, si è posta come sostegno morale e culturale al dominio putiniano della Russia.
Noi cattolici, siamo di fronte al permanente dilemma: come restare fedeli agli orientamenti pastorali della Chiesa e alle nostre responsabilità politiche, che discendono dalla nostra azione autonoma e pienamente responsabile di laici impegnati nella “città dell’uomo”.
Se da un lato, non possiamo che accogliere con rispetto le indicazioni del Pontefice, coerenti con i fondamentali della nostra dottrina sociale e per noi degli insegnamenti sturziani in materia, dall’altro, dobbiamo essere rispettosi degli impegni che derivano all’Italia dalla sua partecipazione all’Unione europea e alla NATO. NATO e UE sono due scelte che appartengono alla storia, compiute da governi a guida DC e hanno costituito le fondamenta della politica estera dell’Italia dal secondo dopoguerra sino ad oggi, a parte la triste caduta russo cinese del governo giallo-verde di Conte e Salvini. Sappiamo che, comunque finisca questa tragica guerra, non saranno più gli equilibri di Yalta a sopravvivere. Essi, infatti, sono stati fatti saltare da questa scelta scellerata di Putin, contraria a ogni regola e principio di diritto internazionale. Esistono molti motivi per i quali noi cattolici democratici e cristiano sociali siamo critici con l’Occidente dell’età della globalizzazione. Superato il principio del NOMA ( Non Overlapping Magisteriae) non possiamo condividere una situazione nella quale politica ed economia reale sono ridotte al ruolo servente del potere dei gruppi finanziari dominanti; così come non possiamo condividere il prevalere di un relativismo morale che intende sconvolgere i più elementari diritti naturali su cui si fonda tutta la nostra eredità morale, culturale e sociale, elevando a diritto ogni desiderio individuale. Non possiamo accettare, a forziori, che l'8% della popolazione mondiale che detiene il 90% delle risorse del pianeta giochi a fare la guerra Sappiamo anche, però, che non potremo mai rinunciare ai valori di democrazia, giustizia e libertà che, insieme alle altre culture di ispirazione democratica, laica e liberale abbiamo contribuito a iscrivere nel patto costituzionale. C’eravamo illusi con il nostro Beato Giorgio La Pira, che, nell’età nucleare, non valesse più il principio: si vis pacem para bellum. Putin sta dimostrando che questo non solo è possibile, ma è disponibile ad andare avanti sino alla fine; sino, cioè, a quella che sarebbe la fine del mondo. Non sono tempi di scelte facili, specie per noi cattolici divisi tra fede e realismo politico, eppure, come ci ammoniva Aldo Moro: questo è il tempo che c’è dato di vivere. Parteciperemo a preghiere e alle marce della pace, non mancando, però, di sostenere gli impegni internazionali del Paese e contiamo fiduciosi sul ruolo che il Santo Padre potrà assumere per por fine a questo immane massacro.
Ettore Bonalberti
Venezia, 25 Marzo 2022
Movimenti sparsi d’area
Con l’avvio della primavera sono annunciati diversi movimenti dell’area politico culturale cattolico democratica e cristiano sociale. Sono iniziative che il mitico Gianni Brera, da un punto di vista calcistico, descriverebbe come quelli della fase della partita dei “mena torrone”, ossia di una melina improduttiva di centro campo senza finalizzazione efficiente ed efficace. Gli amici siciliani, meglio la definirebbero come un esempio pratico del verbo “annacare” che, come mi spiegò un giorno Leoluca Orlando, significherebbe : il massimo di movimento col minimo spostamento. In definitiva, stiamo assistendo alla ripresa di iniziative sparse e ancora una volta senza alcun collegamento tra di loro.
Probabilmente la più interessante è quella del movimento/partito di Insieme, che annuncia una proposta programmatica condivisibile, ma ancora sostenuta dall’idea dell’autosufficienza; anzi dell’ambizione di assumere un ruolo guida autonomo, reso tuttavia, incerto dalle stesse difficoltà di conservazione dell’unità all’interno della stessa esperienza politica.
Anche Gianfranco Rotondi, che ho più volte definito: “ il miglior fico del bigoncio”, annuncia la convocazione addirittura di un congresso nazionale del suo nuovo movimento-partito, Verde è Popolare. Trattasi di un progetto che, avviato un anno fa, intende mettere insieme quanti, cattolici e laici si ritrovano sugli orientamenti pastorali della “ Laudato SI”. Un progetto che deve scontare, da un lato, la permanenza mai messa in discussione del leader irpino tra i fedelissimi del Cavaliere e, dall’altra, le scelte dell’articolata realtà dei verdi italiana, pressoché unitariamente orientata a sinistra. Come possa riuscire a combinare questo difficile rebus, pur in una fase politica caratterizzata dal diffuso trasformismo, solo il tempo ci darà conto del suo esito.
Nella scompaginata area dei diversi attori e movimenti post diaspora DC, spetta alla DC guidata da Renato Grassi, sin qui l’unica legittimata da sentenze del tribunale romano, compiere il miracolo di una ricomposizione, dovendo fare i conti permanenti con il partito di Cesa, l’UDC, gestore del simbolo scudo crociato, ma, adesso, di fatto dominato dal sen padovano, Antonio De Poli, reggicoda da sempre dell’area di destra a guida leghista e forza italiota.
Molto opportuna e interessante l’iniziativa annunciata da Ivano Tonoli e Corrado Gardina il 23 Marzo p.v. a Roma, per la presentazione del “Comitato per la raccolta di firme sulla legge elettorale proporzionale” . Come scrivono i promotori, sarà questa “ l’occasione per incontrare autorevoli democristiani d’Italia e di analizzare la necessità di creare un gruppo unito di moderati”
Da parte mia, da sempre auto nominatomi “ DC non pentito”, resto fedele alla mia casa, la DC, anche se ho concorso a sostenere il generoso impegno dell’amico, On Peppino Gargani, di una Federazione dei Popolari e DC, sin qui ferma al surplace, per il costante disimpegno de facto dei soliti Cesa e Rotondi.
La situazione nuova e pericolosa venutasi a creare con la guerra russo-ucraina e le sue inevitabili conseguenze sul piano geopolitico europeo e mondiale, come bene ha scritto l’amico Giorgio Merlo su Il domani d’Italia, comporterà scelte difficili e non più rinviabili anche nello scacchiere politico interno italiano.
Credo che dovremo rafforzare l’unità delle culture politiche euro-atlantiche che, con più coerenza, stanno sostenendo l’impegno della guida di governo di Mario Draghi, nella convinzione che della guida del capo di governo avremo bisogno anche dopo il voto che, auspicabilmente, si terrà nel 2023. Qualunque potrà essere la legge elettorale che governo e parlamento decideranno di adottare, un rassemblement euro atlantico guidato da Draghi, ritengo sia la soluzione più opportuna per l’Italia.
Come sempre a tale raggruppamento democratico, liberale e riformista, sarebbe utile e necessario apportare il nostro contributo di idee, di valori e di interessi della nostra area politica culturale e sociale di cui, mai come in questo momento, con la guerra alle porte, il nostro Paese ha bisogno.
Ettore Bonalberti
Venezia, 21 Aprile 2022
Tempo in scadenza, se non già scaduto
In piena emergenza bellica, con la guerra che potrebbe coinvolgere la stessa UE, sembra anacronistico discutere della politica di casa nostra e, in particolare, di quanto sta accadendo nella nostra area di riferimento culturale. Ha suscitato un forte interesse la lectio magistralis del card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, al convegno presso l’aula magna pontificia dell’università San Tommaso d’Acquino a Roma, Mercoledì 9 Marzo scorso. Non è la prima volta che la gerarchia ecclesiastica discute dell’impegno politico dei cattolici, ma, onestamente, dobbiamo evidenziare che queste sollecitazioni, assai raramente da Roma, sono raccolte tra i vescovi diocesani e i parroci in sede locale. Tra questi ultimi continua a prevalere, infatti, l’indifferenza, quando non anche la forte e deliberata opposizione, ai tentativi che movimenti e gruppi di laici fanno nascere dalla base. E’ sicuramente importante ricevere orientamenti e sollecitazioni dall’alto, ma sarebbe necessario che a quelle sollecitazioni corrispondessero non solo l’impegno dei laici credenti, ma anche la disponibilità degli esponenti periferici della struttura ecclesiale.
E’ difficile comprendere come in piena emergenza bellica, in Italia, le Camere siano impegnate ad approvare il suicidio assistito, mentre in Ucraina si realizza il genocidio volontario. E’ anche questa la manifestazione del prevalere del relativismo morale nella società occidentale, destinata, così, a soccombere alla volontà di dominio del “secolo asiatico”.
Il voto di ieri alla Camera rappresenta il punto morto inferiore e la dimostrazione del ruolo insignificante svolto politicamente da quelli che, a diverso titolo, continuano a definirsi gli eredi della grande tradizione del cattolicesimo democratico e cristiano sociale. Questi ultimi sono gli inefficienti e inefficaci presunti interpreti di una vasta e complessa realtà, fatta di associazioni, movimenti e gruppi sociali e culturali, incapaci sin qui di esprimere una sintesi politica all’altezza delle indicazioni pastorali della Chiesa, da un lato, e, dall’altro, delle esigenze di una società dominata dall’anomia sociale, culturale e politica, nella quale è assente quel riferimento democratico e popolare che ha contrassegnato una parte importante della storia nazionale. Un riferimento che, nella storia italiana, con la DC, ha saputo saldare gli interessi dei ceti medi e delle classi popolari impedendo in tal modo il rifugio nelle scelte nazionaliste e autoritarie duramente vissute dal popolo italiano.
Al progetto di costruzione dell’unità nazionale il cattolicesimo democratico e cristiano sociale seppe concorrere autorevolmente insieme alle altre forze liberal democratiche e riformiste di ispirazione socialista, con le quali siglò il patto costituzionale. Una carta fondamentale dei diritti e dei doveri assai impregnata dei valori della dottrina sociale cristiana, grazie al contributo dei padri costituenti democratico cristiani: da De Gasperi a Gonella, Gronchi, Dossetti, La Pira, Mortati, Moro e Fanfani, i quali lasciarono un’impronta indelebile nella nostra Costituzione.
Quando leggiamo che, premessa per una ricomposizione politica della nostra area servirebbe partire dal programma, a me pare che la risposta più semplice ed efficace rimanga quella di fare riferimento ai principi della dottrina sociale cristiana, aggiornati dalle encicliche dell’età della globalizzazione ( dalla Centesimus Annus, alla Caritas in veritate, all’Evangeli Gaudium, Laudato SI e Fratelli Tutti) e all‘impegno di attuazione integrale della Costituzione repubblicana. L’amico Giannone ha indicato i sei pilastri (Umanesimo integrale, Dottrina Sociale Cristiana, Popolarismo e Personalismo, Ecologia integrale ed Etica ecologica, Costituzione repubblicana e CEDU- Carta Europea dei Diritti Umani)che, ancor meglio, definiscono le coordinate del nostro impegno e credo che, al di là delle loro concrete applicazioni nel tempo che ci è dato di vivere, siano proprio quelle le scelte strategiche per un movimento politico che intendesse porsi quale strumento di ricomposizione politica della nostra area. Un movimento politico tanto più necessario, nello stallo che permane, derivato da un bipolarismo forzato nel quale si assiste al dominio, da un lato, della destra nazionalista e populista e, dall’altro, di una sinistra ancora alla ricerca della propria identità. A breve, anche se andassimo a votare alla scadenza naturale, il problema delle alleanze si porrà, specie se permarrà l’attuale legge elettorale maggioritaria. In ogni caso, tuttavia, ritengo che prioritaria rimanga la necessità di una nostra ricomposizione al centro. Abbiamo tentato con la Federazione Popolare DC di facilitare tale progetto-processo, sin qui senza esito positivo. Alla fine, come accade da molti anni, puntuale è scattato il condizionamento dell’UDC, sempre disponibile a parole a ricongiungersi con i fratelli DC separati, ma a ogni prova del nove elettorale, sempre unita in posizione marginale servente della destra a dominanza leghista e, oggi, di Fratelli d’Italia. Questa contraddizione si deve superare, così come va superata la frantumazione della diaspora tra la venti diverse DC sparse nel Paese, che rappresentano una situazione tragicomica inaccettabile, non solo da chi della DC storica ha fatto diretta esperienza, ma dalla stragrande maggioranza degli elettori italiani. A Grassi il compito di facilitare il progetto.
Anche gli ammirevoli tentativi degli amici di Costruire Insieme, della Rete Bianca, come quelli dell’On Rotondi con il suo Verde è Popolare, unitamente a quelli dell’On Mastella con NOI di Centro, se non troveranno il modo di giungere a una ricomposizione rischiano di ridursi, come già sperimentato negli anni, a partitini di testimonianza con consensi da prefisso telefonico, efficaci solo ed eventualmente per qualche sistemazione personale in liste disponibili all’accoglienza dei capi.
Ho più volte sollecitato, sin qui senza riscontro, un incontro fra tutti gli amici di queste esperienze alla ricerca di un ubi consistam, auspicando anche che dalla base potessero, contemporaneamente, avviarsi dei comitati civico popolari di partecipazione democratica, dai quali far emergere una nuova classe dirigente credibile e dalla forte passione civile. A me pare che non ci sia più tempo da perdere, anzi che il tempo sia quasi scaduto, ma sono consapevole di essere un povero don Chisciotte, chiuso nel suo buen retiro forzato veneziano; un “medico scalzo” senza potere, spinto solo dalla volontà di concorrere all’unità politica possibile dei cattolici democratici e cristiano sociali.
Ettore Bonalberti
Venezia, 11 Marzo 2022
Superare i pregiudizi antichi
Mi auguro che riesca il tentativo avviato dall’amico Renato Grassi, segretario nazionale della DC ricostituita politicamente dopo la decisione della Cassazione del 23.12.2010, sentenza n.25999 ( “la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”), di invitare i diversi partiti, associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale in una sede come l’Istituto Sturzo, per discutere della loro possibile ricomposizione politica.
Come ho scritto altre volte, sono anche convinto, però, che all’azione avviata dall’alto ( top down) che deve sempre scontare le ambizioni di molti leader o presunti tali e le difficoltà che hanno caratterizzato la lunga stagione della diaspora post DC ( 1993-2022) si debba aggiungere quella dalla base (bottom up) . L’iniziativa, cioè, che punti a ricomporre nelle diverse realtà territoriali l’avvicinamento di quegli stessi partiti, associazioni, movimenti e gruppi, a partire dalle elezioni amministrative che si terranno nella prossima primavera. Un’occasione non rinviabile per organizzare liste civiche di area popolare insieme a esponenti dell’area liberal democratica e riformista, alternative alla destra nazionalista e alla sinistra alla ricerca della propria identità. Per facilitare l’avvio di tale progetto in sede locale, la costituzione di comitati civico popolari di partecipazione democratica può risultare un efficace strumento, in assenza di partiti organizzati sul territorio secondo le forme del passato, per la selezione di una rinnovata classe dirigente da proporre nelle candidature delle liste elettorali.
Credo che, in ogni caso, sia indispensabile superare una serie di pregiudizi, alcuni dei quali, frutto delle antiche divisioni già vissute nella DC, al tempo dello scontro tra filo socialisti e filo comunisti. Il tempo del “preambolo” che segnò una fase importante della vita politica nazionale. Una divisione, tuttavia, che non ha più alcuna ragione di esistere nella nuova situazione nella quale i partiti del 1980 ( Congresso DC del Febbraio di quell’anno) non esistono più e il tema odierno non è più quello della maggiore o minore distanza dal PCI, ma se e come affrontare l’alternativa a una destra nazionalista che si sta affermando quale primo partito secondo gli ultimi sondaggi. Mantenere, dunque, le vecchie divisioni, oltre che anacronistico, si sta rivelando un atteggiamento stupido che, alla fine, produrrebbe del male solo a noi stessi e a quelle stesse classi medie e popolari orfane di una rappresentanza politica di centro seria e affidabile. Come nella lunga storia nazionale è ben noto a noi DC che, quando viene meno la saldatura di interessi e di valori tra ceti medi e classi popolari, si apre un vuoto politico occupato o occupabile dalla destra e/o dall’uomo forte al comando. Nella crisi politico istituzionale del Paese, in questa e nella passata legislatura, si è ricorso alla formula dei tecnici esterni non eletti alla guida del governo, sino alla leadership attuale di Mario Draghi del “governo delle larghe intese”, ma l’insufficienza e la debolezza di tale soluzione sta emergendo ogni giorno di più. Una debolezza tanto più grave considerando gli impegni derivanti all’Italia da ciò che essa ha assunto con il Next Generation UE e gli adempimenti conseguenti del PNRR.
Serve ricostruire un centro politico forte, risultante dalla collaborazione tra esponenti delle culture politiche che sono state alla base del patto costituzionale, tra le quali, essenziale è e sarà l’apporto di quella popolare. Devono, però, essere superati tra di noi i vecchi pregiudizi e le nostre distinzioni. Uniti nei valori di riferimento e nella volontà di tradurre nelle istituzioni gli orientamenti indicati dalle encicliche sociali della Chiesa e nell’attuazione integrale della Costituzione repubblicana, e affermata da tutti noi la scelta irreversibile dell’alternatività alla destra nazionalista e populista, non può essere agitata la discriminante dell’apertura apriori a sinistra come dirimente per la nostra ricomposizione. Ritengo questa premessa inopportuna sul piano tattico e insufficiente su quello strategico, tale da favorire soltanto la nostra divisione. Sarà sui contenuti di una piattaforma condivisa di programma e sulla volontà di attuare integralmente la Costituzione che, alla fine, insieme decideremo la scelta delle alleanze, tenendo anche presente la legge elettorale di cui disporremo e che ci auguriamo di tipo proporzionale. Ecco perché adesso è l’ora di ritrovarci a Roma e di impegnarci nel lavoro di base nelle periferie, per facilitare il progetto di ricomposizione politica utile per noi e per il nostro Paese.
Ettore Bonalberti
Venezia, 18 Febbraio 2022
Riflessioni sulla pandemia
Sono vaccinato con tre dosi e ho condiviso sia le scelte compiute dal Governo Conte e commissario Arcuri, all’inizio della pandemia, che quelle successive di Draghi-Figliuolo. Confesso che non ho mai volutamente replicato alle posizioni estreme di alcuni amici novax sostenitori di fantomatici processi di Norimberga, spesso accompagnati dall’uso di espressioni ingiuriose contro il governo, inaccettabili. Riconosco, tuttavia, che non mancano le ragioni di critiche, sempre utili e necessarie, specie quando si tratta, come nel caso del Covid, di un fenomeno del tutto nuovo tra le pandemie da virus sin qui conosciute.
Ho più volte espresso, in sintonia con l’amico dr Alessandro Govoni, le mie forti critiche sul sistema finanziario internazionale dominato dagli hedge funds anglo caucasici/kazari ("BlackRock, BridgewaterAssociates, Citibank, GoldmanSachs, JP Morgan, Morgan Stanley, Pioneer e Vanguard, tutte multinazionali finanziarie luterane tedesco orientali ), con sede operativa nella city of London e fiscale nello stato USA del Delaware, a tassazione zero e sul loro controllo di Big Pharma e di tantissimo altro.
Mi ha indotto a scrivere questa riflessione sulla situazione pandemica proprio una nota di Govoni pervenutami in data odierna, che riporto integralmente. Scrive Govoni:
“Se il Ministro della Salute avesse avuto l' "accortezza" di leggere gli studi dell' Istituto Italiano Tumori che le Procure gli avevano già trasmesso dal 2019, avrebbe "compreso" che i sintomi più lievi ( raffreddore e febbre) sono dovuti ai batteri delle deiezioni dei polli spruzzati nell' aria nei campi, chiamati impropriamente Covid, e i sintomi più gravi (tosse secca persistente , dispnea notturna, polmoniti bilaterali), sono dovuti all' esposizione al catrame che a Cremona, Bergamo, Brescia, Milano e in tante altre città delle pianure italiane, sono oltre alla soglia di tollerabilità umana da almeno 10 anni, e dopo 10 anni i sintomi da esposizione al catrame, accertò negli anni 30 l' istituto italiano tumori, poi nel 1943 secretato col copyright, sono questi (tosse secca persistente, dispensa notturna, poi polmoniti bilaterali). Il Ministro della Salute ha però stranamente omesso di farlo, come mai? Il problema è che l' esposizione al catrame provoca proliferazione batterica e parassitaria dell' Anchilostoma. Il problema è con la "vigile attesa", la proliferazione batterica va avanti, col "paracetamolo" contenendo esso, come è noto, anilina che è un derivato del catrame, la proliferazione batterica diventa abnorme, con "no antibiotici" la proliferazione batterica non si arresta, con "no sport" le spore dei batteri e le larve dell' Anchilostoma, che con la sudorazione verrebbero espulse, non vengono espulse e la proliferazione batterica e quella dell' Anchilostoma non viene diminuita. Il problema è che con queste errate cure domiciliari, si crea un’infiammazione batterica e parassitaria dell' Anchilostoma che porta al cancro su cui Pzifer e Moderna con i preparati chemioterapici guadagnano 80 volte i loro costi di produzione.
Come mai il Ministro della Salute Roberto Speranza ha stranamente omesso di considerare gli studi desegretati dal copyright dell' Istituto Italiano Tumori che le Procure gli avevano già trasmesso dal 2019?
Come mai il Ministro della Salute Roberto Speranza ha stranamente omesso di considerare gli 800 deceduti nel 2018 per polmoniti bilaterali già accertati dalla Procura di Brescia?
Come mai il Ministro della Salute Roberto Speranza, al presentarsi nel 2020 dei primi deceduti per polmoniti bilaterali, ha stranamente omesso di far aprire i corpi per accertare la vera causa, invece che far incenerire i corpi?
Come mai il Ministro della Salute Roberto Speranza ha stranamente omesso di considerare che nel vaccino anti SARS Cov- 2 vi sono anche eccipienti, dichiarati da Pzifer e Moderna nel RCP Paragrafo 6.1, come
potassio cloruro,colesterolo, potassio, diidrogenato, ALC 0315, che provocano proliferazione batterica, che, alla lunga, come accertò l' Istituto Italiano Tumori, porta al cancro?
Non sarà colluso con queste stesse industrie farmaceutiche che guadagnano 80 volte i loro costi di produzione sui preparati chemioterapici ?”
A queste forti domande-accuse rivolta al ministro Speranza e al governo, ho replicato a Govoni così: la tua analisi è convincente, ma possibile che tutto il mondo sia caduto in questo errore per ignoranza o, peggio, per colpevole meditata sottovalutazione della pandemia? La replica di Govoni: “Con le privatizzazioni moltissimi governi sono caduti in balia di queste multinazionali, se pensiamo che Vanguard, il più grande fondo speculatore dei Rothshild/Rockfeller, detiene oggi un patrimonio di 25.000 miliardi di dollari, cioè è 50 volte più ricco dell' Italia, la nazionalizzazione di settori come energia, farmaceutica, Sanità, e banche, è diventata imprescindibile”.
Analisi e indicazioni di proposte politiche su cui riflettere, con un dibattito serio e approfondito tra tutti noi DC e Popolari e con la più vasta area degli amici liberal democratici e riformisti italiani, se non vogliamo ridurre la politica al ruolo di ancella servente dei poteri finanziari dominanti.
Ettore Bonalberti
Venezia, 16 Febbraio 2022
Mario Draghi e il cantiere aperto del centro
Che Mario Draghi un lavoro “possa trovarselo da solo” non abbiamo alcun dubbio, così come crediamo al suo diniego ad assumere il ruolo di federatore dei tanti centrini in cerca di riunificazione. Riteniamo anche che il suo ruolo di capo del governo debba rimanere sino al raggiungimento degli adempimenti previsti dall’UE per il PNRR. Ciò non toglie, tuttavia, che ci si debba impegnare per costruire il nuovo centro della politica italiana che, come ho scritto più volte, non può risultare dalla semplice sommatoria dei diversi addendi sul campo, ma dovrebbe rappresentare l’incontro delle principali culture politiche riformiste presenti in Italia. Nell'ambiente laico purtroppo, tranne qualche lodevole eccezione, sembra prevalere il deserto culturale. Dopo la caduta del Muro, si sono avuti molti atti di apostasia dalle dottrine social-democratiche e liberal-democratiche e si è notato l’abbracciare, con stolto entusiasmo, il neo-liberismo o finanz-capitalismo, pseudo-ideologia che non ha niente a che vedere col liberalismo di Benedetto Croce. Assai più attrezzata, almeno sul piano culturale, è l’area cattolico democratica e cristiano sociale, considerato che le ultime encicliche sociali della Chiesa Cattolica ( Centesimus Annus, Caritas in veritate, Evangelii gaudium, Laudato SI, Fratelli tutti) insieme all’appello di Papa Francesco in occasione della LV Giornata della pace, costituiscono le più avanzate risposte ai problemi connessi all’età della globalizzazione, in un momento nel quale quella che Papa Francesco ha dichiarato essere la terza guerra mondiale a tappe, sembra stia volgendo alle sue tragiche e drammatiche conseguenze.
Nel colpevole silenzio dell’ONU e il timido cinguettare dell’UE, privata di una politica estera e di una forza militare comune, i Paesi europei rischiano di fare la fine del vaso di coccio tra i due vasi di ferro. Anche in Italia c’è bisogno che, al di là del ruolo di sicura fedeltà atlantica ed europea assicurato da Draghi, e dell’impegno del giovane ministro degli esteri, ben lontano dalle competenze dell’antico maestro Andreotti, prendano finalmente voce le culture politiche e democratiche che sono state alla base del patto costituzionale.
L’obiettivo, dunque, è sicuramente quello di costruire un centro rinnovato che, come scrivo alla noia, dovrà essere ampio e articolato, di tipo laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante da una sinistra tuttora alla ricerca della propria identità. Un centro nel quale ci si possa trovare uniti dalla volontà di difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana, ed al quale, noi eredi della migliore tradizione cattolico democratica e cristiano sociale, dovremmo offrire il miglior contributo di idee e di classe dirigente.
Non è importante se Mario Draghi vorrà assumere la guida di un tale progetto in cantiere, per il quale, ripeto, non basterà la volontà dei rappresentanti ufficiali dei gruppi romani, mentre alla leadership di governo di Mario Draghi, compatibile con gli impegni derivanti dal Next Generation UE e all’attuazione del PNRR italiano, non mi sembra ci siano credibili candidature alternative. Sarà, invece essenziale che, accanto alla ricerca di tale patto federativo da definirsi sul piano nazionale, si realizzi nelle realtà territoriali un processo di avvicinamento delle tre culture: popolare, liberale e riformiste che hanno fatto grande l’Italia. A maggior ragione e con più forte determinazione non è più rinviabile il processo di riunificazione politica della vasta e articolata area cattolica, culturale e sociale, la quale, ancora una volta, come nelle migliori fasi della storia italiana, potrà/dovrà offrire il proprio indispensabile contributo, traducendo nelle istituzioni, e in collaborazione con le altre componenti politico culturali, molte delle indicazioni della dottrina sociale cristiana.
Ettore Bonalberti
Venezia, 14 Febbraio 2022
Pensare globalmente e agire localmente
Considero molto positiva l’iniziativa assunta da Renato Grassi, segretario nazionale della DC, di invitare gli amici dei diversi partiti, movimenti, associazioni e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale per la ricomposizione politica. Mi auguro che l’Istituto Sturzo, depositario della memoria storica dei Popolari e della DC, accetti di offrirci l’ospitalità, così come spero che, finalmente questa volta, tutti accolgano l’invito senza diserzione di alcuno.
Credo anche che un incontro dei vertici romani, il quale nei lunghi anni della diaspora (1993-2022) non si è mai potuto realizzare, possa servire certamente come indicazione di una strada che, tuttavia, richiede un diretto e forte coinvolgimento delle realtà territoriali. Un progetto di tipo top down, che si limitasse a un incontro dei vertici con i tutti i limiti e i condizionamenti che sin qui hanno impedito di andare avanti, non sortirebbe esiti positivi se nelle diverse realtà territoriali non si promuovesse un processo di dialogo e ricomposizione tra le diverse espressioni culturali, sociali e politico organizzative della nostra vasta, complessa e articolata area di riferimento.
Era ed è tuttora questo anche il progetto della Federazione Popolare dei DC, guidata da Peppino Gargani, espressione di un patto sottoscritto da una cinquantina di associazioni, movimenti e gruppi, compresi alcuni dei partiti di area DC, che, tuttavia, fatica a decollare; vuoi per la tiepidezza di alcuni, vuoi per il voltafaccia che in occasione delle ultime elezioni regionali calabresi ha fatto l’UDC di Cesa e De Poli, ma, soprattutto, per il mancato coinvolgimento delle realtà di base di cui quei sottoscrittori del patto federativo sono o dovrebbero essere espressione. Nei prossimi giorni sarà convocata una riunione on line dei soci della Federazione e da parte mia solleciterò Gargani e amici a sostenere l’iniziativa della DC per ritrovarci tuti insieme a discutere dei modi e dei tempi utili e necssari per la nostra ricomposizione politica, delle cui motivazioni si è scritto e si scrive da parte di molti e su diverse testate.
Questa volta, però, è indispensabile favorire iniziative di ricomposizione che sollecitate dall’alto, devono vedere impegnate tutte le realtà territoriali in sede locale. Privi di risorse finanziarie e di sedi fisiche di incontro, a Venezia ho pensato di avviare lo strumento di un gruppo facebook (https://www.facebook.com/groups/272778101596179/?ref=share),
quale sede virtuale; uno strumento per favorire la conoscenza e la partecipazione al dibattito culturale e politico dei cittadini e cittadine elettrici ed elettori, simpatizzanti e non della nostra area . In poche ore ho raccolto diverse adesioni mentre con il Comitato 10 Dicembre (https://www.facebook.com/search/top?q=comitato%2010%20dicembre) insieme a un gruppo di storici intendiamo approfondire la storia della DC, soprattutto attraverso la presentazione degli uomini del partito che hanno contribuito allo sviluppo dell’Italia, difendendo la libertà e i valori costituzionali e con essi, quella degli umili servitori della Repubblica, donne e uomini impegnati per oltre cinquant’anni negli enti locali della penisola. Di essi vorremmo fosse conosciuta la storia, dopo che una falsa vulgata anti DC li ha accomunati senza alcuna distinzione critica, nella damnatio memoriae seguita a “mani pulite”, di cui si dovrà presto ricostruire la verità dei fatti.
C’è nel Paese un desiderio di un centro nuovo della politica italiana e non saranno i tragicomici movimenti parlamentari dei diversi “nominati”, in larga parte transumanti partitici a rispondere alle esigenze di rinnovamento e di riconquista della credibilità della politica, se compiuti da molti di coloro che di questa sfiducia sono stati e/o sono apparsi (“ in politica vale ciò che appare”) come corresponsabili o diretti interpreti.
Solo dal dialogo e dal confronto politico dal basso, dalle realtà di base, con giovani e anziani impegnati a pensare globalmente e agire localmente, potrà emergere una nuova classe dirigente che sarà in grado di assumere con passione civile il testimone della nostra migliore tradizione politica.
Ettore Bonalberti
Venezia, 11 Febbraio 2022
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- Alcuni ricordi e un’interessante iniziativa
Leggendo la nota di Lucio D’Ubaldo su Giovanni Di Capua ( www.ildomaniditalia.eu) , un amico caro con il quale abbiamo dialogato sia nella DC che durante la lunga stagione della diaspora, mi ha incuriosito leggere l’articolo che Di Capua scrisse sul congresso nazionale della DC nel quale eleggemmo alla segreteria nazionale Benigno Zaccagnini in alternativa ad Arnaldo Forlani ( Luglio 1975).
Ricordo che fummo Angelo Sanza ed io che in quel congresso, nel quale il segretario nazionale era eletto direttamente dai delegati congressuali, raccogliemmo le firme per la presentazione della candidatura del leader romagnolo. Ricordo con quanta passione svolgemmo quel compito, iniziato nella mattinata e concluso solo a notte avanzata ai seggi, ansiosi di conoscere il risultato delle votazioni. Alla fine tornammo ciascuno tra i propri amici di corrente che avevano sostenuto la candidatura di Zaccagnini, salutata col ripetuto grido di “ Zac, Zac, Zaccagnini”, che sarà il leit motif che risuonerà dopo poco tempo al primo festival dell’amicizia di Palmanova del Friuli ( Settembre 1977) che con Zaccagnini permise il recupero elettorale del partito dopo che nel 1976 il PCI aveva tentato il sorpasso.
Il mio rapporto con Zaccagnini si consolidò per i frequenti viaggi che da Bologna ebbi modo di fare con lui in aereo per Roma. Ero ammirato dalla sua gentilezza e apertura al dialogo, anche con una persona molto più giovane com’ero io e dalla conoscenza delle sue radici cristiano sociali esemplarmente testimoniate nella resistenza emiliano romagnola, come quella dell’amico Ermanno Gorrieri. Sapendo che venivo dal Polesine e conoscendo la mia appartenenza alla corrente di Forze Nuove, Zaccagnini era curioso di conoscere la realtà di una DC dominata dai dorotei e, in particolare, dal ruolo che a Rovigo e nel Veneto era svolto da Antonio Bisaglia. Il mio rapporto con il leader polesano era assai contrastato e complesso, fondato su una reciproca stima e da un’amicizia profonda che si manifestò in uno dei momenti più difficili della vita di Bisaglia, dopo l’incidente d’auto che lo costrinse a una forzata assenza, almeno fisica, dal ministero delle partecipazioni statali che reggeva in quel frangente. Sul piano politico interno al partito, era netta la nostra alternatività che portava Bisaglia, sempre attivo e presente nella vita interna del partito, a giungere direttamente da Roma nella mia sezione di appartenenza per confrontarsi con me a sostegno dei suoi amici dorotei locali, la maggior parte dei quali iscritti contemporaneamente alla Coldiretti e alla DC. Se mi iscrissi alla DC, nel 1962 a soli diciasette anni, fu proprio per la sollecitazione dell’amico Toni al mio arciprete, dopo una sua conferenza tenutasi nel mia parrocchia, nella quale, da lettore assiduo di “Avvenire” del direttore La Valle e di Pratesi, lo contestai da sinistra suscitando nell’allora ancor giovane segretario provinciale un certo interesse. Seguì la sua proposta di candidarmi alla delegazione provinciale del MG della DC di Rovigo, una proposta che ritirò qualche tempo dopo, al mio rientro dal Congresso nazionale del partito del 1964 a Roma, dal quale ritornai colpito dal ruolo assunto della sinistra DC unita nella corrente di Forze Nuove con Carlo Donat Cattin, Marcora, Galloni, Misasi, De Mita, Bodrato, Granelli..
Bisaglia m’invitò nel suo studio alla direzione provinciale della Coldiretti di Rovigo e molto onestamente mi disse: hai fatto la tua scelta e adesso nel MG DC polesano ho pensato che la soluzione migliore sia quella di eleggere il tuo compaesano e amico, Ilario Bellinazzi.
Questo era Bisaglia, un uomo politico di straordinaria capacità politica e organizzativa sempre fondata sulla lealtà nei rapporti interni e personali. Quante volte nei nostri non frequenti incontri mi ammoniva: ah se tu avessi scelto di rimanere con me ……Ricordo quella volta che nella sua auto, che raramente guidava, eravamo nel 1983, mi informò che aveva scelto un giovane di Bologna cui aveva favorito, con il lavoro, la candidatura alle elezioni politiche. Era Pierferdinando Casini che, proprio nella squadra di Bisaglia e dei dorotei, iniziò la sua carriera parlamentare. Zaccagnini sul modello di Moro aveva una sorta di idiosincrasia nel rapporto con alcuni esponenti dorotei, anche se intatta era la sua fede nella Democrazia Cristiana, sempre considerata lo strumento per la difesa della giustizia e della libertà nella coerenza ai principi della dottrina sociale cristiana, di cui fu un esemplare testimone per tutta la sua vita. Dovremmo far conoscere di più gli uomini della DC che hanno concorso alla difesa e al consolidamento della democrazia, insieme allo sviluppo del nostro Paese. E’ proprio l’obiettivo che ci siamo posti con il Comitato 10 Dicembre, ossia di un gruppo di amici che con alcuni storici autorevoli intendono proporre documenti, testimonianze scritte e orali, raccolte da amici delle diverse realtà locali nelle quali vissero i nostri più importanti esponenti, insieme a quella miriade di saggi amministratori locali che seppero guidare le loro comunità, spesso dimenticati o, peggio, confusi nella damnatio memoriae della vulgata anti DC scatenata durante “mani pulite”. Serve comporre questo mosaico della nostra storia, non per un regressivo seppur nobile sentimento nostalgico, ma per far conoscere alle nuove generazioni quale sia stato il ruolo reale svolto dai cattolici democratici e cristiano sociali della Democrazia Cristiana nella politica e nella storia dell’Italia.
Ettore Bonalberti
Venezia, 8 Febbraio 2022
P.S.: per chi fosse interessato a seguire e partecipare alle attività del comitato 10 Dicembre può scrivere agli indirizzi di posta elettronica dei seguenti amici:
Consolidiamo la nostra casa
Con alcuni amici DC, avevo tentato di avviare un progetto di federazione per il quale ho creduto nell’impegno generoso dell’amico Peppino Gargani, che non finirò mai di ringraziare, ma, l’ennesimo voltafaccia di Cesa, dominato all’interno dell’UDC da De Poli, e la freddezza di altri interlocutori, hanno ridotto all’impotenza quel tentativo che, pure, aveva visto l’adesione di quasi cinquanta tra associazioni, movimenti e gruppi della nostra area politico culturale.
Resto convinto della necessità di concorrere da DC e Popolari alla costruzione di un nuovo centro politico alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. Il presidente Berlusconi, sempre attento a ciò che sta accadendo nel centro destra e forte della partecipazione con Forza Italia al PPE ( scelta che gli fu suggerita a suo tempo dagli amici Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo), tenta di dar vita a una nuova formazione centrista nel segno del PPE. Un progetto che, temo, troverà ancora una volta tra i promotori, “ il miglior fico del bigoncio”, l’amico On Rotondi, che è tuttora un esponente parlamentare importante di Forza Italia e dopo l’illusione della nascita di un nuovo partito Verde Popolare,. L’idea berlusconiana è quella di richiamare sotto la sua protezione e guida mediatica i diversi gruppi e gruppetti parlamentari ( Renzi, Calenda, Toti, Brugnaro) per sottrarli al richiamo della foresta leghista e in alternativa alla destra nazionalista della Meloni.
Che la Lega, a partire dagli amici leghisti veneti, aderisse al PPE è stato sempre uno degli obiettivi auspicati anche da noi DC e Popolari veneti, al fine di promuovere quella CSU veneta, sul modello bavarese, che era stata una delle ultime intuizioni della nostra DC regionale, prima della scomparsa improvvisa del sen Toni Bisaglia. Non mi pare ci siano ancora le condizioni per tale scelta per cui, a distanza di poco più di un anno dalle prossime elezioni politiche, governo Draghi sopravvivendo, il nuovo centro di marca berlusconiana rischia di assumere le sembianze di un centro indistinto e dalle voci confuse, tenuto insieme più dal collante mediatico del gruppo Mediaset che da un’autentica comunanza di progetto e ispirazione ideale. Un tale centro potrà anche garantire qualche seggio parlamentare per i soliti noti, ma non è la prospettiva che personalmente e come partito dovremmo perseguire, almeno noi che dal 2011-2012, ci siamo impegnati con il rilancio della DC storica dopo la sentenza della Cassazione n.25999 ( La DC non è mai stata giuridicamente sciolta) del 23.12.2010. La prospettiva era e rimane quella di concorrere alla ricomposizione politica dell’area cattolica democratica e cristiano sociale in Italia. Un progetto che nasce dalla convinzione che serva all’Italia un partito in grado di rappresentare la migliore tradizione democratico cristiana e popolare, impegnato a inverare nella città dell’uomo i principi della dottrina sociale della Chiesa e a difendere e attuare integralmente la Costituzione.
Ecco perché, ritengo sia necessario restare nella vecchia casa mai abbandonata, quella che, dal 2011-12, con Silvio Lega e altri pochi amici abbiamo contribuito a ricostruire, impegnandomi con l’amico Renato Grassi nel partito, che è stato una parte essenziale della mia vita. Serve innanzi tutto consolidare la nostra casa. La stessa scelta, quella di restare nella vecchia casa, che fece Carlo Donat Cattin nel 1971, nel momento in cui Livio Labor lo invitava al passaggio dall’ACPOL al MCL.
Il recente ufficio politico della DC ha dato mandato a Grassi di sollecitare un incontro presso l’Istituto Sturzo di tutti i partiti, associazioni, movimenti e gruppi che appartengono alla nostra area politico culturale, interessati/bili a procedere sulla via della ricomposizione. Nella prossima primavera celebreremo il XX Congresso nazionale della DC, cui saranno chiamati a partecipare gli iscritti delle varie realtà regionali e locali. Consolidati e rinnovati i quadri dirigenziali e raccolte dalla base le indicazioni prioritarie per il nostro programma, contribuiremo a elaborare la nostra proposta politica, che dovrà declinare realisticamente quella che ormai viene definita l’” Agenda Mattarella” . “Primum vivere”, avevo scritto nell’ultima nota, quindi aggregarci con quanti della nostra area culturale e socio-economica sono interessati a concorrere da DC e Popolari uniti e in conformità alla legge elettorale che sarà scelta dal parlamento per le politiche del 2023, alla nascita di un nuovo centro ampio, democratico e popolare, europeista, liberale e riformista, alternativo alla destra nazionalista e alla sinistra senza identità. Servirà grande generosità da parte di tutti e il concorso attivo delle diverse realtà sociali, culturali, economiche, finanziarie e politiche del grande fiume carsico del cattolicesimo sociale e politico italiano che credono in questo obiettivo. Contemporaneamente in tutte le sedi locali dove sia possibile, attiviamo dei centri civico popolari di partecipazione democratica dai quali emergerà la nuova classe dirigente che, con passione civile, assumerà il testimone della nostra migliore tradizione politica e ammnistrativa.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC
Venezia, 7 Febbraio 2022
Primum vivere
Oggi si è svolto l’ufficio politico della DC al quale ho partecipato da remoto. Ottima la relazione introduttiva del segretario politico, Renato Grassi, il quale, confermata la collocazione del partito al centro, in alternativa alla destra e alla sinistra, ha sottolineato il permanere delle difficoltà nei confronti dell’UDC, dopo le tristi esperienze vissute dalle ultime elezioni europee sino alle recenti elezioni regionali calabresi.
Grassi ha espresso interesse per quanto sta avvenendo al centro della politica italiana dopo le elezioni presidenziali per il Quirinale, dopo le quali, salutato con affettuosa amicizia la rielezione del presidente Mattarella, si sta verificando un processo di scomposizione e ricomposizione delle forze politiche interessante per la DC. Sui problemi organizzativi interni del partito, permanendo la pandemia, è probabile che la data del nostro prossimo XX congresso nazionale possa/debba slittare. Decisione che sarà assunta dagli organi statutari, ma che, probabilmente, si terrà a primavera.
“Primum vivere”, ho iniziato così il mio intervento al dibattito apertosi dopo la relazione di Grassi, riconoscendo la necessità di confermare/rinnovare una struttura dirigenziale del partito, premessa indispensabile per un riconoscimento che nasca dalla realtà rappresentata dagli iscritti nei diversi contesti territoriali italiani. Ho espresso un vivo plauso, a quanto gli amici siciliani hanno compiuto e stanno svolgendo sotto la guida di Totò Cuffaro, Grassi e Alessi in Sicilia, insieme al riconoscimento delle difficoltà in regioni, come il Veneto, dove il richiamo della DC non ha sin qui sollecitato le stesse adesioni del 2018. Ho, tuttavia, rilevato come il nostro ruolo, da soli e in assenza di presenze parlamentari, si riduca a quello di spettatori tra i quali, non a caso, mi sono assegnato il connotato di “osservatore non partecipante”. Concorreremo, dunque, alla celebrazione del nostro XX Congresso nazionale, favorendo la nascita di una rinnovata classe dirigente, nella convinzione, tuttavia, che da soli non si va da nessuna parte.
Preso atto che, se permanesse una legge elettorale di tipo maggioritario( rosatellum o consimile) il nostro potenziale residuo elettorato si tripartirebbe tra coloro che voterebbero col blocco di destra, altri con quello di sinistra e, i rimanenti, forse i più numerosi, si asterrebbero, cogliamo favorevolmente quanto sta maturando dal PD alla stessa Lega a sostegno di una legge di tipo proporzionale. Una legge, meglio se di tipo alla tedesca, con sbarramento e sfiducia costruttiva e con la re-introduzione delle preferenze, per ricostruire una rappresentanza elettorale di eletti e non di nominati, disponibili, come nelle ultime legislature, al più deteriore trasformismo e alla indecente transumanza parlamentare ( oltre 200 cambi di casacca nell’ultima legislatura).
Ribadito che “ da soli non si va da nessuna parte”, ho proposto che il segretario della DC, mentre prepariamo le scadenze e procedure organizzative precongressuali, inviti presso l’Istituto Luigi Sturzo tutte le diverse realtà partitiche, associative dei movimenti e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, con l’obiettivo di concordare tempi e modi per il superamento della travagliata e suicida stagione della diaspora democratico cristiana (1993-2022). In polemica con la lettura riduttiva dell’amico Follini sul ruolo della DC che, oggi, a suo parere, sarebbe inattuale nel nuovo contesto storico politico, ho evidenziato che, come la DC nacque in continuità con l’esperienza del Partito Popolare di Sturzo, il quale aveva tentato di tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della Rerum Novarum al tempo della prima rivoluzione industriale e, De Gasperi, con le idee ricostruttive della DC (Luglio 1943) e quanto espresso nel codice di Camaldoli (Luglio 1943), si fece interprete politicamente degli orientamenti della Quadragesimo Anno (1931) nella fase difficilissima del dopoguerra, così compete oggi ai cattolici democratici e cristiano sociali il dovere di tradurre nelle istituzioni democratiche le indicazioni delle ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica ( Centesimus Annus, Caritas in veritate, Laudato SI, Fratelli tutti e il Messaggio di Papa Francesco per la LV giornata mondiale della pace); indicazioni che rappresentano quanto di più avanzato sia stato elaborato sulle conseguenze economiche, sociali e politiche della globalizzazione. Un’epoca nella quale, superate le regole del NOMA (Non Overlapping Magisteria), la finanza determina i fini e subordina ai propri interessi, nelle mani di pochi proprietari degli hedge funds internazionali, quelli dell’economia reale e della stessa politica ridotta a un ruolo servente.
Interesse è stato rappresentato da Grassi nella sua relazione per i fermenti che si muovono al centro, rispetto ai quali, però, abbiamo tutti condiviso, serve rafforzare la componente della nostra area politico culturale, proponendo un programma all’altezza dei bisogni emergenti dai territori con particolare riferimento a quelli del terzo stato produttivo e delle classi popolari, che, scontato un forte deficit di rappresentanza politica, contribuiscono in larga misura all’astensionismo elettorale. Se la DC seppe compiere un autentico miracolo nella storia italiana, saldando gli interessi dei ceti medi con quelli delle classi popolari, così la nuova DC con la più ampia area democratica e popolare dovrà concorrere a rappresentare gli interessi del terzo stato produttivo e di quelli che Giorgio La Pira connotò come “ le attese della povera gente”.
Dottrina sociale della Chiesa, nel suo aggiornamento in questa età della globalizzazione e strenua difesa della Costituzione dei padri fondatori, da attuare integralmente, a partire dall’applicazione in tutti i partiti dell’art.49, sono questi i capisaldi attorno ai quali sviluppare il confronto con tutti gli amici della nostra vasta e articolata area politica e con coloro che sono espressione di altre culture come quelle liberal democratica e riformista, con le quali dar vita al nuovo centro della politica italiana.
Ettore Bonalberti
V.segretario nazionale DC
Venezia, 3 Febbraio 2022
Il contributo dei DC e Popolari per il nuovo centro
Nell’elezione de presidente della Repubblica è emersa nemmeno sotto traccia la funzione dei molti parlamentari di origine DC presenti nei diversi partiti rappresentati in Parlamento, così come più netto è stato il ruolo svolto da alcune componenti interessate a dar vita al nuovo centro della politica italiana: Renzi, Calenda, Toti, Brugnaro.
Nella mia recente nota di commento ( Io triumphe) avevo evidenziato questo fatto e sostenuto che potrebbe trattarsi di “ un centro al quale anche noi DC e Popolari dovremo guardare con interesse, dato che serve concorrere alla costruzione di un centro democratico popolare, liberale e riformista, ampio e plurale, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra ancora alla ricerca della sua identità”. Un interesse crescente, come testimoniato dalle molte lettere di consenso ricevute da parte di molti amici.
Se, come appare possibile, alla fine ci si orienterà per una legge elettorale, che ci auguriamo, sul modello tedesco, di tipo proporzionale con sbarramento, preferenze e con l’istituto della sfiducia costruttiva, è evidente che si impone, come non più rinviabile, il tema della ricomposizione politica dell’area culturale che fa rifermento al cattolicesimo democratico e cristiano sociale. Tutto ciò affinché nel processo di costruzione di un centro politico nuovo come quello in fieri, non manchi il contributo decisivo della nostra cultura politica.
So di non avere alcun titolo per promuovere niente, al di fuori di una personale testimonianza di amore smisurato per il partito, la DC, che ha rappresentato l’impegno di larga parte della mia vita (1962-1993). Un impegno continuato dopo la fine politica della DC e l’inizio delle divisioni suicide, come da me descritto nel saggio: DEMODISSEA- La democrazia cristiana nella lunga stagione della diaspora (1993-2020) (Ed.Il mio Libro).
Da “ osservatore non partecipante” mi permetto solo di suggerire a quanti sono interessati un’iniziativa da assumere insieme, ossia di riunirci presso l’Istituto Luigi Sturzo a Roma con tutti i rappresentanti delle diverse realtà dei partiti, movimenti e associazioni che fanno riferimento alla nostra area sociale, culturale e politica. Sarà quella la sede per discutere dei modi utili e necessari per avviare il progetto, premessa indispensabile per partecipare insieme alle prossime elezioni politiche, tenendo presente quella che sarà la legge elettorale che governo e parlamento intenderanno adottare per il 2023.
Agli amici assai più autorevoli del sottoscritto, come il mio segretario nazionale DC, Renato Grassi, il presidente della Federazione Popolare DC, Gargani, gli amici: Tassone (NCDU), Infante e Tarolli ( Insieme); D’Ubaldo ( Rete Bianca), Mastella ( Noi di Centro), Rotondi (Verde Popolare), Tabacci ( Centro democratico), Mario Mauro ( Popolari per l’Italia), il compito di prendere gli opportuni contatti con l’Istituto Sturzo e concordare la data e l’ora in cui convocarci. Un incontro preliminare tra loro sarebbe utile e opportuno, mentre in tutte le sedi territoriali regionali e provinciali, si potrebbero organizzare incontri tra gli amici delle diverse parti d’area per preparare i cahiers de doléance, ossia le necessità esistenti dei cittadini/e, utili per la redazione di un programma e per favorire l’emergere dal basso di una nuova classe dirigente .Con il Comitato 10 Dicembre sorto a Venezia (pagina facebook: Comitato 10 Dicembre), alla fine dell’anno scorso, con il compito di approfondire storicamente il ruolo svolto dagli uomini della DC che hanno contribuito alla difesa della democrazia e allo sviluppo dell’Italia, stiamo favorendo questo processo di conoscenza, formazione e di incontro e aggregazione, ricevendo in pochi giorni molte adesioni da varie parti dell’Italia. Siamo impegnati ad approfondire il messaggio di Papa Francesco con il suo Manifesto scritto per la LV Giornata mondiale della Pace, sintesi mirabile con la Laudato SI e Fratelli tutti, della dottrina sociale della Chiesa nell’età della globalizzazione. Proprio l’impegno a inverare nella città dell’uomo questi orientamenti pastorali è e sarà il compito di una nuova classe dirigente popolare pronta a concorrere con altre culture politiche, quali quelle liberali e riformiste, alla formazione del nuovo centro politico capace di offrire una nuova speranza all’Italia.
Ettore Bonalberti
Venezia, 31 Gennaio 2022
Io triumphe
Io triumphe, così si acclamava a Roma l’elezione dell’imperatore e così scriveva Gianni Brera nel 1982, dopo la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio. Uso anch’io quest’acclamazione con la riconferma del due Mattarella-Draghi, innanzi tutto perché comporta garanzia di stabilità politica e istituzionale di cui il Paese ha bisogno, e anche perché, modestamente, era ciò che avevo indicato il 18 Gennaio scorso con la mia nota: prevalga il buon senso.
Il buon senso ha prevalso e pure c’è stato l’appello al Presidente Mattarella di Mario Draghi a nome della maggioranza di governo; appello confermato dalla visita processionale dei gruppi parlamentari al Quirinale nel primo pomeriggio di oggi. I tentativi di Salvini di imporre un presidente di centro destra sono falliti, così come quelli operati sino all’ultimo dalla Meloni di rompere l’unità della maggioranza di governo. Il centro destra ha vissuto la difficoltà del gruppo di Forza Italia privata della presenza del suo leader, insieme alla serie di errori tattici di Salvini,stretto nella morsa tra restare dentro la maggioranza di governo e conservare l’unità del centro destra, sempre più egemonizzato dalla Meloni e Fratelli d’Italia.
Il centro destra esce distrutto da questa vicenda, con la Meloni che si riconferma nel suo ruolo di unica opposizione parlamentare, mentre si sta costruendo una proposta di nuovo centro politico (Toti, Calenda, Renzi, Brugnaro) facilitato dalla saggia decisione di Pierferdinando Casini di ritirare la sua candidatura, nel momento in cui la maggioranza di governo, comprensiva del suo partito, il PD, ha deciso di fare appello alla disponibilità di Mattarella per il reincarico. Un centro al quale anche noi DC e Popolari dovremo guardare con interesse, dato che serve concorrere alla costruzione di un centro democratico popolare, liberale e riformista, ampio e plurale, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra ancora alla ricerca della sua identità
Forti tensioni anche nel M5S dove Conte dovrà tenere presenti le dissonanze del giovane rampante Di Maio che, in una fase delicata come quella di ieri, all’annuncio di una possibile candidatura della Belloni, con un comunicato improvvido è riuscito a smarcarsi insieme da Conte e dallo stesso capo spirituale Beppe Grillo. Insomma un’elezione che rappresenta un momento di svolta rilevante della politica italiana per la quale non si può applicare la formula gattopardesca del: cambiare tutto perché tutto resti come prima, dato che nelle prossime settimane assisteremo a processi seri e, in taluni casi dolorosi, di scomposizione e ricomposizione nelle e tra le forze politiche.
Resta confermata la maggioranza di governo che potrà/dovrà impegnarsi a risolvere le grandi questioni aperte: pandemia, energia, inflazione, disoccupazione, debito pubblico con tutti gli adempimenti connessi al PNRR, sino alla scadenza naturale della Legislatura. Ancora una volta, alla fine, nonostante lo spettacolo di questa settimana, amplificato da una copertura mediatica (radio,TV e social media) senza precedenti, il buon senso è riuscito a prevalere, anche se sarà molto difficile restare fedeli al mandato costituzionale dell’elezione indiretta del presidente della Repubblica. Anche a chi come molti di noi sono fedeli, senza se e senza ma, alla Repubblica parlamentare, un serio approfondimento su questa delicata materia si imporrà. Avendo ereditato dai nostri padri “ la più bella Costituzione del mondo”, qualora si mettesse mano a uno stravolgimento istituzionale clamoroso come quello del passaggio a una Repubblica di tipo presidenziale, è evidente che l’intero assetto repubblicano andrebbe rivisto. Un cambiamento per il quale solo un’assemblea costituente eletta ad hoc potrebbe por mano. Prima di un tale rivolgimento, però, serviranno ben altri partiti da organizzarsi e consolidarsi su basi autenticamente democratiche secondo i dettami dell’art. 49 della Costituzione.
Ettore Bonalberti
29 Gennaio 2022
Il Manifesto di Papa Francesco: dialogo fra le generazioni, educazione e lavoro, presentato il 1 Gennaio scorso, andrebbe meditato da quanti, come noi DC e Popolari, intendono ricomporre la nostra area politico culturale. Esso è un programma aggiornato della dottrina sociale cristiana da tradurre nella “città dell’uomo”.
Ettore Bonalberti
Venezia, 21 Gennaio 2022
Ecco il testo integrale:
MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA FRANCESCO
PER LA LV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO 2022
Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro:
strumenti per edificare una pace duratura
1. «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace» (Is 52,7).
Le parole del profeta Isaia esprimono la consolazione, il sospiro di sollievo di un popolo esiliato, sfinito dalle violenze e dai soprusi, esposto all’indegnità e alla morte. Su di esso il profeta Baruc si interrogava: «Perché ti trovi in terra nemica e sei diventato vecchio in terra straniera? Perché ti sei contaminato con i morti e sei nel numero di quelli che scendono negli inferi?» (3,10-11). Per questa gente, l’avvento del messaggero di pace significava la speranza di una rinascita dalle macerie della storia, l’inizio di un futuro luminoso.
Ancora oggi, il cammino della pace, che San Paolo VI ha chiamato col nuovo nome di sviluppo integrale, [1] rimane purtroppo lontano dalla vita reale di tanti uomini e donne e, dunque, della famiglia umana, che è ormai del tutto interconnessa. Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale. Come ai tempi degli antichi profeti, anche oggi il grido dei poveri e della terra [2] non cessa di levarsi per implorare giustizia e pace.
In ogni epoca, la pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. C’è, infatti, una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona. [3] Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati.
Vorrei qui proporre tre vie per la costruzione di una pace duratura. Anzitutto, il dialogo tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi. In secondo luogo, l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo. Infine, il lavoro per una piena realizzazione della dignità umana. Si tratta di tre elementi imprescindibili per «dare vita ad un patto sociale», [4] senza il quale ogni progetto di pace si rivela inconsistente.
2. Dialogare fra generazioni per edificare la pace
In un mondo ancora stretto dalla morsa della pandemia, che troppi problemi ha causato, «alcuni provano a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi privati e altri la affrontano con violenza distruttiva, ma tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni». [5]
Ogni dialogo sincero, pur non privo di una giusta e positiva dialettica, esige sempre una fiducia di base tra gli interlocutori. Di questa fiducia reciproca dobbiamo tornare a riappropriarci! L’attuale crisi sanitaria ha amplificato per tutti il senso della solitudine e il ripiegarsi su sé stessi. Alle solitudini degli anziani si accompagna nei giovani il senso di impotenza e la mancanza di un’idea condivisa di futuro. Tale crisi è certamente dolorosa. In essa, però, può esprimersi anche il meglio delle persone. Infatti, proprio durante la pandemia abbiamo riscontrato, in ogni parte del mondo, testimonianze generose di compassione, di condivisione, di solidarietà.
Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa.
Mentre lo sviluppo tecnologico ed economico ha spesso diviso le generazioni, le crisi contemporanee rivelano l’urgenza della loro alleanza. Da un lato, i giovani hanno bisogno dell’esperienza esistenziale, sapienziale e spirituale degli anziani; dall’altro, gli anziani necessitano del sostegno, dell’affetto, della creatività e del dinamismo dei giovani.
Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani –; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati come se non ci fossero passato e futuro. La crisi globale che stiamo vivendo ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente «con rattoppi o soluzioni veloci», [6] ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro, [7] nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili.
Se, nelle difficoltà, sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri». [8] Senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti?
Basti pensare al tema della cura della nostra casa comune. L’ambiente stesso, infatti, «è un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva». [9] Vanno perciò apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato, affidato alla nostra custodia. Lo fanno con inquietudine e con entusiasmo, soprattutto con senso di responsabilità di fronte all’urgente cambio di rotta, [10] che ci impongono le difficoltà emerse dall’odierna crisi etica e socio-ambientale [11] .
D’altronde, l’opportunità di costruire assieme percorsi di pace non può prescindere dall’educazione e dal lavoro, luoghi e contesti privilegiati del dialogo intergenerazionale. È l’educazione a fornire la grammatica del dialogo tra le generazioni ed è nell’esperienza del lavoro che uomini e donne di generazioni diverse si ritrovano a collaborare, scambiando conoscenze, esperienze e competenze in vista del bene comune.
3. L’istruzione e l’educazione come motori della pace
Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. Eppure, esse costituiscono i vettori primari di uno sviluppo umano integrale: rendono la persona più libera e responsabile e sono indispensabili per la difesa e la promozione della pace. In altri termini, istruzione ed educazione sono le fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza, ricchezza e progresso.
Le spese militari, invece, sono aumentate, superando il livello registrato al termine della “guerra fredda”, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante. [12]
È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via.
Auspico che all’investimento sull’educazione si accompagni un più consistente impegno per promuovere la cultura della cura. [13] Essa, di fronte alle fratture della società e all’inerzia delle istituzioni, può diventare il linguaggio comune che abbatte le barriere e costruisce ponti. «Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media». [14] È dunque necessario forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso «un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature». [15] Un patto che promuova l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente. [16]
Investire sull’istruzione e sull’educazione delle giovani generazioni è la strada maestra che le conduce, attraverso una specifica preparazione, a occupare con profitto un giusto posto nel mondo del lavoro. [17]
4. Promuovere e assicurare il lavoro costruisce la pace
Il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello.
La pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione del mondo del lavoro, che stava già affrontando molteplici sfide. Milioni di attività economiche e produttive sono fallite; i lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica e politica; l’istruzione a distanza ha in molti casi generato una regressione nell’apprendimento e nei percorsi scolastici. Inoltre, i giovani che si affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione affrontano oggi prospettive drammatiche.
In particolare, l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante. Molti di loro non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga. A ciò si aggiunga che attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate. In molti Paesi crescono la violenza e la criminalità organizzata, soffocando la libertà e la dignità delle persone, avvelenando l’economia e impedendo che si sviluppi il bene comune. La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso.
Il lavoro infatti è la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà in ogni comunità. Per questo, «non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale». [18] Dobbiamo unire le idee e gli sforzi per creare le condizioni e inventare soluzioni, affinché ogni essere umano in età lavorativa abbia la possibilità, con il proprio lavoro, di contribuire alla vita della famiglia e della società.
È più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato. Occorre assicurare e sostenere la libertà delle iniziative imprenditoriali e, nello stesso tempo, far crescere una rinnovata responsabilità sociale, perché il profitto non sia l’unico criterio-guida.
In questa prospettiva vanno stimolate, accolte e sostenute le iniziative che, a tutti i livelli, sollecitano le imprese al rispetto dei diritti umani fondamentali di lavoratrici e lavoratori, sensibilizzando in tal senso non solo le istituzioni, ma anche i consumatori, la società civile e le realtà imprenditoriali. Queste ultime, quanto più sono consapevoli del loro ruolo sociale, tanto più diventano luoghi in cui si esercita la dignità umana, partecipando così a loro volta alla costruzione della pace. Su questo aspetto la politica è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale. E tutti coloro che operano in questo campo, a partire dai lavoratori e dagli imprenditori cattolici, possono trovare sicuri orientamenti nella dottrina sociale della Chiesa.
Cari fratelli e sorelle! Mentre cerchiamo di unire gli sforzi per uscire dalla pandemia, vorrei rinnovare il mio ringraziamento a quanti si sono impegnati e continuano a dedicarsi con generosità e responsabilità per garantire l’istruzione, la sicurezza e la tutela dei diritti, per fornire le cure mediche, per agevolare l’incontro tra familiari e ammalati, per garantire sostegno economico alle persone indigenti o che hanno perso il lavoro. E assicuro il mio ricordo nella preghiera per tutte le vittime e le loro famiglie.
Ai governanti e a quanti hanno responsabilità politiche e sociali, ai pastori e agli animatori delle comunità ecclesiali, come pure a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, faccio appello affinché insieme camminiamo su queste tre strade: il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro. Con coraggio e creatività. E che siano sempre più numerosi coloro che, senza far rumore, con umiltà e tenacia, si fanno giorno per giorno artigiani di pace. E che sempre li preceda e li accompagni la benedizione del Dio della pace!
Dal Vaticano, 8 dicembre 2021
Francesco
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[1] Cfr Lett. enc. Populorum progressio (26 marzo 1967), 76ss.
[2] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 49 .
[3] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 231.
[8] Esort. ap. postsin. Christus vivit (25 marzo 2019), 199.
[9] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 159.
[12] Cfr Messaggio ai partecipanti al 4° Forum di Parigi sulla pace, 11-13 novembre 2021.
[13] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 231; Messaggio per la LIV Giornata Mondiale della Pace. La cultura della cura come percorso di pace (8 dicembre 2020).
[14] Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 199.
[15] Videomessaggio per il Global Compact on Education. Together to Look Beyond (15 ottobre 2020).
[16] Cfr Videomessaggio per l’High Level Virtual Climate Ambition Summit (13 dicembre 2020).
[17] Cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens (14 settembre 1981), 18.
[18] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 128.
Prevalga il buon senso
La situazione è alquanto agitata e confusa, tra il centro destra in progressiva fibrillazione, dopo che il tentativo del Cavaliere sembra ormai considerato da Salvini superabile/to e la sinistra che rimane ferma in un surplace impotente. Ho salutato con grande soddisfazione l’indicazione di alcuni ex parlamentari grillini della candidatura del prof Paolo Maddalena, costituzionalista a tutto tondo e uno dei più strenui difensori della Carta fondamentale della Repubblica. Sembra, però, che stiano prevalendo gli interessi e le motivazioni “particulari” di singoli, movimenti e gruppi parlamentari non più sostenuti da quei legami forti che erano alla base dei partiti della prima repubblica, e forte è il rischio di una saga dei franchi tiratori preoccupati solo del loro stipendio e dell’agognato vitalizio.
La fragile situazione economico sociale di un Paese sfibrato da una crisi pandemica ben lungi dal potersi considerare finita, suggerirebbe di tener in debita considerazione il motto: quieta non movere et mota quietare, non agitare ciò che è calmo, ma calma piuttosto ciò che è agitato. Recitava così il broccardo latino espressione di un’antica sperimentata saggezza. La saggezza che dovrebbe assistere gli elettori del prossimo Presidente della Repubblica.
Il binomio Mattarella presidente della Repubblica, Draghi capo del governo, ha assicurato sin qui all’Italia stabilità politica e un’affidabilità internazionale senza pari, l’unica che può garantire la prosecuzione della legislatura sino al suo termine naturale. E’ noto il reiterato NO del presidente Mattarella a una sua rielezione; un NO motivato dal ricordo di Segni e della sua proposta di “ non rieleggibilità del Presidente della Repubblica”. Come ha sostenuto, tuttavia, con grande rispetto Paolo Cirino Pomicino al TG2, a riguardo della candidatura del Cavaliere, ma come regola generale: “al Quirinale non ci si candida, ma si viene scelti”. E, allora, perché non attenersi alla saggezza del broccardo latino?
Anche le reiterate e motivate indisponibilità espresse da Mattarella, se avvenisse un voto a larghissima maggioranza del Parlamento integrato dai rappresentanti regionali, sono convinto che possano essere superate. Sarebbe la soluzione più semplice e adeguata alla complessità della situazione politica, economica, sociale e istituzionale dell’Italia. La stessa rielezione del Presidente Napolitano costituisce un precedente da considerare. Quando è in atto una situazione di crisi tra e nelle forze politiche che accompagna e amplifica quella stessa della rappresentanza, servono soluzioni che permettano di garantire una tregua per favorire una ricomposizione e il graduale ritorno a un nuovo equilibrio da realizzare con il voto previsto alla scadenza naturale della legislatura. Ogni altra soluzione, al di là dei tatticismi e promesse vane collegate/bili al voto dei 1009 che inizia il prossimo Lunedì, è certo che provocherebbe l’immediata crisi di governo e le elezioni anticipate con una legge maggioritaria foriera della conservazione di un bipolarismo forzato, incapace di garantire la governabilità di cui l’Italia ha assoluta necessità in questa fase delicatissima della sua storia politico istituzionale. Il bis di Mattarella e la continuazione del governo delle larghe intese, con i possibili aggiustamenti, è ciò che serve. E’ la soluzione più semplice che richiede un suggeritore autorevole come il capo del governo. Rompere questo equilibrio porterebbe soltanto alla confusione e al triste spettacolo dei nominati parlamentari, molti dei quali transumanti seriali. Auguriamoci che prevalga il buon senso e che Mario Draghi sappia lanciare il suo autorevole appello.
Ettore Bonalberti
Venezia, 18 Gennaio 2022
Ripartire dalla base per una Federazione popolare, riformista e liberale
Nella crisi di sistema dell’Italia e con la scomparsa delle culture politiche che furono alla base del patto costituzionale, l’assenza di un centro capace di rappresentare gli interessi e i valori del terzo stato produttivo e delle classi popolari, alimenta la renitenza al voto. Un’astensione elettorale aggravata dalla presenza di una classe dirigente sempre più lontana dalle attese dei cittadini. In questo quadro, tuttavia, permangono intatti gli ideali del popolarismo sturziano e degasperiano, così come s’impongono gli orientamenti indicati dalle ultime encicliche dei Papi: San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco, le quali attualizzano la dottrina sociale della Chiesa Cattolica nell’età della globalizzazione.
Perché allora, dopo quasi un trentennio dalla fine della DC, continua la maledizione della diaspora post democristiana, nonostante il vitalismo diffuso di movimenti, gruppi, associazioni e partiti che si rifanno a quella tradizione politica? Credo che molta parte di ciò sia collegata alla scarsa attendibilità di molti degli attori protagonisti che, con diversa legittimità e fortuna, hanno tentato la ricomposizione politica e culturale di quest’area. Esauriti tutti i tentativi sin qui compiuti per la ricomposizione politica della nostra area, stanco e sfiduciato ho scelto di collocarmi tra gli “ osservatori non partecipanti”, convinto che in questo fallimento abbia influito anche la scarsa e, in taluni casi, nulla credibilità di molti degli attori protagonisti in campo, quasi tutti interpreti di diversi ruoli e responsabilità nella difficile fase di transizione tra la fine della DC e l’avvio delle nuove e differenti personali avventure politiche spesso risultate di mera sopravvivenza. Ecco perché è necessario prendere atto che non spetta più a questi attori, vecchi e logorati nella loro affidabilità, svolgere ruoli di guida, i quali potranno/dovranno essere assunti, invece, da una nuova generazione. Un’autocritica questa che, ovviamente, ci coinvolge tutti noi che apparteniamo alla quarta e ultima generazione della DC storica. Non si può più operare dall’alto in basso ( top down), come ancora sta avvenendo in questi giorni con l’assegnazione di incarichi dal centro ad alcuni amici di realtà locali, una sorta di “missi dominici” del dominus romano, ma serve ripartire dal basso, con un procedimento bottom up, ricomponendo a livello territoriale l’unità possibile di quanti si riconoscono nei valori sturziani cattolico democratici e cristiano sociali, facendo emergere dal confronto democratico di base la nuova classe dirigente. Non uno, ma due passi indietro, dunque, specie da parte di coloro che hanno, sin qui, lucrato personali posizioni di rendita dal riferimento alla DC e/o dall’utilizzo strumentale del suo storico simbolo, lasciando campo aperto ai giovani in grado di interpretare gli orientamenti della dottrina sociale cristiana nei tempi nuovi della globalizzazione. L’unità possibile dell’area cattolico democratica e cristiano sociale in sede locale è, o dovrebbe essere, la premessa per una più ampia collaborazione con le altre culture democratiche liberali e riformiste che, insieme alla nostra, sono state a fondamento del patto costituzionale e hanno fatto grande l’Italia. Ciò comporta:
- disponibilità dei grandi vecchi della politica democristiana di mettersi a disposizione dei giovani;
- individuare i giovani meritevoli che possono rappresentare democraticamente tutte le anime e voci esistenti;
- eliminare ogni riferimento a diaspore e simboli che possono essere barriere d’entrata;
- rinsaldare i principi cristiani in una visione laica moderna;
- presentarsi compatti, uniti, forti e decisi al pubblico, subito in questi giorni, proponendo in primis un Mattarella bis secondo le condizioni anche temporali del capo dello Stato in carica e sostenere fino in fondo in modo unanime questa candidatura di continuità per far finire il lavoro a Draghi poi si vedrà.
Uniti sì, ma per quali obiettivi?
Quanto al merito: i contenuti di un possibile programma politico vanno assolutamente saldati intorno ad un polo europeista, liberale, non estremista, dialogante, che sia di ispirazione degasperiana ed einaudiana, di valori cristiani e laici e che accolga e riconosca le diversità, che premi la meritocrazia, valorizzi i giovani con uno scambio reciproco con chi ha costruito il paese, dia slancio e spazio (vero e non per quote) alle donne, spinga il Paese alla valorizzazione delle imprese, lo renda meno schiavo di una presenza statale "asfissiante e soffocante", che ci salvi da un debito pubblico insostenibile, che abbia capacità di programmazione per i futuri 30 anni, che possa e sappia dare un Sogno e un Futuro alle nuove generazioni, che sappia garantire il lavoro e salvare la pensione ai giovani, e un riconfermato ruolo alla democrazia repubblicana oggi subordinata agli interessi dei poteri finanziari dominanti.
Si dovrà aprire un dibattito su un progetto di programma politico per una federazione di centro aperto popolare, riformista e liberale, sintetizzabile nell’allegato decalogo:
1. Conferma della costituzione repubblicana, no a deformazioni, si a un armonico e organico aggiornamento ai tempi dopo 70 anni di democrazia compiuta eliminando certi doppioni e chiudendo alcuni capitoli e titoli ancora incompiuti che creano problemi allo Stato, al rapporto Sato-Regioni e alle funzioni-spese delle Regioni rispondendo alla opzione di una autonomia a gradi e solo su alcuni temi;
2. Lo Stato deve costare meno in soldi in tempi morti e il dipendente pubblico deve essere un esempio per il dipendente privato, essere pagato in base al lavoro fatto, meno dirigenze e più responsabilità, più semplificazione, più velocità di accesso alle pratiche, riduzione dei passaggi da un tavolo all’altro, controlli a valle dei processi burocratici; più attenzione al cittadino-elettore, tasse e imposte proporzionali al reddito, proporzionalità crescente e decrescente; una Camera legislativa e un Senato di controllo generale e di partecipazione delle regioni; un numero minore di Regioni; aggregazione province volontariamente; aggregazione obbligata dei comuni confinanti con meno di 3000 abitanti e massimo 4 fusioni;
3. Uguaglianza di tutti i parametri e contratti per tutti i lavoratori, attenzione diversa fra imprese piccole e imprese grandi, partecipazione sindacale federale più unitaria possibile, sindacati moderni e misurati al reddito dei lavoratori, non lasciare indietro nessuno dal migrante al gender, ma con regole uguali per tutti, diritti e doveri sullo stesso piano, in primis e soprattutto per i politici;
4. Lavoro (reddito minimo sociale a fronte sempre di un servizio reso), scuole (+ formazione educazione inclusione), sanità (+assistenza per tipo di malato e non per reparto/malattia/ primariati) sono gli unici campi-ministeri dove è possibile fare debito pubblico e deficit statale e regionale, in una linea precisa di ampia occupazione-servizi-qualità di assistenza, reddito equo in base a responsabilità e controlli a tutti i livelli
5. La famiglia è la prima figura sociale di riferimento crescita educazione formazione, ma anche moderna, dinamica, presente, aggregata e come punto per diverse iniziative legislative
6. Europa sempre, ma meno burocrazia, costi fissi, arrivismo statalista, finanza, monetarista, più egualitaria, partecipante a problemi comuni, per una difesa unica comune, per un’azione comune all’estero su certi temi, modello fiscale e aliquote unico in base a produttività e redditività, condivisione dei surplus finanziari ;
7. Individuazione degli asset-paese (turismo, alimentazione, portualità, acciaio, medicali....) anche privati inalienabili, che siano reddituali o almeno in grado di essere autosufficienti economicamente, da difendere sempre con interventi pubblici ad hoc, mettere in atto tutte le norme già esistenti in materia
8. Economia sociale civile sussidiaria ecologica ambientale, deve essere prioritaria in ogni esercizio e campo al posto di quella solo monetaria e solo finanziaria, ritorno alla economia reale in certi campi, controllo e tassazione delle mega rendite anche finanziarie e della gestione patrimoni e assicurazioni da ristornare al cittadino, regole e tasse eque ai colossi del web, energia, finanza, farmaceutica;
9. Grande progetto integrato da più funzioni per i 2/3 del territorio italiano montano/collinare più vulnerabile, svantaggiato, difficile, abbandonato che può crollare a valle, ma anche premiato e autentico patrimonio culturale paesaggistico nazionale che ha in sé già milioni di posti di lavoro e fare in modo che ritornino gli occupati a fare impresa e servizi, dalle scuole ai pronto soccorso, dalle regimazioni idrauliche all’antropologia di servizio
10. Una giustizia nuova, veloce, vera, equa, separazione delle carriere, un autogoverno sui temi costituzionali e non su altro, carriere certificate con parametri pubblici, nuovo processo penale, carceri più vivibili,più sanzioni amministrative e servizi sociali, certezza della sentenza per i reati gravi.
Mi auguro che sia possibile individuare, come ha ben scritto il prof Sandro Campanini, una sede permanente di dialogo e confronto in cui tale dibattito si possa svolgere. Al di fuori dei diversi cantieri aperti, spesso in conflitto tra di loro, non potrebbe assumere l’iniziativa l’Istituto Sturzo?
Ettore Bonalberti
Venezia, 9 Gennaio 2022
Solo se saremo uniti saremo forti
E’ numerosa la schiera degli amici alla ricerca del centro perduto, considerato da tutti il luogo della politica privilegiato per rappresentare gli interessi e i valori del terzo stato produttivo e dei ceti popolari. Nel mio archivio elettronico, nel merito, ho raccolto oltre 180 testimonianze, tra le quali le più numerose sono quelle della nostra area politico culturale cattolico democratica e cristiano sociale. Ciascuna è meritevole di interesse e di attenzione anche se, non conoscendo quale sarà, alla fine, la legge elettorale che sarà adottata, è evidente che ognuna di esse, da sola, non sia in grado di garantire alcuna traduzione degli obiettivi prefissati sul piano politico istituzionale. Interesse e attenzione, ovviamente, in primis per la mia DC, per la rinascita politica della quale mi sono battuto sin dal 2011, ma, che, rispetto a essa, ora vivo una condizione di “osservatore non partecipante”, considerato che, dopo dieci anni di impegno costante, permangono e, anzi, si sono moltiplicate, le divisioni, con una diffusa germinazione di sigle e simboli alla ricerca del glorioso scudo crociato, tuttora nella disponibilità elettorale e come rendita di posizione del trio UDC: Cesa-De Poli-Saccone. I buoni risultati elettorali nei comuni siciliani con il ritorno alla politica dell’amico Totò Cuffaro, sono un ottimo segnale, ancorché insufficiente a garantire una sicura prospettiva in vista delle prossime elezioni politiche sul piano nazionale.
Anche l’esperienza della Federazione Popolare DC avviata con l’amico Peppino Gargani, non è riuscita a sfociare nella formazione di quel “soggetto politico nuovo” che, insieme all’amico Alberto Alessi avevamo indicato, come soluzione compatibile, in attesa delle decisioni sempre promesse e mai attuate di Cesa e dell’UDC. E’ mancata alla Federazione, da un lato, l’accettazione reale del progetto da parte dell’UDC che, alla fine, ha confermato la sua ferma appartenenza al centro destra a guida prevalentemente leghista; una partecipazione ridotta a un ruolo subordinato e di mera sopravvivenza del trio; dall’altro, il mancato convinto coinvolgimento della DC di Grassi, più interessata a una riconferma del proprio ruolo di unica legittima continuità giuridica della DC storica. Infine, non ha contribuito il tentativo intelligente, seppur tutto da verificare, dell’amico Rotondi con la sua intuizione di Verde Popolare, ossia il tentativo di coinvolgere in un nuovo movimento/lista/partito, espressioni di area cattolica con quelle dei verdi, unite dai valori espressi dalla Laudato SI di Papa Francesco: i temi strategici del nostro tempo in materia di clima e ambiente. Anche il tentativo di Clemente Mastella con il suo NOI DI CENTRO, sconta il limite della riproposizione di un modello di partito di tipo personalistico assai lontano dalla nostra tradizione democratica popolare.
Con l’incontro di ieri del direttivo della Federazione Popolare si è preso atto delle criticità esistenti e con l’amico Gargani si è condivisa l’idea di partire dalle realtà locali e regionali per verificare le concrete possibilità esistenti di attivazione di un raggruppamento al centro di componenti politico culturali di area cattolico democratica e cristiano sociale, con quelle di area liberale e riformista. Un centro, dunque, ampio, plurale e democratico a guida collegiale, capace di rappresentare gli interessi e i valori di larga parte di quell’elettorale da troppo tempo renitente al voto.
Le esperienze positive sperimentate in diversi comuni della Campania nelle recenti elezioni amministrative, come a Napoli, Salerno e Benevento, con risultati attorno al 5% di liste unitarie di centro, dimostrano che, partendo dal locale, con una visione forte sul piano più generale, possano nascere aggregazioni politiche con le quali costruire un’assemblea costituente nazionale di un soggetto politico nuovo di centro, finalmente denominato come “ Popolare, Liberale, Riformista”, capace di rappresentare una nuova credibile realtà della politica italiana. Non un partito di qualcuno, ma un partito a guida democratica e collegiale, rappresentativo di tutte le istanze proprie di un nuovo centro italiano. Si è anche evidenziata la necessità che questo soggetto politico nuovo, partendo dalle realtà locali, raccogliendo le indicazioni di programma a misura dei bisogni esistenti, sia guidato da una rinnovata classe dirigente alla quale si potranno affiancare quei “consiglieri anziani “ in grado di offrire le loro migliori competenze. La presenza al direttivo della Federazione convocato ieri da Gargani dell’amico Gianfranco Rotondi, lascia ben sperare che, alla fine, anche la sua bella iniziativa possa incontrarsi con quella che la Federazione Popolare DC intende sviluppare nelle diverse realtà locali. E’ un invito questo rivolto anche agli amici di Insieme, di Rete Bianca e di Centro democratico, nella convinzione che, ancora una volta, solo se “saremo uniti saremo forti, e se saremo forti, saremo liberi” di portare avanti nelle sedi istituzionali le nostre proposte politiche.
Ettore Bonalberti
Venezia, 21 Dicembre 2021
COMITATO 10 DICEMBRE
Per squarciare il velo del silenzio e offrire un contributo alla verità
Scomparso Sandro Fontana, uno dei più illustri storici di matrice cattolica e democratico cristiana, Francesco Malgeri è probabilmente uno degli ultimi esponenti delle scienze storiche che hanno scritto della DC con occhi non deformati dalla “damnatio memoriae”. E’, infatti, questo il condizionamento ideologico che sembra orientare quasi tutti gli storici italiani che, sulla DC e i suoi esponenti, sembra abbiano eretto un muro di silenzio, quando non si riducano a considerare la presenza della DC come un freno alla crescita democratica del Paese. E’ tempo di sollevare questo velo e di sollecitare gli studiosi della storia contemporanea a un esame più rigoroso dei documenti, degli atti, degli uomini e dei fatti che hanno caratterizzato la lunga stagione della guida democratico cristiana dell’Italia (1948-1993).
Avendo organizzato un incontro dibattito nei giorni scorsi a Mestre, per la presentazione del libro di Giorgio Aimetti: Carlo Donat Cattin, la vita e le idee di un democratico cristiano scomodo, con Mario Tassone, Pasquale Ruga e Mario Rossi, si è deciso di costituire il COMITATO 10 DICEMBRE ( la data in cui si è svolto l’incontro) con l’obiettivo di discutere nelle varie realtà italiane, dei personaggi più rappresentativi della storia politica democratico cristiana. Un modo per avvicinare i giovani alla conoscenza di coloro che hanno contribuito alla nascita, alla difesa e al consolidamento della democrazia italiana.
Stimolato dalla pubblicazione dell’amico D’Ubaldo sulla testata on line: Il domani d’Italia, sul settimanale “Democratici cristiani “Per l’Azione”, voglio esprimere tutto il mio apprezzamento per una rivista che si inserisce nella migliore tradizione politica e culturale dei democratici cristiani. Ringrazio la direttrice Maria Chiara Mattesini e D’Ubaldo, per l’accostamento della testata a “ Per l’Azione”, il periodico che, per noi della quarta generazione DC, costituì un punto di riferimento importante per la nostra formazione politica. Tentando di ricercare notizie su Francesco Mattioli, che di quella rivista fu la guida politico culturale ( tutta la documentazione è raccolta presso l’Istituto Sturzo a Roma) per il MG DC della stagione guidata da Luciano Benadusi e Gilberto Bonalumi, mi sono imbattuto casualmente anche in un libro dei “I Quaderni del Ferrari”, scritto da Dario Mengozzi su: La “ sinistra” cattolica modenese- cronache di una singolare esperienza politica di base. Trattasi di una miniera preziosa di documenti e informazioni redatta nel 75° anniversario della morte di Francesco Luigi Ferrari, avvenuta a Parigi nel 1933. Com’è scritto nella prefazione: Questo Quaderno si colloca in questo percorso, presentandoci le vicende della sinistra modenese, una esperienza politica del movimento cattolico modenese guidata da Ermanno Gorrieri a partire dagli anni del secondo dopoguerra fino alla fine degli anni settanta. Mengozzi dice chiaramente nella introduzione che il suo lavoro non è e non intende essere un testo storiografico. Può tuttavia essere considerato una “cronaca”, o un “diario” (anche se si tratta di un “diario ex-post”) le cui tappe sono scandite da un elenco di avvenimenti e di persone .
Come avviene per tutti i diari, anche in questo caso l’autore ha scelto fatti e nomi soprattutto sulla base di un coinvolgimento diretto: ricordi, ideali, priorità, giudizi di valore non sono resi espliciti, ma hanno improntato la successione cronachistica e sono il vero filtro del lavoro di ricerca che ha preceduto la stesura finale.
Siamo certi che in ogni città italiana siano presenti studi, documenti, testimonianze che potranno essere di stimolo per approfondire la storia del partito dei cattolici democratici e dei cristiano democratici. Siamo già pronti per concorrere con il nostro COMITATO 1O DICEMBRE alla presentazione del prossimo libro redatto dall’amico prof Pino Nisticò, già presidente della Regione Calabria, dedicato al ricordo di Riccardo Misasi, una delle colonne portanti della sinistra DC di Base e della guida politica demitiana della DC. Crediamo che da ogni città, provincia e Regione si faranno avanti gli amici democratici cristiani, come il sottoscritto “ non pentiti”, per offrire il proprio contributo a squarciare il velo di omertà e di falsificazione sulla storia del nostro partito. E chissà che qualche storico senza pregiudizi non raccolga il nostro invito e la nostra provocazione. Sollecitiamo anche con quest’articolo di aderire al COMITATO 10 DICEMBRE al fine di favorire l’emersione dei tesori culturali rappresentati dalle vicende politico amministrative degli uomini della DC che hanno contribuito alla difesa e allo sviluppo della democrazia italiana.
Ettore Bonalberti
Venezia, 14 Dicembre 2021
Come al palio di Siena
Tutti alla ricerca del miglior allineamento come i fantini con i loro cavalli al palio di Siena. Qui non si tratta di fantini assoldati dalla propria contrada e disponibili alla compravendita fedifraga del miglior offerente, ma di diversi “conducator” alla ricerca delle possibili alleanze pre elettorali.
La “giostra” era iniziata con l’incontro dell’on Gianfranco Rotondi con il suo nuovo movimento-partito, “Verde popolare”, foriero di una possibile alleanza elettorale bianco verde. Resta il dubbio se potrà coesistere una coalizione tra un amico, ancora organicamente legato a Berlusconi e a Forza Italia e l’on Bonelli, la cui rappresentanza reale dei verdi italiani è tutta da verificare.
Scontata la posizione a destra del trio dell’UDC: Cesa, De Poli, Saccone, ridotto al ruolo di ruota di scorta della Lega salviniana (spiace che su tali posizioni non si dissoci quella nobil donna della senatrice Binetti), dall’assemblea nazionale di Noi Di Centro, riunitasi stamattina a Roma su invito dell’on Clemente Mastella, è giunto un segnale di orientamento opposto, ossia quello di costruire una sorta di Margherita 2.0, essenziale, a detta del sindaco di Benevento, per garantire maggioranza e governabilità al PD, al quale si richiede un ritorno all’ULIVO dei tempi prodiani. Anche qui un centro subalterno, smemori del fatto che, come ci ha insegnato Donat Cattin: è sempre il cane che muove la coda, specie nelle condizioni attuali, tanto a sinistra che a destra.
Come a Venezia, negli anni’ 50, andava di moda la SVAC (Società Veneziana Aspiranti Conti), l’aspirazione nostalgica di una media borghesia di parvenu agli usi e costumi dell’antica aristocrazia, così, da diverso tempo, a Roma sembra sorta la SIAC (Società Italiana Aspiranti Conducator), particolarmente diffusa tra esponenti ex democratico cristiani. Ciascuno è impegnato a costruire un proprio partito/ino, col bel triste risultato che a furia di costruzioni, il villaggio delle diverse formazioni conta ormai un numero impressionante di casematte, molte delle quali senza alcuna prospettiva elettorale concreta. A un bel gridare Merlo, che ha aperto i lavori dell’assemblea, contro i partiti personali, se, alla fine, nel simbolo di NOI DI CENTRO, appare in bella evidenza il nome di Mastella. Noi vecchi democristiani siamo stati allevati in una scuola dove i partiti, non solo erano rispettosi dell’art 49 della Costituzione, ma nei quali le leadership si conquistavano sul campo, nel duro lavoro del confronto politico anche più serrato. Credo sia stato un errore inserire il nome di Mastella nel simbolo del partito, se si voleva evitare la critica di un ennesimo tentativo di personalizzazione della politica. Altro errore non aver esteso l’invito ai tanti amici di area DC e popolare che, anche per questo, non erano presenti.
Oggi il Teatro Brancaccio era, comuqnue, al completo, nel rispetto delle regole anti-covid, e forte è stata la risposta delle “truppe mastellate”, sempre pronte a raccogliere l’invito del loro leader. Donne e uomini di tutte le estrazioni sociali, con molti giovani- prevalevano gli accenti meridionali , ma erano presenti anche amici di altre realtà territoriali italiane.
Occhio benevolo rivolto ai renziani e ad altri gruppi di un centro politico in movimento, con un netto rifiuto per l’”asino di Buridano”, Calenda, il quale, a furia di considerarsi al centro del mondo, a detta di Mastella, rischia di finire, appunto, come quell’asino triste. Netta la disponibilità a raccordarsi con Renzi, ma, è proprio di oggi la notizia che Italia Viva intende unificarsi in Parlamento col gruppo di Toti e Brugnaro. Manovre dei fantini prima del Palio del Quirinale?
Un’osservazione espressa anche da diverse persone che ho avuto modo di sentire al Brancaccio era la seguente: ma perché non impegnarsi innanzi tutto a ricomporre la vasta area cattolico democratica e cristiano sociale, aperti alla collaborazione con espressioni culturali dell’area liberale e riformista socialista e repubblicana, in alternativa alla destra nazionalista e populista e alla sinistra ancora in cerca della propria identità’, piuttosto che continuare a frazionarsi in mille rivoli ?
In questo assai confuso allineamento, manca il mossiere del Palio, che, allo stato degli atti, potrà dare il via, solo dopo l’elezione del presidente della repubblica e la decisione definitiva di governo e parlamento sulla legge elettorale.
Positiva la conferma di Mastella a favore della legge elettorale proporzionale, purché combinata con le preferenze, ma, mi permetto di insistere: prima di avviare un altro partito di centro, non sarebbe meglio tentare la ricomposizione di tutte le diverse espressioni della nostra area sociale, culturale e politica? Continuare a giocare da soli potrà, forse, anche garantire un ruolo subalterno in qualche lista-rifugio, ma non risolve il problema storico politico italiano e della sua crisi di sistema; una crisi che non è solo riconducibile all’assenza di un centro in grado, come seppe fare la DC, di saldare gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari, dando loro efficace rappresentanza politica, ma anche e, soprattutto, è legata all’esigenza del ritorno in campo di una cultura politica cattolico democratica e cristiano sociale ispirata dai valori e orientamenti espressi dalle ultime encicliche sociali dell’età della globalizzazione.
Guai se, tra l’egoistica volontà di competizione alla ricerca di un’affermazione personale o di un ristretto gruppo di aficionados e la necessità della collaborazione, prevalesse la prima. L’antropologia culturale ci ricorda che nell’isola di PASQUA, esempio del prevalere dello scontro, la competizione tra i diversi clan Rapa Nui li portò ad esaurire le risorse sino alla scomparsa della loro civiltà. Per costruire le grandi statue lipidee utilizzarono, infatti, grandissime quantità del legno dei boschi dell’isola sino all’esaurimento di quelle risorse e al progressivo depauperamento della biodiversità e della loro stessa civiltà.
L’Isola di ANITA, invece, sopravvive tutt’oggi, grazie alla collaborazione di tutti i suoi abitanti. Essa è la dimostrazione antropologica che la collaborazione vince sulla competizione. Vale sempre l’aforisma secondo cui: da soli si va più veloci, insieme si va più lontano.
Sono anni che, da profeta disarmato, auspico questa ricomposizione della nostra area, per cui formulo anche agli amici Clemente Mastella e al neo presidente dell’assemblea costituente di NOI DI CENTRO, Giorgio Merlo, i migliori auguri, nella speranza che anche il loro encomiabile sforzo possa facilitare quell’unità possibile di un’area politica decisiva per il superamento della crisi di sistema dell’Italia.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti) (www.alefpopolaritaliani.it)
Venezia, 4 Dicembre 2021
Prove di Centro
Sono aperte le prove di formazione del nuovo centro della politica italiana. Ha iniziato Gianfranco Rotondi con l’incontro del 26 Novembre a Roma di “Verde è popolare”; un tentativo di mettere insieme l’area ex DC guidata dall’amico campano con almeno una parte dei Verdi, sotto il segno dell’ambientalismo ispirato dall’enciclica di Papa Francesco, Laudato SI. Trattasi dell’annuncio di un nuovo movimento-partito che si pone l’obiettivo di preparare una lista bianco-verde per le prossime elezioni politiche. Seguirà il 3 Dicembre l’ennesima assemblea dell’UDC di Cesa col suo trio, sempre fermo nel ruolo subalterno al centro destra a dominanza leghista. Il 4 Dicembre, poi, sarà la volta dell’”Assemblea nazionale costituente di “Noi di Centro” indetta da Clemente Mastella, tentativo che seguirò con particolare attenzione, se, come mi auguro, rappresenterà lo strumento in grado di favorire il processo di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale verso un centro più ampio, allargato alle componenti liberali e riformiste socialiste e repubblicane. Infine, il consiglio nazionale della DC guidata da Renato Grassi convocato il 15 Dicembre per decidere la data del XX Congresso nazionale del partito.
Considero positivamente ogni iniziativa finalizzata al superamento della diaspora DC che ha caratterizzato i quasi trent’anni che ci separano dalla fine politica della Democrazia Cristiana (1993), sia che intenda rilanciare politicamente il partito “mai giuridicamente sciolto”, sia e ancor di più, se intende allargare l’area di centro che considero essenziale per il sistema politico italiano. Legge elettorale da un lato e necessità di dare finalmente adeguata rappresentanza politica al terzo stato produttivo e ai ceti popolari, sono le pre condizioni da cui si dovrebbe partire anche da parte di chi formula superficiali sentenze sui diversi tentativi sin qui compiuti, come quelli della Federazione Popolare dei DC guidata da Giuseppe Gargani, messi in crisi miseramente dal permanente gioco di ostruzione condotto dal trio dell’UDC, dalle elezioni europee alle ultime amministrative d’autunno.
Guai se, come qualcuno giustamente paventa, le diverse scadenze programmate dovessero servire come miseri espedienti, già sperimentati negli anni, per garantire semplicemente a qualche amico una personale candidatura alle prossime elezioni politiche. Non servirebbero né al progetto di ricomposizione politica dei DC e Popolari, né, soprattutto, a dare risposta alla disaffezione che sta tenendo lontana dal voto la maggioranza degli italiani. Il tema della disaffezione dal voto rappresenta inequivocabilmente la crisi del sistema politico italiano. Un sistema che vede da moli anni succedersi alla guida dei governi personalità tecniche o improvvisati politici senza elezione parlamentare e il continuo scivolamento della repubblica parlamentare verso forme più o meno palesi di repubblica presidenziale o, come avviene, pressoché quotidianamente da diverso tempo, una via di mezzo al limite del dettato costituzionale. Lo stesso dibattito su Draghi a Palazzo Chigi o al Quirinale (questa seconda ipotesi intesa, vedi Giorgetti, come garanzia di una guida dal Colle più alto, de facto di tipo presidenziale, anche senza il mutamento della norma costituzionale) è espressione della confusione che regna sovrana, tipica di un sistema politico istituzionale in crisi. Una crisi che è conseguenza di quella dei partiti, ridotti a meri comitati elettorali al servizio dei capi di turno, o, addirittura, eterodiretti, catalizzatori di “nominati” fisiologicamente indotti al trasformismo politico e parlamentare che è la condizione permanente di questa triste fase della nostra Repubblica. Convinto come sono che serva ricomporre una grande forza di centro democratica, popolare, liberale, riformista socialista e repubblicana, mi auguro che alla fine, da tutte le diverse assise di area annunciate, emerga netta questa determinazione, considerato anche che tale formula sarebbe efficace ed efficiente tanto nel caso in cui il parlamento dei nominati decidesse di conservare il sistema elettorale maggioritario attuale, che nel caso sia approvata una legge elettorale proporzionale alla tedesca, con le preferenze, come da sempre auspicato. A Venezia, nei prossimi giorni discuteremo di questo progetto con gli amici socialisti, liberali e repubblicani, per lanciare anche dalla città lagunare il progetto di un nuovo centro alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra ancora alla ricerca della proprio identità. Un centro pronto alla collaborazione con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti- www.alefpopolaritaliani.it)
Venezia, 29 Novembre 2021
Ringrazio l’On Clemente Mastella per essersi assunto l’onere e l’onore di avviare il progetto di costituzione del nuovo centro politico democratico, popolare, liberale e riformista di cui da tempo sostengo la necessità per il nostro Paese. Serviva un leader che assumesse il coraggio di partire. L’invito a ritrovarsi SABATO’ 4 DICEMBRE alle ore 10 al Teatro Brancaccio di Roma è rivolto a quanti sono interessati a questo progetto. Noi Democratici cristiani possiamo e dobbiamo essere parte non secondaria di questo progetto che, sia con la DC guidata da Grassi che dalla Federazione Popolare DC guidata da Giuseppe Gargani, l’abbiamo considerato come la meta indispensabile per riportare in campo le culture politiche che hanno fatto grande l’Italia. Esso sarà anche l’occasione per facilitare la stessa ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, unita nella volontà di concorrere alla formazione di un centro politico alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra ancora in cerca della sua identità. Un centro aperto alla collaborazione con quanti intendono, come noi, difendere e attuare la Costituzione repubblicana. Partecipiamo, dunque, numerosi all’incontro di Sabato 4 Dicembre prossimo per l’Assemblea Costituente di NOI DI CENTRO, impegnati ad andare avanti sempre da Liberi e Forti.
Ettore Bonalberti
Presidente di ALEF ( Associazione Liberi e Forti)
www.alefpopolaritaliani.it
Venezia, 23 Novembre 2021
Avanti al centro per il bene dell’Italia
Sono iniziate le manovre che precedono l’elezione del capo dello Stato. Le votazioni in Parlamento che hanno visto il venir meno della maggioranza di governo hanno evidenziato i giochi che, in questa fase, hanno avuto come protagonisti il solito Renzi “sfasciacarrozze” e alcuni deputati della Lega. Fuori da ogni regola il comportamento della ministra leghista on Stefani, la quale, ha abbandonato il consiglio dei ministri per recarsi in parlamento a votare contro il governo di cui fa parte.
Il parlamento dei “nominati “ uscito dalle elezioni del 2018 è la più squallida espressione del trasformismo politico che ha caratterizzato diversi momenti della cosiddetta seconda repubblica, quella che è succeduta ai partiti storici finiti politicamente nel 1993.
Sembra che Berlusconi nel tentativo di raggiungere il quorum necessario per l’improbabile elezione a capo dello Stato, stia facendo breccia anche tra alcuni deputati e senatori del M5S, quelli che erano stati “ nominati” con l’impegno di “aprire il parlamento come una scatola di tonno” e che, sperimentati i vantaggi degli emolumenti e collegati vari allo scranno miracolosamente occupato, le stanno tentando tutte pur di conservare l’impareggiabile pagnotta.
Debolissima la leadership dell’ex premier Conte, messa a quotidiana verifica dal ringalluzzito Di Maio, il movimento dei grillini è vittima dell’insufficienza dimostrata alle prove dei governi locali e nazionale, e della difficile situazione di stallo della propria condizione tra movimento e partito e tra azione di governo e di opposizione d’antan.
Anche la Lega è vittima della stessa situazione, mentre Forza Italia vive la fase più difficile della sua lunga stagione costantemente collegata alle vicende alterne di un Cavaliere sempre più affaticato dagli anni e dagli affanni di una vita.
In tali condizioni è indispensabile attivare tutte le energie disponibili a costruire una forza politica di centro alternativa alla destra nazionalista e populista e distinta e distante da una sinistra alla ricerca di un’identità faticosamente perduta. Un centro che si riconosca nei valori del popolarismo e del riformismo liberal democratico, dell’Europa e dell’atlantismo e nel quale sia forte la presenza delle componenti di ispirazione cristiana. Un centro pronto a collaborare con quanti sono interessati a difendere e ad attuare integralmente la Costituzione repubblicana. Un centro, infine, capace di interpretare e dare risposte alle attese della povera gente e dei ceti medi produttivi rimasti sin qui senza rappresentanza. Il tempo delle sirene leghiste e dei pentastellati è finito e serve, invece, riportare in campo le espressioni delle migliori culture politiche che hanno fatto grande l’Italia: quella cattolica, quella socialista, liberale e repubblicana, ossia le più autentiche voci del riformismo italiano.
Dobbiamo ringraziare Mario Draghi per aver accettato di guidare il Paese in una fase delicatissima d’emergenza, ma, tenendo conto delle sue reali ambizioni, serve predisporre un’uscita di sicurezza che ponga fine al clima di trasformismo e di irresponsabilità che sta caratterizzando la vita del parlamento e dello stesso governo.
Passaggio decisivo sarà la decisione sulla legge elettorale, tenendo presente che, tanto nel caso in cui si conservi il “rosatellum” maggioritario, quanto e a maggior ragione, si scelga quello proporzionale con sbarramento, una forza di centro ampia come quella indicata sarà indispensabile per mettere in sicurezza il sistema democratico del Paese.
Serve che qualcuno si assuma credibilmente il compito di avviare il progetto in tempi certi e brevi con la speranza che, alla chiamata, rispondano positivamente i tanti democratici oggi sparsi tra la disaffezione e/o il disimpegno, sapendo che è giunto il tempo in cui possa partire una rinnovata componente politica centrale dello schieramento nazionale, essenziale per garantire l’equilibrio della politica italiana.
Ettore Bonalberti
Venezia, 20 Novembre 2021
Uno scatto d’orgoglio
Proseguono i tentativi per la ricomposizione politica dei cattolici democratici e cristiano sociali. Ora, però, serve uno scatto d’orgoglio in avanti per superare il surplace inefficiente che mantiene in vita le vecchie casematte, ognuna delle quali sopravvivono con l’ambizione/presunzione di poter accasare le altre esperienze in campo. Se non si supera questa condizione di stallo, si arriverà alla scadenza delle elezioni politiche ancora divisi e irrilevanti.
In un incontro informale di alcuni amici, l’On Publio Fiori, ieri, ci ricordava come fosse prassi della DC nei momenti più difficili ricorrere alla convocazione di un’assemblea nazionale; una sorte di stati generali dai quali vennero sempre idee e soluzioni politico programmatiche importanti per il partito e per il Paese.
Nella pluralità dei linguaggi che sono stati sin qui espressi dai diversi attori, a me sembra che la proposta di Fiori potrebbe essere favorevolmente accolta, non solo dagli amici della Federazione Popolare DC, della DC guidata da Renato Grassi, di Insieme, di Rete Bianca e delle tante associazioni, movimenti e gruppi di ispirazione democristiana e popolare, ma anche da quella più vasta realtà culturale e organizzativo- sociale del mondo cattolico.
Un comitato promotore dei diversi organismi potrebbe fissare le regole organizzative di questa’assemblea nazionale sul tema della ricomposizione politica dei cattolici democratici e cristiano sociali italiani. In parallelo a questa iniziativa, nelle diverse realtà territoriali gli amici aderenti alle varie realtà associative potrebbero attivare dei comitati civico popolari di partecipazione democratica, aperti alle comunità locali, nei quali poter discutere dei principali temi di interesse dei cittadini. Comitato civico popolari che favorirebbero la partecipazione più ampia e l’emergere delle istanze locali nell’assemblea nazionale.
Se vogliamo reagire al clima dominante di relativismo morale e culturale, di anomia sociale e di nostra sostanziale irrilevanza politica, bisogna ripartire dalle realtà locali e dai concreti bisogni dei cittadini: elettrici ed elettori, che da troppo tempo alimentano la vasta platea dei renitenti al voto.
In alternativa alle velleitarie ambizioni dei soliti noti, che da molti, troppi anni, galleggiano, favorendola, sulla suicida diaspora succeduta alla fine politica della DC; personaggi non più credibili per rappresentare la fase nuova dell’impegno politico dei cattolici democratici e popolari italiani, dai comitati civico popolari territoriali e dall’assemblea nazionale emergerà la nuova classe dirigente, destinata a inverare nella città dell’uomo le politiche economiche, finanziarie e sociali ispirate dai valori della dottrina sociale cristiana. E con la selezione di una nuova classe dirigente, l’elaborazione di una proposta di programma all’altezza dei bisogni e delle attese della povera gente e dei ceti medi produttivi, unico antidoto alla crisi di rappresentanza e di partecipazione politica, che è alla base della crisi del sistema democratico italiano.
Ettore Bonalberti
Venezia, 11 Novembre 2021
Come i polli di Renzo?
Nella grave crisi di sistema che stiamo vivendo, è acuta l’afonia della cultura politica cattolico democratica e cristiano sociale, salvo alcune voci che si rincorrono sul tema della costruzione del nuovo centro della politica italiana. E’ divisiva e fuorviante la discussione sulle alleanze che, da alcuni esponenti e gruppi, viene svolta senza tener conto della legge elettorale che, alla fine, governo e Parlamento decideranno di adottare e senza un confronto serio sui contenuti di un programma politico economico, sociale e finanziario all’altezza della situazione glocale e delle attese dei ceti medi produttivi e delle classi popolari. All’altezza, cioè, delle attese di quell’oltre 50% di renitenti al voto, altra espressione della grave crisi della democrazia italiana.
Non mancano tentativi di ricomposizione politico organizzativa, come quelli che dal 2012 stiamo svolgendo, per dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”, come quelli che gli amici della Federazione Popolare DC, di Insieme, di Rete Bianca e di altre numerose associazioni, movimenti e gruppi, stanno svolgendo, ispirati dalle stesse motivazioni ideali.
Ci sono poi alcuni che, molto sbrigativamente, sostengono l’impossibilità o impraticabilità di tentare questa strada, quasi che ci fosse in noi la velleitaria pretesa di ricostruire tal quale la DC finita politicamente nel 1993. Condividiamo il giudizio di Bodrato: “ la DC era come un cristallo che si è rotto, frantumandosi in mille pezzi non più ricomponibili”, tuttavia non ci rassegniamo e continuiamo a perseguire il progetto di ricomposizione di un’area politico culturale che riteniamo, anche oggi, indispensabile per superare la crisi di sistema.
A chi ci chiede quali sarebbero le motivazioni per tale impegno, rispondiamo che, come nei tempi più importanti della storia politica nazionale ed europea, anche nell’età della globalizzazione, spetta ai cattolici il dovere di impegnarsi in politica per tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali indicati dalla dottrina sociale della Chiesa, così come espressi nelle ultime encicliche sociali: dalla “ Centesimus Annus” di Papa Santo Giovanni Paolo II, “ Caritas in veritate” di Papa Benedetto XVI, e di Papa Francesco: “ Laudato SI” e “ Fratelli Tutti”. Se la “Rerum Novarum” fu la pietra miliare dell’impegno politico dei cattolici, quale risposta alla questione sociale posta dalla prima rivoluzione industriale, le ultime encicliche sono quelle che hanno affrontato in maniera più rigorosa i temi posti dalla globalizzazione e ai drammatici problemi delle crisi energetica e ambientale del nostro tempo.
Avvilente è costatare come di fronte a questi eccezionali emergenze, economiche, finanziarie e climatico- ambientali, che stanno mettendo in gioco non solo le democrazie, ma la stessa sopravvivenza della nostra specie e del pianeta, la vasta e complessa realtà della nostra area politico culturale continui nella diaspora, rischiando di fare la fine dei polli di Renzo. Non solo continuiamo a coltivare le divisioni tra le diverse casematte costruite nei vent’anni che ci separano dalla fine politica della DC, ma, all’interno delle stesse si consumano quotidianamente diatribe, e scontri espressione di una diffusa stupidità, come descritta da Carlo Cipolla : stupido è colui che con i suoi comportamenti fa del male e se stesso e agli altri.
Due sono le principali questioni alle quali, alla luce dei principi ispiratori della dottrina sociale cristiana, dovremmo porre attenzione, che si aggiungono a quelli etici non negoziabili: il tema del superamento del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) assai ben descritto dal prof Zamagni; ossia del prevalere della finanza sull’economia reale e sulla stessa politica, ridotta a un ruolo ancillare e servente agli interessi dei poteri finanziari dominanti; il tema della crisi di sistema, da affrontare sulla base dei principi di solidarietà e sussidiarietà, tenendo conto del ruolo dell’Italia nel quadro geopolitico mediterraneo, europeo e internazionale. Quanto al primo, ho tentato di evidenziare alcune proposte di politico economica e finanziaria, sin qui ignorate (vedi elenco allegato).
In merito alla crisi di sistema, riproponendo una tesi già esposta all’inizio della seconda Repubblica, ossia della necessità di convocare un’assemblea costituente attraverso la quale procedere con metodo democratico ai necessari adattamenti della nostra Carta costituzionale, riterrei indispensabile avviare un dibattito sulla nuova legge elettorale da adottare per le prossime elezioni politiche. Sono convinto che noi DC e Popolari si debba sostenere la legge proporzionale con sbarramento e preferenze, per superare il bipolarismo forzato dimostratosi, dalla riforma Segni in poi, corresponsabile dell’ingovernabilità. Una democrazia retta dal 50% di non partecipanti non è democrazia. De Gasperi diceva che la democrazia muore se non vi è partecipazione.
Una legge elettorale di tipo proporzionale con preferenze è il modo efficace per risanare istituzioni in super critica sofferenza e restituire una classe dirigente diversa e rappresentativa di interessi reali della società . La legge elettorale, infatti, è, per buona parte, la madre per un’ articolazione istituzionale democratica popolare .
Molto opportunamente credo che, come mi scrive la prof. Campus, sarebbe il caso di costruire un movimento di opinione che sostenga il tema: "bipolarismo forzato all’italiana=no-democrazia", anche al fine di evitare che le modifiche sulle leggi elettorali restino un make-up della politica e degli attuali partiti che, con il rosatellum, hanno espresso “il parlamento dei nominati”, oggetto del rifiuto del quasi 60% degli elettori italiani. Evitiamo, dunque, di fare la fine dei polli di Renzo e attiviamoci seriamente a sostegno della riforma della politica economica e finanziaria e di una legge elettorale proporzionale di tipo tedesco, con sbarramento e le preferenze.
Venezia, 7 Novembre 2021
Ettore Bonalberti
Alcune proposte di politica economica e finanziaria dei DC e Popolari
L’unico programma politico che TECNICAMENTE consentirebbe ancora, dopo 25 anni, lo
Sviluppo dello STATO ITALIANO e della Sua CLASSE MEDIA (94% della popolazione italiana)
e che renderebbe tecnicamente possibile ogni altro obiettivo in qualsiasi altro settore sarebbe
il seguente :
1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle
della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti
elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio
1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992)
2. Controllo Statale sulla raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie
assicurative statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini
3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna,
Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano al fine che lo Stato
italiano abbia, con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82
del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare
per impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e
usura bancaria.
4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n.
385/1993):
5. SEPARAZIONE TRA BANCHE DI PRESTITO (loan bank) e BANCHE
SPECULATIVE (investment bank) : abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano
Amato, Barucci e Colombo.
Automatica re-introduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio
1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31 Luglio 1992 firmato da
Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari
proprietari della City of London)
6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il
pubblico
7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna,
Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale
85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori
petroliferi kazari.
8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in
prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e
di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società
italiane quotate alla borsa di Milano.
9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia)
10. Conferire il potere ISPETTIVO sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello
di vigilanza
11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo
indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di effettuare ispezioni in
materia finanziaria, in materia di borsa.
12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla
valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano
Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18 febbraio 1992
firmato da Mario Draghi)
13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di
sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul
tasso
14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in
ogni altra forma di prestito
15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di
ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero
tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso
medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto
cliente
17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB
18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile
sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività,
obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso
d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica
prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3
immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni
immobiliari e nella sezione fallimentare.
Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3
immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri
immobiliari e quali procuratori per le banche nelle esecuzioni immobiliari e nel custode e
nel notaio delle esecuzioni immobiliari
20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti
speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la
prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il
controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano
21. Obbligo di almeno cinque Parlamentari di ogni forza politica di partecipare all’
Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di
maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute
del paese
Attraverso queste essenziali riforme l’Italia potrà riprendere quel ruolo che la DC seppe
garantirle in passato e uscire dalla grave crisi nella quale una classe dirigente in larga parte
incompetente e orientata su una deriva nazionalista e populista l’ha condotta in gravissimo
isolamento politico e strategico europeo e internazionale.
N.B.:
* Da documenti desecretati e da rilievi matematici confermati dal Ministero dell'Economia
delle Finanze sull'assetto di controllo delle banche quotate italiane ( risposta del Ministero
all’interrogazione parlamentare dell’On Villarosa (M5S) nel Febbraio 2017) maggiori
azioniste di Banca d'Italia con 265 voti su 529, da parte , attraverso le SUB-DELEGHE conferite
agli avvocati (avv. Cardarelli, ..) dello studio legale Trevisan di viale Maino –Milano, risultano
una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/ arzebajani di antica
origine tedesca (Vanguard, State Street, Northern Trust , Fidelity , Jp Morgan Trust, Black Rock
, Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già
proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 MILIONE di mq di centri
logistici sempre in Italia), cd ariani o KAZARI o askenazita-kazari , indagati dal 15 Gennaio
2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York per PROCURATO DISASTRO
AMBIENTALE e per avere fermato lo sviluppo dell'energia solare, hedge fund e come tali, unici
fondi al mondo autorizzati a compiere amorali , immorali, illegittime VENDITE ALLO
SCOPERTO (presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine di
farne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato
settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in
Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto
legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano , crolli
della borsa di Milano infatti avvenuti ogni circa sette anni 1994, 2001, 2008 , 2016, crolli che
hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro
risparmi ) definiti fondi speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.
Trattasi di decreti già emessi , non disegni di legge, decreti che comprovano l'avvento in Italia
dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London , proprietari della
City of London, e sede fiscale nel PARADISO FISCALE del Deleware come dimostrato dalla
Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti , indipendente dal 2001).
Fondi speculatori che il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk ha
dimostrato che le società che essi controllano appartengono a TRUSHELFCO, DIKAPPA più un
numero delle sette famiglie kazare , georgiane /arzebajane di antica origine tedesca dei
Rothshild , J.P. Morgan, Warburg , Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson,
convertiti all'ateismo nel 1820 per poter usufruire senza limiti e remore, con l'invenzione
della trivella, ancora del business del petrolio che era terminato in superficie nel 1400 dopo
Cristo in Georgia/Arzebajan decretando la fine dell'impero KAZARO (600 avanti Cristo -1400
dopo Cristo), un impero inspiegabilmente cancellato dagli inventori kazari delle tipografie, dai
libri storia occidentali, ma ben presente nei libri di storia dell'Armenia, dell'Ucraina.
Attenti alla realtà effettuale
Perseguo il sogno della rinascita politica della DC dal 1994, anno della sua fine mai consumatasi sul piano giuridico come da sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, e ripreso con alcuni amici dal 2012, sin qui con molti ostacoli. Comprendo le ragioni che Guido Bodrato ha sintetizzato con un’immagine: “la DC era come un cristallo che si è frantumato e non è più ricomponibile”, tanto più che molti dei frammenti di quel cristallo sono animati da pulsioni egoistiche o, peggio, da colpevoli responsabilità che si tenta di occultare anche manovrando taluni sabotatori seriali.
Non a caso ho partecipato all’ultimo XIX congresso nazionale (ottobre 2018) nel quale ho contribuito all’elezione dell’amico Renato Grassi alla segreteria del partito. La DC è il partito di cui continuo a far parte, convinto come sono che, anch’esso possa e debba concorrere alla ricomposizione dell’area più vasta cattolico democratica e cristiano sociale. Ecco perché non raccolgo le provocazioni di qualche amicoC, che vorrebbe dimostrarsi più democristiano di quanti come me lo sono da una vita e lo saranno per sempre. Una cosa, però. è il sogno e un’altra la realtà effettuale della politica italiana. Ragionare in termini esclusivi di ricostruzione della DC può essere una condizione necessaria ma, certamente, non sufficiente per dare risposte concrete all’esigenza di un centro politico di cui il Paese ha necessità.
Basta analizzare, come faccio da diverso tempo, il tipo di legge elettorale che sarà scelta per le prossime elezioni politiche. Se restasse l’attuale “rosatellum” o analoga legge maggioritaria, una DC, ancorché riunificata (operazione sin qui risultata impossibile) potrebbe forse garantire qualche candidatura a qualche amico in uno dei due poli in cui si ripartirebbe la scelta politica, mentre il nostro residuo elettorato, come già sperimentato, si tripartirebbe tra destra, sinistra e non voto. In tal caso, insomma, la battaglia per la semplice e pur importante riunificazione dei DC, sarebbe quanto mai velleitaria. Se, invece, fosse adottata una legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento, è evidente che una DC da sola non andrebbe da nessuna parte, rischiando risultati con percentuali tali da non superare il 3 o 4 per cento richiesto. Anche e a maggior ragione in questo caso, servirebbe un’ampia unione di componenti dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.
Dopo la formazione dell’attuale governo Draghi, si sta verificando un processo di seria scomposizione-ricomposizione delle forze politiche all’interno del quale assume realistica possibilità, come annunciato da più parti, quella di una Federazione di centro di cui ho scritto nella mia ultima nota politica. In sostanza, restando la legge maggioritaria, il progetto della rinascita politica della DC, ancorché meritevole sarebbe inefficace se non per le ambizioni di qualcuno, come lo è stata la rendita di posizione garantita a destra dall’utilizzo per grazia ricevuta del simbolo dello scudo crociato, dal trio dell’UDC: Cesa, De Poli, Saccone insieme alla sen Binetti. Con la legge di tipo proporzionale, essenziale sarebbe l’unità più vasta d’area. Se consideriamo ciò che si sta muovendo nello scenario politico italiano, l’idea di una Federazione di un centro come più volte da me connotato, penso sia la proposta politico- organizzativa più valida, efficiente ed efficace per garantire una soluzione laica, democratica, popolare, riformista, ispirata ai valori dell’europeismo e dell’atlantismo, della difesa della costituzione repubblicana, nella quale una forte componente di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale sarebbe oltremodo utile e opportuna.
Ettore Bonalberti
Venezia, 26 ottobre 2021
Verso una Federazione del Centro?
Da diverso tempo si susseguono interventi tesi a promuovere l’avvio di un rinnovato centro della politica italiana, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. Lo stiamo facendo da molti anni noi della DC, legittima erede del partito storico, come la stessa Federazione Popolare dei DC insieme a numerose associazioni, movimenti, gruppi facenti parte della vasta e articolata area dei cattolici democratici e cristiano sociali.
E’ mancata sino a oggi la capacità di collegare queste esperienze con quelle assai interessanti degli amici di Rete Bianca, di Insieme, del Centro democratico, persistendo le divisioni che ci hanno visto correre frammentati e, dunque, irrilevanti, anche nelle recenti elezioni amministrative. Uniche interessanti eccezioni: quella dei DC siciliani con Cuffaro, aperti alla collaborazione con Forza Italia e quella di Mastella a Benevento, con una lista sostenuta da un’ampia aggregazione di consenso dal centro a parti importanti della sinistra.
La sconfitta della destra-centro nel voto ottobrino, ha favorito, sollecitato dalla Meloni, l’incontro di Mercoledì scorso a Roma, a Villa Zeffirelli di proprietà del Cavaliere, alla fine del quale sono state raggiunte alcune conclusioni evidenziate nella nota resa pubblica. Da essa si evince l’impegno a procedere uniti verso l’elezione del Presidente della Repubblica e un netto rifiuto del sistema proporzionale. Quanto al primo obiettivo, considerato come il piano A della destra-centro, concesso al Cavaliere come un miraggio nel quale solo Berlusconi crede, esso potrebbe essere il prezzo pagato per l’eventuale premiership della Meloni, così come indicato dalle regole sin qui condivise nel destra-centro: guida chi prende più voti. Insomma due obiettivi che, allo stato degli atti, sembrano premesse di due sicure sconfitte. L’idea di conservare unito il destra-centro si tiene con quella del mantenimento di un forzato bipolarismo che, dal mattarellum in poi, ha saputo sfornare governi instabili a ripetizione finendo col far prevalere l’epistocrazia (governo dei competenti, alla fine, dei tecnici) sulla democrazia. Immediata la reazione negativa di Carlo Calenda all’idea della legge maggioritaria dato che, come tutti noi DC, è interessato a un sistema elettorale di tipo proporzionale. E’ proprio dalle posizioni espresse dall’amico Mastella a Benevento, con l’orizzonte aperto all’impegno più ampio di un centro democratico nazionale e da quelle di Calenda che si potrebbe ripartire. Per non cadere nella trappola che sarebbe mortale per il nostro potenziale elettorato di area DC e popolare, il quale, con una legge di tipo maggioritario si tripartirebbe tra destra, sinistra e astensione dal voto, è indispensabile concorrere alla costruzione di un centro ampio che, come scrivo da molto tempo, potrebbe assumere i connotati di un centro laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista., trans nazionale, alternativo alla destra nazionalista populista e anti europea e alla sinistra sin qui senza identità. Un centro aperto alla collaborazione con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana. Ecco perché guardiamo con interesse al progetto di una Federazione di partiti e movimenti che credono in tale progetto, nel quale la partecipazione di una vasta componente ispirata dai valori del cattolicesimo democratico e cristiano sociale sarebbe oltremodo utile e necessaria. Senza la pretesa di salvifici federatori se dicenti a priori, ma lasciando al campo aperto della politica e del confronto democratico la decisione su chi potrà assumersi l’onere e l’onore di guidare il progetto, credo che insieme a Mastella e a Calenda, anche gli amici di Rotondi e dei Verdi disponibili, così come agli amici di Forza Italia delusi dal mantenere un ruolo subordinato alla destra della Meloni e di Salvini: Carfagna, Gelmini, Brunetta, con quelli di Matteo Renzi, si potrebbe concorrere con tutti gli amici dell’area DC e popolare alla costruzione di una grande centro così come ipotizzato. Un centro che sappia offrire risposte politiche e programmatiche ai bisogni insoddisfatti dei renitenti al voto del 17 e 18 Ottobre scorsi.
Ettore Bonalberti
Venezia, 22 Ottobre 2021
Riflessioni dopo il voto di un democratico cristiano
Quasi il 60% di renitenti al voto alle elezioni comunali. Da lì bisogna ripartire per comprendere il grado di crisi della nostra democrazia. La disaffezione della politica, il disagio sociale e le manifestazioni di piazza, la crisi morale, culturale e sociale, in una parola l’anomia che pervade la società italiana, sono state le ragioni della mancata partecipazione al voto. Tutte concorrenti a rappresentare la crisi dei partiti che sta alla base della crisi del sistema.
In questa mancata partecipazione al voto, pesantissima è stata la nostra assenza, ossia quella del nostro partito e di altri movimenti e gruppi che insieme a noi sono interessati al processo di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.
Tranne alcuni amici coraggiosi come i DC siciliani, i DC e popolari di Rionero, i DC piemontesi, è pressoché raro trovare liste di democratici cristiani, salvo qualche candidato inserito in liste di partiti più o meno affini e dei quali non conosciamo gli esiti.
Ha vinto il PD di Letta e hanno perso le destre nazionaliste e populiste della Meloni e di Salvini. Gli elettori, ancorché solo il 25% votanti, hanno deciso che queste destre non sono adeguate a guidare le città, e, permanendo le loro posizioni estreme di contestazione al governo, come quelle della Meloni, e collegate con partiti antieuropei, come anche la Lega, difficilmente potranno aspirare alla guida del governo nazionale.
Anche la sinistra dovrà fare i conti con la crisi del M5S e con le difficoltà che, il progetto di “ campo largo” annunciato da Enrico Letta, incontrerà passando dai propositi alla concreta realizzazione. Dopo questo voto si annuncia un processo di scomposizione e ricomposizione delle forze politiche italiane. Primo banco di prova, la prossime elezione del Presidente della Repubblica, nella quale il Parlamento allargato alle rappresentanze regionali, dovrà decidere quale ruolo assegnare a Draghi, da tutti considerato la garanzia migliore dell’Italia sul piano internazionale e per l’attuazione del PNRR. E con l’elezione del Presidente della Repubblica, decisiva sarà anche la scelta della legge elettorale da parte di un Parlamento nel quale, molti deputati e senatori sono assai incerti del loro futuro.
Quanto a noi DC dobbiamo renderci conto che se permanesse una legge maggioritaria, il progetto politico avviato nel 2012, ossia di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione 25999 del 23.12.2010 ( “ La DC non è mai stata giuridicamente sciolta”) è praticamente impossibile. Com’è già accaduto in diversi comuni, il nostro residuo potenziale elettorato si tripartirebbe tra destra, sinistra e astensione e anche al nostro interno si proporrebbe la stessa inevitabile divisione.
Solo con una legge proporzionale con sbarramento il progetto più ampio di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale potrebbe avere ancora, non solo una possibilità, ma sarebbe quanto mai utile per il nostro Paese. Tale progetto, però, richiede di riprendere da subito una forte iniziativa con quanti della nostra area culturale e politica sono interessati a questo obiettivo. Va superata la rincorsa inutile sin qui tentata verso l’UDC, ferma nel subalterno ruolo alla destra sovranista e nazionalista, e a cui dovrà essere definitivamente contestata la rendita derivante dall’utilizzo del nostro storico scudo crociato, mentre si dovranno ricercare tutte le possibilità di dialogo con gli amici della Federazione Popolare, di Rete bianca, di Insieme, e dei tanti gruppi, movimenti e associazioni che sentono come noi l’esigenza di un ritorno in campo della nostra cultura politica. Obiettivo concorrere alla costruzione di un centro laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, transnazionale, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra senza identità, ispirato dai principi della dottrina sociale della Chiesa, disponibile alla collaborazione con quanti intendono difendere e attuare la Costituzione repubblicana.
Falliti sin qui i tentativi a livello centrale, dovremo ripartire dai territori: regione per regione, comune per comune, attivando comitati civico popolari di amici, elettrici ed elettori, che si ritrovano sui valori del popolarismo sturziano e degasperiano. Per una nuova partecipazione politica dalla base sui temi prevalenti glocali, ispirati dai valori della dottrina sociale cristiana. A quel 60% di renitenti al voto va offerta una nuova speranza e, come altre volte nella storia dell’Italia, spetterà ancora ai cattolici democratici e ai cristiano sociali concorrere a tale necessità.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC
Venezia, 19 ottobre 2021
Riflessioni dal Nord Est
L’astensione è stata ovunque ampia e diffusa. Più forte nei centri città, a Milano e a Bologna, e assai più consistente nelle periferie, come a Roma. L’astensionismo lo paga soprattutto il M5S che, non solo perde i suoi sindaci, ma è decisivo solo in accoppiata col PD a sinistra. Dalle urne delle amministrative emergono due netti vincitori: il PD di Letta e Fratelli d’Italia della Meloni che si annunciano come i poli di riferimento essenziali a sinistra e a destra della politica italiana. Netta la sconfitta di Salvini e della sua idea del partito leghista che, invece, nel Nord Est fa il pieno di voti nei comuni delle regioni guidate da Zaia e da Fedriga.
Sarà importante analizzare la composizione sociale e culturale del quasi 50% dei renitenti al voto che, a una prima superficiale lettura, sembrerebbe attecchire nelle due fasce intermedie dei “diversamente tutelati” e del “terzo stato produttivo”, escludendo “casta” e “quarto Non stato”, sempre attenti a tutelare i loro interessi le loro condizioni di privilegio palesi e occulte.
E’ una battuta d’arresto oggettiva e clamorosa per il populismo, mentre appare evidente l’assenza di un centro politico democratico e popolare senza il quale la polarizzazione premia i due partiti di più antico insediamento territoriale e dalle strutture organizzative consolidate.
Servirà anche decifrare l’orientamento del voto giovanile; di quei giovani, cioè, che pochi giorni prima del voto avevano riempito le piazze e le strade italiane per le battaglie ambientaliste, assai più disponibili alle logiche dei movimenti che a quelle dei partiti. Eppure il problema di questa caduta della partecipazione elettorale in sede locale, là dove si costruisce il consenso sui temi e i bisogni specifici dei cittadini, dovrebbe far riflettere sulla crisi della nostra democrazia. Una crisi che, in larga parte, si accompagna a quella più generale e profonda dei partiti per i quali, oggi ancor più di ieri, s’impone l’applicazione non più rinviabile dell’art 49 della Costituzione.
Venendo alla nostra area di riferimento sociale, culturale e politico, dobbiamo onestamente riflettere sull’eterogeneità e improvvisazione della nostra partecipazione nei diversi ambienti territoriali, nei quali scontiamo gli effetti devastanti della persistente diaspora che continua a impedire quella ricomposizione politica di cui la politica italiana avrebbe necessità.
Tranne alcuni casi molto isolati nei quali, la DC o la Federazione Popolare dei DC, sono riusciti a presentare, per la verità senza molto successo, liste autonome, sono prevalse le scelte a destra dell’UDC che continua a sostenere una politica, forse opportuna e utile per la sopravvivenza dei soliti noti, ma che impedisce la formazione di un centro democratico e popolare, liberale e riformista, europeista e trans-nazionale, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità.
Vedremo come saranno interpretati i risultati dai partiti presenti nel Parlamento italiano, in base alla valutazione dei quali dipenderà la decisione sulla legge elettorale da adottare alle prossime elezioni politiche. Credo che, sulla base del voto amministrativo, nonostante le spinte al voto di Giorgia Meloni, difficilmente si avranno elezioni anticipate e, dunque, il governo Draghi dovrebbe durare sino alla scadenza della legislatura.
Se a livello nazionale la linea ondivaga di lotta e di governo di Salvini è stata sconfitta, trionfante è invece stata, dove ha prevalso, come in Friuli e nel Veneto, quella dei governatori del Nord Est. Da Pordenone a Chioggia a Montebelluna, infatti, il centrodestra conquista tutti i principali comuni veneto friulani in cui si è votato. Qui domina la Lega di Zaia e Fedriga con una base sociale e culturale dalle antiche radici bianche. Il vecchio disegno bisagliano di una CSU del Nord potrebbe, dunque, essere ripreso. La crisi di una sinistra senza identità in queste realtà impone una seria analisi da parte di quanti come noi si riconoscono nella tradizione e nella cultura politica dei cattolici democratici e cristiano sociali, al fine di riprendere i ragionamenti nel punto in cui li abbiamo interrotti con Toni Bisaglia, alla vigilia della sua scomparsa e della fine politica della Democrazia Cristiana.
La nostra ricomposizione politica prima e, insieme, l’apertura con quanti intendono collegarsi all’esperienza più ampia del Partito Popolare Europeo, sono gli obiettivi da perseguire con forte determinazione.
Ettore Bonalberti
Venezia, 5 Ottobre 2021
Il confronto continua
Ho sollecitato l’apertura del confronto all’interno della DC e della Federazione Popolare DC partendo dalla convinzione che per superare l’attuale frammentazione, prima della scelta delle alleanze, sia necessario trovare la condivisione sui contenuti di un programma in grado di rispondere alle attese del “terzo stato produttivo” e della “povera gente”; di coloro ,cioè, che sono i riferimenti naturali di un partito e/o di una federazione di partiti ispirati dai valori del popolarismo e della dottrina sociale cristiana.
Avevo già inviato agli interessati una bozza di programma articolato che, per la verità, non ha suscitato alcun riscontro. Ho replicato nei giorni scorsi ripresentando, come priorità, le scelte in materia di politica economica e finanziaria, indispensabili per contrastare il dominio dei poteri finanziari che, come gli hedge funds anglo caucasici/kazari, hanno la sede operativa nella City of London e quella legale nello stato USA del Delaware, a tassazione fiscale zero.
Va ricordato, infatti, che da documenti de-secretati e da rilievi matematici confermati dal Ministero dell'Economia delle Finanze sull'assetto di controllo delle banche quotate italiane ( risposta del Ministero all’interrogazione parlamentare dell’On Villarosa (M5S) nel Febbraio 2017) maggiori azioniste di Banca d'Italia con 265 voti su 529, da parte , attraverso le SUB-DELEGHE conferite agli avvocati (avv. Cardarelli, ..) dello studio legale Trevisan di viale Maino –Milano, risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/ arzebajani di antica origine tedesca (Vanguard, State Street, Northern Trust , Fidelity , Jp Morgan Trust, Black Rock, Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 MILIONE di mq di centri logistici sempre in Italia), cd ariani o KAZARI o askenazita-kazari , indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York per PROCURATO DISASTRO AMBIENTALE e per avere fermato lo sviluppo dell'energia solare, hedge fund e come tali, unici fondi al mondo autorizzati a compiere amorali , immorali, illegittime VENDITE ALLO SCOPERTO (presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine di farne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in
Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto
legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano , crolli
della borsa di Milano infatti avvenuti ogni circa sette anni 1994, 2001, 2008 , 2016, crolli che
hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro
risparmi ) definiti fondi speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.
Trattasi di decreti già emessi , non disegni di legge, decreti che comprovano l'avvento in Italia
dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London , proprietari della
City of London, e sede fiscale nel PARADISO FISCALE del Delaware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti , indipendente dal 2001).
Fondi speculatori che il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk ha dimostrato che le società che essi controllano appartengono a TRUSHELFCO, DIKAPPA più un
numero delle sette famiglie kazare, georgiane/arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild , J.P. Morgan, Warburg , Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson, convertiti all'ateismo nel 1820 per poter usufruire senza limiti e remore, con l'invenzione della trivella, ancora del business del petrolio che era terminato in superficie nel 1400 dopo
Cristo in Georgia/Arzebajan decretando la fine dell'impero KAZARO (600 avanti Cristo -1400
dopo Cristo), un impero inspiegabilmente cancellato dagli inventori kazari delle tipografie, dai
libri storia occidentali, ma ben presente nei libri di storia dell'Armenia, dell'Ucraina.
Senza questa premessa non si comprenderebbero le ventidue proposte in materia di scelte economico finanziarie sulle quali ho invitato a discutere gli amici del partito e della Federazione popolare DC.
Sino ad oggi sono intervenuti alcuni amici che hanno condiviso le mie indicazioni, ma non sono mancate le critiche di altri, come gli amici Rapisarda e Palumbo, o le osservazioni più bonarie di Elisabetta Campus e Renzo Gubert.
Le critiche riguardano o l’oggettiva incapacità di portare avanti questa sfida, considerando la nostra consistenza operativa sul piano politico organizzativo e nulla su quello istituzionale ( Palumbo); o l’aver “volato troppo in alto” rispetto ai bisogni e alle attese concrete degli elettori ( Rapisarda).
Quanto al primo rilievo non posso che condividerlo: così come siamo, ancora vittime della persistente Demodissea della diaspora DC, la mia proposta ha soprattutto la funzione di favorire il confronto nell’ampia e disarticolata area politica dei cattolici democratici e cristiano sociali, al fine di ricercare innanzi tutto un accordo sui contenuti, rinviando solo dopo la scelta delle alleanze. Una scelta inevitabilmente condizionata dal tipo di legge elettorale che, alla fine, sarà indicata dal governo e votata dal Parlamento. Su tale punto ho chiarito più volte che, se restasse la legge maggioritaria, nessuna possibilità di riunificazione sarebbe possibile, dato che in una scelta bipolare, i nostri potenziali elettori si dividerebbero in tre parti: una parte voterà a destra, un’altra parte a sinistra e molti altri finiranno con l’astenersi dal voto.
Se passasse invece la legge proporzionale con sbarramento al 3 o 4% sarebbe indispensabile unire tutte le forze per non fare la fine dei “polli di Renzo”. Forzare il confronto volendo anticipare la scelta preventiva delle alleanze, oltre che inefficace non essendo ancora certi della legge elettorale, favorirebbe solo la divisione.
Molto più intrigante la questione sollevata da Rapisarda secondo cui avrei volato troppo in alto, rischiando una sorta di “manifesto programmatico velleitario”….
Su questo rilievo vorrei dire che ho ben presente che i problemi da risolvere con estrema urgenza oggi, riguardano la ricostruzione della sanità pubblica, la digitalizzazione del Paese, l’edilizia scolastica, la conversione energetica, la sicurezza idrogeologica del territorio. Sono, tuttavia, convinto che questi stessi problemi, sui quali si gioca la grande partita del lavoro e dell’equilibrio sociale del Paese, non si potranno risolvere con le sole scelte del PNRR indicateci dall’UE, se non si affrontano i nodi strutturali economico finanziari come quelli evidenziati nelle mie proposte, le quali rientrano nella migliore tradizione culturale e politica della DC e delle scelte fatte dalla Banca d’Italia guidata da Guido Carli, sempre difese dalla DC.
Ettore Bonalberti
Venezia, 25 Settembre 2021
Quali riforme?
Romano Prodi ha dichiarato ieri alla trasmissione dell’Annunziata: “ Con Letta ci siamo sentiti parecchie volte. Il principale consiglio che gli ho dato è che ci vuole una proposta sul lavoro, sul tipo di crescita, sull'organizzazione della società post pandemia". Più modestamente, nelle settimane scorse agli amici della DC e della Federazione Popolare DC, avevo proposto alcune idee per un progetto strategico di riforma per l’Italia. Un progetto che che si riassume in questi punti:
1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992)
2. Controllo Statale sulla raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini
3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano al fine che lo Stato italiano abbia, con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82 del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.
4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n. 385/1993):
5. SEPARAZIONE TRA BANCHE DI PRESTITO (loan bank) e BANCHE SPECULATIVE (investment bank) : abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo. Automatica re-introduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London)
6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico
7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale 85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori petroliferi kazari.
8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società italiane quotate alla borsa di Milano.
9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia)
10. Conferire il potere ISPETTIVO sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza
11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di compiere ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.
12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18 febbraio 1992 firmato da Mario Draghi)
13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul tasso
14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito
15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente
17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB
18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare.
Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle esecuzioni immobiliari e nel custode e nel notaio delle esecuzioni immobiliari
20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano
21. Obbligo di almeno cinque Parlamentari di ogni forza politica di partecipare all’ Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute del paese
Attraverso queste essenziali riforme l’Italia potrà riprendere quel ruolo che la DC seppe garantirle in passato e uscire dalla grave crisi nella quale una classe dirigente, in larga parte incompetente e orientata su una deriva nazionalista e populista, l’aveva condotta in gravissimo isolamento politico e strategico europeo e internazionale, prima che Conte e Draghi rimediassero nel merito.
Sarei curioso di conoscere l’opinione di Prodi e del PD, e, soprattutto, del premier Draghi su questi punti, senza i quali ogni progetto di riforma non sarà in grado di affrontare i nodi strutturali che condizionano l’economia e la finanza italiana.
Ettore Bonalberti
Venezia, 20 Settembre 2021
Come riprendere il cammino
C’è un grande fermento al centro, alla ricerca di un punto di equilibrio che, dopo la fine della DC, manca nella politica italiana. Ci stiamo provando noi della DC guidata da Renato Grassi, dopo la sentenza della Cassazione n. 25999 del 23.12.2010 ( “ la DC non è mai stato giuridicamente sciolta”). Prima con Fiori, Lega, Darida, Alessi e il sottoscritto, insieme a Leo Pellegrino, instancabile nel perseguire la rinascita del partito; poi con Gianni Fontana e tanti altri amici sino alla segreteria attuale di Grassi. Il nostro percorso (2012-2021) è stato ostacolato dalle iniziative di alcuni ben noti “sabotatori seriali”, alcuni dei quali esecutori di mandanti non estranei agli illeciti perpetrati negli atti finali dell’esperienza democratica cristiana. Illeciti mai giudicati e sanzionati. Lo stanno tentando gli amici di “Insieme”, anche se non mancano le divisioni al loro interno tra la linea di Infante e quella di Tarolli. Abbiamo rilanciato il tentativo con l’amico Peppino Gargani, attraverso la Federazione Popolare dei DC, sperimentando, ahimè ancora una volta, la posizione equivoca di Cesa e dell’ UDC; un partito oggi dominato dal sen De Poli, eterna costola subalterna di Forza Italia e della Lega nel Veneto come a Roma. Anche “ il miglior fico del bigoncio”, Gianfranco Rotondi, da sempre inserito da democratico cristiano nel gruppo di Forza Italia, sta tentando l’ardita sperimentazione della nascita di una possibile convergenza tra ciò che rimane della Balena bianca con l’area dei Verdi italiani, sul modello dell’alleanza esistente tra la CDU e i Verdi tedeschi. Non mancano fermenti nell’area degli ex DC che, fatta l’esperienza nel PD, stanno vivendo un momento di sofferta riflessione in Rete Bianca, convinti, come loro sono, sicuramente della necessità di una ricomposizione della nostra area, sempre, però, fondata sul primato di una collocazione a sinistra, anche se non sono più chiari, a loro come a tutti noi, gli elementi di identità del partito di Enrico Letta, dopo la sofferta e complessa camaleontica trasformazione da PCI, PDS, DS, Ulivo, Margherita, PD. Ho cercato, invano, di indicare nella condivisione di una proposta programmatica ( Camaldoli 2) la base di una possibile ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, avanzando alcune idee sul piano della politica economica e finanziaria che, ritengo, essenziali per qualsivoglia progetto riformistico credibile nella condizione di sovranità limitata monetaria e popolare del nostro Paese. Partire dalle alleanze, come ho scritto più volte, non facilita, anzi ostacola il progetto.
Anche il Cavaliere è ridisceso in campo con l’ultima intervista rilasciata al giornale di famiglia, tentando di ripresentarsi come elemento di continuità, nientemeno, dell’esperienza degasperiana. Ci aveva provato un’altra volta, riuscendovi, come suggeritogli dagli amici scomparsi, Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, che gli indicarono l’entrata nel PPE, forte, in quegli anni, di una rappresentanza consistente di voti in sede nazionale ed europea. Ora, con Forza Italia stretta nella morsa del centro destra che dalla guida di Salvini sta diventando sottoposta a quella estrema della Meloni e di Fratelli d’Italia, lo sforzo di Berlusconi sembra al limite del patetico, nell’impossibile sogno di una sua elezione al Quirinale, per il quale anche una riverniciatura dorotea potrebbe servire alla causa. Devo onestamente ammettere che, dopo tanto combattere, sono stanco e sfiduciato, ancorché sempre interessato a concorrere al progetto di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Un progetto che continuo a ritenere indispensabile per ricostruire un centro laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità. Sono ancor più convinto che per realizzare questo progetto sia necessario che tutti i vecchi attori, compresi quelli della mia generazione, molti dei quali responsabili delle difficoltà sin qui riscontrate, facciano non uno, ma anche due passi indietro e che il testimone della migliore tradizione politico culturale DC e popolare, venga assunto da una nuova generazione alla quale noi dovremmo limitarci a fornire dei buoni consigli. Diversi tentativi sono stati compiuti, sin qui senza successo, cercando di rispettare statuti e regolamenti delle diverse realtà dei partiti e associative dell’area. Penso che, allo stato degli atti, sarebbe molto più opportuno, utile ed efficace organizzare un’Assemblea Nazionale aperta a tutti coloro che, firmando un apposito documento, si riconoscono nei valori, nella storia e nei programmi della DC e nel decalogo etico sturziano. Superando tutte le oligarchie, i centri di potere e i giochi delle tessere che si sono sin qui riproposti e con un regolamento semplice che consenta l’emergere di una nuova classe dirigente. Ritengo, infatti, che ci siano ancora molti democratici cristiani e popolari in Italia, i quali attendono solo di essere chiamati da protagonisti a decidere come riprendere il cammino.
Ettore Bonalberti
Venezia, 1 Settembre 2021
Il decalogo del buon politico di Luigi Sturzo
1. È prima regola dell’attività politica essere sincero e onesto. Prometti poco e realizza quel che hai promesso.
2. Se ami troppo il denaro, non fare attività politica.
3. Rifiuta ogni proposta che tenda all’inosservanza della legge per un presunto vantaggio politico.
4. Non ti circondare di adulatori. L’adulazione fa male all’anima, eccita la vanità e altera la visione della realtà.
5. Non pensare di essere l’uomo indispensabile, perché da quel momento farai molti errori.
6. È più facile dal No arrivare al Si che dal Sì retrocedere al No. Spesso il No è più utile del Sì.
7. La pazienza dell’uomo politico deve imitare la pazienza che Dio ha con gli uomini. Non disperare mai.
8. Dei tuoi collaboratori al governo fai, se possibile, degli amici, mai dei favoriti.
9. Non disdegnare il parere delle donne che si interessano alla politica. Esse vedono le cose da punti di vista concreti, che possono sfuggire agli uomini.
10. Fare ogni sera l’esame di coscienza è buona abitudine anche per l’uomo politico.
Appello all’unità
Cari amici,
diciamocelo apertamente stiamo vivendo un tempo, ormai da diversi anni, per alcuni da decenni, di particolare sconforto prossimo alla rassegnazione, constatando come la lunga diaspora della nostra area DC e cattolico democratico e cristiano sociale, lungi dall’essere in via di superamento, continua in una lacerante frammentazione irragionevole e suicida.
Proviamo tutti insieme a vedere ciò che ci unisce e poi eventualmente a vedere ciò che ci divide.
Prima di tutto esaminiamo la cultura dalla quale tutti noi Democristiani e Popolari proveniamo: i principi del Popolarismo, del Cattolicesimo democratico, della Dottrina Sociale della Chiesa per un aggiornamento che serva per un grande progetto politico.
Formuliamo a tutti Noi questa domanda: e’ ancora possibile in Italia pensare cristianamente il futuro della società e contribuire a costruire con laicità degasperiana la Polis, la città dell’Uomo?
Non basta voler rivendicare di essere i continuatori della DC storica e del suo simbolo per attrarre milioni di persone a dare il loro consenso elettorale
Formuliamo prima a tutti noi questa domanda: e’ ancora possibile in Italia pensare cristianamente il futuro della società e contribuire a costruire con laicità degasperiana la Polis, la città dell’Uomo?
La risposta a questa domanda l’ha data nel 2020 il C.S. della Fondazione Democrazia Cristiana/Fiorentino Sullo formato da 89 esperti, nelle più diverse discipline professionali, distribuiti in Gruppi di Lavoro di 22 Aree tematiche che corrispondono alle funzioni dei Ministeri e dei settori di attività più ricorrenti nella società: https://www.fondazionedemocraziacristiana.it/)
Il C.S. è composto anche da tre Membri Emeriti: Alberto Alessi, Achille Colombo Clerici, Giuseppe Nisticò
Ci si chiederà: qual è la Mission culturale del Comitato Scientifico?
La risposta è quella che abbiamo dato alla domanda iniziale: Noi del Comitato Scientifico pensiamo che sia possibile fare Politica da Cristiani per il miglioramento del Bene Comune, come accadde, dopo la 2^ Guerra mondiale, con la Vision della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi
Pensiamo che per il futuro dei giovani, dei Millennials e per lo sviluppo della società italiana che loro governeranno sia necessario e urgente promuovere e sviluppare un’ampia cultura che possa sostenere la Visione di un progetto politico che non sia improvvisato e superficiale, né legato al semplice leaderismo di un politico di destra, di sinistra, del sovranismo e dell’emozione di milioni di followers seguendo gli slogan di comici e avvocati azzeccagarbugli.
Serve un progetto fondato su una cultura ampia e non superficiale che sia radicata nei cittadini, nel popolo italiano, fondata su principi di un pensiero forte e comune, basata su valori fondanti, laici e cristiani.
Valori di moderazione e di riforme, ma con un ‘amalgama ed etica condivisa per poter affrontare le grandi difficoltà sociali, economiche, esistenziali della globalizzazione, ma anche per saper utilizzare le grandi opportunità delle innovazioni tecnologiche dell’era digitale.
Noi del Comitato Scientifico proponiamo e promuoviamo questa Cultura, basata sui seguenti Pilastri:
- Umanesimo integrale: al centro vi sono Persona e Dignità
- Dottrina Sociale della Chiesa, con le Encicliche dei Pontefici, dalla Rerum Novarum di Leone XIII°, alla Populorum Progressio di Paolo VI°, alla Laborem Exercens di Giovanni Paolo II°, alla Caritas in Veritate di Benedetto XVI°, alla Evangelii Gaudium e alla Laudato Si’ di Papa Francesco
- Popolarismo e Personalismo. I Testimoni che hanno fatto diventare nel 1987 l’Italia la V^ Potenza industriale nel mondo
- Ecologia integrale ed Etica ecologica, con il riferimento ai contenuti della Enciclica Laudato Sì
- Costituzione della Repubblica Italiana
- CEDU (Carta Europea dei Diritti Umani)
Noi promuoviamo e sviluppiamo questa Cultura nei giovani e nei Millennials (nati dal 1980 al 1920) e nella società, per contribuire a favorire la costruzione di progetti politici che si ispirino a questi principi per migliorare realmente le carenze di Bene Comune e di Etica nella società.
Oggi, stiamo ancora scontando la grave emergenza economica intervenuta a seguito dei DPCM e delle scelte del Governo giallo-rosso (M5S+ PD) di Giuseppe Conte e per fortuna l’arrivo di Mario Draghi, peraltro un neo liberista internazionale, con il Gen. Figliuolo hanno contenuto gli effetti della pandemia Covid19 con un’efficace piano di vaccinazione e decisioni, meno filo cinesi e più atlantiste, per favorire la ripresa economica.
In queste fasi di crisi, vogliamo richiamare l’insegnamento dei grandi Testimoni Italiani del Popolarismo e della Democrazia Cristiana: Don Luigi Sturzo, Alcide de Gasperi, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Carlo Donat Cattin, Albertino Marcora, Mariano Rumor,Remo Gaspari, e altri Statisti che hanno dimostrato che è possibile “Servire la Politica e non servirsi della politica” (Luigi Sturzo 101 anni fa).
Allora quale può essere la soluzione politica, ci sembra che riunire assieme un un’unica DC tutti i Democristiani non sia la soluzione ne’ per la comunicazione di massa ne’ per la praticabilità. Oggi i Millennials sono più propensi al termine Federazione e per noi la Federazione Popolare dei DC ha rappresentato e rappresenta il tentativo più concreto di ricomposizione di tutti i Democristiani (almeno le quattro componenti che fanno riferimento a: Grassi- De Simone- Luciani- Sandri) ; tentativo al quale le posizioni di rendita lucrate dall’UDC a guida depoliana, hanno sin qui impedito di decollare in maniera positiva.
Io e l’amico prof Antonino Giannone, Presidente del Comitato Scientifico ci permettiamo di rivolgervi un ultimo appello affinché tutte le diverse anime che fanno riferimento alla DC si ritrovino in un incontro a Roma per definire le condizioni, termini e modi per la celebrazione di un Congresso DC di ricomposizione politica da farsi entro ottobre p.v.
Esso potrebbe essere propedeutico a un’assemblea costituente più ampia da compiersi con tutti gli amici dell’area più vasta cattolico democratica e cristiano sociale (Insieme, Rete Bianca, Associazioni, Movimenti fino alla recente Associazione promossa da Gianfranco Rotondi Verde e’ Popolare). In pratica l’amalgama comune di partenza dovrebbe essere la Cultura di base dei 6 Pilastri da condividere
In questo modo la Federazione Popolare con la DC ricomposta da tutte le componenti potrebbero-dovrebbero organizzare liste unitarie di ispirazione DC e Popolare alle prossime elezioni politiche. L’assemblea costituente servirebbe per redigere il programma dei DC e Popolari per l’Italia del XXI^ secolo e per l’elezione della nuova classe dirigente
Ci sembra quindi appropriata al nostro tempo la frase di Aldo Moro presa dal suo ultimo discorso ai Gruppi Parlamentari nel 28 febbraio 1978, pronunciata prima di essere rapito dalle Brigate Rosse e poi barbaramente ucciso. Moro è rimasto un martire cristiano in Politica, un esempio morale per il futuro delle giovani generazioni dei Millennials e della società italiana:
“Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà… Camminiamo insieme perché l’avvenire appartiene in larga misura ancora a noi”.
Per concludere : siamo tutti in Cammino per realizzare una nuova Civiltà dell’Amore, come ci hanno più volte richiamato a fare i nostri Pontefici.
Ritroviamo la nostra unità politica di Cattolici, senza aggettivi, e Democristiani non pentiti in cammino verso la meta comune e finale per tutti e che e’ più vicina per noi più Anziani
- Ettore Bonalberti
Presidente ALEF
Membro Comitato Politico Federazione Popolare dei Democristiani
Vice Segretario Democrazia Cristiana
- Antonino Giannone.
Professore di Leadership and Ethics.
Presidente Comitato Scientifico Fondazione Democrazia Cristiana/Fiorentino Sullo
Membro della Direzione Nazionale DC
Roma, 12 Agosto 2020
Un “preambolo” oggi, ma con chi e perché?
Leggere la nota di Giorgio Merlo su “ il domani d’Italia” del 19 Luglio titolata: “Adesso serve un nuovo “preambolo”. Contro i populismi”, mi fa tornare alla mente quella mattina del Febbraio 1980 a Roma, attorno all’altare della chiesetta sconsacrata dell’ex Convento della Minerva, sul quale Carlo Donat Cattin scrisse di pugno con la sua stilografica quello che passerà alla storia politica italiana, come “il preambolo Donat Cattin”. Eravamo presenti: Sandro Fontana, Emerenzio Barbieri, Luciano Faraguti, Pino Leccisi, e il sottoscritto, ancora incerti sul risultato di quell’autentica sortita del capo, che avrebbe segnato la conclusione vittoriosa del XIV Congresso nazionale della DC per l’area che si opponeva all’alleanza con il PCI.
Quella conclusione, da un lato, permise la ripresa della collaborazione di governo col PSI ,PSDI e PRI, garantendo alla DC più di dieci anni di guida del Paese. Essa segnò anche, però, la rottura dolorosissima della nostra corrente di Forze Nuove e con gli altri amici della Base e morotei, che, come giustamente ricorda Merlo, non si sarebbe più rimarginata e continua a influenzare molte delle scelte differenti tra le schegge sparse della diaspora democristiana, comprese le diverse sistemazioni dei molti dei personaggi sopravvissuti a destra e a sinistra delle attuali forze politiche.
Merlo propone di redigere un nuovo manifesto, un “preambolo politico anti populista per la salvaguardia e conservazione della nostra democrazia”. In sostanza, un preambolo in chiave anti M5S e anti Lega, con un chiaro riferimento critico alle scelte politiche indicate per il PD da Zingaretti prima e ora da Enrico Letta. E’ arduo proporre modelli di soluzioni politiche validi per tempi profondamente diversi, come quelli dell’Italia degli anni’80 con quelli attuali. Quando Donat Cattin propose il preambolo, al di là delle difficoltà interne al partito, superate con un‘indicazione che non poteva non far breccia, come infatti accadde, nel corpo grosso doroteo moderato della DC, esistevano le condizioni politico parlamentari per un’alternativa al “governo della solidarietà nazionale”, che il PSI, il PSDI e il PRI seppero immediatamente cogliere, partecipando a una formula di governo che sopravvisse, tra alterne vicissitudini, sino al 1992.
Non nutro particolari simpatie per il movimento-partito degli ex “vaffa”, anche se stimo quanto il presidente Giuseppe Conte ha saputo realizzare, sia nella prima fase di lotta alla pandemia, che nell’azione condotta per il riconoscimento dell’UE delle risorse del Recovery fund. Una positiva azione che, mi auguro, Conte sappia continuare, ora che ha assunto la guida del M5S in condominio col garante Grillo. Sono, in ogni caso, interessato a comprendere le ragioni che hanno portato oltre il 32% degli elettori a garantire ai grillini nel 2018 la maggioranza relativa nell’attuale parlamento. Inesperienza, errori e nel clima di trasformismo parlamentare dominante, transumanze incomprensibili a destra e a sinistra, al di là del discredito accumulato dagli esponenti cinque stelle, non eliminano, infatti, le ragioni, le motivazioni dei voti a loro dati, da larga parte delle classi popolari e dei ceti medi produttivi. Ragioni e motivazioni, che non sono venute meno, ma, probabilmente si sono aggravate sul piano sociale ed economico, dopo questo lungo periodo della pandemia. Mi domando, allora: ipotizzare come fa l’amico Merlo, un manifesto sostanzialmente anti M5S, quale alternativa politica reale propone, se, come credo, ovviamente si esclude quella di un centro destra sempre più baldanzoso e a netta dominanza leghista dell’estrema meloniana?
Alla fine, il problema ritorna inevitabilmente agli orientamenti e alle scelte politiche di un centro da tutti noi auspicato, nel quale un ruolo decisivo dovrebbe essere assunto da esponenti dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Un centro, però, che sino a oggi, non sembra ancora in grado di decollare. E’ vero che il tema delle alleanze, come sosteneva Martinazzoli, è sempre stato centrale nella politica italiana, ma la questione rimane: prima delle alleanze bisognerebbe concorrere a costruirlo il centro, un progetto che con altri amici, su diverse posizioni, inseguiamo da molto tempo, ma che, sinora, sembra ancora un miraggio.
Ho scritto più volte che partire dalle alleanze non facilita il perseguimento dell’obiettivo; prima ritroviamoci su un programma in grado di dare risposte alle attese del terzo stato produttivo e della povera gente con proposte ispirate ai principi della dottrina sociale cristiana e a politiche economiche a quelli dell’economia sociale di mercato e dell’economia civile; riunifichiamo politicamente la nostra area cattolico democratica e cristiano sociale, e allarghiamoci a quanti, ambientalisti e riformisti sono interessati a condividere con noi la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione. Anche per questo, certo, ci vorrebbero uomini come Donat Cattin, Marcora e Bisaglia, ma, ahimè, loro non ci sono più e allora, pur con tutti i nostri limiti, spetta a noi, se ancora ci crediamo, portare avanti il progetto.
Ettore Bonalberti
Venezia, 21 Luglio 2021
I primi di giugno avevo rivolto un appello al segretario e al presidente dell’Udc, Cesa e De Poli, perché l’Udc ritornasse alle ragioni di fondo della sua costituzione avvenuta il 2 dicembre del 2002: unire movimenti, formazioni ed esponenti politici che si ispirano alla Democrazia Cristiana e al popolarismo sociale. Proponevo, anche, che l’Udc ritornasse al nome originario: Unione democratici cristiani e di centro modificato senza che intervenisse alcuna decisione congressuale e degli organismi di partito. Oggi è il tempo di riprendere il cammino, preservare l’originalità del progetto del dicembre del 2002, impedire che la nostra storia con il simbolo dello scudo crociato scompaiano sotto i colpi di un opportunismo che non rende onore a tanti sacrifici e mortifica tante attese. (Di seguito il testo della mia sollecitazione per avere una risposta che non ho avuto)
Carissimi Lorenzo e Antonio, giorni or sono avevo fatto un appello accorato per ritornare all’originale progetto politico dell’Udc, del dicembre del 2002. Ripropongo con forza il mio appello per ricomporre antiche fratture e ritrovarci assieme per occupare lo spazio che storicamente appartiene ai cristiani democratici e al popolarismo sociale. L’Udc aveva raggiunto risultati politici ed elettorali importanti in un crescendo di attenzione. Un’area moderata,di centro prendeva corpo dando rappresentanza e voce ai ceti produttivi, al variegato mondo del volontariato, dei giovani, delle donne. Fu una risposta dopo il crollo della D.C., fu una scelta perché valori, principi trovassero robusti riferimenti. Fu una grande sfida perché una storia con il suo bagaglio di conquiste civili,non fosse consegnata all’oblio. Un Partito non evita il suo snaturamento con scelte opportuniste che ne impediscono le virtuose visioni del futuro. Se un Partito non pensa,non mobilita,non suscita entusiasmi, se smarrisce il senso della sua storia,se rinuncia alla propria autonomia e si accontenta di essere appendice,non è più tale ma si trasforma in movimento che si svende in una umiliante rincorsa dove prevale il servilismo. Chi porta le insegne di un Partito che costrui materialmente e spiritualmente il Paese, che,uni gli Italiani dopo i disastri,le tragedie delle dittatura e delle guerre, ha il dovere di agire perché un lascito politico e culturale non sia offeso e commercializzato. Chiudiamo una lunga parentesi che ha svuotato l’Udc:il partito della nazione (chi non ricorda Todi, convegno dove volutamente era stato eliminato lo scudo crociato,la proposta di Casini, che liquidava l’Udc e il suo l segretario Cesa,rassegnato come se fosse una vicenda personale e privatistica),l’adesione al governo Letta e la scelta di Monti come esclusivo riferimento del centro e anche nostro. Lo slogan martellante di Casini, non sufficientemente contraddetto, “per Monti,con Monti senza “se”e senza “ma”. Ora io propongo di chiudere quella fase deviante per riprendere il cammino interrotto. Bisogna trovare le soluzioni attraverso la politica cosi come fu fatto per la costituzione dell’Udc. Non è impossibile. Io ci sono con il NCDU,ma ci sono i tanti amici della Federazione Popolare dei democratici cristiani coordinata da Peppino Gargani. Ora è tempo delle decisioni. O si va all’appuntamento con la storia oppure si rimane silenti per non disturbare i potenti. Mi auguro che tutti assieme possiamo ritrovare il gusto della politica e l’orgoglio della appartenenza. Una Assemblea Costituente del prossimo autunno potrebbe segnare la fase della ripresa di un progetto che non può e non deve morire. Nessuno di noi ha il diritto di uccidere un passato che vive in tanti cuori e si proietta nel futuro.Attendo fiducioso una risposta. Sarebbe utile un incontro a breve tra una delegazione dell’Udc e della Federazione popolare dei democratici cristiani. Con i saluti più cari. Mario Tassone
Questa la mia risposta inviata in data odierna a tutti i soci della Federazione Popolare dei DC
Cari amici,
Priorità per il programma
Partiamo dal programma e solo dopo, nell’assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro democratico e popolare, decideremo le alleanze e sceglieremo la nuova classe dirigente. Così ho scritto in alcuni miei editoriali ( www.alefpopolaritaliani.it), mentre diversi amici ci sollecitano a presentare il programma dei DC e Popolari per il XXI secolo.
A Roma, al convegno della Federazione Popolare DC di Sabato 19 Giugno, si è avviato il confronto sui temi economico sociali, che continuerà nei prossimi incontri territoriali ( Nord-Centro e Sud) con i mondi vitali, espressione degli interessi e dei valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari.
Alla vigilia del convegno avevo inviato agli amici del Consiglio nazionale della DC e ai soci della Federazione Popolare DC, un mio ampio contributo programmatico, per la verità, sin qui senza alcun riscontro. Provo a sintetizzare la mia proposta, partendo dalla constatazione che i problemi da risolvere con estrema urgenza riguardano la ricostruzione della Sanità pubblica, la digitalizzazione del Paese, l’edilizia scolastica, la conversione energetica, la sicurezza idrogeologica del territorio. Sono i temi ai quali il governo Draghi dovrà dare soluzione, tenendo presenti i paletti richiesti dall’UE per l’utilizzo delle risorse del recovery fund. Fondi da spendere, come ha dichiarato Draghi martedì 22 all’incontro con la Von der Leyen a Cinecittà:“ con efficienza, efficacia e onestà”. L’unico programma politico che, tuttavia, consentirebbe ancora, dopo 25 anni, lo sviluppo dello stato italiano e della sua classe media (94% della popolazione italiana) e che renderebbe tecnicamente possibile ogni altro obiettivo in qualsiasi altro settore sarebbe il seguente :
1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992).
2. Controllo statale sulla raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini.
3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano al fine che lo Stato italiano abbia, con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82 del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.
4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n. 385/1993) sempre difesa dalla DC e dal governatore Guido Carli:
5. SEPARAZIONE TRA BANCHE DI PRESTITO (loan bank) e BANCHE SPECULATIVE (investment bank) : abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo. Automatica re-introduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London)
6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico
7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale 85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori petroliferi kazari.
8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società italiane quotate alla borsa di Milano.
9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia)
10. Conferire il potere ISPETTIVO sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza
11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di eseguire ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.
12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18 febbraio 1992 firmato da Mario Draghi)
13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul tasso
14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito
15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente
17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB
18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare.
Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle esecuzioni immobiliari e nel custode e nel notaio delle esecuzioni immobiliari
20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano
21. Obbligo di almeno cinque parlamentari di ogni forza politica di partecipare all’ Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute del paese
Attraverso queste essenziali riforme l’Italia potrà riprendere quel ruolo che la DC seppe garantirle in passato e uscire dalla grave crisi nella quale una classe dirigente, in larga parte incompetente e orientata su una deriva nazionalista e populista, l’ha condotta in gravissimo isolamento politico e strategico europeo e internazionale. Mario Draghi adotterà questi provvedimenti alternativi al dominio del turbo capitalismo finanziario? Ce lo auguriamo, ma, se non per lui, questo, secondo me, dovrà essere il nostro impegno nella politica economica e finanziaria italiana.
Ettore Bonalberti
Venezia, 25 Giugno 2021
Condivisione da parte della DC della Nota Verbale della Santa
Il Segretario Nazionale e i Dirigenti della Democrazia Cristiana manifestano la condivisione della Nota Verbale con cui la Santa Sede ha chiesto "informalmente" al govern0o italiano di modificare il disegno di legge contro l'omofobia.
Nel linguaggio diplomatico la Nota verbale è una forma di corrispondenza tra Ambasciate e redatta in terza persona timbrata e non firmata.
La Nota osserva che «alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato del 1984».
Il comma 1 assicura «libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale».
Il comma 3 garantisce «ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». E sono i veri nodi della questione.
Per questo con grande discrezione la Santa Sede «auspica che la parte italiana possa tenere in debita considerazione le argomentazioni e trovare così una diversa modulazione del testo continuando a garantire il rispetto dei Patti lateranensi».
La Democrazia Cristiana ritiene che la Santa Sede abbia tutto il diritto di rivolgersi ai propri interlocutori diplomatici a livello istituzionale e che, pertanto, il suo intervento non sia da ritenersi una indebita ingerenza negli affari correnti di uno Stato positivamente laico. Fin quando rimangono consolidati gli Accordi Lateranensi benché rivisti nel 1984… “pacta sunt servanda”!
Le libertà tutelate dal Concordato Stato-Chiesa sono una preziosa e specifica applicazione di libertà positivamente laiche che sono fondamentali per tutti nell’espressione di visioni e opinioni, nell’insegnamento, nell’organizzazione associativa.
La Democrazia Cristiana condivide con la Santa Sede la preoccupazione in merito al timore che l’approvazione della legge possa arrivare a comportare rischi di natura giudiziaria.
La Democrazia Cristiana non chiede in alcun modo che sia bloccato il DDL Zan. La preoccupazione e la richiesta di rimodulazione riguarda i problemi interpretativi che potrebbero derivare in caso di approvazione di un testo i cui contenuti dovessero essere vaghi e prestarsi a differenti interpretazioni e che potrebbero rendere necessario l'intervento della Giustizia in quanto la normativa contempla una rilevanza penale.
Per questi motivi la Democrazia Cristiana chiede che sia rimodulato e meglio definito l’articolo 1 paragrafi b. e d. laddove si fa riferimento al concetto di “identità di genere” che, come espresso nel DDL, è assai lontano dalla antropologia e dalla psicologia che si rifanno al nuovo umanesimo.
Analogamente la DC esprime la richiesta di rimodulazione o chiarificazione dell’articolo 7 relativo alle attività da intraprendere in occasione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia nelle scuole di ogni genere e grado. In questo caso sono chiamati in causa gli organi collegiali delle istituzioni scolastiche, che possono organizzare tale esperienza nei modi che ritengono più opportuni in relazione al progetto educativo della comunità educante stessa. Ma la scuola materna e le prime classi delle elementari esigono una attenzione somma per il rispetto delle emozioni e della vita dei fanciulli.
Con l’occasione la Democrazia Cristiana auspica per la società politica e per la Chiesa la presenza non solo di laici credenti responsabili e maturi, ma statisti o almeno politici decentemente lungimiranti.
La Democrazia Cristiana confida nell’intervento del Premier Mario Draghi perché valuti gli aspetti segnalati dalla Santa Sede e quelli, sommessamente, segnalati dalla DC.
Una replica fraterna a Teofilo
Stavolta la replica viene da uno “spettatore da remoto”, che si presenta con lo pseudonimo di Teofilo (“amico o amante di Dio”) appellativo derivato, probabilmente, dal nome del destinatario del Vangelo di Luca. Credo di riconoscere la sua identità, ma non sarò io a rivelarla, per rispetto della sua scelta di anonimato.
In estrema sintesi nel suo articolo, Teofilo conclude che nell’incontro di Roma dello scorso 19 Giugno: la gatta frettolosa ha fatto i gattini ciechi. O se si preferisce: chi troppo vuole … con quel che segue. Alla fine il progetto della Federazione Popolare DC sarebbe per lui improbabile e tutti dovrebbero riconoscersi nella DC.
Essendo stato il promotore del progetto della rinascita politica della DC nel 2011, grazie all’informativa dell’amico On Publio Fiori sulla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 ( “ la DC non è mai stata sciolta giuridicamente”), con la raccolta delle firme per l’autoconvocazione del CN della DC, che, in base a quella sentenza, era ancora valido ( raccolta delle firme che fu resa possibile dall’aiuto indispensabile di Silvio Lega, così come essenziale fu l’azione svolta dall’amico Leo Pellegrino in precedenza e anche dopo), mi auguro che Teofilo non mi collochi tra coloro che sarebbero tiepidi o, peggio, contrari a quel progetto. Faccio presente che, dopo quel consiglio nazionale autoconvocato e successiva apertura del tesseramento (anno 2012), si ebbe il rinnovo della tessera da parte di 1748 soci che, grazie all’ordinanza del giudice Romano, costituiscono la base associativa legittima della DC. Il nostro partito è un’ associazione senza personalità giuridica, come tale soggetta alle norme del proprio statuto ( quello del 1992) e a quelle del codice civile. Immediatamente partì l’azione dei “sabotatori seriali”: chi, interessato soprattutto alla questione del patrimonio immobiliare miseramente e illegittimamente dilapidato da alcuni sciagurati; altri, agenti su mandato di burattinai non estranei alle indecenti manovre della fine del partito.
Dalla segreteria Fontana siamo giunti a quella di Renato Grassi assistendo alla nascita per partenogenesi di numerose altre DC, come ha ben rappresentato il collega Gabriele Maestri nel suo recente articolo: “ Scudo (in)crociato, ecco perché tutti i tentativi di rifare la DC falliscono”. Un periodo travagliato della nostra Demodissea (1993-2020), che ho descritto nel mio recente libro con ampia documentazione di avvenimenti, documenti, personaggi di quella lunga e dolorosa stagione che anche Teofilo, credo ricordi bene.
Come si sta concludendo quella stagione? Senza avvisaglie di ricomposizione, ma con sacrosante decisioni degli organi di disciplina interni (probiviri) o con i numerosi contenziosi tuttora aperti in tribunale. Il più importante dei quali sarà la decisione sul ricorso presentato dai soliti noti contro l’ordinanza del giudice Romano, ossia l’autorizzazione da lui concessa alla convocazione dell’assemblea dei soci del 2018, nella quale abbiamo eletto segretario della DC, Renato Grassi. Decisione che è rinviata, credo e salvo altri rinvii, entro il mese di Luglio prossimo. E, intanto, la politica italiana va avanti senza che noi si tocchi palla….
Non so, caro Teofilo, chi stia difendendo meglio la nostra tradizione e cultura, in queste condizioni: chi intende sventolare un simbolo che, se anche ci appartiene legittimamente, non è nella nostra disponibilità elettorale, ma in quella di Cesa e accoliti, o chi si pone il problema di come riportare concretamente nelle istituzioni la nostra cultura politica? Poiché alla fine, proprio questo è il compito della politica e dei partiti: rappresentare nelle istituzioni il punto di equilibrio degli interessi e dei valori che, per noi DC e Popolari, sono quelli dei ceti medi produttivi ( agricoltori, artigiani, commercianti, professionisti, piccoli e medi imprenditori) e delle classi popolari (operai, pensionati, cassaintegrati, esodati, disoccupati) con quelli dei giovani e delle donne e delle persone in condizioni di diversa abilità. Questo è il tema da cui partire nella nostra riflessione che, per quanto mi riguarda, da diverso tempo tento di svolgerlo, convinto come sono che da soli non si va da nessuna parte. Lo dico all’amico Infante, anche lui ex DC, che guida il suo partito “ Insieme”, contraddicendo ciò che l’avvincente avverbio connota, dato che, anziché aprirsi alla collaborazione, intende proporsi come l’autoreferenziale rifugio per tutti, vittima, io credo, del suo orgoglio narcisistico, che non tiene conto nemmeno delle difficoltà presenti all’interno del suo stesso movimento. E anche noi DC, il partito cui mi onoro di appartenere (considerato che mi sono iscritto alla DC nel 1962 ( avevo diciassette anni) e ho rinnovata la tessera sino al 1992-93 e l’ho ripresa nel 2012 e rinnovata poche settimane fa per il 2021) da soli non andiamo da nessuna parte. Ho più volte scritto che se rimanesse l’attuale legge elettorale maggioritaria, i voti potenzialmente disponibili dei DC e Popolari si dividerebbero in tre parti: a destra, a sinistra o nell’astensione; se fosse introdotta una legge di tipo proporzionale sarebbe necessario superare lo sbarramento ( 3 o 4%), ossia servirebbe il massimo di unità della nostra area politico culturale.
Le esperienze fatte sin qui di corse elettorali in solitaria hanno registrato cifre di consenso da prefisso telefonico, a meno che non si avveri la profezia dell’amico Tarolli che, per il suo movimento prevede un ottimistico 5-10%, forte dell’entusiasmo del prof Zamagni, grande e stimato economista, meno affidabile come sondaggista elettorale. Ecco perché, nonostante le insufficienze e i rilievi anche da Teofilo sottolineati, continuo a credere che la DC debba concorrere al progetto della Federazione Popolare dei DC, che potrà e dovrà svilupparsi, alla fine, con chi sarà disponibile a partire proprio dalle prossime elezioni in sede locale.
Caro Teofilo, come ho replicato ad altri amici, anche loro preoccupati della grave situazione che stiamo vivendo: dividerci a suo tempo è stato doloroso e ….facile, ricomporci sarà molto più difficile e complesso, ma dovremmo usare il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà, come ci avrebbe suggerito il mio grande maestro, Carlo Donat Cattin, tenendo sempre presente, accanto ai nostri desideri, ciò che accade veramente nella realtà effettuale.
Ettore Bonalberti
Venezia, 24 Giugno 2021
Prima tappa importante
Prima tappa importante del progetto di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale quella vissuta ieri a Roma. Dopo molto tempo si sono incontrati i rappresentanti dei diversi partiti dell’area DC con gli amici di Insieme e Rete Bianca, uniti attorno alle indicazioni del “manifesto Zamagni”. Promosso dalla Federazione Popolare dei DC, il tema del convegno era stimolante: La nuova visione del Centro politico, una nuova …… Camaldoli.
Il riferimento storico era all’incontro del Luglio 1943, nel quale i cattolici impegnati nella clandestinità politica formularono i fondamentali della politica economica e sociale dai quali De Gasperi-Demofilo, qualche mese dopo, deriverà le “ idee ricostruttive della DC”.
Molto approfondita la lectio tenuta dal sen Ortensio Zecchino proprio sul tema: da Sturzo in poi, con la dimostrazione di quanto degli insegnamenti sturziani fu recepito nella DC di De Gasperi, impegnato a dialogare con gli ex popolari, da un lato, e con i dossettiani, dall’altro, in una non sempre facile opera di mediazione. Insegnamenti quelli di don Luigi Sturzo che, ha sostenuto Zecchino, appaiono quanto mai ancora attuali nell’odierna situazione politica italiana.
Ampio il dibattito svoltosi nel dialogo tra Giorgio Merlo e Vitaliano Gemelli, così come gli approfondimenti sui temi economici della tavola rotonda condotta dall’On Luisa Santolini, con la partecipazione in remoto del prof Ettore Gotti Tedeschi, che ha affrontato i temi strategici del nostro tempo, tra i valori dell’etica e quelli dell’economia, tra la denatalità e la crescita economica e la risposta che compete ai cattolici in Italia e nel mondo.
Tre le indicazioni, alla fine, emerse dal convegno: quella dell’On Paolo Cirino Pomicino, di rompere ogni altro indugio e procedere speditamente alla formazione del soggetto politico nuovo di centro, il partito, strumento indispensabile per la nostra ricomposizione; quella dell’on Gianfranco Rotondi, che ha annunciato la formazione del movimento “ Verde è Popolare”, per l’allargamento del centro della politica italiana; quella dell’On Lorenzo Cesa, che, confermando la su adesione al progetto di ricomposizione, propone l’apertura dell’UDC a quanti intendono partecipare all’annunciato prossimo congresso nazionale del suo partito.
L’on Gargani, in un dialogo svolto con Rotondi e Cesa, coordinato dal prof Antonino Giannone, ha annunciato la formazione, da farsi in settimana, di un comitato ristretto per concordare le regole necessarie per percorrere le tappe indispensabili per la realizzazione del progetto. Nella tavola rotonda finale, da me coordinata, ho evidenziato la netta scelta di campo operata sia dalla federazione popolare dc, che dalla stessa DC storica guidata da Renato Grassi, di alternatività alla destra nazionalista e populista, come nella migliore tradizione popolare e degasperiana, e la distinzione e la distanza da una sinistra senza identità. Ho ribadito, altresì, l’opportunità di non premettere la scelta delle alleanze, fattore inevitabilmente divisivo, come lo fu in tutta la storia dei popolari e dei DC, ma di ricercare, intanto, l’unità sui contenuti del programma del partito. Ho anche chiarito che è inaccettabile per noi DC l’indicazione di una sorta di fusione per incorporazione di tutti nell’UDC, come proposto dall’On Cesa, il cui partito, quasi ogni giorno, si dichiara interessato a far parte della federazione della destra italiana, in netta alternativa alle indicazioni espresse da tutti gli altri amici intervenuti. Sia Lucio D’Ubaldo, Ivo Tarolli, Renato Grassi e Mario Tassone, infatti, hanno ben chiarito che debba trattarsi, in ogni caso, di un soggetto politico nuovo, ampio, plurale, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra senza identità, impegnato a difendere e attuare integralmente la Costituzione a partire dall’art. 49 sulla democrazia interna dei partiti. Un tema ripreso dagli interventi di Pasquale Tucciariello a nome degli amici del centro studi Leone XIII della Basilicata e da Dedoni di Oristano, i quali hanno sollecitato la Federazione Popolare dei DC e tutti gli altri movimenti a superare ritardi e rinvii non più comprensibili e sostenibili in periferia.
Forti i richiami ai temi del prevalere, nell’età della globalizzazione, della finanza sull’economia reale e sulla politica, negli interventi dell’On Paolo Cirino Pomicino, Raffaele Bonanni e Giorgio Merlo e sulla necessità di rappresentare gli interessi dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, oggi largamente senza rappresentanza e molti dei quali facenti parte dei tanti renitenti al voto.
Assai interessante l’intervento di Nino Gemelli sui nuovi sistemi della comunicazione oggi in atto nella politica e tra i giovani, e la sua proposta per il sistema di comunicazione e di scelta delle candidature per il nuovo soggetto politico. L’On Gemelli, in particolare, con riferimento al simbolo da adottare si è così espresso: “ penso che dipenda dalle adesioni che si avranno a tale proposta; infatti se l’UDC volesse aderire, si potrebbe usare il simbolo dello “scudo crociato”; se l’UDC non intenderà aderire, allora si potrà adottare il simbolo che il collega Gargani ha registrato sia in Italia che in Unione Europea, a meno che non si intenda adottare il simbolo che ha ideato il collega Rotondi, che vorrebbe evidenziare la svolta ecologista del nostro raggruppamento”.
Molto applaudito, infine, l’intervento di Maria Fida Moro che, con tanta passione, ha assicurato il suo impegno a sostegno del progetto. Ora attendiamo gli sviluppi e le altre tappe: la formazione del comitato preparatorio annunciato da Gargani e gli adempimenti statutari che competono ai diversi partiti e movimenti interessati; i tre incontri con i mondi vitali del Nord, Centro e Sud, nei quali invitare tutti gli aderenti e simpatizzanti delle diverse formazioni d’area, al fine di costruire dal basso, partendo dai bisogni e dalle attese reali della gente, il programma economico e sociale del nuovo centro della politica italiana ispirato dai valori della dottrina sociale cristiana. Solo dopo si potranno condividere le regole per la convocazione di un’assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro, che ieri ha percorso la sua prima tappa. Imminente banco di prova: le prossime elezioni amministrative nelle grandi città e per il rinnovo del consiglio regionale della Calabria. Una buona notizia è giunta dall’amico Vincenzo Speziali, che ha confermato l’impegno assunto con Mario Tassone e gli amici della Federazione Popolare Dc per una lista unitaria di tutta l’area in quella regione. Ci auguriamo che analoghe iniziative si possano realizzare a Roma e nelle altre città italiane interessate dal voto amministrativo d’autunno.
Ettore Bonalberti
Roma, 20 Giugno 2021
Da un recentissimo saggio un contributo alla comprensione dell’oggi e dei rapporti internazionali
di Orizzonte
C’è un interessante saggio, appena uscito in libreria (Marzo 2021, editore Piemme), che può aiutarci a meglio comprendere le dinamiche dei rapporti internazionali attuali, al di là di una visione strettamente focalizzata su singole aree geografiche.
Sto parlando di “Vulnerabili: come la pandemia sta cambiando la politica e il mondo” del professor Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica.
La constatazione iniziale è che questa tragica pandemia ci ha fatto riscoprire completamente fragili come esseri umani viventi. Tutto lo sforzo da Nietzsche in poi, ma, forse, da ancor prima, con Comte ed il positivismo (1800), di elevare l’uomo a dominatore senza limite non solo della realtà naturale, ma anche di se stesso, attraverso il potenziamento della tecnica utilizzata dalla scienza, è stato terremotato (dei rischi della tecnica, intesa lato sensu, ne hanno parlato più volte Heidegger, Severino e Cacciari in illuminanti saggi). Improvvisamente ci siamo trovati smarriti dinanzi a ricercatori medici e biologi che non avevano né conoscenze, né risposte da dare immediatamente per salvare vite umane.
Il dire semplicisticamente che si ha fiducia nella scienza non basta, occorre anche aggiungere che la scienza procede per gradi e per errori, proprio perché umana e richiede il tempo necessario a fare ricerche e sperimentare farmaci. Chi pensava di vivere in un Eden nel quale ci fosse sempre pronta la soluzione razionale immediata scientifica ad ogni problema si è dovuto ricredere. Non è così.
Parsi, però, va oltre e si spinge a dire che noi umani siamo diventati le catene di informazioni, denaro e merci, pensate per le cose e non per le persone stesse. Questa osservazione acuta e veritiera (che apre uno squarcio sulla globalizzazione così veloce attuata grazie anche alla rete web) imporrebbe riflessioni più filosofiche antropologiche, che (le ormai abusate e insufficienti) economiche, su che cosa noi vorremmo che fosse il nostro sistema di vita, la nostra società, le relazioni fra i nostri simili.
La creazione di “catene del valore” concepite soltanto per abbattere i costi e per vendere più prodotti, accrescendo legittimi profitti, si è scontrata con il limite di un virus che è stato combattuto, nonostante il progresso, con sistemi ancora di 400 anni fa: col distanziamento sociale, con il confinamento in casa, con la interruzione di rapporti fisici umani, con il crollo dei consumi che ha innescato una caduta del Pil mondiale e di quello italiano, nel 2020, pari a 10 punti.
Anche in tal caso, forse, dovremmo porci una semplice, quanto banale (eppure in 16 mesi di cose dette in estenuanti conversari televisivi non l’ho mai ascoltata), domanda: è possibile un mondo concepito economicamente solo sulla domanda di beni (consumismo di massa) per cui quando questa cessa improvvisamente, per eventi imprevisti, ci ritrova alla fame, con aziende che chiudono, gente che perde salario e lavoro, crollo degli investimenti, sfiducia e tutte le nefaste conseguenze che abbiamo sotto agli occhi?
Non è una impalcatura che la storia recente e l’esperienza ci hanno già insegnato essere troppo fragile?
Non l’abbiamo compreso con la crisi del 1929, con quella del 2008-2010?
Pare di no. Tutti continuano a dare per scontato che questa architettura, del tutto in bilico, debba continuare.
Chi, se non politici veri e colti possono, con l’aiuto anche di neuroscienziati e filosofi (sì, proprio di filosofi e studiosi del cervello e delle sue ancora ignote dinamiche che creano paure, riflessi condizionati - che incidono sul comportamento in economia - e non solo di economisti! Perché occorre gente che sappia fare collegamenti interdisciplinari, che abbia la capacità di analizzare, ma anche di astrarsi dall’oggetto della ricerca e di inventarsi nuovi rapporti sociali, nuovi modi per essere comunità. Gente flessibile e creativa e conoscitrice dell’uomo in se stesso, prima ancora che come homo oeconomicus) elaborare alternative a questa?
Abbiamo bisogno di grandi intellettuali in politica, oggi più di 40 anni fa! Il tecnicismo specialistico è utilissimo in certe applicazioni pratiche, ma incapace di emergere al di sopra del tema trattato. Occorre uno sguardo creativo d’insieme, una riprogettazione politica, con la “P” maiuscola. Leggiamoci la settima lettera di Platone rivolta a Dionisio II di Siracusa. Necessitiamo di quel ruolo così antico e così moderno (pensiamo a Rousseau, a Tocqueville) in questa fase storica.
Ebbene, ritornando al saggio, l’autore, criticando lo smantellamento del sistema sanitario pubblico, che ci ha privato di quella assistenza così agognata in questi mesi e così universale e, così, diciamolo pure, civile rispetto a stati che non ce l’hanno, afferma che “Questo modello fondato su una ricerca del profitto e della efficienza a qualunque costo, la cui forza sembrava in grado di macinare qualunque opposizione, si è dimostrato vulnerabile proprio a partire dal fattore critico per definizione, quello umano. Il sistema in cui la competizione è tra chi nella produzione apporta danaro, organizzazione e comando e chi apporta lavoro, tempo e fatica si è incagliato proprio quando un virus sconosciuto ha intaccato non le reti informatiche, ma quelle biologiche degli esseri umani”.
Parsi si augura che al centro vada rimesso l’uomo con la sua dignità e la sua protezione e questo auspicio pienamente condivisibile non può non implicare aspetti valoriali e filosofici che stanno a monte dell’economia, nella consapevolezza che l’economia è un aspetto del comportamento umano, uno solo, uno dei tanti e che quando si cerca di riprogettare una convivenza, ideando nuovi modi di essa, l’economia ne risulterà necessariamente riplasmata.
Fino alla esplosione della pandemia si era imposta, scrive il docente, “in maniera egemonica una visione asfittica del liberalismo che sempre più ha teso a presentarlo …come una ideologia volta a giustificare la superiorità assoluta e definitiva del mercato su qualunque altra forma di organizzazione della società. Non sono bastate le crisi finanziarie…perché mentre si parlava di concorrenza, mercato e libertà si adottavano misure a favore dell’oligopolio, degli operatori più forti nel mercato e delle concentrazioni finanziarie”.
Da ciò traluce l’esigenza di governare l’iper globalizzazione (che, comunque, con la sempre più aspra contesa fra Usa e Cina non potrà più espandersi come prima, salvo determinare la caduta dell’egemonia americana, il che causerebbe, come effetto immediato, la caduta del valore del dollaro), riportando il controllo di essa in capo ai governi democraticamente eletti.
L’illusione che il mercato globale (associato alla rivoluzione informatica) espungesse le tensioni proprie della dimensione del potere politico si è rivelata tale, dal momento che, come ben noto agli studiosi di antitrust (ma sarebbe bastato conoscere Karl Schmitt), all’interno del mercato emergono sempre raggruppamenti che, per forza acquisita, possono sconfinare da esso e rendersi oligarchia imperante sulla società.
Il tema è ben noto da tempo immemore nella filosofia e nella storia della Grecia antica: pensiamo a Crizia ed al regime dei Trenta tiranni (400 A.C.). Per questo sostengo la necessità di riscoprire la filosofia anche come agire politico, pratico, per nulla esclusivamente speculativo, che tratta alla radice i temi grandi della esistenza umana. Senza comprenderli, non possiamo riprogettare la società, poiché saremmo ciechi dinanzi a questo compito, prigionieri del solo nozionismo tecnico specialistico. La grande Politica è sguardo d’insieme, visione generale.
Parsi evoca tre diversi scenari internazionali futuri che chiama, simbolicamente, : Restaurazione, fine dell’Impero Romano d’occidente e Rinascimento.
Restaurazione. Il riferimento è al famoso Congresso di Vienna del 1815 (la storia è ingrediente sempre necessario in chi si occupa di politica estera) che riorganizzò l’ordine europeo dopo i mutamenti della rivoluzione del 1789 - 1799 e l’ascesa e caduta di Napoleone I.
Ci si illudeva di ritornare al mondo di prima. Così non fu. Sbocciò un cigno nero: i moti davvero liberali (che di economico nulla avevano, ma di anelito alla libertà politica tutto) che sconvolsero quei piani e diedero i natali all’Italia nel 1861 e alla Germania unificata nel 1871 (dopo una sconfitta pesantissima inflitta alla Francia).Seguendo questo scenario, si dovrebbe riprendere la globalizzazione, anche se in forme assai più ridotte; la Cina e gli Usa continuerebbero ad oscillare fra cooperazioni interessate in aspetti economici e finanziari ed ostilità crescente, invece, sul piano del dominio territoriale. Pechino dovrà rinunciare ad alcune parti della sua via della seta ed incrementare i consumi nazionali per diminuire la dipendenza dalle esportazioni verso Usa, India e UE. La UE resterà a dominanza tedesca, anche senza Frau Merkel, con orientamenti più spiccatamente indipendenti nel dialogo con Cina e Russia.
Fine dell’impero Romano d’occidente. Parliamo della data ufficiale: il 476 d.c. deposizione di Romolo Augustolo da parte di Odoacre. La deglobalizzazione potrebbe accentuarsi, se la risposta al virus non sarà tempestiva con terapie efficaci e vaccini sufficienti. La paura potrebbe estendersi (entrano in gioco prepotentemente aspetti di psicologia sociale che condizionano la economia), il consumo rallentare, le relazioni sociali farsi diffidenti, alterando il comportamento di milioni di persone, con caduta di tanti in depressione. Gli Usa vedrebbero ridimensionato il proprio potere, e sarebbero maggiormente rinserrati al loro interno, con ricostituzione di rapporti internazionali più demarcati per aree di influenza con gli altri stati. In questo contesto la UE “cesserebbe concretamente di esistere, travolta dalla sua lentezza” ad elaborare una sua politica comune.
Infine, il terzo scenario: quello del Rinascimento. Gli stati provvedono finalmente a regolare la globalizzazione, a ridurne gli effetti negativi all’interno dei paesi europei (la maggiore crescita di ricchezza da essa derivante ha investito i cinesi, gli indiani, non gli europei o gli americani), gli Usa rientrano nella attività anche di tipo etico politico promuovendo i valori universali e risviluppando una egemonia in grado di arginare tentativi autoritari.
Si riprogetta una forma di mercato di tipo diverso da quello attuale, con elementi di perequazione, rilancio della classe media, stato sociale efficientato, impulso alla ricerca di base. Il debito contratto per il Next Generation Future EU, secondo l’autore, dovrebbe diventare perenne, irredimibile, per non generare speculazioni sui mercati internazionali ed andrebbe collocato in una istituzione nuova, da creare nella Unione, mettendolo bene al riparo da instabili oscillazioni .A quel punto gli stati dovrebbero preoccuparsi solo di rimborsare gli interessi.
Una siffatta proposta fu avanzata dal grande economista inglese Keynes (forse il più importante di tutto il novecento ed il cui indirizzo politico le banche centrali stanno attualmente adottando, esattamente come accadde nel 1929 e nel 2008-2010) nel suo poco letto “Le conseguenze economiche della pace”, scritto nel 1920, dopo avere partecipato alle trattative di pace seguite alla fine della prima guerra mondiale.
Egli propose di cancellare i debiti di guerra fra le potenze vincitrici (in particolare, gli Usa, creditori verso Gran Bretagna, Francia ed Italia), debiti che oneravano anche Roma. Con le dovute differenze è un po' la situazione che potrebbe manifestarsi adesso con il grande prestito concesso all’Italia. Cento anni fa John Maynard Keynes scriveva che “sarebbe forse esagerato dire che per gli alleati europei è impossibile pagare il capitale e gli interessi da essi dovuti per questi debiti, ma costringerli a farlo significherebbe certamente imporre a loro un onere schiacciante. E’ prevedibile che essi tenterebbero di continuo di evadere o eludere il pagamento e questi tentativi sarebbero una fonte costante di malanimo e attriti internazionali per molti anni a venire. Una nazione debitrice non ama il suo creditore ed è vano aspettarsi sentimenti amichevoli da parte di Italia, Francia e Russia verso il nostro paese o verso l’America , se il loro futuro sviluppo sarà soffocato per un lungo periodo dal tributo annuo che devono versarci…se invece questi grossi debiti vengono condonati, si darà stimolo alla solidarietà e alla sincera amicizia delle nazioni”.
Non fu ascoltato e tutti sappiamo cosa accadde con la nascita dei movimenti di revanche in Germania, determinati proprio dall’impoverimento della popolazione. Un monito anche per l’oggi ?
Prima la nostra Camaldoli, poi la costituente di centro
La proposta fatta dall’amico Mario Tassone di un’assemblea costituente di tutti gli amici DC, oltre che a essere pienamente condivisa, costituisce anche uno degli obiettivi che ci siamo posti come Federazione Popolare DC. In questi giorni la DC guidata da Renato Grassi, cui mi onoro di appartenere, è impegnata nel tesseramento 2021, che darà diritto di partecipare al prossimo XX Congresso nazionale annunciato per l’autunno prossimo. Analogo impegno è quello degli amici di “Insieme”, guidati da Giancarlo Infante, con riferimento a quanti si riconoscono nelle proposte del “Manifesto Zamagni”.
Tutto ciò che va nella direzione della ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale in Italia non può che essere salutato positivamente. Essenziale, tuttavia, sarà superare l’antico vizio italico secondo cui: tutti vogliono coordinare e nessuno vuole essere coordinato. Analogamente sarà bene por fine alla tragicomica sequela di “se-dicenti segretari” di fantomatiche democrazie cristiane, espressioni di malcelate ambizioni di qualche “ultimo giapponese”, o, peggio, delle manovre di vecchi arnesi dell’ultima DC, non estranei alle indegne pratiche illegali che accompagnarono miseramente la fine ingloriosa e per certi versi fraudolenta del patrimonio immobiliare del partito.
Permane, come sempre fu nella storia politica del cattolicesimo italiano, la distinzione tra coloro che si ritengono gli eredi legittimi del pensiero degasperiano e moroteo di “ un partito di centro che guarda a sinistra” e quelli che, avendo partecipato in forme più o meno dirette all’esperienza berlusconiana, continuano a rivolgere il loro interesse a destra.
Da parte mia, considero più efficiente ed efficace puntare verso un soggetto politico nuovo di centro, più volte connotato come: democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato dalla dottrina sociale cristiana e dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori. Un centro alternativo alla destra nazionalista e populista, oggi a trazione di Fratelli d’Italia e della Lega, e distinto e distante dalla sinistra senza identità. Per questo è indispensabile non porre preliminarmente la questione delle alleanze, oltre tutto nell’incertezza sulla legge elettorale, maggioritaria o proporzionale, che alla fine sarà scelta per le prossime elezioni nazionali. E’ evidente che, premessa indispensabile per la nostra ricomposizione politica è e sarà l’adozione della legge elettorale proporzionale, poiché, con qualunque altro tipo di legge maggioritaria, il voto della nostra area si dividerebbe a destra e a sinistra, con una percentuale elevata di renitenti al voto.
Ecco perché con la Federazione Popolare DC, sul modello di quanto fecero i democratico cristiani nel 1943 con l’incontro programmatico di Camaldoli, abbiamo deciso di organizzare il nostro seminario per il programma: “ La nuova “visione” del centro politico- Una nuova….Camaldoli”, che si terrà il prossimo 19 Giugno a Roma.
Riteniamo, infatti, che sia indispensabile confrontarci sul programma; sulla proposta, cioè, che, come DC e Popolari, intendiamo offrire agli italiani per corrispondere alle attese soprattutto dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, quelle che Giorgio La Pira definiva: “ le attese della povera gente”.
Sarà l’avvio di una riflessione, che dovrà continuare negli incontri da organizzare nelle sedi territoriali regionali per ascoltare “ i mondi vitali” delle diverse realtà, raccogliere le loro proposte alle quali la politica dei DC e Popolari intende dare risposta. Solo dopo queste verifiche, a mio avviso, si potrà organizzare con metodo democratico condiviso tra tutte le diverse espressioni d’area, oggi riconducibili essenzialmente a quelle della Federazione Popolare DC e degli amici di Insieme e Rete bianca, un’assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro. Una costituente nella quale, oltre al programma, si deciderà la linea politica del partito e si sceglierà la classe dirigente incaricata di guidarlo, nella quale ampio spazio sarà affidato ai giovani e alle donne per un’autentica rinascita politica del cattolicesimo democratico e cristiano sociale.
Ettore Bonalberti
Venezia, 9 Giugno 2021
Ora al centro ritroviamoci noi, tutti insieme
Ci proviamo dal 2012, con il costante impegno per la ricomposizione politica della DC con Gianni Fontana e Renato Grassi e, dal 2019, con la nascita della Federazione Popolare DC presieduta dall’amico Peppino Gargani. E’ stato il ventennio della diaspora DC, che ho ampiamente descritto nel mio: DEMODISSEA, la Democrazia cristiana nella lunga stagione della diaspora (1993-2020) –Edizioni Il Mio Libro (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/562226/demodissea/
Ci hanno provato, senza riuscirci, gli amici Rotondi e Tabacci a costituire un gruppo parlamentare di Popolari a sostegno del governo Conti 2. Il primo, Gianfranco Rotondi, con il proposito di mettere insieme ex DC, esponenti di Forza Italia e dei Verdi, come sperimentato a St Vincent nel Novembre 2020. Il secondo, Bruno Tabacci, più orientato a sinistra, con gli amici del Centro democratico più Europa. Da parte sua il governatore Toti, staccatosi dal Cavaliere, di cui fu uno degli ultimi eredi predestinati, dopo avere dato vita al movimento “ Cambiamo”, nei giorni scorsi ha raccolto l’invito del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, per avviare il progetto di un nuovo gruppo parlamentare dei “moderati”: “ Coraggio Italia”.
C’è, dunque, un tentativo affannoso di occupare uno spazio al centro dello schieramento politico italiano, dopo la crisi progressiva e forse inarrestabile di Forza Italia. Quello che fu un movimento-partito aziendale capace di ereditare larga parte della crisi del quadripartito moderato della prima repubblica, trova adesso in alcune frazioni di Forza Italia, Cambiamo di Toti e amici di Quagliariello ( “ Idea” con Carlo Giovanardi), già con la supervisione e controllo del “parmesan della politica”, Brugnaro, la sua sostituzione con lo strumento, “ Coraggio Italia”, col quale si tenta di prolungare la funzione di rappresentanza dei moderati già assicurata dal Cavaliere.
Servivano le risorse finanziarie e molti speravano/sollecitavano Urbano Cairo, sin qui in surplace. Ha colto, invece, al balzo l’opportunità, Brugnaro, che, da tempo, aspira a un ruolo politico più ampio di quello di sindaco della città Serenissima. Imposto già il suo colore elettorale, rosa fucsia, Brugnaro si appresta a trasferire nel nuovo partito i metodi sbrigativi aziendali già sperimentati a Venezia con i suoi assessori e collaboratori.
Deputati e senatori quasi certi della difficile, se non sicura prossima rielezione, hanno prontamente adempiuto a quella che, nel Veneto, chiamiamo la regola dell’articolo quinto: “chi che gà i schei el gà sempre vinto” ( chi ha i soldi ha sempre vinto) e, così, il gruppo-partito neo fucsia di Brugnaro, Toti e Quagliariello si è con rapidità realizzato con il rassicurante titolo di “Coraggio Italia”.
Se la politica è l’arte con cui si tenta di dare risposte a livello istituzionale agli interessi e ai valori prevalenti in un dato contesto storico politico, culturale e sociale, a me pare che in questa fase dominata a livello globale dal finanz-capitalismo, gli interessi e i valori del terzo stato produttivo e di quelli popolari, molto difficilmente potranno essere rappresentati da questa nuova compagine politica. In tutta la nostra storia nazionale, dall’unità d’Italia in poi, senza il contributo decisivo delle componenti di area democratico popolare e cristiano sociale, ispirate dalla dottrina sociale della Chiesa, il nostro Paese ha conosciuto solo crisi e difficoltà.
Il PPI di Sturzo prima e la DC di De Gasperi, Fanfani e Moro poi, sono stati gli straordinari strumenti politico partitici che hanno permesso a vaste masse popolari e dei ceti medi produttivi laiche e cattoliche di assumere il ruolo di classe dirigente, alla fine dello stato liberale prima e, dopo, in tutto il dopoguerra e per oltre quarant’anni.
Ecco perché dal 2011-12 ho rivolto il mio impegno, da un lato, a promuovere e concorrere al progetto di rilancio della DC, partito mai giuridicamente sciolto, e dal 2019 ad avviare con la Federazione Popolare DC, quello della ricomposizione politica della più vasta area cattolico democratico popolare e cristiano sociale italiana.
Sono convinto, infatti, che in questa fase storico politica dominata dal superamento del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), in cui la finanza detta i fini, subordinando ad essa l’economia reale e la stessa politica, solo un partito ispirato dalla dottrina sociale cristiana, oggi espressa, soprattutto, dalle encicliche “Laudato SI”, come bene ha inteso Rotondi, e “Fratelli Tutti” annunciante la buona politica ( capitolo quinto), possa offrire una nuova speranza ai ceti medi e alle classi popolari italiane. Dispiace che agli sforzi portati avanti dagli amici Grassi della DC e Gargani della Federazione Popolare, resistano ancora, per la DC, i comportamenti assurdi e autolesionisti di alcuni sabotatori seriali impenitenti e, probabilmente, telecomandati da qualche vecchio DC già impegnato nella spartizione del de cuius mai morto; per la Federazione Popolare dal solito Cesa che, al dunque, subisce nell’UDC il dominio del padovano De Poli, già accolito forzista di Galan, oggi di Ghedini e di Zaia, giungendo a considerare “interessante” la proposta di Salvini di unità di tutte le destre in Europa. Ho ricordato a Cesa che i DC e i Popolari italiani sono per un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, alternativo alle destre populiste e nazionaliste e distinto e distante da una sinistra senza identità. Questo il progetto della DC e della Federazione Popolare che concreteremo sul piano del programma con la prossima “Camaldoli 2021”e, in seguito, con un’assemblea costituente nazionale del nuovo soggetto politico di centro come quello descritto. Spetta agli amici di “Insieme”, guidati da Infante e Tarolli e a quanti si ritrovano sulle linee indicate dal “manifesto Zamagni”, come “Rete bianca” degli amici D’Ubaldo e Merlo, raccogliere il nostro invito. Noi, come tutti loro, da soli, non ce la possiamo fare, ma tutti insieme, invece, saremo capaci da cattolici democratici popolari e cristiano sociali di offrire ai ceti medi produttivi e alle classi popolari una nuova e sicura rappresentanza politica.
Ettore Bonalberti
Venezia, 1 Giugno 2021
LO STATO ESISTE ANCORA. PRIMI PASSI DI POLITICA ESTERA ITALIANA NELL’ERA BIDEN.
di orizzonte
Scrive un raffinato e colto scienziato della politica, come Gianfranco Miglio (in Genesi e trasformazioni del termine-concetto “Stato”, editrice Morcelliana, 2007, pag. 45 e ss) che il punto di partenza del concetto di Stato risiede nel vocabolo latino status, sostantivo verbale del verbo “stare”, che deriva dalla radice indo germanica “st”, madre di una grande quantità di termini d’uso comune, ma soprattutto giuridici, sociali e politici delle lingue indoeuropee.
In questa derivazione etimologica cogliamo due significati: stare e porre.
Con il primo si indica un quid di durevole, che non cambia, che non viene meno: ciò che sta; con il secondo si designa, invece, l’azione, volontaria, tesa a fare in modo che qualcosa non si muova e divenga stabile.
In tempi attuali questa rimembranza appare non inutile (in filosofia, divagando un po', Heidegger enuncia il movimento/accadimento dell’ente declinato in “esserci”. Cfr. M. Heidegger, Essere e tempo, Mondadori, 2016).
Il frullatore mediatico giornalistico utilizza, spesso, a sproposito lemmi il cui sotteso concetto non è sempre dotato di nitore definitorio, poiché non se ne conosce l’origine semantica.
L’autore, a tale proposito, sottolinea come questa distinzione vada a fondare la separazione fra il momento puramente conoscitivo, e il momento invece operativo, che consiste di scelte schiettamente valoriali intorno a cui la comunità, stanziata su di un territorio, si riconosce.
In altre parole, stare implica una constatazione circa l’esistenza di regole non modificabili, mentre porre richiama l’esplicita volontà di inserire in quell’universo umano, che ne è privo, proprio delle norme dotate di stabilità.
I latini, però, non definirono la nozione di status come “sistema politico”, preferendo ad esso attribuire il nome di res publica.
E, sino almeno al basso Medioevo, scrive Miglio, non sembra siano esistite particolari testimonianze scritte di quel vocabolo.
Lo Stato, come lo intendiamo noi, è sempre chiamato ora come Res publica, ora come Regnum, ora come Civitas, ora come Sacrum Imperium (e, più in generale, come Christiana Respublica).
La nozione moderna del concetto di Stato si affaccia con il XIII secolo d.c. e coincide con una notevole serie di trasformazioni sociali concatenate fra loro, come l’incremento demografico, la crescita delle città (specialmente a Nord), la migrazione dalle campagne verso i nuovi centri urbani, la moltiplicazione delle relazioni interpersonali a cui fanno seguito nuovi bisogni ed il trapasso dalla sola economia agricola a quella artigianale e mercantile. Si affermano nuovi ceti non nobiliari che costituiranno il nerbo di quella operosa classe borghese che verrà affermandosi nei secoli futuri.
La necessità di rivedere antiche consuetudini feudali impone, quindi, la definizione, con carattere di stabilità, di nuove disposizioni che tengano conto delle mutate esigenze sociali.
L’arbitrio dell’autorità regia nel definire le controversie diviene, così, troppo aleatoria. Occorre, anche attingendo al diritto romano, costruire un edificio di leggi che consentano la prevedibilità di ciò che è lecito e di ciò che non lo è.
Nel 1088 nasce lo “Studium” dell’Università di Bologna, primo ateneo dell’Europa occidentale, incentrato sulla facoltà di giurisprudenza per formare i tecnici imperiali.
Fra il 1250 ed il 1350 altri centri di formazione accademica si costituiscono ad Oxford (1167), a Cambridge (1209), a Padova (1222), a Napoli (1224).
Ma è con il 1400 che il concetto ed il vocabolo “Stato” iniziano a prendere il significato odierno. Uno studioso olandese, Hans de Vries, compie un’analisi dell’opera il Principe e del Discorso sopra il riformare lo stato di Firenze, giungendo a concludere che con quel termine il politologo fiorentino Machiavelli designa un gruppo ristretto di uomini che si dedicano all’esercizio del potere politico.
Questa breve digressione serve, innanzitutto, a farci comprendere come le relazioni internazionali attuali siano incentrate sui rapporti fra le entità che chiamiamo stati, attenendo, le stesse, molto chiaramente, alla loro storia politica sin dal loro sorgere. Di ciò si fa bene interprete lo storico Ennio di Nolfo nell’introduzione (pag. X) al suo noto, ben documentato e ponderoso (quasi 1400 pagine) volume di “Storia delle relazioni internazionali 1918-1992”, edito da Laterza.
Nello stesso senso si esprime anche H. Kissinger nel suo “Ordine mondiale” (pag. 8 e 9 edito da Mondadori), nel quale il celebre statista e diplomatico americano afferma come i principii della pace di Westfalia (1648), che pose fine alle guerre del trent’anni, costituiscano ancor oggi l’impalcatura su cui si reggono le relazioni statuali, ossia: indipendenza nazionale, interesse nazionale, non ingerenza negli affari altrui (il principio di sovranità, a dire il vero, in certi contesti organizzativi sovranazionali è assai più sfumato - forse in modo più giuridico, che sostanziale- e meno cogente in virtù di trattati conclusi ad hoc. Si pensi agli artt. 21 e seguenti del TUE, concernenti la politica estera dell’Unione, nonché quella di difesa e di sicurezza. Sul punto, però, ad una attenta disamina del comportamento delle cancellerie dei vari Paesi, è difficile negare come, al contrario di magniloquenti proclami, ciascuna di esse difenda fondamentalmente il proprio tornaconto anche a discapito delle altre).
La nuova amministrazione americana ha impresso una decisa svolta nelle relazioni internazionali rispetto alla precedente.
Il gruppo ristretto di consiglieri del presidente proviene dai ranghi molto ben rodati dei vari apparati deputati a plasmare la politica estera di potenza degli Usa: dal Dipartimento di stato, all’intelligence militare e civile (con le sue articolazioni tecnologiche, pensiamo alla NSA), al Pentagono, all’industria militare (vero e proprio volano per le innovazioni tecnologiche anche nel segmento civile con l’agenzia DARPA - Agenzia militare per la ricerca avanzata che ha avuto il ruolo di motore nella creazione di Internet e di tutte le sue applicazioni di cui si sono, poi, avvalsi gli imprenditori civili- ed a questo modello anche l’Italia potrebbe ispirarsi, specialmente nel momento attuale di spinta tecnologica verso i segmenti della intelligenza artificiale, delle energie nuove, dei nuovi materiali, della fusione nucleare, ma anche della sanità, con le ricerche sui virus e sulle neuroscienze. I politici più avveduti ci dovrebbero pensare. Una Agenzia italiana, gestita da una struttura con poco personale, ma molto qualificato, della Difesa, strettamente collegata all’Istituto Italiano di tecnologia, all’Enea, al CNR, all’INFN, all’Accademia dei Lincei, ai più avanzati Politecnici e migliori facoltà universitarie scientifiche, sarebbe estremamente utile in una prospettiva lungimirante. I brevetti ottenuti resterebbero di proprietà di tutti noi, cioè dello stato, secondo le norme sulle invenzioni di servizio. Sarebbe un eccellente modo anche di incrementare la ricerca di base).
Dal segretario di stato Blinken, a Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale, a L. Austin, ministro della difesa ed ex capo degli stati maggiori congiunti, sono tutte persone che hanno precedentemente e con successo operato nei settori di attività che loro sono stati assegnati odiernamente e sono ben stimate nelle articolazioni burocratiche che dirigono.
Senza dimenticare che lo stesso presidente Biden, avvocato, ha una lunga carriera sia da vice presidente, che da senatore come capo della commissione “Esteri” che già di per sé gli garantisce relazioni personali e conoscenza dei temi internazionali di amplissimo respiro ed esperienza.
Per un Paese come il nostro, inserito nella Nato e nella UE, la postura assunta nei temi geopolitici dagli Usa va sempre attentamente seguita.
E, su questo aspetto, possiamo dire, innanzitutto, che Washington ha inasprito le relazioni con Pechino, suo concorrente nel dominio globale, su diversi fronti.
Il primo di essi riguarda (in questo, per il vero, ricambiato dalla nuova prospettiva di autonomia economica cinese, incentrata su alta tecnologia, IA e robotica sospinta da industria di stato e dalla domanda di consumo sempre più interna e meno dipendente da quella estera) la forte riduzione della interdipendenza commerciale e tecnologica fra Usa e Cina, volta a tagliare le cosiddette catene del valore. Con l’ ordine esecutivo la presidenza punta a ridurre la dipendenza del sistema industriale americano dalla fornitura di materiali cruciali per esso: dai semiconduttori, alle batterie per auto elettriche, alle terre rare (i 17 elementi chimici della tavola periodica necessari per produrre micro chips, magneti, catalizzatori, cavi di fibra ottica per le comunicazioni di cui la Cina è il primo esportatore al mondo), tutte componenti indispensabili per l’industria militare, dell’auto, della informatica, delle telecomunicazioni e della sanità statunitense.
In questo quadro, si auspica un’azione sinergica con Taiwan (non a caso destinataria di aiuti militari sempre più consistenti e difesa dalle mire di riunificazione alla Repubblica popolare), Corea del sud e Giappone, al fine di potenziare la produzione di semiconduttori di cui l’isola di Formosa è leader, specialmente di quelli di dimensioni piccolissime sino a 5 nanometri.
Il secondo mira a costruire un fronte di contenimento cinese includendovi non soltanto i tre stati asiatici menzionati, ma anche (e questa è la novità) l’India e richiedendo alla stessa Nato un certo riorientamento strategico sul versante del Pacifico, specialmente delle sue componenti aeronavali.
Il tema dell’aiuto vaccinale a New Delhi ben si inscrive in questa prospettiva, così i recenti scontri armati alla frontiera fra Cina e India.
Anche l’Australia, che pure ha intensi scambi di materie prime con Pechino, si sta riorientando e ricompattando all’interno del cd. QUAD ( Quadrilateral security dialogue fra Usa, Giappone, India e Australia).
Gli Usa, dopo il grande freddo di Trump, hanno pienamente ripreso i cordoni di comando dell’alleanza atlantica per a) riconfermare la centralità dell’Europa nella esigenza che la stessa resti in “area americana” b) evitare il formarsi di binomi (che da economici possano scivolare verso quelli geopolitici) fra Germania e Russia e/o Germania e Cina, tali da frantumare l’area della UE c) apprestare una rinnovata linea di demarcazione con la Russia (che, però, mantiene verso la Cina sia interessi economici, che molte diffidenze in materia di confini. Questi ultimi corrono per oltre 4.000 km e, lo ricordiamo, nel 1969, furono oggetto di scontro militare fra i due stati sul fiume Ussuri di demarcazione. E’, davvero, credibile un solido legame fra Cina e Russia o, piuttosto, quest’ultima preferirebbe un migliore rapporto con gli Usa in cambio di accordi di sicurezza ai suoi confini, collaborazioni economiche più intense, interscambio commerciale di materie prime contro high tech americana?).
Nel nuovo confronto fra Usa e Cina il Mediterraneo acquisisce la centralità di specchio d’acqua di congiunzione fra Atlantico e, via Suez, Pacifico, il che porta ad emersione l’importanza di Roma in uno scenario oramai affollato, in cui altri attori si sono aggiunti (a quelli preesistenti di Francia e Inghilterra), come la Turchia, la Russia (per il vero esistente da anni con l’appoggio della Siria, a cui si è aggiunta la sua forte presenza militare in Libia), Israele, l’Egitto ,la Cina e l’Algeria.
Il blocco del canale egiziano a causa della porta container mastodontica “Ever given” da 220.000 tonnellate, lunga 400 metri, ha evidenziato vistosamente quanto sia cruciale quella via d’acqua per il commercio mondiale.
L’Italia, con l’attuale governo, sembra prendere finalmente coscienza della necessità di rafforzare i legami economici, politici e di difesa con la Libia, assumendosi maggiore responsabilità agli occhi di Washington. Non a caso il nostro Premier l’ha scelta come prima visita all’estero, speriamo foriera dell’inizio di un più marcato dialogo e presenza italiana nella consapevolezza che quel territorio rappresenta per Roma una sponda fondamentale per motivi petroliferi, ma anche strategici, in quanto orientata geograficamente verso la Penisola.
In politica estera non esistono vuoti pneumatici, allorquando un potere si ritira o si dissolve, un altro vi subentra (è il tema che riguarda adesso lo sganciamento dall’Afghanistan). Una Libia priva di guida sufficiente (l’errore di non avere previsto un serio piano di ricostruzione dopo la caduta di Gheddafi resta ancora la principale pecca) ha favorito l’insediamento militare di Russia e Turchia, che hanno oscurato il ruolo della Francia ed hanno dato vita ad una alleanza/rivalità che in questo quadrante le vede su fronti opposti, ma che sul Bosforo alterna competizione a concordia potenzialmente duratura. La stessa condizione sembra affacciarsi anche nei Balcani.
Non a caso, Atene è divenuta il nuovo centrale avamposto americano per il contenimento cinese, ma anche per il monitoraggio stretto su Ankara.
Di particolare utilità e spessore appaiono le missioni italiane a Gibuti e in Mali, assediato dagli integralisti jihadisti.
Esse possono dare consistenza all’esigenza di proteggere i flussi mercantili, anche italiani, verso l’indo pacifico, in alleanza con la flotta americana e proiettare stabilità in centro Africa, utile ad incoraggiare lo sviluppo economico di quei territori, impedendo la crescita di terrorismo, povertà, e, favorendone l’industrializzazione, determinare la nascita di classi medie di consumatori, aprendo ai prodotti italiani nuovi mercati di sbocco e materie prime necessarie alla transizione ecologica (pensiamo al nickel, ad esempio, necessario per le batterie delle auto elettriche del futuro).
In questa prospettiva si inquadra anche il riavvicinamento fra Italia e Francia (ormai prossime alla firma del trattato del Quirinale, in riequilibrio rispetto all’asse franco tedesco) che tocca aspetti della innovazione tecnologica, delle cooperazioni navali, pur constatando alcune divergenze su Libia e su operazioni industriali in Italia.
Il mondo post pandemia dovrà essere affrontato in un mutato quadro generale, nel quale l’abilità sarà quella di cogliere rapidamente il vantaggio sui concorrenti, dimostrando la volontà di impegnarsi con tutte le componenti del sistema Paese.
Ripartiamo dal basso
Come attivati dallo stesso input sono giunte oggi due note: la prima di Giorgio Merlo, pubblicata su “Il domani d’Italia”: E se resta il maggioritario? E l’altra di Gianfranco Rotondi, con una lettera inviata ad alcuni amici della Federazione Popolare DC. Sono le realistiche prese di posizione di due amici, entrambi eredi della grande tradizione politica della sinistra politica e sociale vissuta alla scuola di Sullo, Gerardo Bianco per Rotondi e per entrambi a quella di Forze Nuove di Carlo Donat Cattin. Merlo fiutata l’aria che tira,dopo il pronunciamento del segretario del PD, Enrico Letta, per una legge maggioritaria, quella del Mattarellum, conclude ccosì: sia che rimanga il rosatellum in vigore, sia che si adotti un’altra legge maggioritaria come quella indicata da Letta, è evidente che, salvo correre per la testimonianza agli elettori dell’area DC e popolare non resterà che verificare la compatibilità politica e programmatica con i due schieramenti che saranno probabilmente in campo. Una sfida che, a suo parere, andrebbe vissuta fino in fondo, proprio perché il ruolo di una componente terza come quella di ispirazione cattolico democratica potrebbe risultare decisiva,.
Rotondi, con il realismo politico che lo contraddistingue, con la sua lettera carica di amarezza prende atto delle difficoltà sin qui incontrate per il decollo del progetto politico della Federazione Popolare DC, così come quello della formazione di un gruppo parlamentare democristiano insieme agli amici del Centro democratico di Tabacci e ai Verdi, nel segno dell’enciclica di Papa Francesco sulla difesa del creato. Scrive Rotondi: “I due progetti sono fermi. L’Udc non ha formulato alcuna proposta di un congresso straordinario di rifondazione, anzi nel corso della sfortunata degenza dell’on. Cesa il presidente di quel partito ha partecipato a tutte le riunioni del centrodestra chiudendo di fatto la strada a una scelta centrale di riaggregazione. Per analoghi motivi di schieramento l’on. Tabacci ha rinunciato a condividere con noi la formazione di un gruppo parlamentare, ritenendo prioritario lo schieramento nel centrosinistra. Ancora una volta le alleanze prevalgono sulla identità. Io resto persuaso della possibilità di creare al centro una rinnovata presenza dei cattolici, senza escludere alleanze, ma avendo la disponibilità anzitutto interiore di poter rinunciare ad esse e correre da soli alle elezioni politiche. Ritengo che l’orizzonte ambientalista possa essere una nuova missione programmatica tale da giustificare l’azzardo di un nuovo partito espressione dei cattolici democratici. Riflettiamo assieme sulla possibilità di un nuovo esordio, sapendo peró che la strada è in salita e prima di intraprenderla dobbiamo interrogarci seriamente e serenamente sulla effettiva volontà di provarci”.
Confesso che da St Vincent del novembre scorso avevo sperato anch’io che i due progetti, quello partitico della riunificazione dei partiti della federazione democristiana sotto lo scudo crociato, attraverso un allargamento dell’UDC e quella della formazione di un gruppo parlamentare democratico cristiano e popolare andassero a buon fine. Preso atto della realtà effettuale, tuttavia, prima di gettare la spugna, credo si debba tentare di ripartire dal basso. E’ evidente che è finito il tempo per quegli amici che da 25 anni fanno giochetti personali fuori da ogni logica politica capace di riunire tutti in unico partito. Qualcuno continua nel ruolo di paggio servente del Cavaliere e qualcun altro di reggicoda prima di Renzi, Zingaretti e ora, anche se non ancora sicuro, di Letta. Ecco perché si tratta di voltare pagina e di ripartire dal basso. Basta con i tentativi di recuperare Cesa, incapace di sottrarsi ai condizionamenti pelosi di De Poli sempre al seguito di Taiani come un cagnolino di compagnia. Si tratta, invece, di verificare concretamente sui territori se esistono le condizioni per presentare liste unitarie dei democratici cristiani e popolari alle prossime elezioni amministrative. A Torino l’amico Carmagnola molto coraggiosamente sta portando avanti la buona battaglia dei DC torinesi, come in altri comuni del Piemonte e, analogamente, dovremmo fare nelle altre grandi città: Roma, Milano, Napoli, Bologna, nella Regione Calabria e in tutti i comuni grandi e piccoli dove sia possibile. Dove non siamo riusciti con i vecchi leader ormai consunti e condizionati da troppi vincoli, soprattutto preoccupati della personale sopravvivenza, cerchiamo che siano le forze di una nuova leva di dirigenti locali ad assumere il testimone della nostra migliore tradizione politica e culturale. Ripartiamo dai comuni, là dove nacque e si consolidò l’esperienza politico amministrativa dei cattolici democratici e cristiano sociali e se una classe dirigente ormai vecchia e stantia di destra e di sinistra, pensa di rifugiarsi nel maggioritario per consolidare un bipolarismo incapace di offrire reale governabilità al Paese, riparta dal basso una presenza dei cattolici per una nuova speranza nel segno della “migliore politica” (capitolo quinto dell’enciclica “Fratelli Tutti”).
Ettore Bonalberti
Venezia, 4 Maggio 2021
Pandemia e orientamenti elettorali
Chi saranno i futuri elettori del Movimento Cinque Stelle, si chiede Giorgio Merlo nel suo interessante articolo pubblicato oggi su “Il Domani d’Italia”, aggiungendo: “… sino ad oggi – e per molti anni – questo partito si è caratterizzato per alcuni elementi costitutivi che provo a sintetizzare brevemente: partito populista, anti politico, demagogico, antiparlamentare, alfiere della “democrazia diretta”, radicalmente anti sistema, “uno vale uno”, “contro la casta”, oppositore delle grandi opere, sostenitore del “doppio mandato e stop”, contro le alleanze con gli odiati partiti del passato, senza una cultura politica perché tutte le culture politiche del passato erano da radere al suolo, contro il “professionismo” dei politici e, infine, per una classe dirigente che ripudiava alla radice il modello dei partiti tradizionali”.
Provo a offrire qualche indicazione, sulla base della mia “teoria dei quattro stati” (un’interpretazione euristica della realtà sociale italiana), partendo proprio dalle parole di Merlo attribuite al M5S che, per la verità, corrispondono a sentimenti e opinioni diffuse tra molti cittadini, elettrici ed elettori italiani, oggi come nel 2018. Quelle stesse elettrici ed elettori che attribuirono al M5S oltre il 32 % dei voti, che in tal modo diventò il gruppo di maggioranza relativa alla Camera e al Senato.
Secondo la mia teoria, “la casta”, oggi come allora, non dovrebbe mutare di molto i propri comportamenti elettorali, sostanzialmente stabili nel confermare fiducia ai partiti che ne garantiscono la funzione e la vantaggiosa sopravvivenza. Più complessa la situazione dei “diversamente tutelati”, che subiscono le conseguenze delle scelte che, pandemia e condizionamenti europei sul recovery fund, impongono alle scelte del governo. Difficile stabilire cosa accadrà con le annunciate riforme della pubblica amministrazione, della giustizia, del fisco e della previdenza sociale. Riforme per adesso solo annunciate in stringate indicazioni inserite nel progetto di PNRR all’esame velocissimo dello stesso, tra oggi e domani, nelle aule parlamentari. Provvedimenti che si concreteranno solo con l’approvazione delle leggi di modifica e relativi decreti attuativi .
E’ “il terzo stato produttivo”, ossia l’asse portante del sistema economico e sociale del Paese, quello nel quale si potranno avere le scosse più rilevanti sul piano elettorale. Piccole e medie imprese, liberi professionisti e partite IVA, sono le categorie che hanno subito le più gravi conseguenze dagli stop and go e dai lockdown che hanno determinato la chiusura di molte attività mettendo a rischio, con i redditi degli interessati, le stesse prossime riaperture.
Il “quarto non stato”, a parte i percettori e gli utilizzatori del lavoro nero anch’essi vittime, per mafia, camorra, ndrangheta, la pandemia ha moltiplicato le occasioni di profitto a danno delle categorie del terzo stato produttivo. Situazione, dunque, nel complesso, a mio parere ancor più difficile che nel 2018, quella che si prospetta per le prossime elezioni politiche. Il M5S non potrà più contare sulla condizione di “statu nascenti” del tempo dei “vaffa”, scontando quella attuale di partito di governo a tutto tondo; prima giallo verde, poi giallo rosso e adesso, di maggioranza relativa del governo Draghi. Conte riuscirà a portare il movimento fuori dalla difficile situazione creatasi con lo scontro aperto con Casaleggio Jr. e la piattaforma Rousseau e dopo il caso dell’ultima esternazione boomerang di Beppe Grillo sulla grave vicenda del figlio? Questo è il problema difficile che è chiamato a risolvere “l’avvocato del popolo”. Certo, se il timore dei diversamente tutelati e la rabbia del terzo stato produttivo non trovassero più rifugio nel populismo d’antan dei grillini, il voto di queste elettrici ed elettori o finirà alla destra estrema della Meloni e di Salvini o nell’astensione dal voto. Una ragione in più per offrire una nuova speranza alla politica italiana, che potrà venire solo da una rinnovata offerta politica di centro, ispirata dai valori del popolarismo dei cattolici democratici e cristiano sociali, se saranno capaci di presentarsi finalmente uniti.
Ettore Bonalberti
Venezia, 26 Aprile 2021
Il Covid ci ha portato via un altro amico
Il Covid ci ha portato via un altro amico: Silvio Lega. Senza il suo aiuto nel 2011-2012 non si sarebbe potuto procedere all’autoconvocazione del consiglio nazionale della DC, del partito, cioè, “ mai giuridicamente sciolto”.
Già vicesegretario della DC nazionale e uno dei più intelligenti e preparati dirigenti del partito, ci eravamo conosciuti sin dal movimento giovanile. Lui uno dei pochi “dorotei” presenti nella dirigenza nazionale, era molto legato all’On Bisaglia e divenimmo subito amici.
Da solo, quando iniziai la raccolta delle firme dei consiglieri nazionali del partito per l’autoconvocazione, non ce l’avrei mai fatta, ma col suo determinante contributo il Consiglio nazional si poté svolgere, con l’elezione alla presidenza della cara On Ombretta Fumagalli Carulli, anche lei recentemente scomparsa.
Silvio lo ricorderemo tutti noi Democratici Cristiani, perché se si è potuto svolgere il tesseramento anno 2012, gli iscritti del quale sono oggi, a tutti gli effetti giuridici, gli eredi legittimi della DC storica, lo dobbiamo in larga parte a lui.
Resterà in tutti noi il ricordo della sua fervida intelligenza politica, la ferma convinzione sui principi fondanti della democrazia liberale e una passione civile conservata intatta dagli anni delle sue prime esperienze politiche nella DC.
Anche per questo continueremo a batterci per gli stessi valori con i quali abbiamo testimoniato con Silvio la comune appartenenza alla grande famiglia democratico cristiana.
Ettore Bonalberti
24 Aprile 2021
La forza degli orientamenti ideali
Viviamo una fase politica caratterizzata da partiti che, in larga misura, sono molti distanti da quanto indicato dall’art.49 della Costituzione in materia dei democrazia interna.
Lo sfascio dei partiti della Prima Repubblica (1948-1993) e l’avvento del partito-azienda berlusconiano sino al partito etero diretto del M5S della Terza Repubblica, dopo la lunga stagione forza-leghista della seconda, segna il suo limite nella crisi della politica, dopo le soluzioni trasformistiche dei governi giallo verde-Conte 1 e giallo rosa-Conte 2, e la formazione del governo Draghi “senza vincoli di formula politica”.
Trattasi di un momento nel quale si assiste a un tentativo di riposizionamento delle forze politiche, interessate da processi di riassestamento delle loro leadership, tanto nel PD, come nel M5S e nella stessa Lega. Discorso a parte per la destra estrema di Fratelli d’Italia saldamente ancorata alla leadership dell’On Giorgia Meloni.
Analogo processo è da diverso tempo avviato nell’area politica cattolico democratica e cristiano sociale italiana, nella quale si assiste a un grande fermento nei diversi movimenti, gruppi, associazioni che costituiscono il retroterra sociale e culturale di quest’area, mentre sul piano più propriamente politico e partitico, più avanzato è il progetto di ricomposizione avviato dalla Federazione Popolare dei DC e dagli amici raccolti attorno al manifesto Zamagni: Insieme, Rete bianca e Costruire insieme.
Di fronte al dominio esercitato a livello globale, almeno sul fronte occidentale, dal turbo capitalismo finanziario, le uniche due culture che in questo momento si affermano come alternative, sono quelle espresse dagli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana e quelle ecologiste che trovano la loro traduzione politico partitica nei diversi movimenti Verdi presenti in Europa, specie in Germania e Francia. Diffusa e importante è anche la tradizione verde italiana, seppur frastagliata nelle sue diverse espressioni; originalissima negli orientamenti espressi sin dagli anni’80 da Alexander Langer, Gianfranco Amendola ed Enrico Falqui, i primi tre eurodeputati verdi, insieme a quelle vissute dagli amici fratelli Boato della mia città di Venezia : dallo scomparso Stefano, a Marco e a Michele. Di più antica derivazione quella politica cattolica democratica e cristiano sociale, che affonda le sue origini nella dottrina sociale cristiana: dalla Rerum Novarum, prima enciclica che, con Papa Leone XIII affrontò i temi connessi alla prima rivoluzione industriale, che ispirò la formazione del PPI di Sturzo; alla Quadragesimo Anno e le successive giovannee ( Mater et Magistra e Pacem in terris) e paolina ( Populorm progressio) e a quella di Papa San Giovanni Paolo II: Centesimus Annus. Quest’ultima è la prima che affronta i temi collegati al fenomeno della globalizzazione; temi che sono più direttamente oggetto delle analisi e degli orientamenti pastorali della “Caritas in veritate” di Papa Benedetto XVI e “Laudato Si” e “Fratelli tutti” di Papa Francesco.
Ecco perché, oggi come nel passato, spetta a noi, eredi del cattolicesimo politico democratico e cristiano sociale, il dovere di tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali indicati, soprattutto, dalle due ultime encicliche, che, accanto alla cultura dell’area ecologista-verde, costituiscono le interpretazioni più avanzate del pensiero critico rispetto alla storture presenti nell’età del turbo capitalismo finanziario. Un capitalismo che ha rovesciato, come sostiene il prof Zamagni, il principio del NOMA ( Non Overlapping Magisteria). Un rovesciamento che ha determinato l’egemonia-dominio della finanza sull’economia reale e la subordinazione, fino a un ruolo del tutto subordinato e ancillare della politica, con la riduzione della stessa democrazia e un ectoplasma, sempre più privo di significato e di ruolo autonomo prevalente.
Molto opportunamente l’amico Gianfranco Rotondi, nel Novembre scorso, ha organizzato a St Vincent un seminario nel quale ha chiamato a confrontarsi una serie di esponenti rappresentanti delle culture democratiche, popolari, ecologiste, liberali e riformiste, sui temi indicati dalla “Laudato SI”. Credo si debba proprio ripartire da lì, tanto sul piano degli incontri possibili tra i diversi movimenti e gruppi delle diverse aree politiche in sede locale, quanto a livello dei parlamentari che si richiamano a queste stesse culture, interessati a dar vita a un gruppo parlamentare di centro, alternativo alla destra populista e nazionalista e distinto e distante da una sinistra senza più identità. A livello locale si potrebbero sperimentare, sin dalle prossime elezioni amministrative, liste unitarie civiche, così come a livello parlamentare un rinnovato centro come auspicato. Al deserto delle culture politiche degli attuali partiti, l’avvio di un progetto popolare, ecologista, liberale e riformista, sostenuto dagli orientamenti ideali descritti, rappresenterebbe un bel salto in avanti per la politica, corrispondente alle attese di una vasta platea di cittadini, elettrici ed elettori dell’Italia, al Nord come al Sud del Paese.
Ettore Bonalberti
Venezia, 16 Aprile 2021
Prima il programma
Giorgio Merlo nei suoi interessanti interventi sul progetto di costruzione del soggetto politico nuovo di centro, nel suo ultimo articolo su “Il Domani d’Italia” (Cattolici e “centro”. Ora serve una “costituente”), propone un’assemblea costituente per superare la frammentazione politica esistente nell’area cattolico democratica e cristiano sociale.
Ho scritto all’autore che è del tutto condivisibile l’idea del superamento della diaspora di un’area nella quale “ tutti vogliono coordinare, ma nessuno vuol essere coordinato”, pensando all’assemblea costituente come lo strumento utile per tale progetto. Tuttavia, per non fallire nell’impresa, a me sembra sia indispensabile partire prima dal programma con cui ci si dovrà necessariamente confrontare, come sostengo con la mia recente indicazione della Camaldoli di programma 2021. E continuavo nella mia replica a Merlo: un'assemblea costituente che si indicesse come propone, mi pare, anche INSIEME, il partito guidato da Giancarlo Infante, senza un accordo sul programma, finirebbe col dividerci prima ancora di cominciare sul tema delle alleanze, che, tra l'altro, saranno condizionate se non del tutto imposte, ahimè, dalla legge elettorale che, alla fine, sarà scelta. In questa fase di ricomposizione della nostra area serve affermare che il centro di ispirazione DC e popolare dovrà essere: " alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra senza identità". Trovata l'intesa sul programma, ossia sulla mediazione realistica e storicamente attualizzata tra gli interessi e i valori che si intendono rappresentare, va da sé che ci si potrà alleare con chi, trovando consonanza col nostro programma, intende difendere e attuare integralmente la Costituzione, che è il programma più avanzato possibile, soprattutto per rispondere, come direbbe Giorgio La Pira " alle attese della povera gente" e non solo, ma anche a quelle del terzo stato produttivo architrave del sistema democratico.
Nel mio precedente articolo “ Il nostro impegno politico” ho evidenziato le priorità che emergono nell’Italia del dopo pandemia: la ricostruzione della sanità pubblica, la digitalizzazione del Paese, l’edilizia scolastica, la conversione energetica, la sicurezza idrogeologica del territorio e, prima di ogni altra cosa: la ripresa economica e dell’occupazione. Per ciascuna di queste emergenze ho abbozzato alcune idee da discutere e approfondire nella nostra Camaldoli 2021.
Certamente, mentre saremo sicuramente uniti sul piano dei valori, si tratterà di condividere le politiche economiche coerenti con i principi di riferimento della dottrina sociale cristiana, così come espressi nelle ultime encicliche sociali: Laudato SI e Fratelli tutti.
Anche noi, come fecero i padri fondatori della DC nel 1943 ( prima il codice di Camaldoli, poi le idee ricostruttive della DC, di Demofilo/ De Gasperi), prima dovremo ritrovarci uniti sul programma di ispirazione democratica e popolare per il Paese e dopo, solo dopo, ci ritroveremo in un’assemblea costituente per la ricomposizione politica della nostra area. La Federazione Popolare DC è pronta per attivare questa tappa preliminare insieme agli amici raccolti attorno al manifesto Zamagni: Insieme, Costruire insieme, Rete bianca.
Dopo questa tappa programmatica ci sarà il primo impegno elettorale con le elezioni amministrative di autunno, nelle quali sarebbe auspicabile la presentazione di liste unitarie sotto lo stesso nome e simbolo di candidati dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Entro l’anno, infine, l’assemblea costituente, da indire con regole condivise per prepararci alla scadenza elettorale che potrebbe cadere subito dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. E noi a quella data dovremo essere pronti.
Ettore Bonalberti
Venezia, 9 Aprile 2021
IL NOSTRO IMPEGNO POLITICO
945.000 posti di lavoro in meno rispetto al 2020, così rileva l’ISTAT ieri, dopo 12 mesi dall’inizio della pandemia. Su quasi un milione di posti persi, 218 mila si riferiscono a dipendenti stabili (i cassaintegrati fanno di parte di questa cifra), 372 mila a dipendenti precari, mentre gli altri 355 mila sono lavoratori autonomi. Come ho commentato a caldo ieri, la pandemia colpisce soprattutto i più fragili tra i diversamente tutelati e il terzo stato produttivo. Grave la situazione dei bilanci comunali che, a fatica, potranno essere redatti alla fine dell’anno, mentre si tagliano pesantemente gli interventi di natura sociale proprio nel momento in cui la loro domanda è in crescita esponenziale. Ieri si sono svolte in diverse città molte manifestazioni di protesta di commercianti, ambulanti e ristoratori che sono fermi da oltre un anno e non ne possono più. Non vogliono le “ridicole elemosine” dei ristori che, peraltro, tardano ancora, ma chiedono soltanto di poter lavorare. Sembra emergere un dato grave espresso in uno striscione: “ il tempo della pazienza è finito”. E’ il “terzo stato produttivo” con i giovani e le donne i più colpiti dalla pandemia rispetto alla “casta”, ai “diversamente tutelati” e al “quarto non stato”, per utilizzare le categorie della mia “teoria dei quattro stati” in cui euristicamente suddivido la realtà sociale italiana. . Se continua così corriamo davvero il rischio di passare dalla crisi alla rivolta sociale. Ciò può accadere se la crisi del terzo stato produttivo, ossia l’architrave che tiene in piedi il sistema, sia dal punto di vista produttivo che fiscale, raggiunge il punto nel quale implode senza possibilità di ripresa.
Questa è la grave situazione che il governo Draghi si trova a dover affrontare e non a caso il superamento della pandemia (piano vaccinazioni) e la gestione dei fondi del recovery plan, sono i due obiettivi strategici assegnati “al governo senza formula politica” e, di fatto, delle larghe intese. I problemi da risolvere con estrema urgenza riguardano: la ricostruzione della sanità pubblica, la digitalizzazione del Paese, l’edilizia scolastica, la conversione energetica, la sicurezza idrogeologica del territorio.
Quanto alla sanità pubblica, i limiti e le contraddizioni emerse nella gestione della crisi pandemica e le conflittualità permanenti sperimentate tra decisioni del governo centrale e dei presidenti di alcune regioni ( i cosiddetti “ governatori”) rendono indispensabile rivedere quell’insensata modifica del Titolo V della Costituzione, che ha determinato l’introduzione di alcune materie “concorrenti”, come la sanità, fattore di continua conflittualità, oggetto frequente di esami e sentenze in sede di Corte Costituzionale dei contenziosi tra lo Stato e le Regioni. La materia della sanità, poi, essendo quella che incide per quasi l’80% sulle risorse dei bilanci regionali, è evidente che sia quella nella quale si eserciti uno dei più forti interessi dei “governatori”. Nel post pandemia questo tema dovrà essere affrontato insieme a quello più generale dell’assetto regionale che, come scrivo da anni, non può più reggere la realtà di venti regioni, alcune delle quali a statuto speciale, espressione di situazioni post belliche assolutamente diverse da quelle attuali del Paese. Credo che un riordino nel senso di una Repubblica federale dotata di un forte potere centrale e il coordinamento di cinque, sei macro regioni, sia il modello su cui, come indicato a suo tempo dal prof Miglio, dalla Fondazione Agnelli e da diversi DdL depositati in Parlamento, anche la DC e i Popolari dovranno esprimersi.
Sulla digitalizzazione del Paese, una delle priorità indicate dall’EU Next Generation fund, con urgenza va risolto e superato il collo di bottiglia della banda larga e si impongono decise politiche di sostegno alle categorie più deboli per quanto attiene il cosiddetto digital divide; ossia il divario tra chi ha accesso e chi non lo ha ad Internet, per ragioni economico sociali e culturali. Le recenti scelte fatte dal ministro Brunetta col bando per le nuove assunzioni di giovani specializzati nelle materie informatiche possono garantire un miglioramento dell’attività della PA, mentre si dovranno favorire anche le aziende private al Sud come al Nord, soprattutto quelle più piccole e medie, per aiutarle nel salto di qualità indispensabile per reggere il confronto sempre più difficile a livello dei mercati europei e internazionali. La conversione energetica per noi DC e Popolari, alla luce di quanto indicatoci dalla dottrina sociale della Chiesa con l’enciclica “ Laudato Si” di Papa Francesco, deve costituire uno dei capisaldi della nostra politica economica. Ciò comporterà l’esigenza di adottare politiche economiche fondate sul rispetto del NOMA (Non Overlapping Magisteria), ponendo l’etica a fondamento delle scelte della politica, garantendo il primato alla stessa nel definire gli orientamenti strategici ai quali subordinare l’economia reale e la finanza, superando l’attuale situazione del turbo capitalismo finanziario che ha finito col subordinare alla finanza l’economia reale e a ridurre la politica a un ruolo ancillare alla logica prevalente del profitto dei grandi poteri finanziari internazionali.
Sull’edilizia scolastica come sulla sicurezza idrogeologica del territorio, DC e Popolari dovranno rovesciare l’aforisma di Leo Longanesi secondo cui: “ L’Italia e un paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”, avviando finalmente un piano urgente per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, con il loro adattamento alle nuove esigenze poste dalla pandemia, e un piano straordinario per la sicurezza idrogeologica, dal quale potranno derivare occasioni importanti per l’occupazione di giovani e meno giovani esperti nelle diverse discipline competenti nella materia. Alla base di tale programma, prioritaria in maniera assoluta è, in ogni caso, la ripresa dell’economia e quindi dell’occupazione, se vogliamo evitare che queste prime avvisaglie di malcontento sociale sfocino nella rivolta senza controllo.Ce la farà Draghi? Non possiamo che augurarcelo, mentre tutti noi, DC e Popolari dobbiamo compiere ogni sforzo per ricomporre politicamente l’area dei cattolici democratici e cristiano sociali italiani.
Ettore Bonalberti
Venezia, 7 Aprile 2021
La voce del giornale
Quando riapre una testata giornalistica è sempre una festa. Quando a riaprire, è la testata storica del tuo partito, come il Popolo, è una gioia. Ringrazio Mons Stenico che è riuscito nell’impresa, ridando vita al nostro quotidiano fondato nel 1923 che, da cartaceo, assume adesso la nuova veste on line. Ho utilizzato le mie mailing list per annunciare a tutti gli amici DC che si è ridato fiato alla nostra voce e adesso attendiamo di aprire un fecondo dialogo tra tutti i soci che intendono concorrere a rendere viva la discussione tra di noi. Il giornale del partito, infatti, serve se, com’ è stato nella migliore tradizione democratico cristiana, non si riduce al ruolo di servizio esclusivo di questo o quella persona, fatta salva, ovviamente, la sua funzione preminente di organo ufficiale della segreteria nazionale e con essa, della direzione e del consiglio nazionale espressi dalla volontà degli iscritti all’ultimo congresso. Esso, invece, deve diventare la palestra del dibattito e del confronto politico libero e aperto tra tutti i soci. Spetta al direttore responsabile garantire il rispetto delle regole proprie di un partito democratico secondo quanto stabilito dall’art. 49 della Costituzione.
Credo che tra di noi sia univoca la volontà di riattivare politicamente la Democrazia cristiana, un partito mai giuridicamente sciolto, come ha definitivamente sancito la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n.25999 del 23.12.2010, quella da cui è partita la lunga stagione (2012-2021) della diaspora democratico cristiana. Ho scritto di questa triste vicenda nel mio ultimo libro: DEMODISSEA: La democrazia cristiana nella stagione della diaspora –considerazioni sul periodo 1993-2020 (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/562226/demodissea/) . Ho raccolto cronologicamente gli avvenimenti, riportato integralmente i documenti ufficiali e i risultati dei consessi istituzionali democraticamente svoltisi, evidenziando l’azione permanente dei cosiddetti “sabotatori seriali”, quelli che, dal 2012 ( anno di svolgimento del XIX Congresso nazionale del partito, poi annullato dai ricorsi in tribunale), hanno tentato in tutti i modi di ostacolare il progetto di ricomposizione politica della Democrazia Cristiana. Come nel 2012, su indicazione dell’amico On Publio Fiori, con Silvio Lega ci accingemmo a raccogliere le firme dei consiglieri nazionali DC per l’auto convocazione del consiglio e, quindi, del congresso, così con Renato Grassi e amici, dopo l’ondivaga e confusa gestione del partito di Gianni Fontana, abbiamo continuato nella nostra iniziativa sino al ri-celebrato Congresso dell’Ottobre 2018 che ci ha portato all’attuale segreteria di Renato Grassi. Sino al pronunciamento definitivo del tribunale di Roma sull’ennesimo ricorso dei soliti sabotatori, cui si sono aggiunti alcuni improvvisati interpreti dediti all’autoproclamazione tragicomica di legittima eredità, resta il fatto ineccepibile che:
a) il congresso dell’Ottobre 2018 è tuttora valido;
b) gli iscritti che rinnovarono la loro adesione alla DC nel 2012 sono a tutti gli effetti e per riconoscimento del giudice Romano, gli unici eredi legittimi della DC storica.
Queste sono le premesse in base alle quali, se esisteranno le condizioni da parte di tutti, si dovrà ripartire per tentare di por fine alla diaspora insensata e suicida.
Vigendo questa situazione, con la speranza che si possa definitivamente superare e risolvere, con Grassi, Alessi, Giannone e altri, sono stato tra quelli che più hanno spinto per concorrere all’avvio della Federazione Popolare DC. Essa oggi è guidata dall’amico Peppino Gargani e associa una cinquantina di partiti, associazioni, movimenti e gruppi. Rilevante la raggiunta intesa tra DC, UDC ,NCDU ,Rinascita Cristiana, premessa indispensabile per superare il contenzioso insolubile del simbolo dello scudo crociato. Simbolo che é di proprietà degli eredi legittimi ( i soci del 2012) ma, di fatto, almeno sin qui, nella disponibilità elettorale dell’UDC. Pure importante l’azione portata avanti dal prof Giannone con il Comitato tecnico scientifico della Fondazione DC ( già Fondazione Fiorentino Sullo) dal quale stanno emergendo importanti contributi da tradurre politicamente sul piano istituzionale.
L’obiettivo che ci siamo posti unitariamente come Federazione Popolare è di concorrere alla costruzione di un soggetto politico nuovo di centro: laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman. Un partito alternativo alla destra populista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra senza identità. Prima tappa, sarà quella di ritrovarci tutti insieme in un’unica lista e con lo stesso simbolo alle prossime elezioni amministrative di Settembre-Ottobre. Sarà quello il banco di prova per l’unità elettorale alle prossime elezioni politiche per le quali sarà indispensabile che venga approvata una legge elettorale, che noi vorremmo alla tedesca, con sbarramento al 3-4 %, con preferenze e sfiducia costruttiva. Stavolta non saranno più tollerabili né tollerate le giravolta patite nel 2018.
Un partito quello ipotizzato che dovrà ricomporre la più ampia area cattolico democratica e cristiano sociale, ossia anche quella parte importante raccolta attorno al manifesto Zamagni costituita dagli amici di INSIEME, Rete Bianca, Costruire Insieme. Al riguardo ho indicato come prioritaria la celebrazione della nostra Camaldoli 2021, ossia un momento importante di riflessione e di analisi programmatica, per definire le risposte da dare da DC e da Popolari alle “attese della povera gente “. Le attese, cioè, del terzo stato produttivo e delle classi popolari prostrate dopo oltre un anno di crisi pandemica dalle drammatiche ricadute sanitarie ed economico sociali
Solo dopo aver raggiunto l’intesa sul piano programmatico, si potrà organizzare insieme un’assemblea costituente del soggetto politico nuovo nella quale, col programma si decideranno le alleanze e la nuova classe dirigente. Temi e proposte da approfondire e sulle quali decidere nel nostro annunciato prossimo congresso nazionale .
Ettore Bonalberti
Venezia, 4 Aprile 2021
Una battaglia autentica per la democrazia e la libertà.
Nel 2018 con Giuseppe Gargani, Follini, Mastella, Tarolli, Tassone, Giannone, Gemelli, Marinacci,Mario Mauro e altri organizzammo il comitato dei Popolari per il NO, con il quale abbiamo concorso alla vittoria referendaria contro il tentativo di “deforma costituzionale” del trio Renzi-Boschi-Verdini.
Nei giorni scorsi ho proposto a Gargani e agli amici della Federazione Popolare DC di attivare il Comitato dei Popolari per l’attuazione degli articoli 48 e 49 della Costituzione che, dalla fine della Prima Repubblica, sono sostanzialmente disattesi.
Sono due articoli fondamentali per la vita democratica del Paese che, da una parte, assiste al prevalere della finanza sull’economia reale e sulla politica, al tempo della globalizzazione e del rovesciamento del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), come lucidamente esposto dal prof Zamagni nei suoi diversi interventi accademici ( vedi la nota del 12 Giugno 2018 sul testo della Congregazione per la dottrina della Fede:” Oeconomicae et Pecuniarae Quaestiones”) e, dall’altra, alla nascita di partiti e movimenti etero guidati e/o leaderistici senza alcuna “democrazia interna” come costituzionalmente richiesto dall’art.49.
Sul tema contro il sistema elettorale maggioritario e a favore del proporzionale sono in questi giorni intervenuti lo stesso Gargani con un articolo su Il Dubbio del 26 Marzo 2021 e all’indomani Raffaele Bonanni su Il Domani d’Italia. Proporzionalista da sempre, come lo fummo tutti noi della sinistra sociale DC di Forze Nuove insieme a Bodrato, Bianco e pochi altri, al tempo dell’infausto referendum di Mario Segni, concausa finale della scomparsa politica della DC, ho più volte esposto le ragioni storico politiche a favore di questa scelta.
La nostra storia unitaria nazionale per come si è svolta in parallelo con lo sviluppo del capitalismo nostrano, concentrato nel tempo e nello spazio, ha assunto caratteri e modi molto più simili a quella della Germania e indiscutibilmente diversi da quella della Francia e dell’Inghilterra, Paesi dalle più antiche e consolidate tradizioni di uno stato centrale forte. Cavour da una parte e Bismarck dall’altra, seppero compiere autentici miracoli politico istituzionali guidando i processi di formazione unitaria dei rispettivi Paesi. Una delle ragioni per cui anche sul piano istituzionale l’Italia dovrebbe guardare molto di più al sistema di uno stato federale come la Germania che non a quello centralistico di Francia o Inghilterra, non a caso sostenuti da leggi elettorali di tipo maggioritario, seppur in un Paese presidenzialista come quello d’Oltralpe e repubblicano parlamentare come il Regno unito.
Non bastassero queste ragioni d’ordine storico politico, è dall’applicazione corretta dell’art 48 della nostra Costituzione che dovremmo partire a sostegno di una legge elettorale proporzionale. L’art 48 afferma: “ il voto è personale ed uguale, libero e segreto”. Personale vuol dire che il voto dovrà essere sempre dato personalmente e non potrà mai essere delegato. Uguale, è una qualificazione che esclude qualsiasi tipo di legge “maggioritaria” sia nel testo che negli effetti politici sui numeri assegnati in Parlamento ai partiti con premi di maggioranza. Libero è una qualifica che obbliga a impedire qualsiasi condizionalità sia morale che fisica sui votanti e quindi anche con i Capilista, i listini bloccati, le pluri-candidature che hanno effetti distorsivi sui candidati assegnati in Parlamento. Si entra in Parlamento, dunque, solo se sei stato votato dal popolo votante e non per scelta delle segreterie dei Partiti. Segreto, infine, significa che deve essere sempre garantita la segretezza del voto sia quando si vota sia nello spoglio dei risultati elettorali.
Molte di queste norme tassative del dettato costituzionale sono state disattese in questa lunga stagione della Demodissea post DC. E’ tempo che ci si mobiliti per chiedere una legge elettorale rispondente a queste prescrizioni, una legge che non potrà che essere di tipo proporzionale che da sempre indico come simile a quella tedesca, con uno sbarramento opportuno, ma tale da non impedire la rappresentanza delle diverse culture e aggregazioni di interessi sociali ed economici presenti in Italia, e l’introduzione della sfiducia costruttiva a garanzia della continuità degli esecutivi e per rendere più difficile l’oltraggiosa transumanza cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni. Analoga iniziativa politica dovremo assumere tutti noi Popolari, sia di estrazione cattolico democratica che cristiano sociale, a difesa e per la completa attuazione dell’art 49 (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”) affinché si possa concorrere “con metodo democratico” e non per volontà di un dominus proprietario o di un gruppo di potere esterno incontrollato e incontrollabile, come sta avvenendo in alcune delle formazioni partitiche che da più o meno lungo tempo sono sulla scena politica italiana. Una battaglia autentica per la democrazia e la libertà.
Ettore Bonalberti
27 Marzo 2021
Venezia covid free: vogliamo provarci?
Ho sentito alcune voci autorevoli dell’amministrazione comunale che intendono impegnarsi a realizzare una Venezia covid free. Un progetto ambizioso e non impossibile se si seguissero alcune indicazione che l’amico Prof Giampiero Ravagnan, già professore ordinario di microbiologia a Cà Foscari, ci ha trasmesso.
Sono appena partite le celebrazioni del centenario della nascita della nostra città unica e preziosa al mondo; un evento eccezionale per un luogo straordinario, non solo carico di simbolismi ma anche di effetti sanitari, socio-economici: mettere questo luogo in grado di riprendere le normali attività facendone un luogo sicuro dal COVID 19 in grado di accogliere persone già vaccinate da tutto il mondo.
Il problema da risolvere è quello logistico e del personale e deve essere la Municipalità a farsene carico mettendo a disposizione i luoghi per la somministrazione dei vaccini, oltre a potenziare la funzione delle farmacie con gazebi negli spazi pubblici.
La Municipalità deve chiedere al Commissario Governativo di fornire direttamente la disponibilità delle dosi di vaccino - oltre a quelle già destinate a strutture sanitarie e persone fragili- per una copertura vaccinale di tutti le persone addette a servizi pubblici e privati. e la popolazione attiva
Venezia ha un’ emergenza socio economica che si può scongiurare solo con una campagna di vaccinazione di massa in tempi brevi.
Per medici vaccinatori volontari che vengono da fuori offrire una settimana a Venezia , ospiti degli alberghi, con una tessera gratuita per visitare tutti i Musei Civici.
La Regione ha oggi in disponibilità 150.000 dosi e altre ne verranno ai primi di Aprile.
In due mesi si può vaccinare tutta la popolazione, ridare piena attività a scuole ed Università ed organizzare la gestione di un turismo sicuro con il previsto passaporto vaccinale europeo e quindi Venezia la prima Città che si organizza ad accogliere il turismo "vaccinato creando anche un indotto economico nei Territorio regionale. Vogliamo provarci?
Ettore Bonalberti
Direttivo Federazione Popolare DC
Coordinatore think tank Veneto pensa
Venezia, 27 Marzo 2021
La nostra idea di Partito
In questi anni, nei quali si è svolta la DEMODISSEA democratico cristiana (1993-2020), ho più volte indicato alcune proposte per la ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale in Italia. Sollecitato da alcuni amici, ho cercato di riassumere in una scheda l’idea di un progetto di partito politico di centro: laico, democratico, popolare, liberale e riformista. Questa la mia indicazione:
Un partito di centro ampio e plurale: laico, democratico, popolare, liberale e riformista, europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman; alternativo alla destra populista e sovranista, distinto e distante dalla sinistra senza identità, disponibile alla collaborazione con quanti sono interessati alla difesa e integrale attuazione della Costituzione. Un partito che fonda le sue radici sui sei pilastri essenziali quelli indicati nella Mission della Fondazione culturale Democrazia Cristiana ex Fiorentino Sullo :
Umanesimo integrale: al centro, Persona e Dignità;
Dottrina Sociale della Chiesa, con le Encicliche dei Pontefici, dalla Rerum Novarum di Leone XIII°, alla Populorum Progressio di Paolo VI°, alla Laborem Exercens di Giovanni Paolo II°, alla Caritas in Veritate di Benedetto XVI°, alla Evangelii Gaudium e alla Laudato Si’ di Papa Francesco;
Popolarismo e Personalismo. I Testimoni che hanno fatto diventare nel 1987 l’Italia la V^ Potenza industriale nel mondo;
Ecologia integrale ed Etica ecologica, con il riferimento ai contenuti della Enciclica Laudato Sì;
Costituzione della Repubblica Italiana;
CEDU (Carta Europea dei Diritti Umani)
E che assume il codice etico del decalogo sturziano, ossia le dieci regole del buon politico secondo don Luigi Sturzo:
–
essere sincero e onesto;
– promettere poco e realizzare molto;
– se ami molto il denaro non fare il politico;
– non andare contro la legge per un presunto vantaggio politico;
– non circondarti di adulatori, fanno male all’anima ed eccitano la vanità;
– se pensi di essere indispensabile, farai molti errori;
– spesso il no è più utile del si;
– occorre avere pazienza e non disperare mai;
– i tuoi collaboratori al governo siano degli amici mai dei favoriti;
– ascolta le donne che fanno politica, sono più sagge degli uomini;
– è una buona abitudine fare ogni sera l’esame di coscienza.
N.B.: guai se incominciassimo a dividerci sulle alleanze. Quelle locali le decidano pure gli interessati e sarebbe inopportuno e in parte ridicolo entrare nel merito. A livello nazionale, invece, dobbiamo partire da un serio confronto programmatico ( Camaldoli 2021) e dopo, solo dopo, in un'assemblea costituente ad hoc decidere Insieme con chi eventualmente allearci. Scelta possibile con un sistema proporzionale, mentre se passasse, come ahimè temo, quello maggioritario, la nostra divisione sarebbe inevitabile secondo il trilemma: una parte a destra sotto il dominio della Lega, una parte a sinistra sotto quello del PD-M5S e una terza......a casa renitente al voto. La nascita di un gruppo parlamentare popolare sarebbe oltremodo utile per favorire la scelta di una legge elettorale proporzionale.
Ettore Bonalberti
Venezia, 24 Marzo 2021
Commenti all'editoriale
Una prima replica al mio articolo del prof Antonino Giannone che pubblico, ringraziando Tonino per il suo contributo:
Letta, i DC e i Popolari
L’elezione plebiscitaria di Enrico Letta alla guida del Partito Democratico smentisce l’aforisma del mio maestro Carlo Donat Cattin: “ è sempre il cane che muove la coda”, riferendosi a quei DC che avevano tentato al suo tempo di entrare nel PCI .No, stavolta, con Letta, come ha lucidamente osservato Gianfranco Rotondi, è avvenuto il contrario: la vecchia sinistra DC, soprattutto quella della Base e morotea, col pupillo di Andreatta e dell’AREL, ha assunto il comando di quello che fu il partito di Togliatti, Longo e Berlinguer, squassato dal gioco al massacro di correnti e consorterie che hanno indotto l’ex segretario Zingaretti a “vergognarsi” del suo partito. Pur dimenticando il ruolo giocato da Franco Marini, già capo della mia corrente DC di Forze Nuove, nella nascita del PD, Letta è la dimostrazione palese che, alla fine, per rimettere ordine, “l’amalgama riuscita male”( D’Alema) di quel partito, ancora a un ex DC ha dovuto affidarsi, come già fece con la segreteria di passaggio di Dario Franceschini, dopo l’uscita di Veltroni, il ministro che anche stavolta è stato uno dei player al caminetto dei democratici.
Ho seguito in streaming il discorso di Letta di domenica scorsa, trovando integra la sua formazione cattolico democratica, condita dai riferimenti ala dottrina sociale di Papa Francesco, ai concetti della sussidiarietà e della solidarietà, sino all’annuncio di una proposta politica per la compartecipazione dei lavoratori nella gestione delle aziende. Un richiamo a teorie care alla scuola storica economico sociale di matrice fanfaniana e a molti di noi della sinistra sociale DC. Credo che molte idee del programma esposte da Letta siano del tutto compatibili con molte delle nostre che, dal seminario di Sant’Anselmo (2013) e di Camaldoli (2017), come DC guidati da Gianni Fontana, avevamo esposto per porle alla base del patrimonio programmatico della nostra area politico culturale. Netta l’alternativa alla destra populista e nazionalista come quella anche da noi DC e componenti della Federazione Popolare DC sempre condivisa. Importante l’impegno a superare la formazione delle liste elettorali di “nominati” dai capi partito, come la volontà di dare pratica attuazione all’art.49 della Costituzione in materia di democrazia interna dei partiti, e il superamento, nei limiti costituzionali, del fenomeno indecente del trasformismo parlamentare che, in questa terza repubblica, ha assunto i caratteri patologici di una vera e propria transumanza permanente per interessi esclusivamente personali.
Meno accettabile la precisazione fatta domenica sera alla sua prima intervista TV, a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, circa la sua preferenza per sistemi elettorali maggioritari, al massimo temperati nella versione del “mattarellum”, invenzione di fine corsa DC, dell’allora politico a tutto tondo, Sergio Mattarella. Su questo punto, nonostante la differenza immediatamente accentuata con la proposta dello jus soli con la Lega, l’indicazione del neo segretario PD fa il paio con l’interesse concomitante di Matteo Salvini per un sistema forzatamente bipolare, che veda come protagonisti assoluti: la Lega a destra e il PD a sinistra. L’esperienza fatta in questi anni dal 1993 al 2005, poi sostituita dal “porcellum” e dal tuttora vigente “rosatellum”, ha dimostrato la velleità di dare garanzia di stabilità al sistema politico in forza di una legge elettorale maggioritaria. L’esperienza storico politica italiana, per le modalità dello sviluppo capitalistico nel nostro Paese, e dello stesso processo di unità nazionale, molto più simile a quella della Germania che della Francia e agli antipodi di quella inglese, suggerisce di adottare il proporzionale per definire esattamente natura e consistenza delle forze politiche e culturali in campo. In una fase nella quale, grazie al governo Draghi, stiamo assistendo alla scomposizione e, in taluni casi, al superamento di molti attori della lunga stagione post democristiana, noi DC e Popolari crediamo sia necessario tornare al proporzionale con sbarramento al 4-5%, le preferenze e con l’istituto della sfiducia costruttiva, con il quale, come accade in Germania, è possibile arginare i rischi di ingovernabilità, che nemmeno il maggioritario nelle diverse versioni tentate, è riuscito a realizzare. Serve, in ogni caso, accelerare il processo avviato di ricomposizione della nostra area sociale, culturale e politica, premessa indispensabile per avviare dal centro e in periferia un confronto serio con le altre forze politiche, a partire da quelle che, come noi, intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana. La guida di Enrico Letta del PD costituisce una garanzia di un confronto politico possibile per il bene del nostro Paese.
Ettore Bonalberti
Venezia, 15 Marzo 2021
Per un gruppo parlamentare nuovo di centro
Concorriamo alla costruzione del partito nuovo di centro. Consapevoli che il centro esiste se è un partito. L’ho scritto mille volte, specie negli ultimi mesi e, adesso, approfittiamo della tregua concessa dal governo Draghi, per dare consistenza politica al progetto. Da diverso tempo la Federazione Popolare DC , da un lato, e il gruppo degli amici raccolti attorno al “manifesto Zamagni” (in particolare “Insieme” di Giancarlo Infante e “Rete Bianca” di D’Ubaldo, Dellai e Merlo) sono impegnati nel tentativo di aggregare associazioni, movimenti e gruppi presenti a livello territoriale locale. Un tentativo tanto più efficiente ed efficace se, anche a livello parlamentare, fosse sostenuto dalla nascita di un gruppo parlamentare di centro: laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, declinati per il nostro tempo dalla “ Laudato SI” di Papa Francesco, come si era anticipato nel Novembre scorso, all’incontro di St Vincent organizzato dall’amico On Gianfranco Rotondi.
Draghi, con grande sensibilità, ha chiamato a far parte del governo, quale sottosegretario alla presidenza del consiglio, con la delega a coordinatore della politica economica, l’ On Bruno Tabacci, che considero una delle migliori espressioni del cattolicesimo politico democratico presenti nel Parlamento, unitamente a Gian Franco Rotondi, il quale non ha mai rinunciato a professare la sua origine culturale e politica democratico cristiana, pur collocandosi all’interno del partito di Forza Italia. Un partito inserito a pieno titolo nel PPE, grazie alle sollecitazioni a suo tempo portate avanti da Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, su Silvio Berlusconi. Nel deserto delle culture politiche oggi presente in Italia, e nel fallimento conclamato dei partiti che hanno caratterizzato la lunga stagione seguita alla fine politica della DC, ciò che serve al Paese é il riemergere di quel grande fiume carsico della cultura cattolico democratica e cristiano sociale, oscurata dalla lunga stagione suicida della diaspora post democristiana (1993-2020).
Come ha lucidamente sostenuto Lorenzo Dellai, si tratta di favorire la ricomposizione di quanti sul piano locale si rifanno a quella lunga tradizione politica, costruendo, sin dalle prossime elezioni amministrative, liste unitarie in grado di riportare nelle istituzioni la cultura del popolarismo. Un processo che, a mio parere, andrebbe ancor più facilitato se anche a livello parlamentare nascesse un gruppo di centro nuovo come quello indicato. Due deputati come Tabacci, da un lato, e Rotondi, dall’altro, sarebbero i più qualificati esponenti e leader di tale progetto. Una prospettiva, d’altra parte, essenziale, per respingere le insorgenti nostalgie di leggi elettorali maggioritarie che, dopo le attuali gravi crisi del M5S e del PD, stanno prendendo corpo. Solo una legge elettorale proporzionale alla tedesca, con sbarramento, preferenze e sfiducia costruttiva, infatti, potrebbe favorire una diversa dislocazione delle forze politiche rispetto a quel bipolarismo forzato e innaturale della nostra storia nazionale, che ha segnato la lunga stagione della seconda repubblica, sino al suo epilogo finale nell’attuale “governo del presidente e dell’emergenza nazionale”.
Certo, per costruire un tale gruppo parlamentare servirebbe una ventina di deputati coraggiosi, i quali, ritrovandosi sui valori del popolarismo e dell’europeismo, potrebbero indicare anche alla periferia un riferimento strategico su alcuni punti programmatici in grado di offrire una nuova speranza all’Italia. Una speranza ai ceti medi produttivi e alle classi popolari da troppo tempo frustrati dalle illusorie offerte dei sovranismi e populismi di diversa estrazione, i quali, senza una rinnovata offerta della cultura del popolarismo, potrebbero rifugiarsi, come è accaduto in un’altra fase tragica della nostra storia, nell’estremismo della destra o nella rassegnata diserzione politica ed elettorale.
Tabacci e Rotondi riusciranno nell’impresa? Toccherà anche agli amici Gargani, Infante e D’Ubaldo, favorire il progetto, sostenendolo con una proposta politico programmatica unitaria all’altezza dei bisogni dell’Italia.
Ettore Bonalberti
Venezia, 9 Marzo 2021
Cambiamo il passo
Il M5S in forte scomposizione e il PD in fibrillazione precongressuale; la destra divisa tra governisti e opposizione meloniana: è quanto sta verificandosi dopo l’avvenuta formazione del governo Draghi. Uno tsunami delle e tra le forze politiche della cosiddetta “terza Repubblica”. L’alleanza PD-M5S del governo Conte 2, fallita dopo la mancata operazione dei “responsabili” e con le fratture aperte nei due partiti, sembra naufragare e la chiamata in campo del possibile federatore, il prof Giuseppe Conte, al massimo potrà funzionare come collante della disastrata formazione grillina. Anche la speranza di un Conte ascrivibile alla tradizione politica cattolico democratica e popolare coltivata da alcuni amici dopo l’incontro novembrino a St Vincent, sembra svanire, e solo l’incarico affidato all’On Bruno Tabacci, erede della migliore tradizione marcoriana della DC lombarda, costituisce la sicura presenza governativa della nostra cultura popolare.
Il progetto da qualche tempo avviato della ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, ossia della cultura politica che ha attraversato l’intera storia repubblicana nazionale, di cui il Paese avrebbe una grande necessità, assume adesso l’esigenza di una forte accelerazione. Qualche amico propone di ripartire dai territori dove esistono realtà associative disponibili all’impegno politico amministrativo sin dai prossimi rinnovi dei consigli comunali. Trattasi di un’ipotesi ragionevole, ancor più efficace se accompagnata dal riavvicinamento delle esperienze maturate a livello nazionale. Realtà associative come quelle della Federazione Popolare dei DC, di Insieme e Rete Bianca, le quali hanno facilitato la ricomposizione di partiti, movimenti, associazioni e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, potrebbero costituire, se unite, il catalizzatore indispensabile per ricomporre anche a livello territoriale la più ampia unità dei cattolici democratici e cristiano sociali.
Un’unità ampia e plurale, aperta alla partecipazione di altre realtà politico culturali di ispirazione democratico liberale e riformista, che condividendo i valori dell’umanesimo cristiano, sono interessate alla difesa e all’integrale attuazione della Costituzione repubblicana e alla costruzione del nuovo centro della politica italiana. Anche a livello parlamentare gli amici Rotondi e Tabacci potrebbero /dovrebbero facilitare la nascita di un gruppo ispirato ai valori del popolarismo, nel quale potrebbero confluire diversi parlamentari che lo tsunami in atto ha reso orfani delle loro appartenenze e/o che stanno riscoprendo gli antichi valori democratici e popolari. Un gruppo largo di parlamentari moderati provenienti dal centro-destra e dal centro-sinistra. L’appello dell’amico Rotondi a Berlusconi per dar vita al Partito Popolare in Italia, si inserisce in tale prospettiva.
Tali iniziative, avviate tanto a livello centrale che territoriale, favorirebbero quella ricomposizione politica dell’area di ispirazione popolare da sperimentare sia nelle elezioni amministrative locali che in quella politico nazionale, che si terrà, in ogni caso, dopo l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. L’annunciato impegno della Federazione popolare DC per l’incontro di programma che si potrebbe denominare: “ La nuova “visione” del centro politico. Una nuova …….”Camaldoli”, potrebbe rappresentare l’occasione per facilitare l’unità di quanti condividono i sei pilastri della cultura per ricostruire la polis e ridare un amalgama al popolo italiano. Sono i sei pilastri assunti come punti di riferimento e di studio dal comitato tecnico scientifico della Fondazione DC coordinato dall’amico prof Giannone:
– Umanesimo integrale: al centro, Persona e Dignità;
– Dottrina Sociale della Chiesa, con le Encicliche dei Pontefici, dalla Rerum Novarum di Leone XIII°, alla Populorum Progressio di Paolo VI°, alla Laborem Exercens di Giovanni Paolo II°, alla Caritas in Veritate di Benedetto XVI°, alla Evangelii Gaudium e alle Laudato Si’ e Fratelli tutti di Papa Francesco;
– Popolarismo e Personalismo. I Testimoni che hanno fatto diventare nel 1987 l’Italia la VI^ Potenza industriale nel mondo;
– Ecologia integrale ed Etica ecologica, con il riferimento ai contenuti della Enciclica Laudato Sì;
– Costituzione della Repubblica Italiana;
– CEDU (Carta Europea dei Diritti Umani)
Credo che su tali premesse da sviluppare e tradurre politicamente nella realtà italiana, si possa e debba finalmente ricomporre la nostra unità. Servirà però, un deciso cambiamento di passo dopo la lunga surplace di questi mesi.
Ettore Bonalberti
Venezia, 27 Febbraio 2021
Alla ricerca del “federatore”
Puntuale e rigorosa come al solito l’analisi politica dell’amico Giorgio Merlo su “ Il Domani d’Italia” con il suo articolo: Il centro e il “federatore”.( http://www.ildomaniditalia.eu/il-centro-e-il-federatore/).
Condividendo l’idea che con il decollo del governo Draghi e col trasformismo che raggiunge il momento più alto della sua espressione parlamentare e, probabilmente anche la sua fine precipitosa, la geografia politica sia destinata a cambiare. Prova ne siano lo smottamento in atto nel M5S, le tensioni precongressuali e mai sopite nel PD, la divisione intervenuta persino nel voto di fiducia nella sinistra di LEU, compresa la rottura dell’intesa tattica se non strategica della destra, anch’io ritengo sia giunto il tempo per una forza politica di centro, nella quale non potrà mancare l’apporto di una componente possibilmente unificata della nostra area politico culturale, quella, cioè, dei cattolici democratici e cristiano sociali.
Quanto al “federatore”, mi permetto di ricordare a Merlo l’insegnamento del nostro compianto amico e maestro, Carlo Donat Cattin: i capi non si scelgono a tavolino, ma si impongono nel dialogo e nel confronto anche duro della politica. Ecco perché, continuo a indicare in una Camaldoli 2021, ossia in un luogo di dibattito per definire un programma politico per l’Italia, l’occasione per un confronto franco e severo, anticipatore di un’assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro di cui Giorgio Merlo scrive.
Sino a oggi l’unica risposta positiva è giunta dalla Federazione Popolare DC, mentre INSIEME continua per la sua strada in autonomia e Rete Bianca a me pare, sia ancora ferma sul che fare?
Non esistono, allo stato degli atti, figure di leadership né carismatiche, né popolari e neppure potenti, volendo utilizzare gli ideal typus weberiani, in grado di assumere quella figura di “federatore” cui Merlo fa riferimento. Solo dal dialogo e dal confronto programmatico e politico sapremo individuare la personalità che, alla fine, si imporrà e che democraticamente eleggeremo in sede di Assemblea costituente. Si attendono risposte.
Ettore Bonalberti
Venezia, 21 Febbraio 2021
E adesso, che facciamo?
A St Vincent, nel Novembre scorso, avevamo sostenuto l’idea di Gianfranco Rotondi di un confronto tra esponenti di diverse culture politiche accomunati dalla condivisione dei principi indicati da Papa Francesco nella “Laudato SI”. Era il tentativo di far decollare una ricomposizione al centro di amici e movimenti presenti in Parlamento, progetto a sostegno del quale aveva inviato un indirizzo di saluto anche il presidente del consiglio in carica Giuseppe Conte. Con la crisi irresponsabilmente aperta in piena crisi pandemica da Renzi, quel tentativo valdostano è continuato per cercare di riunire diversi parlamentari in un gruppo di cosiddetti “responsabili” a sostegno della maggioranza di governo, ma, alla prova del voto, è fallito. Il Conte 2 ha ottenuto la maggioranza relativa sia alla Camera che al Senato, ma sono mancati i voti necessari per la maggioranza assoluta in una delle due camere. Il Presidente Mattarella, anziché rinviare alle Camere il governo Conte 2 non sfiduciato per la prova definitiva che, probabilmente a quel punto, avrebbe potuto sortire esito positivo, ha preferito affidare l’incarico a Mario Draghi, come una delle ultime preziose risorse della Repubblica.
Due amici democratici cristiani da sempre, come Bruno Tabacci e Gianfranco Rotondi, hanno svolto una combattiva azione per tentare di costruire il gruppo dei responsabili, ma, alla fine, ha prevalso il “particulare” dei diversi parlamentari contattati, timorosi di trovarsi senza riferimenti e di restare esclusi dal carro del vincitore sicuro, quello dell’ex direttore generale di Banca d’Italia e della BCE. Ho espresso le mie riserve sulla genesi del governo Draghi con l’ultimo editoriale sul sito www.alefpopolaritaliani.it : mandanti e sicari, rinviando un giudizio di merito sulle scelte concrete che il governo a maggioranza parlamentare bulgara compirà. Un giudizio meditato soprattutto per comprendere come tali scelte saranno fatte, a vantaggio di chi e per che cosa. Il linguaggio asciutto e sintetico delle dichiarazioni programmatiche di Draghi é del tutto condivisibile nella descrizione delle priorità da affrontare: lotta alla pandemia, crisi economica e sociale, riforma burocratica, del fisco e della magistratura, tutte riunite nella strategia di una visione di sviluppo eco-sostenibile; ora, però si tratterà di vedere come questi obiettivi enunciati si concreteranno nelle decisioni che su queste materie il governo assumerà.
Sul piano politico, quest’ultimo atto compiuto, alla fine di una stagione dominata dal trasformismo, elemento dominante di un Parlamento che, dopo il voto del 16 Marzo 2018, ha visto la nascita di tre diverse maggioranze: giallo verde ( Conte 1), giallo rossa (Conte 2) e, adesso, dell’unità emergenziale, è caratterizzato dall’opposizione esplicita della destra di Giorgia Meloni che si distingue da Lega e Forza Italia e dallo smottamento che il SI a Draghi ha determinato nell’estrema sinistra di LEU e, soprattutto, nel gruppo di maggioranza relativa del M5S. Anche l’annunciato inter gruppo parlamentare PD-M5S-LEU, che avrebbe dovuto garantire il mantenimento dell’alleanza che aveva retto il governo Conte 2, in previsione sia delle prossime elezioni regionali e amministrative locali, che dell’attività da svolgere in Parlamento a sostegno del governo Draghi, dopo i primi entusiasmi, sconta le difficoltà apparse subito nel PD e, soprattutto, il rischio di scissione sempre più probabile del M5S. Matteo Renzi, con la sua fidata Elena Boschi, plaude al successo per aver fatto fuori Conte e favorito la guida di Draghi, ma la sua azione di rottura è resa ancora più devastante dal processo di scomposizione e frantumazione apertosi in tutto lo schieramento politico.
In tale situazione si ripresenta ancor più urgentemente il tema del nostro, che fare? Il card. Camillo Ruini nell’odierna intervista al Corsera, in occasione dei suoi 90 anni, conferma quanto già a suo tempo dichiarò sul NO al partito cattolico, esprimendo, peraltro, un giudizio positivo sul governo Draghi. Quel NO al partito cattolico, infatti, l’aveva già pronunciato nell’Ottobre e Novembre 2020, aprendo a Salvini e a Meloni se solo “avessero sciolto il loro nodo sull’Europa”. Insomma un’apertura a destra, come già aveva fatto, realisticamente, al tempo dei governi presieduti da Berlusconi. Sul ruinismo e sulla sua idea di una presenza dei cattolici diffusa in tutti i partiti, progetto rivelatosi fallimentari con la riduzione della presenza cattolica all’irrilevanza , ho scritto ampiamente nel capitolo secondo del mio ultimo libro:
Demodissea, la democrazia cristiana nella stagione della diaspora (1993-2020) (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/562226/demodissea/) e, come scrissi, quella idea del cardinale Ruini, non sembra smarcarsi dall’originaria impostazione anti dossettiana e anti prodiana mai venuta meno. Da parte nostra, DC e popolari, ritengo invece che, preso atto della scelta che sembra portare Conte più nel ruolo del federatore della coalizione PD-M5S-LEU che di partecipante attivo alla ricomposizione del centro, si debba perseguire l’impegno che, tanto noi della Federazione Popolare DC quanto gli amici raccolti attorno al manifesto Zamagni (Insieme e Rete Bianca), stiamo sviluppando per la ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. L’avvio di un gruppo parlamentare unitario di quest’area sarebbe oltremodo utile, non solo in quella sede, facendo uscire i parlamentari UDC dalla condizione di sudditanza ambigua e inefficace all’egemonia/dominio in dissoluzione di Forza Italia e della Lega, ma anche, come accordo elettorale per le prossime elezioni amministrative locali e regionali.
Nella recente riunione del comitato di garanzia della Federazione Popolare DC, accanto a questa proposta da tutti condivisa, ossia di presentarci tutti uniti in una lista dei DC e Popolari alle prossime elezioni amministrative locali, abbiamo anche concordato sull’opportunità di organizzare ad Aprile la nostra Camaldoli di programma 2021, insieme a quanti dell’area cattolico democratica e cristiano sociale italiana sono interessati ad offrire al Paese la nostra proposta di programma per una nuova speranza per l’Italia. Solo dopo quel confronto programmatico, decidendo insieme il percorso, si potrà organizzare una grande assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro ampio e plurale, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori DC, alternativo alla sinistra e alla destra populista e sovranista. Certo, attenti al sistema elettorale che alla fine sarà adottato, preoccupati dal risorgere di mai sopite velleità maggioritarie e presidenzialiste, impegnati a sostenere un sistema proporzionale alla tedesca, tanto più necessario dopo l’avvenuta riduzione del numero dei parlamentari e per conservare la democrazia rappresentativa come prevista dagli articoli della Costituzione repubblicana insieme ai caratteri propri della nostra Repubblica parlamentare.
Ettore Bonalberti
Venezia, 19 Febbraio 2021
Mandanti e sicari
Sarà anche vero che Renzi è un “catto boy scout” e che Draghi è un “catto banchiere” ( Massimo Fini su Il Fatto Quotidiano di Domenica 14 Febbraio) e che dal combinato disposto è scattata l’operazione contro Conte: mettere le mani sui fondi della UE. Si sa la politica, come l’economia, deve decidere come allocare le risorse in genere scarse ( ma non è il caso del recovery fund, l’aiuto più consistente offerto all’Italia dopo il Piano Marshall) tra usi e bisogni alternativi. Ed è per questo che mi sono chiesto sin dall’inizio dell’operazione Renzi: a vantaggio di chi e per che cosa? Ricordo che nel 2016, al tempo del referendum costituzionale, Renzi lo promosse dopo che JP Morgan definì la nostra Costituzione “ troppo socialista”. Noi Popolari ci organizzamo nel comitato dei Popolari per il NO contro la “deforma costituzionale renziana”, ideata dai tre noti costituzionalisti toscani: Renzi, Boschi, Verdini.
Perduta la partita Renzi ci aveva assicurato che avrebbe posto fine al suo impegno politico, invece, non solo ha continuato a svolgere “lectio magistralis” a vari club e gruppi finanziari internazionali, sino alla sua ultima contestata performance in terra araba, ma ha continuato nella sua azione di “sfasciacarrozze” già consumata nel PD e, adesso contro il governo giallo rosa di Conte. Goffredo Bettini ha scritto al riguardo, l’8 Gennaio su Il Fatto quotidiano: "Dunque Renzi è il “sicario”, non il “mandante” da inquadrare invece nel crogiolo dei poteri della società affluente, nel blocco impeditivo, nella trincea extra strong che in Conte vedeva l’ostruzione, l’interdizione, l’estraneità e dunque la pericolosità di chi - entrato in politica per caso – iniziava pericolosamente a prenderci gusto. I “mandanti” si salveranno, “il sicario no”. Resterà con la soddisfazione di aver sfregiato Conte ma con più niente in mano.“Ha una così cattiva reputazione che nessuno mai gli depositerà nelle mani un grammo di fiducia. Io lo vedo perso nella sua disperante condizione di non avere un futuro. E chi ne è privo non ha storia da narrare o progetto da scoprire, ha da pestare i piedi solo nella cronaca minuta, l’oggi è già ieri, già dimenticato”.
Non sappiamo se veramente Renzi abbia agito da “sicario” su indicazione di qualche mandante più o meno occulto, sappiamo però che il mondo e' sempre stato diviso in due: gli abramitici da una parte e i non abramitici dall'altra, cioè gli atei dall'altra.
Quindi da una parte gli abramitici, ossia i cattolici, i cristiani ortodossi, gli ebrei, i maomettiani, con le loro salde regole: non truffare, non manipolare, non rubare; dall'altra parte invece i cosiddetti “arianisti”, da “arianesimo” che significa materialismo, che corrisponde esattamente a quella fascia di terra che va dalla Germania orientale, passa dalla Cecenia e giunge alla Georgia, Azerbajan e Iran. In passato si chiamavano Goti, Ostrogoti i così detti barbari, contrapposti all' impero delle regole, contrapposti all' impero cattolico- ebraico Romano, con le sue regole dettate dal Codice Civile e Penale che furono promulgati dal primo imperatore romano, Augusto Ottaviano. Nel tempo i barbari si sono poi chiamati luterani per la parte che riguarda la Germania orientale, evangelici nella parte che invece riguarda Cecenia, Georgia, Azerbaijan. I luterani tedeschi orientali pensano che l'uomo non possa essere giudicato dall'uomo, ma solo da Dio, ma poiché sono atei, nessuno in Terra li può giudicare, per cui possono truffare, manipolare, rubare.
I luterani
tedesco orientali oggi hanno
il nome delle grandi multinazionali
finanziarie delle 7 grandi famiglie
luterane tedesco orientali: Rothschild,
Rockefeller, Bush, Clinton,
Warburg, Johnson e J.P. Morgan,
che con i loro fondi speculatori (hedge fund)
Vanguard, State Street, Fidelity, Franklin Templeton, hanno il
controllo in Italia delle banche, della farmacologia, dell'energia, delle telecomunicazione, della
grande industria alimentare,
fondamentale quest'ultima per ammalarti di cancro, dal momento che le loro industrie sono le
uniche produttrici mondiali, oltre che
di vaccini anche di preparati chemioterapici.
Che questi signori siano del tutto estranei e disinterassati ai fondi per l’Italia previsti dal Next Generation UE, in larga parte interessati/bili ai settori industriali di loro competenza, ci sembra alquanto improbabile. Chi possano essere “i sicari” politici di questi ipotetici mandanti, solo tra qualche tempo saremo in grado, forse, di riconoscerli. Basterà seguire il flusso e le destinazioni del denaro e capiremo a vantaggio di chi e per che cosa.
Ettore Bonalberti
Venezia, 14 Febbraio 2021
Non c’è più tempo da perdere
Alla fine Giuseppe Conte ha scelto. Ha deciso di assumere la guida della coalizione giallo rosa che lo ha sostenuto al governo. Un’alleanza che si propone come il gruppo politico di contrasto a quello sovranista nazionalista a guidai Salvini e Meloni.
Con un sistema elettorale come quello attuale, il rosatellum, quel patto giallorosa sarebbe pronto ad affrontare lo scontro con la destra anti europea italiana, salvo che il nascente governo Draghi, non favorisca quel rimescolamento delle carte, ultimo frutto imprevisto del dominante trasformismo della terza repubblica.
Alcune ipotesi che erano emerse sulla possibilità di una convergenza di Conte sulle posizioni dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, dopo il discorso dal predellino di Palazzo Chigi, sono inevitabilmente sfumate e, dunque, si ripropone ancor più urgente che mai il nostro: che fare? Se non vogliamo morire come l’asino di Buridano nella mancata scelta tra i due blocchi destra-sinistra è necessaria la nostra unità.
A me pare, infatti, che una lettura senza pregiudizi della realtà effettuale imponga a tutti noi, Federazione Popolare DC, amici del manifesto Zamagni di Insieme e Rete bianca, con tutte le diverse associazioni, movimenti, gruppi e persone della vasta area cattolica democratica e popolare, una decisione non più rinviabile: l’unità, ossia la necessità inderogabile della nostra ricomposizione politica. Un’alleanza europeista sarebbe zoppa, infatti, senza la presenza della componente popolare erede dei padri fondatori DC dell’Unione europea: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman.
Questa è l’indispensabile premessa per riportare in campo la nostra migliore cultura politica, mentre altrettanto necessaria sarà l’approvazione di una legge elettorale proporzionale alla tedesca, con preferenze e sfiducia costruttiva, ossia la conditio sine qua non per garantirci una rappresentanza istituzionale pari al nostro effettivo consenso nel Paese.
Ecco perché sarebbe utile la convocazione di un webinar tra il direttivo della Federazione Popolare DC e degli amici di Insieme e Rete Bianca, per decidere come procedere nelle due tappe che considererei opportune per il progetto: l’organizzazione di una Camaldoli programmatica 2021, nella quale definire il programma politico, economico e sociale dei DC e Popolari per il Paese e un’assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro ampio e plurale, come definito nel patto costitutivo della Federazione e negli atti degli amici del manifesto Zamagni.
Programma e condivisa strategia politica sono le condizioni indispensabili per la scelta di una classe dirigente nuova e credibile e di una leadership carismatica che s’imporrà dal necessario confronto libero e democratico. Le risorse umane al riguardo esistono e non mancheranno , così come grande è il tesoro di documenti, proposte e indicazioni che, ad esempio, la nostra amata DC ha saputo produrre dai seminari del convento di Sant’Anselmo (2013) e di Camaldoli (2017) da cui ripartire.
Auguriamo al governo Draghi di nascere e di sviluppare la sua azione positiva sui punti strategici indicati dal presidente Mattarella; prudenti, tuttavia, ricordando le infelici esperienze vissute dopo l’incontro dei maggiorenti sul panfilo “ Britannia” e le decisioni che seguirono nel 1992 con il decreto Amato-Barucci, che portò alla privatizzazione di Banca d’Italia.
A Gargani, Grassi, Tassone, Rotondi e agli amici dell’UDC da un lato, come a Infante e D’Ubaldo, Merlo, Tarolli, Tabacci e amici, dall’altra, il compito di rompere gli indugi e di convocare urgentemente l’avvio del processo di unificazione politica dei cattolici democratici e cristiano sociali italiani.
Ettore Bonalberti
Venezia, 5 Febbraio 2021
Una crisi irresponsabile
A Davos i potenti della Terra discutono del Gran Reset della politica economica dell’Occidente prendendosela con i mercati immobiliari e l’ossessione della proprietà della casa che, secondo lor signori, mina la crescita, l’equità e la fede pubblica nel capitalismo. Sono gli stessi potenti che, secondo quanto acutamente ha evidenziato il prof Zamagni, nell’età della globalizzazione hanno rovesciato il principio del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), ponendo la finanza al vertice della piramide, ai cui fini vengono subordinate l’economia reale e la stessa politica, con le gravi disfunzioni e ingiustizie denunciate quasi in via solitaria dalle ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica.
In questo scenario geopolitico caratterizzato dalla crescente egemonia cinese sino al predominio del secolo asiatico, dalla crisi politica degli USA sfociata nell’assalto al Capitol di Washington e dall’aperta contestazione a Putin in Russia, con una pandemia che a oggi ha causato a livello mondiale oltre 100 milioni di casi con oltre due milioni di morti ( dati OMS del 29 Gennaio 2021), impegnati in Italia ad assumere decisioni importanti sul piano interno ed europeo, Matteo Renzi ha aperto irresponsabilmente una crisi di governo che rischia di trascinare il Paese in una situazione gravissima sul piano interno e internazionale.
Il governo dell’Italia non può essere sottoposto al ricatto continuo del senatore di Scandicci, un uomo inaffidabile sin da quando, adolescente, i suoi compagni di gioco lo chiamavano “ il Bomba”, tanto che ricorrere alle catilinarie ciceroniane dell’ “Usque tandem Renzi abutere patientiam nostram?” ci sembra quanto mai opportuno. Non so, nel momento in cui scrivo, come evolverà e come si risolverà la crisi di governo, anche se, personalmente, ritengo che non sia pensabile la partecipazione a una rinnovata maggioranza governativa di un partito capeggiato da un signore che, dopo avere aperto una crisi universalmente giudicata pretestuosa, si è fatto consacrare come lobbista internazionale dalla casa regnante dell’Arabia Saudita, retta da un dittatore mandante dell’esecrato omicidio Khashoggi, così come nel 2016 volle il referendum, fortunatamente rivelatosi per lui suicida, a sostegno di una “deforma costituzionale” ispirata dai potenti della JP Morgan, per i quali la Costituzione italiana “sarebbe troppo socialista”. Certo uno sbocco della crisi in elezioni politiche anticipate non sarebbe da augurarsi, ma non per il timore, come generalmente si sostiene, che le vincerebbe la destra a dominanza salviniana e della Meloni, quanto piuttosto per le condizioni oggettive di debolezza in cui versa il Paese a rischio di una crisi sociale al limite della rivolta istituzionale.
Nella nostra “teoria dei quattro stati”, nella condizione che la pandemia ci sta imponendo, le uniche realtà che la stanno sfangando senza problemi sono: la casta con quelli dei diversamente tutelati, protetti da stipendi pubblici assicurati, e quelli del “quarto non Stato”, in larga parte rappresentato da organizzazioni illegali come mafia, ndrangheta, camorra che, nella situazione attuale, trovano le occasioni opportune per lucrare sulla disperazione del terzo stato produttivo. E’ proprio la condizione disperata del terzo stato produttivo (PMI, operai, artigiani, commercianti, partite IVA, liberi professionisti), quello che produce il reddito reale del Paese, che sta soffiando verso una rivolta, prima come rivoluzione fiscale passiva, sino ad assumere modalità del tutto imprevedibili. Dalla rivoluzione fiscale passiva, unita alle minori entrate già dovute ai diversi tagli e rinvii di tasse decisi dal governo, potrebbe derivare una difficoltà di cassa tale da mettere in crisi anche le pensioni e gli stipendi dei quasi 3,5 milioni di dipendenti pubblici ( dati ISTAT relativi all’anno 2018).
Pizzerie, ristoranti, bar e negozi di abbigliamento, non stanno già più pagando gli affitti, i proprietari stanno facendo gli sfratti, ma poi nessuno troverà da affittare in questa situazione , hanno tasse da pagare sugli immobili, saranno costretti a svenderli, i mutuatari non stanno più pagando i mutui prima casa e le banche stanno già facendo gli sfratti da pignoramento immobiliare; a questo punto arrivano le multinazionali tedesco orientali dei Rothschild, Rockefeller, Morgan che se li comprano a bassissimo prezzo, se non prima gli emissari della criminalità organizzata italiana e straniere. Ecco perché mi auguro una soluzione rapida e solida di governo che ci permetta di non perdere l’affidabilità tanto faticosamente riconquistata da Conte con Gualtieri, Gentiloni e Sassoli in Europa, per giungere serenamente ad adottare un recovery plan coerente con gli obiettivi indicati dalla UE; all’elezione del Presidente della Repubblica e, dopo, solo dopo, alla verifica elettorale con una legge proporzionale con sbarramento e sfiducia costruttiva in grado di dare corretta rappresentanza reale alle diverse componenti politico culturali presenti nel Paese, compresa la nostra di area cattolica democratica e cristiano sociale, spero finalmente unitariamente rappresentata.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it)
Direttivo Federazione Popolare DC
Venezia, 30 Gennaio 2021
Ora o mai più
Nella situazione politica, istituzionale, economica e sociale del Paese, aggravata da una pandemia che non sembra dare tregua, Matteo Renzi ha scelto la strada di una crisi che ci auguriamo possa essere superata, almeno nei suoi pericolosissimi effetti immediati. Ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nel suo intervento alla Camera, ha offerto la legge elettorale proporzionale, che costituisce la precondizione indispensabile per la rinascita di un centro politico ampio e plurale che è l’obiettivo che, anche come Federazione Popolare dei DC, ci proponiamo. Il nostro progetto ha molte affinità con quello che gli amici raccolti attorno al “Manifesto Zamagni”: Insieme, Rete Bianca e altri movimenti e associazioni stanno perseguendo; ossia la ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale italiana. Un progetto che ha già visto alcune importanti riconciliazioni tra partiti, movimenti, associazioni e gruppi tanto nella Federazione Popolare DC che tra gli amici del Manifesto Zamagni.
L’esigenza di ricostruire un centro politico ampio e plurale, democratico, popolare, riformista e europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla sinistra e alla destra sovranista e populista, impegnato nella difesa e integrale attuazione della Costituzione e a inverare nella città dell’uomo gli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa, è presente in entrambi i due raggruppamenti di cui sopra. Anche Gianfranco Rotondi, con l’iniziativa assunta a St Vincent nel Novembre scorso, ha evidenziato l’opportunità di avviare un progetto di ricomposizione dell’area cattolica, popolare, liberale e riformista, sui valori e i principi dell’enciclica “Laudato SI” di Papa Francesco.
Nel momento in cui scrivo si sta svolgendo al Senato il dibattito sull’apertura della crisi, dopo che ieri il Presidente Conte aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei voti della Camera dei Deputati, tra i quali quello dell’On Polverini di Forza Italia; prima e probabilmente non ultima dissociazione di alcuni parlamentari dal partito del Cavaliere. E’ stata quella di ieri un’occasione assai utile nella quale avevo sperato che gli amici dell’UDC esprimessero la loro autonomia di giudizio rispetto a un centro destra a trazione salviniana e della Meloni, lontano mille miglia dalle scelte di quel partito inserito, con Forza Italia, a pieno tiolo nel PPE.
L’amico Hermann Teusch, della CSU bavarese, membro della Federazione Popolare DC, aveva anche lui sollecitato un voto di fiducia a Conte, sottolineando che era ed è anche questa l’aspettativa degli amici CDU e CSU tedeschi che, con la Merkel e la Van der Layen hanno favorito l’apertura di credito all’Italia con i fondi della next generation EU e non comprendono la rottura irresponsabile provocata dal senatore di Scandicci. Ieri, però, per l’UDC, assumendo il ruolo di dominus, il sen De Poli, ha confermato la ferma determinazione di quel partito nel rimanere nel centro destra; conferma ribadita stamane dalla sen. Binetti a poche ore dal voto. Se così sarà, l’UDC perderà l’occasione storica di favorire quel progetto di ricostruzione di un gruppo parlamentare di centro democratico, popolare, liberale e riformista, cui ha fatto cenno Conte nel suo intervento. Un progetto che anche l’On Bruno Tabacci ha sostenuto ieri, con un discorso nel quale, molto opportunamente, ha ricordato la ricorrenza del 18 Gennaio, data di nascita del Partito Popolare Italiano. Se, com’è assai probabile, oggi al Senato, Conte non otterrà la maggioranza assoluta, ma la maggioranza relativa, meglio se sostenuta da qualche cifra efficace, si aprirà una trattativa per la formazione del nuovo governo. Sarà importante vedere se il progetto di un gruppo parlamentare di centro ampio e plurale nascerà in Parlamento, ma ancor di più lo sarà avviare un immediato percorso di ricomposizione della nostra area politico culturale tra la Federazione Popolare dei DC e gli amici di Rete Bianca e Insieme e con tutti coloro interessati a riportare in campo il cattolicesimo politico. Essenziale sarà non anteporre questioni pregiudiziali di schieramento, inevitabilmente divisivi, consapevoli che un centro democratico ampio e plurale, come quello indicato, potrà nascere solo se autonomo e indipendente. Certo la precondizione sarà l’adozione di una legge elettorale proporzionale alla tedesca, con sbarramento e sfiducia costruttiva. Di qui la necessità di favorire l’adozione di questa legge come indicato da Conte. Rimanesse il rosatellum, il nostro progetto non potrebbe decollare, poiché, in una scelta obbligata bipolare, la nostra area sarebbe immediatamente lacerata tra l’opzione di destra e quella di sinistra, con ampi margini di astensione come è avvenuto dopo la suicida scelta del maggioritario al tempo del referendum Segni….
Prima è indispensabile organizzare insieme una Camaldoli 2021 per condividere con le migliori espressioni dell’intellighenzia cattolica italiana, il programma dei DC e Popolari per l’Italia. Un programma per la piena attuazione della carta costituzionale e con politiche economiche in grado di corrispondere agli interessi dei ceti medi produttivi e delle classi popolari. A seguire, una grande assemblea costituente nazionale del soggetto politico nuovo, dalla quale emergerà una classe dirigente di giovani competenti, dotati di grande passione civile e impegnati ad assumere il codice etico del decalogo sturziano alla base dei loro comportamenti politici e amministrativi. Avanti, dunque, da “Liberi e Forti” con quanti sono disponibili per questo formidabile impegno.
Venezia, 19 Gennaio 2021
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( www.alefpopolaritaliani.it)
Direttivo Federazione Popolare DC
Siamo pronti per il nuovo centro alternativo
Ottima e totalmente condivisa la riflessione dell’amico Raffaele Bonanni pubblicato sulla rivista “ Formiche”: “Un centro alternativo è possibile”. In una fase storica dominata dal turbo capitalismo finanziario, che induce a una progressiva proletarizzazione dei ceti medi produttivi, ossia la base della democrazia nel mondo occidentale, quando i loro interessi sono connessi con quelli delle classi popolari; col prevalere di un’anomia morale, culturale e politico istituzionale assai diffusa, come scrive Bonanni: “ si afferma la convinzione che la cultura ispirata dalla Dottrina Sociale della Chiesa, sia decisiva proprio in frangenti speciali come quelli che viviamo oggi per fronteggiare le esigenze dell’economia e della coesione sociale”.
Il richiamo a superare le attuali frammentazioni, conseguenza della lunga stagione della diaspora post DC (1993-2020) per diventare “il collante, la garanzia per la costituzione di una area politica coesa e plurale, che sappia essere alternativa credibile alla sinistra come alla destra” è quanto anche noi componenti della Federazione Popolare DC intendiamo perseguire, convinti come siamo che all’Italia serva la presenza di un’area cattolico democratica e popolare ispirata dalla dottrina sociale cristiana. Bonanni è ben consapevole che per evitare ciò che è accaduto, sin qui, ossia “ presenze piccole e strumentali alla ricerca di albergo a sinistra o a destra”, la condizione indispensabile sarà l’adozione da parte del parlamento della legge elettorale proporzionale, senza la quale, permanendo l’attuale “rosatellum” ( cosa, ahimè, non da escludersi) quella fallimentare tattica opportunistica e di poco respiro continuerà a perpetuarsi, riducendo il ruolo dei cattolici all’irrilevanza vissuta nella cosiddetta seconda e sino all’attuale terza Repubblica.
Credo, però, che sia molto ampia e diffusa la consapevolezza della necessità di uscire da questa condizione per concorrere, come abbiamo condiviso nel nostro patto federativo, a costruire un soggetto politico nuovo di centro: democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato dalla DSC, alternativo alla sinistra e alla destra nazionalista e populista, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori. Un centro d’ispirazione popolare e democratico cristiana, aperto alla collaborazione con quanti condividono il progetto della difesa e integrale attuazione della costituzione repubblicana. Questo è uno degli obiettivi perseguiti anche dagli amici che, con diverse sensibilità e modi organizzativi, hanno aderito al “manifesto Zamagni”, tra i quali, gli amici di “Costruire Insieme” che, con Tarolli, Bonanni e altri abbiamo concorso a realizzare.
Ora è tempo di ricomposizione, tanto più necessaria, per affrontare i rilevanti problemi che la pandemia ha prodotto e continuerà a produrre anche nell’anno nuovo. Sull’esempio fornitoci dai padri fondatori della DC, De Gasperi-Demofilo, con le sue “idee ricostruttive della Democrazia cristiana” (26 Luglio 1943), che accompagnarono la redazione del documento programmatico da parte di un gruppo di intellettuali di fede cattolica ( il Codice di Camaldoli- Luglio 1943) anche tutti noi, Federazione Popolare DC e amici riuniti attorno al Manifesto Zamagni, insieme alla vasta e articolata realtà politico culturale cattolico democratica e cristiano sociale, dovremmo incontrarci nella Camaldoli 2021, per definire la proposta di un programma popolare per il Paese e per l’Europa. Concordato il programma, si potrà organizzare una grande assemblea costituente del soggetto politico nuovo da affidare a una rinnovata classe dirigente di giovani appassionati, pronti a inverare nella “città dell’uomo” gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana.
Ettore Bonalberti-Venezia,
31.12.2020
IL MEDITERRANEO E L’ITALIA
Si è da pochi giorni conclusa a Roma la conferenza sul Mediterraneo, nella sua sesta edizione, promossa da Ministero degli esteri e dall’ISPI.
Numerosi e cruciali i temi trattati. Fra di essi: la sicurezza, l’immigrazione, l’energia, l’economia verde, il ruolo dell’Europa.
Il posizionamento del nostro Stato nella parte occidentale del mare Mediterraneo da sempre lo pone al centro degli snodi e dei corridoi mercantili, viari, energetici e di sicurezza fra Africa, continente europeo, Medio Oriente, e, verso est, Balcani, penisola anatolica e terre del Caucaso.
Sino alla fine della guerra fredda
l’Italia era principalmente vista come antemurale verso la possibile minaccia
terrestre proveniente dal patto di Varsavia attraverso la soglia giuliana e,
come, soggetto di supporto alla VI flotta americana, nei confronti del naviglio
russo acquartierato nel Mar Nero, ristretto, però, in un bacino saldamente
“sigillato” dai Dardanelli in una Turchia fermamente inserita nel dispositivo
della Nato.
In altre parole, prima di irrompere nel mare nostrum, in caso di crisi bellica e, pur considerando gli approdi sicuri della Siria, i sovietici avrebbero dovuto vedersela con una prima barriera naturale molto munita negli stessi stretti turchi; solo dopo averla valicata si sarebbero confrontati col naviglio della Nato, italiano compreso.
In questo quadro, la supremazia talassocratica degli Stati Uniti, secondo i tutt’ora insuperati principii insegnati da Alfred Thayer Mahan (autore del celebre trattato sul Potere navale, The influence of the sea power upon history 1660-1783, secondo il quale il potere marittimo è caratterizzato dalla quota di commercio internazionale detenuta, dalla disponibilità di una grande flotta commerciale e militare e da una vasta rete di approdi presso terzi stati in rapporto di affari), era in grado di spegnere ogni rivalità rivierasca dei paesi che si affacciano sullo specchio acquatico di casa nostra e di consentire la libera navigazione sotto la protezione della bandiera a stelle e strisce.
Dal 2012, però, le cose sono andate mutando in modo davvero significativo.
Numerosi sono stati i fattori che vi hanno contribuito, rimescolando i rapporti di forza geopolitici e geoeconomici e facendo riemergere la centralità di questo mare in cui noi siamo pienamente immersi con quasi 7.500 km di costa e due isole rilevantissime come la Sicilia e, Pantelleria, collocate in posizione chiave nel canale di Sicilia. Quadro, questo, che era stato per lungo tempo marginalizzato, a favore di una visione quasi esclusivamente terragna che considerava l’Italia soltanto come un’appendice dello zoccolo continentale collocato a nord delle Alpi.
Complice, in questa falsa prospettiva, da
un lato, l’esigenza di presidiare la porta di Gorizia negli anni del confronto
con l’Urss; dall’altro, una visione quasi esclusivamente economicistica concernente
i rapporti commerciali e industriali che ci legano alle economie d’Oltralpe (ma,
da sempre, la strategia di una nazione non può mai prescindere dalla posizione
geografica in cui si viene a trovare, pena il fallimento di essa, la perdita
della propria autonomia, la rovina del benessere dei suoi cives. Per una
trattazione sulle implicazioni geografiche si veda Jean, Guerra,
strategia e sicurezza, pag. 129 e ss., Laterza, 1997. “La geopolitica
classica si fonda sui due presupposti di base della scuola realista: l’anarchia
internazionale e il primato della politica estera. Il primo rimanda all’idea
che i rapporti internazionali siano dominati da una conflittualità intrinseca
allo stesso concetto di politica e di sovranità degli Stati, assoluta almeno
sotto il profilo formale. Il secondo postula che lo stesso ordinamento e la
politica estera dello Stato siano organizzati sulla base dei suoi imperativi di
sicurezza, del suo senso dello spazio, della sua collocazione geografica e
delle esigenze della sua economia e demografia…” Jean, Geopolitica del mondo
contemporaneo, pag.4, Laterza, 2012).
In estrema sintesi, elementi causativi del nuovo disequilibrio sono stati: 1) la detronizzazione di Gheddafi (non seguita da una doverosa politica di ricostruzione dello Stato libico) che ha dato la stura alla piena competizione delle fazioni interne, supportate da altri Stati interessati alle ricche risorse energetiche contenute nel sottosuolo, ma anche a precostituirsi influenza rilevante in una posizione avanzata nella parte occidentale del mare sia nei confronti della profondità africana (area in cui sono concentrate risorse naturali cruciali, ma anche zona in crescita economica), che verso l’Europa del sud, 2) il progressivo sganciamento degli Usa, riorientati verso la competizione economica, militare e geopolitica con la Cina (decisa circa 10 anni fa dall’amministrazione Obama e ben resocontata anche nel volume di E. Luttwak, Il risveglio del drago, Rizzoli, 2012 ), con correlativa perdita di peso navale nello scacchiere, 3) l’incremento ingente delle merci cinesi vendute alla UE e transitanti per il raddoppiato canale di Suez provenienti dall’oceano indiano- mar cinese meridionale (la Germania è il primo partner commerciale dell’ex celeste impero. Dopo la crisi dell’economica del 2008-2010 Berlino ha rivolto le proprie esportazioni verso l’Asia, compensando la perdita delle vendite nei mercati europei), 4) la questione siriana, con l’accresciutissimo ruolo turco, proiettato verso le antiche direttrici ottomane dell’interno siriaco, della Libia (vecchia colonia strappata da noi con la guerra italo turca del 1911 e 1912), dei Balcani e del Caucaso (ne è chiara dimostrazione l’attuale conflitto per il Nagorno Karabakh, ai confini dell’Azerbaijan, ricchissimo di gas e petrolio e da cui si diparte il gasdotto TAP che approda in Puglia per rifornirci), 5) i giacimenti di gas naturale scoperti al largo dell’Egitto (giacimento Zhor, in cui il nostro Eni gioca un ruolo preponderante) e di Israele, Libano, ANP, Cipro, Grecia, destinati a rendere autosufficienti per molti anni il primo ed il secondo di questi stati ed a convogliare ulteriormente, mediante il gasdotto “Eastmed”, la materia prima (il gas) all’Italia, attraverso Cipro e la Grecia (quest’anno è stato creato il forum diplomatico per la gestione di queste preziose risorse fra Italia, Grecia, Cipro, Israele, ANP e Giordania), condotta in concorrenza col progetto turco-russo “Turkstream”(che congiunge la Russia alla Turchia e, tramite quest’ultima, alla Bulgaria e alla Serbia).
Per poter comprendere l’importanza di una visione strategica nazionale (da definire con certezza sin da subito, essendo imperativo diplomatico ineludibile per potere mantenere il proprio benessere e la propria indipendenza politica democratica) nel quadro dei nuovi assetti occorre, dopo avere dato un’occhiata alla carta geografica, avere presente che cosa rappresenti per noi il commercio marittimo ed il sistema infrastrutturale dei porti italiani.
L’economia del mare si compone di fattori manifatturieri (fra di essi spicca la cantieristica), logistici (anche di stoccaggio) e del terziario avanzato. In altre parole, il segmento industriale delle grandi imprese, delle piccole e medie appare strettamente collegato ai servizi ancillari necessari per potere veicolare via nave la produzione nazionale destinata all’esportazione.
Privo di molte risorse naturali (eccezion fatta per una quota minoritaria di idrocarburi) il nostro Paese si mostra come operatore nella trasformazione, a cui spetta la lavorazione di materie prime e semilavorati in moltissimi settori (dalla chimica, all’automobile, al tessile, all’agroalimentare, alla farmaceutica, all’aerospazio, al comparto digitale e medico), ma anche come poderoso importatore di carbone, petrolio, gas, metalli e minerali.
Il vettore marittimo del trasporto via nave costituisce il mezzo principale per la movimentazione delle merci con l’estero, superiore a quello stradale e ferroviario (del resto, la capacità di carico delle moderne navi porta containers è enormemente superiore a quella di un pure attrezzato treno cargo. Si parla di imbarcazioni da quasi 24.000 Teu. Il Teu è la misura standard del volume del container).
Il sistema dei porti attrezzati garantisce (collegato con strade e ferrovie) la necessaria rete nodale per esportare ed importare; da qui la particolare attenzione che deve esservi riposta dall’Autorità di Governo sia per il suo efficientamento, che per il suo controllo-vigilanza.
Al momento, i primi porti per volume di transito risultano essere, nell’ordine, quello di Trieste (che gode di particolari agevolazioni in materia di extraterritorialità doganale. Ricordiamo anche che questo vanta fondali particolarmente profondi in grado di accogliere in rada le navi da carico di ultima generazione, determinandone la competitività rispetto ad infrastrutture che non hanno queste caratteristiche), di fondazione antica per volontà asburgica (nel 1700), quello di Genova, quello di Livorno e, ultimo, quello di Gioia Tauro (dobbiamo aggiungere quello di Taranto per la presenza della fondamentale base militare della nostra Marina).
Le cinque regioni a maggiore vocazione produttiva ed internazionale (anche la Puglia, sta, però, crescendo vieppiù negli ultimi anni), vale a dire Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, hanno nel sistema portuale ligure (Genova- Vado Ligure) il loro attuale centro principale di esportazione.
Via mare transitano, infatti, il 57% delle nostre importazioni ed il 44% del nostro export.
A seguito dell’interscambio crescente fra UE e Cina e del raddoppio della capacità di navigazione del canale di Suez, il Mediterraneo ha visto riprendere la sua centralità economica, dal momento che le navi cariche di prodotti asiatici, partendo dal Mar giallo, transitando per il Pacifico e l’oceano indiano, attraversano il Mar Rosso-Suez e sboccano a Porto Said. Da qui raggiungono in alto Adriatico Trieste o Genova e possono essere trasportate sia verso i mercati europei occidentali, che centrali e nordici.
La via acquatica, infatti, rappresenta il secondo braccio (il primo è quello terrestre) del sistema delle nuove “vie della seta” (cui l’Italia ha formalmente aderito nel Marzo del 2019, con notevole disagio degli Usa, preoccupati di cambiamenti di fronte rispetto all’alleanza che data da oltre 70 anni) per volume di transito, che fanno capo, nel mare Nostrum, nel porto del Pireo, ristrutturato e gestito dalla compagnia cinese Cosco.
Ultimamente, l’interesse straniero si è andato molto accentrando sullo scalo di Trieste (luogo di sbarco ed imbarco di merci da e per l’Asia-Cina mediante la porta egiziana di Suez), dove, la società pubblica tedesca Hamburger Hafen und Logistik AG (HHLA), che gestisce il porto di Amburgo (uno dei terminal più importanti e grandi del mondo) si è aggiudicata la commessa di un grande investimento per il suo raddoppio, battendo la concorrenza cinese di China Merchants.
Nel porto ex austriaco (balzato agli onori della cronaca americana meno di un anno fa – il 18 Marzo 2019- grazie ad un articolo di Jason Horowitz sul New York Times dal preoccupato titolo “A forgotten italian Port could become a chinese gateway to Europe”. La città giuliana è anche vicina e collegata alle basi americane di Aviano e Vicenza, dunque imprescindibile snodo logistico per il dispositivo della Nato) le petroliere già ora recano greggio destinato, con un oleodotto (Il TAL), a rifornire la Germania (e le sue raffinerie di Baviera e Baden-Wurttemberg) per oltre un terzo del suo fabbisogno nazionale.
A questo si aggiungerebbero le future navi giganti per lo sbarco dei prodotti dall’Asia e diretti ai ricchi mercati europei del Nord e centrali mediante le autostrade e le linee ferroviarie tedesche ed austriache.
Ma i mari (Mediterraneo ed Adriatico compresi) oggi sono fondamentali anche per i lunghissimi cavi internet sottomarini che collegano fra loro i continenti ed attraverso i quali corrono una miriade di informazioni sensibili. Poterne garantire la sicurezza dalle intrusioni è, ovviamente, un imperativo aziendale e di difesa anche del nostro Stato.
Il nostro bacino marino è diventato un
quadrante di nuovo strategico perché consente alle flotte commerciali e
militari il raggiungimento dell’oceano Atlantico attraverso Gibilterra e
dell’oceano Indiano-Pacifico (oggi terreno di scontro geopolitico di eccellenza
fra Cina, India, Usa ed suoi alleati) attraverso il canale di Suez.
In più, la scoperta dei giacimenti di idrocarburi e la nuova proiezione turca nell’Egeo, nei Balcani, in Siria ed in Libia, in estensione degli interessi di Ankara (cui ha fatto da contraltare l’aumento della presenza russa a Tartus, Humaymin ed in Cirenaica, per garantirsi l’accesso al Mar Rosso, al Golfo Persico ed all’oceano Indiano), unitamente all’ingresso (per la prima volta) di naviglio militare della Repubblica popolare cinese nel mar caldo, impongono all’Italia una definizione rapida del proprio interesse nazionale (nel quadro di una chiara pianificazione della propria dottrina navale) che si è incominciata a declinare, sia pure con grande ritardo rispetto agli Stati che si affacciano sul Mediterraneo (l’Algeria, la Grecia, la Turchia, l’Egitto le hanno già definite ed in molti casi sino in prossimità delle acque italiane) mediante la istituzione delle nostre ZEE (zone economiche esclusive, previste dalla Convenzione sul diritto del Mare di Montego Bay del 10 dicembre 1982, ratificata dall’Italia con legge n. 689/1994 e che possono estendersi non oltre le 200 miglia dalle linee di base da cui è misurato il bacino del mare territoriale ed entro le quali lo Stato costiero esercita il controllo e lo sfruttamento delle risorse naturali, biologiche, minerali, potendo adoperarsi per la creazione di installazioni ed infrastrutture anche di ricerca scientifica, pur in regime di libera navigazione, di sorvolo e di posa di cavi sottomarini).
Considerando che oggi la politica di sicurezza è divenuta funzionale al servizio del sistema economico globalizzato (Cfr. Jean, Manuale di studi strategici, Franco Angeli, pag. 308) e che, come ci insegna recentemente il teorico dello “smart power” americano J.S. Nye (autore del famoso saggio omonimo, edito da Laterza per l’Italia, pag.259), obiettivo degli Usa è quello di “scongiurare l’emergere di potenze egemoni ostili in Asia o in Europa”, mantenendo l’equilibrio di potenza ( anche per ribilanciare la propria più decisa azione in Asia), Roma dovrà presto fare delle scelte e negoziare la propria posizione concentrandosi soprattutto sul quadrante marittimo in cui, per geografia, economia e storia, si trova immerso in una posizione ridiventata cruciale per i nuovi assetti del dopo guerra fredda e, conseguentemente, avendo della carte da giocare in più rispetto ai nuovi e vecchi protagonisti dell’antico mare latino.
Fabio Polettini
Milano, 27 Dicembre 2020
Miopia renziana
E’ dal tempo dell’indizione del referendum sulla deforma costituzionale, anno 2016, che provo un netto dissenso dall’azione politica di Matteo Renzi. Come da adolescente, anche adesso che è un leader politico, Renzi continua con quella spocchia per cui i suoi coetanei l’avevano soprannominato “ il Bomba”. Forte del numero di parlamentari da lui scelti e nominati al tempo in cui controllava il PD, da novello Ghino di Tacco, non passo giorno senza che faccia sentire la sua presenza diretta o per interposta persona con i vari Rosato, Bellanova, Boschi.
La corda è stata tirata ormai al limite della tenuta e alla prossima verifica di bilancio o qualche settimana dopo sembra destinata a spezzarsi. L’iniziativa, però, a quel punto l’assumerebbe lo stesso presidente Conte il quale, dopo la verifica parlamentare, se negativa si dimetterebbe e la strada per le elezioni anticipate sarebbe inevitabile. Ipotizzare, infatti, come sembra fare l’ex boy scout toscano, un altro governo di larghe convergenze potrebbe rientrare negli schemi già sperimentati del trasformismo su cui è nata e si sta sviluppando questa terza repubblica, ma, alla disinvoltura più larga dei parlamentari esiste un limite, rafforzato dalla volontà manifestata sia dal PD sia da una parte rilevante della destra di andare al voto. Tutto normale si direbbe per i cultori delle regole costituzionali, ma una situazione assai più complicata se osservassimo le cose dal punto di vista della nostra parte politica, tuttora variegata e alla ricerca di un ubi consistam.
Elezioni anticipate prima del voto per l’elezione della presidenza della Repubblica per noi cattolici democratici e cristiano sociali vorrebbero dire, doverci assoggettare un’altra volta alle regole di un sistema maggioritario, come il “rosatellum”, che ci costringerebbe a scegliere tra una coalizione di destra e una di sinistra. Una prospettiva lontanissima da quell’idea di centro democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla destra populista e sovranista e alla sinistra. Un progetto che, come in tutta la storia dei Popolari e della DC, ha potuto svilupparsi e prevalere grazie al sistema elettorale proporzionale. Un sistema che, non a caso è quello in vigore nella Germania federale la cui evoluzione storica, istituzionale ed economico capitalistica è assai simile a quella italiana. Vale per Renzi il proverbio della “gatta frettolosa fa i gattini ciechi”, giacché, come ha lucidamente avvertito il ministro Dario Franceschini, se si spezza la corda, si andrà a votare col “rosatellum” nel quale il manipolo di Italia viva, stimato oggi sul 2-3%, non troverebbe casa né a destra né a sinistra. Sarebbe un boomerang terribile e il fallimento di una strategia molto miope.
Una tale situazione sarebbe gravissima anche per noi DC non pentiti e Popolari. La vecchia irrisolta questione dello scontro tra preambolisti e anti preambolisti si è conservata intatta, pur con diverse motivazioni ed espressioni, tra quelli che hanno fatto l’esperienza del centro destra e quelli che, vissuta l’infelice fase all’interno del PD, ne sono usciti alla ricerca di un centro che va oltre per la sua natura “extraparlamentare”( D’Ubaldo). In sostanza il confronto attuale è quello tra gli amici che la Federazione Popolare dei DC sta progressivamente riunificando e coloro che si sono ritrovati attorno al Manifesto Zamagni.
Come nella migliore tradizione politica e culturale della DC ho suggerito l’opportunità di confrontarci prima sul programma per non dividerci su una pregiudiziale delle alleanze, coda velenosa della vecchia dicotomia che ci separò nell’ultima stagione democratico cristiana.
Come la DC si consolidò sulla base delle “idee ricostruttive” (De Gasperi-Demofilo-Il Popolo 12 novembre 1943) e sul documento programmatico del Codice di Camaldoli (Luglio 1943), credo sarebbe necessario un serio confronto di programma in una nuova Camaldoli 2021, premessa essenziale per organizzare una grande assemblea di ricomposizione politica dell’area cattolica democratica e cristiano sociale. Per far questo, però, di tutto avremmo bisogno fuorché di elezioni anticipate. Men che meno di un sistema elettorale maggioritario, come quello vigente del “rosatellum”, in base al quale di fronte all’inevitabile scontro Conte-Salvini, ossia tra europeisti e sovranisti populisti, la divisione sarebbe netta anche nella nostra area. La Federazione popolare DC insieme agli amici raccolti attorno al manifesto Zamagni nelle loro diverse espressioni, sulla scelta europeista alternativa al sovranismo e populismo sono stati netti e devono, semmai, approfondire le ragioni programmatiche per la loro ricomposizione. Una ricomposizione che per avvenire richiede inevitabilmente una legge elettorale proporzionale, per l’approvazione della quale serve il tempo necessario. Un tempo che la miopia renziana rischia di bruciare con effetti suicidi inevitabili per lui e anche per noi.
Ettore Bonalberti
Venezia
21 Dicembre 2020
Una tappa importante
C’eravamo lasciati con l’accordo federativo di concorrere tutti insiemi alla nascita del soggetto politico nuovo, col quale porre fine alla lunga e dolorosa diaspora post democristiana e alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Lorenzo Cesa ieri, col presidente del Consiglio nazionale dell’UDC, sen Antonio De Poli, ha riunito in webinar, oltre 130 persone, i consiglieri nazionali del partito e alcuni “osservatori partecipanti”, tra i quali: Giuseppe Gargani, Mario Tassone, Gianfranco Rotondi, Antonino Giannone, Filiberto Palumbo e il sottoscritto. Ho potuto partecipare così, dopo molti anni di confronto, talora assai critico, con molte persone a me sconosciute, ritrovando intatti interessi e valori come quelli a cui tutti ci sentiamo legati, ossia quelli della migliore tradizione popolare e democratico cristiana.
Ottima la relazione di Cesa che, partendo da un’analisi attenta dei dati economici sociali della grave crisi in cui versa l’Italia, squassata dagli effetti drammatici della pandemia, si trova nella necessità di riconfermare la scelta storica della DC: l’unità dell’Europa senza se e senza ma, distinti e distanti da ogni assurda velleità nazionalista propria dei populismi e sovranismi che agitano fantasmi senza senso. Il segretario dell’UDC ha colto l’importanza della suggestione di St Vincent, affermando l’opportunità di concorrere alla costruzione di un soggetto politico nuovo che, accanto alla ricomposizione democratico cristiana e popolare, possa allargarsi a componenti ambientaliste e riformiste nel segno degli orientamenti definiti da Papa Francesco con l’enciclica Laudato SI. Un passaggio sottolineato anche nell’intervento della sen.Paola Binetti, che ha ricordato il fatto nuovo della formazione dell’intergruppo ambientale parlamentare, nucleo originario foriero di ulteriori sviluppi al centro.
Quella della ricostruzione di un centro democratico, popolare, liberale e riformista è stata la cifra emersa in tutti gli oltre trenta interventi dei consiglieri nazionali. Interventi appassionati di vecchi e nuovi esponenti democratici cristiani espressione di diverse realtà territoriali e istituzionali del nostro Paese. Cesa è stato chiarissimo nella scelta della legge elettorale proporzionale con preferenze e nella volontà di superare le ultime difficoltà con quanti sono interessati a compiere un passo insieme per la ricomposizione politica della nostra area sociale e culturale. Obiettivo: riportare al voto quel 30% di renitenti che non si riconoscono più nell’attuale assetto e dare finalmente rappresentanza ai quei ceti medi produttivi, partite IVA e alle classi popolari sin qui prive di una loro espressione sul piano politico e istituzionale.
Forte è stata la consapevolezza di aprire una fase nuova nella quale riportare in campo l’unità di tutti i Liberi e Forti. Impegnativa la parola d’ordine offerta: generosità, ossia la disponibilità da parte di tutti e di ciascuno a fare un passo indietro per farne uno più avanti, col superamento delle vecchie appartenenze sin qui divisive per far nascere il soggetto politico nuovo di centro, collegato alla migliore tradizione democratico cristiana e popolare e a quella del PPE.
Decisivo l’impegno, come ci era già stato assicurato nella Federazione Popolare, di concorrere nell’organizzazione di un congresso di fondazione del soggetto politico nuovo nella prossima primavera, con l’immediata formazione di un comitato di garanzia congressuale rappresentativo di tutte le componenti disponibili per il progetto. Superamento, dunque, delle “bandierine di parte e delle piccole appartenenze”, per concorrere tutti insieme all’avvio del soggetto politico nuovo. Unanime l’approvazione della relazione del segretario e significativi gli interventi degli “osservatori partecipanti”, componenti del direttivo della Federazione Popolare DC. L’On Gianfranco Rotondi, apprezzando i contenuti e le proposte di Cesa, ha confermato il suo impegno per un partito politico nuovo, distinto e distante da una destra italiana che non corrisponde più ai caratteri di un’area politica compatibile con la nostra tradizione democratico cristiana. “ Diciamo si al congresso di fondazione, per mettere al centro la nostra bandiera con l’affermazione dei nostri valori “, ha concluso l’On Rotondi.
Mario Tassone ha evidenziato che, quella avviata dalla Federazione Popolare Dc e confermata dalla relazione di Cesa, sia probabilmente l’ultima occasione per la ricomposizione politica dei democratici cristiani. Netta è stata l’affermazione che si tratta di costruire un soggetto politico nuovo e non di un allargamento di vecchie casematte. In una situazione del Paese caratterizzato da un’afasia culturale e politico istituzionale come quella attuale dell’Italia, serve recuperare una storia antica, ha continuato Tassone, offrendo i nostri principi e valori a una società che vive la forte delusione di una destra sovranista e populista e della stessa incomprensibile mutevolezza di Forza Italia.
Giuseppe Gargani, presidente della Federazione Popolare DC, ha reso omaggio al coraggio di Cesa che con la sua relazione ha segnato, finalmente, il superamento della diaspora. Si è tornati finalmente a discutere, ha continuato Gargani, ed è emersa nettamente la volontà di concorrere alla costruzione del centro, alternativo sia alla destra che alla sinistra, in grado di raccogliere, come si è avviato già con la Federazione Popolare, tutte le diverse frazioni della nostra area politica. Sì, dunque, all’apertura di “ un tempio” nel quale rendere partecipi gli italiani di una nuova speranza. Sì alla formazione del comitato dei garanti con tutti i partiti che condividono i nostri valori. Partiamo sin da domani, ha concluso Gargani, per costruire un partito democratico, collegiale, europeista, inserito e pieno titolo nel PPE, attraverso un congresso che sarà il congresso di tutti i DC e Popolari italiani; un partito in grado di offrire all’Italia un’identità che attualmente non c’è.
Sono intervenuto anch’io, sollecitato da un dibattito intenso e partecipato e con la netta sensazione di sentirmi a casa tra amici. Ho ripresentato il valore del superamento della diaspora suicida, della scelta della legge elettorale proporzionale con preferenze e della riconferma europeista e ho detto anch’io si al comitato di garanzia congressuale indicato da Cesa. Ho anche proposto la necessità di una Camaldoli 2021, che dovrebbe precedere il congresso di fondazione del soggetto politico nuovo, al fine di approfondire il nostro confronto e per offrire all’Italia il programma dei DC e Popolari per il superamento della gravissima situazione post pandemica. Un programma in grado di intercettare i bisogni reali dei ceti medi produttivi e delle classi popolari secondo gli insegnamenti della dottrina sociale cristiana.
Credo che con il Consiglio nazionale dell’UDC si sia compiuto una tappa importante nel progetto di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, cui ne seguiranno sicuramente altre. Obiettivo: presentarci uniti nella stessa lista e con lo stesso simbolo alle elezioni amministrative di primavera, quale positiva premessa della nostra unità alle prossime elezioni politiche nazionali.
Ettore Bonalberti
Venezia, 15 Dicembre 2020
Andare oltre l’attuale surplace
E’ in atto un intenso dibattito al centro della politica italiana e, in particolare, nell’area politica di ispirazione popolare. I recenti interventi di D’Ubaldo, Dellai, Merlo, Galbiati e Tabacci, completano un quadro caratterizzato dal confronto interno ai popolari, mentre permane il lungo contenzioso tra i presunti eredi della DC impegnati nel tentativo di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n.25099 del 23.12.2010, secondo cui: “ la DC non è mai stata sciolta”.
Trattasi di un contenzioso senza fine alimentato da alcuni “sabotatori seriali” che sono giunti a produrre congressi fantasma, segretari e presidenti farlocchi e con alcuni dispensatori abituali di incarichi a destra e a manca su è giù per l’Italia. Insomma siamo in presenza di una ventina di sedicenti democrazie cristiane in perenne lotta tra di loro, mentre l’unico percorso legittimo sin qui attivato è quello avviato nel 2011, insieme a Silvio Lega e a Sergio Bindi, che portò alla celebrazione del XIX Congresso nazionale della DC, con l’elezione di Gianni Fontana alla segreteria del partito. Coloro che, tra gli iscritti DC dell’ultimo tesseramento valido del partito storico (1992), nel 2012 decisero di rinnovare l’adesione al partito, costituiscono tuttora l’unica base legittima per dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione.
Ho riassunto ciò che è accaduto in questi, quasi vent’anni nel mio ultimo libro: DEMODISSEA, la democrazia cristiana nella stagione della diaspora(19932020)
(https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/562226/demodissea/)
A conclusione del libro rilevo che quel lungo travaglio si sta faticosamente ricomponendo grazie alle iniziative assunte, da un lato, dalla Federazione Popolare dei DC e, dall’altro, dai diversi movimenti che si sono raccolti attorno al “ Manifesto Zamagni”, come quelli di Insieme, Rete Bianca, Politica insieme.
Credo, come ho scritto anche recentemente, che sia quanti intendono procedere con lo sguardo rivolto all’indietro, che quelli che intendono andare ben oltre proponendo la suggestione del “centro extraparlamentare”, siano tutti accomunati dall’idea che sia opportuno concorrere alla ricomposizione politica dell’area cattolica popolare, anche se non sono ancora definiti concretamente i tempi e i modi di tale progetto.
Incomprensibile a me appare, tuttavia, quella sorta di idiosincrasia che emerge leggendo alcuni articoli di amici quando trattano della DC; quasi che la damnatio memoriae cui la storia di quel nostro glorioso partito è stata condannata dalla vulgata corrente, debba ancora permanere e con la persecuzione di alcuni che, proprio dalla DC, debbono larga parte della loro esperienza politico amministrativa.
Vorrei confermare a questi interpreti del “nuovismo popolare” che, se veramente si intende ricomporre politicamente l’area cattolico democratica e cristiano sociale, dovremmo tutti impegnarci solidalmente, rifuggendo da quella infausta regola aurea secondo cui: tutti vorrebbero coordinare, ma nessuno intende essere coordinato. Esaminiamo le cose nella loro realtà effettuale. La Federazione Popolare dei DC assume come pilastri culturali della sua azione politica: l’umanesimo integrale, la Dottrina sociale della Chiesa, il Popolarismo e il Personalismo, l’Ecologia integrale ed etica ecologica, la Costituzione repubblicana e la CEDU ( Carta Europea Diritti Umani). C’è qualcuno, anche tra quelli che si considerano tra i più ortodossi interpreti del pensiero popolare, che può dichiararsi contrario a queste indicazioni? Nella Federazione Popolare DC, che costituisce il più organico tentativo di ricomposizione dell’area ex DC, è condivisa l’idea che non si tratta di ridare vita alla DC, “un cristallo prezioso che è andato in frantumi” per dirla con Bodrato, e non potrà mai più essere ricomposto, e il progetto che si propone è quello della costruzione di un soggetto politico nuovo ampio, plurale di centro: democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato dalla DSC, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai valori dei padri fondatori DC, alternativo alla sinistra e alla destra populista e sovranista. A St Vincent, il tentativo avviato dall’On Rotondi, a me pare un esempio positivo possibile in grado di favorire il percorso. La strada che personalmente ho indicato, quella di un serio confronto programmatico da realizzarsi attraverso una “Camaldoli 2021”, per offrire all’Italia il programma dei DC e Popolari all’altezza dei bisogni di un Paese squassato da una delle vicende più gravi di tutta la storia repubblicana, a me pare sia quella più idonea per superare l’attuale condizione di surplace improduttivo, mentre tutto intorno la politica italiana nei e tra i partiti si muove confusamente senza riferimenti culturali e politici condivisi. Dopo Camaldoli 2021 si dovrebbe organizzare una grande assemblea costituente del soggetto politico nuovo, definendo col programma, le alleanze conseguenti e l’elezione di una classe dirigente credibile per competenza e serietà, in linea con “il decalogo sturziano” del buon politico.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( www.alefpopolaritaliani.it)
Venezia, 9 Dicembre 2020
Partiamo dal programma
Giorgio Merlo, nel suo ultimo articolo su “Il Domani d’Italia”:“ Con il centro si vince, ma non in Italia”, lamenta che molti si richiamano alla “politica di centro”, ma nessuno vuol essere definito “partito di centro”. Per la verità a definirsi tale, per molto tempo e tuttora, ci ha pensato e ci pensa Forza Italia, che, sullo stimolo dei compianti Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, consiglieri del Cavaliere, spinsero Berlusconi ad aderire al PPE. Un ruolo che, tuttora, il presidente di Forza Italia svolge con efficacia, sia a livello europeo che in Italia, come ha dimostrato nella recente scelta del voto unitario sullo scostamento di bilancio, nel quale Berlusconi è riuscito e convincere i riluttanti soci del centro destra, Salvini e Meloni.
Anche noi “ DC non pentiti”, ma non per questo dominati dal sentimento regressivo della nostalgia, da molto tempo ci proponiamo di concorrere alla costruzione di un soggetto politico nuovo di centro: ampio, plurale, democratico, popolare, riformista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano e dalla DSC (Dottrina Sociale Cristiana), inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman. Un progetto che, anche gli amici raccolti attorno al manifesto Zamagni, pur con declinazioni differenti anche al loro interno, si propongono di perseguire. E’ vero, permane una sorta d’idiosincrasia da parte di qualcuno, anche solo a sentire citare la Democrazia Cristiana, ma l’elemento unificante resta la volontà di ricomporre politicamente la vasta e articolata area cattolico democratica e cristiano sociale italiana.
Merlo termina con accenti pessimistici la sua nota, che in parte anch’io condivido, avendo sperimentato nei giorni scorsi, l’arroccamento di qualche amico nella difesa della vecchia casa, mentre, fortunatamente, la stragrande maggioranza dei soci della Federazione Popolare dei DC ha votato (due sole astensioni) un documento con cui si intende procedere alla costruzione del soggetto politico nuovo su indicato.
Come fare per costruire il partito nuovo di centro? Partiamo dal programma. Credo, infatti, che, accanto alla volontà di un gruppo culturalmente e credibilmente riconosciuto, forte dei principi che la dottrina sociale cristiana ha saputo indicarci, da San Giovanni XXIII in poi, sino alle due ultime encicliche di Papa Francesco: Laudato SI e Fratelli tutti, serva proprio ripartire da lì e da quanto, ad esempio, è stato avanzato nella recentissima tre giorni di Assisi, il convegno sull’Economy of Francesco. Un primo tentativo è stato compiuto a St Vincent all’inizio di Ottobre, dove, sull’esempio degli antichi incontri politici di Donat Cattin, Gianfranco Rotondi ha saputo raccogliere esponenti di diverse realtà politico parlamentari interessate dai principi e dai valori della Laudato SI.
E’ necessario partire da un’analisi realistica della situazione creatasi nell’età della globalizzazione nella quale il turbo capitalismo o finanz capitalismo la fa da padrone rovesciando, come lucidamente ci ha insegnato Zamagni, il NOMA ( Non Overlapping Magisteria) con la finanza che detta i fini, subordinando a essa l’economia reale e la stessa politica. Il 50 % degli elettori italiani che da diverso tempo si astiene dal voto è l’espressione di un disagio e di una disaffezione soprattutto presente nel terzo stato produttivo ( piccole e medie industrie, commercianti, artigiani, professionisti e classi popolari) considerato che, solo la casta e una parte dei diversamente tutelati ( quella con posto e retribuzione garantita) con l’anti Stato ( mafia, camorra, n’drangheta e tutte le attività illegali sottratte a diverso titolo e modalità al controllo dello Stato) anche in questa situazione drammatica della pandemia continuano a essere garantiti e/o, in alcuni casi tra gli ultimi citati, ancor meglio in grado di sfruttare le opportunità che si offrono per i loro malaffari.
In questa realtà serve dare una risposta credibile con la proposta di politiche all’altezza dei bisogni e delle attese della gente. Ecco perché agli amici della Federazione Popolare DC, il 25 Novembre scorso, ho proposto di preparare con gli amici raccolti attorno al manifesto Zamagni, una Camaldoli 2021; ossia l’occasione di un confronto approfondito sui temi programmatici che i cattolici democratici e i cristiano sociali possono e debbono offrire al Paese. Al di là delle nostalgie del passato o delle divisioni ideologiche aprioristiche legate al tema delle alleanze, serve incontrarsi sul programma. Un gruppo on line aperto, che potremmo denominare: Camaldoli 2021, nel quale raccogliere idee, proposte, suggerimenti per un programma di ispirazione popolare, potrebbe costituire lo strumento utile per preparare al meglio l’incontro di Camaldoli prima e, subito dopo, un’Assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro popolare, democratico e riformista, all’altezza dei bisogni e delle attese degli elettori italiani . Le migliori intelligenze della cultura cattolica dovrebbero essere coinvolte, come seppe fare a suo tempo la DC da Camaldoli ai convegni di San Pellegrino e di Lucca.
Ettore Bonalberti
Comitato direttivo Federazione Popolare DC
Venezia, 28 Novembre 2020
Assemblea della Federazione Popolare DC- webinar 25 Novembre 2020
Un altro passo avanti nel progetto di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Si è svolto Mercoledì scorso per via telematica l’assemblea della Federazione Popolare dei DC che, sentita la relazione del Presidente, On Giuseppe Gargani, ha approvato ad amplissima maggioranza, con sole due astensioni, il documento allegato. Con l’adesione di Lorenzo Cesa, Mario Tassone, Gianfranco Rotondi, Alberto Alessi, i partiti che fanno parte della Federazione Popolare assumeranno le loro decisioni conseguenti negli organi statutari, mentre da parte mia ho indicato l’esigenza di una Camaldoli 2021, un incontro sul programma dei DC e Popolari per l’Italia in preparazione di un’Assemblea Costituente del soggetto politico nuovo di centro democratico, popolare, riformista, inserito a pieno titolo nel PPE, da tenersi entro il mese di Marzo 2021.
Cordiali saluti
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( www.alefpopolaritaliani.it)
Venezia, 27 Novembre 2020
DOCUMENTO APPROVATO DALL’ASSEMBLEA DELLA FEDERAZIONE POPOLARE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI IN DATA 25 NOVEMBRE 2020
La Federazione Popolare dei Democratici Cristiani riunita a Roma il 25 novembre 2020
ritiene che i partiti e le associazione che compongono la Federazione dal novembre 2019 hanno con un approfondito dibattito maturato in questi mesi un riferimento a comuni valori e a eguali finalità politiche, e quindi hanno creato le condizioni favorevoli per costituire un soggetto politico nuovo con un’identità precisa che fa riferimento alla democrazia rappresentativa, al popolarismo, al personalismo, all’Umanesimo Integrale, alla Dottrina Sociale della Chiesa e alla Carta Europea dei Diritti Umani.
consapevole che nella lunga fase della ricostruzione democratica del paese dal dopoguerra il centro politico ha garantito la libertà e la “rappresentanza” e ha individuato le strategie per costituire il baricentro democratico del paese e operare per il bene comune
consapevole che il centro di cui ha bisogno l’Italia è in ombra e politicamente marginale dagli anni 90, ed è difficile da costituire in un periodo di massima personalizzazione della politica;
ritiene che è necessario quindi operare in controtendenza per intercettare una domanda di impegno politico e culturale che pure esiste nel paese e per risvegliare la passione politica che l’individualismo ha mortificato
consapevole che con le recenti elezioni regionali si è accentuato l’isolamento dei partiti e si è esaltato un nuovo sovranismo e un più pericoloso populismo in capo ai “governatori“
conferma che un soggetto politico che si vuol definire di “centro” si ispira al “popolarismo“, unica cultura attuale, moderna, rispetto alle altre ideologie che hanno dominato nel 900 ma che si sono estinte o sono state contestate tragicamente;
rileva che un’area di Centro per la sua ragione d’essere è alternativa alla destra e alla sinistra e portatrice di una idea e di un progetto per il paese, questo sì capace di sconfiggere l’individualismo e il populismo
decide di dar vita ad un soggetto politico nuovo di ispirazione “popolare” collegato strettamente al PPE
attende che i partiti e le associazioni che hanno partecipato alla Federazione e che hanno approvato la scelta fatta provvedano a far ratificare la decisione dagli organi competenti in modo da essere presenti con una lista unica alla prossima campagna elettorale.
prende atto della convocazione del consiglio nazionale da parte dell’UDC per il 10 dicembre p.v. finalizzato a dare avvio alla una nuova fase costituente;
decide di partecipare ad una riunione successiva entro la metà di dicembre per definire gli adempimenti necessari a costituire il soggetto politico nuovo con un comitato rappresentativo di tutte le componenti, per rendere concreta e rapida la nuova fase.
Dopo l’economia di Francesco
Si è trattato di un evento straordinario, che ha coinvolto giovani di 115 Paesi di tutti i continenti impegnati ad approfondire le dodici sezioni-“villaggi” in cui era programmata questa edizione dell’”Economy of Francesco”. Coordinata dal Prof Luigino Bruni che, con Stefano Zamagni, è uno dei promotori e fondatori della SEC, la Scuola di Economia Civile, la tre giorni è stata seguita da migliaia di persone che, impossibilitate a poter essere fisicamente presenti per le norme anti Covid, hanno dato vita a uno degli avvenimenti telematici più importanti sui temi economico-sociali a livello mondiale. Come ha rilevato Papa Francesco nel suo saluto conclusivo, questa prima edizione ha rappresentato l’affermazione del valore della cultura del dialogo e dell’incontro contro quella dello scarto, tema assai caro al pontefice argentino. E’ apparso nettamente in tutte le relazioni, le tavole rotonde, le testimonianze provenienti da tutto il mondo, l’emergere di una nuova mentalità culturale; un’idea di economia che non può più limitarsi ad assumere il profitto come esclusiva unità di misura. Il ritorno, dunque, di quell’idea che il prof Zamagni da tempo sostiene, ossia: la riaffermazione del primato dell’etica e della politica, alle quali devono essere subordinate la finanza e l’economia, un primato drammaticamente rovesciato nell’età della globalizzazione e del finanz-capitalismo.
Ho seguito con intensa partecipazione ad alcuni dibattiti della tre giorni e mi è parso chiaro come la dottrina sociale della Chiesa avviata nel secolo scorso da Papa San Giovanni XXIII (Pacem in Terris), Papa San Paolo VI ( Populorum progressio), Papa San Giovanni Paolo II ( Centesimus Annus), Papa Benedetto XVI ( Caritas in veritate) e Papa Francesco con le due ultime sue encicliche ( Laudato SI e Fratelli tutti), rappresenti oggi l’alternativa pressoché unica e organica a quella del turbo capitalismo. Si comprende, in tal modo, la ragione dei tanti attacchi che, da ambienti ben noti dell’establishment dominante, sono mossi contro la Chiesa di Papa Francesco, purtroppo trovando anche alcuni adepti tra qualche chierico e laico della stessa Chiesa. Dire No al profitto come unica unità di misura dell’economia non vuol dire rifugiarsi, come ha detto il Papa, a formule palliative di tipo filantropico o di capitalismo compassionevole, ma di assumere il valore della dignità dei poveri come centrale di ogni politica coerente con la dottrina sociale della Chiesa; ossia politiche orientate a garantire con la risposta “ alle attese della povera gente”, per dirla con il beato Giorgio La Pira, una maggiore giustizia sociale.
Di qui discende quello che Papa Francesco ha definito “il Patto di Assisi”, ossia la volontà di osare e di assumere il rischio di politiche fondate su modelli di sviluppo inclusivi e sostenibili rispettosi del creato e della persona, di tutte le persone. E’, dunque, il tempo di diventare protagonisti partecipanti, insieme ai poveri e agli esclusi. Non basta più affermare il “tutto per il popolo”, ma di operare “insieme al popolo”, tutto il popolo. La riaffermazione, insomma, di quello “sviluppo umano integrale” che è l’essenza della Dottrina Sociale Cristiana. Una politica e un’economia al servizio della vita umana. L’impegno che discende, quindi, dal patto di Assisi è di operare per ridurre le diseguaglianze, assumendo quest’obiettivo come “una buona notizia da profetizzare e attuare”. Papa Francesco ci ha invitati, citando il Vangelo di Matteo 10,16, a essere: “prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”, consapevoli delle difficoltà e degli ostacoli che incontreremo nel perseguire questo modello di solidarietà internazionale alternativo a quello dominante. Non ci sono scorciatoie, ci ha ricordato Papa Francesco, ma si tratta di operare come lievito nella società, all’interno della quale non possiamo ridurci al ruolo di spettatori passivi, ma di operatori impegnati a “sporcarci le mani”. Dobbiamo essere consapevoli, ci ha ricordato il Santo Padre, che da questa crisi non si uscirà uguali a prima; possiamo uscirne peggio o meglio di prima. Noi cattolici democratici e cristiano sociali, che intendiamo tradurre nella “città dell’uomo” gli orientamenti della DSC, riconfermati e vieppiù sviluppati in questa tappa di Assisi, dovremo necessariamente ripartire da questi obiettivi, ossia a essere impegnati nella costruzione di un modo nuovo di fare la storia, dotandoci di un immaginario costruttivo in cui è essenziale il valore della solidarietà organica propria di una comunità ampia e plurale, nella convinzione che da soli non si va da nessuna parte e non si costruiscono ponti, a cominciare da quelli indispensabili del nostro stesso impegno politico nella società italiana ed europea.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it)
Venezia, 23 Novembre 2020
Ce la faremo?
Ci siamo impegnati in molti, da quel maggio 2011, quando l’amico On Publio Fiori, mi informò della sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 secondo cui :“la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”, per tentare di dare pratica attuazione alla stessa. Il tentativo, cioè, di ricostruire politicamente la DC. Un ricordo speciale va a Silvio Lega, senza il quale, da solo, non sarei mai stato in grado di raccogliere la firma del 10% dei consiglieri nazionali della DC, di diritto tuttora in carica, quelli eletti dall’ultimo congresso nazionale della DC (Febbraio 1989), quorum necessario a norma di statuto per l’auto convocazione del Consiglio, e a Sergio Bindi con il quale, dopo che Lega aveva rifiutato di candidarsi alla segreteria del partito, proponemmo Gianni Fontana a quell’incarico, votato poi all’unanimità dal XIX Congresso nazionale del 2012.
Ho scritto l’ultimo libro : DEMODISSEA, la democrazia cristiana nella stagione della diaspora (1993-2020) https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/562226/demodissea/, nel quale ripercorro tutte le tappe, gli avvenimenti e riporto i documenti, le note sugli attori protagonisti della martoriata vicenda, soprattutto dal 2012 al 2020, tuttora aperta. Termino il libro con la speranza che finalmente si possa giungere alla ricomposizione dell’area cattolica democratica e cristiano sociale, riuscendo a mettere insieme le due realtà più importanti che stanno tentando di riaggregare molte significative rappresentanze di essa, ossia: la Federazione Popolare dei DC e i gruppi raccolti attorno al Manifesto Zamagni.
Dopo tante battaglie, pur condividendo l’idea di Guido Bodrato secondo cui: la DC è come un cristallo finito in frantumi, che non si può ricomporre, resto nella mia casa che ho contribuito a costruire: la DC guidata da Renato Grassi, non ispirato dalla nostalgia, sentimento nobile seppur regressivo in politica, ma dalla consapevolezza che anche nuovi esperimenti isolati, ciascuno da solo, non vanno da nessuna parte. O riusciamo a mettere insieme la Federazione popolare dei DC e la vasta area che si ritrova attorno al manifesto Zamagni, oppure la “Demodissea democristiana” è destinata a continuare, fallendo l’obiettivo che dovrebbe essere comune a tutti i DC non pentiti: creare le condizioni politico organizzative necessarie e utili in previsione della prossima scadenza elettorale delle elezioni politiche. Elezioni che potrebbero svolgersi a scadenza naturale (2023) o anticipata, subito dopo la prossima elezione del Presidente della Repubblica (2021)
Certo, molto dipenderà, non solo dalla nostra volontà di superare le attuali frammentazioni, ma anche dalla legge elettorale che alla fine sarà adottata. Permanesse l’attuale “rosatellum” per l’oggettiva incapacità delle forze parlamentari di trovare un diverso sistema, è evidente che saremmo obbligati a scegliere nel trilemma: M5S, centro sinistra a guida PD o centro destra a guida Lega. In tal caso la diaspora DC sancirebbe la definitiva frantumazione. Molte cose stanno accadendo a destra come a sinistra e, soprattutto, al centro degli schieramenti alle quali sarà opportuno prestare le dovute attenzioni.
Se, come ci auguriamo, fosse adottato, invece, il sistema proporzionale alla tedesca, con sbarramento al 4-5%, preferenze e istituto della sfiducia costruttiva, in quel caso la riunificazione dell’area sarebbe indispensabile, anche solo al fine di evitare risultati con cifre da prefisso telefonico. So bene che permangono tra di noi divisioni tra quanti vedono l’orizzonte orientato a sinistra e altri, più a destra, ma è stato così in tutta la storia politica dei cattolici italiani.
Oggi il nostro impegno è di tentare di tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa, specialmente gli ultimi indicati dalle encicliche di Papa Francesco: Laudato Si e Fratelli tutti. Molte le indicazioni di queste possibili traduzioni sono venute dall’incontro dei giovani riuniti telematicamente nel grande convegno universale di Assisi: l’Economia di Francesco.
Prima di discutere delle alleanze, come nella migliore tradizione sturziana e degasperiana, e della stessa storia della DC di Fanfani, Moro e della guida della terza generazione da Piccoli, a De Mita e Forlani, confrontiamoci sul programma e dopo, solo dopo, in una grande assemblea costituente di tutti i DC e i Popolari potremo decidere su: programma, alleanze e classe dirigente. Da parte mia sto redigendo alcune note di programma per di DC e i Popolari del XXI secolo, quale modesto personale contributo che possa concorrere a un confronto costruttivo, che si potrebbe organizzare in una Camaldoli 2021, in preparazione dell’assemblea costituente del nuovo soggetto politico di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale, da avviare prima delle prossime elezioni politiche.
Ettore Bonalberti
Direzione nazionale DC
Comitato provvisorio Federazione Popolare DC
Venezia, 21 Novembre 2020
Pubblichiamo un articolo dell'amico Fabio Polettini che inizia la sua collaborazione con la nostra rivista on line.
Italia: interesse nazionale e lineamenti di politica estera nei prossimi anni
Apriamo queste brevi riflessioni con il rimando a tre testi classici della politica e con le lungimiranti anticipazioni di uno studioso americano di affari esteri, già consulente del Dipartimento di stato.
Primo autore: il diplomatico e gesuita Giovanni Botero, segretario di Carlo Borromeo, che nel 1500 scrisse “La ragion di Stato” (lettura consigliata, edita da Donzelli editore).
L’opera, poco conosciuta ai più, si ricollega certamente al “Principe” di Machiavelli, ma ne amplia e raffina alcune prospettive e, soprattutto, ne definisce l”ubi consistam” nei suoi tratti ontologici essenziali.
Per Botero “Ragion di Stato si è notizia de’ mezzi atti a fondare, conservare e ampliare un dominio. Egli è vero che, sebbene assolutamente parlando, ella si stende alle tre parti suddette, nondimeno pare che più strettamente abbracci la conservazione che l’altre…””.
Per questo coltissimo ed abile uomo di Chiesa, ma anche di Stato, la conservazione del potere è più difficile della sua conquista ed i possibili nemici (Stati, oggi, ma anche organizzazioni terroristiche armate) vanno tenuti distanti dal territorio nazionale, per impedir loro di nuocere ai suoi abitanti.
E, quanto alla politica estera, ci dice che “Presupponiamo che la ragione della sicurezza consiste in tener il nemico e l’pericolo lontano da casa nostra, perché la vicinanza del male è gran parte d’esso male,,”.
Secondo autore: Hans Morgentau, accademico di grandissima influenza negli Usa, ebreo di origine tedesca e teorico del realismo nelle relazioni internazionali.
Il suo saggio, “L’ uomo scientifico versus la politica di potenza” (Editrice Ideazione), ci offre una acuta analisi di come il razionalismo dei nostri tempi e la pretesa di governare i rapporti fra Paesi esclusivamente secundum rationem sia fallace.
Le scienze sociali sono assai difficilmente esauribili nella metodologia di quelle propriamente fisiche. L’errore che spesso si fa consiste proprio nel non tenere in dovuto conto le manifestazioni della forza e della volontà di potenza (Nietzsche ne parla ma in una visione prevalentemente antropologica e tesa a fare dell’uomo il demiurgo di una trasvalutazione dei valori della antica tradizione. Si vedano “Così parlò Zarathustra”, “Ecce homo”, “Umano troppo umano” ”Volontà di potenza”).
Terzo autore: Carl Schmitt, allievo di Max Weber, giurista, studioso di dottrina dello Stato e politologo di fama del Novecento .
In una sua silloge, apparsa per “Il Mulino” dal titolo “Le categorie del politico”, troviamo scritto che”….Il fenomeno del politico può essere compreso solo mediante il riferimento alla possibilità reale del raggruppamento amico-nemico e mantiene perciò un significato solo finché tale distinzione sussiste realmente fra gli uomini o quanto meno è realmente possibile”.
Con questa affermazione Schmitt fonda l’essenza dell’agire politico, fatto di contrapposizioni, anche nette; di dialettica, anche dura; di lotta fra visioni dell’organizzazione della società al suo interno e di possibile scontro armato fra Stati nell’agone internazionale.
Anch’egli, quindi, appartiene, come Botero, Machiavelli, Morgentau alla scuola del realismo che si contrappone alla visione, oggi ancora dominante, positivista di irreggimentare l’ambito della politica entro regole razionali e di trarre, per induzione, dal settore in questione, leggi scientifiche e deterministiche. Proprio ciò che Karl Popper criticò di Marx in “Miseria dello storicismo”.
Quarto autore: Robert Kagan, professore di Relazioni Internazionali, assistente di H. Clinton e di J. Kerry, membro della nota Brookings Institution.
Il testo che fu pubblicato nel lontano 2008 col titolo “Il ritorno della storia e la fine dei sogni” ci offerse, con tempismo straordinario, la possibilità di ricalibrare il modo di fare politica estera dopo qualche irenismo utopistico al quale ci eravamo abbandonati a partire dal 1991, anno di dissoluzione dell’Urss.
Scrive Kagan:” Il mondo è tornato a essere normale. Gli anni seguiti alla fine della guerra fredda avevano generato l’impressione che fosse sorto un nuovo tipo di ordinamento internazionale caratterizzato dalla scomparsa degli stati nazione o dalla loro crescita comune, dalla soluzione dei contrasti ideologici, dalla mescolanza delle culture e da commerci e comunicazioni sempre più liberi…..Ma era solo un miraggio. Il mondo non si è trasformato. quasi ovunque, lo stato nazione mantiene intatta la sua forza, e lo stesso vale per le ambizioni nazionalistiche, le passioni e le rivalità fra popoli che hanno determinato il corso della storia. E’ riemersa anche l’antica rivalità fra liberismo e autocrazia e le grandi potenze del pianeta si schierano in un campo o nell’altro a seconda della forma di governo che le connota...”.
Per trovare conferma a tutte queste tesi, dobbiamo citare l’attuale contesa Usa-Cina, non più solo commerciale, ma anche, ormai, militare (pensiamo a Taiwan)? O quella fra Turchia e Grecia per il Mediterraneo orientale custode di risorse energetiche? O quella fra Cina e India per i confini in Ladakh? O, ancora, quella fra Russia, Turchia, Francia ed Egitto per il possesso delle ricche sabbie libiche ricolme di idrocarburi e per il controllo del mare che vi si affaccia, con connesse posizioni di controllo sulle vie d’acqua?
E’ evidente che i fatti si sono incaricati di dimostrare che il realismo nelle relazioni fra gli Stati continua ad essere il parametro più adottato, a volte mascherato da più nobili principii, ma costantemente sottostante ad essi.
La stessa libertà dei mari fu voluta da Londra essenzialmente per favorire, nel 1800, i commerci fra la Gran Bretagna ed il proprio Impero coloniale, poi sostituito da quello americano. Oggi viene rivendicata dalla Cina per consentire l’esportazione dei propri beni, altrimenti costretti alla tortuosa e vulnerabile via terrestre che attraversa molteplici Paesi nel nome di quella che è chiamata “Via della seta”.
Quanto detto ci serve per avere chiaro che qualsiasi elaborazione di interesse nazionale (certamente da riscoprire, qualora se lo si fosse smarrito nei meandri di ideologismi, il più delle volte a vantaggio di altri interessi nazionali, non del nostro) deve partire da alcune linee di fondo che poggiano su tre piani: la posizione geografica dell’Italia (la geopolitica spiega bene le opportunità, ma anche i limiti derivanti dalla collocazione spaziale del Paese nel consesso internazionale), lo sviluppo dei fattori di benessere per i propri cittadini (economici, ma anche sociali, tecnologici, scientifici, sanitari, culturali, di prestigio nazionale), l’affinità politico-ideologica con gli altri Stati, che può influenzare le nostre dinamiche interne.
Circa il primo dei succitati aspetti, non v’è dubbio che la posizione della Penisola si collochi nell’asse Nord-Sud come punto di cerniera cruciale per l’accesso all’Africa, continente ricco non solo di materie prime, ma anche di una sempre più numerosa popolazione con capacità di spesa interessante per le merci italiane.
Al tempo stesso ci poniamo come area necessaria e più prossima al continente nero per chi volesse determinarne dall’esterno, in modo più agevole, l’evoluzione e per chi volesse creare un baluardo a pericolosi insediamenti che da quella zona potrebbero direttamente minacciarci o minacciare anche gli Stati dell’Europa centrale e occidentale, qualora cadessimo sotto controllo altrui.
Nondimeno, la rilevanza nostra risiede anche negli intrecci sottomarini di gasdotti e di cavi di TLC che interconnettono nord e sud del mondo.
La Sicilia rappresenta, poi, col suo canale, una formidabile postazione di diniego al transito sia verso il Mediterraneo orientale, che verso l’oceano atlantico via Gibilterra, andando a costituire un cruciale punto di appoggio in grado di influenzare il passaggio di merci trasferite da Suez e di idrocarburi scoperti recentemente nella parte est del mediterraneo.
Insomma, senza Italia non si controlla agevolmente il Nord Africa, non si difendono i Paesi europei a nord del nostro, ma, al tempo stesso, con noi, questi possono estendere la loro sfera di influenza verso l’Africa, L’Egeo, Suez e Gibilterra (cioè l’oceano atlantico).
E’0vvio che Usa, Cina, Francia e Germania ci ritengano fondamentali.
Gli Usa più degli altri, al fine di mantenere un contenimento verso Cina e Germania (ormai riemersa pienamente come attrice geopolitica di gran peso) soprattutto.
Teniamone conto di questa crucialità nel trattare con potenze alleate e non.
In tale prospettiva (al fine di mantenere pervie le vie marittime indispensabili alla nostra sicurezza ed economia mercantile. 491 milioni di tonnellate di merci veicolate nei porti italiani nel 2018, secondo l’Osservatorio Permanente di commercio marittimo) una marcata accentuazione ed un potenziamento della Marina Militare nella sua componente subacquea (con unità a propulsione nucleare), di superficie (eventualmente con una nuova portaerei a propulsione nucleare), aerea ed anfibia si pone come ineludibile entro breve tempo, al fine di poter fronteggiare le nuove incognite e/o posture aggressive esercitate verso la nostra Penisola.
Occorre un serio piano di difesa nazionale contro aggressivi batteriologici-virali (la pandemia ci ha mostrato quanti danni ci possano essere arrecati con un semplice virus), chimici e nucleari che possono essere rivolti contro di noi anche con vettori aerei o missilistici.
Seconda determinante: il benessere dei cittadini italiani.
Oggi il commercio italiano e la sua industria (privata, ma anche di Stato) hanno cooperazioni commerciali protese prevalentemente verso l’area della UE e verso gli Usa. Sta crescendo l’interscambio con Cina e India. Quest’ultima può costituire una interessante piattaforma per aprire un nuovo gigantesco mercato ai prodotti italiani in un contesto fortemente etnicizzato ma molto culturalmente vicino agli standard culturali e tecnologici inglesi, nonché una base di appoggio per ricollocare aziende fuori dal contesto cinese in sintonia con la posizione americana.
Nel futuro avremo bisogno di entrare nei segmenti dell’Intelligenza artificiale, della digitalizzazione avanzata, senza trascurare la ricerca biomedica, farmaceutica, sul nucleare a fusione, sulla distribuzione di energia per auto elettriche, sull’aerospazio, continuando a supportare la creatività italiana in Moda, Design e cibo.
Sarà opportuno, sul piano interno, assicurarsi che i profitti accumulati dai privati in queste nuove aree ricadano anche a favore di iniziative sociali come sostegni per le fasce povere, più case popolari, assistenza sanitaria territoriale molto più organizzata e concreta (che passa per l’aumento consistente dei salari di medici ospedalieri e di medicina generale, degli infermieri, per la ricerca di base biologica, per la creazione di studi di medici con specialisti del SSN e infermieri di prossimità, in grado di fare, presso la loro struttura, esami di primo livello, sgravando gli ospedali), servizi pubblici efficienti e a basso costo per tutti, istruzione pubblica quasi gratuita per tutti, ma ancorata a criteri di merito per insegnanti (a cui vanno elevati gli stipendi) e studenti (Ritorno del latino, come materia a scelta, non obbligatoria, dalla prima media. I neurolinguisti hanno certificato il grande ruolo giocato dall’analisi logica per lo sviluppo cognitivo, a torto quasi espunta dalla riforma Fanfani nel lontano 1962).
Terzo parametro: l’affinità politico ideologica.
In quest’ottica se è vero che la politica estera ha conosciuto e conosce casi di alleanze fra democrazie liberali e Stati totalitari (Atene e Sparta; Inghilterra, Francia, Usa con l’Urss, solo per citare i più noti a tutti), tuttavia, la possibilità di lavorare con Paesi che accettino i nostri stessi principii liberal democratici e di tutela dei diritti umani ci agevola nel trovare comuni denominatori e moltiplica il consenso delle masse al nostro interno.
Il legame con gli Usa, a cui chiedere patrocinio per la Libia (ma dimostrando a) di avere la volontà di farsene carico anche in modo diretto e b) di aumentare la spesa militare per poter dare il nostro contributo alla Nato ed alla nostra stessa difesa, carentissima in molti settori) e per meglio bilanciare la nostra posizione in seno alla UE, andrà perseguito, rafforzando anche interessi comuni con Israele e Inghilterra sia nello scacchiere mediterraneo che in quello africano.
Noi pensiamo che la nuova amministrazione Biden potrà essere l’occasione per rilanciare in modo più stretto e nel reciproco interesse (facendo anche presente all’alleato il pernicioso intervento in Libia che ha portato ad un vuoto di ordinamento e legalità foriero di crisi migratoria, di spese accresciute e di minaccia diretta agli affari italiani) il legame fra Roma e Washington.
Ma, tutto ciò necessita di una precisa volontà politica.
Fabio Polettini
Ancora un passo avanti e due indietro
Parafrasando il titolo di uno dei più celebri libri di Lenin: Un passo avanti e due indietro, potremmo connotare così la situazione interna alla Federazione Popolare dei DC.
Fatto il passo avanti nel Novembre scorso con la sottoscrizione dell’atto notarile costitutivo della Federazione, nel momento in cui l’On Gargani, presidente della Federazione ci invita a compiere gli atti successivi indicati nello statuto, Cesa, Rotondi e adesso anche Grassi decidono di fare due passi indietro. L’On Cesa, condizionato dal suo collega De Poli, fermo nel tentativo di continuare a lucrare la rendita di posizione ereditata da Casini, relativa all’utilizzo elettorale in esclusiva dello scudo crociato; l’On Rotondi, “ il miglior fico del bigoncio”, interessato dopo St Vincent a promuovere il nuovo centro democratico e liberale, ispirato dai valori della Laudato SI; Renato Grassi, fermo nella difesa della DC che, dal 2012, abbiamo cercato di ricomporre sul piano politico, dopo che la Cassazione aveva deciso in via definitiva che il partito non era mai stato giuridicamente sciolto, ma aperto a sperimentare un work in progress con gli amici della Federazione Popolare. Più decisamente orientati ad andare avanti con l’indicazione di Gargani, l’amico Tassone e il sottoscritto.
Com’è noto della tormentata vicenda della diaspora ho scritto degli avvenimenti, riportato i documenti approvati e ricordato le vicissitudini dolorose, nel mio recente : DEMODISSEA, la democrazia cristiana nella stagione della diaspora (1993-2020) https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/562226/demodissea/
Nella conclusione del mio libro ho scritto : “Nella lunga stagione 2012-2020 nella quale ho evidenziato l’evoluzione dei rapporti tra i fermenti provenienti dall’area cattolica, a partire dalla gerarchia e nelle realtà di alcune delle organizzazioni più importanti di natura sociale e culturale, molto più intenso è stato ciò che è accaduto e accade nei movimenti, gruppi e partiti più direttamente coinvolti nell’azione politica. Un succedersi di scadenze, incontri e sottoscrizione di documenti che da “osservatore partecipante” ho seguito e che ho provato a descrivere grazie alle note editoriali che ho redatto in quegli anni. E’ il riassunto di una sequela di tentativi di scomposizione e ricomposizione dai risultati alterni e non ancora conclusi, anche se il rischio della deriva sin qui dominante nazionalista e populista della destra, sta favorendo il processo di ricomposizione dell’area cattolica e popolare a partire proprio da quella ex democratico cristiana. I più significativi contributi sono quelli offerti dal movimento “Costruire Insieme” e dalla Confederazione di Sovranità popolare, esperienze politico culturali alle quali ho l’onore di partecipare, anch’esse accomunate dalla volontà di ricomporre la più vasta unità popolare attorno alla difesa e attuazione integrale della Costituzione, in alternativa alle logiche nazionaliste e populiste sin qui dominanti. Queste unitamente agli amici di “Politica Insieme” e della “Rete Bianca”, raccolti attorno al “Manifesto Zamagni”, stanno tentando di costruire la cosiddetta “Parte bianca”. Il mio augurio è che con noi della Federazione Popolare DC si possa finalmente ricomporre la frantumazione politica della diaspora DC e cattolico popolare”.
Sono convinto che questa sia la strada da percorrere da quanti sono realmente interessati alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, al fine di riportare in campo e nelle istituzioni quanto di meglio la nostra tradizione e cultura politica è ancora in grado di esprimere. E lo dovremmo fare non per un rimpianto del passato, ma per l’esigenza, da un lato, di tradurre nella città dell’uomo le indicazioni pastorali delle ultime encicliche sociali di Papa Francesco ( Laudato SI e Fratelli tutti) in questa difficilissima e contraddittoria età della globalizzazione e, dall’altra, per ridare speranza e rappresentanza politica a quei ceti medi produttivi e classi popolari che sono larga parte di quel 50% di elettori renitenti al voto. Agli amici della DC con i quali ho condiviso gli anni difficili dei tentativi di ricomposizione politica, mi permetto di ricordare quanto l’amico Guido Bodrato ha lucidamente descritto sulla DC: un cristallo fragile si è frantumato in mille pezzi e non sarà più possibile ricomporlo.
Ecco perché, mi auguro che prevalga il buon senso e si concorra tutti insieme a costruire il soggetto politico nuovo di cui la realtà dell’area cattolica italiana ha bisogno, convinto come sono della validità dell’aforisma di Thomas Alva Edison: “ le idee senza la loro esecuzione sono allucinazioni”. Il Paese, oggi, non ha bisogno di allucinazioni, ma di risposte concrete ai bisogni dei ceti medi produttivi e delle classi popolari. Senza la ricomposizione degli interessi e dei valori di queste due parti fondamentali del sistema Italia, si aprirebbe la strada all’avventura di drammatiche scelte autoritarie.
Ettore Bonalberti
Venezia, 7 Novembre 2020
UN GOVERNO DI UNITA’ NAZIONALE
Con la teoria dei quattro stati da me elaborata alcuni anni fa, suddividevo, euristicamente, il sistema Italia in quattro stati: la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo e il quarto non Stato.
Insieme a quella teoria descrivevo una condizione diffusa di anomia, intesa sociologicamente come quella di un’assenza di norme, di differenza tra i mezzi nella disponibilità di molte persone e i fini che la società indicava e indica come obiettivi, e l’affievolirsi del ruolo dei corpi intermedi in una società sempre più caratterizzata dalla disintermediazione, favorita anche da alcune errate politiche degli ultimi governi.
La pandemia in corso, che sta assumendo i toni ancor più virulenti della seconda ondata, come sta incidendo sui quattro stati del sistema Italia?
La casta e gli appartenenti alle categorie medio alte dei diversamente tutelati, con stipendi, pensioni e emolumenti sin qui garantiti, sono i ceti che risentono meno degli effetti economici e finanziari del virus. Effetti che diventano pesantissimi, sino al disastro, per quelli meno tutelati e per il terzo stato produttivo, ossia per il motore che tiene in piedi con l’economia reale e il sistema fiscale collegato tutto il sistema.
Unico settore che sta approfittando e in alcune casi e realtà territoriali in maniera consistente è il quarto non Stato, rappresentato non solo dal lavoro nero, anch’esso oggi in una crisi terribile, ma dalla criminalità organizzata della mafia, ndrangheta e camorra, che è in grado di subentrare facilmente nelle numerose attività che rischiano la chiusura e il fallimento.
Se qualche anno fa la condizione di anomia da me denunciata era il segnale di un male crescente a livello sociale, causa di frustrazione, ossia di insoddisfazioni derivanti dal mancato raggiungimento di obiettivi, con la pandemia sta esplodendo in episodi di autentica rivolta sociale, come è avvenuto nei giorni scorsi a Napoli e a Roma e potrebbero ripetersi in altre parti d’Italia.
Se poi, com’è accaduto a Napoli, insieme alle categorie produttive e ai meno tutelati, si aggiungono elementi espressione di gruppi sovversivi organizzati, la situazione può andare fuori controllo. Guai se il governo interpretasse tali episodi come fenomeni di semplice, seppur grave, sicurezza pubblica. Siamo di fronte a un malessere sociale e politico più serio che la condizione della pandemia e dei provvedimenti necessari adottati portano con sé.
Ciò che più preoccupa, accanto alla condizione drammatica di alcuni ceti sociali meno tutelati ( disoccupati, cassaintegrati, esodati, operatori dei piccoli traffici illeciti imposti dalla necessità della sopravvivenza, come in molte situazioni tipo quelle di Napoli) è la crisi che sta colpendo il terzo stato produttivo. Quello formato dai piccoli e medi imprenditori, artigiani, commercianti, agricoltori, professionisti, propulsori dell’economia reale da cui trae le risorse essenziali il sistema fiscale su cui regge il Paese.
Se entra in crisi, come sta avvenendo, l’architrave del sistema Italia, il terzo stato produttivo, non saranno più scaramucce di piazza, ma un’autentica rivolta sociale dagli esiti imprevedibili. Intervenire a sostegno delle categorie più deboli e dell’economia reale del terzo stato produttivo, insieme al rafforzamento di tutte le misure sanitarie e strutturali, dal sistema dei trasporti alla scuola, è il compito straordinario cui è chiamato il governo. E’ tempo di assumere una responsabilità unitaria di tutte le forze politiche e sociali, consapevoli che si tratta di affrontare un impegno tra i più difficili vissuti in tutta la storia repubblicana dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it)
Venezia, 26 Ottobre 2020
La Federazione Popolare DC per San Pellegrino 2-0
In un’intervista rilasciata a www.formiche.net , il 5 ottobre scorso, l’On Paolo Cirino Pomicino ha sostenuto l’esigenza per la politica italiana e, in particolare per i diversi movimenti di ex DC collocati al centro, di un conclave modello San Pellegrino 1961, guardando alla Cdu che governa in Germania. Questa l’idea dell’ex ministro DC: “una nuova offerta di centro non è la semplice messa insieme tout court di nani politici, che invece dovrebbero fare una sorta di Convegno di San Pellegrino, come nel 1961, e discutere per tre giorni a quali culture fanno riferimento. Il vantaggio sarebbe doppio: eliminerebbe il personalismo esasperato e recupererebbe il valore della cultura politica”.
Riflettendo sulle conclusioni del Convegno di St Vincent (9-10-11 Ottobre scorsi) organizzato dall’amico On Gianfranco Rotondi e tenendo presenti i movimenti in atto per la ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale ( Rete Italia, Costruire Insieme, Politica insieme, costituitesi in partito: INSIEME, il 4 Ottobre scorso; il movimento partito della Famiglia e altri) credo sarebbe utile e opportuno che la Federazione Popolare dei DC, che riunisce i diversi partiti che si rifanno alla DC storica e le decine e decine di associazioni, movimenti e gruppi dell’area politica cattolico popolare che hanno condiviso il patto federativo, raccogliesse la proposta dell’On Pomicino e indicesse un Convegno di San Pellegrino 2.0, recuperando la felice intuizione che la DC seppe realizzare nel triennio 1961-62-63.
I tre convegni tenutisi a S. Pellegrino in quegli anni, mostrarono, insieme con una forte vivacità̀ culturale, la presa di coscienza, da parte di larghi strati della D.C. di fondamentali connotati della società̀ industriale avanzata: la preminenza della funzione esercitata dalla cultura; il ruolo centrale nell'ambito della politica economica, esercitabile dalla programmazione, la quale muoveva dalla presa d’atto dell'incapacità del meccanismo di mercato a garantire uno sviluppo ordinato dell'economia; la rilevanza del partito politico come struttura socio-istituzionale portante delle moderne democrazie di massa.
Assai importante, al riguardo, l’intervento di Luigi Granelli al primo convegno di San Pellegrino (13-16 Settembre 1961): “I tempi richiedono una politica nuova”, con il quale il deputato milanese richiedeva una più incisiva “azione di governo per superare gli squilibri economici e integrare l’espansione del benessere con una profonda riforma delle strutture statuali allo scopo di dare una concreta dimensione allo stato delle libertà”. Eravamo alla vigilia del Congresso nazionale DC di Napoli (27-31 Gennaio 1062) nel quale Aldo Moro guiderà il partito alla scelta del centro-sinistra. Rilevante la relazione tenuta dal prof Achille Ardigò allo stesso convegno di San Pellegrino (1961) sul tema: “ Classi sociali e sintesi politica” nel quale è continuo il richiamo all’enciclica giovannea, “Mater et Magistra” (15 Maggio 1961). Disse Ardigò, come riportato nel saggio dell’Istituto De Gasperi-Bologna-Relazione al I° Convegno Nazionale di Studio della Democrazia Cristiana, San Pellegrino, 13 - 16 settembre 1961, in Atti, Edizioni 5 Lune – Roma1962: Questo convegno viene «poco dopo l'Enciclica « Mater et Magistra ››: esso vive, deve vivere, nella luce di quell'augusto insegnamento. A dei cattolici democratici, che si richiamino - non per convenienza di facciata, ma per intima fiducia - alla missione universale della Chiesa docente che può dare, essa sola, fini e valori primari all'umanità - è concesso sperare a livello adeguato, con responsabile azione politica, di poter mettere ordine nei rapporti tra società civile e Stato. Se prescindessimo dall'insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, nella sua più recente comprensione e orientazione della tendenza in atto nella vita dei popoli, se prescindessimo dai valori ordinativi espressi nella « Mater et Magistra››, non potremmo andare molto più in là dei razionalisti, dei positivisti, degli empirici e degli storici - marxisti o non - che ricercano, invano, l'ordine dei valori per lo sviluppo armonico della società, a partire dall'esperienza meramente fenomenica del passato e con la sola leva della razionalizzazione scientifica. Invano essi cercano tale ordine perché, nonostante il grande apporto e merito della razionalizzazione econometrica, sociologica, psicologica, giuridica, storiografica, la scienza sociale rinvia e non può non altrove rinviare, per i valori ed i fini, che diano le prospettive liberanti del futuro.
Era questa la straordinaria capacità di un partito di sintonizzarsi sui temi più importanti della società italiana e di interpretarli alla luce dei valori di riferimento essenziali della dottrina sociale cristiana appena riconfermati da Papa Giovanni XXIII.
Come non comprendere che questo è l’insegnamento che ci viene dai nostri padri fondatori, ossia, saper cogliere i bisogni e la condizione di disagio e di smarrimento della società italiana, aggravati in questa stagione di drammatica pandemia, interpretandoli laicamente sulla base dei principi e delle indicazioni pastorali illuminanti di Papa Francesco. Le due ultime encicliche: Laudato Si e Fratelli tutti, siano dunque, le bussole del nostro orientamento da cui trarre le scelte delle politiche economico sociali e istituzionali da realizzare nella “città dell’uomo”.
Questo è stato il tentativo positivo messo in atto a St Vincent e questo dovrebbe essere l’oggetto di un “San Pellegrino 2.0” che, secondo quanto egregiamente scritto dall’amico, On Giorgio Merlo nel suo ultimo libro: Politica, competenza e classe dirigente, dovrebbe approfondire questi temi mettendo insieme in un dialogo e confronto fecondi gli esponenti dei diversi tentativi di ricomposizione politica dell’area cattolico popolare.
Ancora una volta, infatti, spetta a noi cattolici democratici e cristiano sociali, nell’età della globalizzazione e del dominio dei poteri forti del turbo capitalismo finanziario, ripartire dalla nostra cultura politica per tentare di superare la morta gora dei partiti personalistici e populisti oggi prevalenti in Italia e per dar vita a un soggetto politico nuovo di centro, democratico, popolare, riformista e liberale, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, impegnato a difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana.
Ettore Bonalberti
Venezia, 17 Ottobre 2020
Commento finale a St Vincent 2020
Se l’obiettivo era quello indicato dall’amico Rotondi di " un percorso che inizia e non si propone di dar vita a un partito, piuttosto a un’area trasversale capace di contendere coi sovranisti e la sinistra alle prossime elezioni politiche “, l’incontro di St Vincent 2020 ha raggiunto il suo scopo. Come nella migliore tradizione degli incontri di Forze Nuove, la corrente della sinistra sociale della DC guidata da Carlo Donat Cattin, St Vincent anche in questa edizione organizzata dalla Fondazione Fiorentino Sullo-Democrazia Cristiana, resa più complicata dalla pandemia in atto ( ottima l’organizzazione per la sicurezza nello svolgimento dei lavori) ha offerto l’opportunità di intervenire a tutti i partiti presenti in Parlamento per discutere il tema: “Laudato SI, la Politica cristiana dal bianco al verde”. Che il tema dell’ambiente, dei cambiamenti climatici, delle decisioni assunte dall’Unione europea con il recovery fund per sostenere progetti di green economy siano tra quelli prioritari dell’agenda politica è ben noto; meno prevedibile che gli orientamenti pastorali dell’enciclica pontificia potessero diventare il riferimento per la nuova stagione politica del Paese.
E’ servita l’intelligenza e l’intuizione politica di Gianfranco Rotondi, anche lui un “ DC non pentito”, per raccogliere attorno a questo messaggio gli esponenti dei diversi partiti e l’interesse del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e di Silvio Berlusconi, programmati come partecipanti al convegno, alla fine, presenti con l’invio di due documenti di generica, seppur affettuosa, adesione ai propositi della Fondazione e il riconoscimento del ruolo svolto da Rotondi e dal cattolicesimo politico nella vicenda nazionale. Chi si attendeva indicazioni operative concrete per l’avvio del progetto di un nuovo centro ampio e plurale sulla base della convergenza tra la cultura cattolico democratica e quella ambientalista diffusa tra diverse realtà partitiche, non può che costatare le difficoltà per realizzare tale progetto. Una difficoltà emersa già dalle diverse valutazioni espresse nel merito tra i due esponenti più autorevoli dei Verdi: l’On Bonelli, intervenuto nella giornata di apertura, e l’On Pecoraro Scanio presente negli ultimi due giorni a St Vincent.
Da “osservatore partecipante” l'impressione finale che ho colto a St Vincent è la verifica della scomposizione oggettiva in atto in tutti i gruppi e partiti, mentre sul progetto di ricomposizione mi è parso cogliere contraddizioni, timidezze e comprensibili difese d'ufficio delle vecchie appartenenze. Né dalla Gelmini, né da Brunetta, tanto per citare alcuni fra gli esponenti più in vista di Forza Italia, sicuramente in linea con il messaggio riduttivo del Cavaliere, sono venute disponibilità al cambiamento, al di là di quella ovvia al dialogo, e solo il sen Schifani, anche in base alle recenti delusioni elettorali siciliane, ha rivolto alcune critiche all’attuale posizione di Forza Italia all’interno del centro-destra. Incomprensibile, poi, la netta indicazione della sen. Prestigiacomo per la legge elettorale maggioritaria e per il bipolarismo. Una scelta che condannerebbe Forza Italia al ruolo, già in atto da tempo, di retroguardia sino all'irrilevanza all’interno del centro destra a trazione del duo Salvini-Meloni. Una scelta, infine, nettamente alternativa ai propositi del progetto del convegno. Insomma, se Rotondi attendeva il semaforo verde dagli amici del suo partito, al massimo ha visto accendersi una luce gialla, in attesa di fatti nuovi e diversi. A me pare che ciò che realisticamente potrebbe sortire dal confronto apertosi è la formazione di un inter gruppo parlamentare, di cui ha dato l’annuncio l’On Cesa nel suo intervento, impegnato a portare avanti proposte e progetti coerenti con la green economy e con le indicazioni più generali da tutti condivise espresse dalla Laudato SI.
Tutto ciò è molto interessante per una migliore sintonia dei partiti dell’opposizione in sede parlamentare, ma ben poca o nulla cosa quanto all’avvio di un progetto di ricomposizione al centro come ci si augurava potesse sortire dal convegno autunnale di St Vincent.
L’altra attesa, specie da parte di noi “ DC non pentiti”, era quella di verificare se da St Vincent potesse uscire qualche fatto nuovo per la ricomposizione dell’area politico culturale cattolico democratica e cristiano sociale, senza la quale la traduzione politica nella “città dell’uomo” degli orientamenti pastorali delle due ultime encicliche pontificie, “dal bianco al verde” rischia d’ implodere in una reazione, priva di un catalizzatore, senza prospettive. Insieme al lavoro quanto mai opportuno e utile sul piano parlamentare, infatti, occorre procedere senza ulteriori indugi a federare nell'unità possibile quanto si sta da varie parti faticosamente tentando di ricomporre all'interno della nostra area L’assenza di Buttiglione dalla tavola rotonda finale, mi auguro non sia stata dovuta all’ennesimo voltafaccia del Cavaliere, analogo a quelli che il politico filosofo ha ricordato nell’intervista di Tommaso Labate sul Corsera ( “ Berlusconi mi tradì più di una volta”), nella convinzione che anche stavolta, Berlusconi confermasse, come anche a me è parso dalla lettura del suo messaggio a Rotondi e al convegno, il suo costante atteggiamento di perpetuazione di un regno, il suo partito, in realtà, oramai giunto alla consunzione.
Se si eccettua la partecipazione dell’amico On Mario Tassone, che è intervenuto a nome della Federazione Popolare dei DC, e quella del sottoscritto, con la presentazione del libro sulla lunga stagione della diaspora democristiana (1993-2020)-DEMODISSEA, questo tema è risultato del tutto assente, anche per la mancata tavola rotonda che avevo auspicato potesse essere organizzata tra i diversi esponenti dei tentativi in atto di tale ricomposizione. Quelli degli amici raccolti attorno al manifesto Zamagni, che hanno il 4 ottobre dato vita al partito INSIEME, quelli della Federazione Popolare dei DC che il 20 Ottobre prossimo si organizzeranno in partito e gli amici del Popolo della Famiglia. Unica nota molto positiva, la presenza di Don Gianni Fusco, “assistente spirituale” degli amici di “ Insieme”, intervenuto in una delle tavole rotonde e diacono celebrante alla Messa di Domenica 11 ottobre, nella Chiesa arcipretale di St Vincent. E’ questo, mi auguro, il segnale di un’attenzione nuova da parte della CEI e della gerarchia cattolica assolutamente nuovo e importante.
La mancata opportunità di un confronto tutto interno alla nostra area, tuttavia, è solo rinviata, dato che, come ho già scritto nelle note sui primi due giorni di St Vincent, se si vuol far decollare la politica cristiana, come Rotondi si propone, “la politica cristiana dal bianco al verde”, non basta, anche se utile e opportuno, l’avvio di un inter gruppo parlamentare, ma parallelamente si deve prima dire basta al suicidio della diaspora post DC; porre fine alle residue assurde divisioni e procedere senza indugi all’avvio del soggetto politico nuovo ampio e plurale nel quale, però, sarà essenziale (sistema elettorale proporzionale permettendo) la presenza di una forte e compatta realtà cattolico democratica e cristiano sociale.
Ettore Bonalberti
Venezia, 12 Ottobre 2020
Seconda giornata a St Vincent- Il seme è stato gettato
Il convegno di St Vincent 2020 è il primo incontro politico vissuto con presenza fisica delle persone durante la pandemia da corona virus e il primo di questo primo ventennio del XXI secolo, nel quale uomini di buona volontà si incontrano a discutere sollecitati da un’enciclica pontificia.
Titolo del convegno è infatti : LAUDATO SI, LA POLITICA CRISTIANA DAL BIANCO AL VERDE.
In tutti gli interventi dei numerosi relatori intervenuti, esponenti di tutti i partiti presenti in parlamento, il riferimento all’enciclica di Papa Francesco, “Laudato SI”,, è stato spesso accompagnato a quello dell’ultima, “Fratelli Tutti”, firmata dal sommo pontefice ad Assisi il 3 ottobre scorso, considerata un autentico manifesto programmatico di orientamento essenziale per tutti gli uomini di buona volontà.
D’altronde, come ho evidenziato nel mio intervento di presentazione del libro DEMODISSEA, la democrazia cristiana nella lunga stagione della diaspora DC (1993-2020), già nel secolo XIX i popolari nacquero sulla base dell’impegno profuso da don Luigi Sturzo nel tradurre sul piano politico e istituzionale l’enciclica “Rerum Novarum”, così come nel 1943, all’atto della fondazione della DC gli uomini della prima generazione democratico cristiana, intesero attuare le indicazioni della “Quadragesimo anno” di papa Pio XI . L’obiettivo è quanto mai ambizioso e consiste nel compiere, come ha indicato Rotondi: " un percorso che inizia e non si propone di dar vita a un partito, piuttosto a un’area trasversale capace di contendere coi sovranisti e la sinistra alle prossime elezioni politiche “.
E’ evidente che attivare “una politica cristiana dal bianco al verde”, comporta accertare l’esatta disponibilità da parte delle diverse forze politiche, tutte in preda a una fase di forte scomposizione, per un progetto che, almeno per noi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, impone ritrovarsi su programmi, interessi e valori compatibili con i principi dell’umanesimo cristiano.
Una cauta apertura si è riscontrata da parte dei Verdi, soprattutto nell’intervento dell’ On Bonelli, mentre qualche difficoltà mi è sembrato di vedere nel discorso pronunciato oggi dall’On Pecoraro Scanio, più incline a rivendicare il suo ruolo di fondatore del movimento partito dei Verdi nel 1983-84, sino a definirsi l’autentico responsabile in positivo della rivoluzione avviata da ministro dell’agricoltura per quel settore economico in Italia.
Difficoltà replicate nell’intervento della sen Stefania Prestigiacomo, (Forza Italia) che ha voluto confermare la sua netta scelta a favore della legge elettorale maggioritaria e di un sistema politico bipartitico, perpetuando il quale, però, sarebbe ovvia l’impossibilità di realizzazione del disegno ambizioso dell’amico Rotondi.
Anche nel messaggio pervenuto dal Cavaliere, letto in aula da Rotondi, al di là del riconoscimento mai venuto meno del ruolo di coerente testimonianza democratico cristiana dell’On Rotondi, nessuna apertura ho potuto intravedere verso soluzioni di movimento aperte all’avvio di un soggetto politico nuovo di centro democratico e popolare. Un progetto che, in ogni caso, per potersi avviare reclama due condizioni essenziali: l’approvazione di una legge elettorale proporzionale con preferenze e sfiducia costruttiva e la ricomposizione delle diverse esperienze esistenti dell’area cattolica interessate ad alcune significative realtà. Ricorderemo quelle dei gruppi e associazioni raccolti attorno al manifesto Zamagni, i quali hanno dato vita nei giorni scorsi al nuovo partito di INSIEME; quelle della Federazione Popolare dei DC, che il prossimo 20 Ottobre si trasformerà in partito e quella sin qui caratterizzata dalla difesa strenua dei valori identitari, degli amici del Popolo della Famiglia.
Tutti processi di parziali ricomposizioni, necessarie ma insufficienti, ciascuna da sola, a dar vita a quella massa critica in grado di rappresentare un blocco sociale e culturale, anch’esso frammentato nella lunga stagione della diaspora, in grado si superare la condizione di irrilevanza sin qui vissuta tanto sul fronte di destra che di sinistra. Por fine alla diaspora e alla dolorosa “demodissea”, alla cerca di un’isola felice, l’Itaka agognata del movimento dei cattolici è l’agognata prospettiva, che, dopo le due ultime encicliche pontificie, non potrà più permettere percorsi auto referenziali di singole personalità, gruppi o partitini.
Dalle tavole rotonde di questa seconda giornata credo si possa dire che è confermata la fase di progressiva scomposizione delle attuali forze politiche e la comune condivisione che gli orientamenti essenziali indicati dalle ultime encicliche pontificie possono costituire il collante di una possibile costruzione di un soggetto politico centrale di cui il Paese avrebbe bisogno, con lo sfaldamento progressivo del M5S, il dibattito apertosi nel partito dominante del centro destra, la Lega, e una sinistra ancora in crisi di identità.
Si attende quello che l’amico on Giorgio Merlo ha indicato come “il federatore”, indispensabile per far scattare, come un catalizzatore, questa reazione chimica. Ci auguriamo che dagli interventi di domani, quello annunciato e atteso del presidente del consiglio, Giuseppe Conte e quello finale dell’On Gianfranco Rotondi, se ne possa sapere di più. Il seme, in ogni caso, a St Vincent è stato gettato.
Ettore Bonalberti
St Vincent, 10 Ottobre 2020
La prima giornata di St Vincent
Pronti a sfidare il Covid 19 e nonostante alcuni forfait di relatori e invitati meno temerari, oltre cento persone provenienti da varie parti d’Italia si sono riunite a St Vincent per discutere del tema: “Laudato SI, la Politica cristiana dal bianco al verde. L’enciclica di Papa Francesco assunta come elemento propulsore e unificante di un rinnovato impegno politico nel XXI secolo. Un’enciclica straordinaria dal punto di vista etico, dell’ecologia integrale e ispiratrice della dottrina sociale per l’umanità che, come ha recitato il Pontefice nella preghiera per la pandemia in San Pietro il 27 Marzo 2020: si è resa conto di “trovarsi nella stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma allo stesso tempo importanti e necessari. Tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confrontarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti, tutti”.
Come ai tempi migliori degli incontri di St Vincent, quelli organizzati dal compianto Carlo Donat Cattin per la sinistra sociale della DC, Gianfranco Rotondi ha pensato di partire dalla più sconvolgente realtà odierna per riflettere sulle possibili traduzioni operative sul piano politico, economico e sociale alla luce della dottrina sociale cristiana.
Impegno raccolto dai partecipanti alla numerosa tavola rotonda del primo pomeriggio sul tema: Laudato SI, cinque anni dopo, la cura del creato, nuova frontiera dell’impegno politico dei cattolici. Importanti le indicazioni dei relatori esperti nelle diverse materie, dalla teologia, all’economia e finanza, dall’esperienza svolta da alcuni imprenditori direttamente sul campo, al ruolo che la politica può e intende assumere in questa fase straordinaria della vicenda umana in Italia e nel mondo.
L’On Angelo Bonelli, coordinatore del movimento partito dei Verdi italiani, di formazione cattolica e studi compiuti presso i Gesuiti, ha saputo cogliere la dimensione etica, l’ecologia integrale e i principi di un’etica ecologica dell’enciclica di Papa Francesco, considerata uno dei documenti più importanti del nostro secolo sul piano della dottrina sociale, indicatrice della necessità di assumere comportanti individuali e collettivi, accanto a scelte politiche e istituzionali fondate sul valore dell’equilibrio e della sostenibilità tra gli umani e il creato.
All’apertura del confronto al dialogo espressa da Bonelli una prima importante risposta è giunta dall’On Giorgio Merlo, cattolico democratico e cristiano sociale, uno degli allievi prediletti di Donat Cattin, che proprio qui a St Vincent, conobbe negli anni’80, quel giovane irpino, Rotondi, allievo dell’On Gerardo Bianco, che da diverso tempo continua l’esperienza formativa e politico culturale dello scomparso leader piemontese. Ascoltando l’intervento appassionato dell’On Merlo non potuto evidenziare a Rotondi al quale, a debita distanza di sicurezza, stavo seduto accanto, che da quella scuola forzanovista sono usciti “allievi” di forte caratura. Merlo ha indicato ai cattolici l’esigenza di tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni pastorali dell’enciclica “Laudato Si” e dell’ultima “Fratelli tutti”, secondo un soggetto politico nuovo e centrale (come “centrale” era stata la connotazione che Bonelli aveva dato al fenomeno dei Grünen tedeschi, vincenti in Germania, leader nel länder del Baden Württenberg), che assuma i caratteri diversi dai tentativi fallimentari sino ad ora compiuti con risposte di tipo nostalgico o identario, entrambe insufficienti a far decollare un progetto di rinnovamento all’altezza dei bisogni della società italiana nel tempo della globalizzazione e per i problemi drammatici che la pandemia pone all’intera umanità.
A conclusione dei lavori il presidente del comitato scientifico della fondazione Sullo-DC, prof Antonino Giannone ha presentato un‘ottima sintesi raccolta in alcune schede dalle quali emerge la necessità di assumere un rigorosa responsabilità etica e sociale, economica e culturale se vogliamo salvare la Terra dal disastro dell’aumento della temperatura globale, decidendo, finalmente, quale tipo di mondo vogliamo trasmettere a chi verrà dopo di noi, in un secolo in cui assisteremo non a cento anni di progresso, ma, più probabilmente a 20.000 anni di progresso.
Emergerà davvero una politica cristiana dal bianco al verde? Lo accerteremo meglio nel prosieguo del dibattito tra oggi e domani.
Ettore Bonalberti
St Vincent, 10 Ottobre 2020
Tutti al centro
Grande è il movimento al centro e, soprattutto, nella nostra area politica di riferimento. Si è mosso per primo il movimento raccolto attorno al “Manifesto Zamagni” che ieri, 4 ottobre, si è costituito in partito, assumendo il nome di INSIEME, corrispondente a quanto, da socio fondatore, suggerii al gruppo guidato da Tarolli, “Costruire Insieme”, ricordando l’associazione politico culturale veneta, INSIEME, nata nel 2008 a Venezia, il cui sito: www.insiemeweb.net è da me diretto. Ho augurato un sincero benvenuto a questo partito, considerato che: “tutto ciò che va nella direzione della ricomposizione dell'area politica cattolico democratica e cristiano sociale va salutato positivamente”.
Seguirà tra pochi giorni il convegno di St Vincent (9-10-11 Ottobre) dove Gianfranco Rotondi, commentando l’avvio di INSIEME, ha dichiarato:” Cercheremo di dialogare, ma il nostro progetto a Saint Vincent, venerdì prossimo, si darà un orizzonte più ampio del segmento neo dc che fin qui abbiamo rappresentato. Serve una nuova iniziativa politica capace di dare compimento alle domande che il Santo Padre pone a laici e cattolici". Quello che partirà da Saint Vincent "è un percorso che inizia e non si propone di dar vita a un partito, piuttosto a un’area trasversale capace di contendere coi sovranisti e la sinistra alle prossime elezioni politiche - prosegue Rotondi - Se il tentativo nascerà’ e crescerà, naturalmente Zamagni sarà un interlocutore ma allo stato non sappiamo che accoglienza avranno le nostre ipotesi".
La preoccupazione espressa dall’amico Lucio D’Ubaldo su Il Domani d’Italia (www.ildomaniditalia.eu - “ Il Centro, tra Conte e Zamagni”) per l’annunciata partecipazione a St Vincent del presidente del consiglio, Giuseppe Conte, foriera “dell’ennesima invenzione di un partito personale” espressione del peggior trasformismo politico rispetto a quello stesso depretisiano avviato nel 1861, mi sembra eccessiva. Considero da qualche tempo Conte una risorsa e non una criticità e tanto più emergerà il collegamento della sua formazione culturale e sensibilità politica alla nostra, ogni passo compiuto nel segno della collaborazione io credo sarà positivo.
Il 20 Ottobre, terzo tassello, è convocata l’assemblea generale della Federazione Popolare dei DC, coordinata dall’On Giuseppe Gargani, per decidere la sua trasformazione in partito, nel quale confluiranno i soci delle oltre quaranta associazioni, movimenti e gruppi che hanno condiviso il patto federativo.
All’interno di Rete Bianca (una delle parti raccolte attorno al manifesto Zamagni),poi,va ricordata l’esperienza di “Base Italia”, evocatrice di quella che fu per decenni la corrente di sinistra politica della DC, mentre continua, dopo quasi dieci anni, l’impegno dei “DC non pentiti”, sotto la guida di Renato Grassi nel tentativo di ricostruzione politica della DC (www.democraziacristiana.cloud), partito “mai sciolto giuridicamente”. Un percorso ricco di passione e, ahimè, lastricato di infelici e sciagurate controversie giudiziarie che hanno attraversato tutta la lunga stagione della diaspora DC, da me ampiamente analizzata nel recente libro: DEMODISSEA.
Giustamente Giorgio Merlo, nel suo ultimo editoriale su “ Il Domani d’Italia” (“ Cattolici, serve un federatore”)(www.ildomaniditalia.eu), scrivendo che finalmente qualcosa si muove nell’area politica cattolica, auspica l’avvento di un “federatore”, capace di condurre all’unità questo vasto fermento presente al centro. Ovviamente la conditio sine qua non perché il progetto possa avanzare è l’adozione per le prossime elezioni politiche di una legge elettorale proporzionale, senza la quale, permanendo il “rosatellum” o un’altra legge maggioritaria, nessuna unione al centro sarebbe possibile. Va, in ogni caso, tenuto presente il ruolo frenante, se non distruttivo, di quella stupida italica regola aurea per la quale: tutti vogliono coordinare, ma nessuno vuol essere coordinato. Personalmente, democristiano da sempre e che resterà tale sino alla fine, vedo con molto interesse il progetto di una più vasta unione al centro ipotizzata da Rotondi, e mi auguro che, dopo St Vincent, si possa avviare un dialogo per federare le diverse iniziative e, soprattutto, che qualcosa di nuovo si muova anche a livello parlamentare dove, come ha scritto anche la sen. Paola Binetti è in atto “ un grande fermento”. Si tratta di concorrere tutti insieme a ricomporre in un grande mosaico i diversi tasselli che si stanno organizzando in quest’autunno ricco di interessanti cantieri politico culturali. E’ importante rammentare che la nuova leadership cattolico democratica e cristiano sociale del soggetto politico nuovo di centro in costruzione, non si potrà decidere dall’alto (metodo top down), ma seguendo un corretta procedura bottom up, dal basso verso l’alto; dopo che, anche grazie alla spinta di un gruppo parlamentare coeso in fieri, partendo dalle realtà territoriali locali, si potrà organizzare una grande assemblea costituente di un vasto movimento ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano capace di rappresentare, come nella migliore storia della DC, e con una rinnovata classe dirigente, gli interessi del terzo stato produttivo e delle classi popolari, oggi prive di una rappresentanza politica e largamente rifugiatesi nell’astensionismo e nel rifiuto dei riti del tristissimo teatrino di questa ormai esausta terza repubblica.
Ettore Bonalberti
Venezia, 5 Ottobre 2020
Riceviamo e volentieri pubblichiamo la notizia di questo evento di Saint Vincent dove la corrente dei Democristiani di Carlo Donat Cattin aveva la tradizione di riunirsi dopo l’estate per fare il punto sulla situazione politica”
Saint Vincent 9-10-11 Ottobre: Gianfranco Rotondi, Presidente della Fondazione Democrazia Cristiana, presenta un’anticipazione sul Convegno di Saint Vincent:
LAUDATO SÌ: LA POLITICA CRISTIANA DAL BIANCO AL VERDE
“La mia Dc ha avuto respiro perché aveva alle spalle Silvio Berlusconi, leader del Ppe, e Fi e il Pdl con percentuali simili a quelle della vecchia Dc.
Eravamo lievito in una torta grande dell’elettorato.
Oggi Fi è alle percentuali della mia Dc, noi in proporzione stiamo un po’ meglio,ma è un riavvicinamento in discesa dei numeri.
Serve una nuova proposta politica dei cattolici,e a Saint Vincent proveremo a gettare le basi,con molta umiltà e senza avere francamente soluzioni già ideate”
Ci auguriamo che a Saint Vincent, con il contributo di numerosi Intellettuali e Politici che parteciperanno alla Tavola Rotonda sulla Laudato Sì e al dibattito sulla Politica, (Annamaria Bernini, Paola Binetti, Angelo Bonelli, Ettore Bonalberti, Vito Bonsignore, Renato Brunetta, , Rocco Buttiglione, Lorenzo Cesa, Gerardo Maria Cinelli, Achille Colombo Clerici, Marco Frittella, Don Gianni Giacomelli, Guido Crosetto, Antonino Giannone, Virginia Kaladich, Roberto La Galla, Giuseppe Lavitola, Ubaldo Livolsi, Lucia Lo Palo, Biagio Maimone, Davide Maraffino, Giorgio Merlo, Rossella Panzeri, Alfonso Pecoraro Scanio, Alfonso Puorro, Saverio Romano, Ettore Rosato, Vincenzo Sanasi d’Arpe, Christian Solinas, Renato Schifani, Bruno Tabacci, Mario Tassone, Claudio Vivona, concluderà Maria Stella Gelmini) si avvierà un Work in Progress per concorrere, a breve, alla realizzazione di un Polo di Centro Moderato, di Cattolici, di Popolari, di Democratici Cristiani, di Liberali e di Amici dell’Associazionismo Sociale e di Volontariato per riequilibrare il sistema politico attuale dei due poli estremi di Sinistra e di Destra, per poter Costruire Insieme il Futuro del Paese, con il Piano del Recovery Fund, come seppe fare la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, con il Piano Marshall.
Dopo un decennio l’Italia raggiunse il traguardo di VI^ Potenza Industriale.
Il Convegno che si svolgerà a Saint Vincent nei giorni 9-11 Ottobre è organizzato dalla Fondazione Fiorentino Sullo Democrazia Cristiana e da La Discussione^
Vogliamo smetterla con gli esperimenti e costruire l’unità possibile?
Caro Giorgio, è proprio vero quello che tu scrivi oggi su Il domani d’Italia: “troppi esperimenti cancellano il patrimonio”. In realtà, allo stato degli atti, i tentativi più interessanti di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, dopo la lunga stagione della diaspora (1994-2020) di cui ho scritto nel mio recente libro DEMODISSEA, sono quelli della Federazione Popolare DC e dei diversi movimenti raccolti attorno al manifesto Zamagni: Rete Bianca, Politica Insieme e Costruire Insieme. Nel mio libro termino proprio, come peraltro sollecito da qualche tempo, che serve impegnarsi a costruire, innanzi tutto, l’unità possibile tra questi due importanti processi-progetto di ricomposizione, facilitata dalla condivisione dell’esigenza di costruire un soggetto politico nuovo di centro, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, inserito a pieno tiolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo al populismo e al sovranismo della destra a dominanza salviniana e della Meloni e alla sinistra senza identità.
Qualcuno continua a mantenere, per la verità con assai scarsa se non nulla attendibilità e coerenza, una sorta d’idiosincrasia verso tutto ciò che richiama alla DC, di cui pure è un figlio legittimo, arrogandosi come un finto avatar l’identità di un artificioso nuovismo rispetto a coetanei additati come il vecchio deteriore e impresentabile. Condividendo l’idea che a tutti noi della quarta generazione DC competa nient’altro che il ruolo di dare dei buoni consigli, tenendo conto che non siamo nemmeno più in condizione di offrire dei cattivi esempi, dovremmo impegnarci a far crescere una nuova generazione di popolari pronti a tradurre nella città dell’uomo gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa.
Ciò che con il prof Zamagni da qualche tempo descrivo come il superamento del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), ossia il rovesciamento del rapporto tra etica, politica ed economia, con la finanza che la fa da padrone subordinando al ruolo ancillare e servente l’economia reale e la stessa politica ( insomma quello che oggi connotiamo come turbo capitalismo finanziario) è stato ampiamente descritto e definito ( quasi in maniera solitaria) dalle encicliche sociali della Chiesa Cattolica: dalla Centesimus Annus di Papa San Giovanni Paolo II, alla Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI e alla Laudato SI di Papa Francesco.
Tutto ciò assegna a noi popolari un compito straordinario e non più eludibile, anche tenendo presente che, nella cultura cosiddetta “liberal”, difficilmente si può trovare un’interpretazione altrettanto rigorosa e critica. Difficoltà di un confronto teorico da un lato, per assenza di interlocutori con testi aggiornati ( siamo ancora fermi a Keynes da un lato o alle tesi monetariste di Milton Friedman dall'altro) e assenza/criticità di interpreti politico partitici dei due campi ( intendo quello cattolico democratico e quello liberal riformista) sono le condizioni effettuali difficili nelle quali ci troviamo a operare. Tutti noi dovremmo essere impegnati a concorrere alla ricomposizione della nostra area politico culturale già democratico cristiana e popolare, e a St Vincent con l’On Rotondi, ritengo si tenterà proprio di favorire un processo di costruzione di un soggetto politico nuovo di centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, come quello che descrivo ampiamente come un mantra nel mio libro.
Senza la replica dell’incontro storico tra cattolicesimo politico e riformismo liberale, repubblicano e socialista, come nelle migliori stagioni della nostra storia, in Italia non c’è futuro. Premessa indispensabile perché ciò possa avvenire è il tipo di legge elettorale che alla fine sarà utilizzata alle prossime elezioni politiche. L’idea di un centro politico, infatti, deve fare i conti con la legge elettorale: senza la proporzionale, meglio alla tedesca, con preferenze e sfiducia costruttiva, permanendo il “rosatellum” o altra formula maggioritaria, nessun centro ( tanto meno quello di area cattolica) potrà nascere, dato che il bipolarismo forzato che il maggioritario tende a realizzare, ci porterebbe alla divisione vissuta dal 1994 in poi tra coloro che resteranno con la destra a dominanza prima berlusconiana e oggi salviniana-meloniana e gli altri, con la sinistra guidata dal PD.
Credo sia l’ora di dire stop alle divisioni e di impegnarci tutti alla costruzione dell’unità possibile.
Ettore Bonalberti
Venezia, 29 Settembre 2020
Ricordo di Ferdinando Ranzato
Ci ha lasciato Nando Ranzato, un amico e un fratello di tante battaglie politiche e sociali. Ci siamo conosciuti alla fine degli anni’70 e, da allora, sono stati più di cinquant’anni di una comune esperienza politica da democratici cristiani attivi, sino alla fine politica del partito (1994) e, poi, da “ DC non pentiti”, ultimi dei mohicani sempre legati ai valori dei cristiano democratici e cristiano sociali.
Con Nando scompare una delle personalità più generose da me conosciute all’interno della DC veneziana, sempre pronta ad aiutare chi si fosse rivolto a lui per qualunque necessità, e sul piano della totale disponibilità gratuita e immediata. Scelto a capo della segreteria dell’On Gianfranco Rocelli, fu una delle colonne portanti della nostra corrente di sinistra sociale DC ( Forze Nuove) a Venezia, sia nelle frequenti occasioni di impegni congressuali, che nell’attività di governo, nella quale l’On. Rocelli lo ebbe come fedele addetto di segreteria nei diversi ministeri da Rocelli gestiti da sottosegretario.
Molto positiva, poi, la nostra comune esperienza vissuta nell’amministrazione provinciale di Venezia, nella giunta della quale, Nando Ranzato assunse il ruolo di assessore prima, e, in seguito, di presidente dell’Istituto di Santa Maria della Pietà. In qualunque ruolo e funzione ricoperte, Nando seppe sempre esprimere il meglio della propria innata generosità e competenza, ispirate dai valori della solidarietà e sussidiarietà che lo portarono, anche sul piano sociale, a ricoprire per molti anni la presidenza del Movimento Cristiano Lavoratori provinciale e regionale. La dimostrazione di un impegno politico, sociale e culturale sempre coerente sino alla fine.
Caro Nando non sentirò più la tua voce sempre pronta a rispondere alla chiamata e per affrontare i diversi impegni ai quali la politica o la testimonianza civile ci sollecitava. Una tristissima malattia ti aveva colpito, distruggendo progressivamente la tua forza e volontà di vivere sino alla morte. Tutti noi che ti abbiamo voluto bene piangiamo la tua scomparsa, orfani di un amico e di un fratello di cui sentiremo dolorosamente la mancanza. Preghiamo per la tua anima bella e resterai per sempre nel nostro ricordo. Sino alla fine.
Ettore Bonalberti
Venezia, 28 Settembre 2020
Quell’idea di Bisaglia
Eravamo agli inizi degli anni’80 e nella DC veneta non ci si capacitava del fenomeno leghista che, da alcuni anni, era apparso in molte realtà della fascia pedemontana, quella in cui la DC aveva sempre ottenuto consensi con oltre il 50 % dei votanti. Responsabile dell’ufficio programma del partito regionale e direttore del giornale “ Il Popolo del Veneto”, organizzai il primo incontro informale tra DC e Liga veneta, con i fondatori Achille Tramarin e Franco Rocchetta nella sede regionale padovana del partito. Erano due giovani appassionati della storia e della lingua veneta, che mi offrirono una lezione della storia risorgimentale e del plebiscito con cui il Veneto fu annesso all’Italia, totalmente alternativa a quella da tutti noi studiata nei corsi regolari della scuola italiana. Accanto a questa rivendicazione della lingua, della storia e dell’autonomia territoriale del Veneto, giungeva forte e chiara la voce del leader nazionale leghista, Umberto Bossi che, invece, parlava esplicitamente di ”secessione della Padania” e di guerra a “ Roma ladrona”. Un tema, quest’ultimo, che toccava la sensibilità e il portafoglio di quel ceto medio produttivo su cui la DC veneta aveva raccolto largamente il consenso, ma che era stanco di un sempre più stretto controllo dopo decenni di grande libertà fiscale. Con Bisaglia e il segretario regionale Francesco Guidolin decidemmo di costituire un gruppo di studio, di cui assunsi il coordinamento, con gli amici Proff. Enrico Berti, Ulderico Bernardi e Ferruccio Bresolin, per tentare di comprendere le ragioni principali che stavano alla base del nuovo orientamento elettorale dei veneti.
Da quel gruppo di lavoro emersero chiaramente le ragioni culturali e strutturali di quella nuova realtà politica: difesa della storia della Serenissima e della lingua popolare veneta, valore dell’autonomia locale e sofferenza patita per un’imposizione e controllo fiscale insopportabile dopo anni di “allegra fiscalità” e, soprattutto, sfiducia in un partito, forte nel consenso territoriale, ma debole nella rappresentanza governativa centrale nella quale poter far valere le ragioni del “popolo veneto”. Fu allora che il sen Antonio Bisaglia avanzò l’idea di un’organizzazione su base diversa e federale della DC, con la DC veneta che avrebbe potuto assumere le caratteristiche proprie della CSU bavarese, quella con cui Carlo Bernini teneva ottimi rapporti con il Presidente Franz Josef Strauss.
Ho fatto questa digressione storica per rilevare come l’idea di un “partito veneto”, in qualche maniera distinto e distante da quello centrale, fosse maturata, almeno tra i vertici della DC, quarant’anni fa. I travolgenti risultati nelle ultime elezioni regionali, che hanno assegnato al presidente Luca Zaia un’affermazione plebiscitaria che non ha eguali nella storia politica regionale veneta, m’inducono a riprendere questa riflessione su quell’idea di Bisaglia, che già alcuni anni fa con l’amico Domenico Menorello tentammo di riprendere in un seminario organizzato ad hoc con Flavio Tosi, allora sindaco leghista di Verona, astro nascente del partito guidato dal “Senatur”.
Mi ha favorevolmente colpito la risposta data a caldo da Zaia, a un giornalista che lo intervistava, chiedendogli come avrebbe potuto conciliare la pretesa di autonomia veneta con il superamento del divario esistente tra Nord e Sud. Zaia ha risposto prontamente ripetendo una frase di don Lugi Sturzo: sono unitario, ma federalista impenitente.
Alla fine, come ho sempre creduto ragionando sul caso veneto della Lega, è emerso il riferimento valoriale e culturale alle radici cristiano sociali di larga parte del personale politico dirigente di questo partito. Radici che, come nella DC, sono ben piantate sui valori dell’autonomia, della solidarietà e della sussidiarietà, ossia nella centralità della persona e dei gruppi intermedi, propri della dottrina sociale cristiana.
Una cultura che, oltre alla tradizione sturziana e degasperiana e di tutta la storia della DC veneta, è stata confermata anche da noi popolari e DC veneti quando, negli anni scorsi, sempre con l’amico Menorello e l’avv. Ivone Cacciavillani, giurista e storico cultore della nostra migliore tradizione storico politica, abbiamo avanzato l’idea della macroregione del Nord-Est o Triveneto, sul modello istituzionale indicato dal compianto prof Miglio, già docente alla Cattolica di Milano. Tenuto presente che nel voto regionale, in assenza di una nostra lista e, dunque, senza alcun punto di riferimento di diretta espressione cattolico democratica e cristiano sociale, i nostri elettori sono rimasti liberi di esprimere il loro voto secondo coscienza, ritengo, che la maggior parte di essi abbiano votato largamente per la lista Zaia.
Al di là di questa che, allo stato degli atti, potrebbe essere solo un’ ipotesi di studio, dal voto emerge un fatto politico di straordinario valore: il Veneto si è affidato alla persona di Zaia, ancor più che al suo partito, per il buon governo dimostrato e, soprattutto, per la sua volontà di autonomia, che resta una delle colonne portanti della nostra stessa cultura politica.
Di qui il ritorno di quel vecchio progetto del sen. Antonio Bisaglia, enunciato poco prima della sua prematura scomparsa. L’idea di una DC ridisegnata sul modello autonomistico della CSU bavarese. Un partito, cioè, forte dei suoi valori di riferimento e collegato strettamente alla sua realtà territoriale. Convinto come sono della diversità esistente tra l’impostazione politico culturale di Zaia e quella di Salvini (come ho scritto in un mio recente articolo “della Lega”), dopo aver condiviso col Presidente leghista del consiglio regionale, Ciambetti e i referenti provinciali della Lega nelle sette province venete, la comune adesione ai valori costituzionali, battendoci insieme per il NO alla “deforma costituzionale renziana”, ritengo che oggi il Veneto rappresenti una straordinaria risorsa per il Paese e con l’affermazione elettorale di Zaia si potrebbe sviluppare proprio qui un’esperienza politico culturale speciale sul modello della CSU bavarese, con un governatore di importanza e autorevolezza pari a quella del capo del governo nazionale. La vasta area cattolico democratica e cristiano sociale, oggi senza rappresentanza politica e istituzionale in regione e a livello centrale, potrebbe ritrovarsi ampiamente in un progetto politico di tale portata. Perché non provare a tradurre nella realtà questa che fu l’idea di Bisaglia?
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF (Associazione Liberi e Forti)
Venezia, 23 Settembre 2020
Due giovani candidati Popolari per il Comune di Venezia
La Federazione Popolare dei DC veneti per il rinnovo del consiglio comunale di Venezia sostiene la lista “ Venezia è tua” per Baretta Sindaco. E’ una scelta derivante dalla delusione vissuta, dopo che nel 2015 avevamo sostenuto la lista dell’amico Renato Boraso, già democratico cristiano, oggi divenuto organico nella lista fucsia del sindaco uscente. Un sindaco che, durante tutta la passata amministrazione, non ci ha degnato di alcuna attenzione non rispondendo mai alle nostre richieste su temi importanti della cultura e della promozione della città e senza attivare alcuna iniziativa tra quelle indicate nella nostra “ Idea di Venezia”, la proposta programmatica della Lista Boraso, disattesa subito dopo il voto.
Abbiamo fatto una scelta a sostegno della candidatura di due giovani veneziani: Clark Manwar e Giuseppe Vadalà. Siamo convinti, infatti, che la politica e l’amministrazione della nostra città, abbia bisogno di “vino nuovo in otri nuovi” e i due candidati della nostra Federazione possiedono queste caratteristiche.
Clark Manwar, nato a Dhaka (Bangladesh), ma cittadino italiano, è l’esempio della perfetta integrazione nella nostra comunità sino a diventare un imprenditore nel settore alberghiero nel centro storico di Venezia.
Su di lui crediamo si possano ritrovare molti esponenti del terzo stato produttivo turistico alberghiero e gli amici italiani delle vaste comunità di immigrati di cui i Popolari intendono favorire l’integrazione, secondo quello spirito di apertura al mondo che è iscritto nella migliore storia della Serenissima.
Giuseppe Vadalà, dal canto suo, opera da molti anni nel settore dell’immobiliare e dell’intermediazione come consulente Real Estate. E’ membro benemerito dell’Accademia Costantina e dell’Associzione nazionale Carabinieri . Una garanzia di serietà professionale e di profonda conoscenza dei temi urbanistici di Venezia.
Due risorse giovani e qualificate in grado di garantire tanta passione civile e amore per la nostra città, impegnate a tradurre sul piano amministrativo i valori dei Popolari e gli interessi dei ceti medi produttivi e delle classi popolari.
Ettore Bonalberti e Pasquale Ruga
Federazione Popolare dei DC di Venezia
Venezia, 8 Settembre 2020
Le alleanze non sono un pallottoliere, ma serve un centro nuovo
E’ vero, come sostiene Merlo nel suo articolo su Il Domani d’Italia che “le alleanze non sono un pallottoliere” tanto a sinistra quanto a destra degli schieramenti. E lo sono soprattutto per il PD, sin qui necessitato a un’alleanza con “il vero partito populista, antiparlamentare, demagogico e qualunquista della politica italiana”, che è il M5S. Se, però a destra ogni questione dirimente tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, alla vigilia di ogni scadenza elettorale, è risolta disinvoltamente con la formazione di liste unitarie, è a sinistra che, perdurando il sistema elettorale del “rosatellum”, al PD non resta che l’alleanza forzata e innaturale con il M5S o l’isolamento minoritario nelle istituzioni.
Se a destra, con facilità, si superano questioni strategiche di fondo sul piano degli schieramenti europei, tra Forza Italia, componente non irrilevante del PPE, Fratelli d’Italia tra i conservatori europei, e la Lega unita alla destra estrema con i partiti anti europei e dell’area Visegrad, è nell’area del centro sinistra che il PD non riesce a sottrarsi all’abbraccio soffocante e innaturale col M5S, per la semplice ragione che un centro democratico, popolare, liberale e riformista non esiste. E non esisterà mai, permanendo un sistema elettorale che dal “mattarellum” al “rosatellum” ha sempre puntato a facilitare un bipolarismo forzato che non rientra nella storia e nella cultura politica italiana. I partiti di programma nati col Partito socialista italiano e con il PPI tra il XIX e il XX secolo poterono superare la lunga stagione del trasformismo depretisiano e giolittiano, grazie all’introduzione del suffragio allargato e del sistema proporzionale; un sistema che permise ai partiti del patto costituzionale di garantire l’assetto democratico pluralista del Paese sino alla fine della Prima Repubblica (1947-1993).
Ecco perché continuiamo a sostenere la scelta del sistema elettorale tedesco ( il “germanicus”): proporzionale con preferenze, sbarramento al 4-5% e sfiducia costruttiva; un sistema, cioè, in grado di garantire, con la rappresentazione reale delle forze in campo, la governabilità del Paese. Si vedrà, dopo il prossimo voto referendario, se questa sarà la scelta che, almeno sin qui, da Di Maio a Renzi sembra essere sostenuta, mentre nel PD continuano le antiche chimere delle elezioni a doppio turno alla francese. Ennesimo tentativo di piegare in senso forzatamente bipolare una realtà più composita come quella italiana di interessi e di valori che, solo il proporzionale è in grado di rappresentare, così come avviene in Germania, la cui evoluzione storico politica e persino socio economica e istituzionale è assai più simile a quella italiana. Oltre e ancor prima,però, della scelta del sistema elettorale esiste, quello dell’incapacità sin qui colpevolmente sperimentata di dare concreta espressione a quell’area politico culturale cattolico democratica e cristiano sociale senza la quale resta esclusa dalle istituzioni la componente che, storicamente, insieme alle culture di ispirazione laica, liberale, repubblicana, socialista riformista e comunista, ha saputo garantire, con l’avvento del patto costituzionale la democrazia della nostra Repubblica.
Con chi si potrebbe alleare un PD, permanendo questo vuoto di rappresentanza politica del centro di ispirazione cattolica e popolare, se non con chi, dal 2018, il M5S, rappresenta come ben ha descritto Merlo le istanze della protesta e del populismo qualunquista e antiparlamentare presente pesantemente almeno in quel 50% di elettori che continuano a votare? Ecco perché il tema torna alla questione che nel mio ultimo saggio, che intendo presentare al prossimo convegno di St Vincent (9-10-11 Ottobre) intitolato: “ DOMODISSEA- Il travaglio di un “Don Chisciotte” nella lunga stagione della diaspora DC (1993-2020)” ho esaminato in tutti i suoi passaggi. La storia di traversie, di avvenimenti infausti e ingloriosi, che, ahimè, ci hanno perseguitato e non sono ancora cessati dalle elezioni politiche del 2018, alle europee del 2019 e persino alle prossime regionali settembrine. Da “medico scalzo” e senza alcuna autorità se non quella di un anonimo “osservatore partecipante” senza ambizioni, ho fatto appello diverse volte agli amici della Federazione Popolare DC, cui appartengo, e a quelli raccolti attorno al “manifesto Zamagni”: Rete bianca, Politica Insieme e Costruire Insieme, affinché si possano incontrare e trovare le convergenze per l’unità possibile di tutta l’area cattolico democratica e cristiano sociale. Sino a oggi nessuna risposta. Mi auguro che il prossimo Convegno di St Vincent (9-10-11 Ottobre) felicemente programmato dall’amico Rotondi ( proprio in quella sede valdostana, molti anni fa, esordì da giovane esponente DC avellinese amico di Sullo e di Gerardo Bianco), sia proprio l’occasione per un tale avvio di unità.
Solo se sapremo concorrere alla nascita di un soggetto politico nuovo che, come un mantra, continuo a definire: popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori DC, alternativo alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e alla sinistra comunista; un soggetto impegnato ad attuare integralmente la Costituzione con politiche fondate sui principi dell’economia civile e su quelli della solidarietà e sussidiarietà, si potrà dare risposta reale all’esigenza posta dall’amico Merlo. Non si giocheranno più le alleanze sul piano del pallottoliere, ma su scelte fondate sulla rappresentazione reale di interessi e valori che, attualmente, gonfiano la rete dei renitenti al voto. Gli interessi e i valori, soprattutto, dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, quelli ai quali la DC seppe sempre garantire storicamente la più alta mediazione sul piano politico e istituzionale. E dovremo non solo superare i limiti che hanno sin qui impedito di costruire la nostra unità, ma anche dei segnali di disponibilità provenienti sia da Forza Italia che nello stesso M5S e nel PD. Solo se nasce un centro nuovo finisce il tempo del pallottoliere.
Ettore Bonalberti
Federazione Popolare DC
Venezia, 7 Settembre 2020
Ho commentato un articolo assai critico di Dino Bertocco pubblicato su www-geecco.it ( 21 Settembre: “Un Veneto senza guida”) con la nota: “Della Lega veneta”, che allego. E' la testimonianza di un democratico cristiano veneto che conobbe i protagonisti originari della Liga veneta, Achille Tramarin e Franco Rocchetta, e che distingue nettamente la Lega del Veneto oggi sotto la leadership di Luca Zaia da quella muscolare di Salvini.
Della Lega veneta
Caro Dino ho letto con interesse il tuo j’accuse profetico post elettorale del voto veneto di Settembre. Il medesimo interesse con cui seguo il tuo appassionato impegno per un coinvolgimento diretto civico, sin qui risultato scarso se non inesistente.
Confesso che larga parte della tua diagnosi sul caso del dominio di Zaia nella politica veneta è condivisibile, anche se, a mio parere, insufficiente per collocare nella giusta dimensione storico politica la realtà della Lega veneta sorta agli inizi degli anni’80.
Quando da responsabile del programma della DC veneta ebbi i primi contatti con Achille Tramarin e Franco Rocchetta, antesignani di un fenomeno politico allo “statu nascenti”, che dovette ben presto fare i conti e soccombere nei confronti della Lega lombarda guidata da Umberto Bossi, sino al sacrificio successivo dello stesso Comencini, dal gruppo di studio che la DC pensò di istruire ( composto, tra gli altri, dagli amici prof. Ulderico Bernardi, il compianto prof. Ferrucio Bresolin, dal prof. Enrico Berti e dal sottoscritto) compresi che si trattava di un progetto politico culturale che originava dalle radici profonde del tessuto popolare della nostra terra. Basta ricordare come, senza risorse e con una comunicazione basata sull’utilizzo di manifesti murali fatti a mano o da scritte improvvisate sui muri o sui cavalcavia autostradali, quel movimento spontaneo finisse col penetrare progressivamente nei nostri comuni, soprattutto quelli della fascia pedemontana veneta, anche in quelli nei quali la DC segnava punte di consenso elettorale oltre il 50-60%. Si trattò del più vasto smottamento del consenso democratico cristiano di tutta la storia repubblicana.
Non si può, dunque, analizzare il fenomeno leghista veneto se non si riconosce quest’origine autenticamente popolare, radicata nell’autonomismo locale che è stata la cifra anche della condizione di egemonia vissuta dalla DC veneta dal 1947-48 e per quasi cinquant’anni.
Certo un movimento-partito quello della Lega, che non si alimentava della nostra cultura cattolico democratica e cristiano sociale, ma, in origine, sull’idea del valore dell’antica supremazia Serenissima e, poi, su quelli bossiani della “Padania”, come terra promessa distinta e distante da “Roma ladrona” da cui ci si augurava il distacco, anche quando il ministero degli Interni, espressione massima del valore dello Stato unitario, fu affidato alla guida del segretario pro tempore leghista, Roberto Maroni.
Questo carattere popolare forte del valore dell’autonomismo locale è sempre stato alla base della Lega veneta che, proprio dal consenso e dal potere assunto democraticamente negli enti locali, ha saputo costruire la sua egemonia, sino al dominio attuale del potere di Luca Zaia.
Intatti i valori di riferimento essenziali della democrazia parlamentare e costituzionali, come furono egregiamente dimostrati dalla netta scelta compiuta dalla Lega a favore del NO nel referendum contro la “deforma costituzionale” renziana. Non dimenticherò mai l’apporto straordinario che il presidente Ciambetti, con i più autorevoli esponenti leghisti delle sette province venete, assicurò al nostro comitato dei Popolari per il NO. Un accordo anche con i riformisti di sinistra che seppe garantire la netta vittoria del NO nel Veneto a quel voto referendario del 4 dicembre 2016.
Certo il passaggio dalla guida forza leghista a conduzione Galan della Regione a quella lega-forzista di Zaia è un momento politico amministrativo delicatissimo, cui tu da tempo dedichi la giusta attenzione. Il tempo degli “homini novis” che ebbero in gran dispitto quelli che, come molti di noi, erano stati e sono espressione della sempre più rivalutata Prima Repubblica. Homini novis, e pure qualche donna, czarina della prima ora, i quali procedettero alle purghe di tipo staliniano di cui fui personalmente vittima.
Credo, insomma, che tutti questi elementi andrebbero considerati, insieme a quelli più fortemente critici da te evidenziati, se sulla Lega veneta vogliamo svolgere una riflessione più
rigorosa, sia sul piano storico che su quello politico culturale.
Quanto al voto di Settembre e lo faccio non come previsione a futura memoria, ma come realistica costatazione di un dato effettuale, ciò che credo andrebbe evidenziato sia: da un lato, l’ennesimo reiterato tentativo lombardo messo in campo stavolta da Salvini, di stoppare il voto alla lista Zaia per impedirne il sorpasso su quella ufficiale della Lega, riconfermando l’antica volontà di supremazia lombarda su quella veneta. Una supremazia che, stavolta, rischia di mettere in gioco la stessa leadership di un partito non più padano, ma nazionale, tra “il Tecoppa meneghino” e la figura più moderata e istituzionale di Zaia. Dall’altra, la realtà di una competizione dov’è totalmente scomparsa la presenza di una forza organizzata dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Di ciò ho scritto nel saggio che presenterò a St Vincent, al convegno che si terrà il 9-10-11 Ottobre p.v. che ho titolato: DEMODISSEA, Il travaglio di “Don Chisciotte” nella lunga stagione della diaspora DC (1993-2020).
Ettore Bonalberti
Federazione Popolare DC
Venezia, 5 Settembre 2020
Referendum e conseguenze del voto
A poche settimane dal referendum sul taglio dei parlamentari si moltiplicano le prese di posizione a favore del SI e del NO. Un tema che ha diviso anche la vasta schiera dei costituzionalisti, la stragrande maggioranza dei quali ha espresso motivate ragioni di ordine costituzionale a sostegno del NO, mentre il prof Vittorio Onida, ex presidente della Consulta, si è caratterizzato come una voce fuori del coro con l’articolo pubblicato su Repubblica.
Quanto a me, come gli amici della Federazione Popolare DC, voterò NO condividendo le ragioni indicate con chiarezza dall’amico Follini nel suo articolo pubblicato sulla rivista “Formiche” (“Vi spiego i tre difetti del referendum”) e da autorevoli amici come D’Ubaldo, Davicino, Dellai su “Il domani d’Italia”.
Questa infelice verifica referendaria, com’è noto, rappresenta uno dei fiori all’occhiello della strategia del M5S, coerente con la loro idea di “democrazia diretta”, sostanzialmente sostituita nella prassi quotidiana di quel partito che, piattaforma Rousseau più o meno scevra da condizionamenti, resta eterodiretto dall’esterno, vuoi per il ruolo dominante del fondatore Beppe Grillo che da quello molto più pressante e costoso della Casaleggio e C. Di qui l’impegno del M5S a sostenere le ragioni del SI, con il leader di turno Di Maio che è giunto ad affermare: “ L’establishment è per il NO, gli italiani per il SI”. Il giovanotto di Pomigliano, assurto miracolosamente al ruolo di ministro degli esteri, sembra dimenticare che il M5S fa parte a pieno titolo della nuova dirigenza al governo, anche se, ahinoi, con molte incompetenze e contraddizioni.
E’ evidente che, se vincesse il SI, il M5S assumerebbe il risultato come la dimostrazione del valore della loro tesi suffragata dal consenso popolare. Sappiamo bene che, dopo la lunga narrazione populistica avviata dopo la fine della prima repubblica, con Berlusconi, Bossi sino a Renzi e al M5S, esista una netta propensione anti casta e anti politica pronta a sostenere le ragioni del SI. A tale condizione oggettiva si aggiunge l’ambigua e difficile posizione del PD diviso tra coloro che, come Bonaccini e Del Rio sono per il SI, coerentemente con la posizione che il partito in passato ha sempre avuto sul taglio dei parlamentari e con un occhio vigile sulla tenuta del governo, e quelli che, come Orfini e molti della base, sono schierati, invece, a favore del NO. Zingaretti, incerto sul da farsi, affida alla già convocata direzione nazionale il compito di sciogliere il nodo, chiedendo all’alleato di governo di rispettare gli accordi: il PD potrà votare SI solo se congiuntamente si approverà una nuova legge elettorale e la modifica dei regolamenti parlamentari.
Il voto settembrino, che riguarda alcune importanti realtà regionali e comunali, appesantito da quello referendario, rischia così di assumere connotazioni politiche rilevanti, tali da riversare i propri effetti sulla tenuta del governo Conte 2, tenendo anche conto della difficile situazione economica, sociale del Paese, squassato dalla crisi pandemica. Un autunno che si annuncia particolarmente caldo e dagli esiti sociali e politici imprevedibili.
Se tentassimo di valutare ciò che comporterà l’esito del voto, anche rispetto ai tempi e ai modi in cui stiamo faticosamente cercando di concorrere a ricomporre politicamente l’area cattolico democratica e cristiano sociale, mi sembra che si potrebbe concludere così:
a) una crisi di governo con elezioni anticipate è l’ultima delle situazioni per noi auspicabili avendo necessità di più tempo disponibile;
b) se vincesse il SI, sarebbe necessario por mano alla nuova legge elettorale e alla modifica dei collegi elettorali, posto che assai difficilmente potranno farsi tali approvazioni in parlamento prima del 20 settembre come richiesto da Zingaretti. Una spinta, dunque, al prolungamento della vita del governo.
c) Se vincesse il NO, difficile prevedere le conseguenze sul governo, dopo una sconfessione evidente della strategia istituzionale grillina. Una crisi possibile che potrebbe condurre o a un nuovo governo, magari guidato dalla seconda carica dello Stato con il compito di indire nuove elezioni, o direttamente a elezioni anticipate .
Se è vero che la tenuta del governo è molto legata alla scadenza e successiva elezione del Presidente della Repubblica, termine ultimo di garanzia per la sopravvivenza della maggioranza rosso verde, è altrettanto evidente che il nostro progetto è molto collegato al tipo di legge elettorale che alla fine, prima o dopo il voto settembrino, sarà scelto per le prossime elezioni politiche. Rimanesse l’attuale “rosatellum”, il nostro progetto sarebbe destinato al naufragio, con un bipolarismo forzato tra centro destra a dominanza salviniana e centro sinistra a dominanza PD e M5S, che finirebbe col dividere le già frammentate parti di area cattolico popolare. Come nella migliore tradizione sturziana e degasperiana noi possiamo costruire il soggetto politico nuovo di centro ispirato dai valori della dottrina sociale cristiana, solo se sarà adottata la legge elettorale proporzionale, meglio se “alla tedesca”, con preferenze e sbarramento al 4-5% e introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva. Una legge in grado di garantire, con il massimo di rappresentanza delle reali forze in campo, la stabilità di governo.
Ettore Bonalberti
Venezia, 26 Agosto 2020
E’ poco il tempo, usiamolo per l’unità
Le scelte autolesioniste del M5S nelle Marche e in Puglia fanno emergere una spaccatura nella maggioranza di governo che, se punita dal voto di Settembre, potrà avere conseguenze letali per il Conte 2. Non che si giunga necessariamente al voto anticipato, ma sicuramente a un governo a probabile guida della seconda carica dello Stato per preparare le elezioni nella primavera 2021.
Lasciando al PD e al M5S il compito di meditare sulle loro decisioni, è in casa nostra che dovremmo seriamente riflettere e accelerare il processo avviato con la Federazione Popolare DC di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale italiana. Un progetto che interessa anche agli amici raccolti attorno al “manifesto Zamagni”, ossia quelli di Rete Bianca, Costruire Insieme e Politica Insieme, con i quali sarà indispensabile trovare un’intesa politico programmatica unitaria.
Nel mio ultimo editoriale ho scritto: né col centrodestra né a sinistra, convinto che, prima delle alleanze, serve costruire l’unità al centro per costruire il soggetto politico nuovo in grado di superare il tripolarismo: Destra-M5S-PD, dimostratosi in grado produrre solo governi di necessità sostenuti dal trasformismo parlamentare. E’ evidente che il soggetto politico nuovo di centro potrà nascere solo se la legge elettorale, che alla fine sarà adottata per le prossime elezioni politiche, sarà di tipo proporzionale; meglio se “alla tedesca”, con sbarramento al 4-5% e introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva, col quale si garantiranno una rappresentanza reale delle forze in campo e, insieme, la stabilità dell’esecutivo. In caso di legge maggioritaria, invece, anche il vasto fiume carsico dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, sollecitato dall’esigenza di sopravvivenza dei pochi parlamentari uscenti, non potrà che dividersi tra quanti si accaseranno nella coalizione di centro destra a dominanza salviniana o in quelle di sinistra a dominanza PD o M5S.
Premessa per un confronto serio con le diverse anime a sostegno del manifesto Zamagni sarà la condivisione di una proposta di programma per l’Italia che, partendo dai problemi urgenti del post pandemia, sappia offrire risposte adeguate ai ceti medi produttivi e alle classi popolari, supportate dai principi della dottrina sociale cristiana: personalismo, solidarietà e sussidiarietà.
Non siamo riusciti anche questa volta a realizzare nelle diverse realtà regionali interessate al voto di Settembre i propositi che avevamo indicato nell’assemblea della Federazione del 2 Luglio scorso. Guai se, però, non fossimo in grado di rimuovere gli ostacoli, soprattutto di tipo personale dei soliti noti, che si sono dimostrati macigni fin qui insuperabili, e ci limitassimo a gridare agli ennesimi “tradimenti” come quelli alle politiche del 2018 e alle europee del 2019.
Dopo il voto del referendum sul taglio dei parlamentari, ultimo attacco al sistema della democrazia rappresentativa e parlamentare portato avanti dai fautori della cosiddetta illusoria “democrazia diretta” e dell’utopica “decrescita felice”, voto nel quale noi Popolari e DC voteremo NO, il parlamento, nel caso prevalesse il SI, sarebbe inevitabilmente impegnato,, alla modifica dei collegi elettorali e alla scelta della nuova legge elettorale.
Un tempo, mi auguro, sufficiente per permettere alla Federazione Popolare DC e alle componenti del Manifesto Zamagni di trovare l’ubi consistam, indispensabile per realizzare il progetto del soggetto politico nuovo di un centro popolare, democratico, popolare, liberale , riformista, europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano. Un centro nuovo inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla destra nazionalista e populista a dominanza salviniana e alla sinistra senza più identità. Il tempo davanti a noi è molto poco, ma guai se non lo utilizzassimo al meglio per la nostra unità.
Ettore Bonalberti
Venezia, 21 Agosto 2020
Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'articolo del Prof Giuseppe Pace sulla situazione scolastica del Veneto
A settembre in Veneto la scuola è peggio di prima senza scuole libere o con l’autonomia.
Prof. Giuseppe Pace V.Seg. Prov. Partito Pensionati Padova con delega al decentramento regionale per la scuola.
In Germania ed altri Paesi d’oltralpe, la scuola è regionalizzata da decenni e molti servizi pubblici vengono erogati con più elevata qualità dei nostri. Da noi, soprattutto non pochi docenti, non vogliono cambiare il servizio e la qualità della scuola statale e non capisco bene il movente. Se il loro timore fosse inerente la perdita o riduzione dell’imparzialità del docente regionalizzato, lo capirei e condividerei. Invece hanno paura del demonio del privato e preferiscono lo stato padronale, che li massifica, li sottopaga ma non ne controlla la qualità. A mio parere, ma anche di tanti miei connazionali e residenti in Veneto, la scuola bisogna affidarla alla libertà d’impresa, tipica dell’ambiente non collettivista, viceversa c’è lo statalismo padronale? Credo di si. E’ su questa base concettuale che bisogna iniziare o meno la regionalizzazione del sistema scolastico, non altro. Bisogna mettere in competizione sana le scuole e le università statali e libere. A queste seconde, bisogna dare dignità di essere sullo stesso piano di partenza. La Regione paghi le rette-in tutto o in parte a seconda del reddito e le capacità dei discenti- a chi si iscrive e riscrive non alle scuole di stato, ma alle scuole regionalizzate. Queste ultime se medie superiori devono costare molto di più dei circa 100 euro soltanto d’iscrizione. Chi controllerà le scuole libere? L’utenza. Le scuole libere non devono essere solo confessionali, come oggi in gran parte. Le Università libere devono garantire prestiti agli iscritti che lo chiedono, da restituire nei primi anni di lavoro, la Regione se ne fa garante con le banche. Sia pure con un margine d’approssimazione minimo, se dividiamo gli oltre 50 miliardi annui spesi dallo Stato per garantire la scuola a circa 8 milioni di studenti, ne risulta che ogni studente costa al contribuente italiano più di 6mila euro, pari a 500 euro mensili, tolto il periodo delle vacanze. Per la Regione è facile fare il conto di quanto può chiedere per il servizio che poi dovrà regolamentare a distanza, non da vicino come una sorta di nuovi feudi elettorali di personale scolastico (75 mila in Veneto, con stipendi regionalizzati dunque più elevati) ma lasciare libertà di gestione a genitori e studenti maggiorenni che controlleranno la libertà di scelta del docente, della presidenza con contratti brevi, del comitato di gestione (dove ci potranno essere, sia a livello provinciale che regionale, anche due prof. universitari di area umanistica e tecnico-scientifica in veste di osservatori delle presidenze e un Magistrato che garantisca la legalità). Nelle aule dei saperi, in Regione Veneto, a settembre, devono entrare 586 mila discenti e oltre 110 mila studenti iscritti nei 4 atenei veneti con prevalenza nella storica università di Padova che ha superato, da sola, i 70 mila iscritti. Il servizio scuola italiana costa più di 50 miliardi annui al contribuente tartassato dallo Stato, l’imposizione fiscale è oltre il 44%, e l’ attuale Governo, a me pare, esuberi di potere con i continui decreti del Premier e le minacce di carcerare chi non ottempera la prevenzione obbligata per la pandemia del ministro Speranza. Bisognerebbe ribadire sia a Conte dei 5Stelle che a Speranza, della Sinistra più a Sinistra del Pd, che la nostra Repubblica è basata su tre poteri: parlamentare, governativo e della Magistratura che applica le leggi e sanziona i cittadini disonesti, fossero anche parlamentari, premier e ministri. Uno studente costa allo Stato, fino alla maturità liceale, oltre 100 mila euro, nel Veneto con il 65% di scuole non statali fino a 6 anni, invece, lo Stato risparmia 500 milioni l’anno. La Ministro dell’Istruzione dice: “Vogliamo fare scuola anche fuori dalla scuola: portiamo gli studenti nei cinema, nei teatri, nei musei, facciamo in modo che respirino la cultura di cui hanno bisogno. Portiamo anche i più piccoli al parco quando il tempo lo consente a fare lezione”. E per farlo, ha detto la ministra, “è chiaro che abbiamo bisogno di più spazi”. Conte dice: ”vogliamo una scola più sicura, moderna e inclusiva”, parole di circostanza prive di contenuto reale. I media incensano i nostri peggiori politici e oscurano i migliori in nome del popolo sovrano che li ha delegati con il voto. Vogliamo leggere anche altri media superpartes e per il popolo reale e non solo i media chiaramente orientati sull’elettorato di centrosinistra. Gli oltre 50 miliardi spesi annualmente per aprire le aule a 8 milioni di studenti e a 800 mila docenti non bastano più per mantenere l’attuale sistema statale e statalista di uno Stato vassallo che tratta il cittadino ancora come un suddito imponendo una scuola pubblica ad oltre il 90% dei suoi sudditi pecoroni. Secondo i media nazionali servono altri miliardi fino al 4,5% del Pil come in altri paesi europei. Così scrivono valenti opinionisti dell’intellighenzia di moda corrente, ma nemmeno una parola per marcare le differenze di qualità dei diversi sistemi scolastici esistenti in Francia, Olanda, Svezia, Gran Bretagna e Germania. In nessun Paese c’è il primato, incontrato, di una scuola che vieta i diritti basilari degli studenti come il poter scegliere il docente disciplinare come si sceglie il medico generico della mutua o lo specialista. In Veneto la scuola dell’infanzia fino a 6 anni è per il 65% privata o libera (afferma l’animatrice dell’Associazione “Veneto Vivo”), quella obbligatoria e medie superiori era al 17% non statale, poi ridottasi a circa 10% con la crisi del 2008 e col covid19. Nel 2017 più di 2 milioni di veneti hanno deciso di dare il loro sì al referendum che la chiedeva. Nonostante questo, tutto appare ancora confuso e poco chiaro, dice anche “Veneto Vivo” che aggiunge: ”Ma cosa significa davvero l’autonomia? Cosa manca per attuarla? Perché desta così tanto dibattito”, direi soprattutto per la scuola? Le nuove disposizioni del Ministero dell’Istruzione sono riuscite a far rimanere tutti scontenti. A cominciare dai docenti, passando per i dirigenti scolastici, quinti il personale delle scuole, e per finire ai genitori. Sulla ripartenza delle lezioni, infatti, i conti non tornano e così anche nel prossimo anno scolastico la didattica a distanza sarà inevitabile, questo lo scrive come se fosse un male. E non pochi dei media secolarizzati, o indifferenti ai diritti degli studenti, gli danno man forte scrivendo: ”Difficile appare dunque il reperimento degli spazi per creare nuovi ambienti didattici, con gli enti comunali e le Province che dovranno fornire alle stesse istituzioni scolastiche altre strutture, come musei, parchi o addirittura ville all’aperto. Inoltre, se gli ambienti aumentano, occorrerà aumentare anche il numero dei docenti”. Un editoriale di Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera lancia un’idea controcorrente che la classe dirigente privata deve smettere di lamentarsi e assumersi le proprie responsabilità pubbliche. In pratica, auspica che una decina di grandi capitalisti italiani illuminati – la borghesia – si prenda la responsabilità di rilanciare il Paese dopo una crisi che dura dal 2008 da cui non si riesce a uscire. Nel discorso di de Bortoli è implicita una critica a quel capitalismo assistito italiano che, più che prendersi responsabilità, sa solo chiedere soldi allo Stato. Nello specifico afferma che questi 10 capitalisti, grandi borghesi, dovrebbero intervenire prioritariamente nell’istruzione che nel nostro Paese è carente. Dare semplicemente più soldi alla scuola e all’università, come si è sempre fatto sia pure con elemosina, nelle condizioni in cui sono non avrebbe effetti positivi. Andrebbero a vantaggio di persone che godono di rendite di posizione più o meno modeste e non sono disposte a cambiare nulla. Lo si è visto con il rifiuto delle innovazioni timidamente introdotte con la “Buona Scuola” qualche anno fa. Se si aumentano i finanziamenti alla scuola, i sindacati faranno di tutto perché siano semplicemente aumentati gli stipendi e stabilizzate le posizioni di quasi un milione di insegnanti in una struttura rigida e inefficace. Se si aumentano i fondi all’università, da una parte succederebbe lo stesso, dall’altra non ne beneficerebbe sostanzialmente nemmeno la ricerca la cui qualità non può migliorare con soli più soldi. Per non parlare del clientelismo e di un sistema di valutazione autoreferenziale e burocratizzato. De Bortoli fa una proposta sollecitando alla responsabilità sociale della grande impresa che nel lungo termine comporta vantaggi anche economici. Più di qualcuno teme che non si renda conto che sta chiedendo a un asino di andare al galoppo. La scuola ripartirà peggio di prima? Ci sono tutti i presupposti più la paura pandemica. In Veneto lo scorso anno scolastico qualcosa di più si è fatto: almeno il 10% degli studenti ha potuto recarsi a scuola e non tutti in vacanza come nelle altre regioni italiche. “Purtroppo non è stato possibile concedere a ragazzi e insegnanti di ritrovarsi in classe nemmeno per un giorno, a fine anno scolastico. Ma così si rischia di arrivare impreparati anche a settembre”. Su questi presupposti l’assessore regionale all’istruzione e alla formazione, ha convocato il tavolo regionale per progettare la ripartenza della scuola. Obiettivo del confronto, che ha coinvolto Ufficio scolastico regionale, Anci, Upi, organizzazioni sindacali, Associazione nazionale presidi, FormaVeneto, Associazione dei genitori delle scuole cattoliche, Assessorato regionale alla sanità e al sociale e Assessorato regionale ai trasporti, è la costituzione di un coordinamento operativo regionale che elabori “linee guida” per il rientro in classe a settembre dei circa 700 mila utenti di scuola e università, in 28 mila classi.
Né col centro destra né a sinistra
L’avvicinamento strategico di PD e M5S è stato oggetto di alcuni interessanti commenti politici ferragostani. Natale Forlani, con la sua rigorosa analisi socio politica, ha scritto un’interessante nota con cui si chiede se l’alleanza organica PD-M5S sia una naturale evoluzione o un progetto contro natura, considerate le molte contraddizioni che hanno attraversato e attraversano i due partiti. E’ seguita una nota ANSA della sen. Paola Binetti, UDC, inserita organicamente nell’area del centro destra, con la quale la senatrice romana prende atto che: “ Il mondo politico torna a strutturarsi in senso bipolare e l'appello all'unita' rilanciato ieri da Berlusconi al Centro-destra è la risposta concreta al bisogno di alleanza Pd-M5S, reso possibile dalla conferma della Piattaforma Rousseau.” Quella nota continua così: “ Nel Centro-Destra la sfida per l’unità richiama prepotentemente il bisogno di ricreare un asse più orientato al centro. E' necessario offrire al Paese una visione politica che abbia almeno queste tre dimensioni: liberale in economia, socialmente competente nell'arte del buon governo, laicamente cattolica nei valori che propone".
A questa affermazione della Binetti replica con grande lucidità Giancarlo Infante con la nota odierna pubblicata su www.politicainsieme.com : “ Liberiamoci della logica del “bipolarismo” e puntiamo su nuovi equilibri politici”.
Quanto indicato da Infante rientra a pieno titolo nel dibattito sin qui appena avviato anche nella Federazione Popolare dei DC, dove, alle posizioni di Cesa e della Binetti filo centro destra, sono presenti altre idee, come quelle che da tempo vado sostenendo, che partono dalla premessa dell’esigenza di ricercare l’unità tra i sottoscrittori del patto federativo e di quanti si ritrovano sulle posizioni del “manifesto Zamagni”. Senza o contro l’unità delle componenti che si richiamano alla cultura politica cattolico democratica e cristiano sociale, non può nascere, infatti, un “soggetto politico nuovo” connotato come: democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e della Meloni, e alla sinistra senza più identità.
Un centro che potrà e dovrà nascere se, come ci auguriamo, dopo il voto settembrino delle regionali e quello referendario, si potrà scegliere una legge elettorale proporzionale, che è la conditio sine qua non per superare il bipolarismo forzato e muscolare che ci portiamo dietro dall’infausto referendum Segni del 1991.
Un centro che potrà nascere, altresì, non solo in linea con le questioni aperte a livello internazionale esposte da Infante, dal Mediterraneo al quadro più generale europeo e occidentale, ma se sarà capace di indicare soluzioni di politica economica all’altezza delle due grandi questioni presenti nella realtà italiana: quella del divario Nord-Sud, che si esprime nelle cosiddette questioni: meridionale e settentrionale, e quella, non meno complessa, generazionale, con tutte le implicazioni di carattere economico, sociale, previdenziale che questa comporta. Né l’equilibrio forzato del governo giallo-verde, né quello in atto giallo-rosso, seppur rafforzato dall’annunciato patto strategico PD-M5S, tutto da verificare, sono le soluzioni politiche e istituzionali in grado di affrontare i temi suddetti.
Serve il ritorno in campo della migliore cultura cattolico democratica e cristiano sociale ispirata dalle ultime encicliche sociali di Papa Benedetto XVI e Papa Francesco; un ritorno che reclama come non più rinviabile l’unità dei due tentativi di ricomposizione politica organizzativa più importanti, quello della Federazione Popolare DC e degli amici di Rete Bianca, Politica Insieme e Costruire Insieme, con le molte associazioni, movimenti e gruppi di area cattolica che essi sono riusciti sin qui ad associare. Dividerci adesso, come auspica la Binetti, tra sostenitori del centro-destra o, come fanno altri, di questa sinistra, sarebbe non solo sbagliato politicamente, ma un autentico suicidio politico.
Mi auguro che a Ottobre, a St Vincent, con l’amico Rotondi di questo progetto se ne possa discutere con tutti gli attori interessati.
Ettore Bonalberti
Venezia, 17 agosto 2020
Oltre il “particulare” dei soliti noti
La difficile strada della ricomposizione dell’area politica cattolico democratica e cristiano sociale, devastata dalla lunga stagione suicida della diaspora (1993-2020), è resa ancor più complicata dalle prossime scelte elettorali regionali e locali.
Succede a ogni scadenza di voto. Fu così nel 2018 (elezioni politiche) e nel 2019 (elezioni europee): dopo tanti seminari, incontri, documenti sottoscritti, giunti alla formazione delle liste hanno sempre finito col prevalere gli interessi e le ambizioni di pochi, alcuni dei quali prenotati da sempre alla salvaguardia del personale “particulare”, rispetto al progetto più generale dell’unità politica dell’area cattolica e popolare.
Dimentichi degli insegnamenti degasperiani, morotei e fanfaniani, abbiamo dato priorità alle formule di alleanza rispetto alla ricerca dell’unità sul programma, scontata la condivisione sui valori di riferimento essenziali.
E tale prevalente scelta di schieramento sui contenuti si sta replicando, non solo nella diversa valutazione sostenuta da alcuni esponenti della Federazione popolare DC e tra quelli raccolti attorno al “manifesto Zamagni”, ma, nel caso della Federazione Popolare, anche all’interno di essa.
Tali divaricazioni discendono in larga parte dai condizionamenti esercitati dalle diverse leggi elettorali regionali, le quali, quasi tutte prescrivono pesanti impegni di raccolta delle firme a liste non collegate con partiti o gruppi consiliari uscenti, accanto a quelli più generali di orientamento aperto alla sinistra o alla destra. Questi ultimi, sono derivazioni antiche, collegate anche a quella che fu la divisione scaturita nella DC del dopo Moro, all’interno della sinistra sociale e politica tra preambolisti e anti preambolisti. Una divisione dura a morire, anche in una fase storico politica come l’attuale, dove il permanere di essa appare del tutto anacronistica e insensata.
Fermo restando l’esigenza di rendere più espliciti oggi i concetti di destra e di sinistra, tema altre volte da me affrontato, per il quale suggerirei di assumere come attuale nella sua permanente validità la concezione espressa da Norberto Bobbio (“ i partiti di sinistra si distinguono di solito dai partiti di destra e dai partiti conservatori proprio perché vogliono trasformare la società. I conservatori sono quelli che vogliono conservare quello che c'è: i partiti di sinistra vogliono trasformare. Per trasformare bisogna farlo in base a principi, in base a degli ideali che giustifichino la trasformazione: bisogna giustificare la trasformazione. La differenza fra il conservatore e il riformatore è che il conservatore non ha bisogno di giustificare la conservazione, invece colui che vuole riformare la società deve giustificare, deve giustificare perché la vuole; e non può giustificarlo se non ricorrendo a dei grandi principi: e questo è Giustizia e Libertà”) credo che, per quanto più direttamente ci riguarda, sarebbe molto utile rifarci, come altre volte suggerito, a ciò che la Federazione popolare dei DC ha scritto nel patto federativo, e a quanto è contenuto nel “manifesto Zamagni”, cui si rifanno i movimenti di “Rete bianca”, “ Politica Insieme “ e “ Costruire Insieme”.
Una lettura non ideologica, ossia socialmente condizionata, dei due documenti, mostra l’esistenza maggioritaria di elementi condivisi e unificanti rispetto a quelli contrastanti e divisivi . Ho tentato, sin qui senza riscontri efficaci, di proporre come elemento unificante progettuale quello della costruzione di un soggetto politico nuovo di centro, ampio, plurale, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e meloniana, e alla sinistra senza più identità. E’ evidente che per condividere tale obiettivo è indispensabile redigere una proposta di programma politico ed economico sociale per il Paese, sostenuto dai principi fondanti della dottrina sociale cristiana: personalismo, solidarismo e sussidiarietà.
Ecco perché per approfondire questi due temi, da diverso tempo sollecito un incontro tra i dirigenti della Federazione popolare DC e degli amici raccolti attorno al “Manifesto Zamagni”; un incontro da tenersi entro il mese di Agosto-Settembre, che serva a superare gli ultimi ostacoli ancora esistenti, frutto, nella maggior parte dei casi, del prevalere di quei comportamenti di alcuni, “soliti noti,” più interessati al proprio “particulare” che al progetto più generale di ricomposizione del centro politico nuovo, di cui l’Italia ha assoluta necessità.
Ettore Bonalberti
Venezia, 10 Agosto 2020
Ritorno al progetto della macroregione triveneta
Alla vigilia del voto regionale di Settembre un tema di confronto serio con la Lega veneta e il Presidente Zaia è quello dell’autonomia regionale, su cui partito della Lega e governatore si sono molto impegnati sino a promuovere e largamente a vincere il referendum popolare del 22 Ottobre 2017. Dopo quella data, e pur alla presenza di un governo a forte partecipazione leghista come quello giallo-verde, nessun passo avanti è stato compiuto e Luca Zaia, in costante crescita di consenso nei sondaggi, sul tema sembra molto isolato anche nella Lega. Cambiata, infatti, la pelle del partito che, dall’impostazione padana originaria di Bossi, con una forte crescita di consenso, Salvini l’ha connotata sempre più come quella di un partito nazionale a tutto tondo, temi come la “secessione del Nord” o quelli dell’ ”autonomia differenziata” sembrano scomparsi dal vocabolario ufficiale leghista.
Dopo i ripetuti conflitti istituzionali emersi durante la crisi della pandemia, nella quale tutti i limiti e le contraddizioni delle modifiche costituzionali al Titolo V sono esplosi nella congerie di competenze esclusive e concorrenti tra Stato e Regioni, si è riaperto il dibattito sull’autonomia regionale. Un tema ripreso autorevolmente dal Presidente Mattarella nel recente incontro con i presidenti delle regioni italiane, durante quale il Capo dello Stato ha confermato essere “l’autonomia delle Regioni il fondamento della democrazia”.
Da democratico cristiano e popolare con l’amico Domenico Menorello e l’assistenza autorevole dell’avv. Ivone Cacciavillani, negli anni scorsi avevamo proposto la tesi della macroregione triveneta come soluzione al caso dell’autonomia veneta e per il superamento del differenziale non più tollerabile di competenze, risorse e funzioni, tra le regioni del Nord-Est già facenti parte della gloriosa Repubblica Serenissima. Quel progetto del Triveneto o macroregione del Nord-Est, gli amici della Federazione Popolare dei DC intendono ripresentarlo come uno dei temi su cui orientare la strategia politica regionale per i prossimi cinque anni. Un ruolo essenziale competerà alla Lega che, in questa fase storico-politica, guida con la Regione, larga parte delle realtà comunali venete, parti fondamentali per l’esercizio dell’art 132 della Costituzione che è lo strumento a suo tempo indicato per raggiungere l’obiettivo dell’autonomia della macroregione triveneta o del Nord-Est. Scrivevo il 16 Febbraio 2019 una nota che ripropongo dato che, credo, mantenga una sua attualità: L’introduzione delle “materie concorrenti” tra Stato e Regioni, ha dato vita a una serie infinita di contenziosi, mentre permane la situazione non più sostenibile delle differenze esistenti tra Regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario, che, vanamente, almeno sin qui, noi popolari veneti abbiamo tentato di superare. Se alcune tra le regioni trainanti dello sviluppo italiano: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sono giunte a proporre la via d’uscita, prevista in Costituzione, di un’autonomia differenziata, è perché l’attuale assetto istituzionale del nostro Paese non regge più, aggravato dalla condizione complessiva di anomia politico istituzionale ed economico sociale in cui versa l’Italia. Credo si debba partire da quest’oggettiva constatazione di crisi del nostro sistema istituzionale, resa ancor più difficile dalla situazione critica all’interno dell’Unione europea e nei nuovi assetti e rapporti internazionali; questi ultimi in continua modificazione nell’età della globalizzazione.
Ricordo al riguardo che, nel Febbraio 1997, sono usciti per la collana "il nocciolo" di Laterza, due saggi sull'Europa, che meritano la nostra attenzione. Il primo, in ristampa dopo la prima edizione del 1996, di Piero Bassetti ("L'Italia si é rotta? Un federalismo per l'Europa" ) ed il secondo, in prima edizione 1997, di Ralf Dahrendorf ("Perché l'Europa? Riflessioni di un europeista scettico") che affrontavano, da due diverse prospettive, il tema dell'Europa
Bassetti é, per quelli della mia generazione, il non dimenticato paladino del regionalismo degli anni '70, il primo Presidente della giunta regionale della Lombardia, il sommo teorico italiano del “glocalismo” (presidente della fondazione Globus et Locus). Ralf Dahrendorf, di origine tedesca, essendo nato ad Amburgo, è stato sino al 1983, il direttore della prestigiosa London School of economics, ed è stato membro della Camera dei Lords inglese e già Commissario inglese dell'Unione europea. E’ morto a Colonia il 17 Giugno 2009. Essi rappresentano, tuttora, due voci autorevoli di una stessa generazione di uomini politici e di cultura, le quali esprimono due diverse concezioni dell'Europa e del federalismo, dopo sessant’anni dalla nascita della CEE . Il primo, kennedianamente un "ottimista senza illusioni", preoccupato della pericolosissima china cui é giunta l'Italia collassata nella sua struttura statuale ed al limite del rischio della secessione, ritiene che: " se il Paese si rompe sotto la pressione europea, usiamo proprio la colla europea per aggiustarlo e farcelo entrare politicamente unito". Per Bassetti, insomma, la difesa dell'Unità nazionale ed il superamento del rischio secessione può solo avvenire attraverso la Costituzione europea. Ma andare in Europa uniti per Bassetti "non vuol necessariamente dire volere cavare dall'Europa una sola cosa da fare, noi, tutti insieme secondo il classico approccio da governo centrale. Andare nell'Europa pluralista con un'Italia pluralista vuol dire poter chiedere cose diverse alle diverse realtà del Paese facendolo però insieme e con una visione di insieme".
E' netta in Bassetti l'idea del
superamento della concezione dello Stato nazionale così come ereditata dal
Risorgimento e, dunque, la consapevolezza che "una nuova politica di Unità nazionale dovrà essere costruita non
attorno a una rivendicazione di indipendenza e separazione dagli altri Stati
europei come all'epoca del Risorgimento, ma, al contrario, deve essere tesa a
inserire in Europa gli interessi globali del nostro Paese, partendo dalle sue
differenze e articolazioni, nel tentativo di far giocare tali differenze come
un surplus geopolitico che l'Europa ha in passato sempre mostrato di
apprezzare." Sfiducia totale nella tradizionale concezione dello Stato
nazionale così come concretamente si é realizzato in Italia, e totale adesione
all'idea di un'Europa delle Regioni in cui il collante fondamentale dovrebbe
essere costituito dal "sistema delle imprese". Superamento della
vecchia idea del Principe-Stato e centralità dell'impresa "la quale non rappresenta più solo l'unità elementare di
produzione, ma é anche il principale motore dell'innovazione". Non
più, dunque, un sistema fondato
sull'alleanza tra Stati e superamento del centro come momento unificante dei
particolarismi, quanto la realizzazione di un sistema a rete tra realtà
regionali dell'Europa, istituzionali e d'impresa, che realizzano un nuovo patto
federativo per il prossimo secolo, quale unico vero antidoto possibile contro i
rischi non effimeri di disintegrazione socio politica del nostro Paese. Questo
tema è stato ripreso con la stessa determinazione e nuovi accenti da Piero
Bassetti, grazie a un articolo pubblicato su “ Il Foglio”, Mercoledì 13
Febbraio a firma di Maurizio Crippa, intitolato: “Il Risorgimento. Parte due”. Da esso emerge come il voto del 4 marzo 2018 abbia rivelato l’esistenza di due Italie
difficilmente riconducibili e interpretabili da una cultura unitaria e
condivisa e da una gestione dello stato di tipo centralizzato. La mancata unità
nazionale su basi federaliste secondo la concezione di Carlo Cattaneo con
l’alleanza tra borghesia del Nord , monarchia sabauda ed esercito, ha fatto
nascere uno Stato, ma non ha risolto il problema lucidamente posto da Massimo
D’Azeglio: “fatta l’Italia, facciamo gli italiani”. Di qui l’espressione di
Bassetti della fine del primo risorgimento, proponendo una seria riflessione
sulle riforme istituzionali possibili e compatibili e la riproposizione di una lettura del caso Italia secondo la stessa idea del prof Miglio :
macroregioni e selezione di una nuova classe dirigente dal basso, partendo
dalle realtà locali, considerando insufficiente e inadeguata la stessa
soluzione dell’autonomia differenziata richiesta dalle tre regioni del Nord
(Lombardia, Veneto, Emilia e Romagna) che è
alla firma del governo.
Totalmente diversa la posizione espressa da Ralf Dahrendorf, che in quel saggio si autodefinì "un europeista scettico" e che nello stesso espose, sostanzialmente assai bene, la posizione prevalente degli inglesi, già allora, in materia di costruzione europea. Teorico inflessibile dello Stato nazionale da lui ampiamente difeso contro le ricorrenti utopie dei federalismi regionali (v. il suo bel saggio su Micromega ,n.5/94,pagg.61-73) per Lord Dahrendorf: "la peggiore delle prospettive é la cosiddetta Europa delle regioni, in cui unità sub nazionali omogenee, e quindi intolleranti, si uniscono con una formazione sovrannazionale retorica e debole. Contro una prospettiva del genere , lo Stato nazionale eterogeneo é l'unico bastione".
Ne risulta una concezione totalmente opposta a quella di Bassetti, che si basa su un'idea pessimistica delle realtà territoriali regionali portatrici, nella visione di Dahrendorf, di intrinseci rischi di frantumazione degli Stati, unici garanti delle regole di libertà per i cittadini. Insomma per Dahrendorf il binomio"società e democrazia" è più importante di "Europa e democrazia", mentre non manca il timore, così diffuso in molta parte della cultura anglosassone ed europea, espresso dal seguente interrogativo: "non può essere forse che in bocca tedesca "Europa" sia in realtà la parola in codice per il nuovo nazionalismo tedesco?".
Tutto il suo saggio é permeato
da approfondite riflessioni in ordine ai rischi, se non addirittura
all'inutilità, di considerare l'Unione monetaria che, come dibattito sull’euro,
é oggi al centro del dibattito politico, economico e finanziario in molti Paesi europei, Italia in testa, come il tema
essenziale per la costruzione europea. Per Dahrendorf non solo tale questione
non serve a risolvere i grandi problemi storico-politici presenti all'attualità
dell'Europa di oggi, ma, probabilmente potrebbe contribuire a ritardarne
addirittura la soluzione, riducendosi alla costruzione di un mero
"francomarco" a netta egemonia tedesca. Una profezia che si è in
larga parte auto adempiuta. Insomma per Dahrendorf non vale la pena di morire
per Maastricht, mentre più saggio sarebbe puntare alla costruzione di una più
stretta unione delle nazioni europee, "partendo
dall'Unione europea così come esiste realmente nella sua attuale articolazione
di Stati nazionali." Ridotte così al "nocciolo" le tesi dei
due autori alla fine del secolo scorso,
credo siano tuttora di grande interesse nell'attuale dibattito apertosi in
Italia e nell'Unione europea.
Qualche anno dopo la pubblicazione di quel saggio (1997), nel 2014, l’allora primo ministro francese, Manuel Valls, propose di "ridurre della metà il numero delle regioni" entro il 2017 e di sopprimere i consigli dipartimentali (province) "entro il 2021".Le Regioni francesi sarebbero passate dalle attuali 22 a 12, con un risparmio di spesa annuo previsto tra i 12 e i 15 miliardi di €: una robustissima riduzione di spesa pubblica. Quello stesso anno Beppe Grillo, il leader del M5S, il 7 Marzo sul suo blog definiva l’Italia: "un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme" e per questo insisteva sull’urgenza di dividere il territorio nazionale in macroregioni.
Quella iniziata nel 1861, scriveva Grillo, è “una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati (?) dello Stato. Quale Stato? La parola ‘Stato’ di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti”. E se domani, proseguiva il post, “i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all’interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant’anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore di pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all’estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche”. Secondo Grillo per fare funzionare l’Italia, che “non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti”, “è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera, dell’autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d’Aosta e dell’Alto Adige alla Francia e all’Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene”.
Considerazioni cui replicò
Matteo Salvini così: “Non vorrei
che essendo in difficoltà, Grillo inseguisse la Lega”. Ma se da lui non ci
saranno “solo parole” fra M5S e Carroccio “sarà una battaglia comune”.
“Se è coerente – disse Salvini – Grillo sosterrà subito il referendum per
l’indipendenza del Veneto e
quando in Lombardia chiederemo
lo statuto speciale ci sosterrà”. Per questo Salvini si aspettava che “non
rimanessero solo parole, perché a parole i grillini erano contro l’immigrazione clandestina e
poi hanno votato contro il reato, a parole erano contro l’euro poi è rimasta
solo la Lega: se non saranno solo
parole sarà una battaglia comune – concludeva – perché è certo che se mettiamo
insieme le forze da questo punto di vista non ce n’è per nessuno”.
Parole profetiche pronunciate
dai due leader quattro anni prima del “contratto di governo” giallo verde,
anche se, oggi, continuavo in quel mio articolo, giunti alla vigilia della firma degli accordi
sottoscritti dalla ministra Stefani con i tre governatori di Lombardia, Veneto
ed Emilia Romagna, i grillini si stanno tirando indietro, preoccupati di
offrire all’alleato-competitor di governo, Salvini, un vantaggio sicuro
rispetto alla prossima scadenza elettorale per il rinnovo del parlamento
europeo. Ho citato queste idee di Grillo e di Salvini datate 2014, per
evidenziare come i temi dell’autonomia regionale possano assumere nel tempo
forme e declinazioni diverse, così come l’abbiamo sperimentato anche noi
popolari veneti che, dalla fine del 2015, abbiamo avviato una grande campagna
per la nascita della macroregione del Nord Est o del Triveneto, secondo le vie
previste dalla Costituzione. Sostenitori
della tesi del prof Miglio, da anni, infatti, proponiamo in Italia il passaggio dalle
attuali 20 regioni a 5- 6 macroregioni.
Proprio alla fine del 2015 e per tutto il 2016 e 2017, con molti autorevoli amici veneti, abbiamo condiviso l’idea della macroregione del Nord-Est, convinti che: “esiste, ed è costituzionalmente previsto, un meccanismo, mai esplorato, per arrivare alla macroregione “speciale” triveneta, con Trentino e Friuli Venezia Giulia, omogenee per cultura, storia, caratteristiche economiche e tessuto sociale, a costo “zero” per lo Stato. Attraverso, cioè, l’applicazione dell’art. 132, comma 1, della Costituzione, ovvero promuovendo la richiesta di fusione delle tre regioni venete da parte di tanti consigli comunali quanti rappresentino 1/3 della popolazione complessiva (circa metà del Veneto), si determinerebbe la convocazione di un referendum, che, se avesse esito positivo obbligherebbe le camere a discutere una legge costituzionale di accorpamento del Triveneto.
Fondere due regioni speciali con una ordinaria comporterà necessariamente la creazione di una macroregione speciale, in cui vi sarà una diversa modulazione, anche mantenendole invariate, delle attuali risorse dello Stato per il medesimo territorio, altresì potendo l’itero triveneto beneficiare della autonomia fiscale ora riconosciuta solo a TTAA e FVA. Inoltre, sul piano strategico una macroregione del nordest, cuore e crocevia degli assi nord/sud ed est/ovest dell’Europa, appare uno straordinario strumento di attrazione di investimenti, nonché di interlocuzione autorevole con le istituzioni italiane ed europee a immediato beneficio della crescita dell’intero territorio. La proposta potrebbe nascere da alcuni Sindaci di importanti città venete, sotto l’egida di autorevoli riferimenti veneti nel mondo del diritto, delle professioni, dell’economia, della cultura, dell’editoria.
Quella nostra indicazione, ahimè, non fu raccolta dalle forze politiche presenti nel Consiglio regionale del Veneto e cadde tra i “ wishful thinkings” (pensieri vaghi) impotenti e insoddisfatti. Peccato, perché sarebbero bastati i pronunciamenti dei consigli comunali dei sette comuni capoluoghi del Veneto per far scattare quel referendum. La Lega e il Presidente Zaia, con la maggioranza del consiglio regionale veneto, hanno deciso diversamente, proponendo la strada di un referendum consultivo che ha ottenuto il via libera dalla Corte Costituzionale. La forte partecipazione al referendum svoltosi il 22 Ottobre 2017 e un voto pressoché plebiscitario a sostegno di una maggiore autonomia della nostra Regione, sono state le precondizioni politiche, nel Veneto e in Lombardia, per aprire un confronto con il governo centrale non più rinviabile. 50 miliardi di fondi versati da Lombardia e Veneto al governo centrale, sottratti dall’imposizione fiscale dei lombardo-veneti sono una cifra enorme non più sostenibile. L’Emilia e Romagna senza referendum optò da subito per l’apertura di una trattativa diretta col governo, sulla base di una proposta di accordo votata all’unanimità dal consiglio regionale emiliano. Resta il fatto che nessun passo avanti è stato compiuto dall’esito referendario e dell’autonomia veneta se ne parla solo nel documento che Zaia giustamente chiede di sottoscrivere ai partiti che intendono sostenerne la candidatura per il terzo mandato.
Va assicurato che, noi DC e Popolari veneti, non intendiamo sottrarci ai doveri della solidarietà a favore delle regioni italiane meno fortunate, ma onestamente non si possono più accettare gli sprechi e il malgoverno di realtà istituzionali come quelle che reggono la sanità campana o laziale e lo sfregio a ogni logica elementare di buona amministrazione cui è stata condotta la Regione Sicilia. Da molto tempo sosteniamo, con l’insegnamento del compianto prof. Miglio, l’idea di un’Italia federale organizzata sulla base di cinque o sei macroregioni, ma, ahimè, sin qui le nostre sono state inutili “grida nel deserto”, in un Paese centralista che non si rende conto, così com’è attualmente organizzato, di essere destinato al fallimento.
La nostra proposta non intendeva e non chiede di ridurre il grado di autonomia conquistato dalle consorelle realtà regionali friulane e trentino-altoatesine, ma, semmai, di aumentare quello ora garantito al Veneto come regione a statuto ordinario. E lo facciamo indicando in Venezia e nella migliore tradizione storico politica della Repubblica Serenissima, il punto di riferimento centrale della nostra proposta. Nessuna velleità scissionistica, ma il riconoscimento di una specifica autonomia nel quadro di ciò che prevede la nostra Costituzione repubblicana.
Che esista una questione settentrionale, lo ha ben descritto l’amico Achille Colombo Clerici in un suo recente saggio, che ripropone quanto da lui esposto in una conferenza tenuta a Zurigo all’Istituto svizzero per i rapporti culturali ed economici con l’Italia nel giugno 2008.In estrema sintesi Colombo Clerici fa presente quanto segue: Se la questione meridionale italiana da quasi un secolo è al centro del dibattito storiografico e politico nel nostro Paese, scarsa attenzione viene data alla questione lombarda che si inserisce, più in generale, nella questione settentrionale, il cui confine è tracciato dal perimetro delle cosiddette regioni a residuo fiscale negativo: cioè di quelle regioni che allo Stato danno in tasse più di quanto ricevono in servizi.
Si
delinea un'area geografica comprendente le regioni del Nord, un'area entro la
quale si riscontra una certa omogeneità storico cultural-sociale ed economica.
Anche se dobbiamo dire che, grazie a Milano, la Lombardia è la Regione che più
assomiglia a uno stato autonomo, nel quale esiste in modo inequivocabile un
vero riconoscibile polo di potere socio-economico-amministrativo a reggerne la
vita. La questione settentrionale
potrebbe oggi, per grandi linee, affacciarsi nei termini problematici del
compito e della responsabilità, maturati sul piano storico, delle Regioni del
Nord di tenere agganciato il Paese al mondo internazionale, mentre le risorse
per consentire questo compito non sono per niente definite. Anzi, non se ne parla nemmeno. L’assistenzialismo
centralistico verso le regioni del Sud ha dato luogo a ingenti trasferimenti
finanziari alle famiglie senza la contestuale creazione di nuovi posti di lavoro.
Si è in tal modo sviluppato un modello di società dei consumi senza una
corrispondente produzione.
Lo Stato Italiano
ha sottratto ingenti risorse finanziarie agli investimenti in infrastrutture di
servizio, tanto al Nord, quanto al Sud; dove peraltro gli investimenti
realizzati non hanno dato i risultati ipotizzati.
La soluzione? Alcuni sostengono un’idea più avanzata sul piano del “federalismo”, soprattutto in campo fiscale; altri più sfumatamente parlano di “regionalismo”, in aderenza sostanzialmente all’idea di una maggiore autonomia dell’ente locale. Ma poi inevitabilmente nelle risposte degli uni e degli altri emergono tutte le tematiche del dibattito generale: dai principi di interdipendenza, di sussidiarietà, di solidarietà, al policentrismo ed al cosmopolitismo. Il tutto inquadrato in un sistema che sia in grado di conciliare le esigenze di autogoverno–partecipazione locale, con la salvaguardia del principio di unità-solidarietà nazionale. Temi da declinare oggi con la disponibilità di risorse consistenti messe a disposizione dell’Unione europea all’Italia per la crisi post pandemica.
La strada da noi indicata della macroregione triveneta è nelle mani di chi governerà il Veneto nella prossima legislatura regionale e nella maggioranza della popolazione rappresentata nei comuni veneti. Vogliamo tentare di percorrerla insieme?
Ettore Bonalberti
Comitato provvisorio Federazione Popolare dei DC
Venezia, 6 Agosto 2020
La questione morale, quali rimedi?
Ottimo l’articolo di Giorgio Merlo sul “ritorno della questione morale” scritto sulla rivista www.ildomaniditalia.eu . Nel merito proporrei alcune idee: attuare finalmente per tutti i partiti l’art. 49 della Costituzione e selezionare la classe dirigente “ con metodo democratico” sulla base dell’accettazione da parte degli interessati di due codici etici essenziali. Il primo, l’epitaffio pronunciato da Pericle dopo i primi morti della guerra del Peloponneso, citati da Tucidide che riporto:
"Noi abbiamo una forma di governo che non guarda con invidia le costituzioni dei vicini, e non solo non imitiamo altri, ma anzi siamo noi stessi di esempio a qualcuno. Quanto al nome, essa è chiamata democrazia, poichè è amministrata non già per il bene di poche persone, bensì di una cerchia più vasta: di fronte alle leggi, però, tutti, nelle private controversie, godono di uguale trattamento; e secondo la considerazione di cui uno gode, poichè in qualche campo si distingue, non tanto per il suo partito, quanto per il suo merito viene preferito nelle cariche pubbliche; nè, d'altra parte, la povertà, se uno è in grado di fare qualcosa di utile alla città, gli è di impedimento per l'oscura sua posizione sociale.
Come in piena libertà viviamo nella vita pubblica così in quel vicendevole sorvegliarsi che si verifica nelle azioni di ogni giorno, noi non ci sentiamo urtati se uno si comporta a suo gradimento, nè gli infliggiamo con il nostro corruccio una molestia che, se non è un castigo vero e proprio, è pur sempre qualche cosa di poco gradito.
Noi che serenamente trattiamo i nostri affari privati, quando si tratta degli interessi pubblici abbiamo un'incredibile paura di scendere nell'illegalità: siamo obbedienti a quanti si succedono al governo, ossequienti alle leggi e tra esse in modo speciale a quelle che sono a tutela di chi subisce ingiustizia e a quelle che, pur non trovandosi scritte in alcuna tavola, portano per universale consenso il disonore a chi non le rispetta."........
(TUCIDIDE:"La guerra del Peloponneso")
(Dal discorso funebre di Pericle per la celebrazione dei primi caduti della guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta- fatto in Atene durante i primi anni della guerra (431-429 a.C.)
Il secondo, molto più vicino a noi, e scritto con la chiarezza e semplicità disarmanti di don Luigi Sturzo, che definirei: il “decalogo sturziano del buon politico”, che recita così:
- essere sincero e onesto;
– promettere poco e realizzare molto;
– se ami molto il denaro non fare il politico;
– non andare contro la legge per un presunto vantaggio politico;
– non circondarti di adulatori, fanno male all’anima ed eccitano la vanità;
– se pensi di essere indispensabile, farai molti errori;
– spesso il no è più utile del si;
– occorre avere pazienza e non disperare mai;
– i tuoi collaboratori al governo siano degli amici mai dei favoriti;
– ascolta le donne che fanno politica, sono più sagge degli uomini;
– è una buona abitudine fare ogni sera l’esame di coscienza.
Assumiamo questi codici etico culturali e costruiamo partendo da essi il programma dei cattolici democratici e dei cristiano sociali del 2000.
Ettore Bonalberti
1 Agosto 2020
RICORDO DI DINO DE POLI
Dino De Poli ci ha lasciati e con lui scompare una delle figure più importanti della DC trevigiana e veneta. Leader della corrente di Base, fin dalla fine degni anni’60 ho potuto godere dei suoi insegnamenti culturali e politici. Ammiratori entrambi di Gianni Brera, era per me piacevole seguire Dino che scriveva sull’agenzia basista RADAR, edizione veneta, con lo stile del grande giornalista pavese, introducendo per la politica neologismi espressione della sua grande cultura umanistica e delle genti venete. Nei suoi interventi nel comitato regionale della DC mi colpivano i costanti riferimenti di natura etica e della migliore cultura della tradizione cattolico democratica. I toni che egli usava, anche nei dibattiti più accesi, erano sempre accompagnati da una piacevole e convincente ironia, che non trascendeva mai oltre i limiti della pur franca dialettica politica.
A Treviso, nella DC, rappresentò il capofila di un’autentica scuola che produsse alcune delle più autorevoli figure, come quella di Carlo Bernini, futuro presidente della Regione Veneto e di Piero Pignata che assunse la guida del Movimento giovanile della DC.
Ci fu una lunga stagione di democratica alternativa della sinistra DC ai dorotei, anche qui temperata nei toni, che Dino sintetizzò nella celebre frase: “ Sior Toni ( Bisaglia) paron, a nu le pene a ti al capon”, cui seguì l’ultima di aperta collaborazione, che portò alla presidenza della regione del suo ex allievo Bernini.
Anche dopo la fine politica della DC ( 1993), assunto in quegli anni il ruolo che svolse con estrema capacità della Presidenza di Cassa Marca, Dino De Poli mi offrì sempre generosamente i suoi preziosi suggerimenti, mantenendo ben distinta la sua nuova funzione dalla quale derivarono tante iniziative preziose sul piano culturale e degli interventi ambientali che, grazie alla sua sensibilità, potemmo avviare anche in campo forestale e ambientale.
Treviso e il Veneto con la scomparsa di Dino De Poli perdono una delle ultime figure della grande storia democratico cristiana; una storia che era il risultato di una combinazione di interessi e valori di un blocco sociale che è stato alla base della rinascita di una Regione da terra di emigrazione a terra di sviluppo e di relazione aperta al mondo. Un mondo nel quale De Poli volle soprattutto evidenziare con dovizia il ruolo svolto dall’umanesimo latino.
Caro Dino, mi mancheranno i tuoi consigli ora che il Signore ti ha chiamato a sé. Adesso troverai in Paradiso gli amici di un tempo: Marcora, Donat Cattin, Bisaglia, Degan, Tina Anselmi, Marino Corder, Bepi Marton, Toni Marta e i veneziani: Gagliardi ( indimenticabile il tuo discorso funebre sulla bara dell’amico vittima di un drammatico incidente stradale) e Zanini, con i quali continuerai a discutere con la compostezza e l’ironia di un tempo di cose più preziose. Grazie per il tuo insegnamento e per i valori che mi hai indicato, tra i quali l’orgoglio di essere un democratico cristiano.
ETTORE BONALBERTI
22 Luglio 2020
Il dialogo è aperto
Ringrazio l’amico Giancarlo Infante per l’attenzione prestata al mio articolo: “ Alla ricerca del centro perduto” e alla rivista “ Il domani d’Italia” che ci permette di sviluppare un dialogo tra le diverse componenti dell’area politica cattolico popolare.
E’ vero che non possiedo molte informazioni sugli sviluppi nei e tra i diversi gruppi che si ritrovano attorno alle linee indicate nel “manifesto Zamagni”, anche se del gruppo “Costruire Insieme” sono stato uno dei soci fondatori e con “ Rete bianca” mantengo ottimi rapporti consolidati da un’antica amicizia con Giorgio Merlo e una positiva interlocuzione con Lucio D’Ubaldo. Mi era sembrato che l’idea di ritrovarsi in un luogo comune di appartenenza identificato come “parte bianca” fosse uno degli obiettivi di questi amici. Apprendo ora da Infante che si sta lavorando “all’organizzazione di un’Assemblea costituente cui parteciperà gente nuova” confortati dalla circostanza che, anche se “ ci manca un leader”, “ crediamo in una leadership allargata”.
Il punto di difficoltà nei rapporti con la Federazione Popolare dei DC , secondo Infante, sarebbe nell’impegno annunciato di andare “ verso le elezioni regionali pensando a liste che finiranno per schierarsi in alcune regioni nel centrodestra” o in altre a sinistra. Scottati dalle precedenti esperienze fallimentari delle politiche del 2018 e delle europee del 2019, per il prevalere dei particolarismi dei soliti noti, non nascondo che anche in questa tornata elettorale regionale non manchino le difficoltà, tanto sono complicate le traduzioni di accordi assunti nella Federazione al vaglio delle realtà concrete territoriali, condizionate non solo dalle diverse leggi elettorali regionali, ma dalle cristallizzate casematte delle diverse esperienze di appartenenza.
Ottimo l’augurio di Infante secondo cui: “La vera “federazione” che abbiamo in mente di realizzare è quella della ricostruzione nella società del raccordo con e tra le tante espressioni vitali del tessuto civile, imprenditoriale, del mondo del lavoro, di chi lavora nel digitale e nel campo della formazione scolastica e universitaria. Realtà oggi comunque operanti, ma in completa disconnessione con le forze che compongono l’attuale quadro politico. Non ci si può presentare al loro cospetto con accordi precostituiti e con metodi definitivamente seppelliti nel corso del crepuscolo di precedenti esperienze vissute in politica dai cattolici.”
Ho appena terminato di scrivere il mio ultimo saggio: “ Sarò sempre democristiano- Il travaglio di “ Don Chisciotte” nella lunga stagione della diaspora DC ( 1993-2020)”, nel quale descrivo le tante iniziative assunte nei ventisette anni della diaspora suicida e, se gli amici del “manifesto Zamagni” compissero il miracolo annunciato da Infante non potrei che esserne soddisfatto. Mi si consenta, però, di essere un po’ più scettico visti i precedenti e, come lo sono per le prossime esperienze elettorali regionali, altrettanto lo sono per l’idea di un’assemblea costituente capace di superare miracolosamente quanto sin qui è disgregato e che un tempo costituiva il blocco sociale e culturale a sostegno della DC.
Credo che, come ho scritto nella mia “ Lettera agli amici del manifesto Zamagni” del Gennaio scorso, sarebbe opportuno facessimo nostro il messaggio inviato da Papa Francesco al cardinale Peter K.A. Turkson: “ Dialogare è difficile, bisogna essere pronti a dare e anche a ricevere, a non partire dal presupposto che l’altro sbaglia ma, a partire dalle nostre differenze, cercare, senza negoziare, il bene di tutti e, trovato infine un accordo, mantenerlo fermamente”-
In quella lettera oltre a evidenziare le ragioni convergenti tra le due più importanti, se non esclusive, iniziative politiche in atto, ho cercato di offrire alcune indicazioni programmatiche dalle quali si potrebbe partire se vogliamo presentare una proposta al Paese, in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo, ispirato ai valori della Dottrina sociale cristiana.
Credo, inoltre, che quella lettera (che mi permetto di rinviare agli amici di Politica Insieme), possa costituire un’opportunità di dialogo e di confronto positivo libero da condizionamenti ideologici basati su apriorismi socialmente e culturalmente condizionati.
Infine, a Infante, vorrei fraternamente suggerire che nessuno di noi intende porsi come i riciclati buoni per tutte le ore e comune è la volontà di consegnare il testimone della nostra migliore tradizione politica a una nuova classe dirigente. Un rischio da evitare è quello che corriamo quando abbiamo la presunzione di rappresentare “ l’usato sicuro di garanzia”, oppure quando, da consumati arnesi della prima repubblica, pretendiamo di porci come “ il nuovo che avanza”. Un po’ più di umiltà e di tolleranza sia sempre alla base dei nostri rapporti e, se “il Domani d’Italia” vorrà porsi come strumento per questo dialogo, mi auguro che altri, più autorevoli amici, intervengano accomunati tutti dall’obiettivo di concorrere insieme alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale di cui il Paese avrebbe grande necessità.
Ettore Bonalberti
Comitato provvisorio Federazione Popolare dei DC
Venezia, 20 Luglio 2020
Alla ricerca del centro perduto
Aveva iniziato Berlusconi nel Novembre scorso, quando annunciò l’avvio dell’esperimento di “ Altra Italia”, una federazione di forze moderate e centriste. Il progetto era ed è strettamente collegato al tipo di legge elettorale con cui, alla fine, si andrà a votare alle prossime elezioni politiche. La scelta compiuta in quei mesi dell’azzeramento dei coordinatori di Forza Italia, provocò la scissione di Giovanni Toti e le ire di Mara Carfagna, e la fibrillazione costante e progressiva dei gruppi parlamentari e in periferia di quel partito.
Si era così avviato un processo di ricomposizione dell’area centrale al quale anche noi “ DC non pentiti” siamo da molto tempo interessati, tanto da esserci battuti per ricomporre i diversi partiti, associazioni, movimenti e gruppi nella Federazione Popolare dei DC, costituita con atto notarile nello stesso mese di Novembre 2019. Nella recente assemblea della Federazione tenutasi il 2 Luglio, si è unanimemente concordato sia il nome e il simbolo della Federazione, sia di presentarci con liste unitarie alle elezioni regionali e comunali di Settembre, con lo scudo crociato e il nome di “Unione Democratici Cristiani”.
In parallelo i gruppi de la “ Rete bianca”, “Costruire Insieme” e “Politica Insieme”, che avevano condiviso “il manifesto Zamagni”, sono interessati a dar vita a la “Parte bianca” . Trattasi di due progetti, il nostro e il loro, che contengono molti elementi in comune, non solo per il riferimento alle medesime radici politico culturali di ispirazione popolare e democratico cristiana e alla netta alternatività alla deriva nazionalista sovranista e antieuropea del duo Salvini-Meloni, ma dalla volontà di attuare integralmente la Costituzione repubblicana e di adottare politiche economico e sociali ispirate dalla dottrina sociale cristiana. Un tema quest’ultimo divenuto tanto più decisivo dopo che il governo giallo-rosso sta portando all’approvazione finale il progetto di legge Zan-Scalfarotto sul contrasto all’”omotransfobia”, contro cui l’opposizione del mondo cattolico è intransigente e totale.
Il gap, tuttavia, tra le aspirazioni etico culturali e politiche dell’area cattolica, unita nella difesa dei “valori non negoziabili”, e la concreta realtà organizzativa della stessa, tuttora in preda alle conseguenze della suicida diaspora democratico cristiana( 1994-2020), rende palese la condizione di assoluta minoranza dei cattolici in un Paese dominato dalla cultura ispirata dai principi del relativismo etico, e di irrilevanza sul piano politico istituzionale. Una condizione che, non vigesse la “maledizione di Moro”, pronunciata dal leader pugliese dal carcere delle BR sui suoi successori, accompagnata, ahimè, dalle molte stupidità di noi indegni suoi eredi, dovrebbe immediatamente impegnarci nella ricomposizione politica di un’area di centro laica, democratica, popolare, liberale, riformista, europeista, inserita a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, unita nell’attuazione piena della Carta costituzionale.
Non sarà, infatti, Di Maio con la sua annunciata volontà di “fare il partito dei moderati” , ossia il progetto di una svolta politica netta rispetto all'anno scorso, quando volava in Francia per incontrare i leader dei gilet gialli in compagnia di Alessandro Di Battista. Un’esperienza politica, quella di Di Maio e del M5S, sorta dalla cultura grillina del “vaffa…”, che non può essere quella su cui può nascere un centro politico credibile a livello nazionale ed europeo. Una sede quest’ultima dove sono ben presenti le grandi culture: popolare, socialista e liberale, che furono alla base della fondazione dell’Unione Europea.
L’Italia ha bisogno di ritrovare un partito di ispirazione cristiana impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni delle ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica, che rappresentano la risposta più approfondita e avanzata ai grandi problemi della globalizzazione. Ecco perché rivolgo un nuovo pressante appello agli amici della “parte bianca” affinché si compia un passo importante nella direzione dell’unità con la Federazione Popolare dei DC, premessa indispensabile per dar vita, prima delle prossime elezioni politiche, al soggetto politico nuovo con cui presentarci INSIEME alla scadenza elettorale.
Ettore Bonalberti
Comitato provvisorio Federazione Popolare dei DC
Venezia, 16 Luglio 2020
Con lo sguardo in avanti
“ Io continuo a pensare che abbia ragione Zingaretti”, scrive l’amico Giorgio Merlo su Il Domani d’Italia, con accenti che sembrano più quelli di un membro di quel partito che di un “osservatore partecipante”. Uscito con gli amici ex popolari dal PD, soprattutto a seguito della sbandata della leadership renziana, Giorgio Merlo ha concorso alla nascita de “ la Rete Bianca” che, con gli amici di Costruire Insieme e Politica Insieme, si ritrova attorno alle indicazioni politico-culturali del “ manifesto Zamagni”.
Trattasi di un progetto che ha suscitato grande interesse non solo al sottoscritto, ma anche a molti amici che partecipano al progetto della Federazione popolare dei DC.
Sono più volte intervenuto evidenziando come tra le indicazioni del nostro patto federativo e quelle del “ manifesto Zamagni” non ci siano differenze strategiche incompatibili, non sottacendo il peso di quella pregiudiziale assai ben reiterata, soprattutto negli interventi dell’On Dellai, di “un partito di centro che guarda a sinistra”. Una pregiudiziale che si vorrebbe far risalire a una dichiarazione resa da De Gasperi, con riferimento alla DC, in un contesto incomparabilmente diverso da quello che stiamo vivendo oggi.
Da parte nostra, come Federazione popolare dei DC, abbiamo nettamente e unitariamente condiviso la scelta per un nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da ricondurre ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e alla sinistra radicale e senza identità.
Passi avanti sulla strada di una possibile ricomposizione, prima di tutto al centro, tra noi della Federazione Popolare dei DC e gli amici della cosiddetta “parte bianca”, almeno sino ad oggi, non mi sembrano che se ne siano compiuti di significativi.
Anche la nota di Merlo sembra ancora sintonizzata verso il PD che, se non è più il proprio partito, appare come l’interlocutore privilegiato se non esclusivo del suo ( e debbo ritenere anche degli amici di “rete bianca”) interesse politico.
Cerchiamo, dunque, di valutare come stiano esattamente le cose allo stato degli atti.
Esiste una maggioranza di governo giallo rossa, frutto dell’emergenza seguita alla crisi salviniana del Papeete (agosto 2019), ossia di una coalizione di altrettanta necessità di governo, quella giallo-verde, risultante dal voto del 4 Marzo 2018 che non aveva indicato una maggioranza autonoma vincente.
In tal modo si è perpetuata una situazione parlamentare in cui, come nell’intera seconda repubblica, domina un trasformismo politico parlamentare mai visto prima, nemmeno ai tempi di De Pretis e di Giolitti. Una transumanza permanente di deputati e senatori, in gran parte “nominati” dai capi di partiti, molti dei quali senza storia e cultura politica, quando non addirittura etero guidati da una società commerciale srl come il M5S, il partito premiato dal voto maggioritario relativo dei votanti nel 2018.
Come ha ben evidenziato Giorgio Merlo, trattasi di una maggioranza “anomala e innaturale” quella tra PD e M5S, nella quale, tra l’altro, farebbe parte a mezzo servizio e più con la funzione di sabotatore seriale, il partito dello scasso e dell’incasso di Matteo Renzi.
Qui cari amici della “rete bianca” non si tratta di un’alleanza nella quale il M5S, preoccupato soprattutto di non squagliarsi, litiga sulle cose da fare al governo e non intende concorrere a consolidarsi sul territorio, ma di un ircocervo di partiti e partitini che, come nel caso del prossimo voto in Puglia, finiscono tafazzianamente di concorrere al loro suicidio politico.
In Puglia stiamo assistendo, infatti, al “capolavoro” de “ il Bomba” che, pur di fare del male al presidente PD Emiliano, presenta niente di meno che il candidato Ivan Scalfarotto, uno degli esponenti più autorevoli di quella cultura alternativa ai valori non negoziabili dei cattolici ai quali Renzi e la Boschi, in molte occasioni, hanno pure assicurato di fare riferimento.
Unico risultato concreto sarà quello di aprire un’autostrada al centro destra e al mio caro amico Raffaele Fitto, che avrà così modo di rivalersi delle sconfitte patite nella sua amata terra pugliese.
Chiedo a voi amici della “rete bianca” se, perseguendo questa pregiudiziale a favore di “un centro che guarda a sinistra” finite col dover accettare questa condizione permanente di ricatto tra le necessità dell’emergenza e quello più indigesto del partito renziano, non sarebbe ora di ripensare globalmente la vostra strategia?
Noi della Federazione popolare dei DC intendiamo collegarci al PPE, voi della “rete bianca”, che vi considerate eredi della tradizione popolare dei cattolici democratici, potete restare ancorati a un PD che, nella migliore delle ipotesi vi riporterebbe in seno al PSE a livello europeo, e, intanto, al costante ricatto renziano sino a giungere all’offerta di quello stravagante coniglio magico, estratto all’ultima ora del candidato Scalfarotto catapultato sconsideratamente nella terra di Aldo Moro?
Ritengo che meglio, molto meglio sarebbe costruire insieme un grande centro politico con riferimento alla migliore tradizione dei cattolici democratici e dei cristiano sociali, nettamente distinto e distante dalla destra nazionalista e populista e dalla sinistra senza più identità, direttamente collegato al PPE, disponibili tutti a collaborare sia in campo nazionale e locale con quanti sono interessati a un grande progetto riformatore: l’attuazione completa della carta costituzionale. E non si potrebbe sperimentare questa iniziativa proprio partendo dalle prossime elezioni regionali e locali assumendo tutti, finalmente, uno sguardo volto in avanti?
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it )
Venezia, 25 Giugno 2020
Adelante amigos, con juicio !
Ho seguito con interesse il dibattito svoltosi ieri in streaming tra gli amici D’Ubaldo e Follini sul tema: “Ci manca la DC? “. L’impressione ricevuta è quella di un disincanto che, in Follini sfocia in una sorta di pessimismo dissolvente, sino all’idea che nulla può essere compiuto da questa generazione ex DC, appesantita dai tanti errori commessi, i più importanti dei quali sono stati:
a) il non aver saputo adempiere il disegno moroteo del compimento della democrazia in Italia, ossia la garanzia dell’alternanza col superamento della conventio ad excludendum verso il PCI;
b) il peccato originale del debito pubblico che, partito negli anni’80, certo con la complicità di molti, ebbe nella DC uno dei responsabili più diretti.
Di qui l’idea che solo da una rinascita dal basso, dalle diverse realtà territoriali di una nuova classe dirigente potrà esserci una rinascita. Più ottimistica la visione di Lucio D’Ubaldo il quale, analizzate le ragioni del fallimento dell’esperienza da entrambi vissuta nel PD, soprattutto a causa del “populismo di potere o di governo” renziano, durante la segreteria del giovane fiorentino, ritiene che si potrebbe avviare un nuovo percorso a partire dai rinnovi delle prossime elezioni nelle grandi città, come quelle di Roma, purché si tratti, ha ricordato D’Ubaldo, di una rinascita di “ un partito dalle robuste radici sociali, dotato di un forte senso delle istituzioni”; un partito in grado di intercettare e inverare nella politica le grandi novità espresse dagli orientamenti della dottrina sociale cristiana di Papa Francesco.
Diverso anche il giudizio sul caso del presidente del consiglio Conte che, per Follini, non si potrà mai considerare un campione della rinascita del pensiero cattolico democratico. Un politico che è stato capace di passare senza indugi da un’alleanza con la Lega a quella del PD con estrema disinvoltura, ha sostenuto Follini, è incomparabilmente diverso della storia della DC che, per passare dall’alleanza con i liberali a quella di centro sinistra col PSI, ci mise dieci anni. Più possibilista D’Ubaldo che riconosce all’avvocato fiorentino la formazione cattolico sociale, alla quale, però, andrebbe associata anche una capacità innovativa e di forte discontinuità, ricordando l’intuizione degasperiana all’atto della fondazione della DC in casa Falck, con Malvestiti e gli amici neoguelfi lombardi, dove anziché perpetuare il vecchio PPI decisero la costruzione del nuovo partito.
In entrambi, infine, e nemmeno malcelata o sotto traccia, permane l’irrisolta polemica verso quella scelta del “preambolo che, nel Febbraio 1980 mise fine al disegno moroteo della “solidarietà nazionale”. Con Sandro Fontana e Emerenzio Barbieri, ho avuto l’onore di essere accanto a Carlo Donat Cattin la mattina del 16 Febbraio di quell’anno, quando sul vecchio altare sconsacrato del convento della Minerva a Roma, il leader di Forze Nuove scrisse il testo del preambolo. Il documento che determinò il cambiamento strategico di quel Congresso e permise di riannodare i fili del rapporto con i socialisti della linea craxiana, risultata vincente in quel partito. Sono passati quarant’anni e il giudizio sul “preambolo” divide tuttora gli storici e soprattutto i cattolici impegnati in politica. Secondo quella sinistra democristiana che si richiamava alla corrente di “Base”(De Mita, Galloni, Martinazzoli) fu l’inizio del via alla presidenza Craxi con tutte le conseguenze negative che portarono alla liquidazione della prima Repubblica. Al contrario, per la sinistra sociale della DC, ossia la nostra di Forze Nuove, come per Forlani e Piccoli, fu la fine di quella “solidarietà nazionale” che rischiava di rendere subalterno il partito dei cattolici alla “egemonia gramsciana” ed alla forza organizzativa e alla macchina elettorale dei comunisti.
A me pare che continuare a perpetuare quella divisione non faciliti alcun progetto di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Ha ragione Guido Bodrato, secondo la citazione dell’amico Merlo, secondo cui: la “Dc era come un vetro infrangibile. Quando si è rotto è andato in mille frantumi e, pertanto, non è più ricomponibile”. Una difficoltà di ricomposizione che è resa ancor più complicata dalla vasta e complessa realtà politico sociale e culturale cattolica, dove, secondo l’infausta regola aurea italica: “ tutti vorrebbero coordinare, ma nessuno vuol essere coordinato”. Nel saggio che ho appena concluso sul travaglio politico del cattolicesimo italiano, approfondisco le ragioni di queste difficoltà, tanto sul piano della situazione interna alla Chiesa e alla CEI, quanto nell’insieme delle realtà sociali e politico culturali di quel grande fiume carsico dell’area cattolica. A Follini e a D’Ubaldo, come agli altri amici che a diverso titolo si ritrovano sulle indicazioni strategiche del “manifesto Zamagni” e intendono costruite la cosiddetta “parte bianca”, ricordo quanto ebbi modo di scrivere loro nel Gennaio di quest’anno: “Vorrei che facessimo nostro il messaggio inviato da Papa Francesco al cardinale Peter K.A. Turkson: “ Dialogare è difficile, bisogna essere pronti a dare e anche a ricevere, a non partire dal presupposto che l’altro sbaglia ma, a partire dalle nostre differenze, cercare, senza negoziare, il bene di tutti e, trovato infine un accordo, mantenerlo fermamente”-
Ho letto attentamente il nostro patto federativo e il manifesto Zamagni e sono convinto che non esistano motivi di scontro o di contrapposizione tra di noi. Proveniamo tutti dalla stessa esperienza politico della DC storica, nella quale il momento di divisione e più serio scontro fu quello che divise i “ preambolisti” dell’accordo con i socialisti, come noi di Forze Nuove, e gli anti preambolisti, per il confronto e l’alleanza con il PCI, dell’area ZAC. Una divisione che si è protratta oltre la fine politica della DC (1994) e che, temo, permanga in qualcuno di noi.
Non esistono più le condizioni al tempo del preambolo ed è netta la scelta fatta anche dalla Federazione Popolare dei DC di “alternativa alla deriva nazionalista e populista a dominanza salvinian-meloniana”. A me sembra che sia questo il presupposto strategico che ci può unire, ma, aggiungo, che, con il sistema elettorale proporzionale, che sembra e/o speriamo sarà adottato, sia del tutto fuori luogo discutere sulle alleanze, prima ancora di esserci confrontati sui contenuti di un possibile programma di governo per il partito dei cattolici democratici e cristiano sociali. Prima, allora, impegniamoci alla costruzione del partito che non potrà che essere un partito di centro, democratico, popolare, riformista, europeista, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla deriva nazionalista di destra, poi, e solo dopo, concordato il programma, affronteremo il tema delle alleanze che, data la premessa strategica condivisa, si svilupperà con le forze riformatrici che intendono con noi attuare la principale delle riforme: la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione”. Adelante, dunque, amigos, con juicio!
Ettore Bonalberti
Comitato provvisorio Federazione Popolare dei DC
Venezia, 11 Giugno 2020
Crisi sociale e crisi di sistema
In soli due mesi di pandemia: + 300.000 disoccupati e + 750.000 inattivi, persone cioè che non cercano nemmeno più un’occupazione e, tra poco, ci sarà il via libera ai licenziamenti per ora bloccati. Dalla crisi sanitaria ci infiliamo in una crisi sociale dai caratteri simili a quella del secondo dopoguerra. Già nel Giugno dell’anno scorso avevo scritto di questo tema che, con la pandemia non ancora conclusa, si sta terribilmente aggravando. Quando sarà finita l’emergenza, infatti, i governi di tutto il mondo dovranno affrontare il tema drammatico del disagio sociale. Un disagio tanto più grave in Italia che, accanto ai fenomeni di natura sociale ed economica, dovrà affrontare anche quelli di ordine istituzionale. Dopo il potere legislativo e quello esecutivo, con quanto è accaduto nel CSM e nella magistratura, siamo alla crisi di sistema.
Il Legislativo vive la condizione malferma di un parlamento espressione di una metà dell’elettorato e risultato di una legge elettorale incapace di garantire una maggioranza stabile di governo. L’esecutivo, come quello sorto dopo il voto del 4 Marzo 2018, figlio della situazione di cui sopra, sostanzialmente era l’espressione di un “contratto necessitato”, che ha comportato l’avvio di un’alleanza di tipo trasformistico tra due partiti, M5S e Lega, portatori di interessi e di valori diversi e per molti aspetti alternativi. Un’alleanza andata in crisi nell’agosto scorso, sostituita da quella rosso-verde M5S-PD-LeU-ItaliaViva, anch’essa espressione di una condizione politica di emergenza e di necessità.
Lo sfascio che sta vivendo il CSM, infine, è il segnale drammatico di una crisi della giustizia con la quale appare in tutta la sua evidenza, la crisi di sistema dell’Italia. Si aggiunga (risultato delle politiche maldestre del governo giallo verde) il più forte isolamento internazionale patito dall’Italia nell’Europa, della cui Unione il nostro Paese è socio fondatore, per una politica estera ondivaga tra le rituali ubbidienze alle tradizionali alleanze occidentali e le pericolose aperture leghiste verso la Russia di Putin e pentastellate verso la Cina di Xi Jinping. Un isolamento che, solo con le nomine successive, dopo le elezioni europee, alla presidenza del Parlamento europeo di Sassoli e nella Commissione UE di Gentiloni e la paziente azione svolta dal premier Conte, si è potuto superare in Europa.
Anche sul fronte degli enti locali, dopo l’infausto riforma del Titolo V° della Costituzione, si vive con forti e diverse preoccupazioni l’irrisolto tema della maggiore autonomia delle regioni del Nord e dell’eterna questione meridionale. Continua la crisi strutturale dei bilanci di molti comuni italiani, la confusa situazione della chiusura-non chiusura delle province con tutti i problemi di attribuzione delle competenze tra le stesse province, i comuni capoluogo e le città metropolitane nate, sin qui, solo sulla carta . Una situazione di difficoltà e di crisi evidenziatasi ancor di più nella complessa gestione sanitaria della pandemia, con la confusione derivata dalle competenze esclusive e concorrenti tra Stato e Regioni. Ha sopperito sin qui la volontà di collaborazione che, tanto i responsabili dei governi regionali che la presidenza del Consiglio hanno saputo mettere in campo, pur con qualche distinguo e voglia di protagonismo, soprattutto per taluni, in funzione pre elettorale.
Se osserviamo anche la condizione della società civile, utilizzando la mia teoria euristica dei quattro stati: la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non stato, ciò che emerge è il prevalere di una condizione di anomia morale, culturale, sociale, economica e finanziaria, caratterizzata dal prevalere di una scarsissima solidarietà di tipo meccanico funzionale, dal venir meno delle comunità, da una diffusa condizione di frustrazione premessa di possibili fenomeni di rivolta sociale, sin qui sotto traccia.
Al dramma sanitario vissuto dal Paese, si aggiungono le prospettive per alcuni versi ancora più ampie delle ricadute economiche e sociali. Il disagio sociale è caratterizzato da un’accentuazione sia delle diseguaglianze territoriali, che quelle tra i cittadini con l’ulteriore erosione del ceto medio e la divaricazione più severa tra ricchi e poveri. Il disagio sociale rischia contemporaneamente di ampliare il bacino di reclutamento della criminalità e di accentuare le spinte separatiste delle aree più sviluppate del Paese. Parimenti si stanno rafforzando le tendenze di forte contestazione alle politiche comunitarie, fino a un potenziale allontanamento dall’Unione europea, alimentate da culture sovraniste che, proprio nel dramma della pandemia, hanno rivelato la loro sostanziale inconsistenza e incompetenza di fronte a fenomeni globali che reclamano soluzioni di forte cooperazione internazionale. Se non si riprende il terzo stato produttivo già provato prima del Covid19 e adesso totalmente in ginocchio, la crisi rischia di diventare irreversibile.
Quali sono oggi gli interessi e i valori prevalenti? Interessi “particulari”, innanzi tutto, e “bene comune” ridotto a un oggetto misterioso per lo più dimenticato. Sul piano dei valori sono più diffusi quelli di natura egoistica, di esclusione e di chiusura alla comprensione e all’ascolto. Di qui la riduzione della politica a slogans di immediata e facile comprensione, con la comunicazione prevalente e diffusa dei social media e la politica ridotta a tweet e a scambi spesso irripetibili su facebook e instagram. La pandemia ha fatto, tuttavia, riscoprire valori di solidarietà e comunità di straordinario impatto sociale. Immediata la reazione di segno contrario quella emersa dalla manifestazione della destra e dei “pappalardini” del 2 Giugno a Roma.
Col venir meno dei riferimenti politico culturali tradizionali, quelli che sono stati alla base della nascita della Repubblica e del patto costituzionale, nell’attuale deserto delle culture politiche, lo strumento essenziale per offrire la soluzione storico politica all’ esigenza dell’equilibrio tra interessi e valori, ossia al ruolo proprio della politica, risulta inesistente e/o incapace di dare risposte, si ricorre a sporadici e occasionali mezzucci, più in linea con le tecniche di propaganda che con soluzioni e proposte di ampio respiro e di lungo periodo.
In questa condizione di crisi di sistema, la maggioranza giallo rossa al governo, ahimè, con la crisi della sinistra e l’assenza di un centro democratico, popolare e liberale credibile, sembra non avere alternative concrete; salvo quella di un’alleanza di estrema destra, tra Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia con la Lega, a netta dominanza salviniana. Una maggioranza quest’ultima che, se prevalesse, darebbe, dopo settant’anni di vita della Repubblica, la guida del Paese alla destra estrema e porterebbe al più grave isolamento dell’Italia in Europa.
Per uscire da questa grave crisi di sistema servirebbe un profondo mutamento spirituale e culturale, prima ancora che politico e organizzativo, senza il quale, temo, sarebbe impossibile affrontare le tre questioni essenziali del caso italiano:
a) la questione antropologica, che attiene ai valori fondamentali della vita:
b) la questione ambientale, su cui si gioca il destino dell’umanità e del pianeta Terra;
c) la questione del nostro stare insieme nell’Unione europea, collegato al tema della sovranità monetaria e della sovranità popolare da cui dipendono tutte le altre riforme per garantire lavoro, pace e sicurezza al nostro Paese e alla quale sono strettamente connesse tutte le gravi conseguenze economiche e sociali post pandemiche.
Quanto al primo tema si tratta di testimoniare e tradurre sul piano istituzionale le indicazioni della dottrina sociale cristiana: dall’”Humanae Vitae” di San Papa Paolo VI a quelle di Papa Francesco. Quanto al tema ambientale, si tratta di impegnarci a tradurre sul piano politico istituzionale quanto indicato da Papa Francesco nella sua straordinaria enciclica “ Laudato Si”. Insomma serve rimettere in campo la cultura del popolarismo, unica in grado di offrire risposte convincenti ispirate dai valori della solidarietà e della sussidiarietà nell’età della globalizzazione.
Sul terzo tema, come vado scrivendo da molto tempo, si tratta di ripristinare la legge bancaria del 1936: tornare al controllo pubblico di Banca d’Italia e, nell’Unione europea, della BCE e reintrodurre la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. I provvedimenti suddetti sono necessari per una ripresa di sovranità monetaria e popolare, pur nel rispetto dei limiti consentiti dalla nostra appartenenza all’UE e sarebbero in linea con la migliore tradizione della DC in materia di politica bancaria e finanziaria da essa sostenuta con Guido Carli, sino all’infausto decreto Barucci-Amato del 1992, che determinò il superamento della legge bancaria del 1936.
Il sottosegretario al ministero del Tesoro e finanze, On Alessio Villarosa, che ben conosce questi temi, potrebbe/dovrebbe farsi carico urgentemente di queste indicazioni, trascinando il M5S dalla fase delle proteste a quello delle proposte di riforma reali per il bene del Paese. Senza questa riforma di struttura finanziaria, anche “il Piano di rinascita” annunciato ieri dal premier Conte rischia, altrimenti, di tradursi nell’ennesimo libro dei sogni.
Ettore Bonalberti
4 Giugno 2020
Una legge regionale scandalosa
Tutti pensavamo che la pandemia ci avrebbe insegnato qualcosa e, invece, quelli della “casta” ancora una volta sono tornati all’antico, oltrepassando il segno della decenza. Il consiglio regionale della Calabria, su proposta del consigliere UDC, Giuseppe Graziano, sottoscritta da tutti i capigruppo dei partiti presenti in quel consesso, ha approvato in novanta secondi netti, all’unanimità, una legge che “aggiusta” quella del vitalizio semplicemente cambiandole il nome. Non si tratta più di “vitalizio”, ma di “pensione”. La precedente legge stabiliva che per avere diritto al vitalizio necessitavano cinque anni di servizio e sessant’anni per ottenere quel “diritto”. Con l’”aggiustatina” introdotta, tutti i partiti e tutti i consiglieri regionali presenti hanno deciso, con una velocità più forte di quella della luce, che anche i consiglieri più sfortunati che non riuscissero a completare i cinque anni del mandato a causa di un accidente legale, annullamento dell’elezione dal Tar o per qualunque altra causa, come quella di una cattiva congiuntura politica (legislatura sciolta anticipatamente o, peggio, una sciagura giudiziaria, compreso il caso di un arresto improvviso) potranno godere di quel “diritto”- privilegio.
Insomma mentre tutto il Paese, e la Calabria in particolare, stanno soffrendo le pene di una pandemia che riduce molta parte dei “diversamente tutelati” alla fame e alla disoccupazione, quelli della “casta” si muovono senza ritegno a consolidare i loro privilegi. E pensare che un carissimo amico ci aveva parlato della signora Santelli come di una brava persona degna di ogni considerazione. Mi chiedo: come ha potuto tacere la guida del governo calabrese e di fatto a condividere questa iniziativa assunta da un consigliere UDC, il quale ha deciso di assumere in prima persona questa immonda iniziativa, immediatamente sostenuta da tutti i capigruppo dei partiti presenti in Consiglio regionale?
Patetico poi il tentativo dell’ex candidato del centro sinistra alla presidenza di giunta, Callipo, di giustificarsi ex post, sostenendo che non aveva ben compreso cosa gli avessero fatto firmare. Se si osserva il video su youtube di quella seduta tragicomica, al fianco del presidente che invita il primo firmatario, Graziano, a illustrare il provvedimento, quest’ultimo risponde con un lapidario: “ la norma si illustra da sé”. Una signora alla destra del presidente sorride maliziosa e soddisfatta di come stanno procedendo le cose, senza alcuna voce critica di dissenso. Quando si tratta di votare un proprio privilegio ( “ non si sa mai”), il particulare guicciardiniano prevale sempre sull’ideale del “bene comune”.
E che dire di un UDC, erede del partito di Sturzo e di De Gasperi, che pubblicamente dimostra di operare esattamente al contrario dell’insegnamento di quei nobili padri: servendosi della politica per fini personali e non per servire la politica ? Noi democratici cristiani, componenti della Federazione popolare dei DC, denunciamo pubblicamente questo comportamento oltraggioso dell’istituzione regionale calabrese e offensivo della condizione che sta vivendo l’intera comunità della Calabria e italiana: da quella della vasta area dei “diversamente tutelati” a quella dei terzo stato produttivo. Si rimedi immediatamente, annullando questa legge oscena e l’elettorato calabrese si ricordi di quanti, maggioranza di centro destra e minoranza PD-M5S , si sono resi responsabili di questo scempio politico amministrativo.
Ettore Bonalberti
Pasquale Ruga
Componenti della Federazione Popolare dei DC
Venezia, 31 Maggio 2020
Il miglior “fico del bigoncio”….. del governo
Ci sono amici dell’area DC che, novelli Farinata, sembrano tenere “in gran dispitto” il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, quasi ancor di più del suo governo giallo rosso. Forti delle ricorrenti note del prof Cassese l’accusano di ogni nefandezza costituzionale per aver assunto “ pieni poteri” in questa fase delicata della pandemia da Corona virus 19. E’ vero, ci sono state limitazioni di molte nostre libertà e assunto decisioni mai sperimentate prima nella storia repubblicana, atteso che “ l’avvocato degli italiani” ha dovuto interpretare un ruolo nelle condizioni che non erano mai accadute ad alcuno dei suoi predecessori dal 1948 in poi.
Da parte mia continuo a considerare Giuseppe Conte, catapultato dal M5S alla guida di due governi, quello giallo verde prima e quello attuale con il PD di Zingaretti, Italia Viva di Renzi e la LeU di Speranza e Bersani, come “ il miglior fico del bigoncio” del governo; un superlativo relativo e non assoluto che, pure, ci starebbe se rapportassimo l’avvocato fiorentino con i Casalino, Azzolina, Patuanelli e il fortunato “Giggino da Pomigliano d’arco”.
A me pare, e non solo a me, ma alla maggioranza degli italiani secondo i sondaggi, che il Presidente del Consiglio abbia sin qui svolto con estrema diligenza il suo ruolo. Ieri, tra l’altro, con il provvedimento varato per la seconda fase pandemica, ha, di fatto, introdotto nella costituzione materiale del Paese quella autonomia differenziata regionale auspicata da tanto tempo anche anche da molti di noi “ DC non pentiti”. A parte il solito dissenziente De Luca.
Certo, sui rapporti Stato-Regioni qualcosa si dovrà pur rivedere, dopo l’esperienza di questi ultimi mesi; soprattutto le criticità verificate a seguito della pasticciata riforma del Titolo V tra competenze concorrenti ed esclusive, causa di continui contenziosi, che, durante la pandemia, si sono potuti risolvere solo grazie alla continua mediazione tra Presidenza del Consiglio e governatori delle Regioni.
Qualche amico DC mi accusa di una malcelata simpatia verso il politico fiorentino, pari almeno alla mia avversione più volte espressa nei confronti del suo concittadino, sen Renzi, croce e delizia del governo rosso verde.
Confesso che, prima di pensare al caso di Giuseppe Conte, sono preoccupato e impegnato a concorrere al processo di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Un progetto che, con alcuni amici, perseguiamo, con enormi difficoltà, disillusioni e cadute dal 2011 ad oggi.
Conte ha dimostrato capacità di guida e di mediazione politica migliori di quelle di diversi suoi predecessori a Palazzo Chigi e, in ogni caso, se nell’Unione europea abbiamo ottenuto alcune delle disponibilità offerteci, come quelle del superamento dei vincoli di bilancio, del MES soft e senza condizioni, del recovery fund in corso di contrattazione, molto si deve al lavoro discreto e puntuale svolto da Conte con Gualtieri, Gentiloni e Sassoli.
Mi chiedo cosa sarebbe accaduto all’Italia qualora a capo del governo ci fosse stato il duo di destra Salvini-Melloni, anti europeisti omogenei alle posizioni estremiste dell’ungherese Orban e dei leader di governo polacchi?
E’ la domanda, sin qui senza risposta che, alle critiche dei mie amici DC “ duri e puri”, rivolgo a loro, insieme all’indicazione di una loro proposta politica alternativa credibile al governo Conte. Al di là di un ricorso immediato, ancorché alquanto improbabile alle urne, magari unificate con quelle dei prossimi rinnovi regionali, cosa prospettano di diverso e alternativo?
Elezioni anticipate nella situazione pandemica tuttora in corso, con un debito pubblico che sfiorerà il 160% del PIL e le conseguenti tensioni sul piano economico e sociale, ritengo siano alquanto improbabili a brevissimo tempo.
Di una cosa, però, sono certo: in assenza di una modifica della legge elettorale, che sarà assai difficile possa essere approvata in tempo utile, permanendo l’attuale rosatellum, quindi con alleanze pre elettorali obbligate, in uno scontro probabile Conte-Salvini, da che parte staranno gli esponenti dell’area politica cattolico democratica e cristiano sociale?
Personalmente resto fedele a quanto abbiamo condiviso e sottoscritto nel patto della Federazione popolare dei DC e, cioè, che: “ si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali”.
Senza precipitare le cose, intanto impegniamoci a ricomporre l’area politico culturale di nostro riferimento, e dopo, solo dopo, ci porremo il tema delle alleanze. Accordi che, in ogni caso, si faranno con quanti saranno interessati a difendere e attuare integralmente la Costituzione. Non so se Giuseppe Conte, finita questa sua seconda esperienza di capo del governo, deciderà di continuare il suo impegno nella vita politica, ma, se così fosse: chi vivrà vedrà e se son rose, fioriranno.
Ettore Bonalberti
Venezia, 18 Maggio 2020
ll 16 Maggio 1970 veniva approvata la Legge n.281 “ Provvedimenti finanziari per l’attuazione delle Regioni a statuto ordinario” (GU n.127 del 22.5.1970). Domani cade, dunque, il 50° anniversario dell’avvio delle Regioni a statuto ordinario. Come Democrazia Cristiana del Veneto avremmo voluto organizzare un seminario ad hoc per ricordare il ruolo svolto dalla DC a livello nazionale e regionale per tale obiettivo. La pandemia ha impedito che si potesse svolgere questo evento. Colgo l’occasione per editare due riflessioni svolte sul tema dall’amico sen Paolo Giaretta, già sindaco di Padova, e dal sottoscritto. Lo dobbiamo al ricordo di quanti ci hanno lasciato e a coloro che, ancora tra di noi, di quella lunga e vitale stagione politica furono attori protagonisti degni della nostra massima stima.
Buona lettura
Ettore Bonalberti
Una idea di popolo veneto: la scommessa regionalistica della Democrazia Cristiana
Paolo Giaretta
Cinquant’anni dalla nascita delle Regioni. Cinquant’anni sono molti. E la pandemia impedisce di celebrare adeguatamente questo anniversario. Probabilmente con qualche sollievo per chi avrebbe dovuto paragonare quella stagione realmente creativa alla presente.
Quando il 7 e 8 giugno 1970 i veneti si recano alle urne per la prima volta per eleggere il Consiglio Regionale non hanno incertezze. Si affidano in massa alla Democrazia cristiana. Sono 1.287.167 gli elettori che segnano sulla scheda lo scudo crociato. La maggioranza assoluta, per la precisione il 51,9%, con la punta massima del 64,2% della provincia di Vicenza, la “sacrestia d’Italia” come veniva definita, e con quattro province su sette in cui la DC supera la soglia del 50%. Nessun altro partito da allora ad oggi ha superato questo livello di consenso.
Rinvio una analisi più dettagliata ad un mio saggio in corso di pubblicazione in un volume curato dal prof. Filiberto Agostini, dedicato ad Angelo Tomelleri, primo presidente della Regione Veneto. Qui desidero evidenziare due aspetti:
- l’attuazione della riforma regionale, rimasta inattuata per 22 anni è una consapevole risposta politica elaborata dalla DC, con presidente del Consiglio il veneto Mariano Rumor, di fronte ad un passaggio arduo per il nostro paese, che vedeva forti tensioni sociali, problemi economici, l’emergere del terrorismo come deviazione della lotta politica;
- la DC veneta visse questa attuazione come una occasione importante per una elaborazione culturale e politica coerente con i propri valori e una spiccata visione autonomistica dei rapporti istituzionali, come già ha ricordato nel suo contributo Ettore Bonalberti.
Il disegno di una risposta riformatrice alle tensioni sociali
Dobbiamo riandare con la memoria all’esordio di quel decennio degli anni Settanta per capire la difficoltà nel reggere il timone del Governo. L’autunno caldo lascia in eredità una elevata conflittualità sociale, l’inflazione erode il potere d’acquisto (il bilancio del 1974 è una inflazione al 25%), si affaccia drammaticamente la strategia della tensione. Nel 1969 l’esordio con la strage di Piazza Fontana il 12 dicembre. L’eversione nera colpisce ancora: dalla rivolta di Reggio Calabria (1970), al tentato colpo di stato di Junio Valerio Borghese (1971), alla bomba alla Questura di Milano con quattro morti (1973), alla bomba di Brescia in piazza della Loggia (maggio 1974, con 8 vittime), fino all’attentato dell’agosto successivo al treno Italicus (12 vittime). Si sviluppa il terrorismo rosso: nel Veneto le BR colpiscono a Padova il 17 giugno 1974, assassinando Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci nella sede del Movimento Sociale; poche settimane dopo, il 4 settembre, sempre a Padova viene assassinato l’agente della Polizia Stradale Antonio Niedda. Lo abbiamo dimenticato, ma il Veneto deve fare i conti in quegli anni con una diffusa attività criminale dell’eversione rossa e nera.
I governi di centrosinistra organizzano una risposta alle rivendicazioni operaie e studentesche con nuovi strumenti legislativi (lo Statuto dei lavoratori), con una politica di espansione della spesa pubblica, con un uso attivo delle Partecipazioni Statali per difendere i livelli occupazionali, con provvedimenti sociali, con l’introduzione delle pensioni minime e di un trattamento pensionistico più generoso, l’attuazione delle Regioni, norme sul referendum, la riforma sanitaria, il divorzio ed il nuovo diritto di famiglia, l’abbassamento a 18 anni del diritto di voto, ecc.
Il regionalismo per aprire una nuova fase nella vita pubblica italiana
L’attuazione della riforma regionale è parte di una consapevole risposta politica. Lo afferma chiaramente il presidente del Consiglio Mariano Rumor a chiusura del dibattito parlamentare alla vigilia del primo voto sulle istituzioni regionali: “La riforma corrisponde ad un impegno essenzialmente rivolto ad ampliare ed arricchire la vita democratica e quindi a creare le condizioni per una libera espressione di ceti e forze non partecipanti per decenni alla responsabilità della vita sociale e politica del paese…[le regioni dovranno costituirsi] in modo da non essere punti di disarticolazione e di ritardo nel rapporto tra il cittadino e le istituzioni pubbliche, ma elementi di raccordo, premesse per un generale riordinamento dello Stato e degli enti locali…questa grande riforma istituzionale e civile chiede la continuità dell'azione di Governo, e il legame tra politica di programmazione e politica delle istituzioni, di cui ho parlato, costituisce veramente l'occasione per realizzare un nuovo tipo di efficienza dell'azione pubblica” .
Due punti molto discussi e non condivisi da tutti: allargamento della base democratica e valore delle autonomie. Allargamento della base democratica voleva dire consentire al Pci di amministrare le regioni rosse, non era una scelta da poco. Ma vi era alla base una capacità lungimirante di lettura della società italiana. Valore delle autonomie era lo sviluppo coerente di un pensiero che era stato alla base del disegno sturziano di rientro dei cattolici nella vita pubblica italiana, contro impostazione centralistiche.
L’autogoverno del popolo veneto: un ambizioso disegno
La Dc veneta forte di un largo mandato che era politico, sociale e culturale non si limita ad una applicazione burocratica della riforma regionale. La prepara per tempo con il Comitato regionale per la programmazione economica del Veneto presieduta dal prof. Innocenzo Gasparini, in cui coinvolge tutto il sistema delle autonomie e delle rappresentanze sociali. Ne è un prodotto eccellente il primo Piano di Sviluppo economico regionale 1966-1970 che costruisce per la prima volta una rappresentazione del Veneto e della sua struttura economica sociale: sono le idee, anche contestate, di un Veneto policentrico, di una moderna infrastrutturazione, ecc. Un impianto culturale con cui non riuscì per molti anni a misurarsi il principale partito di opposizione, il Pci, attardato su analisi insufficienti.
È frutto di un solido impianto culturale la redazione dello Statuto. Mi limito anch’io a sottolineare la portata dell’art. 2 dello Statuto regionale: “L'autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia”. È l’unico statuo regionale che introduce il concetto di autogoverno legato alla realtà di un popolo. Nulla a che fare naturalmente con gli schematismi di “prima i Veneti”. E’ un filone di pensiero legato al personalismo comunitario, all’autonomismo sturziano, ecc.
Non solo amministrazione del potere
Come riesce la Democrazia cristiana a mantenere fino a metà degli anni ’80 sostanzialmente intatto un ampio consenso in una società così rapidamente mutata e soggetta ad un processo di secolarizzazione intenso?
Innanzitutto il capitale sociale accumulato per decenni che non viene eroso con la stessa velocità con cui si realizza il cambiamento antropologico. Pur in un contesto diverso, con aspettative differenziate, con stili di vita cambiati, resta il fatto che nella società veneta degli anni ’70 vi è una base valoriale ancora condivisa (il valore della famiglia, della piccola comunità, lo spirito di iniziativa, ecc.) e restano intatti i luoghi in cui si forma prevalentemente il vissuto sociale dei veneti: i patronati, le società sportive, le scuole materne, le sagre, le casse rurali, ecc. tutta una rete di comunità che conserva l’imprinting cattolico e riconduce sul piano politico al consenso verso la Democrazia cristiana
Ancora per tutti gli anni ’70 è vigorosa l’attività di formazione dei quadri dirigenti, con una organizzazione piramidale che parte dai corsi zonali, a quelli provinciali, regionali, fino a quelli nazionali alla scuola della Camilluccia (l’equivalente della scuola nazionale del Pci alle Frattocchie). Uno strumento per formare quadri nuovi, selezionare i migliori, costruire orientamenti e competenze da condividere nel territorio.
Naturalmente c’è un controllo capillare del potere che giustifica il permanere di un consenso elevato. Ancora nel decennio’70 la Dc veneta mantiene ruoli di assoluto rilievo nel governo nazionale. Sono 5 i governi presieduti in quelle legislature da Mariano Rumor, con presenze significative di ministri veneti in dicasteri decisivi. Nel periodo 1968 - 1979 si succedono ben quattordici governi guidati sempre da un esponente della Dc, di cui cinque sono i governi di Mariano Rumor, che del resto era stato potente segretario nazionale della Dc tra il 1964 e il 1969; per 44 volte un dicastero è occupato da un ministro veneto e per 45 volte da un sottosegretario di stato.
A ciò va aggiunto il presidio di altri settori importanti nella intermediazione degli interessi e nella formazione degli orientamenti dell’opinione pubblica, pensiamo al settore creditizio con banche popolari, casse rurali, banche di origine cattolica, o al ruolo svolto dal quotidiano Il Gazzettino, con il sostanziale monopolio dell’informazione fino alla fine del decennio e la presenza massiccia dei settimanali diocesani, che pur con un progressivo distacco comunque ancora fiancheggiavano il mondo democristiano.
Bisogna però aggiungere altro: Sindaci, amministratori, consiglieri regionali, parlamentari non erano espressione autoreferenziale del mondo politico democristiano in senso stretto, ma provenivano largamente dai mondi vitali in cui si organizzava la società veneta. Tutta la fase di fondazione della Regione, del reclutamento dei quadri, della costruzione dei rapporti con il territorio, con le organizzazioni sociali, con le altre istituzioni viene gestita e mediata esclusivamente dalla Democrazia cristiana. Presidenze del Consiglio regionale e delle Commissioni Consiliari sono pure affidate ad esponenti democristiani. Del resto basta scorrere l’elenco dei componenti del gruppo consiliare regionale della Dc nelle prime due legislature per rilevare una robusta presenza tra gli eletti di esponenti dei ceti produttivi, del mondo agricolo, dell’artigianato, del commercio, del sindacato accanto ad esperienze maturate nell’amministrazione locale. E la gestione degli assessorati rilevanti per la gestione dei settori economici viene affidata ad esponenti di quei mondi.
Questo impianto culturale prima che organizzativo, valoriale prima che di controllo del potere consente alla Dc veneta di durare a lungo. Ancora nelle ultime elezioni regionali in cui si presenta il simbolo della Dc, quelle del 1990, i democristiani si attestano al 42,3%
Bisaglia aveva capito cosa si preparava
Tuttavia le crepe di un sistema così robusto partono da lontano. Non sempre le premesse culturali hanno saputo tradursi in azione politica. E naturalmente ritardi, pigrizie, convenienze hanno appesantito un disegno riformatore. A partire dalla elefantiasi regionale, in contrasto con il disegno iniziale di una Regione leggera, più dedita alla programmazione che alla amministrazione.
E’ significativo leggere oggi la lunga intervista che Antonio Bisaglia rilasciò nel 1975 a Giampaolo Pansa, allora inviato di punta di Repubblica. Con giudizi preoccupati e lucidi sulla situazione nazionale: “La Dc, restando al governo per trent’anni, si era convinta che non esistesse una alternativa a sé stessa (e forse qualche democristiano è ancora convinto di questo, io no) […] ad un certo momento la Dc e i democristiani hanno incominciato a pensare di essere insostituibili: noi invece siamo sostituibili”; con una analisi crudele sulla crisi del centrosinistra: “in certi momenti il centro sinistra sembra un morto che viene portato in giro affermando che è vivo. E tutti stiamo a questo gioco […] il paese ha una immagine stanca di noi, e l’immagine della Dc ha stancato il paese”.
È interessante soprattutto la collocazione che Bisaglia vede per la Dc nel nuovo contesto di un paese laicizzato: “La Dc ha vissuto per un lungo periodo avendo una sorta di rappresentanza istituzionale del mondo cattolico. Il mondo cattolico era la nostra polizza di assicurazione […] Oggi non esiste più una polizza di assicurazione, oggi la Dc è un partito che si guadagna il consenso e lo perde a seconda della sua credibilità. Quindi quando io parlo di rifondare la Dc credo che sia possibile ridare una credibilità ad una Dc che sia capace di interpretare la società nei suoi limiti e governarla”. Appare chiara la nuova dimensione che Bisaglia intravede per il partito, pensando anche al suo Veneto: “credo che la Dc sia un partito popolare, di ceti medi, e quindi anche di interessi, non solo di valori […] sono prevalentemente gli interessi del ceto medio e dei lavoratori dipendenti. Questa è la fascia sociale naturale per la Dc. L’impiegato, l’artigiano, il coltivatore diretto, l’insegnante, il libero professionista, il commerciante, l’assicuratore e poi il piccolo e medio imprenditore industriale”.
C’è una domanda di Pansa: “e se i ceti medi dovessero cambiare, e accettassero quello che a voi sembra un capovolgimento di valori?” ed una risposta di Bisaglia senza incertezze: “vuol dire che abbiamo esaurito il nostro ruolo. Un partito non è eterno, la fede è eterna, la Chiesa per me, ma un partito no. Uno deve pensarci prima”.
Di Bisaglia abbiamo l’immagine di un uomo di potere. E certamente lo fu. E tuttavia come si vede c’era una capacità acuto di leggere i fenomeni sociali e di pensare a possibili risposte.
Una delle tante eredità di una stagione riformatrice
Oggi la sanità è tornata al centro della agenda politica. Si discute sulle diversità del modello veneto e di quello lombardo. Possiamo evidenziare due fatti. Non è un caso che fu una donna, la veneta Tina Anselmi, a portare in porto come ministro della sanità la riforma, non senza critiche e resistenze. Ma appunto guardando lontano: un servizio universale, con una partnership tra lo Stato e le autonomie regionali. Siamo nel 1978, tanti vani discorsi odierni sul federalismo, anch’essi schiacciati sulla propaganda del presente, appaiono meschini di fronte alla incisività di un vero disegno riformatore quale fu quello della sanità italiana: universalismo e federalismo. Nei fatti non a parole.
Il Veneto ha affrontato meglio la pandemia per tanti motivi. Non è casuale. Qui non c’è stata la privatizzazione selvaggia che ha caratterizzato la politica sanitaria lombarda, e c’è stato un altro aspetto. In Veneto fin dall’inizio grazie agli assessori democristiani alla sanità e alle politiche sociali che si sono succeduti, da Antonio Prezioso, a Gianbattista Melotto, a Francesco Guidolin vi è sempre stata una stretta integrazione tra le politiche sociali e quelle sanitarie, i presidi territoriali e quelli ospedalieri. Un lascito prezioso in questo tempo disagiato, è stata la risorsa consolidata che ha consentito di gestire meglio la pandemia. Da non dimenticare
1970-2020: cinquant’anni delle Regioni a statuto ordinario
Ettore Bonalberti
Il 16 Maggio 1970, veniva approvata la Legge n.281 “ Provvedimenti finanziari per l’attuazione delle Regioni a statuto ordinario” (GU n.127 del 22.5.1970) . Il 16 Maggio prossimo cade, dunque, il cinquantesimo anniversario dell’avvento delle Regioni a statuto ordinario.
Da una sollecitazione dell’avv. Ivone Cacciavillani, il 3 Gennaio scorso, con un gruppo di amici veneti “DC non pentiti”, avevamo concordato di organizzare un seminario di studio, con il quale intendevamo approfondire il ruolo svolto dalla DC veneta nella costruzione istituzionale e nella gestione del potere regionale nei primi venticinque anni di governo (1970-1995).
La pandemia in corso, con tutte le sue restrizioni, ci impedisce di realizzare quell’idea che riprenderemo nel prossimo autunno, Covid19 permettendo.
Sarà compito dell’attuale governo regionale, con le sue competenze istituzionali, trovare tempi e modi per ricordare quest’anniversario, anche tenendo presente che i venticinque anni succeduti alla guida della DC ( 1975-2020) sono stati quelli caratterizzati dal “quindicennio forzaleghista” di Giancarlo Galan ( 1995-2010) e dal “decennio legaforzista” di Luca Zaia (2010-2020) vigente.
Ecco perché, in assenza del nostro seminario alla data rituale, credo sia opportuno esporre alcune considerazioni su quanto la DC veneta ha saputo apportare all’opera di avvio e di costruzione della nostra realtà istituzionale, al fine di non perdere la memoria di ciò che è e siamo stati, e per consegnare alle nuove generazioni il testimone della nostra tradizione politica e culturale.
Dopo ben ventidue anni dal 1948, solo nel 1970, il terzo governo presieduto dal vicentino DC Mariano Rumor, con il senatore DC veneziano Eugenio Gatto, ministro incaricato per l’attuazione delle regioni a statuto ordinario, si dava pratica attuazione alle norme del dettato costituzionale in materia di autonomia regionale; norme che, in sede costituente, erano state sostenute soprattutto dai parlamentari democratico cristiani.
L’avv. Cacciavillani, nell’introduzione del suo recente saggio “ Un nuovo Veneto”, scrive: “Tra le quindici Regioni Italiane a “statuto ordinario” riconosciute dalla Costituzione del 1948, la Regione Veneto ha talune peculiarità qualificanti; a cominciare dal suo stesso Statuto approvato dal Parlamento Nazionale con legge 22 maggio 1971, n. 340, del seguente testuale tenore: “l’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia”. Ben superfluo ricordare che la formula “autogoverno del popolo veneto” -e prima ancora l’individuazione a livello legislativo- dell’individualità del “popolo veneto, pur nel più vasto contesto del popolo italiano, sono peculiarità specialissime della Regione Veneto nel quadro delle altre Regioni italiane (a tacere ovviamente delle cinque a statuto speciale), anche se purtroppo i suoi stessi Amministratori non hanno mai dato l’impressione di essersene accorti. “
Non posso che concordare con la lucida impietosa conclusione di Cacciavillani, considerando che avevamo tutti condiviso e sperato di attivare un’istituzione che avrebbe dovuto “programmare e controllare”, fedeli alla nostra migliore tradizione autonomistica che, come ci ricordava il compianto Antonio Mazzarolli, era ed è fondata sul principio di sussidiarietà verticale e orizzontale, assegnando il compito della gestione all’ente territoriale più vicino ai bisogni del cittadino: al Comune in via sussidiaria, e ai corpi intermedi, mentre alla Regione sarebbe dovuto spettare quello esclusivo della programmazione e del controllo. Come siano andate diversamente le cose è sotto gli occhi di tutti.
Alla fine degli anni’60 e in preparazione dell’avvento della nuova Regione, nella DC e nei gruppi, correnti e movimenti che ne caratterizzavano la sua vita politica, ferveva un serio dibattito al quale, come ci ha ricordato Cristiano Zironi, partecipò tra i primi, la fondazione della Associazione Veneta di Studi Regionali, di cui il ministro Luigi Gui fu presidente e Zironi segretario generale. Si organizzarono alcuni convegni di un certo spessore e la pubblicazione dei loro atti in volumetti ancor oggi reperibili in qualche biblioteca privata. E, infine, la pubblicazione del periodico “Veneto Nuovo”, diretto dallo stesso Zironi e da Lucio Casotto.
La A.V.S.R. , soprattutto, cercò di promuovere la conoscenza e le funzioni del nuovo istituto regionale, con il coinvolgimento di molti amici prestigiosi a livello nazionale, come Feliciano Benvenuti, Petrilli, Erminero, De Marzi, Romanato, e locale, molti dei quali poi divenuti consiglieri o assessori regionali: per tutti i padovani Prezioso e Zoccarato, Rampi e Gasperini.I convegni della associazione riguardarono varie tematiche, come “Europa e Regioni”, “Agricoltura e Regione”, “Sanità e Regione”.
La DC alle prime elezioni regionali del 7-8 Giugno 1970 ottenne il 51,98% dei voti e 28 Consiglieri regionali su 50, ossia, la maggioranza assoluta, con il diritto-dovere di formulare l’asse portante dello statuto regionale. Fu affidato all’amico Marino Cortese il compito di presiedere la Commissione regionale per lo statuto. Egli fu coadiuvato da un gruppo di esperti, tra i quali, essenziale fu il ruolo svolto dall’avv. Feliciano Benvenuti.
Molto intenso anche il dibattito all’interno del partito regionale, alle prese sia con le nuove norme statutarie della Regione che con il primo documento di programmazione economica ( “ Il Veneto terra di relazioni”). Un documento che, ricordo, ci impegnò in varie sedute del comitato regionale, nelle quali discutevamo le bozze di quel programma, tra le quali, la grande incompiuta del progetto di “ Venezia Sud”, caldeggiato da Toni Bisaglia e portato avanti con grande determinazione dal segretario regionale della DC, Giovanni Bisson. Un progetto ostacolato dagli amici della sinistra sociale e politica del partito. Come scrive Paolo Giaretta nel suo bel saggio” Identità e rappresentanza politica nel Veneto del secondo Novecento” (contributo di Giaretta al libro: “ Il Veneto nel secondo Novecento”-Politica e Istituzioni- autore Filiberto Agostini e altri- Edizione Franco Angeli-2015) : “ risale al periodo immediatamente antecedente l’avvio dell’esperienza regionale con le elezioni del 1970 il primo tentativo di offrire una lettura coerente dell’economia e della società veneta, delle sue prospettive e quindi dei suoi aspetti identitari, attraverso la predisposizione del “Piano di Sviluppo Economico Regionale1966/1970”[1] ad opera del Comitato Regionale per la programmazione Economica del Veneto. Il Comitato, composto dai rappresentanti delle principali istituzioni locali venete affida ad un gruppo di lavoro coordinato dal prof. Innocenzo Gasperini la redazione del Piano, che costituirà una prima chiave di lettura delle necessità del Veneto per guidare la sua evoluzione e si incominciò a teorizzare quel concetto di un Veneto policentrico che era espressione insieme di un pensiero interpretativo originale (appunto per costruire una nuova narrazione identitaria) ma anche dell’incapacità della politica, infragilita da molteplici localismi, di dare un ordine ed una gerarchia ai territori “. Trattasi di un contributo destinato a caratterizzare l’intera politica economica veneta nella lunga gestione del potere DC.
Il permanente vivace e talora duro scontro tra la maggioranza dorotea ( Rumor-Bisaglia) e la sinistra interna ( morotei, Forze Nuove, basisti) con il gruppo fanfaniano, forte soprattutto nella DC di Treviso, guidati dal sen Fabbri e dall’On Corder quasi sempre in maggioranza con i dorotei (almeno a livello regionale), caratterizzerà tutta la lunga stagione di egemonia-dominio del potere DC nel Veneto. Una stagione che vide quattro giunte presiedute da Angelo Tomelleri, con la breve parentesi della Giunta Feltrin nella prima legislatura ( 1970-1975); due giunte Tomelleri nella seconda Legislatura (1975-1980), la lunga e ininterrotta stagione della giunta di Carlo Bernini nella terza legislatura ( 1980-1985), sino ai quattro anni della quarta legislatura ( dal 30 Luglio 1985 all’8 agosto 1989), con il subentro, alla fine della quarta, del presidente Franco Cremonese.
Sarà la Quinta legislatura (1990-1995) quella che accompagnerà la stagione del declino progressivo dell’egemonia DC, nel Veneto come in Italia, con il susseguirsi di crisi: dalla Giunta Cremonese a quelle presiedute da Franco Frigo, Giuseppe Pupillo e l’ultima a guida democratico cristiana di Aldo Bottin.
Un’analisi dettagliata sulle vicende regionali è quella scritta da Filiberto Agostini nel suo saggio: “ La Regione del Veneto a quarant’anni dalla sua istituzione-Storia, politica, diritto”, edita da Franco-Angeli-2013, ma a me preme evidenziare il contributo offerto dalla DC sul piano della valorizzazione del principio dell’autonomia che, soprattutto con Carlo Bernini si esprimerà nel modo più significativo.
Ricordo per diretta esperienza e responsabilità di conduzione che, nel 1985, alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale, quelle che portarono all’elezione di Carlo Bernini alla guida del governo regionale, quale incaricato del programma del partito, con il segretario regionale della DC, Francesco Guidolin, avviammo una straordinaria campagna elettorale sotto il motto: VENETO E DC INSIEME. In un libretto, che conservo gelosamente nella mia biblioteca : INCONTRO VENETO E DC- “ Programma” E’ un patto che si rinnova, a firma congiunta con il segretario Guidolin scrivevamo: “Dopo oltre quaranta incontri con “ i mondi vitali” della società veneta e le due convenzioni programmatiche con i protagonisti dello sviluppo economico, sociale, produttivo e culturale del Veneto, il comitato regionale del partito, nella riunione del 9 Marzo 1985 svoltasi a Rovigo nella forma di una convenzione aperta a tutte le realtà esterne, ha approvato all’unanimità il programma allegato”. Seguivano le indicazioni di programma che, dopo le elezioni del 12-13 Maggio 1985 (nelle quali la DC raccolse il 45,91 % dei voti e l’elezione di 30 Consiglieri regionali - la metà esatta dei 60 componenti del Consiglio), furono quelle che caratterizzarono la stagione berniniana, considerata sino ad oggi la migliore stagione politica di tutta la storia regionale del Veneto.
Chiusa quell’esperienza subentrò il decennio forzaleghista a guida di Giancarlo Galan, la cui ingloriosa fine politica (caso MOSE) ha segnato una delle pagine più vergognose della lunga storia politica veneta. Resta il decennio legaforzista di Luca Zaia, che sarà campito degli storici analizzare, mentre da parte mia, lascio solo ai veneti, almeno a quelli che hanno avuto la possibilità di farne esperienza, di mettere a confronto i primi venticinque anni di guida regionale veneta della DC e i restanti venticinque alternati tra leadership forzista prima e l’attuale della Lega.
Nel Settembre 1995, con la DC già finita politicamente da oltre tre anni (Assemblea costituente DC verso il PPI del 26 Luglio 1993 a Roma) per conto del gruppo consiliare regionale del CDU (Cristiani Democratici Uniti) ho redatto una raccolta di saggi ed articoli sul tema: Federalismo o stato Regionale. ( copia di quel documento lo conservo nel mio archivio e dovrebbe trovarsi anche nella biblioteca del consiglio regionale).
Nel 1992 il dibattito sul regionalismo e il federalismo nel nostro Paese, sebbene fosse iniziato molti anni prima, e, per la verità con esiti concreti assai limitati, aveva assunto un'intensità forte tra quasi tutte le forze politiche.
Alla stagione del centralismo sembrava, infatti, che fosse finalmente subentrata quella in cui avrebbe dovuto prevalere la consapevolezza di una ristrutturazione in senso federalista del nostro sistema politico, quale precondizione indispensabile per qualsiasi riforma veramente innovativa del Paese.
Insomma la "Grande riforma" di cui si parlò alla metà degli anni '80, in un quadro politico, come quello di avvio dei ‘90, profondamente mutato, sembrava dovesse assumere sempre più le sembianze del cambiamento istituzionale del Paese, nel senso di un riequilibrio delle competenze, funzioni e risorse tra Stato e autonomie locali, tra Regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario, e tra le stesse Regioni e le autonomie locali rappresentate dalle Province, Comuni, Comunità montane.
Ora come allora, almeno tra i cultori dell’autonomia, il tema dirimente era quello che divideva i sostenitori di uno Stato Federale da quelli che proponevano uno Stato Regionale. Oggi, ahimè, coloro che un tempo furono fautori di uno Stato Federale alla Miglio, sotto la leadership di Matteo Salvini, sono i propugnatori delle tesi più radicali sovraniste e nazionaliste, in linea con quelle scioviniste alla Orban, leader ungherese e delle destre estreme europee, ben lontane da quelle che il vecchio leader Umberto Bossi proponeva al suo movimento ancora in via di consolidamento.
Durante la guida politica regionale di Carlo Bernini prese corpo e si diffuse anche a livello europeo l'idea innovativa dell'"Europa delle Regioni", quale risposta di fine secolo al superamento dei vecchi stati nazionali derivati dalle rivoluzioni del XVIII e XIX secolo e, dopo il crollo del muro di Berlino e del precario equilibrio EST-OVEST garantito da quasi quarant'anni di guerra fredda, il ritorno dei fantasmi nazionalistici e localistici più tradizionali; origini di guerre e di violenze che continuavano a insanguinare molte parti dell'Europa centro-orientale e meridionale, in quegli ultimi anni che ci separavano dalla fine del secondo millennio.
La Giunta regionale Bernini e il gruppo consigliare DC del Veneto sviluppava, tanto a livello regionale che a quello nazionale ed internazionale un’intensa iniziativa politica.
AlpeAdria, da un lato, che assunse un ruolo sempre più efficace e attivo tanto da far assurgere il presidente del Veneto alla guida della Conferenza dei presidenti delle regioni d'Europa, e le proposte di legge che si susseguirono sul tema del nuovo regionalismo, furono le tappe più rilevanti di questa intensa stagione politica.
Ricorderemo, in proposito, che la prima proposta di legge statale da trasmettere al parlamento nazionale, ai sensi dell'art.121 della Costituzione, fu quella approvata all'unanimità dal Consiglio regionale, nella seduta del 26 Marzo 1985, su iniziativa della Giunta regionale relativa a:" revisione degli artt. 116,117,118,119,129 e 133 della Costituzione". Relatore fu il consigliere Camillo Cimenti, rappresentante della DC in prima Commissione. Trattavasi, come recita il titolo, di un primo serio tentativo di riforma costituzionale teso a riaffermare il nuovo regionalismo, alla luce dei risultati negativi sino allora verificatisi nel rapporto Stato-Regioni. Tentativo, in ogni caso, naufragato nell'impotenza complessiva di un Parlamento incapace, dalla commissione Bozzi in poi, di affrontare e risolvere anche le più timide proposte e che finirà con il dimostrare tutta la propria impotenza, financo sul piano della riforma elettorale. Infatti, solo dopo il referendum del Giugno'93 si giungerà a quella pasticciata soluzione del matarrellum, ossia la nuova legge elettorale, vera pietra tombale semi-aperta della Prima Repubblica.
Naturalmente ogni ritardo e ogni successivo indugio sul piano del nuovo regionalismo, finiva con l'ingrossare le fila, in termini di consenso e la stessa credibilità delle proposte neo federaliste, ancorché disordinate e provocatorie e per molti versi velleitarie della Liga Veneta; dapprima assai confuse, sul piano di un autonomismo spinto di una auspicata "Repubblica Veneta", e, quindi, sempre meglio precisate sino alla proposta di legge statale d'iniziativa del Consigliere dell'Union del Popolo Veneto (gruppo leghista staccatosi dalla casa madre di Rocchetta) Ettore BEGGIATO, dal significativo titolo: "Statuto speciale della regione Autonoma del Veneto", presentata alla presidenza del Consiglio il 18 Giugno 1990.
Volendo esaminare le proposte che si sono succedute in quel tempo in Consiglio regionale, vorremmo evidenziare come il 23 Febbraio 1990 la Giunta regionale del Veneto presentava in Consiglio l'ennesima proposta di legge statale, da trasmettere al Parlamento nazionale ai sensi dell'art.121 della Costituzione, intitolata: "Nuove norme sull'ordinamento delle regioni a statuto ordinario".
Era, anche questo, un tentativo di riorganizzazione complessiva dei rapporti Stato-Regione che, tenendo conto delle difficoltà sino ad allora riscontrate in sede parlamentare, puntava al raggiungimento di un possibile compromesso tra il neocentralismo imperante e le sacrosante ragioni di autonomia proprie delle realtà regionali.
E di lì a pochi mesi, il 25 Gennaio 1991, sempre su iniziativa della Giunta Regionale, veniva presentata una nuova proposta di legge statale di pari titolo: "Nuove norme sull'ordinamento delle regioni a statuto ordinario"
Ed ancora il Consigliere Beggiato il 2 Gennaio 1992 presentava in Consiglio regionale la sua seconda proposta di legge statale, questa volta intitolata significativamente: "Costituzione della Repubblica Federale Italiana".
Appare qui in tutta evidenza la distinzione politico-culturale tra le posizioni espresse dalla DC e dalla maggioranza sostanzialmente del vecchio centro-sinistra raccolta attorno ad essa e che puntava a un profondo rinnovamento del regionalismo che avrebbe dovuto regolare in maniera diversa e più rispettosa dell'autonomia le Regioni e gli enti locali, specie per quanto concerne l'autonomia finanziaria e fiscale, e quella del variegato movimento leghista che, almeno nella sua espressione più culturalmente approfondita, poneva sino in fondo la questione del riordinamento in senso federale dello Stato.
Alcuni mesi più tardi, proprio Ettore Beggiato, nel frattempo nominato assessore nella Giunta di ampie convergenze guidata dal Presidente Pupillo, pubblicava un saggio indicativo del gruppo “Union del Popolo Veneto”, dal titolo: "L’idea federalista nel Veneto", nel quale, accanto alla riproposta di alcuni dei più autorevoli scritti in materia federalista da parte di autori veneti, da Daniele Manin a Nicolo Tommaseo, Eugenio Alberi, Alberto Mario, Ferruccio Macola, era inserito il testo del progetto di costituzione federalista di Silvio Trentin del 1943.
Sarà proprio nel nuovo clima di diffusa condivisione dei temi concernenti il nuovo regionalismo che prenderà corpo l'iniziativa, questa volta di quasi tutte le forze politiche presenti in Consiglio regionale, della nuova proposta di legge statale di iniziativa regionale, presentata in Consiglio, primo firmatario il Presidente del Consiglio regionale Carraro, con i consiglieri Prà (DC), Tanzarella (PDS), Corazzin (DC), Rossi (Verdi), Veronese (Capogruppo DC), Vanni (PDS), Crema (PSI), Boato (Verdi), Frigo(DC), Vesce (Antiproibizionisti), Ceccarelli (Indipendente di sinistra), Belcaro (PDS) e Berlato (Caccia e Pesca) relativa a :"MODIFICA DI NORME COSTITUZIONALI CONCERNENTI L'ORDINAMENTO DSELLE REGIONI".
Esaurita la stagione dell'egemonia politico-culturale della DC veneta da un lato, e con una Liga veneta più impegnata sul piano del consolidamento del consenso elettorale che dell'elaborazione sistematica di concreti progetti di legge (eccezion fatta per l'ala dissidente rappresentata da Beggiato con la sua Union del Popolo Veneto) questo documento-proposta di larghissima maggioranza consiliare rappresenta quanto di più condiviso sia stato espresso in quella Legislatura regionale.
Venute meno le funzioni dirigenti dei due più autorevoli esponenti, rispettivamente della DC veneta e del PSI veneto degli anni '80, Bernini e De Michelis, toccò infatti al Consiglio regionale ed al suo presidente Umberto Carraro riprendere e portare avanti la battaglia del nuovo regionalismo che, da almeno dieci anni era stato uno dei vessilli caratterizzanti l'azione della DC veneta. E quella proposta che seguiva un documento di intenti votato dal Consiglio regionale del Veneto il 20 Dicembre 1991, frutto, altresì, del dibattito che si era sviluppato in sede dell'Assise nazionale dei Consigli regionali tenutasi a Venezia nell'ottobre del 1991 (proprio su iniziativa del Consiglio regionale del Veneto) veniva approvata a larghissima maggioranza (38 presenti e 36 votanti- con 31 voti favorevoli, 5 contrari e due astenuti) il 23 Luglio 1992.
Era uno degli ultimi atti solenni di decisione politica assunti in sede consiliare cui, non corrispose, purtroppo analoga capacità di iniziativa e decisione di un Parlamento che, appena ricostituitosi dopo le elezioni anticipate del Maggio 1992, travolto dal ciclone di Tangentopoli e dal Referendum sulla legge elettorale, doveva naufragare di lì a pochi mesi e con lui, la stessa commissione De Mita che, riprendendo ed aggiornando il lavoro della precedente commissione presieduta dall'On Bozzi, non seppe produrre atti significativi e giuridicamente cogenti sul piano legislativo.
E dopo il voto del 1994 comincia un'altra storia con nuovi e diversi protagonisti politici.
Al crepuscolo della precedente legislatura, sarà il Consigliere regionale antiproibizionista Emilio Vesce a presentare una nuova proposta di legge statale di "parziale revisione costituzionale dell'ordinamento regionale". Era il 14 Ottobre 1993.
Dopo pochi mesi ci sarebbero state le elezioni del Marzo'94 e la fine di un'intera stagione della cosiddetta Prima Repubblica. E dopo il voto del 1994 comincia un'altra storia con nuovi e diversi protagonisti politici.
Di cosa sia stato prodotto dopo quella data, dalla pasticciata riforma del Titolo V parte II della Costituzione(Legge cost. 3 del 2001), i cui limiti e contraddizioni tra competenze esclusive e concorrenti di Stato e Regioni sono venuti tutti alla luce durante la vigente drammatica esperienza della pandemia, non ci sono tracce significative sino alle recenti iniziative delle giunte presiedute da Luca Zaia. Con gli amici popolari del Veneto confortati dalla competenza giuridica costituzionale e amministrativa dell’Avv. Caciavillani e dell’On Domenico Menorello avanzammo, invano, la proposta della macroregione del Nord-Est, con cui intendevamo attribuire al Veneto le stesse competenze e funzioni delle confinanti regioni a statuto speciale del Friuli V.Giulia e Trentino Alto Adige, mentre i ripetuti e sin qui inefficaci tentativi portati avanti dal Presidente Zaia, costituiscono materia dell’attuale dibattito politico che esula dagli obiettivi che, come democratici cristiani veneti, vorremmo assegnare al prossimo seminario al quale , in ogni caso, non intendiamo rinunciare.
Lo dobbiamo al ricordo di quanti ci hanno lasciato e a coloro che, ancora tra di noi, di quella lunga e vitale stagione politica furono attori protagonisti degni della nostra massima stima.
Una cosa è certa: l’attuale assetto istituzionale dell’Italia non può continuare e una seria riforma ispirata dal progetto del prof Miglio di un Paese federale dal forte potere centrale e strutturato localmente da cinque o al massimo sei macroregioni potrebbe essere la soluzione percorribile anche da noi democratici cristiani e popolari, purché ispirata ai valori della sussidiarietà e solidarietà da sempre a fondamento della nostra visione autonomistica della società e dello Stato.
[1] Comitato Regionale per la programmazione economica del Veneto, Piano di sviluppo economico regionale 1966/1970, Feltre 1968
E’ finito il tempo delle divisioni, ora serve l’unità
E’ vero quanto scrive l’amico Merlo “ non di sole messe si vive” e per i cattolici è tempo di tradurre sul piano operativo il tema della loro partecipazione attiva alla politica in Italia e in Europa.
Basta seguire la messa mattutina a Santa Marta di Papa Francesco, per ricevere dalle sue omelie la costante esortazione a tradurre nella nostra vita e “nella città dell’uomo”, gli insegnamenti evangelici e della dottrina sociale cristiana.
Vorrei confermare a Merlo che, tranne qualche bizzarro personaggio che ama autoproclamarsi a giorni alterni segretario di questa o quella DC, noi che abbiamo deciso di riunirci nella Federazione popolare dei Democratici Cristiani, intendiamo costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali. Ci proponiamo di avviare un processo culturale di coinvolgimento territoriale, che abbia come obiettivo rendere possibile la formazione di una grande area, ricca che si faccia carico di esperienze e tradizioni diverse e che condivida l'urgenza di partecipare alla competizione politica; pertanto ci impegniamo, sin da subito, a cercare le opportune intese, da proporre già alle prossime elezioni comunali, provinciali e regionali.
Aver federato esperienze come quelle della DC, ricostituitasi politicamente dal 2012 in poi, oggi guidata da Renato Grassi, con l’UDC di Cesa, il NCDU di Tassone, il movimento raccolto attorno all’On Rotondi, e oltre trenta associazioni, movimenti e gruppi di area cattolica e popolare, credo rappresenti oggi il più importante sforzo organizzativo di ricomposizione dell’area cattolica e popolare, il cui coordinamento l’abbiamo affidato a Giuseppe Gargani, esponente di rilievo e trait d’union tra la terza e la quarta generazione DC.
A questa nostra iniziativa si accompagnano parallelamente quelle degli amici, come voi di Rete Bianca, raccolti attorno al manifesto Zamagni, quelli di Costruire Insieme e di Politica Insieme, interessati a dar vita alla “ Cosa Bianca”.
Questo è ciò che realisticamente si sta costruendo con molta fatica all’interno della vasta e articolata galassia dell’area cattolica e popolare, nella quale, come accade di norma tra gli italiani: tutti vogliono coordinare e nessuno vuol essere coordinato.
Condividendo con Merlo che: “non deve ritornare il tema stantio e anche un po’ datato sull’ennesimo partitino cattolico che campeggia un giorno su qualche giornale e poi, puntualmente, si scioglie come neve al sole. La vera sfida, semmai, consiste nel coraggio di riproporre una cultura politica, un sistema di valori e una classe dirigente – che esiste, basta solo farla emergere – che sono ancora in grado di dare un contributo di qualità politica e programmatica e di risorsa etica alquanto decisivi per la stessa tenuta democratica e sociale del nostro sistema”, aggiungo che non si debba nemmeno ogni volta ripartire da zero.
Meglio sarà cercare di far maturare i processi realmente in atto, come quelli da me descritti, consapevoli che il ritorno sul piano politico istituzionale della cultura cattolico democratica e cristiano sociali, alla quale tutti quei movimenti citati fanno riferimento, è indispensabile per concorrere alla costruzione della nuovo vivere civile sociale, politico e istituzionale del dopo pandemia. Un mondo nuovo che: o sarà fondato sui principi della solidarietà e della sussidiarietà propri della dottrina sociale cristiana, o non sarà.
E questo processo lo dovremo far maturare fedeli al monito di Alcide De Gasperi: “ solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“. In questo tempo di crisi e di drammatica pandemia, non possiamo più dividerci, ma, come ci ha ammonito Papa Francesco stamattina, operare tutti per l’ unità.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF
Direzione nazionale DC
Comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC
Venezia, 2 Maggio 2020
Alternativa di governo o rimpasto?
L’opposizione di Salvini-Meloni continua perdurante e inefficace nella contestazione dell’operato del premier Conte in questa delicatissima fase pandemica, mentre scricchiolii sempre più forti si sentono nella maggioranza di governo .
Con l’ intervento di ieri di Matteo Renzi al Senato, che ha chiamato infelicemente a supporto delle sue tesi persino “ i morti di Brescia e Bergamo”, il giovane leader annuncia il suo ultimatum al governo, dopo che nei giorni scorsi aveva incassato con profitto le nomine in diversi enti e strutture statali.
Mentre si è in guerra non si cambia la linea di comando, abbiamo scritto ripetutamente in questi giorni, e vale il principio: “right or wrong my country”. Certo, se nella fase 1 di piena emergenza tale regola era valida in assoluto., ora che si devono affrontare con le questioni sanitarie ( il controllo dovrà rimanere rigoroso) quelle non meno gravi dell’economia, è fisiologico che la politica riprenda il suo normale corso.
La figura del “giovin signore fiorentino” fortemente ridimensionata dall’esito del referendum del 4 Dicembre 2016, che ne determinò il crollo politico, non migliora con le costanti docce fredde che Matteo Renzi promuove, prima nel suo ex partito, il PD, e, adesso, con il suo permanente stare con una gamba dentro e una fuori del governo.
Forte di una rappresentanza parlamentare, decisiva al Senato, sproporzionata rispetto al peso reale che i sondaggi oggi assegnano al suo partito “ Italia viva”, l’ex boy scout di Rignano sull’Arno si permette un’azione di costante sabotaggio al governo di cui fa parte, destinata a sviluppi del tutto imprevedibili del quadro politico nazionale.
Berlusconi che, dopo tanti anni di vita politica, ha saputo aggiungere alle sue doti di esperto navigatore imprenditoriale quelle di un politico smaliziato nelle questioni interne e internazionali, con un partito in rapida decadenza, coglie l’occasione della distruttiva azione renziana, per sottrarsi dal pesante condizionamento del duo Salvini-Meloni nel centro destra, e inviare segnali di fumo al premier Conte.
Crisi di governo per un’alternativa a Conte o rimpasto è il tema che sembra profilarsi per questa seconda fase della pandemia, nella quale si dovranno affrontare temi di natura economica, finanziaria e sociali di estrema rilevanza; insieme alle verificate necessità di riforma anche sul piano istituzionale, come quelle del rapporto Stato-regioni e politico amministrative: riforma burocratica e semplificazione delle procedure ai diversi livelli.
Non credo alla possibilità di elezioni anticipate a breve, atteso che non sarebbero nell’interesse degli attuali partiti di maggioranza; in primis M5S e Italia Viva, né all’idea di un governo di unità nazionale a guida di Draghi, come indicato da taluni ( come potrebbe funzionare un governo da Zingaretti a Salvini, con PD, M5S, Lega, FI, FdI ?), mentre mi sembra più probabile un possibile rimpasto di governo con l’ingresso a pieno titolo nell’esecutivo di alcuni esponenti di Forza Italia.
La partecipazione importante di quel partito e di Berlusconi e Taiani in primis nel PPE, offrirebbe altre e più solide garanzie a quel ruolo che l’Italia dovrà svolgere in seno all’Unione europea, oggi sostenute soprattutto dal PD con gli esponenti di punta Sassoli, Gentiloni e Gualtieri.
Anche gli amici ex DC presenti al Senato con quello che, a mio parere, è “ il miglior fico del bigoncio”, Gianfranco Rotondi, non stanno a guardare e da tempo puntano le loro fiches sul premier Conte, al quale il loro aiuto potrebbe risultare, con quello di Forza Italia, indispensabile.
Viviamo una fase delicatissima sul piano economico e sociale, nella quale lo stipendio ai dipendenti pubblici e il pagamento delle pensioni è un problema reale che potrebbe diventare drammaticamente serio. Tutte le categorie colpite dagli effetti economici della pandemia chiedono soldi al governo. Venendo meno le entrate fiscali programmate e permanendo i costi fissi della PA, senza una Banca centrale prestatore di ultima istanza che può emettere denaro e con un’Unione europea altrettanto priva di tale strumento ( cosa che invece funziona perfettamente negli USA dotati, inoltre, di un’ottima Costituzione federale), come si potrà evitare un’assai probabile rivolta sociale dei ceti e delle classi più toccate dalla pandemia? Pensare di aprire una crisi di governo in queste condizioni o, peggio, rischiare di consegnare il governo del Paese a una deriva di destra nazionalista, populista e anti europea, sarebbe suicida.
Mai come in queste condizioni servirà invece il massimo di compattezza interno possibile e la capacità di contrattare nell’Unione europea le più opportune soluzioni per corrispondere con rapidità, efficienza ed efficacia alle questioni economiche e sociali create dal Covid 19.
Un possibile rimpasto di governo a me pare, dunque, più probabile all’orizzonte, con il governo che potrebbe liberarsi in tal modo del permanente ricatto renziano. Un passaggio che, altresì, offrirebbe anche a noi “ DC non pentiti” e membri della Federazione popolare dei DC di assumere, dall’assemblea convocata il prossimo 20 maggio, le più opportune iniziative per preparare il Partito del popolo italiano e dei democratici cristiani alle prossime scadenze elettorali.
Ettore Bonalberti
Venezia, 1 Maggio 2020
Ricordo di Marino Cortese
E’ morto il sen Marino Cortese, uno dei leader della sinistra DC veneziana. Scompare con lui la persona che la Democrazia Cristiana veneta volle alla guida della Commissione per lo statuto regionale, alla quale dedicò le migliori energie, con l’aiuto del Prof Feliciano Benvenuti.
Nacque dalla loro collaborazione uno Statuto che l’avv. Ivone Cacciavillani, nell’introduzione del suo recente saggio “ Un nuovo Veneto”, definisce così : “Tra le quindici Regioni Italiane a “statuto ordinario” riconosciute dalla Costituzione del 1948, la Regione Veneto ha talune peculiarità qualificanti; a cominciare dal suo stesso Statuto approvato dal Parlamento Nazionale con legge 22 maggio 1971, n. 340, del seguente testuale tenore: “l’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia”. Ben superfluo ricordare che la formula “autogoverno del popolo veneto” -e prima ancora l’individuazione a livello legislativo- dell’individualità del “popolo veneto, pur nel più vasto contesto del popolo italiano, sono peculiarità specialissime della Regione Veneto nel quadro delle altre Regioni italiane (a tacere ovviamente delle cinque a statuto speciale), anche se purtroppo i suoi stessi Amministratori non hanno mai dato l’impressione di essersene accorti”. Questo dello Statuto è certamente uno dei più preziosi lasciti della lunga esperienza politica vissuta da Cortese nella nostra Regione.
Con Vincenzo Gagliardi, Alfeo Zanini, Giorgio Longo, Luigi Tartari, Gianfranco Rocelli e Mariano Baldo, Marino Cortese rappresentò per molti della mia generazione un punto di riferimento politico culturale importante della nostra formazione politica. Una cultura che in Marino Cortese era il risultato della sua formazione giovanile nell’azione cattolica prima e nell’Intesa universitaria, di cui fu dirigente nazionale e dalla sua precocissima iscrizione al Movimento giovanile della DC.
Quante battaglie democratiche abbiamo compiuto insieme all’interno del comitato regionale della DC, per molti anni nella stessa corrente della sinistra sociale di Forze Nuove a fianco di Carlo Donat Cattin, e, poi, su posizioni diverse; dopo la scelta del preambolo e la sua collocazione a fianco di Guido Bodrato nella cosiddetta “area Zaccagnini”.
Il confronto talora duro e serrato fu sempre caratterizzato dal grande rispetto nei confronti di un amico competente, serio e culturalmente onesto, fermissimo nelle sue convinzioni, che seppe sempre difendere con estrema determinazione. Il suo linguaggio calmo, misurato, mai oltre le righe, lo rendeva autorevole e degno di rispetto da parte di amici e avversari politici. Competente nelle materie istituzionali e in quelle economiche, dopo la sua lunga esperienza di ricercatore, contribuì alla stesura di quel Piano di programmazione economica del Veneto redatto sotto la guida dal Presidente Carlo Bernini, che connotammo come quello del “ Veneto terra di relazione”.
La politica veneziana, veneta e italiana perde con Marino un altro esponente di quella Prima Repubblica dalla quale molti insegnamenti si dovrebbero trarre, in una fase nella quale molte delle dirigenze nazionali e locali sono caratterizzate da scarsissima cultura e tanta incompetenza. Caro Marino ti ricorderemo nelle nostre preghiere conservando una preziosa memoria del lungo tratto di strada compiuto insieme.
Ettore Bonalberti
Venezia, 28 Aprile 2020
Giovanni di Turi ci ha lasciati
Giovanni Di Turi ci ha lasciati. Perdiamo uno degli amici più generosi e sinceri fra quanti, “ DC non pentiti” veneziani, avevano in cuore l’amore per i valori fondanti della dottrina scoiale cristiana e ferma la volontà di concorrere alla ricomposizione dell’unità dei cattolici democratici e cristiano sociali a Venezia, nel Veneto e in Italia.
Da sempre impegnato nel sociale, Giovanni è stato uno dei primi a Mestre a rendersi conto del fenomeno importante dell’immigrazione e, forte della sua esperienza acquisita nel settore della cooperazione, aveva dato vita a numerose associazioni e movimenti di immigrati per i quali ha svolto una preziosa attività di raccordo tra i bisogni delle persone e le diverse autorità istituzionali.
Egli ha sempre considerato l’attività nel sociale come la precondizione indispensabile per dare significato all’impegno sul piano politico e amministrativo.
Una competenza straordinaria nel settore amministrativo della pubblica amministrazione, acquisito negli anni della sua attività professionale pubblica e privata, la dimostrò quando, predisponendo il programma dei popolari veneziani nell’ultima campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale di Venezia, seppe predisporre un’analitica e rigorosa analisi delle aziende municipalizzate o a diversa partecipazione comunale; una delle posizioni di rendita del consenso alle amministrazioni di sinistra succedutesi negli ultimi decenni a Venezia.
Quante volte bussò agli assessorati competenti per ottenere la concessione di un luogo disponibile, quale sede per lo svolgimento delle attività delle sue numerose associazioni no profit. Mai una risposta positiva da un’amministrazione comunale dimostratasi sempre sorda alle richieste di un uomo buono, mite, ma inflessibile nella fedeltà ai valori cristiani su cui aveva informato tutta la sua vita.
A ogni sollecitazione fattagli per la ricostruzione politica dell’area popolare e democratico cristiana, sin dal 2012, Giovanni ha sempre risposto di SI, sino alla sua ultima conferma di adesione alla Federazione popolare dei DC.
Veramente Giovanni Di Turi è stato una figura esemplare di “democristiano non pentito,” che è vissuto per tutta la sua vita nell’Italia del dopoguerra, da fedele interprete, nel campo sociale e nell’impegno politico, della migliore tradizione sturziana e degasperiana.
Personalmente perdo un amico al quale ricorrevo ogni volta che sentivo l’esigenza di una parola di sostegno e di conforto, sempre pronto a richiamarmi al dovere della testimonianza senza tentennamenti.
Grazie Giovanni per i tuoi insegnamenti e per il tuo esemplare stile di vita. Tutti noi DC e popolari veneziani ti siamo riconoscenti.
Il Signore riceva la tua anima candida tra le sue braccia misericordiose e sul tuo corpo ti sia lieve la terra.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF
Direzione nazionale DC
Componente comitato provvisorio della Federazione Popolare dei DC
Venezia, 22 Aprile 2020
LETTERA APERTA AGLI AMICI DELLA FEDERAZIONE POPOLARE DEI DC
Cari amici,
in queste settimane di doverosa clausura domestica ho cercato di analizzare lo stato dell’arte della nostra Federazione popolare dei DC. A me sembra che, al di là della netta disponibilità espressa dagli amici Gargani, Grassi, Tassone e Rotondi e di molti responsabili di movimenti e associazioni che hanno condiviso il nostro patto federativo, permangano le perplessità e i distinguo di Cesa e di alcuni dei suoi amici dell’UDC, i quali, forti della loro attuale disponibilità nell’utilizzo del simbolo dello scudo crociato, vorrebbero che quanto sin qui concordato, si concludesse semplicemente con l’ingresso di tutti nel loro partito.
Un ‘operazione fuori della realtà che non tiene conto:
a) delle pendenze esistenti nel merito della proprietà e gestione dello scudo crociato, di cui noi DC rivendichiamo a pieno la titolarità;
b) dell’esigenza di dar vita a un nuovo soggetto politico, risultato della partecipazione di tutti i firmatari del patto, così come indicato nel documento sottoscritto.
Ho sperimentato direttamente l’impraticabilità di un accordo con gli amici UDC, o meglio con colui che ne rivendica la rappresentanza nel Veneto, il sen Antonio De Poli, il quale, sollecitato a incontrarsi ben prima dello scoppio della pandemia, non ha ritenuto nemmeno opportuno rispondere.
E’ evidente che, il permanere di De Poli in un’area molto più affine a ciò che rimane di Forza Italia ( fu uno dei più fedeli alleati di governo di Giancarlo Galan, colui che si è reso responsabile del più grave scandalo politico della storia veneta- caso MOSE) e il suo probabilmente oggettivo peso interno all’UDC nazionale, si combina con le riluttanze di Cesa ad assumere finalmente una posizione autonoma dal centro destra a guida salviniana. Tutto ciò costituisce un vulnus gravissimo al nostro progetto politico.
Noi intendiamo concorrere alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale e intendiamo farlo avviando un nuovo soggetto politico: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista populista a dominanza salviniana, e alla sinistra senza identità, pronti a collaborare con quanti intendono attuare integralmente la Costituzione repubblicana. Un progetto che vorremmo sviluppare insieme anche ad altri amici, come quelli impegnati attorno al manifesto Zamagni alla Rete Bianca e Costruire Insieme.
Un soggetto politico ampio, plurale e nuovo. Non ci interessa con quale nome e simbolo ci presenteremo; nome che, col simbolo e il programma politico, decideremo insieme nella prossima assemblea costituente nella quale si dovrà dare ampio spazio ai giovani e a una nuova classe dirigente che assuma la guida del nostro progetto politico. Un’assemblea che, come più volte discusso, dovrebbe essere preceduta da incontri a livello regionale e provinciale tra i rappresentanti di tutti i sottoscrittori del patto federativo.
A Cesa chiediamo ancora una volta se è disponibile a varcare il Rubicone per costruire insieme a tutti noi il nuovo soggetto politico.
Noi tutti ci auguriamo di sì, ma, se ciò non fosse possibile, non potremo più aspettare, ma dovremo procedere inevitabilmente con chi ci sta, corrispondendo così, anche alle attese che, come ci assicura l’amico Hermann Teusch, sono presenti negli organi dirigenti della CDU e della CSU tedesca, pronti a collaborare con il nuovo soggetto politico aderente al PPE per concorrere tutti Insieme a offrire una risposta ai gravissimi problemi dell’Europa post pandemia. Una risposta ispirata ai valori della migliore tradizione cristiano sociale e popolare europea.
Cordiali saluti
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( www.alefpopolaritaliani.it )
Venezia, 17 Aprile 2020
A proposito di Conte e del compromesso all’eurogruppo
Il compromesso raggiunto Giovedì scorso dall’Eurogruppo ha suscitato molte polemiche non solo fra maggioranza e opposizione, ma anche tra alcuni nostri amici, specie in relazione al giudizio che personalmente ho espresso sull’operato del Presidente del consiglio, Giuseppe Conte.
Quanto a quest’ultimo, mi limito a ripetere: chi vivrà vedrà. Reputo Giuseppe Conte, l’avvocato fiorentino catapultato dal M5S a guidare un esecutivo che si è trovato ad affrontare una situazione mai accaduta prima in tutta la storia repubblicana, come quello che, almeno a me, appare il migliore tra quanti calcano in questo momento la scena politica italiana.
Certo si tratta non di un superlativo assoluto, ma relativo, e anche chi non condivide il mio giudizio, sino ad oggi non ha saputo proporre altra soluzione che quella di Draghi; ottima risorsa repubblicana, legata, come lo è stato già Mario Monti, con i poteri finanziari che controllano, con le banche centrali dei Paesi europei, la stessa BCE. Chi come me, e spero anche tutti noi della Federazione popolare dei DC, si batte per il ripristino del NOMA ( Non overlapping Magisteria) ossia alla politica che guida il progetto, con l’economia reale e la finanza a supporto, e, dunque, concretamente, al controllo pubblico di Banca d’Italia e della BCE e alla netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria ( Legge Glass-Steagall USA e Legge bancaria italiana del 1936 abrogata, ahimè, dal decreto Barucci-Amato del 1992) sarebbe come cadere dalla padella nelle brace.
Al di là, tuttavia, di questo giudizio del tutto mio personale e opinabilissimo, resta il fatto che mentre si combatte questa guerra impari col virus, il comandante alla guida non si cambia, anche se, come nell’ultima intervista televisiva si è fatto prendere dall’irritazione per le accuse false e infamanti che da giorni gli erano state rivolte da Salvini e dalla Meloni.
“ Right or wrong my country” ( “ Giusto o sbagliato è il mio Paese”) dicono gli americani e anche noi in questa drammatica fase dovremmo seguirne il principio.
Nel merito della vicenda europea dobbiamo invece evidenziare quanto segue:
Dopo
giorni di tensione, dibattiti e scontri, dall'Eurogruppo escono due buoni risultati
che dobbiamo valorizzare e che nessuna astiosa propaganda potrà negare.
In primo luogo c’è il varo di un ventaglio di iniziative mai viste prima per
quantità di risorse attivate: fino a 500 miliardi, dal Programma per la
disoccupazione (SURE) ai Fondi BEI e al Fondo salva-stati SENZA CONDIZIONI per
le spese dirette e indirette della sanità;
In secondo luogo, ed è la vera novità, la decisione di un Piano per la ripresa
(RECOVERY PLAN) per altri 500 miliardi da sostenere con nuovi strumenti
finanziari.
Questo era ed è il nostro obiettivo: un "Piano per la ricostruzione"
che veda lo sforzo congiunto di tutta l'Europa. Ora questa proposta è stata
messa sul tavolo del prossimo Consiglio europeo e lì Italia, Francia e Spagna e
gli altri paesi favorevoli dovranno battersi per renderlo effettivo
rapidamente.
Ed è chiaro a tutti, anche a quei paesi che non li hanno voluti nominare
espressamente, che questi nuovi strumenti finanziari non potranno che essere
dei BOND, o garantiti dal bilancio europeo rafforzato o dai singoli Stati, ma
comunque EMISSIONI DI DEBITO COMUNE, indispensabili per mobilitare i
finanziamenti che saranno necessari a tutti gli Stati europei per superare il
rischio di recessione.
Oggi anche Der Spiegel invita la cancelliera Merkel a cambiare registro sugli eurobond, considerati lo strumento inevitabile se si vuol salvare l’Unione europea.
Confidiamo che Angela Merkel sappia essere all’altezza del suo mentore Helmut Khol e fedele alla migliore tradizione della CDU e CSU tedesca. Unica condizione per preservare il ruolo di guida del Partito Popolare europeo. Non scattasse questo elementare principio di solidarietà sarebbe la fine dell’Unione e le conseguenze sarebbero ancor più tragiche per tutti.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it)
Direzione nazionale DC
Componente del comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC
Venezia, 12 Aprile 2020
Un’idea per niente stravagante
“il domani è ancora tutto da costruire e da scrivere”: conclude così il suo articolo l’amico Giorgio Merlo su: “ Conte, la DC e i cattolici”, denunciando “ la simpatica iscrizione d’ufficio, da parte di alcuni commentatori ed opinionisti, del premier Conte alla tradizione della DC ”.
Osservazione intelligente che proviene da un membro di “ Rete bianca” che, da quanto ho potuto capire sino ad oggi, firmando il Manifesto Zamagni, è anch’essa un’associazione/movimento alla ricerca di un nuovo soggetto politico, in grado di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana.
Se non ho mal compreso, gli amici di “Rete bianca”, rifuggono da ogni tentativo, come quello che abbiamo portato avanti e su cui ancora stiamo impegnandoci, noi che partecipiamo alla Federazione popolare dei DC, spinti dalla volontà di concorrere alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale del Paese, partecipante al progetto di costruzione del nuovo soggetto politico.
Continuare, però, ad attribuire a noi della Federazione l’idea anacronistica di “voler rifare la DC” non è solo un errore, ma anche un insulto alla nostra intelligenza, essendo tutti noi ben consapevoli dell’impossibilità di far tornare in vita ciò che storicamente e politicamente si è concluso, nonostante le modalità di quella chiusura, tuttora sottoposte alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”.
Fa poi specie che queste obiezioni siano portate avanti da chi ha già sperimentato altre casematte dei partiti, da cui non molto tempo fa ha deciso di uscire, stanco della confusione imperante in un soggetto politico come il PD, nato da una miscela rivelatasi impossibile di culture politiche, trasformatosi in un ircocervo privo di un’identità definita e riconoscibile.
Siamo tutti d’accordo che un nuovo soggetto politico, come scrive Merlo, debba avere “come ingredienti costitutivi il pensiero, la cultura, il progetto e il programma. Oltre ad una classe dirigente. “ Quanto al pensiero e alla cultura, abbiamo più volte evidenziato che vale per tutti noi, non solo quanto abbiamo conservato della migliore tradizione popolare e della DC, ma, soprattutto, quanto ci è indicato dalla dottrina sociale cristiana, con le ultime encicliche pontificie, che sono una delle letture più approfondite di quest’età della globalizzazione e del dominio del turbo capitalismo finanziario.
Per il progetto, se assumessimo, come più volte scritto, la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione, ritengo che ogni altra residua polemica sul “guardare a sinistra”, come partito di centro, dovrebbe essere razionalmente superata, assunta l’alternatività alla deriva nazionalista e populista alla base tanto del Manifesto Zamagni che del patto della Federazione Popolare dei DC.
A quel punto sorge il problema della classe dirigente. Sono sempre contrariato ogni volta che vecchi arnesi della politica della Prima Repubblica, come molti o quasi tutti di noi siamo, si ergono a giudici implacabili di amici che in quella stagione, furono esponenti di rilievo spesso alla pari di coloro che oggi assumono il ruolo di giustizieri. La verità è che quasi nessuno della nostra generazione, la quarta della DC, ha più i titoli e l’attendibilità di porsi come espressioni credibili di leadership di un nuovo soggetto politico, per il quale serve una nuova classe dirigente.
Concordato il programma, spetterà all’assemblea costituente del nuovo soggetto politico decidere il gruppo dirigente che, ci auguriamo sia composto soprattutto da una nuova generazione di leader politici.
Credo, tuttavia, che non sia blasfemo ritenere che in un nuovo soggetto politico di centro: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista, e alla sinistra senza identità, una persona come Giuseppe Conte, possa svolgere un ruolo positivo, come sembra emergere anche dal giudizio che molti cittadini ed elettori stanno esprimendo nei confronti di questo giovane avvocato fiorentino, catapultato in politica e costretto ad affrontare problemi mai affrontati prima d’ora da alcun leader della Repubblica, dal tempo di De Gasperi. Un capo di governo, che, nella “debolezza” complessiva, tranne qualche eccezione, dei componenti del governo, appare ogni giorno di più come “ il miglior fico del bigoncio”.
Nessuno vuole iscriverlo alla storia gloriosa e/o sic et simpliciter alla tradizione della DC, operazione illogica e impossibile, ma ritenerlo adeguato a concorrere con tutti noi nella costruzione di un nuovo soggetto politico del tipo di quello connotato, a me sembra un’idea per niente stravagante, anzi da coltivare con attenzione.
Ettore Bonalberti
Venezia, 4 Aprile 2020
Il popolarismo è la proposta per una nuova speranza del Paese
Confesso che ho sempre letto gli editoriali del prof Angelo Panebianco con molto interesse e frequente condivisione della sua coerente posizione laico liberale, ma non posso esimermi dal contestare la caduta laicistica della sua ultima nota sul Corriere del 27 Marzo scorso.
Ragionando sulle prospettive del “dopoguerra” della pandemia del Coronavirus, Panebianco evidenzia nella “zavorra burocratica e nell’ideologia pauperista” le “magagne” che contrasteranno l’auspicata ripresa. Tra le zavorre dell’ideologia pauperista Panebianco, riproponendo una tesi cara a un vecchio liberalismo d’antan, colloca le “ pulsioni di un certo cattolicesimo politico”.
E’ una tesi che ogni tanto ritorna, come ci insegnava il compianto Sandro Fontana, quella secondo cui i cattolici hanno rappresentato una sorta di incidente della storia, che avrebbe impedito il libero dispiegarsi delle idee liberali che, da Cavour e Minghetti, si infransero con la fine dell’età giolittiana e l’avvento del fascismo.
Mal sopportarono quei laicisti alla fine della seconda guerra mondiale: “L’avvento di De Gasperi” ( titolo dell’ultimo saggio di Leo Valiani), ossia dell’assunzione da parte del partito espressione dell’unità politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali, della guida dell’Italia.
Lucio D’Ubaldo con un bell’articolo sulla rivista on line “Formiche”, ha replicato con molto equilibrio ed efficacia, rivendicando il ruolo che i cattolici democratici hanno esercitato con la DC negli oltre quarant’anni di egemonia politica in Italia.
Da parte mia, tra gli eredi della migliore tradizione cristiano sociale, quella che da Miglioli, Pastore, Labor e Donat Cattin, ha costituito la componente storica della sinistra sociale della Democrazia Cristiana, rivendico interamente il ruolo che abbiamo svolto nella difesa del lavoro e dei lavoratori in particolare, in conformità ai principi di solidarietà e sussidiarietà della dottrina sociale cristiana, cui abbiamo ispirato la nostra azione politica. Non a caso lo statuto dei lavoratori è frutto dell’impegno del socialista Brodolini prima e di Carlo Donat Cattin.
Vorrei chiedere al prof Panebianco, anche alla luce di quanto stiamo verificando in questi giorni di drammatica pandemia, che ha mostrato tutti limiti e gli errori accumulati in molti anni della politica italiana, come pensa possa essere ricostruito un nuovo credibile assetto del sistema italiano, nell’attuale deserto delle culture politiche?
Nell’età della globalizzazione, quella in cui, come scrive il Prof Zamagni, è stato rovesciato il principio del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) e la finanza è diventata il fine subordinando ad essa l’economia reale e la politica, ridotte al ruolo ancillare ed esecutivo della finanza che persegue un unico obiettivo : il profitto, quale pensa possa essere la risposta ai problemi drammatici che ci troveremo ad affrontare all’indomani di questa tragica guerra pandemica?
Fallita l’utopia di una cultura liberista che, nella realtà presente è sfociata nel trionfo del turbo capitalismo finanziario; distrutta l’antitesi utopica e profetica del comunismo, alla fine ridottosi nelle attuali formule dittatoriali cinesi e autoritarie delle oligarchie russe, la risposta più avanzata e credibile ancora una volta ai problemi della globalizzazione viene dalla dottrina sociale cristiana. Come per i nostri padri: Sturzo, De Gasperi, La Pira, Moro, Fanfani, Donat Cattin e Marcora e molti altri, furono la “ Rerum Novarum” di Leone XIII e la “ Quadragesimo Anno” di Pio XI, le stelle polari della loro azione politica, così per la nostra generazione formata dal Concilio Vaticano II, dalle encicliche giovannee ( Mater et Magistra e Pacem in Terris) e di San Paolo VI ( Humanae Vitae e Populorum Progressio), così ancora per noi e per le nuove generazioni dei cattolici, viene ancora dalla dottrina sociale della Chiesa il supporto per inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali in essa indicati.
Nell’attuale deserto delle culture politiche, mentre altri navigano a vista senza orientamento, la nostra bussola che ci indica la strada, la troviamo negli insegnamenti degli ultimi pontefici. Dalla Centesimus Annus di San Papa Giovanni Paolo II, alla Caritas in veritate di Benedetto XVI, alle ultime: Evangelii Gaudium e Laudato Si di Papa Francesco.
Condivido la constatazione dell’assenza di un centro oggi in Italia e, come ripeto da qualche tempo, anche per noi eredi della sinistra sociale DC l’obiettivo è il come tradurre i principi della dottrina sociale cristiana nella realtà politica e istituzionale, al fine di realizzare quell’equilibrio tra interessi e valori, che è il compito primo della politica, “ la più alta forma di carità” secondo il Santo Padre Paolo VI.
Tanto nella Federazione Popolare dei DC, che tra gli amici raccolti attorno al Manifesto Zamagni; tra quelli di Costruire Insieme e quelli di Politica Insieme, oltre alle numerose associazioni, gruppi e movimenti della vasta galassia cattolico popolare, credo sia comune la volontà di concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico di centro: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori della dottrina sociale cristiana, inserita a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori DC e popolari: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra senza identità. Massima disponibilità a collaborare con chi assuma come programma: la difesa e la completa attuazione della carta costituzionale, compresi quanti di area liberale e riformista si riconoscono crocianamente nei valori dell’umanesimo cristiano.
E questo è l’obiettivo che la mia generazione intende consegnare ai giovani dell’area cattolica, che intendano assumere il testimone della migliore tradizione politica e culturale del popolarismo italiano, offrendosi come nuova classe dirigente credibile al Paese per una nuova speranza.
Ettore Bonalberti
Venezia, 30 Marzo 2020
E’ finita la tregua?
Ruyard Kipling sul carattere degli italiani scriveva: “Un italiano: un bel tipo. Due italiani: un litigio. Tre italiani: tre commissioni costituenti”. Scoppiata la pandemia, in realtà, il comportamento di tutto il Paese è stato encomiabile, così come continua ad esserlo, non solo al fronte ospedaliero, dove operano persone al limite del sacrificio estremo, ma anche da parte della stragrande maggioranza della popolazione.
Anche le forze politiche, per quasi un mese, hanno dimostrato un elevato senso di appartenenza, sforzandosi di assumere comportamenti di forte unità di intenti rispetto all’avversario comune, rappresentato da un nemico subdolo, largamente sconosciuto, sfuggente e capace di colpire in silenzio senza possibilità di catturarlo.
Viviamo una condizione già istituzionalmente precaria, con una maggioranza frutto del trasformismo politico che ha caratterizzato tutta la legislatura, dopo il voto dell’ 4 Marzo 2018, vista l‘impossibilità di costruire un governo espressione del voto popolare. Una condizione aggravata dalla “crisi del Papeete” aperta da Salvini, da cui si è usciti con una diversa coalizione di governo, l’attuale giallo-rossa a guida dello stesso presidente del Consiglio Conte, votato dal parlamento, al di fuori di una legittimazione di voto popolare che, per il suo ruolo, come è noto, non è previsto dalla nostra carta costituzionale.
Era prevedibile che, dopo un mese di informali e ufficiali comunicazioni e incontri tra il capo del governo e il trio del centro-destra Salvini-Meloni-Berlusconi/Taiani, alla fine qualcosa si sarebbe incrinato; anche per la pressione che al governo veniva dai governatori delle Regioni del Nord a guida leghista, come quelle di Lombardia, Veneto e Friuli V.Giulia , insieme alle restanti regioni padane, quali il Piemonte e l’Emilia Romagna, ossia quelle più colpite dal virus pandemico.
Non sono mancati nel governo: ritardi, irresponsabili fughe di notizie e un sistema di comunicazione complessivamente inefficiente, che hanno raggiunto il culmine l’altra notte con la dichiarazione alla TV resa da Conte sul decreto in atto da oggi, sulla chiusura in campo nazionale delle attività produttive non collegate/bili ai quattro grandi settori strategici del Paese: agro-alimentare, farmaceutico-sanitario, energia e trasporti. I settori che ci garantiscono di non mettere a terra completamente l’Italia. Una comunicazione anticipata su facebook, ripresa da un canale TV straniero, riversata in Italia, prima ancora che il decreto fosse stato formalmente redatto nella sua versione definitiva.
Matteo Salvini, d’altronde, che da ministro si era reso responsabile con i suoi atteggiamenti e comportamenti del più grave isolamento dell’Italia in campo europeo, sin dai primi provvedimenti del governo , smessa la felpa di circostanza, ora sempre in abito scuro, camicia e cravatta, da aspirante premier, abbandonati i toni truculenti d’antan, è diventato “ il signor più uno”. Qualunque cosa decida il governo, lui ne spara sempre una più grossa.
Per diversi giorni, i suoi colleghi di partito Fontana e Zaia, quotidianamente consultati dal governo centrale, si sono comportati in linea con le decisioni di Roma, ma giunti a dover assumere le posizioni più drastiche, come da loro da sempre richieste, qualcosa si è rotto, e da questo momento rischiamo di corrispondere ai giudizi sopra citati di Kipling sugli italiani.
Sta avvenendo anche tra di noi DC e Popolari, all’interno dei quali, riemergono le posizioni storiche di contrapposizione tra sostenitori di politiche di centro-destra e/o di centro-sinistra.
Sin dall’inizio avevo sperato che prevalesse il buon senso e tutti rispettassimo quell’elementare regola della guerra: in corsa non si cambia il conducente, invitando gli amici a stringerci attorno al governo secondo il principio: “right or wrong my country”, mettendo innanzi tutto davanti a noi, l’esigenza di combattere insieme contro il subdolo e inafferrabile nemico comune, rinviando alla fine della pandemia, il ritorno alla normale dialettica politica.
Quando si devono assumere, come accade adesso in Italia e per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, provvedimenti restrittivi delle libertà personali e persino inerenti alla sopravvivenza di intere filiere produttive, tenendo presenti, da un lato, le sacrosante ragioni di sicurezza invocate da sindacati per i lavoratori, e, dall’altra, le altrettanto comprensibili ragioni indicate dagli imprenditori, è ovvio che risulti quanto mai difficile realizzare sintesi ragionevoli e condivise da tutti.
Se poi, come accade oggi, assistiamo a una divergenza di decisioni tra decreto nazionale valido per tutto il Paese e decreto regionale lombardo, rivendicato da Fontana come prevalente per il suo territorio, è evidente che è l’intero assetto istituzionale dell’Italia che è messo in discussione. Il tutto aggravato dal conflitto di competenze introdotto dalla pasticciata modifica del Titolo V della Costituzione tra materie di competenza esclusiva e concorrente tra Stato e Regioni.
Si aggiunga che al conflitto apertosi tra Stato e Regione Lombardia è aperto quello tra governo e opposizione, che, in queste ore, ha richiesto udienza al presidente della Repubblica rivendicando, da un lato doverosamente, il mantenimento dell’apertura illimitata del Parlamento, luogo del confronto e del controllo democratico dell’azione di governo, e, dall’altro, un coinvolgimento diretto della stessa opposizione nelle decisioni del governo.
Non sono mancati coloro che hanno chiesto un cambio della guida di governo, con l’affidamento della stessa a una coalizione unitaria di emergenza a Mario Draghi, come garanzia di maggiore efficienza ed efficacia anche sul piano internazionale.
A parte le difficoltà, anche solo temporali, che un cambio di governo richiederebbe, pur sfrondando le procedure dai liturgici passaggi della prassi costituzionale, io credo che quanto il governo Conte ha saputo sin qui acquisire dall’Unione europea (stante anche lo sviluppo della pandemia in tutto il continente) ossia: fine del fiscal compact, possibilità di superare i vincoli di bilancio e, in attesa che la riunione di oggi dei vertici economico finanziari dell’UE decidano sul possibile utilizzo del MES e/o emissione di corona bond e dopo quanto ha già deciso la BCE ( “ whatever it takes”), non credo si possa pretendere di più. Mario Draghi, semmai, servirebbe come commissario straordinario dell’UE nella gestione della crisi economica connessa alla pandemia.
In sintesi: resto dell’idea che mentre si è in guerra non si debba cambiare la linea di comando. Al governo e a Conte, in particolare, andrebbe consigliato di cambiare registro e consulenti in materia di comunicazione. Andrebbe poi ricercata, nell’oggettiva difficoltà del pasticcio istituzionale esistente, l’unità di intenti della prima ora tra Stato e Regioni, garantendo nel contempo, come assicurato dai presidenti Casellati e Fico, il funzionamento normale delle Camere, mentre a noi cittadini il dovere di rispettare, come stiamo facendo da un mese, tutte le prescrizioni del governo.
Infine, rivolgo un invito l’ennesimo appello a tutti noi DC e Popolari italiani, a ritrovare il massimo di unità, tentando di dar vita a un soggetto politico nuovo di centro democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno tiolo nel PPE, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra senza identità.
A noi DC e Popolari, come nel 1945-48, con De Gasperi, furono quelli che garantirono a un Paese distrutto dalla guerra la guida per la ricostruzione, così, dopo le macerie che ci lascerà questa pandemia, spetterà il compito di concorrere a offrire al Paese una nuova speranza
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF
Direzione nazionale DC
Comitato provvisorio Federazione popolare DC
Venezia, 23 Marzo 2020
Perché l’area padana?
A un mese dallo scoppio della pandemia nel nostro Paese e ancora lontani dal raggiungimento del picco della diffusione del contagio, alla luce dei dati annunciati dal bollettino quotidiano della protezione civile, sorge spontanea una domanda: perché il virus è attecchito e si è propagato con straordinaria virulenza nell’area padana? Perché, soprattutto, la mortalità ha assunto in aree come quella bergamasca e bresciana valori elevatissimi quali non si sono riscontrati nella Cina e Corea del Sud?
Al primo quesito, sconosciuto il paziente zero del virus, irrisolto il rebus se sia ascrivibile a qualche uomo d’affari lombardo proveniente da un viaggio nella Cina o da un contatto di qualche operatore lombardo con qualcuno contagiato della Baviera, dove si presume sia iniziata la diffusione del virus in Europa, sarà compito di future indagini fornire una risposta che lasciamo alla competenza degli specialisti.
Quanto all’elevatissima diffusione in zone come quella bergamasca e bresciana, se è ragionevole pensare che sia legato alla particolare conformazione di quelle aree, caratterizzate da un continuum di città e paesi senza quasi soluzione di continuità, ricche di un tessuto socio economico e produttivo tra i più dotati nel mondo di piccole e medie imprese, ciò che lascia interdetti è l’elevata mortalità che in esse si riscontra, tanto che, da due giorni, abbiamo superato il numero dei morti denunciati in Cina e nella Corea del Sud.
Controllo sistematico della mobilità dei cinesi, ridotti da un regime autoritario alla condizione di distretto militarizzato a Hubei e nella città di Whuan, o grazie all’utilizzo di un’ applicazione informatica in dotazione alle autorità in Cina come nella più democratica Corea del Sud, in grado di controllare l’esatta posizione di ogni cittadino rispetto ai potenziali “untori”; ossia condizioni assolutamente lontane da quelle praticabili e concretamente sin qui gradualmente attivate nell’ Italia democratica, a partire proprio dalle prime “zone rosse” del contagio, penso che, tuttavia, non siano ragioni sufficienti a spiegare il divario nel tasso di letalità del virus dall’estremo oriente alla Padania.
Valgono certamente le ragioni di una popolazione più vecchia presente in Italia rispetto alla Cina e alla Corea, con evidenti condizioni di salute peggiori degli anziani rispetto ai giovani; considerato che la percentuale più alta di deceduti è da noi nella fascia 65 anni in su , rispetto a quella dei 45 anni nelle aree orientali. Credo, però, che nell’area padana si debba tener conto anche della variabile inquinamento ambientale.
Non so se la cremazione immediata dei deceduti sia dovuta a ragioni oggettive sanitarie per eliminare del tutto il virus o, molto più praticamente, per le difficoltà di sepolture normali nei cimiteri e in assenza delle normali cerimonie funebri, certo è che, con quelle cremazioni si rende impossibile effettuare le autopsie solo dalle quali si potrebbero accertare le cause vere o prevalenti di quei decessi.
Le mancate autopsie e le conseguenti possibili errate attribuzioni delle cause di morte portano ad aumentare in maniera elevata il grado di letalità del corona virus.
Si muore, com’ è appurato dagli esperti sanitari, per mancanza di ossigenazione, accertato che uno degli effetti del virus è di intaccare i tessuti dei bronchi e dei polmoni provocando delle polmoniti virali che richiedono il ricovero in terapie intensive e l’utilizzo di apparecchiature speciali di forzata ventilazione e ossigenazione controllata. Apparecchi di cui, almeno sin qui, solo una o poche ditte in Italia sono in grado di produrre e viste le chiusure autarchiche che ciascun Paese sta facendo delle proprie aziende produttrici di questi strumenti.
In questo momento, posto che vi saranno decine di migliaia di persone ricoverate con terapia intensiva negli ospedali italiani, che comprendono non solo i circa 3.000 intubati , ma anche tutti coloro che hanno avuto necessità di maschera facciale per l'ossigeno, che é un apparecchio mobile che viene portato al letto del paziente con difficolta respiratorie, sappiamo che alla data del 19 marzo, dato del Ministero della Salute, solo 2.498 di queste decine di migliaia sono anche positivi al tampone.
Questo proverebbe inequivocabilmente che tutti questi ricoveri in terapia intensiva sono dovuti in prevalenza all'inquinamento ambientale. Suona molto strano poi che chi muoia in terapia intensiva venga subito cremato. La cremazione, come detto, impedisce di effettuare la autopsia per accertare che non avesse invece i polmoni corrosi dallo smog. E' necessario pertanto che le autorità accertino quante persone sono ricoverate oggi in Italia non positivi al tampone, ma con difficolta respiratorie e tosse secca; ogni eccedenza proverebbe che si tratta di ricoveri per inquinamento ambientale. Credo che il tema delle immediate cremazioni dei cadaveri e delle mancate autopsie dovrebbe essere posto all’attenzione delle autorità competenti e non solo e non certo per mere esigenze statistiche.
Dati Arpa Lombardia: da 11 anni PM 10 e benzyl sono oltre il doppio della soglia limite da ottobre a gennaio, con picco dell' oltre soglia a febbraio, guarda caso che coincide con il picco dei ricoveri in terapia intensiva. Studi dell'Istituto Italiano Tumori sono chiarissimi nel merito: dopo 10 anni di esposizione al catrame (respirato dall'aria inquinata da gas di scarico delle auto e degli inceneritori) i sintomi sono tosse secca persistente, febbre alta e dispnea (difficolta respiratoria), insomma gli stessi imputati al coronavirus. Temo che corona virus e inquinamento ambientale concorrano a determinare l’alta mortalità nella pandemia che sta sconvolgendo la vita dell’area più produttiva dell’Italia.
In conclusione: dobbiamo certamente osservare scrupolosamente le regole che governo e autorità locali ci impongono e combattere in tal modo il flagello virale di questo inizio secolo, ma anche riconsiderare seriamente le cause di un inquinamento ambientale di cui solo noi uomini, con i nostri comportamenti personali e sociali, siamo responsabili.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF
Venezia, 21 Marzo 2020
Pubblichiamo la lettera pubblicata su Avvenire del 16 Marzo a firma di Francesco Ognibene
Coronavirus. Associazioni e parlamentari cattolici: noi col Papa, vicini ai vescovi
lunedì 16 marzo 2020
E' una lettera aperta che esprime piena adesione ai gesti e alle parole di Francesco e appoggio alle difficili scelte dei vescovi italiani quella diffusa da 37 realtà associative e 17 politici.
È una “lettera aperta” di “semplici fedeli legati da una traccia di amicizia operosa nella Fede cristiana, impegnati in opere sociali o in un reciproco aiuto per il bene comune” quella che, con la firma di 37 associazioni cattoliche e di 17 parlamentari (in carica o ex), esprime piena unità al Papa e sostegno ai vescovi italiani per le difficili (e non sempre comprese) scelte che hanno dovuto assumere in questa emergenza per il coronavirus.
“Nella grave prova di questi giorni percossi dal contagio virale – si legge nel documento, intitolato ‘Perché sia accolta anche l’emergenza dello spirito’ - desideriamo umilmente esprimere, con ancora maggiori verità e struggimento, gratitudine e sequela al Santo Padre e alla Chiesa”. A nome proprio o delle sigle associative di differente sensibilità e fronte di impegno, i firmatari affermano che sono anzitutto di “grande aiuto il gesto di offerta dell’Italia alla Madonna del Divino Amore che papa Francesco ha voluto compiere l’11 marzo e il suo pellegrinaggio del 15 marzo per le vie di Roma per pregare la Salus Populi Romani e il Crocefisso della chiesa di San Marcello al Corso, indicandoci la possibilità di una adeguata - seppur vertiginosa- posizione umana per stare di fronte alle drammatiche circostanze attraverso cui il Mistero ci provoca”.
Evocando l’impegno di molte realtà e personalità firmatarie contro il suicidio assistito, sfociato nei mesi scorsi in iniziative e documenti pubblici, il testo ricorda che la faticosa e spesso dolorosa esperienza della crisi che stiamo attraversando richiama l’attenzione di tutti sul “valore fondamentale della vita e di quel suo senso costitutivo di appartenenza di cui ora percepiamo la mancanza fisica, ma di cui dovremmo sempre stupirci come un ‘miracolo, un effetto esclusivo della Grazia’ (Albert Camus, Il primo uomo)”.
Ma promotori e sostenitori della presa di posizione pubblica, particolarmente significativa mentre non cessano le uscite polemiche di personaggi anche assai noti nel mondo cattolico contro la presunta arrendevolezza della Chiesa alle disposizioni sanitarie delle autorità pubbliche, vogliono anche dirsi esplicitamente “vicini ai Vescovi italiani, che hanno testimoniato una non scontata assunzione di responsabilità per sostenere la lotta contro la pandemia, accettando il sacrificio più grande, la rinuncia cioè alla condivisione dell’Eucarestia, quel Gesto che rende possibile il cammino stesso della ‘nuova creatura’ rifatta dalla potenza di Dio. E ciò affinché il Sistema sanitario nazionale regga e rifugga da quella ‘globalizzazione dell’indifferenza’ da cui ci ha messo in guardia papa Francesco, ove la singola persona può divenire secondaria nell’enorme e necessario sforzo di salvare la tenuta complessiva”.
È la dimostrazione della piena consapevolezza di larga parte della base cattolica verso decisioni difficili. Che impongono duri scarifici ma che guardano all’interesse collettivo, alla salute di tutti, mostrando che la Chiesa è pronta a fare sempre la sua parte per la costruzione della città dell’uomo specie in momenti tanto angosciosi: “Dobbiamo scongiurare ogni - seppur inconsapevole - selezione dei malati, perché praticare criteri di esclusione di persone dalle cure solo per considerazioni probabilistiche -per esempio in base all’età - significherebbe considerare la vita dei più vulnerabili meno degna, escludendo nei loro confronti ogni forma di solidarietà”.
L’impegno spirituale non è secondario, anzi: “Per educarci a questa sensibilità – scrivono ancora i firmatari -, soprattutto nei drammatici momenti che viviamo, inviteremo tutti al ‘Rosario per il Paese’ convocato dalla Cei il prossimo 19 marzo e guardiamo ogni giorno con gratitudine al commovente esempio di dono di sé sia di tanti medici e infermieri sia di pastori e sacerdoti, che nelle comunità territoriali cercano - nel più rigoroso rispetto degli standard di sicurezza indicati – ‘i migliori mezzi per aiutare’ i più deboli (papa Francesco), specie coraggiosamente amministrando il conforto dei sacramenti ai malati o portando l’Eucarestia ‘a quanti sono impediti di partecipare alla celebrazione’ (Canone 918) o proponendo forme di preghiera e di vicinanza ‘a uno a uno’, anche usando mezzi telefonici e web, con ciò dando prova - per ricorrere alle categorie del Dpcm 8.3.20 - di quanto l’uomo abbia ‘necessità’ spirituali al pari di quelle materiali. Cosicché la distanza fisica cui siamo costretti non abbia a significare rottura delle relazioni e dell’appartenenza”.
L’impegno associativo, sociale e politico maturato su diverse frontiere fa sentire tutti quelli che hanno dato vita all’appello “impegnati a comprendere e accogliere quanto ci viene e ci verrà chiesto per la salute pubblica. Siamo quindi incoraggiati da questi esempi – conclude la lettera - a dare anche noi voce e coscienza pubbliche a un’emergenza parallela a quella specificatamente sanitaria, che deve diventare sempre più centrale nell’affrontare i giorni che ancora ci aspettano: l’emergenza dello spirito, spirito che, in ciascuno senza distinzione alcuna e soprattutto nella fragilità, nella malattia e ancor più nel morire, implora di non essere ‘lasciati soli’ (papa Francesco)”.
Per aderire alla lettera aperta: info@polispropersona.com
Ecco l’elenco dei firmatari, in ordine alfabetico.
Mirco Agerde (Movimento Regina dell’amore), Arturo Alberti (Ass. Il Crocevia), Stefano Bani (Forum Cultura Pace e Vita Ets), Dino Barbarossa, Andrea Mazzi (Comunità’ Papa Giovanni XXIII), Roberto Bettuolo (Ass. L’albero), Paola Binetti (senatrice, XVIII), Ettore Bonalberti (Ass. Liberi E Forti), Maurizio Borra (Ass. FamigliaSI), Paolo Botti (Ass. Amici di Lazzaro), Antonio Buonfiglio (deputato, XVI), Tonino Cantelmi (Aippc – Ass. Italiana Psicologi E Psichiatri Cattolici), Marina Casini (MPV - Movimento Per La Vita Italiano), Anna Catenaro (Avvocatura In Missione), Jacopo Coghe (Ass. Pro Vita & Famiglia), Alessandro Comola, Augusto Bagnoli e Giancarlo Infante (Ass. Politicainsieme), Marco D’Agostini (Ass. naz. Pier Giorgio Frassati), Fabio De Lillo (Ass. Cuore Azzurro), Stefano De Lillo (senatore, XVI), Emmanuele Di Leo (Ass. Steadfast Onlus), Lucio D’Ubaldo (Ass. Rete Bianca), Giovanni Falcone (deputato, XVII), Marco Ferrini (Centro internazionale Giovanni Paolo II e per il magistero sociale della Chiesa), Elena Fruganti (Ass. Esserci), Benedetto Fucci (deputato, XVII), Giovanni Gut (MCL-Movimento Cristiano Lavoratori), Sara Fumagalli (Ass. Umanitaria Padana), don Gianni Fusco (Confederazione internazionale del clero), Massimo Gandolfini (Ass. Family Day- Difendiamo I Nostri Figli), Gianluigi Gigli (deputato, XVII), Marco Invernizzi (Alleanza Cattolica), Antonella Luberti (Ass. Cerchiamo il Tuo volto), Diego Marchiori (Ass. Vivere Salendo), Mario Mauro (senatore, XVII), Domenico Menorello (deputato, XVII, Osservatorio parlamentare «Vera lex?»), Giorgio Merlo (deputato, XVI), Francesco Napolitano (Ass. Risveglio ), Alessandro Pagano (deputato, XVIII), Antonio Palmieri (deputato, XVIII) Riccardo Pedrizzi (deputato, XVI, Presidente Comitato scientifico UCID), Maurizio Perfetti (Collatio.it), Simone Pillon (senatore, XVIII), Giovanni Pirone (Ass. Etica & Democrazia), Massimo Polledri (deputato, XVI), Gaetano Quagliariello (senatore, XVIII), Carlo Ranucci (Ass. Convergenza cristiana 3.0), Eugenia Roccella (deputato, XVII), Gianluca Rospi (deputato, XVIII), Maurizio Sacconi (senatore XVII), Luisa Santolini (deputato XVI), Ivo Tarolli (senatore, XIV; Ass. Costruire Insieme), Olimpia Tarzia (Movimento Per: Politica; Etica, Responsabilità), Giorgio Zabeo (Circoli insieme), Germano Zanini (Ass. Rete Popolare), Peppino Zola (Ass. Nonni 2.0)
Non siamo ancora al picco
Hubei è una provincia centrale della Repubblica Popolare cinese di circa 60 milioni di abitanti e la città - prefettura di Wuhan, capoluogo di Hubei, ha una popolazione di poco più di 11 milioni di abitanti.
Trattasi dunque di un campione numericamente simile al dato della popolazione italiana (60 milioni) e a quello delle due Regioni italiani più colpite : Lombardia e Veneto con poco meno di 13 milioni di abitanti.
La Cina ha registrato una sensibile diminuzione del numero di nuovi casi. Ieri, infatti, ha registrato 22 nuovi decessi da coronavirus, livello più basso mai registrato dall'inizio della raccolta dei dati sull'epidemia avviata a gennaio. Negli ultimi aggiornamenti, la Commissione sanitaria nazionale (Nhc) ha riferito che i contagi aggiuntivi si sono attestati a 40, tutti nell'Hubei, la provincia epicentro della crisi, mentre nessuno, per il secondo giorno di fila, nel resto del Paese. I contagi sono saliti e 80.735, i morti a 3.119 e i guariti saliti al 72%, pari a 58.600 (+1.535 solo ieri). Infine, altri 4 casi di infezioni importate, per totali 67.
In Italia, invece, l’andamento della pandemia è in crescita e sembra ancora lontano il picco della curva di distribuzione normale. Stasera la protezione civile, alle ore 18, ha comunicato un incremento dei casi del 25% rispetto alla giornata di Domenica 8 Marzo e la curva della distribuzione normale appare tuttora in crescente salita.
In Cina, però, dalla mezzanotte del 12 febbraio nel distretto di Zhangwan a Shiyan è vietato per chiunque uscire di casa. Nella provincia di Hubei, dove si trova la città focolaio dell'epidemia di coronavirus, Wuhan, come nel resto nelle zone colpite del Paese, tutti gli edifici devono rimanere completamente chiusi per ridurre i movimenti delle persone e quindi i rischi di contagio. I quartieri, riferiscono i residenti, sono sorvegliati da guardie. "Non ha un grande impatto sulla nostra vita, tranne per il fatto che non ci è permesso uscire", dichiara un'abitante dell'area Xu Min. Secondo le autorità i comitati di vicinato locali distribuiscono i generi di prima necessità a orari prestabiliti e a prezzi fissi e aiutano i residenti ad acquistare medicinali se sono strettamente necessari.
La “guerra del popolo al coronavirus” in Cina passa anche dall’intelligenza artificiale. Dal 2017 il paese ha sensibilmente aumentato gli investimenti nelle tecnologie sanitarie, soprattutto in campo diagnostico. Da una piattaforma condivisa di imaging medico a un robot intelligente (qualificato dall’ordine dei medici cinese), sono diverse le tecnologie che sono state messe in atto per contenere l’epidemia. Tra gli altri, un software che sta aiutando grandi città come Shenzhen e Chongqing a prevedere i numeri del contagio con un grado di accuratezza di oltre il 90%.
In Italia, invece, come abbiamo visto dai documenti televisivi sulla movida ai Navigli di Milano o nelle vie di Napoli, continua incontrollato l’assembramento di persone, nel totale disinteresse dei giovani dell’aperitivo, convinti di essere immuni dal contagio. I decreti del governo sembrano essere assunti come le “ grida manzoniane” al tempo della peste a Milano.
I nostri ospedali, dove operano instancabilmente i medici e gli infermieri, le sale attrezzate per le cure di rianimazione, specie in Lombardia (la regione sin qui più colpita dal virus) sono al limite della capacità operativa. Si rischia davvero che il numero dei casi dei contagiati positivi con gravi sintomatologie respiratorie, non possa essere più sopportato dal sistema sanitario costretto a scegliere, come in guerra, tra chi salvare e chi lasciar morire . Unico rimedio, in assenza di farmaci e in attesa del vaccino, osservare da parte di ciascuno di noi scrupolosamente le indicazioni previste dai decreti del governo, riducendo ai minimi le possibilità di contatto tra le persone.
Sino ad oggi la reazione della gente, specie nelle zone più colpite, è stata di grande responsabilità civica, mentre, soprattutto nella fascia giovanile, tanto al Nord che al Sud, sembra meno diffusa la consapevolezza della gravità e serietà della situazione. Guai se prevalessero i nostri peggiori caratteri che ci facevano apparire agli occhi di Winston Churchill, come quelli di “un popolo che perde le partite di calcio come se fossero delle guerre e perde le guerre come se fossero delle partite di calcio”.
Non sono mancati episodi di confusa e contraddittoria comunicazione da parte di alcuni responsabili delle autorità centrali e regionali, causa della fuga precipitosa da Milano e dalla Lombardia, di molti cittadini meridionali, verso le loro regioni nella notte di Sabato scorso; potenziali diffusori-amplificatori del contagio del virus.
Qualche amico aveva già sollecitato la richiesta di dimissioni del governo, alla quale ho eccepito col detto veneziano: “ xe pezo el tacon del buso”. Dovremmo tutti avere consapevolezza che siamo in guerra contro un nemico imprevedibile e che sfugge ai nostri controlli e della necessità che tutti i cittadini assumano comportamenti responsabili. Guai cambiare il comando mentre si combatte. Ora serve unità e responsabilità. Ci sarà tempo per dividerci, ma ora combattiamo tutti INSIEME.
Ettore Bonalberti
Venezia, 9 Marzo 2020
Da Avellino il primo passo per l’unità dei DC e i Popolari
Sabato 7 Marzo p.v. si terrà al Centro congressi di Summonte (Avellino) un incontro dei DC e Popolari campani sul tema: “ Il centro politico: un nuovo inizio”. Organizzato dalla Federazione popolare dei DC e dalla Fondazione Democrazia Cristiana, il convegno sarà l’occasione per riunire tutti i democratici cristiani e i popolari dei diversi partiti, associazioni, movimenti e gruppi che hanno condiviso il patto della Federazione popolare dei DC.
Giuseppe Gargani, coordinatore della Federazione, presenterà il suo libro:
“ L’identità politica-Condizione per la Democrazia”, cui seguirà un dibattito nel quale interverranno : Antonino Giannone, presidente del CTS della Fondazione, Hermann Teusch, componente della CSU, Carmine Mocerino, Giuseppe Gargani, Renato Grassi, Lorenzo Cesa, Stefano Caldoro e Gianfranco Rotondi.
Com’è scritto nel programma-invito: la Federazione Popolare dei Democratici Cristiani intende superare la diaspora e le divisioni che hanno compromesso in Italia una presenza culturale e politica dei Cattolici laici e dei Democratici Cristiani e intende costruire un’alternativa sia alla nuova destra, che si è sviluppata nei tempi più recenti, sia alla sinistra in crisi di identità.
Il populismo e il sovranismo si sono affermati per la mancanza di riferimenti valoriali che sono propri del popolarismo, della Dottrina Sociale della Chiesa, dei principi della Costituzione e della Carta Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).
L’obiettivo è la ricomposizione dell’area popolare laica e riformista, con i valori ai quali si ispira, per partecipare attivamente alle prossime competizioni elettorali .
Parte, quindi, dalla Campania il primo di una serie di incontri e seminari di studio e di confronto con tutte le realtà interessate dalle prossime elezioni regionali e amministrative della primavera, con i quali si intende favorire la ricomposizione delle diverse componenti dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.
La costituzione, con atto notarile e statuto,
della Federazione Popolare dei Democratici Cristiani alla quale hanno aderito
partiti (UDC- NCDU- DC e Associazioni e Movimenti d’ispirazione Cristiana) ha
l’obiettivo, infatti, di superare la diaspora e le divisioni che hanno compromesso
in Italia una presenza culturale e politica dei Cattolici laici e dei
Democratici Cristiani.
In pratica s’intende costruire nel panorama politico italiano, un’alternativa
sia alla nuova destra, che si è sviluppata nei tempi più recenti, sia alla sinistra
in crisi di identità
Per realizzare quest’obiettivo: la ricomposizione dell’area popolare laica e
riformista, in un unico soggetto politico che possa utilizzare il logo storico
della Democrazia Cristiana, attualizzato ai riferimenti della casa comune dei
Popolari del PPE, crediamo sarebbe opportuno che il Comitato di coordinamento
della Federazione Popolare dei Democratici Cristiani affiancasse la
Direzione dell’UDC, per redigere un regolamento di convocazione di un’Assemblea
Costituente da approvare in sede congressuale dell'UDC e degli altri Partiti
della Federazione. Tutto ciò con l’obiettivo di partecipare attivamente alle
elezioni politiche nazionali con un unico soggetto politico e con lo stesso
simbolo. Nel frattempo per le competizioni elettorali regionali i partiti
e le associazioni della Federazione dovrebbero designare il proprio delegato
che con gli altri definiranno la migliore composizione e scelta di candidati per
la lista unica più consona a quella Regione.
Ci auguriamo che da Avellino giunga un segnale forte a favore dell’unità di tutti i DC e i Popolari italiani, anche per favorire la ricomposizione in realtà come la nostra del Veneto, nella quale, è mancata sin qui una risposta all’offerta di dialogo da noi DC inviata al maggior esponente dell’UDC locale, il sen Antonio De Poli.
Ritengo che la firma fatta dall’amico Lorenzo Cesa, leader dell’UDC, al patto costitutivo della Federazione popolare, costituisca titolo impegnativo per tutto il suo partito nelle diverse realtà territoriali italiane, compresa quella del Veneto. Una realtà che, per tradizione e storia politica, ha rappresentato e può ancora rappresentare un fattore importante per la ricomposizione dell’area cattolico popolare.
Il nostro impegno, infine, non è solo rivolto all’interno dell’area dell’ex diaspora DC, ma anche verso gli amici che hanno aderito al “ manifesto Zamagni” con i quali intendiamo sviluppare un dialogo proficuo e costruttivo per dar vita a un nuovo soggetto politico unitario di centro: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato dalla dottrina sociale cristiana, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità.
Ettore Bonalberti
Venezia, 4 Marzo 2020
La rivista " Il domani d'Italia" (www.ildomaniditalia.eu) ha positivamente avviato il dibattito sulla ricomposizione dell'area DC e popolare. Al commento della rivista sul mio articolo : " Oltre la pregiudiziale vecchia e stantia", rispondo con la nota seguente da me inviata all'amico sen Lucio D'Ubaldo, direttore della rivista " Il domani dtalia":
Partiamo dal programma
Caro Lucio,
sono molto contento che la rivista da te diretta abbia avviato questo sereno confronto al quale mi auguro possano partecipare altre voci delle nostre due esperienze politiche, convinto come sono che quelle avviate dagli amici della Federazione popolare dei DC e dagli amici de “ il Manifesto Zamagni” siano, non solo le più importanti attivate sin qui, ma anche quelle che dovranno trovare un momento di sintesi se, come entrambe sostengono, sono interessate alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.
Confesso di aver usato due attributi forti : “vecchia e stantia”, volendo commentare il vostro reiterato richiamo alla frase degasperiana, spesso citata a sostegno dell’apertura all’alleanza dei DC con la sinistra.
A quel “vecchia e stantia” sono legato dal 1964, essendo state due parole scolpite nella mia memoria. Parole assai contrastate dai numerosi dorotei che affollavano il palazzo dei congressi di Roma, al congresso della DC, quelle che Carlo Donat Cattin pronunciò in avvio del suo intervento in opposizione alla relazione del segretario politico dell’epoca, Mariano Rumor.
Ero diciannovenne, iscritto già da quattro anni alla DC, partecipante per la prima volta da semplice spettatore a un congresso del partito. Fu il mio battesimo democristiano che, proprio in quel congresso in cui il partito vide nascere le correnti. La sinistra politica della Base, con Forze sociali e il Movimento Giovanile DC avviarono l’esperienza di Forze Nuove e quella fu la mia corrente per sempre.
L’ho, mi auguro, degnamente rappresentata per oltre cinquant’anni: nel consiglio nazionale del MG DC prima e in quello del partito, poi e sino alla traumatica seduta del 18 Gennaio 1994 che decretò la fine politica della DC.
Vorrei ricordare che l’espressione degasperiana da voi citata fu pronunciata dal leader trentino in un discorso a Predazzo (val di Fiemme), dove il "guardare a sinistra" non era inteso come alleanze con i partiti di sinistra (De Gasperi fu sempre un centrista, e a sinistra aveva il fronte social-comunista sottomesso all'URSS), ma come un indirizzo politico di attenzione ai ceti popolari e alla giustizia sociale. Utilizzarlo in un contesto storico politico molto diverso mi sembra anacronistico e improprio. Quanto poi alla coerenza andreottiana da te citata su tale scelta, credo che non avrai dimenticato le altalenanti incursioni del nostro Giulio a destra ( governo con Malagodi) e le disinvolte acquisizioni di voti in area missina, sino alla colpevole azione dei franchi tiratori contro l’elezione di Arnaldo Forlani alla presidenza della Repubblica, col bel risultato del settennato Scalfaro di dolorosa memoria per tutti noi.
Se vogliamo progredire nel dialogo, continuo a pensare che, come nella migliore tradizione DC, dovremmo partire dai contenuti e non dalle alleanze, facilitati dalla premessa comune e condivisa della nostra alternatività alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e meloniana. Le basi del popolarismo non stanno nella scelta pregiudiziale a sinistra, semmai, nell’assumere come ho proposto alla Federazione popolare dei DC, gli undici principi sturziani alla base del comportamento dei cattolici che intendono “servire la politica e non servirsi della politica”, insieme alla volontà di tradurre nella “città dell’uomo” gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa.
Questo e non altro è ciò che fece Sturzo rispetto ai principi indicati dalla Rerum Novarum di Leone XIII e questo è quello che dovremmo fare noi, se vogliamo tradurre in politica le indicazioni pastorali delle ultime encicliche sociali della Chiesa: dalla Centesimus Annus, alla Caritas in veritate e alle ultime di Papa Francesco: Evangelii Gaudium e Laudato Si.
Nella “Lettera agli amici del Manifesto Zamagni” che mi auguro tu possa esaminare, ho indicato alcune proposte sui tre temi prioritari della politica italiana ed europea.
Credo che sulla questione antropologica esistano le maggiori difficoltà della nostra possibile mediazione politica tra i nostri valori non negoziabili e il laicismo radicale prevalente nel PD, come ha potuto sperimentare il prof Zamagni nel caso delle recenti elezioni regionali emiliano romagnole e con la successiva formazione di quella giunta regionale..
In quel caso, ad esempio, meglio sarebbe stato se avessimo potuto presentare una lista unitaria di ispirazione popolare e di centro, aperta alla collaborazione con chi proponesse soluzioni programmatiche coerenti con i nostri valori e con gli interessi dei ceti popolari e produttivi che intendiamo rappresentare. E’ evidente che, fatte le scelte di schieramento citate, anch’io, in assenza di una tale lista, avrei sostenuto, come voi amici de la rete Bianca avete fatto, Bonaccini in alternativa alla Borgonzoni.
Analogamente, sulla questione ambientale, ho avanzato alcune idee che, a mio parere, potrebbero costituire una valida traduzione sul piano politico istituzionale delle indicazioni pastorali della Laudato SI; così come sulla questione, a mio parere, principale e dirimente di una reale collocazione riformatrice e progressista, in materia di rapporti tra sovranità monetaria e sovranità popolare e di come stare in Europa in alternativa al prevalere del dominio dei poteri finanziari, ho indicato una serie di riforme, la più importante delle quali è il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria.
Perché non ci confrontiamo su questi temi e solo dopo aver raggiunto una condivisione tra noi ci apriamo alla collaborazione con chi intende condividere con noi la nostra proposta?
Infine, caro Lucio, continuare a proporre come premessa l’idea di “un centro che muove verso sinistra”, posto che entrambi non intendiamo volgere lo sguardo a destra, da parte di chi, come voi, quell’esperienza l’ha già vissuta dall’interno del PD, non ti sembra quanto meno contraddittorio e una sorta di autolesionismo masochista? Continuo a pensare che meglio, molto meglio, sia costruire prima un rinnovato e forte centro ispirato ai valori del popolarismo e dopo, solo dopo, porci il tema delle alleanze.
Tutto ciò, poi, in stretta relazione con la legge elettorale che, alla fine, il Parlamento adotterà, che, sia nel caso fosse di tipo proporzionale, o, peggio, di un permanente maggioritario, richiederà la presenza di un centro popolare forte, pronto alle collaborazioni possibili per non cadere nella iugulatoria dicotomia del bipolarismo: Salvini o Zingaretti. Servirà un centro popolare che per essere tale richiede che le nostre energie e sin qui scarse risorse siano congiunte, come nella migliore tradizione della DC, secondo l’insegnamento di De Gasperi: “ solo se saremo uniti saremo forti, sole se saremo forti saremo liberi”.
Ettore Bonalberti
Venezia, 22 Febbraio 2020
Agli amici della rivista “ Il Domani d’Italia” che il 15 Febbraio scorso hanno correttamente riportato il comunicato della Federazione Popolare dei DC ( sotto il titolo:"Fine della diaspora DC?") redatto a seguito dell’assemblea generale dei soci del 13 Febbraio, facendolo precedere da questo preambolo:
Non è in discussione la buona volontà dei proponenti, ma la logica della proposta. In realtà, la diaspora non si supera mettendo insieme chi stava già insieme, ricomponendo le forme un po’ frastagliate di una comune appartenenza al centro-destra.
Se si volesse fare sul serio, il progetto neo-centrista dovrebbe muovere da un riesame severo del lungo ciclo berlusconiano, portando alla luce la prima necessità di questa operazione anti-diaspora: rimettere in auge il richiamo di De Gasperi al “partito di centro che muove verso sinistra”.
Ciò significa pertanto che la chiusura a destra – in primis contro Salvini – non deve limitarsi a un auspicio astratto e sfuggente.
Fuori da un contesto politico chiaro, ogni proclama di rinascita della Dc s’inabissa nel maremagnum di ambigue pretese.
Il testo del comunicato non rimuove nessuna delle obiezioni qui sollevate.
Oltre la pregiudiziale vecchia e stantia
Matteo Renzi ha svolto il suo compitino da Bruno Vespa, ieri sera a Porta a Porta.
Risultato: continua la doccia scozzese sul governo Conte e via al rilancio di una vecchia tesi di
Mariotto Segni: l’elezione diretta del premier, sul modello di quella dei sindaci.
Immediata risposta negativa di Salvini che sa bene come sarebbe difficile per lui, in quel caso
prevalere. Del tutto impervia, poi, quella strada, sarebbe anche per il giovane leader di “Italia Viva”, molto più attrattivo alla sua pattuglia di transumanti parlamentari che alla più ampia platea degli elettori.
La proposta di modifica costituzionale indicata, oltre a tutto, richiederebbe tempi talmente lunghi, di fatto incompatibili con quelli che il presidente Conte si augura per la sua compagine in costante surplace, ossia, fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2023.
Sino a oggi è rimasta ferma anche l’idea di dar vita a un gruppo parlamentare di centro interessato a far sopravvivere Conte, foriero di possibili evoluzioni dello scenario politico italiano. Un progetto al quale anche molti DC e popolari sarebbero interessati.
I due processi politici più rilevanti nell’area vasta del cattolicesimo politico democratico e cristiano sociale sono quelli dell’avviata Federazione popolare dei DC, che vede come protagonisti gli amici Gargani, Cesa, Rotondi, Grassi, Tassone e Paola Binetti con i responsabili di oltre quaranta associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica, e degli amici che hanno condiviso “il manifesto Zamagni”, tra i quali, quelli già facenti parte del PD, oggi riuniti nella “Rete bianca”, coordinata dall’amico Lucio D’Ubaldo.
Sulle colonne de “ Il domani d’Italia” è aperto il confronto tra queste due aree, con gli amici del “manifesto Zamagni” che continuano a esprimere una pregiudiziale di schieramento nei confronti della Federazione popolare DC, con la riproposizione del loro riferimento degasperiano al “partito di centro che muove verso sinistra”.
A parte l’evidente contraddizione di questi amici che, proprio sulla base dell’infelice esperienza vissuta, prima nel PD, hanno deciso di uscire da quel partito, avendo patito sulla propria pelle la condizione di assoluta irrilevanza in quell’ambito, hanno, poi, ricevuto la controprova nelle recenti elezioni regionali emiliano romagnole, come ha immediatamente sottolineato il prof Zamagni, dopo quel voto e l’elezione della nuova giunta Bonaccini, con la sua intervista del 16 Febbraio a “ Il resto del Carlino”-
Il prof. Zamagni, dopo quell’infelice esperienza, propone ai cattolici nel 2021 di “correre da soli”. Replicare come fa la redazione de “ Il domani d’Italia” a Zamagni, liquidando quell’intervista come “ uno sconfinamento nell’improvvisazione”, a me pare , sia la conferma semmai della posizione contraddittoria degli amici della rivista.
Vorrei fare alcune domande all’amico D’Ubaldo, sperando che ci consentano di chiarire meglio le nostre rispettive posizioni e di aprirci a un confronto che possa favorire il processo di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale che, credo, sia negli obiettivi reciproci.
Con due precedenti note: la “ Lettera agli amici del manifesto Zamagni” del 23 Gennaio scorso, senza risposta, e “Commento a una nota di Lucio D’Ubaldo” del 27 Gennaio correttamente riportata dalla rivista, avevo indicato alcune proposte di programma sulle quali ritenevo e ritengo fosse e sia prioritario confrontarci, prima di anteporre le questioni di schieramento come pregiudiziali, considerato, poi, che su queste, è ben netta la posizione della Federazione popolare di alternativa alla deriva nazionalista e populista a trazione salviniana-meloniana.
Come ho avuto modo di chiarire con l’amico Giorgio Merlo,
che nella sua ultima nota pubblicata sulla rivista, sembra riaprire un discorso
rivolto soprattutto agli amici del Partito Democratico: “Nessuno di noi é tanto sciocco dal pensare di
riproporre la DC ( fatto ovviamente storico compiuto e non riproducibile come
un qualsiasi artifatto) e come ho avuto modo di esprimere più volte, non
è un sentimento nostalgico che guida la nostra iniziativa, ma la consapevolezza
che tra la deriva nazionalista a dominanza salviniana e una sinistra che ha
perduto ogni identità culturale, nell’età della globalizzazione è solo dal
popolarismo, ossia da una cultura politica ispirata dalla dottrina sociale
della Chiesa, che può venire l’indicazione di valori e principi in grado di
offrire una nuova speranza al terzo stato produttivo e ai ceti popolari. Questa
è semmai la funzione storica del partito dei cattolici democratici e
cristiano sociali, ossia, proprio quella di aver saputo saldare gli
interessi e i valori di questi ceti sociali e popolari.
Mi auguro che anche voi de “ la rete Bianca”, come ho ribadito a Merlo, non vogliate liquidare il nostro tentativo, che pone fine a una lunga e suicida stagione della diaspora DC, a una mera operazione nostalgica di un progetto senza futuro. A partire dalle prossime elezioni regionali e locali noi presenteremo liste unitarie in ciascuna sede interessata e verificheremo con una rinnovata classe dirigente, se esiste ancora uno spazio politico per un partito di centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità.
Prima ricostruiamo insieme un centro credibile di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale, espressione della migliore cultura del popolarismo; confrontiamoci sui contenuti di programma sulle tre grandi questioni del nostro tempo: antropologica, ambientale, della sovranità monetaria e popolare e sul nostro modo di restare nell’Unione europea nell’età della globalizzazione ( proposte analiticamente evidenziate nella mia lettera del 23 Gennaio scorso), e dopo, solo dopo, discuteremo di alleanze che si faranno con coloro che considereremo più omogeni ai nostri valori e agli interessi che intendiamo rappresentare.
Continuare con la formula pregiudiziale, “vecchia e stantia” del “partito di centro che muove verso sinistra”, non ci aiuta a far passi avanti, nel comune nobile tentativo di riportare il popolarismo sulla scena politica italiana, dopo la lunga, tormentata, disastrosa stagione della diaspora.
Ettore Bonalberti
Componente del comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC
Venezia, 20 Febbraio 2020
GLI ONOREVOLI GARGANI, CESA, GRASSI, ROTONDI, TASSONE HANNO PARTECIPATO ALLA RIUNIONE DEL 13 FEBBRAIO DELLA FEDERAZIONE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI CHE HA APPROVATO ALL’UNANIMITÀ IL SEGUENTE COMUNICATO:
“RINASCE IL CENTRO POLITICO FINE DELLA DIASPORA”
I
Partiti e le Associazioni che hanno sottoscritto l’Atto Costitutivo della “Federazione Popolare dei Democratici
Cristiani” si sono riuniti a Roma il per dar vita in maniera concreta ed
effettiva ad una fase costituente, consapevoli di essere punto di riferimento
culturale e politico per tutti quelli che si ispirano ai valori del
popolarismo, italiano ed europeo, e all’umanesimo cristiano. Questa assunzione
di comune responsabilità pone fine alla diaspora politica che è seguita alla
crisi dei partiti degli anni ‘90 e garantisce un impegno unitario e rinnovato.
A tal fine la Federazione decide di adottare un
logo e un simbolo comuni che sarà presentato alla stampa nei prossimi giorni,
per essere utilizzato nelle prossime competizioni elettorali ed essere
individuato unitariamente in una lista unica con proposte che costituiscono la
sintesi delle varie espressioni presenti anche in periferia.
È stato detto e constatato che negli ultimi anni
le “estreme“ hanno consenso ma non sono in grado di governare e il “centro“ che
ha vocazione di governo è debole, e ha quindi bisogno di essere rafforzato e
allargato. Per questo l’ impegno della
federazione è quello di rafforzare questa area centrale invitando tutti quelli
che si riconoscono nella comune linea
politica a mettere da parte il personalismo che ha avvilito la politica e far
prevalere la collegialità che rappresenta forza culturale e organizzativa.
È urgente questo nostro impegno perché la
crisi sociale come conseguenza anche della crisi economica sta alterando le
fondamenta della democrazia e indebolendo l’unità politica e istituzionale del
nostro paese, e quindi la cultura popolare rappresenta l’unico argine contro il
populismo e l’estremismo di qualunque tendenza
Per
poter caratterizzare e rappresentare ancor più la nostra funzione siamo in
attesa di una legge elettorale proporzionale che rispetti il pluralismo e
ristabilisca il principio costituzionale della “rappresentanza” e favorisca la
crescita di una nuova classe dirigente.
Roma, 14 Febbraio 2020
Commento a una nota di Lucio D’Ubaldo
Caro Lucio,
ho letto la tua ultima nota su “ Il Domani d’Italia” e sul sito internet Formiche.net ( “Dove muove il centro?) nella quale, commentando l’intervento di Lillo Mannino al convegno romano della Federazione Popolare dei DC e della Fondazione DC del 18 Gennaio scorso, scrivi: “ Purtroppo anche il discorso di Mannino può prestare il fianco ad un’ambiguità di fondo: “Ora credo che noi ci si debba rivolgere – ha infatti detto l’ex ministro – al mondo rappresentato dalla Lega per superare la Lega. Questa la funzione di un nuovo Partito popolare”. In realtà è un’affermazione assai sfuggente. Come avverrebbe questo superamento? Con chi e perché? Per tenere la Lega all’opposizione o per farne ex novo, dopo un eventuale suo ridimensionamento, l’alleato irrinunciabile?
Presente a quel convegno confesso che, onestamente, non ricordo un passaggio della relazione Mannino come da te citato, ma, posto che mi fosse sfuggito, non vedo dove stia la contraddizione anche per un partito che, come anche tu continui a richiamare dovrà essere in linea con la tradizione degasperiana di “ un partito di centro che guarda a sinistra”.
Ti ricordo che la Federazione popolare dei DC nel patto federativo, condiviso anche da Mannino, ha scritto: i firmatari “ ritengono che nel ricordo di un monito a tutti noto di Alcide De Gasperi “ solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“, si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali”.
A me pare che continuare a ricercare un distinguo tra voi e noi, discendenti dalla stessa tradizione DC, poiché condividiamo la stessa premessa di alternatività alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana, non serva a promuovere quella ricomposizione politica che la nostra area cattolico democratica e cristiano sociale richiede. Tanto più in una fase come quella che si sta mostrando, dopo il voto di domenica scorsa in Emilia e in Calabria, nel quale si sta riconfermando una tendenza al bipolarismo, sempre più rappresentato dal prevalere dei due maggiori partiti quali il PD e la Lega salviniana.
Un bipolarismo che potrebbe far coincidere l’interesse del PD e della Lega ad abbandonare la scelta per il sistema elettorale proporzionale e a optare per un ritorno al mattarellum o alla conservazione dello stesso rosatellum. Una scelta che, se avvenisse, costringerebbe tutti a una inevitabile decisione: di qua col PD o di là con la Lega, tertium non datur. Una scelta obbligata non solo per un eventuale partito unitario dei popolari, ma anche per gli spezzoni ex PD di Renzi e Calenda.
Sarebbe una situazione quanto meno “stravagante”, non credi?, specie per chi come voi, amici della Rete Bianca, avete da poco compiuto la scelta di uscire dal PD per le diverse ragioni addotte e riconducibili alle difficoltà sin qui riscontrate per una permanenza non effimera o ancillare in quel partito.
Quanto alle alleanze, stante la premessa che anche noi della Federazione popolare abbiamo condiviso e da me su riportata, credo che le conseguenze sarebbero quelle che vi ho già ampiamente esposte nella mia recente lettera, alla quale non ho ricevuto sin qui riscontro.
Faccio riferimento a quella lettera nella quale ho avanzato diverse proposte di natura programmatica, convinto come sono che, al di là e prima ancora del sistema delle alleanze, il nostro confronto dovrebbe svilupparsi sulle tre grandi questioni urgenti della politica interna e internazionale:
1) la questione antropologica;
2) la questione ambientale;
3) la questione della sovranità monetaria e della sovranità popolare e il nostro modo di
restare nell’Unione europea nell’età della globalizzazione .
Questo dovrebbe essere il terreno su cui incontrarci per tentare di costruire un nuovo soggetto politico di ispirazione cattolico democratica, popolare e cristiano sociale capace di farci uscire dall’irrilevanza nella quale siamo finiti, dopo la lunga stagione della diaspora ex DC.
Noi della Federazione popolare siamo pronti e attendiamo fiduciosamente una vostra risposta: chiara sul piano delle alleanze e costruttiva su quello dei contenuti.
Un caro saluto
Ettore Bonalberti
Direzione nazionale DC
Comitato provvisorio Federazione popolare dei DC
Venezia, 27 Gennaio 2020
Lettera agli amici del “ manifesto Zamagni”
Il dialogo apertosi con l’amico Giorgio Merlo de “ La rete Bianca” con gli ultimi due interventi su “ Il Domani d’Italia”, ci permette di sviluppare un confronto a più ampio raggio tra chi, come me, partecipa al progetto della Federazione popolare dei DC e gli amici che hanno sottoscritto il “ manifesto Zamagni”.
Vorrei che facessimo nostro il messaggio inviato da Papa Francesco al cardinale Peter K.A. Turkson: “ Dialogare è difficile, bisogna essere pronti a dare e anche a ricevere, a non partire dal presupposto che l’altro sbaglia ma, a partire dalle nostre differenze, cercare, senza negoziare, il bene di tutti e, trovato infine un accordo, mantenerlo fermamente”-
Ho letto attentamente il nostro patto federativo e il manifesto Zamagni e sono convinto che non esistono motivi di scontro o di contrapposizione tra di noi. Proveniamo tutti dalla stessa esperienza politico della DC storica, nella quale il momento di divisione e più serio scontro fu quello che divise i “ preambolisti” dell’accordo con i socialisti, come noi di Forze Nuove, e gli anti preambolisti, per il confronto e l’alleanza con il PCI, dell’area ZAC. Una divisione che si è protratta oltre la fine politica della DC (1994) e che, temo, permanga in qualcuno di noi.
Giorgio Merlo, compagno di molte battaglie forzanoviste, sino alla divisione lacerante sul tema di cui sopra, torna sul concetto degasperiano di “un partito di centro che guarda a sinistra”, che, onestamente, rischia, di essere fuorviante nella stagione politica che stiamo vivendo.
Non esistono più le condizioni al tempo del preambolo ed è netta la scelta fatta anche dalla Federazione Popolare dei DC di “alternativa alla deriva nazionalista e populista a dominanza salvinian-meloniana”. A me sembra che sia questo il presupposto strategico che ci può unire, ma, aggiungo, che, con il sistema elettorale proporzionale, che sembra sarà adottato, sia del tutto fuori luogo discutere sulle alleanze, prima ancora di esserci confrontati sui contenuti di un possibile programma di governo per il partito dei cattolici democratici e cristiano sociali.
Come ho scritto nel mio precedente articolo, prima impegniamoci alla costruzione del partito che non potrà che essere un partito di centro, democratico, popolare, riformista, europeista, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla deriva nazionalista di destra, poi, e solo dopo, concordato il programma, affronteremo il tema delle alleanze che, data la premessa strategica condivisa, si svilupperà con le forze riformatrici che intendono con noi attuare la principale delle riforme: la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione. Per far questo, però, è indispensabile confrontarci sul piano programmatico.
Al riguardo mi permetto inviarvi alcune note di programma che ho redatto per gli amici della Federazione popolare dei DC e che mi auguro possano costituire elementi utili a un confronto costruttivo tra di noi. Mi dispiace per la prolissità della proposta, ma, credo, sia opportuno confrontarci a tutto campo.
Tre sono le questioni rilevanti del nostro tempo:
1) la questione antropologica
2) la questione ambientale
3) la questione della sovranità monetaria e della sovranità popolare e il nostro modo di restare nell’Unione europea nell’età della globalizzazione
Quattro i capisaldi di programma: la difesa della persona e della famiglia e dei “valori non negoziabili”, la garanzia della sanità efficiente, la salvaguardia delle pensioni e del risparmio familiare. A essi vanno aggiunti: la sicurezza e il riconoscimento del valore delle autonomie locali, precondizioni indispensabili per superare le due grandi fratture determinatesi nel Paese: quella territoriale tra Nord e Sud e quella generazionale, che costituiscono i fattori di rischio per la stessa unità dell’Italia.
Per ridare fiducia al 50% degli elettori renitenti al voto si deve ricomporre la saldatura tra classi popolari e ceti medi produttivi, che è stata distrutta da una politica subordinata agli interessi dei poteri finanziari dominanti, di cui il trasformismo politico attuale è indiretta e colpevole espressione.
Sulla questione antropologica intendiamo riaffermare nella fedeltà alla dottrina sociale cristiana ( dall’Humanae Vitae di san Paolo VI in poi) il valore della persona umana dal concepimento alla morte naturale e l’inseparabilità dei principi non negoziabili in materia di aborto, fecondazione artificiale, fine vita, convinti come siamo da cattolici che vita e famiglia sono indissolubilmente legati: simul stabunt, simul cadent.
Su quella ambientale siamo impegnati a tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni pastorali della “ Laudato SI” nella consapevolezza che: cambiamenti climatici, perdita biodiversità, crisi economica, stanno determinando il futuro dell’umanità, dopo la crescita. La crisi in corso imporrà cambiamenti alle nostre vite. Molte cose saranno necessarie per adattarsi e preparare un futuro vivibile, ma tutto sarà inutile, se non saremo capaci di salvaguardare il funzionamento della biosfera. Anche la lotta al cambiamento climatico non può prescindere dalla protezione della biosfera, un campo in cui anche azioni di livello locale e nazionale, possono dare risultati rapidi e consistenti. Una civiltà senza petrolio è difficile, ma senza biodiversità, fertilità e acqua dolce, la stessa vita umana è impossibile.
Il nostro impegno sarà di attivare politiche tese a ribaltare l’idea di un’Italia “ paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”, proponendo una grande piano nazionale di difesa idrogeologica capace di coinvolgere tecnici e ditte specializzate, giovani e anziani, servizi territoriali di protezione civile a salvaguardia della montagna, delle foreste, delle nostre coste.
Premessa indispensabile del nostro documento di programma è il testo del patto/statuto costitutivo della Federazione Popolare dei DC che riportiamo integralmente:
I sottoscritti
consapevoli della particolare situazione politica che attraversa il paese dopo la costituzione di un governo di emergenza tra due gruppi politici non omogenei il PD e cinque stelle e della esigenza di superare il “nazionalismo” e l’antieuropeismo che si erano affermati dopo le elezioni del 2018;
consapevoli che la scomposizione dell’ attuale assetto politico possa portare alla costituzione di nuovi soggetti politici capaci di superare le incertezze e le patologie che abbiamo patito in questi anni;
consapevoli che la novità in Italia e in altri paesi europei vi è la presenza di una destra eversiva e xenofoba che si è sviluppata per la crisi del centro e della sinistra;
consapevoli che per queste ragioni è urgente superare le attuali formazioni politiche che si richiamano alle posizioni di centro politico per una nuova aggregazione e quindi un nuovo soggetto politico
RITENGONO
che nel ricordo di un monito a tutti noto di Alcide De Gasperi “ solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“, si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali;
invitano tutti coloro che si riconoscono in questi principi e in questi valori ad aderire al costituendo “Polo di Centro” per dar vita con urgenza ad un patto federativo e per seguire una comune linea politica che sarà indicata dagli organi della federazione;
propongono di avviare un processo culturale di coinvolgimento territoriale, che abbia come obiettivo rendere possibile la formazione di una grande area, ricca che si faccia carico di esperienze e tradizioni diverse e che condivida l'urgenza di partecipare alla competizione politica; pertanto si impegnano, sin da subito , a cercare le opportune intese, da proporre già alle prossime elezioni comunali, provinciali e regionali.
propongono che le associazioni e i partiti politici, che aderiscono alla federazione, possano conservare per intanto la loro attuale individualità giuridica e politica, restando vincolati dal comune impegno a rispettare le norme contenute nel patto federativo e da quelle che saranno approvate dai costituenti organi della Federazione;
propongono che le singole associazioni e singoli partiti politici siano rappresentati, all’interno della federazione, dai propri segretari politici e responsabili delle associazioni, o loro delegati, capaci di esprimere, in seno all’organismo comune, la volontà del proprio gruppo;
propongono in occasione della prima riunione del consiglio della federazione, che i singoli aderenti esprimano la loro proposta per la formazione di un simbolo unitario da adottare a maggioranza qualificata e da presentare alle prossime elezioni comunali regionali e nazionali nel quale tutti si possano riconoscere;
auspicano che venga approvata una legge elettorale proporzionale unica legge democratica, che chiuderebbe la lunga fase di transizione che ebbe inizio negli anni 90 con la legge cosiddetta “mattarellum”, e che oggi impone di ridare identità ai gruppi politici e protagonismo all’elettore.
UN PROGETTO DI VALORI
Il nostro progetto nasce su cinque punti che devono essere i caposaldi del programma e delle azioni che andremo a proporre, condividere e a compiere sul territorio :
1. La nostra Costituzione repubblicana, carta di principi e di valori da salvaguardare con fedeltà, non chiusi aprioristicamente a ogni eventuale possibilità di affinamento, ma lontani da quella frenesia inconsulta che ha portato a rivedere negli anni recenti il suo Titolo V, con una superficialità che testimonia, accanto a intenzioni illusorie, l’inadeguatezza di una classe politica incapace di cogliere la grandezza dei padri costituenti e di custodirla migliorandola: anche attraverso una nuova fase costituente che, riteniamo necessaria per adeguare la sua seconda parte ai profondi cambiamenti intervenuti sul piano istituzionale europeo e nazionale, ribadendo le motivazioni che abbiamo sostenuto nell’azione del comitato dei Popolari per il NO nel referendum contro la “deforma costituzionale renziana”.
2. Uno Stato snello e partecipato, efficiente sul piano nazionale, arricchito da autonomie territoriali in chiave di sussidiarietà e non di dissociazione pseudofederalista; garantito da un inter controllo democratico senza retoriche di autonomismo fine a se stesso, spesso corrotto non meno di quanto esso stesso abbia rimproverato allo Stato centrale; e, quasi sempre, colpevolmente incapace di utilizzare persino le cospicue risorse economiche messe a sua disposizione dall’Europa.
3. La valorizzazione permanente e dinamica dell’immenso patrimonio culturale e ambientale affidatole dai padri e dalla Provvidenza: almeno la metà dei beni culturali di cui l’umanità dispone è incredibilmente concentrata nel nostro Paese, e questo solo fatto costituisce per noi “una missione nella missione” e quasi una vocazione profetica.
4. Una cura gelosa della culla in cui nascono e si formano le nuove generazioni, cioè la famiglia, attraverso la dedizione di uno Stato solerte nel favorirne solidità e serenità, soprattutto con gli strumenti propri della sua missione formativa, dell’attivo supporto alle generazioni che declinano, affinché tale fisiologico crepuscolo non diventi mai emarginazione né accantoni il tesoro della esperienza che si trasmette; uno Stato che sappia garantire la sicurezza di un lavoro dignitoso per tutte le persone che raggiungono l’età adulta e si apprestano ad assumere, della famiglia, la responsabilità più diretta.
5. Il governo sagace di un’ economia che ha oggettivamente potenzialità enormi, e che anche nella presente crisi conferma di possedere nella creatività dei singoli e nel tessuto della piccola e media impresa la sua linfa più vitale.
Con quali linee di orientamento pensiamo sia articolabile un simile progetto?
Realizzare le riforme se servono e in quanto servono, ma non le adoriamo come idoli, e le sottoponiamo costantemente a verifica perché restino effettivamente al servizio dei valori che le ispirano. Preferiamo parlare piuttosto di “gestione evolutiva” trasparente e condivisa, capace cioè di governare dinamicamente le esigenze di miglioramento permanente delle cose, senza rinviare ai tempi spesso deresponsabilizzanti di maturazione delle “riforme”: queste, quando davvero occorrono, devono essere consapevoli, ponderate, impegnative di coerente attuazione, e non mito autoreferenziale.
Vogliamo, un partito giuridicamente riconosciuto, persona giuridica e perciò sottoposto a controllo pubblico nella sua trasparenza di gestione. In realtà i partiti politici operanti oggi hanno, via via, ignorato questo spirito costituzionale per accentuare invece elementi crescenti di chiusura oligarchica, ben poco democratica e partecipativa. Contro le forme attuali degenerative di partiti etero guidati affermiamo la necessità della non più rinviabile attuazione dell’art.49 della Costituzione da sollecitare con una forte iniziativa popolare.
Le ombre della corruzione e del clientelismo, quasi i partiti stessi e i loro uomini fossero appunto fini e non mezzi, hanno realizzato, da ultimo, quel nefasto distacco dei cittadini dalla politica che oggi enfatizza la sua gravità attraverso una legge elettorale che chiude del tutto i partiti dentro se stessi quali forme autoreferenziali di gestione del potere.
Con quale metodo pensiamo dunque di lavorare?
I punti di partenza per noi sono certi: la Costituzione, la cittadinanza, la persona.
IL FONDAMENTO DEL LAVORO - LA DIGNITA’ DELL’IMPRESA - LA SOLIDARIETA’ DELL’ECONOMIA
Subito dopo la cittadinanza, è il lavoro a costituire prioritario fondamento della repubblica. Tale lo definisce la carta costituzionale, e si riferisce al lavoro in tutte le sue forme, dipendente o autonomo o imprenditoriale che sia, manuale o intellettuale. Non sono invece fondamento della repubblica la rendita, né l’attività speculativa. Siamo qui in un campo che, fin dal medioevo, la Chiesa ha chiarissimamente presente. La pura rendita e la pura speculazione sono un male, sono illecite moralmente, e per noi questo principio comporta conseguenze coerenti sul piano delle politiche attive, anche di redistribuzione reddituale e, ad esempio, di carico fiscale. La ricchezza nazionale resta essenzialmente frutto del lavoro e il lavoro, diritto e dovere dell’uomo, è, per la Democrazia Cristiana, oggetto privilegiato di ogni politica economica. Per tale motivo un punto caratterizzante il nostro “progetto per l’Italia” non può non essere costituito dalla revisione dell’istituto del collocamento, che ci pare da trasformare in istituto dell’accompagnamento attivo nel lavoro. Né vuol dire, questo, che il mercato del lavoro debba essere governato dal solo collocamento pubblico; tutt’altro: esso si accompagna liberamente al movimento spontaneo della domanda e della offerta che sul mercato si confrontano: il collocamento pubblico opera invece, attivamente, su richiesta dei singoli lavoratori che vogliano ricorrervi. Il fatto è che non c’è dignità della persona se non viene attuato per essa il diritto a un lavoro riconosciuto, remunerato e produttivo. Vi è un ulteriore profilo di giustizia distributiva, e alla fine anche di efficienza economica, che non ci sembra più possibile trascurare. Una visione distorta del libero mercato, storicamente prevalente in tutto il mondo, riguarda la totale inesistenza di limiti alle più atroci disparità reddituali generate all’interno delle stesse imprese. Prevalgono anche in Italia, sia pure in dimensioni complessivamente meno abnormi, parametri esasperati fino all’iniquità, e assolutamente ingiustificabili da tutti i punti di vista, compresa una reale efficienza economica di lungo andare delle imprese medesime e del sistema. Noi non assumeremo come nostro programma l’idea, che pure ci viene da uno dei massimi maestri di economia dell’impresa efficiente e a un tempo equa, e cioè Adriano Olivetti, laddove affermava che tra lui, massimo vertice della sua azienda, e l’ultimo dei suoi operai, il divario di reddito equo reputava essere da uno a cinque. Nel mondo assistiamo a rapporti inconcepibili, persino di uno a quattrocento e oltre, e in Italia non mancano forbici di uno a cinquanta e oltre, ci sentiamo in mezzo a una situazione alla lunga insostenibile, per la quale assumiamo un duplice chiaro riferimento: da un lato il principio che i parametri retributivi siano parte di una politica trasparente e perciò siano noti pubblicamente; dall’altro che venga, con gradualità, ma con inizio immediato, stabilito un primo limite: ad esempio, che non possa essere superata la forbice di uno a venticinque. Costruire un’ economia sociale e civile di mercato che passo dopo passo, anno dopo anno, sarà in grado di creare le condizioni di serenità per calibrare con il consenso sociale più ampio la misura equa, senza mai far pensare che puntiamo a logiche di egualitarismo puro e semplice. Si evidenzia che stiamo parlando di reddito personale, non di reddito d’impresa, sul quale andranno invece considerate con intelligente accortezza le dimensioni legate alle esigenze di espansione e innovazione più proprie della impresa stessa, che del resto sono benedette per tutti: lavoratori ed azionisti, persone e comunità. In particolare attraverso una riduzione dell’attuale pressione tributaria per abbattere il cuneo fiscale e stimolare ricerca e investimenti.
La Democrazia Cristiana unita è comunque contraria, nello stesso tempo e per lo stesso spirito, anche a forme di garanzia del reddito che siano scisse da una corrispondente responsabilità di lavoro produttivo. Non cassa integrazione, dunque, e neanche gli istituti innovativi definiti in tal senso dal “reddito di cittadinanza”, ma piuttosto lavori utili in logica sostanzialmente e modernamente keynesiana, si intendono per lavori utili gli investimenti in tutto ciò che possa essere bene comune effettivo. Nulla dunque ha da vedere, tutto questo approccio, con forme di assistenzialismo, verso le quali nutriamo sostanziali dubbi tutte le volte che esse vogliano supplire a una politica di giusta reciprocità fra cittadino e comunità. La dignità del lavoro, espressione di una sostanziale parità nella cittadinanza responsabile, potrà in tal modo accompagnarsi anche con una sostanziale parità di condizione fiscale e previdenziale senza distinzioni fra categorie: come senza distinzioni ci pare debba essere, in linea di tendenza, il diritto ad accedere a tutto il campo del lavoro, compreso quello delle libere professioni, attraverso meccanismi semplificati e trasparenti rispetto a prassi ancora piuttosto chiuse e per alcuni aspetti vetuste. Certo è comunque l’impresa che, per la consistenza oggettiva della sua dimensione produttrice di ricchezza complessiva, resta il soggetto centrale per l’ elaborazione di una attiva politica del lavoro. Inestimabile valore di una economia dinamica e partecipata, l’impresa deve essere, in questo senso, non solo protetta ma sostenuta e incentivata nel suo naturale impulso di sviluppo. Punto cardine di una tale politica ci sembra lo snellimento della burocrazia relativa alle autorizzazioni e ai controlli. Se questo è il lato normativo-burocratico della vita d’impresa, sul versante economico ve n’è uno non meno pregnante: l’impresa si sostiene e cresce con il duplice strumento dell’auto investimento e del credito bancario, come è noto. Anche sulla politica creditizia finalizzata allo sviluppo d’impresa vi è un particolare elemento centrale nella cultura democratico-cristiana, che mentre non può, secondo noi, essere trascurato: è quello costituito dalla idea del risparmio collettivo (dei lavoratori ma anche degli utenti). Come è evidente dalle riflessioni che stiamo dipanando, non possiamo nascondere il nostro interesse privilegiato per la diffusione di politiche favorevoli ai modelli di partecipazione dei lavoratori nell’impresa, conformemente alla costante tradizione, ancora una volta, della Dottrina Sociale della Chiesa, ma anche a tantissime esperienze consolidate nei paesi più avanzati d’Europa, e al dettato dell’articolo 46 della nostra Costituzione. A tale riconoscimento del fattore lavoro fa riscontro il dovere ugualmente stringente del lavoratore, di adempiere con senso di responsabilità il proprio ruolo produttivo. Ed è evidente, in questo quadro, come anche l’esperienza sindacale costituisca un valore imprescindibile delle politiche del lavoro, quando naturalmente si tratti di sindacalismo libero e pluralistico, come quello realizzatosi tipicamente nella esperienza della Cisl italiana e ormai caratteristico di tutto il nostro sindacalismo confederale. E’ questa dinamica che consente alla legge stessa di farsi carico con maggiore competenza di quella garanzia di reddito vitale di dignità per ogni cittadino e per ogni famiglia, che è da sempre nelle nostre aspirazioni. Non si tratta
di una richiesta avulsa dalle condizioni concrete della ricchezza prodotta dal Paese: nessun paese può infatti distribuire più ricchezza di quella che produce. Si tratta invece di un’azione costantemente attenta a calibrare il triplice contestuale strumento della politica occupazionale, della forbice massima fra redditi di lavoro, della partecipazione dei lavoratori dell’impresa.
Vissuta con tale orizzonte, l’economia complessiva è veramente “amministrazione della casa comune” finalizzata al “bene comune”: che del resto può assumere diversificate gerarchie in funzione della natura di ogni singolo bene e di ogni singola persona. Vi sono ad esempio dei beni la cui natura appare anche al buon senso come collettiva o pubblica e perciò dotata di una legittima aspettativa di fruizione sostanzialmente paritaria da parte dei cittadini: tali sono ad esempio l’acqua, l’ambiente, la sicurezza. Tali beni sono essenziali e primari per la qualità della vita e per essi la presenza della mano pubblica, sia essa quella dello Stato o quella degli enti intermedi, non può non essere diversa da quella riservata a tutti gli altri beni, lasciati all’autoregolazione semplice del mercato. Questa parola, chiara e ferma, ci è doverosa per il ristabilimento di una visione che è stata resa ambigua e infine controproducente da una tendenza superficiale di questi lunghi venti anni e oltre, favorevole a una semplicistica linea di privatizzazioni, condotta con indiscriminatezza pari a quella che a suo tempo aveva presieduto agli eccessi opposti delle statalizzazioni, o regionalizzazioni, o municipalizzazioni. Il concetto che dobbiamo piuttosto avere sempre presente è quello della distinzione chiara fra privatizzazione e liberalizzazione: quando si tratta di beni primari liberalizzare è tendenzialmente un bene, privatizzare è tendenzialmente un male. La liberalizzazione salvaguarda e stimola anche l’intervento privato, la semplice privatizzazione può tendere a generare monopoli a fini di lucro, tanto più negativi quanto più riguardino beni appunto essenziali e primari per la dignità della persona.
ISTITUZIONI: LO STATO SNELLO PER LA PARTECIPAZIONE SOCIALE
Oggi è essenziale sul piano burocratico che il concetto di “Stato snello” compia passi coraggiosi. E’ infatti valutazione condivisa senza incertezze che il nostro apparato- Stato abbia raggiunto una dimensione elefantiaca fonte a un tempo di sprechi e di inefficienze in alcuni casi intollerabili.
La ragione profonda che presiede a queste considerazioni è semplicemente, ancora una volta, quella che concepisce lo Stato come la organizzazione con la missione di servire la persona e la comunità ai fini della loro crescente autorealizzazione (art. 2 della Costituzione). Ed è questa chiave interpretativa che illumina anche le politiche relative alle articolazioni intermedie non territoriali attraverso le quali si svolge la vita sociale. Per questo la Dc tutela la costituzione e la partecipazione dei cittadini a forme associative e imprenditive nel campo del lavoro come nei campi della cultura, dei servizi, delle iniziative di cittadinanza, delle tutele dei diritti, e così via: con l’obiettivo di realizzare quel vivace reticolo di vita sociale che possa andare a coprire la più vasta area possibile della domanda di servizi avanzata dai cittadini in questi settori. È nella cultura personalistica e comunitaria, connaturata con la storia del nostro partito, l’incoraggiamento attivo di quel “terzo settore”, che può costituire la grande “infrastruttura sociale” nella quale possono trovare risposta meno burocratica e più densa di motivazioni e calore umano le domande e i bisogni meno considerati e protetti dalle istituzioni. Un approccio solidaristico che si esplicita anche in senso geopolitico, con l’Europa che resta un riferimento che ci aiuta a tenere largo ed aperto l’orizzonte, ed anche un forte laboratorio di buone pratiche. Un’Europa che oggi pone la necessità di un ritorno allo spirito dei suoi padri fondatori, affinché sia di nuovo, innanzitutto, un ideale di fraternità con l’economia che segue. Un approccio globale e solidaristico l’Europa deve rivolgere anche verso il Mediterraneo . Il mare delle tre religioni monoteiste, civiltà antiche che, intersecandosi, e non ignorandosi, hanno dato al mondo gran parte della civiltà che oggi lo unisce.
PASSATO, PRESENTE, FUTURO: IL POPOLARISMO CHE VIVE
Le considerazioni svolte sollecitano la politica, i partiti ad una tensione morale e culturale superiore a quella attuale, e che possa alimentare anche le loro modalità interne di organizzazione e di democrazia partecipativa. Anche il problema del finanziamento dei partiti si pone ormai con evidente urgenza morale. Nacque nel cuore degli anni 1970 con l’obiettivo dichiarato di consentire ai partiti di “non essere costretti a farsi corrompere”, come si disse allora. L’intenzione era buona, ma l’esito non fu felice ed è venuto peggiorando nel tempo. E’ saggio tornare al puro e semplice sistema di “nessun finanziamento” che deriva dall’ esborso di denaro pubblico, ma si deve assicurare una normativa semplice, trasparente e facilitata, attraverso la quale ogni cittadino possa liberamente partecipare al finanziamento del partito nel cui programma si riconosce.
Sul tema dell’immigrazione che ha costituito uno degli elementi su cui si è consolidata la deriva nazionalista la nostra posizione da assumere è quella indicata lucidamente dall’amico Natale Forlani, ex segretario CISL:
Manifesto per una buona politica per l’immigrazione
LA NOSTRA NAZIONE E’ DIVENTATA UN GRANDE PAESE DI ACCOGLIENZA DEGLI IMMIGRATI
Nel corso dei venti anni recenti l’ Italia , superando i 5 mln di immigrati residenti , è diventato il terzo paese per numero di cittadini di origine straniera accolti nell’ambito delle nazioni aderenti alla Unione Europea.
Una popolazione composita , distribuita su numerosissime comunità di origine con caratteristiche eterogenee per estrazione : linguistica , culturale e religiosa . Frutto di una crescita rapida , concentrata soprattutto negli anni 2000 , e che si sta incrementando anche in ragione del consolidamento territoriale delle singole comunità di origine, e dei nuclei familiari di appartenenza , e per effetto di una forte natalità e delle ricongiunzioni familiari .
NEL MERCATO DEL LAVORO ITALIANO
Gli immigrati rappresentano circa il 12% della popolazione attiva , l’ 11% di quella occupata , il 15% di quella in cerca di lavoro .
Sono in larghissima parte , circa il 90%, lavoratori dipendenti impiegati in lavori manuali ed esecutivi , territorialmente concentrati nel nord e nel centro Italia , con un peso rilevante nel lavoro domestico , nelle costruzioni , nell’agricoltura e assai significativo nell’industria manifatturiera nei settori alberghiero e della ristorazione , nelle fasce più giovani della popolazione attiva , con una particolare incidenza in quella degli under 30.
La crescita della occupazione immigrata , che ha superato la cifra dei 2,4 milioni di unità lavorative ( distinte in circa 1,6 mln di extracomunitari e 800 ml comunitari ) è stata costante anche durante gli anni della crisi economica compensando , in modo significativo , la rilevante perdita di occupati italiani.
Secondo le stime dell’ Istat, tra il 2007 e il 2014 , a fronte di una diminuzione di circa 1,5 mln di occupati autoctoni , il numero degli immigrati occupati si è incrementato di oltre 850 ml unità. Un fortissimo contributo alla crescita dell’occupazione immigrata è stato offerto dalla libera circolazione dei lavoratori neo comunitari, in particolare quella per i lavoratori rumeni , e dall ‘aumento dell’occupazione femminile nel settore dei servizi per le famiglie.
Nel contempo è aumentato sensibilmente anche il numero degli immigrati cerca di lavoro , che ha raggiunto il picco delle 450ml unità , e quello delle persone inattive , attualmente stimate in 1,2 mln di persone come conseguenza del rilevante incremento della popolazione residente ( circa il 40% ) , e di quella in età di lavoro, nel periodo preso in considerazione , per effetto di nuove nascite e di ricongiunzioni familiari e per via del contributo significativo offerto dall incremento dei cittadini neo comunitari favoriti dal regime di libera circolazione .
La crescita concomitante della occupazione , della disoccupazione e della inattività degli immigrati in Italia , rappresenta un caso unico nel panorama dei grandi paesi di accoglienza europei.
Come diretta conseguenza, il tasso di occupazione è diminuito di oltre il 10% per la componente dei cittadini extracomunitari , e del 7% per quella dei neo comunitari.
Nonostante la significativa ripresa dell’occupazione avvenuta nei tre anni recenti , alimentata soprattutto dalla crescita degli occupati italiani , la crisi economica ha prodotto effetti negativi sui salari dei lavoratori immigrati , e sul reddito delle famiglie di riferimento . La media dei salari è diminuita del 20% . L’ incidenza dei nuclei familiari senza redditi da lavoro o da pensione ,sul totale dei gruppi di riferimento, è di entità doppia rispetto a quella dei nuclei familiari composti da italiani ( 14 % rispetto al 7% ) con punte superiori al 20% per le comunità di origine tunisina , marocchina , pakistana e egiziana.
ABBIAMO BISOGNO DI PIU’ IMMIGRATI ?
Molte fonti , anche autorevoli , sostengono l’esigenza di programmare annualmente un flusso d’ingresso di nuovi immigrati per la doppia finalità di rigenerare la popolazione attiva italiana , destinata a comprimersi per via dell’invecchiamento della popolazione e della diminuzione delle nascite , e per rendere sostenibile ,con la crescita degli occupati immigrati , il finanziamento delle prestazioni sociali ,a partire da quelle pensionistiche .
La decrescita demografica , e il contributo degli occupati di origine straniera al finanziamento delle prestazioni sociali sono elementi oggettivi della realtà italiana .
Ma i dati disponibili , quelli relativi alle tendenze del mercato del lavoro e del reddito degli immigrati, e quelli forniti dall’osservatorio statistico dell’Inps , che palesano una concentrazione dei contribuenti nelle fasce esenti dal prelievo fiscale e nei settori a bassa contribuzione previdenziale , mettono in evidenza un drammatico problema di sostenibilità della immigrazione residente ed , in particolare, di quella di origine extra comunitaria .
Nonostante la ripresa dell’economia e dell’occupazione , rimane l’esigenza di riassorbire un bacino di circa 3 mln di disoccupati , tra i quali vengono ricompresi circa 430 ml immigrati e buona parte dei 2, 4 mln di giovani che non studiano e non lavorano , composto in prevalenza da persone con bassa qualificazione .
Giova ricordare che il tasso di occupazione della popolazione italiana, attualmente al 58%, è assai distante dalle medie europee e lontano dal garantire livelli di sostenibilità per il sistema delle prestazioni sociali.
Pur ritenendo fondata la relazione esistente tra la crescita degli occupati immigrati e la scarsa propensione dei giovani italiani a svolgere determinate mansioni , risulta altrettanto difficile negare come la crescita di una popolazione scarsamente remunerata , e che in molti ambiti settoriali e territoriali sconfina con il lavoro sommerso , finisca essa stessa per ostacolare una rivalutazione del lavoro manuale e un cambiamento delle aspettative delle persone in cerca di lavoro.
Queste dinamiche contributo in modo significativo alla bassa crescita dei salari e dei livelli di produttività che caratterizza l’economia italiana .
I NUOVI FLUSSI D’INGRESSO DI MIGRANTI IRREGOLARI : FENOMENO STRUTTURALE O IL PRODOTTO DI POLITICHE INADEGUATE ?
Dal secondo semestre 2014 ha preso corpo un sistematico flusso di ingresso di immigrati irregolari in Italia proveniente , in grande prevalenza , dal territorio libico .
La natura di questi flussi migratori , rimane costantemente caratterizzata da una grande prevalenza di emigranti per motivi economici ,provenienti in grande prevalenza dai paesi del centro africa e del sud sahara , e che ,da una narrazione di parte , viene erroneamente identificata con i profughi in fuga da conflitti bellici .
Un flusso di migranti irregolari in buona parte non identificati e che , soprattutto nel corso del 2014 e 2015 , sono rifluiti , verso altre nazioni del centro nord Europa .
I numeri , più delle parole , danno evidenza della quantità e della qualità del fenomeno : oltre 550 ml persone sbarcate nel territorio italiani , di cui solo 170 ml presenti nelle strutture di accoglienza , circa 200 ml domande di asilo . Tra quelle che hanno ottenuto un riscontro dalle commissioni di esame , solo meno del 10% ha ottenuto tale riconoscimento . Un ulteriore 30% hanno ricevuto un permesso per motivi umanitari o di protezione sussidiaria , mentre il 60% sono state respinte per totale insussistenza di requisiti di protezione internazionale .
La scelta di effettuare a ridosso delle acque territoriali libiche le operazioni di salvataggio in mare , operata dal governo in carica nella seconda parte del 2014, ha oggettivamente favorito la crescita di una rilevante bolla di emigranti per motivi economici nel territorio libico , senza peraltro ridurre il numero dei decessi in mare . Per i trafficanti di uomini era diventata una consuetudine caricare numeri abnormi di persone in modo improvvisato e su mezzi sempre meno adeguati.
I ritardi delle Istituzioni Europee in materia di politiche per l’immigrazione , legati alle indisponibilità di alcuni paesi a farsi carico delle nuove emergenze sono evidenti . Ma , altrettanto , è difficile negare che la distanza tra la rappresentazione dei fenomeni , offerta anche dalle nostre Autorità di governo, e le dinamiche reali , abbia seriamente compromesso la credibilità e l’autorevolezza delle proposte italiane .
Nonostante il cambiamento di approccio culturale e politico , operato dal governo in carica , Italia si ritrova ad aver cumulato una notevole mole di ritardi , di approccio culturale , nella revisione delle procedure di identificazione e espulsione , nelle modalità di gestione dell’accoglienza e di integrazione dei migranti che hanno ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di protezione internazionale , sul versante degli accordi internazionali con i paesi di origine dei migranti .
Questi ritardi hanno riflessi economici e sociali che vanno ben oltre i costi dedicati alla accoglienza dei migranti irregolari . Essi sono visibili nel degrado delle periferie urbane laddove si concentrano nuclei di immigrati con e senza permesso di soggiorno , nell’aumento del lavoro sommerso , nella crescente concorrenza nell’accesso alle misure assistenziali , che sono dotate di risorse limitate e che , con tutta probabilità , arriverà al culmine nell’occasione della emanazione dei bandi per l’accesso alle prestazioni economiche rivolte al contrasto della povertà.
AIUTARLI A CASA LORO ? MOLTI ITALIANI LO STANNO GIA’ FACENDO
Nel mentre si è aperto uno stucchevole dibattito politico sulla opportunità di aiutare le popolazioni nei paesi poveri , o in via di sviluppo, nell’ambito di uno scambio con i paesi di origine dei migranti che preveda un reciproco controllo sugli esodi irregolari.
In una parte significativa del ceto politico, la migrazione viene letta come fenomeno ineluttabile e come via privilegiata per contrastare l ‘impoverimento delle popolazioni , per attenuare gli effetti dell’incremento demografico del continente africano , e compensare quelli legati all ’invecchiamento della popolazione nei paesi europei.
Le migrazioni possono certamente rispondere alle aspettative delle persone che aspirano ad un destino migliore , dare un contributo allo sviluppo dei paesi di origine tramite le rimesse dei migranti e le esperienze di lavoro per quelli che rientrano , ed , altrettanto , a contenere il declino demografico dei paesi sviluppati .
Ma autorevoli studi internazionali dimostrano che l’uscita dalle condizioni di povertà assoluta di circa 1 mld di persone , nel corso degli ultimi venti anni , è avvenuta per effetto dello sviluppo locale dei paesi emergenti , che il contributo delle rimesse non di rado è compensato in negativo da un esodo di risorse umane fondamentale per la crescita di un ceto medio produttivo, che i tassi di natalità dei migranti si adeguano rapidamente a quelli delle popolazioni dei paesi di accoglienza.
Nel contempo vengono sottovalutate le iniziative promosse nei paesi poveri e in via di sviluppo , da importanti ordini religiosi negli ambiti della formazione professionale, della sanità e della assistenza , le iniziative di gruppi e associazioni volte a promuovere progetti di sviluppo locale , le adozioni a distanza delle famiglie , stimate , per l’Italia ,in oltre un milione di erogazioni l’anno da parte delle famiglie .
Iniziative corpose ma che non riscontrano l’attenzione di istituzioni ,prevalentemente assorbite nel promuovere programmi di cooperazione onerosi e di dubbia efficacia riservati a gruppi ristretti di organizzazioni non governative , e che , diversamente potrebbero diventare il perno di una nuova politica di cooperazione internazionale sostenuta anche dalle istituzioni Europee
LA CITTADINANZA DEVE ESSERE IL RISULTATO DI UN PERCORSO DI INTEGRAZIONE
Un ramo del Parlamento ha recentemente approvato il testo di un disegno di legge che si propone di riconoscere il diritto di cittadinanza ai minori stranieri residenti , nati in Italia o ricongiunti , che abbiano portato a compimento ameno un ciclo scolastico , con la finalità , a detta dei sostenitori , di rimediare una discriminazione nei confronti dei loro coetanei italiani, in quanto attualmente costretti ad avanzare questa richiesta al raggiungimento della maggiore età.
E’ doveroso evidenziare che i minori stranieri , accompagnati e non, beneficiano già degli stessi diritti sociali ed economici dei minori italiani e che alcuni diritti collegati alla acquisizione della cittadinanza , come quello di voto e di libera circolazione verso altri paesi , non sono disponibili per l’intera platea dei minori.
Tutto questo premesso , va altrettanto ricordato che nell’ordinamento italiano la richiesta della cittadinanza al raggiungimento della maggiore età , è un’opzione subordinata rispetto alla possibilità del minore di avere anticipatamente il riconoscimento , come conseguenza della acquisizione della cittadinanza da parte di un genitore, dopo 10 anni di regolare residenza nel nostro paese.
Infatti oltre il 40% dei delle nuove cittadinanze rilasciate nel corso del 2015 e 2016 , circa 380ml complessive , è stato assegnato a minori stranieri .
Sul piano pratico l’effetto della innovazione normativa proposta non è significativo. I dieci anni di regolare soggiorno del genitore di solito coincidono con i tempi della frequenza dei cicli scolastici da parte dei figli.
Ma è sconvolgente dal punto di vista culturale . Non solo si sottrae ai genitori il diritto -dovere e la responsabilità di guidare i figli nel percorso di educazione e formazione, ma tende a produrre una singolare scomposizione dei nuclei familiari con effetti indesiderabili . Si pensi ad esempio alle possibili implicazioni sulle scelte delle famiglie riguardanti la loro mobilità e ad un possibile rientro nei paesi di origine , dato che bel 64 paesi , da cui provengono la metà dei migranti residenti in Italia , non ammettono la doppia cittadinanza.
Pertanto , se si ritiene opportuno operare una manutenzione di una legge che sta comunque producendo buoni risultati , al fine di accelerare i tempi di acquisizione della cittadinanza la via migliore è quella di premiare le persone e i nuclei familiari sulla base di una valutazione dei comportamenti attuati in ambito civile , scolastico e lavorativo. In questo modo si produrrebbero anche nuovi stimoli per accelerare i percorsi di integrazione.
PER UNA BUONA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE : ALCUNE PREMESSE CULTURALI
La natura di flussi migratori è cambiata radicalmente parallelamente alla rapida integrazione dei sistemi produttivi su scala globale e ai mutamenti tecnologici nel campo della comunicazione e dei trasporti che hanno accelerato l’accesso alle informazioni e gli spostamenti delle persone.
In forte crescita sono i flussi migratori all’interno dei paesi sviluppati e tra questi con quelli in rapido sviluppo nell’ambito dei quali una particolare incidenza è stata prodotta dalla libera circolazione dei cittadini dei paesi aderenti alla UE. Nuove dinamiche che concorrono alla rapida formazione di un mercato del lavoro internazionale sulla spinta della internazionalizzazione delle imprese e dall’esigenza di formare adeguatamente le risorse umane per presidiare mercati , tecnologie e organizzazioni produttive .
E’ in questo ambito che si stanno formando le classi dirigenti , e quelli che potremmo definire “i ceti esperti “ fondamentali per assicurare lo sviluppo economico e sociale di ogni territorio , anche attraverso la capacità di attrarre risorse umane qualificate analogamente a quanto avviene nel movimento dei capitali e delle imprese . Questa evoluzione ci interroga sul posizionamento del nostro paese , sulla sua capacità di attrarre risorse umane qualificate , e di garantire ai nostri giovani la possibilità di fare esperienze formative e lavorative in altri paesi in condizione di reciprocità con gli stessi.
Le migrazioni dai paesi poveri , o in via di sviluppo , verso quelli più sviluppati continueranno ad avere un peso rilevante sui flussi migratori , ma rimane importante contingentarle , per motivi si sostenibilità generale e delle stesse persone coinvolte , agli effettivi fabbisogni del mercato del lavoro locale.
Pertanto è doveroso mantenere la distinzione tra i doveri di accoglienza verso i profughi , sulla base del diritto internazionale e degli effettivi requisiti delle persone , e i migranti per motivi economici per i quali gli stati devono mantenere la prerogativa di autorizzare gli ingressi , e il mantenimento della residenza in ragione delle opportunità di inserimento nel mercato del lavoro e di sostenibilità del reddito delle persone e dei nuclei familiari.
Infine è doveroso porsi il problema di come concorrere al potenziamento delle iniziative delle istituzioni internazionali per rafforzare gli interventi verso le persone in fuga da conflitti bellici o da gravi calamità naturali , in forte aumento, e che per la stragrande parte rifluiscono verso i paesi limitrofi altrettanto poveri.
Questi flussi migratori sono estremamente diversificati al loro interno , come diverse sono le possibili soluzioni che vanno ponderate al fine di valorizzarne le potenzialità e di limitare i costi sociali , adottando analisi corrette e avendo una chiara percezione del posizionamento del proprio Paese nelle dinamiche migratorie.
Consideriamo un grave errore approcciare questi problemi con gli atteggiamenti semplicistici , pro o contro i migranti , che purtroppo stanno dominando la scena politica .
LE INNOVAZIONI POSSIBILI
Nella consapevolezza che , per le ragioni evidenziate , sia necessario innovare profondamente le politiche per l’immigrazione sinora adottate in Italia e in Europa , vogliamo indicare quelli che , a nostro avviso , dovrebbero essere i capisaldi di una nuova politica sul tema.
REVISIONE DELLE MODALITA’ DI AUTORIZZAZIONE DEGLI INGRESSI PER MOTIVI DI LAVORO
L ‘attuale sistema di programmazione annuale degli ingressi per profili generici, ormai obsoleto e inutilizzabile ,va sostituito con uno più flessibile , basato sul rilascio alle imprese o ad intermediari accreditati, di una pre autorizzazione per la selezione di personale qualificato , previa verifica della effettiva carenza di offerta disponibile nel territorio. Tale pre autorizzazione deve essere trasformabile in un permesso di soggiorno provvisorio per motivi di lavoro ,dopo l’accertamento delle condizioni di sussistenza della qualifica professionale , l’assenza di reati a carico , l ‘iscrizione a un corso per l’apprendimento della lingua italiana, la disponibilità di una abitazione.
CONDIZIONE DI PERMANENZA NEL TERRITORIO ITALIANO E DI RICONGIUNGIMENTO PER I FAMILIARI
Mantenimento del requisito minimo di reddito ovvero obbligo di partecipare ai programmi di reinserimento lavorativo per i disoccupati . Verifica delle condizioni di apprendimento della lingua e della partecipazione ai percorsi scolastici obbligatori da parte dei figli . Definizione di un programma rivolto a contrastare i livelli di impoverimento dei nuclei familiari rigorosamente ancorato all’inserimento lavorativo e alla frequenza scolastica dei figli.
ACCELERAZIONE DELLE PROCEDURE E DEI TEMPI DI ACQUISIZIONE DELLA CITTADINANZA ITALIANA
Definizione di criteri , che possono dar luogo anche a punteggi, che consentano di anticipare i tempi di acquisizione della cittadinanza ( con un minimo di permanenza di 8 anni per almeno un genitore) , anche per figli nati in Italia o ricongiunti, sulla base della valutazione dei comportamenti delle persone e dei nuclei familiari negli ambiti : civile, scolastico, lavorativo.
POLITICHE PER L’ACCOGLIENZA DEI PROFUGHI , IN ITALIA E IN EUROPA , E DI SOSTEGNO AI PROGRAMMI DI COOPERAZIONE
- Promuovere la costituzione di una forte Polizia di Frontiera Europea , da impegnare nelle aree di elevata criticità dei flussi irregolari d’ingresso di migranti , sulla base di decisioni assunte nell’ambito del Consiglio dei Ministri della UE . l’azione della Polizia di frontiera UE dovrà caratterizzarsi come supporto organico agli Stati aderenti più esposti nelle attività di contrasto, identificazione , espulsione dei migranti che non hanno i requisiti di protezione , trasferimento degli stessi in altri territori UE ;
- Predisposizione di piani di distribuzione dei migranti che hanno il requisito di protezione, nell’ambito dei paesi aderenti alla UE verificando le condizioni di sostenibilità dei mercati del lavoro locali e finanziando i programmi di integrazione;
- Definizione di un programma pluriennale di sostegno alla definizione di accordi bilaterali o multilaterali tra paesi aderenti con quelli di origine dei flussi migratori . Inserimento , nelle linee di intervento dei fondi sociali , dei programmi di sostegno alla mobilità circolare dei migranti per favorire esperienze formative e di lavoro con la prospettiva del rientro nei paesi di origine;
- Revisione delle modalità e dei tempi di gestione dei ricorsi avversi ai pronunciamenti negativi delle commissioni di esame delle richieste di protezione internazionale,. Istituzione di un ramo della magistratura dedicata alla gestione di tali ricorsi , e riduzione , sino all’annullamento dei rimborsi per gli avvocati d’ ufficio nel caso di ricorsi palesemente infondati;
- Istituzione di un albo dei soggetti accreditati a partecipare ai bandi per la gestione dei centri di accoglienza e di una attività di ispettorato permanente per la verifica delle attività svolte;
- Distribuzione concordata con le regioni e con gli enti locali dei migranti che hanno richiesto il permesso di asilo ;
- Definizione di un programma nazionale di inserimento lavorativo , cofinanziato con fondi europei , nazionali e regionali , per i profughi riconosciuti , basato su un codice dei diritti e dei doveri del migrante , e avvalendosi delle agenzie del lavoro accreditate per sviluppare progetti di inserimento personalizzati remunerati sulla base dei risultati ottenuti;
- Mobilitazione delle risorse nazionali destinate al sostegno dei programmi di cooperazione per la finalità di potenziare gli interventi delle associazioni , delle imprese , delle famiglie nei paesi in via di sviluppo ritenuti di interesse strategico per l’Italia.
La Questione meridionale oggi
Il quadro che emerge dalle anticipazioni del rapporto Svimez (Associazione per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno) segna una tendenza di abbandono del Mezzogiorno, dove la ripresa dei flussi migratori è “la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”. Negativa anche la proiezione del Pil per il Sud che “nel 2019 calerà dello 0,3% mentre il resto del paese crescerà dello 0,3% aumentando la divaricazione che, “all’interno di un paese fermo porta il Mezzogiorno in recessione. Un paese spaccato, un Sud svuotato dall’emigrazione di migliaia di giovani e laureati.
Il rapporto della Svimez, già nel 2015 riportava all’onore delle cronache i problemi, le forti insufficienze, i ritardi e le specificità che affliggono il Sud Italia.
Al momento dell’unificazione politica, infatti, le necessità di bilancio spinsero il Governo a preferire tra i vari ordinamenti fiscali il più redditizio, e, il più gravoso: quello del Regno di Sardegna, esteso da un giorno all’altro a tutta l’Italia, in aperto contrasto, specialmente, con quello del Regno di Napoli che, d’un tratto, si trovò a passare da un’imposizione fiscale leggera, ad una insopportabilmente pesante. Dogane leggere e tasse pesanti dunque, tutto il contrario di quello che serviva alla fragile e povera economia meridionale.
L’unificazione fu considerata, dunque, alla stregua di un affare coloniale, con l’esplicita alleanza tra il capitale degli invasori e il patrimonio dei possidenti colonizzati. Alleanza che continuerà purtroppo sotto altre forme e con altri protagonisti anche negli anni della Repubblica.
Ma ciò che emerge con assoluta chiarezza dal dopoguerra ad oggi (ma si potrebbe tranquillamente dire dall’unità ad oggi) è il fatto che le sorti del nostro Mezzogiorno sono sì indissolubilmente intrecciate con quelle del paese, ma che, paradossalmente, del Mezzogiorno non si tiene conto a sufficienza quando si prendono le grandi decisioni nazionali: dalla scelta europea, all’abolizione delle gabbie salariali, dello statuto dei lavoratori, all’ingresso nello Sme, a Maastricht. In altri termini, le scelte strategiche di modernizzazione del paese finiscono, immancabilmente, per trasformarsi in insopportabili forzature per l’economia del Sud, in mancanza di un’adeguata società civile.
Tra le tante Italia esistenti, due normalmente, sono quelle che vengono messe a confronto: il Mezzogiorno e il Centro Nord, e sono, entrambe, due mere invenzioni statistiche, con forti disomogeneità al loro interno. Ebbene, nonostante la semplificazione e l’appiattimento delle medie queste due «Italie», dopo oltre quarant’anni di intervento straordinario e a centotrentacinque dall’unificazione, sono ancora molto distanti, quasi due mondi, con molto poco in comune.
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Se le diversità esistono e sembrano persistenti, tuttavia dal dopoguerra ad oggi molto è anche cambiato: il Pil per abitante è più che quadruplicato; l’incidenza degli occupati in agricoltura discesa dal 56% al 15%. E anche se l’incidenza degli occupati nell’industria in senso stretto è rimasta ferma al 13%, gli addetti alle unità locali superiori alle cento unità sono triplicati e la produttività media è oggi otto volte quella del 1951.
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La rete stradale è più che raddoppiata, e la sua qualità è enormemente migliorata. La disponibilità giornaliera di acqua per abitante è passata da ottanta a trecentoquaranta litri. Il numero di abitanti per stanza è diminuito da quasi due a meno di uno. Sono scomparse le abitazioni prive di servizi igienici e di elettricità, La mortalità infantile è scesa da ottanta a dieci per mille nati vivi. Gli scritti alla scuola dell’obbligo che, nel 1951 erano il 70% degli obbligati, oggi sono il 100%. Gli iscritti alla secondaria superiore, che nel 1951 erano meno del 10% dei ragazzi di quattordici diciotto anni, oggi sono il 60% (Cafiero, 1992); in quasi ogni provincia del Sud oggi esiste una sede universitaria.
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Traguardi importanti, ma non sufficienti a spezzare la patologica dipendenza economica dell’area, dai consumi tendenzialmente convergenti con il Nord, ma supportati da attività economiche in gran parte protette dalla concorrenza nazionale e internazionale e condizionate da appalti e forniture assegnati, più o meno legalmente, con criteri diversi da quelli del confronto concorrenziale. Area, dicevamo, la cui domanda è soddisfatta da un ingente ammontare di importazioni nette, finanziate in gran parte attraverso l’eccedenza della spesa pubblica sui prelievi, e con un patologico eccesso di risparmio non impiegato in loco, a causa dell’inefficienza del sistema bancario locale e, al solito, della mancanza di buona imprenditorialità.
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Certo il Sud consuma di più di quanto produce, ma questo era vero anche per il passato. Ma perché ora la cosa sembra insopportabile a tanta parte dell’opinione pubblica? Forse perché per molti anni i ritorni che il Nord ha tratto dalla spesa pubblica a favore del Mezzogiorno sono stati superiori ai maggiori oneri fiscali sostenuti per finanziarla.
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Ma quando il processo di integrazione europea ha reso i vincoli finanziari più stringenti e più acute le esigenze di investimenti intensivi a difesa della competitività delle nostre produzioni la dipendenza economica del Mezzogiorno è divenuta sempre meno sostenibile per il resto del paese . Ecco perché il Nord non accetta più né la politica meridionalistica, ormai considerata come una spesa peggio che improduttiva, né il meridionalismo, che tale politica richiede: e sembra talvolta disposto a rifiutare la stessa unità nazionale, pur di sottrarsi all’onere della politica meridionalistica”.
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Minor prodotto pro capite (intorno al 60% di quello del Centro Nord), fragilità delle strutture produttive (nel Sud è localizzato solo il 15% della capacità produttiva manifatturiera del paese), con prevalenza invece di settori non concorrenziali e maturi, carenza endemica di infrastrutture, malavita organizzata dilagante, bassa qualità della vita, ma consumi tendenzialmente più vicini al resto del paese all’80%, con conseguente dipendenza economica in ragione della minor ricchezza prodotta, dipendenza finanziata dai trasferimenti e dalla spesa pubblica in disavanzo: questi, come abbiamo visto, i caratteri fondamentali del sottosviluppo e dell’arretratezza del Sud.
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Ma dal quadro, per capirci qualcosa, manca ancora dell’altro: manca la ricostruzione analitica dei modelli di riproduzione perversa del capitale umano nel suo ciclo di vita (individuale e sociale), mancano le ragioni della persistenza del sottosviluppo, dell’arretratezza e della dipendenza e, perché no, le ragioni del piagnonismo e del vittimismo.
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Per troppo tempo si è concentrata genericamente l’attenzione sulla disoccupazione meridionale, sui suoi livelli e sulle sue dinamiche, senza mettere in relazione questo pur grave fenomeno con la qualità dell’occupazione e con il tipo di regole del vivere associato prevalenti nella società meridionale. Forse, solo mettendo insieme capitale umano e regolatori sociali, sarà possibile individuare i codici genetici che riproducono e perpetuano il sottosviluppo al Sud, nonostante gli sforzi di investimento compiuti dal dopoguerra ad oggi.
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Il fatto che il mercato del lavoro nel Sud non funzioni, o funzioni male, con disoccupazione al triplo rispetto al resto del paese, con una gran quantità di lavoro sommersa e irregolare, non è solo il prodotto dello scarso sviluppo economico, ma anche e soprattutto la reazione della società meridionale a un insieme di regole (salariali e contrattuali) e di vincoli non coerenti con quanto ritenuto naturalmente accettabile dagli agenti che operano nell’area (datori di lavoro lavoratori, istituzioni). Il mercato del lavoro, più degli altri mercati, deve essere considerato una vera e propria istituzione sociale.
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Ne segue che il funzionamento del mercato del lavoro potrebbe sostanzialmente diversificarsi da un luogo all’altro; società diverse potrebbero imporre norme differenti a datori di lavoro, lavoratori occupati, lavoratori disoccupati ed altri. Il Sud ha bisogno di ben altro: certamente ha bisogno di colmare il suo gap infrastrutturale, ma anche questa strategia da sola non basterebbe. Servono, assieme agli investimenti, interventi di lungo periodo che plasmino i regolatori, sociali alle specifiche esigenze dell’area e politiche che migliorino, armonizzandolo, l’intero ciclo di vita del capitale umano: la scuola e la formazione professionale, la transizione scuola- formazione-lavoro, il lavoro, le carriere, il welfare.
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Ridefinire i regolatori sociali vuol dire intervenire direttamente nella società civile e nella qualità della vita: in quel complesso, cioè, di norme, comportamenti, culture, abilità, intelligenze, specializzazioni, propensioni che sono alla base di qualsiasi processo di sviluppo economico e di qualsiasi equilibrio sociale. Per troppo tempo si è ritenuta la società civile come un semplice prodotto degli investimenti infrastrutturali e produttivi, nonché dell’imposizione, burocratica e dall’alto, di regole da applicare: i fatti, nel nostro Sud, hanno dimostrato che ciò era una pia illusione.
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Al Sud la scuola è cattiva e si studia male e, di conseguenza i tassi di abbandono, nella fascia dell’obbligo, si collocano su punte pari a più di tre volte quelli del Centro Nord.
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Ebbene, il quadro che emerge da questa semplice analisi statistica sul funzionamento della scuola nel Sud è del tutto sconfortante: sprechi, inefficienze, carenze, scarsa qualità finiscono per produrre un capitale umano in gran parte inutilizzabile. La lezione che se ne ricava e fin troppo chiara: in una realtà come quella meridionale l’elemento strutturalmente distorsivo è rappresentato da una troppo debole e, spesso, inesistente società civile, incapace di comportamenti realmente cooperativi. Da questa debolezza derivano, poi, inesorabilmente e cumulativamente tutti gli altri circuiti perversi.
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La cooperazione volontaria e più facile all’interno di una comunità che ha ereditato una provvista di “capitale sociale” in forma di norme di reciprocità e reti di impegno civico. Se le norme di reciprocità e le reti di impegno civico di cui parla il sociologo Putnam nel suo libro (che ha destato non poche polemiche tra gli studiosi di casa nostra) sulle tradizioni civiche delle regioni italiane altro non sono che il prodotto della società civile, il quesito che ci si deve porre è perché il nostro Sud mostri, al riguardo, storicamente e strutturalmente tanta inadeguatezza.
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A questo punto, come nei buoni romanzi d’appendice, occorre, sempre seguendo Putnam, fare qualche passo indietro e precisamente a quella «..fusione di elementi di burocrazia greca e di feudalismo normanno, integrati in uno stato unitario..» che fu il tratto caratteristico del genio di governo di Federico II.
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Tutta la vita economica e sociale veniva regolata dal centro e dall’alto e non dall’ interno e dal basso come nel Nord della penisola. E tutto ciò avveniva in un delicato momento di passaggio, in cui, cioè, cominciavano a manifestarsi, soprattutto in Italia del Nord, originali forme di governo autonomo, come risposta alla violenza e all’anarchia che regnavano endemiche nell’Europa medioevale.
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Ambedue i sistemi avevano, in qualche modo, posto sotto controllo la questione sociale per eccellenza nel Medioevo: l’ordine pubblico.
Le due soluzioni, quella gerarchica al Sud e quella cooperativa al Nord, furono, di fatto, quanto a benessere collettivo, equivalenti fino al tredicesimo secolo.
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L’assolutismo di Federico II, efficiente, al suo tempo, nel risolvere i problemi dell’azione collettiva, si trasformò ben presto nell’autocrazia diffusa dei baroni. L’autoritarismo delle istituzioni politiche fu aggravato da una struttura sociale storicamente organizzata in modo verticale, avente in se le asimmetrie del potere, lo sfruttamento e la sottomissione, in contrasto con la tradizione del Nord imperniata sulle associazioni legate tra loro a formare una rete di rapporti orizzontali, una catena di solidarietà sociale tra uguali.
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L’abisso tra sudditi e signori era reso più drammatico nel Mezzogiorno dal fatto che tutte le dinastie che si succedettero furono straniere. Dal 1504 al 1860 tutta l’Italia a Sud degli stati pontifici si trovò sotto il dominio degli Asburgo e dei Borboni i quali seminarono con sistematicità la sfiducia e la discordia tra cittadini, distruggendo tutti i legami di solidarietà orizzontale, allo scopo di rimanere a capo di un ordine gerarchico basato sullo sfruttamento e il servilismo”.
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Ora, come abbiamo visto, la perdita di fiducia reciproca nei rapporti economici e politici altro non è che distruzione di capitale sociale immateriale, distruzione che nel Sud, nel corso dei secoli, ha fortemente indebolito la società civile. Da qui forse la chiave analitica per capire i problemi dì oggi.
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Nei modelli di crescita endogena, sviluppati di recente nella teoria economica, la chiave del successo di una economia consiste in un circolo virtuoso tra investimento in capitale umano e sviluppo: l’accumulazione fa sì che le produttività del lavoro e del capitale fisico crescano attraverso l’innovazione e il progresso tecnico, e a loro volta le capacità produttive maggiori rendono possibili ulteriori accumuli di capitale umano. Poiché il capitale umano costruisce cultura, ossia un insieme di procedure che risulta mutualmente soddisfacente agli attori economici ingaggiati in transazioni ripetute, l’efficienza del sistema economico aumenta e migliora la qualità della vita.
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Di conseguenza le transazioni aumentano e ciò dà origine a maggiore e più soddisfacente elaborazione culturale. Una società di successo è caratterizzata da una cultura ricca e varia, da molteplici relazioni, da una forte interazione e da reciproca fiducia”. Quando un sistema, per le ragioni più varie, finisce per accumulare capitale umano in misura insufficiente, rispetto ai propri bisogni, si determina una spirale involutiva fatta di bassa innovazione e progresso tecnico, stagnante produttività dei fattori e crescente dipendenza.
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La povertà e la mancanza di sviluppo che ne conseguono inducono la crescita di forme perverse di relazioni sociali ed economiche di tipo parassitario. Vengono così meno i rapporti di fiducia, in un rapporto di retroazione negativa sulla crescita economica.
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Un sotto sistema povero di capitale umano non è in grado di usare i regolatori sociali formali progettati per la parte più evoluta del sistema, in cui magari il processo di accumulazione del capitale umano e nella pienezza del suo circuito virtuoso. Si forma dunque uno iato crescente tra astrattezza e inapplicabilità delle regole e crescente fragilità del complessivo tessuto economico e sociale.
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Lo stato di diritto viene così distrutto non solo perché “nessuno è in regola”, ma soprattutto perché appare ai più (cittadini e autorità) impossibile (ma anche inutile) “mettersi in regola”. In un processo di delegittimazione crescente di tutte le istituzioni regolative. L’impossibilità (o l’inutilità) di rispettare le leggi si riflette, oltre che sui rapporti sociali, soprattutto sui rapporti economici, in quanto genera incertezza e aumenta i costi di transazione.
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Siamo nel bel mezzo di un circuito perverso in cui la cronica debolezza dello Stato favorisce la diffusione di istituzioni ombra preposta a ristabilire, in maniera parallela, fiducia e sicurezza non generate né dalle istituzioni formali né dal civismo orizzontale.
La storia della mafia è, dunque, la storia del fallimento nello Stato nel predisporre un sistema certo e credibile di sanzioni in grado di garantire i diritti di proprietà, cosicché si e formata nel tempo una rete (istituzione) privata a sostegno delle relative relazioni di scambio.
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“La mafia offriva protezione contro i banditi, i furti nelle campagne, gli abitanti delle città rivali, ma soprattutto contro se stessa”. “L’attività più specificatamente mafiosa consiste nel produrre e vendere una merce molto speciale, intangibile e tuttavia indispensabile nella maggioranza delle transazioni economiche. Invece che produrre automobili, birra, viti e bulloni o libri, produce e vende fiducia”.
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Il clientelismo, la mafia, la criminalità organizzata di vario tipo (camorra, ‘ndrangheta, la recente sacra corona unita) altro non sono che le istituzioni parallele de che hanno colmato la patologica assenza di relazioni civili orizzontali di tipo cooperativo, sfruttando a loro vantaggio, progressivamente nel tempo, sia le istituzioni democratiche che le risorse finanziarie incrementali conseguenti al processo di unificazione nazionale prima, e all’intervento straordinario poi.
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L’aver voluto imporre le stesse regole del Nord evoluto a un Sud quasi privo di società civile ha, di fatto, accentuato e fatto crescere un antistato, con la sua cultura antagonistica. Non sorprende per nulla, quindi, se oggi, a centocinquantanove anni dall’unità d’Italia le cose non siano, come abbiamo visto, granché cambiate, nonostante i pur sensibili miglioramenti economici e infrastrutturali.
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L’impianto teorico che ha, sino ad ora, guidato le azioni pubbliche tendenti a combattere il sottosviluppo considera gli investimenti e i trasferimenti pubblici come fattore necessario e spesso sufficiente per generare un modo (più o meno endogeno) di investimenti privati, per l’aumento medio di produttività e, in ultima analisi, per il rafforzamento e lo sviluppo della società civile, in un processo virtuoso autopropulsivo. In questa accezione la società civile altro non è che un insieme di norme, valori e relazioni, di singoli capitali umani di network, ovvero dì quelli che potremmo chiamare beni relazionali.
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Gli investimenti pubblici hanno l’obiettivo di favorire il funzionamento del sistema economico, in termini di efficienza ed equità, e di indurre l’accumulazione privata. Dagli investimenti pubblici e dai beni pubblici da essi prodotti e dall’accumulazione privata indotta, normalmente si fa derivare il miglioramento, la promozione e lo sviluppo della società civile e, quindi, dei beni relazionali. Dai beni relazionali dovrebbe ripartire, in una sorta di processo circolare, un nuovo impulso per lo sviluppo a carattere sempre più endogeno.
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Quindi, secondo la ricetta teorica tradizionale, più si spende per beni pubblici, più società civile si formerà, con i relativi beni relazionali.
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Applicando questo schema teorico-causale al nostro Mezzogiorno, vediamo come nonostante nell’area si sia prodotta, dal dopoguerra ad oggi, una quantità rilevante di beni pubblici,. questa produzione non sia stata in grado di generare il substrato di beni relazionali capace di attivare un processo endogeno di crescita. Diversamente dal caso dei paesi ad economia arretrata in cui, generalmente, si tratta di costruire una cultura dello sviluppo in alternativa ad un debole sistema di reti preesistente, nel Mezzogiorno, come abbiamo visto, un sistema forte di relazionalità (perversa e antagonista) già esisteva.
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Ebbene, questo sistema si è dimostrato talmente forte e strutturato non solo da non venir per nulla scalfite dall’intervento pubblico, ma anzi dall’avvantaggiarsene come una metastasi che si sviluppa sfruttando le sostanze ricostituenti che vengono somministrate ad un organismo malato.
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Una prima semplice constatazione: solo un tessuto economico sufficientemente dotato di beni relazionali è in grado di generare al proprio interno le spinte necessarie per il proprio sviluppo: mentre nei contesti sociali caratterizzati da network opposti o antagonisti, queste capacità autopropulsive risultano molto deboli, e non potranno essere semplicemente indotte da meri interventi di produzione di beni pubblici tradizionali.
In questi casi potrebbe diventare quindi utile una “produzione diretta” di beni relazionali, proprio per sfuggire al parassitismo del circuito perverso antagonista, in modo tale da superare la soglia critica, necessaria e sufficiente per far crescere virtuosamente un sistema relazionale forte, socialmente condiviso, e tendenzialmente maggioritario. Non più, dunque, sviluppo come semplice effetto di investimenti produttivi e infrastrutture, ma sviluppo come esatta miscela di questi con la necessaria dotazione di società civile.
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. In questo quadro va recuperata la scarsa produttività del Mezzogiorno con alcune misure:
. 1) la ripresa di quel filo spezzato 25 anni fa per infrastrutturare il territorio meridionale abbattendo le diseconomie ambientali che si trasformano in un aumento dei costi aziendali;
. 2) una fiscalità di vantaggio già prevista dalla legislazione europea dal 2005;
. 3) una flessibilità salariale all’ingresso più forte dell’attuale come strumento concordato tra le parti sociali per accentuare le convenienze a investire nel Sud;
. 4) uno sforzo simile a quello che fu fatto 30 anni fa con Falcone e Borsellino per infliggere colpi mortali alla criminalità organizzata. È inutile dire, però, che tutto questo non sarà sufficiente se i politici meridionali non dovessero fare la propria parte per selezionare classe dirigente all’altezza della situazione abbandonando il nefasto familismo e l’autoritarismo dei piccoli ras locali che hanno devastato il panorama politico meridionale impedendo, tra l’altro, l’uso ottimale degli ingenti fondi europei.
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Occorre un piano di sviluppo concreto definendo tempi di intervento e risorse certe tenendo conto che il mercato del lavoro organizzato in funzione della globalizzazione, al patto di stabilità europeo e considerato che il mercato del lavoro si evolve in direzione della mobilità. Una mobilità connessa alla qualificazione e riqualificazione continua. Non basta la formazione occorre l'aggiornamento. I mestieri e le professioni si evolvono rapidamente, muoiono e ne nascono altri .Anche i mestieri tradizionali come l'agricoltore non possono fare più a meno delle tecnologie innovative. Il mercato del lavoro si riflette oggi nel cambiamento sociale, prima di chiedere lavoro si deve chiedere qualificazione. La formazione non può essere generica, dev'essere mirata e innovativa.
Il concetto di disoccupato viene sostituito dal concetto di non qualificato, per chi è qualificato e orientato non sarà disoccupato.
Su questi concetti cambia anche la famiglia e i rapporti tra uomo e donna. Più istruzione e meno figli consentono alle donne la qualificazione che dà loro il diritto a un innalzamento sociale.
Questo porta a nuove evoluzioni demografiche e sociali .In questo quadro dobbiamo collocare ogni previsione e ogni problematica sul futuro degli italiani, degli europei e del mondo arabo.
Negli ultimi anni abbiamo avuto una sostanziale stabilità nel tasso di attività totale della popolazione italiana. Tale stazionarietà a livello aggregato presenta al suo interno una evoluzione che aveva visto prima della crisi crescere l'occupazione femminile rispetto a quella maschile.
Si sono anche innalzati i tassi di scolarità per cui la variazione interessa le classi di età inferiore, lasciando immutata la situazione nelle classi centrali(50anni). Abbiamo parlato di creare posti di lavoro, ma lo sviluppo è anzitutto capacità di produzione, competitività sui mercati e credibilità tecnologica .
Riguardo al Mezzogiorno accenneremo ad alcuni settori strategici: agricoltura, turismo, terziario avanzato, ma questi sono aspetti particolari, seppure importanti, di un processo che va letto in termini complessivi.
Sviluppato rispetto a cosa e a chi? Per questo parliamo di sviluppo italiano nei confronti dell'Europa e di sviluppo Mezzogiorno nei confronti del divario tra Nord e Sud.
Al concetto di sviluppo in termini di quantità(prodotto interno lordo, reddito pro capite, redditi familiari, consumi ecc.)dobbiamo aggiungere i parametri di qualità (l'istruzione , la sanità, la ricerca scientifica, il tempo libero, la produzione culturale e artistica, la vivibilità urbana, ecc. ).
Una popolazione lavorativa in crescita porta con sé fenomeni di sviluppo economico che assumono valenza di sviluppo culturale.
Ma per far crescere il lavoro nel Mezzogiorno, occorre il concorso di nuovi investimenti produttivi insieme alla qualificazione professionale.
Investire quindi in industrie moderne, in servizi.
Da quanto si è detto sul lavoro e sui cambiamenti del mercato emerge che orientamento, formazione, qualificazione sono le strategie per accedere al mercato.
Flessibilità e mobilità del mercato del lavoro portano forme di part-time, di homework di Job sharing (divisione dei compiti) con un minor costo per unità di prodotto.
L'home-working o il telelavoro, ad esempio abbatterà i costi di trasferimento migliorerà i tempi di lavoro, consentirà una riduzione di carichi.
Lavorare meno lavorare tutti, che era uno slogan provocatorio degli estremisti, sarà il risultato delle tecnologie avanzate.
La formazione deve quindi cambiare, per struttura, per contenuti ,per metodologie e per finalità .
Oggi dobbiamo includere la formazione nel sistema di imprese, perché la professionalità e il know how sono a pieno titolo tra i fattori strategici della competitività sui mercati.
Secondo la stima della Svimez il Sud perderà nei prossimi 50 anni ben 1,2 milioni di abitanti.
Da parte mia, condivido il “decalogo” proposto da Umberto Minopoli che, intervenendo nel dibattito aperto sul tema dalla rivista on line www.formiche.net scrive:
“Le nenie della Svimez sul Mezzogiorno hanno stufato. Nel Sud si è, sino ad ora, sperimentato, in 70 anni, tutto quello che è consentito da politiche stataliste, burocratiche e straordinarie: incentivi, sgravi fiscali, sovvenzioni, misure speciali ecc. ecc.. Cioè un secolo di meridionalismo. Risultato: il sottosviluppo resta li’ e la Svimez piagnucola col fallimento, la desolazione e l’abbandono del Sud. E se, finalmente, rovesciassimo il paradigma di un secolo di meridionalismo-” piu’ stato nel Sud “- e provassimo l’opposto: “piu’ mercato nel Sud”?
Provatevi ad immaginare alcuni radicali interventi liberalizzanti. Che so?:
1) privatizzare la Salerno-Reggio Calabria a condizione che i privati la completino in tempi dovuti.
2) realizzare una grande infrastruttura nel Sud (di quelle che mobilitano risorse umane e capitali privati (se possono essere remunerati da tariffe): il ponte sullo Stretto.
3) realizzare una nuova rete elettrica di trasporto che renda utili gli investimenti inutili e parassitari fatti nelle rinnovabili
4) vendere in concorrenza i diritti dell’alta velocita’ da Salerno a Reggio Calabria e Bari
5) privatizzare le tratte ferroviarie morte interne alla Regioni del Sud e sulla direzione est-ovest. E che cento fiori fioriscano
6) liberalizzare i contratti di lavoro nel Sud copiando dai successi Fiat a Pomigliano, Cassino e Melfi
7) realizzare il progetto banda larga affidandolo ad una societa’ privata di operatori di rete (Enel, Telecom e altri privati) e non ad un ministero.
8) affidare ad una banca o ad un consorzio di esse la gestione dei Fondi Europei lasciando alla Regioni solo un ruolo di indirizzo e definizione degli obiettivi.
9) detassare tutto il detassabile al Sud cominciando dalla fiscalità del lavoro e dell’impresa
10) commissariare la Regione Sicilia e responsabilizzare i governatori del Sud (De Luca, Emiliano ecc) a realizzare obiettivi di sviluppo senza aggravi di spesa pubblica.
Sennò commissariare anche loro. I puristi di sinistra storceranno il naso e definiranno tatcheriano un tale programma. Se ci fosse il coraggio di attuarlo ( arricchendolo con altre decine di possibili proposte aggiuntive) basterebbe una scrollata di spalle ai puristi di sinistra. Che si lamentano sempre e propongono mai.”
Ecco, aggiungerei, ma lo scrivo da anni non solo per il Sud: un cambiamento radicale della classe politica attuale e la formazione di nuovi soggetti politici ispirati da serie culture, oggi pressoché scomparse, a partire da noi popolari……..
Non mancano iniziative che proprio cooperative e società di giovani meridionali hanno attivato come quelle dei sette progetti di start up per far ripartire l’economia del Mezzogiorno, a dimostrazione di una realtà non priva di intelligenti e positive proposte come quelle di SmartIsland, Tripoow, Intertwine, Bookingbility, Ocore, Momo, Macingo.
Riassumendo:
La proposta di programma della Federazione Popolare dei DC, in definitiva, potrebbe essere riassunta nel seguente “decalogo programmatico”, contenente i proponimenti dei DC riuniti per l’Italia del XXI secolo:
1- La DC unita, coerente con il suo passato di responsabilità nazionale, assume come obiettivo la costruzione dell’Unità politica dell’Europa, da riformare rispetto all’ircocervo tecno burocratico attuale, la tutela della persona umana e la difesa dello Stato di diritto,. In questa fase di oggettiva crisi dell’Unione Europea la DC intende assumere come prioritari gli obiettivi di una revisione di alcuni accordi, come quello sulle competenze del TUE (trattato di fondazione della UE) e del TFUE (trattato di funzionamento della UE) e il superamento dell’illegittimo fiscal compact, concausa rilevante delle gravi situazioni economico sociali presenti in numerosi Paesi europei e delle spinte sovraniste e anti europee diffuse in varie parti dell’Unione.
2- La DC unita, mette al centro del suo impegno politico e di promozione della cultura civile la PERSONA, perché possa vivere ed operare con tutta la sua dignità e libertà secondo il dettato della Costituzione Italiana.
3- La DC unita, si assume pubblicamente il compito di aprire la strada alla trasparenza gestionale e contabile della sua organizzazione, per dar vita ad una nuova stagione della politica, improntata ad un UMANESIMO SOCIALE che valorizzi la persona umana senza distinzioni di razza o diversità sociale, in attuazione degli orientamenti valoriali della dottrina sociale cristiana che la DC intende tradurre politicamente nella “città dell’uomo” sul piano dell’assoluta autonomia e laica responsabilità.
4- La DC unita, consapevole delle difficoltà che il mondo globalizzato di oggi pone all’individuo per esistere e operare, s’impegna a ricostruire con le opere di previdenza una più sostanziale solidarietà sociale, attraverso la “cooperazione di comunità”, che garantisca a ogni nucleo familiare un lavoro adeguato alle esigenze della dignità civile.
5- La DC unita, presente nella società d’oggi, offre la possibilità di stare nel partito alla pari anche ai simpatizzanti che dichiarino interesse al programma; iscrivendosi nella lista degli elettori, con la possibilità di presentare progetti e proteste d’interesse generale.
6- La DC unita, ha come obiettivo fondamentale del programma una decisiva modificazione del meccanismo di localizzazione delle attività produttive del Paese, privilegiando l’intervento straordinario a favore del Mezzogiorno e delle Isole. La promozione della cultura e la difesa del patrimonio paesaggistico, culturale e ambientale italiano sarà assunto tra le priorità delle politiche economiche del partito, strumenti essenziali per garantire lo sviluppo del turismo tra le grandi opportunità di offerta dell’Italia
7- La DC unita, come nel passato con l’intervento pubblico, dovrà incoraggiare l’installazione di medie e grandi imprese industriali, anche straniere, attraverso agevolazioni fiscali, procedure burocratiche dinamiche e la messa a disposizione dei distretti industriali attrezzati per stimolare gli investimenti privati con un alto grado di efficienza tecnologica e notevoli possibilità di creare nuovi posti di lavoro. Crescita economica e sviluppo dell’occupazione saranno le priorità della politica economica DC finalizzata a saldare, come nella migliore tradizione del partito, gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari, al Nord come al Centro e al Sud del Paese.
8- La DC unita, oltre a ritenere positiva la riduzione del numero dei parlamentari, se accompagnata dai necessari riequilibri previsti dalla Costituzione, ritiene urgente il riordinamento legislativo, amministrativo e organizzativo dello Stato e delle Regioni a statuto speciale, in coerenza con la tradizionale cultura autonomistica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali.
9- La DC unita, è consapevole che non esistono miracoli in economia, ma soltanto la possibilità di raggiungere obiettivi concreti attraverso scelte responsabili, e con il coinvolgimento di tutti gli imprenditori appartenenti e operanti nei settori di attività: industriale, artigianale, commerciale agricolo, della cooperazione e delle libere professioni.
10-La DC unita, partito di elettori di centro, non può e non vuole rappresentare interessi di nessun genere in particolare, ma valori. Difendere valori significa operare per una cultura di libero mercato all’insegna della civiltà del lavoro. Essenziale sarà operare per garantire, come sempre ha fatto la DC storica, la mediazione di interessi e valori del ceti medi produttivi e di quelli popolari diversamente tutelati.
Siamo, tuttavia, consapevoli che, mentre sul piano istituzionale possiamo assumere come obiettivo strategico prioritario e irrinunciabile la difesa e l’integrale attuazione della Carta costituzionale(a partire dall’applicazione rigorosa dell’art.49 in materia di organizzazione “ con metodo democratico” della vita interna dei partiti), per poter concorrere alle riforme strutturali sul piano economico e sociale di cui l’Italia ha bisogno è necessario assumere come obiettivo non più rinviabile il ritorno alla legge bancaria del 1936.
Questo significa, da un lato, tornare al controllo pubblico di Banca d’Italia, oggi sottoposto al dominio degli hedge funds anglo caucasici-kazari, e alla netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Nessun’ altra seria riforma economico e sociale sarà possibile se non si ripristineranno le condizioni economico finanziarie precedenti a quelle che il decreto lgs.n.481/1992 Amato-Barucci annullò sotto la spinta dei poteri finanziari dominanti.*
L’unico programma politico che TECNICAMENTE consentirebbe ancora, dopo 25 anni, lo sviluppo dello STATO ITALIANO e della Sua CLASSE MEDIA (94% della popolazione italiana) e che renderebbe tecnicamente possibile ogni altro obiettivo in qualsiasi altro settore sarebbe il seguente :
1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992)
2. Controllo Statale sulla raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini
3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano al fine che lo Stato italiano abbia, con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82 del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.
4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n. 385/1993):
5. SEPARAZIONE TRA BANCHE DI PRESTITO (loan bank) e BANCHE SPECULATIVE (investment bank) : abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo.
Automatica re-introduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London)
6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico
7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale 85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori petroliferi kazari.
8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società italiane quotate alla borsa di Milano.
9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia)
10. Conferire il potere ISPETTIVO sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza
11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di effettuare ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.
12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18 febbraio 1992 firmato da Mario Draghi)
13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul tasso
14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito
15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente
17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB
18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare.
Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle esecuzioni immobiliari e nel custode e nel notaio delle esecuzioni immobiliari
20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano
21. Obbligo di almeno cinque Parlamentari di ogni forza politica di partecipare all’ Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute del paese
Attraverso queste essenziali riforme l’Italia potrà riprendere quel ruolo che la DC seppe garantirle in passato e uscire dalla grave crisi nella quale una classe dirigente in larga parte incompetente e orientata su una deriva nazionalista e populista l’ha condotta in gravissimo isolamento politico e strategico europeo e internazionale.
N.B.:
* Da documenti desecretati e da rilievi matematici confermati dal Ministero dell'Economia delle Finanze sull'assetto di controllo delle banche quotate italiane ( risposta del Ministero all’interrogazione parlamentare dell’On Villarosa (M5S) nel Febbraio 2017) maggiori azioniste di Banca d'Italia con 265 voti su 529, da parte , attraverso le SUB-DELEGHE conferite agli avvocati (avv. Cardarelli, ..) dello studio legale Trevisan di viale Maino –Milano, risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/ arzebajani di antica origine tedesca (Vanguard, State Street, Northern Trust , Fidelity , Jp Morgan Trust, Black Rock , Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 MILIONE di mq di centri logistici sempre in Italia), cd ariani o KAZARI o askenazita-kazari , indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York per PROCURATO DISASTRO AMBIENTALE e per avere fermato lo sviluppo dell'energia solare, hedge fund e come tali, unici fondi al mondo autorizzati a compiere amorali , immorali, illegittime VENDITE ALLO SCOPERTO (presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine di farne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano , crolli della borsa di Milano infatti avvenuti ogni circa sette anni 1994, 2001, 2008 , 2016, crolli che hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro risparmi ) definiti fondi speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.
Trattasi di decreti già emessi , non disegni di legge, decreti che comprovano l'avvento in Italia dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London , proprietari della City of London, e sede fiscale nel PARADISO FISCALE del Deleware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti , indipendente dal 2001).
Fondi speculatori che il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk ha dimostrato che le società che essi controllano appartengono a TRUSHELFCO, DIKAPPA più un numero delle sette famiglie kazare , georgiane /arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild , J.P. Morgan, Warburg , Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson, convertiti all'ateismo nel 1820 per poter usufruire senza limiti e remore, con l'invenzione
della trivella, ancora del business del petrolio che era terminato in superficie nel 1400 dopo Cristo in Georgia/Arzebajan decretando la fine dell'impero KAZARO (600 avanti Cristo -1400 dopo Cristo), un impero inspiegabilmente cancellato dagli inventori kazari delle tipografie, dai libri storia occidentali, ma ben presente nei libri di storia dell'Armenia, dell'Ucraina.
Venezia, 23 Gennaio 2020
Per l’unità dei Popolari
E’ stata una giornata di grande impegno politico culturale quella svoltasi sabato 18 gennaio 2020, in occasione del 101 esimo anniversario dell’”appello ai liberi e forti” di Sturzo.In una sala stracolma di rappresentanti di partiti, associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, Lillo Mannino, accolto calorosamente dall’assemblea, reduce da una sentenza definitivamente assolutoria dopo oltre vent’anni vissuti dolorosamente, ha svolto una magistrale lectio storico politica sul pensiero di Sturzo e sullo sviluppo dell’idea popolare e democratico cristiana dal 1919 sino alla fine politica della DC (1994). Una fine, frutto dei nostri errori e di una ben calcolata strategia internazionale, la cui regia fu definita nell’incontro sul panfilo “Britannia”, dove si stabilì “la saga dei vincitori e vinti” nel nostro Paese.
Oggi la situazione, come ha ricordato l’amico sen Maurizio Eufemi con la sua nota uscita all’inizio dei lavori alla sala Alessandrina di lungotevere in Sassia a Roma, è caratterizzata da alcuni aspetti simili a quelli presenti al tempo di Sturzo nel 1919. Allora l’Italia era alle prese con i problemi di assetto interno con la crisi del giolittismo, che aveva esaurito la fase del trasformismo parlamentare su cui si era retto per anni, e con le conseguenze drammatiche del conflitto mondiale. Oggi siamo al culmine del più vasto trasformismo parlamentare che ha caratterizzato la stagione decadente della seconda repubblica, nella quale i partiti e i movimenti presenti a livello parlamentare sono espressione della più arida incultura politica. Regna l’incompetenza e l’improvvisazione che hanno finito col delegittimare la politica, lasciando ampio spazio alla deriva nazionalista e populista a trazione salviniana e della destra di Fratelli d’Italia.
Ecco perché Mannino ha terminato il suo intervento facendo appello ai firmatari del patto federativo popolare dei DC e a tutti i popolari affinché non si perda l’occasione che abbiamo davanti a noi, specie dopo la sentenza della corte costituzionale di rigetto del referendum richiesto dalla Lega, e la scelta espressa della maggioranza di governo per il sistema elettorale proporzionale simil tedesco.
Invito raccolto immediatamente da Gianfranco Rotondi e da Lorenzo Cesa, reduci dall’accordo appena siglato per le regionali d’Abruzzo, uniti nella scelta condivisa e sottoscritta nel patto federativo per dar vita a un nuovo soggetto politico, ispirato ai valori del popolarismo, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra radicale.
“Il partito del popolo italiano”, è ciò che ha indicato Rotondi per il nuovo soggetto politico, inserito a pieno titolo nel PPE, che assume il simbolo storico della DC, lo scudo crociato e si propone come luogo della partecipazione politica dei ceti medi e delle classi popolari rimasti sin qui privi di rappresentanza, disgustati della politica urlata e renitente al voto per la quasi metà dell’elettorato italiano.
Certo, come hanno detto Renato Grassi, segretario nazionale della DC e da Mario Tassone, segretario nazionale del NCDU, non sarà solo un patto duale a risolvere il caso della diaspora apertasi dal 1994, anche se esso costituisce certamente una condizione necessaria, ma, appunto, non sufficiente. Serve la più ampia partecipazione aperta a quanti si riconoscono negli obietti del patto federativo.
Ora si tratta, di ragionare con lo sguardo rivolto in avanti, preoccupati non delle possibilità di sopravvivenza personali di qualcuno, quanto della capacità di offrire una nuova speranza al popolo italiano.
A chi temeva che anche dall’incontro della Federazione popolare dei DC scaturisse l’ennesimo tentativo da aggiungere a quelli sorti consecutivamente negli ultimi vent’anni, tutti destinati al fallimento, dobbiamo assicurare che ora lo sguardo è rivolto al futuro, convinti come siamo che serva riportare in campo la nostra cultura cattolico democratico e cristiano sociale, non per un nostalgico pensiero retro, regressivo e inefficace politicamente, quanto per concorrere a costruire un grande progetto: quello di una politica al servizio e per la partecipazione di una “comunità” fondata sulla solidarietà organica tra persone, gruppi e classi sociali. Si tratta di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali delle ultime encicliche sociali di Papa san Giovanni Paolo II ( Centesimus Annus) , di Benedetto XVI (Caritas in veritate) e di Papa Francesco (Evangelii Gaudium e Laudato SI); gli unici documenti che hanno saputo leggere “ i tempi nuovi” che stiamo vivendo e offrire preziose indicazioni, che spetta ora a noi cattolici impegnati in politica rendere operativi sul piano istituzionale. Sono le encicliche che hanno affrontato le questioni rilevanti del nostro tempo:
1) la questione antropologica e demografica particolarmente grave in Italia;
2) la questione ambientale;
3) la realtà nuova, complessa della globalizzazione, che per noi italiani si traduce soprattutto nel tema della sovranità monetaria e della sovranità popolare e il nostro modo di restare nell’Unione europea, caratterizzata dal dominio della finanza sull’economia reale e sulla politica ridotta a un ruolo subordinato e ancillare ( rovesciamento del NOMA - Non Overlapping Magisteria, come l’ha definito il prof Zamagni).
Per fare questo, però, serve l’unità più ampia possibile e, soprattutto, un partito. Serve, insomma, la ricomposizione dell’area politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali. Mettiamo, intanto, subito in rete tutti i nostri siti web per preparare i comitati locali e regionali della Federazione e prepariamo l’assemblea costituente in cui decideremo insieme: nome, simbolo, programma e sceglieremo la nuova classe dirigente del partito.
Come un albero antico, possiamo cambiare le foglie conservando però le radici e possiamo avanzare le nostre proposte a misura dei nuovi bisogni delle classi popolari e dei ceti medi, conservando la fedeltà ai nostri principi.
E’ un invito che rivolgiamo anche agli amici della “Rete bianca” e a quanti hanno sottoscritto “il manifesto Zamagni”. Seguiamo da osservatori partecipanti il serio dibattito che si è aperto su “ il domani d’Italia” e desideriamo ricordare che é unanime tra di noi il giudizio di alternatività alla deriva nazionalista e sovranista della destra italiana, così come anche da noi sono condivise le indicazioni progettuali offerte dal manifesto Zamagni. Con franchezza evidenziamo che se sono comprensibili, proprio date le premesse, le scelte da voi assunte per le prossime elezioni emiliane e calabresi, del tutto sconcertante, a nostro parere, ci sembra quella di un dibattito che si svolge a senso unico e ripercorre senza soluzione di continuità la già consumata strada di una corrente popolare interna al PD, di cui, semmai, ci si preoccupa solo del suo possibile sbandamento a sinistra.
Cari amici, col voto della Consulta è finita la lunga stagione del maggioritario, che riduceva i cattolici e popolari a un ruolo ancillare nella destra o nella sinistra dei partiti e si torna al proporzionale, stella polare della nostra cultura politica: il tempo del mattarellum, porcellum, italicum, rosatellum, è finito. Ora, come nel 1919 lo fu per Sturzo con risultati straordinari imprevisti, dobbiamo ragionare secondo le regole del sistema proporzionale, con lo sbarramento al 5% e ci auguriamo con le preferenze Non vi sembra una condizione più che sufficiente per mettere insieme tutte le nostre energie e sensibilità, per condividere insieme, sulla base dei nostri comuni principi ispiratori e la strategica scelta di campo, una proposta politica programmatica all’altezza dei bisogni della società italiana ed europea? Il nuovo partito politico di cattolici, aperto alla partecipazione di altre culture compatibili, non sarà mai monolitico, come non lo furono, né il PPI sturziano, né la DC degasperiana, fanfaniana, morotea e fino alla fine dello scontro del “preambolo”. Oggi è il tempo per il ritorno in campo della nostra cultura politica. Dopo e solo dopo aver costruito il partito, si porrà la questione delle alleanze, fermi nella nostra alternatività alla destra e alla sinistra radicale.
Ettore Bonalberti
Direzione nazionale DC
Comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC
Roma, 19 Gennaio 2020
Si parte finalmente
Sabato 18 Gennaio prossimo, 101° anniversario dell’”Appello ai Liberi e Forti” di don Luigi Sturzo, tutti i popolari e i democratici cristiani italiani, sono invitati a partecipare al seminario organizzato dalla Federazione Popolare del Democratici cristiani e dalla Fondazione Democrazia Cristiana, sul tema: “ Popolari 101, un nuovo inizio”.
Con la sottoscrizione del patto federativo da parte di oltre quaranta tra gruppi, associazioni e movimenti politico culturali, i rappresentanti dei diversi partiti che hanno caratterizzato la lunga stagione della diaspora democratico cristiana ( 1994-2019): Cesa, Fiori, Grassi, Rotondi e Tassone, apriranno una nuova stagione per il cattolicesimo democratico e cristiano sociale del nostro Paese.
E’ la fine di una suicida lotta apertasi con l’ultimo consiglio nazionale della DC che, proprio il 18 Gennaio 1994, con Mino Martinazzoli, segretario nazionale, decise di sciogliere il partito che aveva governato l’Italia per oltre quarant’anni. Una decisione improvvida e illegittima (dato che doveva, semmai, essere assunta solo da un congresso nazionale) dalla quale prese avvio la lunga stagione della battaglia fra i presunti eredi, cui pose fine la sentenza della suprema Corte di Cassazione a sezioni civili riunite, n.25999, del 23.12. 2010 secondo cui: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”.
Come è scritto nella locandina invito del seminario che si terrà a Roma nella sala Alessandrina di Lungotevere in Sassia, 3 dalle ore 10 alle 13: “ La Federazione punta, per la prima volta dopo tanti anni, a superare la diaspora e le divisioni che hanno compromesso una presenza culturale e politica e a costruire un’alternativa sia alla nuova destra che si è sviluppata nei tempi più recenti che alla sinistra in crisi di identità. Il populismo e il sovranismo si sono affermati per la mancanza di un riferimento valoriale come quello del popolarismo e della Dottrina Sociale della Chiesa che restano un “pensiero forte” legato ai principi della Costituzione, allo Stato di diritto e ai diritti fondamentali dell’uomo.
Il progetto è quello della ricomposizione dell’area popolare laica e riformista aperta alle esperienze e alle forze cristiano sociali che si ispirano alla Costituzione.
L’obiettivo è che la “Federazione Popolare dei Democratici Cristiani “, con i valori ai quali si ispira, possa misurarsi già in tutte le prossime competizioni elettorali “.
Con l’avvenuta costituzione della Federazione Popolare è definitivamente superato il contenzioso sul simbolo storico dello scudo crociato e sabato prossimo, sarà annunciato ufficialmente, l’avvio di un progetto per la nascita di un nuovo partito che intende rappresentare la tradizione del cattolicesimo democratico e cristiano sociale e costituirsi nella sezione italiana del PPE.
Un comitato provvisorio coordinato dall’On Giuseppe Gargani e di cui fanno parte: Paola Binetti, Ettore Bonalberti, Lorenzo Cesa, Publio Fiori, Giuseppe Gargani, Renato Grassi, Filiberto Palumbo, Gianfranco Rotondi, Mario Tassone, è impegnato a dar vita in tutte le regioni, le province e i comuni italiani, ai comitati della Federazione Popolare, dai quali saranno eletti i delegati all’assemblea costituente che deciderà: programma, nome e simbolo del partito e selezione democratica della classe dirigente. Un partito che “ possa misurarsi già in tutte le prossime competizioni elettorali”.
Nel deserto delle culture politiche dell’attuale triste fase politica italiana, il ritorno in campo di un partito ispirato dalla dottrina sociale della Chiesa, ossia della più avanzata lettura della globalizzazione mondiale, se sarà in grado di mobilitare le nuove energie che la società civile ha fatto emergere con significative manifestazioni popolari, sarà un’importante offerta alla domanda di rappresentanza che, soprattutto i ceti medi produttivi e le classi popolari hanno espresso; dapprima, con l’appoggio a movimenti e partiti oggi in una crisi drammatica, e, poi con l’astensione dal voto, lasciando spazio aperto a una deriva nazionalista e populista che, se prevalesse, porterebbe il Paese, come già avvenuto col governo giallo-verde, al totale isolamento internazionale.
Abbiamo combattuto questa battaglia per la ricomposizione politica dell’area cattolico democratico e cristiano sociale sin dal momento della fine politica della DC, e siamo particolarmente lieti che, sabato prossimo, si metta la parola fine alla diaspora DC e si avvii “ un nuovo inizio” al quale invitiamo a partecipare, soprattutto le nuove generazioni, che intendano realizzare con tutti noi la più profonda delle riforme possibili, ossia l’integrale attuazione della Costituzione repubblicana.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF
Componente del comitato provvisorio della Federazione Popolare dei DC
Venezia, 11 Gennaio 2020
18 Gennaio 2020: cogliamo l’attimo
Nati dall’intuizione di un comico intelligente e dalla strategia di una società di comunicazione, affidato alla guida di un giovane senz’arte né parte, il M5S è ora in balia di un saltimbanco della politica, quel Gianluigi Paragone, che sta creando un movimento di transumanti pentastellati verso la Lega, col rischio di far saltare il governo.
Oggi la politica italiana è rappresentata da alcune forze politiche in preda a una grande confusione culturale e strategica, espressione della deriva che si trascina dalla fine della prima repubblica e dalla scomparsa delle culture politiche che furono alla base del patto costituzionale.
Una crisi della politica che: nel PD fa i conti con un processo di lunga e complessa trasformazione del vecchio PCI ( PDS,DS, PD), nel quale non si è potuto realizzare quella corretta sintesi tra le aree culturali di provenienza social comunista e democratico cristiana, aggravata dal caso Renzi, alla ricerca di una leadership perduta col suo nuovo partito della secessione. Nella Lega, si è consumato il passaggio da quella secessionista padana di Bossi, alla nuova realtà di un partito a guida solitaria del conducator Salvini, capace di acquisire consensi dal Nord al Sud dell’Italia; una destra italiana, che si compatta sempre di più attorno a Giorgia Meloni su posizioni estreme nazionaliste e antieuropee e, infine, il M5S che corre velocemente verso la sua dissoluzione.
Al centro è rimasta Forza Italia, guidata da una leadership consunta e sempre meno efficace del Cavaliere, in preda a un processo inarrestabile di disgregazione. Alla sinistra estrema sopravvive la LEU, in attesa di come meglio orientarsi a misura che detterà la nuova o vecchia legge elettorale.
Manca in tutta questa rappresentazione l’espressione politico culturale dell’area cattolico democratica e cristiano sociale che, dopo la lunga stagione della diaspora ( 1994-2019) è ridotta alla condizione di pressoché totale irrilevanza sul piano istituzionale. Unica eccezione, il caso del Presidente Mattarella, punto di riferimento essenziale per la nostra democrazia.
Non è un caso se la condizione di anomia vissuta dalla società civile e dal divario esistente tra quest’ultima e la classe dirigente del Paese, abbia preso forma e sostanza rilevante il fenomeno delle “sardine” che riempiono le piazze in tutte le più importanti città italiane. Esse sono sostenute dalla volontà di ritornare a una convivenza civile fondata sulla tolleranza e sulla solidarietà organica propria di una comunità, in alternativa alla condizione di rissa e di scontro permanente indotte dalla deriva nazionalista e populista del duo di destra Salvini-Meloni.
L’elemento che meglio caratterizza il caso delle “sardine” è la loro conclamata fedeltà alla Costituzione repubblicana e, al di là dei sei punti programmatici delineati nella loro recente assemblea romana (punti sicuramente condivisibili nella loro elementare semplicità, come fondamentali della convivenza civile e politica) ed è proprio da questa loro conclamata fede costituzionale repubblicana che bisogna ripartire, per avviare un dialogo costruttivo con una nuova generazione di italiani cui guardare con interesse anche da parte di noi popolari.
Tornando alla situazione di casa nostra, due sono le iniziative che meglio esprimono lo stato dell’arte: quella avviata dagli amici che hanno dato vita alla Federazione popolare dei DC, che punta a ricomporre l’unità delle diverse schegge ex democratiche cristiane insieme a numerosi gruppi, associazioni e movimenti dell’area cattolico popolare e quella degli amici che hanno sottoscritto “il Manifesto Zamagni”, nel quale si riconoscono anche tutti gli amici della Federazione popolare DC.
Se, da un lato, abbiamo la situazione espressa dai partiti oggi rappresentati in parlamento in preda alle loro convulsioni interne e alla ricerca di un difficile equilibrio attorno a quella che sarà la prossima legge elettorale, e, dall’altro, quella di un’area cattolica e popolare in movimento che punta alla ricomposizione politica, ciò che distingue nettamente tutte le forze in campo e in qualche modo è destinata a ricomporle, è la distinzione profonda che passa tra chi si pone in alternativa sovranista e isolazionista rispetto all’Unione europea e chi, invece, come noi dell’area popolare, si batte per più Europa. Un’Europa certamente da riformare nella sua governance, per farla tornare ai principi e ai valori dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi, Monnet, Schuman, ahimè, superati dal prevalere dei valori relativistici propri del “manifesto di Ventotene” che, alla fine, sono quelli che hanno finito col prevalere nell’Unione europea.
Contro l’attuale confusione e frammentazione politica serve allora un colpo d’ala delle due parti più importanti di quest’area, entrambe impegnate a inverare nella città dell’uomo i principi della dottrina sociale cristiana che, con le ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica, costituiscono la fonte principale di indicazione pastorale e politico culturale in questa complessa fase della globalizzazione. Un’età, quella che stiamo vivendo, dai profondi sconvolgimenti sul piano antropologico, ambientale, economico, finanziario e sociale, che, come in quella della prima rivoluzione industriale, richiede l’impegno dei cattolici sul piano politico e istituzionale, sia in Italia, sia nel resto dell’Europa e del mondo, insieme agli altri uomini di buona volontà che credono nel valore della pace e della giustizia nella libertà.
Abbiamo una data importante davanti a noi: 18 Gennaio 2020. Mancano poche settimane alla celebrazione del 101 esimo anniversario dell’”Appello ai Liberi e Forti” di Luigi Sturzo e della nascita del PPI. Ritroviamoci dunque al convento della Minerva, a due passi dal luogo in cui Sturzo redasse il suo appello, e tutti insieme impegniamoci a costruire il Partito Popolare Europeo in Italia, dando fine alla lunga e suicida stagione della diaspora, per un nuovo inizio e per dare, finalmente, una nuova speranza agli italiani.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)
Venezia, 20 Dicembre 2019
L’ amnesia del M5S
Avevo già scritto un editoriale, il 13 Novembre 2017, commentando il ruolo assunto da Pierferdinando Casini che, presiedendo la commissione di inchiesta sulle banche italiane, su “La Stampa” abbandonava il suo tradizionale stile alla “Fasulein” e assumeva quelli del saccente Balanzone, dichiarando perentoriamente: “ L’Italia non diventi terreno di azione della speculazione finanziaria internazionale”.
Adesso il M5S, sulla triste vicenda del Banco Popolare di Bari, riprende il tema, criticando anche in questo caso la mancata o insufficiente vigilanza di Banca d’Italia su quell’istituto.
Ma come? A seguito di mirato Q-Time ( interrogazione a risposta immediata in commissione 5-10709) della Commissione Finanze, del Mov. Cinque Stelle, formulati proprio dall’On Villarosa con altri ( Villarosa, Alberti, Pesco, Sibilia e Ruocco), allora presidente della Commissione e attualmente sottosegretario del MEF, ricevettero le conferme dal MEF e da Banca d’Italia (Mercoledì 1 marzo 2017, seduta n.751) che:
1) fondi speculatori kazari controllerebbero le banche quotate italiane e quindi dal 1992/93 anche Banca d’Italia (risposta del MEF). Vari giornali, tra cui il Fatto Quotidiano, Il Messaggero, hanno riportato la notizia di “Mister 99%” rappresentante di fondi speculatori stranieri;
2) ” i depositi”, utilizzati per concedere prestiti, dal 1992/93 non derivano più da attività di raccolta tra il pubblico, ma sono virtuali, “creati” digitalmente. Banca d’Italia, con una dichiarazione epocale (in allegato), in risposta al Question –Time della Commissione Finanze del Movimento Cinque Stelle, ha infatti confermato che i depositi della clientela non sono veri depositi, ma virtuali , creati ossia da qualcuno con un clic. Questa importante asserzione costituisce implicita conferma da parte di Banca d’Italia che pertanto anche gli importi del prestiti (dei mutui ipotecari/fondiari,… ), accreditati, a titolo di tali depositi, dal 1992/93 sui conti correnti degli italiani, sono stati a monte creati con un clic e poi illegittimamente prestati in Italia, illegittimamente in quanto le banche in Italia essendo intermediarie del credito possono solo fungere, per la Legge italiana, da intermediarie tra “il denaro raccolto tra il pubblico” ( e non invece creato) e prestito.
CHI E’ QUEL QUALCUNO CHE CONTROLLA LE BANCHE ITALIANE QUOTATE E QUINDI PURTROPPO ANCHE BANCA d’ITALIA, SI PRESUME DAL 1992/93.
Tutte le banche italiane quotate sono risultate controllata nel capitale flottante (che costituisce dal 1992/93 circa l’85% del totale capitale delle banche quotate italiane ) da una decina di fondi speculatori stranieri, precisamente kazari, attraverso interposte persone fisiche, in realtà avvocati dello studio legale Trevisan di Milano, delegati di circa 1900 entità finanziarie, che a loro volta è risultato che abbiano sub-delegato ad essi fondi speculatori. Pertanto essi fondi speculatori stranieri controllando si presume sin dal 1992/93 Banca Intesa, Unicredit , Carisbo Carige e BNL, unitamente alle rappresentate al voto Inps e Generali, controllerebbero , eseguiti tutti i calcoli di sbarramento al voto, con 265 voti su 529 anche l’organo di vigilanza Bankitalia Spa, dal 1992/93 illegittimamente, quindi in aperta violazione dell’art. 47 della Costituzione Italiana “la Repubblica controlla il credito” e la Repubblica non sono certamente una decina di fondi speculatori stranieri, con tutte le conseguenze che sono derivate, essendo venuta improvvisamente a mancare la vigilanza bancaria in Italia, in termini di colossali truffe (derivati sul tasso e sulla valuta ), costi abnormi (CMS per 270 miliardi di euro addebitate oltre ad interessi ) ed illegittimo prestito di denaro creato con un clic . Fondi speculatori stranieri controllanti le banche italiane e pertanto amministratori di fatto responsabili secondo Cass. n. 25432/2012 e n. 19716/2013 , quanto le banca, in solido ed in via principale, nel risarcimento del danno.
Questa, gentile On Villarosa, è la realtà bancaria e finanziaria italiana che Lei ben conosce e dovreste allora partire proprio da lì, non crede? Si tratterebbe di assicurare:
1) il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia;
2) il ripristino della legge bancaria del 1936, con la separazione tra banche commerciali o di prestito e banche speculative, ri-appropriandosi in tal modo della sovranità monetaria, sottratta all’Italia nel 1992/93 col d.lgs n. 481 del 14 Dicembre 1992 che abolì di soppiatto, dopo 56 anni, la separazione bancaria, decreto emesso da Amato e Barucci e sottratta col Provvedimento di Banca d’Italia del 31 Luglio 1992, emesso da Lamberto Dini, con cui è stata modificata inspiegabilmente all’insaputa di tutti, non essendo, né una legge , né un decreto legge , né un decreto legislativo, la contabilità di partita doppia del sistema bancario italiano; fatto che avrebbe consentito, a questi fondi speculatori , secondo alcuni autori, una colossale miliardaria evasione fiscale (circa 1350 miliardi di euro evasi) della quota capitale pagata dagli ignari piccoli mutuatari italiani, denaro creato da questi fondi speculatori con un clic a Nassau, doc. desecretati dimostrano, invece che raccolto tra il pubblico in Italia e ad essi ignari mutuatari italiani illecitamente prestato a partire dal 1 Gennaio1993. Questa sarebbe la riforma fondamentale da compiere senza la quale ogni altro progetto riformatore sarà vano, ma si sa, andare contro il potere dei fondi speculatori non è nelle corde di una classe dirigente disponibile a galleggiare piuttosto che a governare a sostegno del bene comune.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF
Direzione nazionale DC
Componente del comitato provvisorio della Federazione popolare DC
Venezia, 17 Dicembre 2019
Dopo il trionfo di Boris Johnson che fare in Italia?
Dopo il voto trionfale per Boris Johnson e la riconferma della maggioranza degli inglesi per la Brexit, in Italia, Salvini e la Meloni, la destra nazionalista e populista, hanno immediatamente salutato gaudenti questo risultato. Ora non ci sono più né dubbi né alibi: la Gran Bretagna esce dall’Unione europea e ci saranno conseguenze sia per gli inglesi sia per l’Unione europea.
Anche sull’assetto dei partiti italiani s’imporranno scelte non più eludibili, soprattutto in Forza Italia, partito aderente al PPE che, con Berlusconi, segue una strategia di alleanza a destra, proprio insieme ai due partiti nazionalisti e anti europei della Lega salviniana e di Fratelli d’Italia. La distinzione tra partiti europeisti e partiti schierati contro l’Unione europea diverrà sempre più netta e crescerà l’esigenza di un nuovo centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra.
Un progetto al quale noi “ DC non pentiti” stiamo lavorando, con l’avvenuta formazione della Federazione popolare dei DC e con l’adesione di altri amici popolari al manifesto Zamagni. Comprendiamo che, per esigenze collegate alle leggi elettorali di alcune regioni, gli amici dell’UDC abbiano deciso di collegarsi al nome e simbolo di Forza Italia, superando l’impegno della raccolta delle firme, ma deve essere chiaro che si tratta di una scelta tattica, tale da non pregiudicare la strategia che abbiamo concordato nel patto-statuto della Federazione popolare dei DC. Alla fine dovremo presentare liste della Federazione unita e/o del nuovo soggetto politico di centro che intendiamo concorrere a costruire.
Gli amici di Forza Italia, sempre più divisi tra quanti sentono forte l’attrazione a destra, in un’area cioè sempre più a netta dominanza salviniana, e quanti rivendicano la propria autonomia, sarebbe auspicabile si impegnassero, almeno questi ultimi, nella costruzione del nuovo soggetto politico di centro suddetto.
Costruire un gruppo parlamentare autonomo di centro dovrebbe essere il primo passo da compiere, come vanno richiedendo alcuni parlamentari di Forza Italia. Un gruppo nettamente schierato sulle posizioni europee del PPE, distinto e distante dagli amici che hanno deciso di allearsi con la Lega. La Federazione popolare dei DC, intanto, assuma come suo obiettivo a breve, il raggiungimento dell’unità con gli amici del manifesto Zamagni, per concorrere a costruire, nei tempi politicamente possibili, il nuovo soggetto politico di centro di cui l’Italia ha bisogno. Ciò porrà fine finalmente alla diaspora politica dell’area popolare e sarà la premessa indispensabile per uscire dall’attuale condizione di irrilevanza politico istituzionale.
Sulla riforma della governance europea abbiamo scritto le nostre idee nel saggio: “ Elezioni europee: la visione dei Liberi e Forti” editato alla vigilia delle recenti elezioni per il Parlamento europeo. Sono due i temi essenziali per indicare una seria proposta riformatrice di ispirazione popolare, europeista e trans nazionale, secondo i principi dei padri fondatori.
Il primo è quello del rapporto da rinegoziare nei trattati, al fine di superare i conflitti rivelatisi insanabili con la nostra Costituzione, specie quando, come nel caso del fiscal compact, quella decisione, nettamente in contrasto con gli stessi trattati liberamente sottoscritti, è stata il frutto di un regolamento di grado normativo inferiore ai trattati, redatto da euro burocrati, con l'avallo irresponsabile anche di nostri autorevoli esponenti di governo. Fatto quest'ultimo ampiamente dimostrato dai saggi del Prof. Giuseppe Guarino, ahimè, sin qui volutamente e colpevolmente misconosciuti.
Il secondo è il tema della sovranità monetaria che, nei modi in cui si è sin qui realizzata a livello dell'Unione e in quasi tutti i Paesi componenti della stessa, con il controllo de facto della BCE e delle banche centrali dei diversi Paesi da parte degli hedge fund anglo caucasici (kazari), riduce la "sovranità popolare" a un ectoplasma senza sostanza; con le politiche economiche prone al dominio degli interessi dei poteri finanziari, che subordinano ad essi tanto l'economia reale che la politica. In sostanza, annullano de facto la democrazia e le fondamenta stesse su cui si regge il nostro patto costituzionale.
Noi non crediamo sia utile né opportuno uscire dall'UE che i nostri padri hanno voluto, ma sappiamo che è assolutamente necessario cambiare rotta se vogliamo che l'Unione europea possa progredire verso un progetto di autentica confederazione di stati e regioni, con un Parlamento eletto a suffragio universale e un governo centrale eletto dallo stesso Parlamento, superando in tal modo l'attuale insostenibile costruzione artificiosa, inefficiente e inefficace, funzionale sin qui solo agli interessi dei poteri finanziari dominanti.
Questo, a nostro parere, dovrebbe essere uno degli obiettivi di tutti i Popolari europei che si riconoscono nel PPE e di tutti i democratici che si sentono impegnati nella costruzione dell'unità politica dell'Europa.
L’alternativa, altrimenti, sarà la progressiva dissoluzione della stessa Unione. Questa azione riformatrice dell’Unione europea, in ogni caso, non può essere condotta da posizioni isolazioniste come quella salviniana o della destra estrema, ma all’interno delle grandi forze politiche europee che, per quanto ci riguarda, sono quelle che si riconoscono nel PPE. Avanti, dunque, da “Liberi e Forti”, eredi della migliore tradizione europeista dei padri DC fondatori dell’Unione europea: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman.
Ettore Bonalberti
Venezia, 14 Dicembre 2019
Una testimonianza significativa
Sono molti i commenti ricevuti in questi giorni alla notizia dell’avvenuto battesimo della Federazione popolare dei DC, a dimostrazione che è diffusa nel Paese la speranza che si possa ricomporre l’area politica cattolico democratica e cristiano sociale, dopo la lunga stagione suicida della diaspora. Tra questi, particolarmente gradita e rilevante, è stata la lettera ricevuta dall’amico Sergio Bindi che, con Silvio Lega, concorse largamente al tentativo che mettemmo in atto per dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione, secondo cui la DC “ non è mai stata giuridicamente sciolta”.
Sergio Bindi è stato uno dei massimi dirigenti politico organizzativi della DC storica, già portavoce del presidente dell’Internazionale DC e del segretario nazionale del partito, e attualmente è il responsabile dei Dipartimenti e delle sezioni Territoriali della Fondazione di studi Tonioliani e vice presidente dell’Associazione degli economisti dell’ambiente e del Territorio. Egli, nella nota trasmessami, esprime tutta la sua soddisfazione per l’avvio della Federazione popolare, augurandosi che, con una legge elettorale proporzionale : “ i democristiani potrebbero tornare, se la smetteranno realmente di farsi la guerra anche a carte bollate, ad essere determinanti per future maggioranze parlamentari”.
Trascrivo in larga parte la sua bella lettera che inizia così: “ Credo che, questa volta, sia il Vaticano, sia la maggioranza dei Vescovi italiani, potrebbero guadare con estremo favore al sorgere di un unico movimento politico popolare , che possa dare una prospettiva di voto ai molti che disertano le urne ( oltre il 40% nei sondaggi) e ai moderati che, disperati votano assurdamente anche Salvini o si fanno abbindolare dalla sinistra: Il Vescovo di Assisi, Mons. Domenico Sorrentino, nella prefazione al libro di Romano Molesti (“ Economia Ambiente e Società- La singolare esperienza di due associazioni e quattro riviste”), presidente della Fondazione di Studi Tonioliani e dell'Associazione degli Economisti dell'Ambiente e del Territorio, ha scritto cose, a mio avviso estremamente importanti anche perché sta organizzando ,per conto del Papa, ""Economy for Francesco" per il prossimo marzo.
Ricordato l'insegnamento del Toniolo e gli" espliciti e fervidi accenti" con i quali Molesti rinnova "l'auspicio di un nuovo slancio dell'impegno cattolico nella società. Anche in questo in linea con gli ideali cari al Toniolo", (Papa Francesco richiama i cattolici al dovere di impegnarsi in politica...) Bindi rileva : "in tempi di "diaspora" politica dei cattolici qual è il nostro in Italia, il prof Molesti avrebbe voluto che , tra le tante realtà e denominazioni che oggi compongono la galassia dei cattolici impegnati, si generasse una nuova collaborazione ideale e pratica: il volume contiene , su questo tema, qualche nota di amarezza nella constatazione di quanto sia diventato difficile, anche tra fratelli di fede, superare gli interessi di parte in vista del bene comune. Sergio Bindi ricorda come “ in un incontro di qualche anno fa, che si è svolto ad Assisi ( nostra giornata del nuovo umanesimo) proprio il prof Molesti esprimeva il desiderio che nuove convergenze potessero rendere più efficace la presenza cristiana nel sociale: un auspicio che rimane d'attualità”
La Fondazione di studi tonioliani, evidenzia Bindi: “prosegue le giornate del nuovo umanesimo; l'ultima s'è tenuta a fine ottobre a Melfi voluta dal locale vescovo ed anche qui si è accennato anche alla testimonianza cristiana nella politica, oltre che nel sociale , presente addirittura una delegazione (un pulmann e varie auto) giunta dalla nostra sezione campana molto attiva: ebbene monsignore Sorrentino, chiude la prefazione dicendo una cosa importante "l'iniziativa "economy for Francesco" , nella quale papa Francesco vorrà incontrare ad Assisi nel marzo 2020 giovani economisti ed operatori economici di tutto il mondo , per innescare un processo di una nuova economia ispirata all'umanesimo della fraternità, potrebbe forse ricreare il clima giusto per la realizzazione di questo auspicio. La storia dirà, ma intanto anche un libro di memorie come questo può essere significativo per gettare un ponte tra passato e futuro."
Aggiunge Bindi: “mi sembrano frasi significative , scritte da un vescovo che ha guidato la beatificazione del Toniolo, ricorda sempre il "tratto di economia sociale" del beato e che per conto del papa sta organizzando "Economia for Francesco", un evento di livello mondiale al quale saremo presenti. Considera, mi scrive, che le giornate del nuovo umanesimo si sono tenute in sedi arcivescovili o, come a Napoli, nelle sale di un santuario mariano, il cui rettore è assistente ecclesiastico della sezione campana della nostra fondazione, mentre l'anno scorso nel trentino alla "giornata", dedicata all'ambente, relatore principale era il cardinale Re che l'evento aveva voluto . Nell'occasione venne rilanciata l'esigenza della presenza dei cattolici in politica ( grazie anche agli interventi di un ex-senatore dc, del compianto Alfredo de Maio, nostro dirigente, mio e dell'on. Bezzi, organizzatore dell'evento e nostro responsabile regionale: vi fu vasta eco sui mass media e l'edizione del triveneto del corriere della sera pubblicò addirittura una pagina parlando di nuovo impegno dei cattolici in politica” .
Prosegue Bindi nella sua lettera, con queste indicazioni e proposte: “credo sia utile che tu conosca queste realtà e ne informi gli altri amici: sul territorio non sono pochi i cattolici che attendono di potersi impegnare , noi lo registriamo spesso e non é un caso, ad esempio, che nella nostra sezione campana, superattiva, vi siano sindaci, personaggi come lo scienziato Tarro , sacerdoti, molti giovani, vari ex-dc, con il cardinale di Napoli che, in occasione di una nostra giornata del “nuovo umanesimo" ammetteva il fallimento dei corsi di formazione politica organizzati dal vicariato, ringraziandoci per quel che facciamo e per i molti giovani presenti alle nostre iniziative( compreso un premio per le scuole superiori della regione).Il presidente della sezione campana e responsabile per il mezzogiorno , Francesco Manza è un ex-dirigente del movimento giovanile dc di Torre del Greco, presidente regionale dell'UCSI, consigliere nazionale del Federstampa: all'ultima "giornata del nuovo umanesimo" tra i relatori c'era anche l'allora presidente dell'anticorruzione Cantone, cattolicissimo.
Mi auguro che la Federazione possa andare avanti e va ringraziata l' UDC di farne parte , mettendo a disposizione un simbolo che non può essere contestato e, quindi, tale da evitare ricorsi giudiziari.
Agli amici ricordo anche che tre iniziative sono importanti sin da ora:
la prima : un programma a favore degli anziani dimenticati dagli attuali partiti ( chi ha in casa un anziano incapiente è un dramma), considerando anche che molti personaggi con molta esperienza vorrebbero impegnarsi gratuitamente perché sentono di potersi rendere utili, ma vengono ignorati ( ne ho trovati in Toscana quest'estate a partire da un ex-prefetto, da un ex-big dei Vigili del Fuoco, da un editore .
la seconda : mobilitare gli italiani all'estero( 5 milioni e 100 mila con passaporto, 60 milioni di oriundi nelle due Americhe) come fece la Dc nel dopoguerra. Qui c'è subito un'iniziativa da prendere : chi risiede nei Paesi extra UE(quindi Svizzera compresa) alle Europee per votare debbono venire in Italia a differenza delle elezioni politiche e persino dei referendum Così in pochi esprimono il loro voto nonostante il numero dei nostri europarlamentari sia calcolato anche sul numero di questi elettori( oltre due milioni).
terza : azione di informazione a tutto campo cattolico , coinvolgendo almeno parte dei 50 mila siti cattolici italiani, sviluppando una costante comunicazione alle migliaia di santuari esistenti su tutto il territorio, alle congregazioni, alle parrocchie iniziando dai grandi centri
In particolare, sarebbe opportuno costituire non un movimento anziani vecchia maniera, ma organizzare nonne e nonni come fece la CDU rivincendo in Germania le elezioni.
Insomma una testimonianza, questa di Sergio Bindi, particolarmente importante, con una serie di indicazioni operative concrete che ci stimoleranno a fare ancor di più e meglio nei tempi strettissimi richiesti dalla difficile situazione politica italiana.
Ettore Bonalberti
Venezia, 9 Dicembre 2019
Battesimo della Federazione Popolare dei DC
Si sono riuniti presso il piccolo auditorium “ Aldo Moro” a Roma i rappresentanti delle quaranta associazioni, partiti e movimenti che nei giorni scorsi avevano sottoscritto l’atto notarile del patto costitutivo della Federazione Popolare dei DC.
Al tavolo della presidenza il comitato provvisorio di coordinamento: Giuseppe Gargani, Lorenzo Cesa, Renato Grassi, Mario Tassone e Ettore Bonalberti.
Gargani ha aperto la conferenza stampa di presentazione della Federazione, evidenziando che trattasi del battesimo del progetto federativo, per uscire finalmente dalle catacombe nelle quali la damnatio memoriae aveva sin qui emarginato la cultura politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali e dalla condizione di irrilevanza patita nella lunga stagione della diaspora . La contemporanea crisi della sinistra e del centro che si riscontra in tutta Europa ha fatto crescere una destra eversiva, pericolosa e anomala; una realtà che non si era mai conosciuta prima in Italia dopo la tragica esperienza fascista. Una condizione che trova la sua origine nel superamento della legge elettorale proporzionale e l’avvento di partiti di tipo personalistico senza alcuna cultura di riferimento. Manca una cultura del bene comune e prevalgono le tentazioni giustizialiste.
Lorenzo Cesa, ha sottolineato il grande lavoro compiuto insieme e il valore di questa iniziativa federalista nella quale è impegnato insieme ai suoi amici UDC per sviluppare questo progetto che si propone di concorrere alla costruzione del nuovo centro della politica italiana ispirato dai valori della dottrina sociale cristiana. Un centro che, come nella migliore tradizione della DC, si ponga in alternativa con la deriva nazionalista e populista e con la sinistra e che riconfermi la storica adesione all’unione europea voluta dai padri fondatori DC. Un grazie agli amici che hanno reso possibile questo rassemblement che vuol essere aperto all’apporto di quanti intendono concorrere con noi a realizzare il nuovo centro della politica italiana inserito a pieno titolo nel PPE. Come Rotondi ha messo a disposizione della federazione la fondazione DC, quale strumento di approfondimento programmatico e di formazione, così l’UDC è pronta a mettere a disposizione la sua struttura organizzativa senza alcuna velleità di ruoli preminenti, ma nel rispetto della collegialità assunta a metodo democratico come stabilito dalle norme del patto sottoscritto
Mario Tassone ha espresso la sua soddisfazione per una giornata che vorremmo, ha detto, fosse ricordata come una tappa importante nel processo di ricomposizione dell’area politica popolare e democratico cristiana.
Renato Grassi ha evidenziato come la federazione segni il raggiungimento di un traguardo che la DC, “ partito mai giuridicamente sciolto”, ha perseguito dal 2012 anno del suo congresso rifondativo, replicato nell’ottobre 2018.
Serve dar vita, ha proseguito Grassi, a una novità nella politica italiana, sapendo intercettare i fermenti che le nuove generazioni impegnate sui temi ambientali o sulla difesa dei valori costituzionali stanno esprimendo in molte piazze italiane. Fermenti e valori ai quali solo la cultura del popolarismo e della dottrina sociale cristiana sono in grado di offrire risposte convincenti.
Ettore Bonalberti ha sollecitato la Federazione all’impegno organizzativo sul territorio attivando la formazione di strutture federative nelle regioni, province e comuni italiani, tenendo presente che lo scontro in atto è sempre più quello tra populismo e popolarismo, tra europeisti e anti europeisti. Considerate le difficoltà oggettive e politico culturali della sinistra, solo dal popolarismo aggiornato ai temi dell’età della globalizzazione può venire una risposta alle attese della povera gente e delle nuove generazioni.
Come un albero antico, ha detto Bonalberti, possiamo cambiare le foglie conservando però le radici e possiamo adattare le nostre proposte ai nuovi bisogni delle classi popolari e dei ceti medi, conservando la fedeltà ai nostri principi.
Alla discussione seguita sono intervenuti tra gli altri: gli Onn.Eufemi e Gemelli, il prof Giannone coordinatore del comitato scientifico della fondazione DC, che ha confermato la disponibilità a svolgere un positivo ruolo nella formazione e nello scambio culturale con le altre realtà di area cattolica, a partire da quelle che hanno sottoscritto il manifesto Zamagni, sul quale tutta la Federazione popolare dei DC si riconosce.
Al riguardo molto importante è stata la presenza alla conferenza stampa dell’on Lucio D’Ubaldo, esponente della “rete bianca” il quale, raccogliendo l’invito fattogli dal comitato, ha ricordato che : “siamo in una fase nuova in cui sentiamo il bisogno di discutere fra di noi- serve prima una riflessione comune superando il limite di stare sulla soglia dell’impresa importante- prima di costruire un partito serve capire cosa serve al paese- oggi sulla questione del centro sono gli altri a interrogarci , ma tutti ragionano su questo argomento”..
Si è così aperto un dialogo tra Federazione popolare dei DC e alcune realtà degli amici del manifesto Zamagni che ci auguriamo possa produrre positivi frutti unitari.
Dopo gli interventi degli amici Gemelli, Rotunno, Moreno, Palumbo, Ferlicchia, Orioli, Copertino, Laganà, Tucciariello, Pezzino, Puja, l’on Gargani ha concluso i lavori con l’augurio che dopo il battesimo si possa finalmente attivare la crescita della federazione per superare definitivamente la dolorosa diaspora post DC dei cattolici.
Massima apertura a costruire in sede locale nuclei della federazione popolare con altre culture laiche, liberali e riformiste e nomina dei coordinatori provvisori della federazione in tutte le realtà locali, per preparare con gli amici soci e simpatizzanti le liste della federazione alle prossime scadenze elettorali regionali, comunali e in previsione delle elezioni politiche alla data che si terranno.
Ettore Bonalberti
Venezia, 4 Dicembre 2019
“
Dopo il quinto fallimento sulla separazione tra Venezia e Mestre
Scrive oggi il Gazzettino: “Un flop il quinto referendum (in 40 anni) per la separazione tra Venezia Mestre: alle 23, ora di chiusura dei seggi, ha votato soltanto il 21,73% pari a 44.887 cittadini su 206.553 aventi diritto. E' questo il risultato finale dell'affluenza. E' in corso lo scrutinio anche se chiaramente il quorum del 50% più 1 non è stato raggiunto: su 167 sezioni su 256 il Sì è al 63,15% il No al 36,84%. I separatisti hanno già annunciato ricorso. A far pendere l'ago della bilancia per il no alla divisione in due comuni sono stati soprattutto gli abitanti della terraferma, disertando il voto: in terraferma ha votato il 16,35%. Un afflusso più massiccio, ma numericamente meno "pesante", si è avuto in centro storico (32,4%) e nelle isole (28%) della laguna.”
Dopo questo quinto tentativo fallito credo si sia scritta la parola fine al tormentone sulla separazione delle due città.
Serve una riflessione seria sul destino di Venezia città metropolitana alla quale, noi DC non pentiti e popolari veneziani, avevamo contribuito con le proposte sintetizzate nel saggio: “ la nostra idea di Venezia”, che riproponiamo integralmente in allegato e sul quale desidereremmo avviare un confronto con quanti sono interessati al progetto tra i cittadini veneziani e veneti.
Quel saggio era stato la nostra indicazione di voto nelle ultime elezioni amministrative locali, nelle quali abbiamo sostenuto la candidatura di Brugnaro e la lista civica di Renato Boraso. Da entrambi non abbiamo ricevuto alcuna risposta ciò che noi avevamo evidenziato e, onestamente, siamo profondamente delusi di quanto questa amministrazione ha sin qui realizzato.
Crediamo che vada rilanciata l’idea della città metropolitana, il cui Sindaco dovrà essere eletto direttamente da tutti i cittadini elettori aventi diritto con la creazione di municipalità, compresa quella di Mestre e terraferma, dotate di autonomia amministrativa sul piano della sussidiarietà verticale.
Ai promotori del referendum fallito, spetta il compito di riproporre le loro idee su Venezia e su Mestre e di prepararsi a sostenere nuove classi dirigenti a partire dalle prossime elezioni amministrative, con candidati credibili ai quali noi DC non pentiti e popolari veneziani offriamo “ la nostra idea di Venezia”.
E’ tempo di ricomposizione e di unità della nostra città metropolitana per affrontare e risolvere insieme le sfide straordinarie che la natura, il clima, le colpe e i reati gravi commessi da alcuni politici e la condizione complessiva economica, sociale, culturale e etica, ci impongono in questa fase complessa e difficilissima della nostra storia.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF
Componente del comitato provvisorio della Federazione Popolare dei DC
Venezia, 2 Dicembre 2019
La nostra idea di Venezia
Con un gruppo di amici di cultura e tradizione popolare e democratico cristiana, insieme ad altri di cultura laica liberale e riformista, abbiamo dato vita al comitato per la Costituente dei Popolari di Venezia con l’obiettivo di concorrere alla grave crisi morale, prima ancora che culturale, politica ed economico finanziaria che ha così gravemente segnato la nostra città.
Con gli amici della Lista civica per Venezia, Mestre e isole abbiamo avviato un percorso con la condivisione delle proposte programmatiche allegate, che sottoporremo alla verifica con i mondi vitali della nostra città e con la scelta del metodo delle “cittadinarie”, quale strumento per la scelta del candidato Sindaco per Venezia da parte degli elettori veneziani.
Il nostro intendimento rimane quello di realizzare le più ampie convergenze su una condivisa proposta programmatica e la scelta delle “cittadinarie” con quanti sono interessati a garantire a Venezia di voltare finalmente pagina, dopo le inqualificabili vicende che hanno portato al commissariamento dell’amministrazione comunale.
La guida politica di Venezia negli ultimi vent’anni ha visto ininterrottamente la responsabilità di governi di sinistra con l’aiuto di qualche ininfluente accolito di complemento:
Massimo Cacciari (1993/2000), Paolo Costa ( 2000/2005), ancora Massimo Cacciari ( 2005/2010) ed, infine, Giorgio Orsoni, dal 2010 sino all’arresto (Giugno 2014) e in attesa del processo che tante ambasce sta creando nel PD dopo l’avvenuta incriminazione di alcuni suoi autorevoli esponenti.
Dopo oltre vent’anni qual è il lascito di queste giunte ?
Una situazione fallimentare: 881 milioni di € di debito e 47 milioni di € di passivo di bilancio. Qualsiasi impresa o società privata in tali condizioni porterebbe i libri contabili in tribunale.
E’ evidente che questa classe dirigente politica ha fallito e deve essere sostituita da una nuova generazione di politici e amministratori, animati da un’esclusiva volontà e passione civile: mettersi al servizio di una comunità traendo dai principi fondamentali della sussidiarietà e solidarietà le stelle polari del loro impegno.
Questo comporta mettere al centro della propria iniziativa la persona e la famiglia, i corpi intermedi ai quali le strutture istituzionali sovra ordinate, a partire da quelle comunali, devono offrire servizi e risposte nel rispetto delle autonomie di ciascuno.
Un rovesciamento totale rispetto a un sistema di potere sin qui incentrato sulla dipendenza pubblica, tra comune e la miriade di imprese ad esso collegate; un sistema di potere e un blocco sociale andato definitivamente e miseramente in crisi.
La nostra idea di Venezia si collega alla proposta che i Popolari veneti intendono sviluppare a livello politico con l’istituzione della macro regione del Nord-Est, convinti come siamo che l’Italia non è più in grado di sostenere l’onere di 21 Regioni tra quelle a statuto speciale e a statuto ordinario e, ancor di più, di mantenere le ormai obsolete e non più sopportabili distinzioni di competenze e funzioni tra le stesse..
Intendiamo, sull’insegnamento del compianto prof Miglio, realizzare l’unità del Veneto e delle Venezie spalmando l’autonomia tra le tre regioni sul modello bavarese, con Venezia come capitale di riferimento e attuando quanto già è previsto nella norma costituzionale.
Intendiamo, altresì, considerare la scelta irreversibile di Venezia città metropolitana, nel cui nuovo ruolo anche la pluriennale questione del rapporto tra centro storico e terraferma veneziana di Mestre potrà trovare una più efficace ed efficiente soluzione.
Premessa, tuttavia, indispensabile per qualsiasi azione politico amministrativa sarà quella di procedere a un’attenta verifica dei conti del Comune e di tutte le partecipate per avere cognizione esatta della situazione amministrativa, contabile e patrimoniale su cui poter assumere le decisioni conseguenti.
Le priorità che intendiamo assegnare al programma per la nuova amministrazione di Venezia sono le seguenti:
1) OCCUPAZIONE
2) SICUREZZA DEI CITTADINI E STOP DEGRADO DEL TERRITORIO
3) SERVIZI SOCIALI E RESIDENZIALITÀ VENEZIANA
4) CITTA METROPOLITANA
5) INFRASTRUTTURE E TRASPORTI
1) Occupazione
Il lavoro non solo per i giovani disoccupati, ma anche per i molti licenziati e cassaintegrati veneziani è la prima priorità cui dare soluzione. [1]
Cultura, turismo, portualità e recupero delle attività produttive a Marghera, sono le aree nelle quali anche l’intervento sussidiario dell’ente locale può e deve essere garantito.
Quanto alla Cultura è tempo di ripensare globalmente all’idea culturale di Venezia superando le attuali frammentazioni, disorganiche iniziative e assicurando un serio coordinamento ai diversi centri e istituzioni operanti nella città.
I Veneziani, vecchi e nuovi, devono riprendere consapevolezza delle attese che il mondo rivolge alla loro città. Un caposaldo di civiltà universale che non può e non deve essere immiserito al ruolo di meta turistica. Quanti hanno il privilegio di abitarci e la somma responsabilità di assumerne il governo, dispongono di un enorme patrimonio di centri culturali: dalle Università agli Istituti (l’Istituto Veneto, l’Ateneo Veneto, tra i maggiori), dalle Accademie agli Enti (La Biennale, la Fenice), alle Fondazioni (Giorgio Cini, Levi, Querini Stampalia, etc.), dall’Archivio di Stato al sistema museale pubblico e privato. Un formidabile complesso vocato alla conoscenza e all’intelligenza creativa, che abbisogna di essere posto in sinergia. La politica culturale cittadina è una straordinaria risorsa, sinora mortificata dalla scarsa considerazione in cui è stata tenuta, con un governo debole e di limitata progettualità (a puro titolo di esempio, si ricordi che Venezia, con la sua altissima qualificazione musicale, non è stata in grado di avviare con continuità e stabilità un Festival della musica barocca veneziana, mentre Salisburgo puntando solo su Mozart, ogni anno richiama folle di appassionati e grandi direttori). La città che è stata il fulcro dell’editoria sacra e profana, raccolta nella Biblioteca Marciana, nell’Archivio di Stato e in altre sedi, avrebbe tutte le carte in regola per proporsi come sede di Mostre annuali del libro in ogni specificazione (libri d’arte, libri di antica e nuova scienza gastronomica, libri tecnici e scientifici etc.). Da tutte queste manifestazioni non effimere verrebbe un beneficio diretto al sistema di accoglienza cittadino,
Un calendario condiviso e programmato in grado di spalmare in tutto l’arco dell’anno iniziative mirate di grande valore culturale, funzionale anche a una più efficace distribuzione degli afflussi turistici, oggi concentrati disordinatamente nel periodo Maggio-Settembre con tutte le conseguenze negative che tale concentrazione comporta per la città e per i suoi abitanti
Il Comune dovrà favorire e incoraggiare gli imprenditori, partite IVA e i privati cittadini, a utilizzare le leggi sul mecenatismo culturale, che prevedono la deducibilità fiscale delle risorse impegnate a sostegno di attività culturali. sia tramite il FONDO PER IL MECENATISMO RIFERITO ALLA LEGGE 665, sia con l’Art Bonus (Disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale e lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo). Il comune, gli enti pubblici di sua pertinenza interessati/bili potranno proporre a tutti gli imprenditori del territorio, la costituzione di una fondazione finalizzata all’utilizzo delle agevolazione fiscali per la tutela dell’arte e della cultura sia per quanto riguarda le opere passate sia a riguardo dell’arte futura.
Serve un programma in grado di coinvolgere con la città metropolitana tutto il territorio veneziano dal Tagliamento al Timavo, dall’Adige al Po sino al Mincio. Venezia come punto di riferimento delle Venezie e tra il Nord e il Sud dell’Europa, tra l’Ovest e l’Est del mondo.
Nostro impegno sarà rivolto a favorire l’avvio di un Festival mondiale della musica barocca che a Venezia ha avuto alcuni tra i suoi più illustri fondatori, dal Caldara a Vivaldi, per offrire alla città un ruolo analogo a quello assunto a livello mondiale da Salisburgo per la musica mozartiana e di Bayreuth per quella wagneriana.
Considerato il ruolo che Venezia ha avuto nei secoli, sia nel settore del commercio di alcuni beni essenziali (sale, zucchero, spezie) che per la divulgazione della grande cucina rinascimentale italiana con la sua attività editoriale dominante in Europa sino al XVIII secolo, si favorirà lo sviluppo di una Mostra permanente a Venezia della cultura dell’alimentazione e della civiltà della tavola, puntando a realizzarne l’avvio con Expo2015, e con il fine di coinvolgere in uno straordinario e affascinante scenario le diverse civiltà della tavola esistenti nei cinque continenti e l’intera filiera agro-alimentare italiana e triveneta in particolare.
La presenza diffusa dell’immagine di Venezia in tutto il mondo, unitamente al prestigio
della nostra ristorazione e della civiltà dell’ospitalità veneta, in ragione delle varie associazioni interessate ed interessabili, potrebbero garantire le migliori possibilità di riuscita e di successo turistico. Una vera e propria sfida culturale tra produttori, conservatori, distributori, albergatori, ristoratori, cuochi, uomini di cultura e d’arte, retta e governata dal piacere di stare a tavola, di stare insieme e dalla volontà di integrare realtà differenti per la promozione del progetto Italia, ma soprattutto veneto.
L’Arsenale e l’area risanata di Marghera, insieme a molti beni immobili pubblici , accanto ad attività produttive compatibili potranno divenire sedi di fondaci culturali aperti alla partecipazione di giovani da tutto il mondo e occasioni per l’attivazione di innovative start up dell’arte e della creatività giovanile.
L’Arsenale è certamente la struttura , la darsena , il porticciolo turistico potenzialmente più bello, valido ed accogliente di tutto l’Adriatico . E’ perciò che siamo convinti che sia possibile , nell’interesse di Venezia, per rivitalizzare la zona di Castello orientale, per ripopolare l’area della città più precaria dal punto di vista del tessuto umano, riportare all’interno dell’Arsenale soggetti pubblici e soggetti privati attraverso un unico filo conduttore rappresentato dal polo nautico; da un lato si ritiene opportuno concentrarvi tutti gli istituti e le scuole orientate alle professioni marinare, quindi soggetti pubblici , e dall’altro localizzare un importante porto turistico per yacht fino a 80 metri i cui proprietari non hanno certo problemi a pagare quanto verrà loro richiesto, oltre naturalmente una marina per barche meno pretenziose legate alla cantieristica minore .
Le scuole marinare avrebbero una delle sistemazioni più valide esistenti nel Mediterraneo , molto simile , ma migliore , alla sistemazione logistica dell’Accademia Navale di Livorno , mentre la nautica maggiore e minore , si troverebbe ad operare al centro della città ed a ridosso della parte di laguna più bella , compresa fra i bacini di carenaggio , le Vignole , la Certosa , Sant’Elena , Sant’Andrea e la bocca di porto del Lido .
Presso l’Arsenale siamo interessati a sostenere l’idea progetto elaborata dal gen. Giorgio Paternò di ricostruzione del Bucintoro, la splendida galea di Stato dei Dogi veneziani che, tanto nella fase di lavorazione cantieristica che come artifatto di pregio artistico richiamerà visitatori da tutto il mondo.
Il turismo e le sue problematiche per Venezia
Il turismo è una delle attività divenute prevalenti nel bilancio delle attività economiche della città. Esso assume dimensioni crescenti quasi di tipo esponenziale. Se alla metà degli anni’50 Venezia ospitava circa 1,6 milioni di turisti all’anno, ora si sfiorano i 30 milioni.
Fenomeno che non si limita alla sola città storica, ma interessa anche la terraferma, dove si stimano circa 4 milioni di presenze annue.
E’ evidente che una tale situazione del tutto anomala richiederebbe una legislazione speciale e non essere regolata da norme regionali poco adatte alla specificità di Venezia.
Venezia vive di turismo eppure fa fatica a convivere con il turismo, almeno con quello che si è sino a oggi sviluppato in maniera disordinata e senza regole.
La prossima amministrazione comunale in accordo con l’ente regione dovrà porsi seriamente il tema dell’ordinamento e la gestione dei flussi turistici.
Se, da un lato, l’introduzione di un ticket d’ingresso rappresenta una soluzione difficilmente gestibile per una città che già richiede ai suoi visitatori costi non indifferenti, qualche altra soluzione dovrà essere messa in campo per garantire una migliore gestione del flusso turistico con un ticket adeguato per l’accesso ai percorsi museali della citta’ (vedi Parigi- Louvre).
Esso va indirizzato verso zone della città altrettanto degne di essere visitate oltre a Piazza San Marco e al Ponte di Rialto. Un turismo telematico che sceglie per ogni soggiorno a Venezia una specifica località o tema andrebbe messo in opera.
Così come la distribuzione delle diverse attività di promozione artistica e culturale andrebbe programmata per tutto l’anno e non concentrata nel periodo Marzo-Settembre, che è quello in cui si concentra ora la massima confluenza turistica in città. Per il bene della città, per equilibrare i flussi turistici, le mostre vanno fatte nel periodo invernale, contribuendo così all’obiettivo di una miglior vivibilità per i residenti, ma nel contempo offrendo agli operatori del turismo una stagione più ampia con conseguente maggior produttività per gli alberghi, i negozi, i ristoranti.
Anzitutto andrà ampiamente pubblicizzata, via Internet e nelle guide cartacee, l’inopportunità di visitare Venezia in questi mesi, nei quali la città è sovrappopolata e non è in grado di dare ai turisti il meglio di sé. Andrà poi predisposta una serie di itinerari che consentano una visita della città che, pur nel breve tempo di un giorno, riesca a distribuire l’afflusso turistico anche nelle zone periferiche del centro storico, con il risultato ulteriore di aiutare l’economia delle zone meno centrali della città.
Andrà anche valorizzata una visita “via d’acqua”, riconsiderando quello che è stato chiamato “vaporetto dell’arte”, che solo a Venezia non ha trovato adeguato successo, trasformandone la funzione analogamente a quanto avviene a Parigi, in un itinerario lungo il Canal Grande, la principale via della città, con presentazione in varie lingue dei palazzi che si affacciano lungo il percorso, la loro architettura e la storia delle famiglie e dei personaggi che li hanno abitati. Se tutto questo ha un costo, e certamente lo ha, andrà pagato con una parte del ricavato della tassa di soggiorno, che nel 2013 ha dato all’amministrazione oltre 20 milioni di euro.
Va definitivamente risolta la questione delle navi crociera a Venezia impegnandoci da subito allo stop del loro passaggio in bacino San Marco.
Consapevoli dell’importanza che l’attività crocieristica assume per la città ( sono circa 5000 le persone che direttamente e indirettamente sono occupate in tale attività) resta per noi improponibile il passaggio in laguna delle grandi navi, per l’elementare dovere del rispetto del principio di precauzione nei confronti di una città unica per la sua fragilità strutturale; un sogno reale sospeso tra mare e cielo, riteniamo, quindi, che la crocieristica debba restare a Venezia, ma con soluzioni alternative per raggiungere la Marittima, come quelle previste dal decreto Passera individuabili in un canale dietro la Giudecca o altra soluzione che superi le verifiche di sostenibilità e compatibilità ambientale, come pure l’ipotesi del canale della Contorta .
L’espansione del turismo e della sua monocultura ha determinato, come ovvio, una serie di conseguenze sul piano delle rendite immobiliari, con incrementi crescenti dei valori immobiliari per investimenti speculativi, per l’uso di spazi ricettivi da residenziali a funzioni di affittacamere, bed & breakfast, attività abusive e scomparsa quasi del tutto dei negozi di vicinato.
Anche la terraferma, con la dissennata politica di apertura dei grandi centri commerciali a Marghera, Mestre e Marcon, ha subito una vera e propria desertificazione del centro delle attività commerciali. I luoghi del commercio cambiano le abitudini dei cittadini e penalizzano ovunque i centri storici.
Recupero dell’area dell’Arsenale e attuazione del piano di recupero delle isole, degli ex Forti del “campo trincerato” e di Forte Marghera, andranno accompagnati da un riassetto complessivo della governance della città, considerata la quantità di autorità con competenze separate per il bacino San Marco e per il territorio comunale.
Tutte competenze del comune e dei suoi diversi settori amministrativi, della Soprintendenza ai BB.AA. di Venezia e della Regione, della Soprintendenza ai BB, Archeologici, del Magistrato alle Acque, dell’Autorità portuale, della Capitaneria di Porto, dell’ENAC in area portuale, delle FF.SS., ANAS, ENEL, ENI, Agenzia del Territorio, Demanio, Regione Veneto, ASL, Società Autostrade andrebbero coordinate dal Comune-Città Metropolitana salvo quelle di controllo sui BB.AA.
La portualità
Il porto di Venezia è uno dei porti meglio posizionati nel Sud Europa, da oltre cinquant’anni è il primo porto dell’Adriatico. La portualità lagunare cioè i porti di Venezia e Chioggia rappresentano una delle realtà portuali più valide e complesse del Mediterraneo.
Il nodo infrastrutturale di Mestre, già di per sé importante per il Nord – Est, con la caduta della cortina di ferro e con il progressivo inarrestabile allargamento dell’Unione europea a Est, è diventato snodo primario di distribuzione dei flussi di merci e di uomini sia fra ovest ed est che fra sud e nord. Porto Marghera, oltre ad essere oggi il più importante porto commerciale dell’Adriatico, è l’insediamento della più estesa area chimica d’Italia; il porto passeggeri, che fa capo a Venezia centro storico, è oggi il primo scalo italiano per tale traffico; nella laguna veneta a sud abbiamo una realtà affascinante come la città di Chioggia , una piccola Venezia che ha saputo trattenere i propri abitanti mantenendo quindi tutte le caratteristiche culturali, popolari e caratteriali che Venezia non ha più a causa dell’esodo di una rilevante parte dei suoi abitanti, esodo che i politici che si sono succeduti negli ultimi decenni non hanno saputo gestire e quindi frenare.
Il porto a Venezia e Chioggia non è, in ogni caso, riduttivamente il porto di Venezia e Chioggia, ma un’ infrastruttura basilare per lo sviluppo economico, occupazionale, produttivo e sociale di tutto l’hinterland che sta alle spalle, e l’hinterland della portualità lagunare interessa e condiziona il Triveneto e tutta la Valle Padana.
I progetti sviluppati in questi anni dall’autorità portuale dovranno essere assunti come momento di verifica della loro compatibilità con le linee strategiche di conservazione e sviluppo della città.
Va garantita la conservazione delle attività della Marittima con l’utilizzo dei canali alternativi fino al completamento della piattaforma offshore ed al conseguente riuso delle aree portuali di Marghera con un nuovo PAT condiviso Comune-Autorità Portuale.
Bisogna potenziare il terminal traghetti (autostrada del mare) a Fusina con i servizi di contorno di ospitalità per operatori (alberghi low cost, market, officine) e per passeggeri, così come andranno potenziati i servizi di supporto alla nautica commerciale e turistica nelle acque interne
Il recupero manifatturiero di Marghera (“free zone”- ZONA FRANCA )
Il consiglio comunale di Venezia, nella riunione del 16 giugno 2014 ha approvato la costituzione della newco che gestirà i 110 ettari di Porto Marghera che Syndial (gruppo Eni) ha accettato di cedere. Si tratta di dare pratica attuazione a tale deliberazione.
Da tempo i popolari veneziani hanno indicato l’opportunità di realizzare nell’area di Marghera una “free zone”(zona franca) in base a quanto previsto dai regolamenti comunitari.
Il Codice doganale comunitario, infatti, è stato istituito con Regolamento CE n. 450/2008, prevede che gli stati membri possano destinare a zona franca talune parti del territorio nazionale, è stato più volte rinviato nella sua applicazione; l’ultimo rinvio è stato approvato con il Regolamento CE del 10 ottobre 2013 n. 952/2013, che rinvia l’applicazione della Sezione 3 riguardante le Zone Franche alla data del 1 giugno 2016.
La “free zone” è un’area destinata alla promozione del commercio, all’esportazione e all’apertura dell’economia nazionale al mondo esterno. In essa sono ammesse attività industriali, commerciali e dei servizi.
Poiché la Zona Franca costituisce una delle manifestazioni dell’autonomia regionale e la Costituzione italiana prevede queste forme di maggiore autonomia, atteso che il Regolamento comunitario è equiparato, nella gerarchia delle fonti del diritto italiano, alla legge nazionale, l’istituzione di una Zona Franca sul territorio italiano non viola le disposizioni del Regolamento comunitario, che è in vigore dal 10 ottobre 2013.
In tale zona franca intendiamo favorire un nuovo progetto, di natura non industriale, per dare all’area uno sviluppo che consenta di impegnare le forze lavorative presenti nella terraferma veneziana.
Questo non per eliminare le industrie che vi sono: il cantiere navale della Fincantieri è un gioiello di cui la città deve essere fiera ed anche le altre industrie presenti vanno tutelate, pur se inquinanti, sapendo però che non sono loro il futuro.
Le aree di porto Marghera dovranno avere utilizzi ecologicamente compatibili( PMI della green economy. artigianato di produzione e di servizi, terziario avanzato) con l’essere in gronda lagunare, e quindi non inquinanti, e questi utilizzi dovranno valorizzare le aree in termini economicamente compatibili con l’assunzione da parte degli utilizzatori dei costi di bonifica, posto che l’attuale situazione economica del Paese rende poco probabile che questi costi vengano assunti totalmente dallo Stato. Un percorso che sarebbe grandemente facilitato con la costituzione della zona franca.
Su questa linea si è mosso il porto di Venezia, acquisendo molte aree da destinare ad una portualità più commerciale che industriale, ma sono state proposte anche altre destinazioni quali il terminal per le Grandi Navi da crociera, la city della PA-TRE-VE, la città metropolitana tra Venezia Padova e Treviso e una destinazione ad area di commercio internazionale, un grande fondaco per la città di Venezia che è nata ed è diventata ricca come città di commercio del mondo medioevale.
Se Porto Marghera non avrà in futuro una destinazione industriale verrà a mancare nel nord est un’area industriale con accesso diretto dal mare. Potrebbe essere ripreso il progetto di molti anni fa di un’area industriale con queste caratteristiche da edificarsi nel basso Veneto (progetto Venezia Sud) , in terreno alluvionale nel quale non vi sarebbero difficoltà per lo scavo di canali portuali con profondità anche rilevante, canali che per la circolazione delle acque potrebbero utilizzare l’acqua del Po.
Sarà anche da valutare se, in un’eventuale nuova portualità del basso Veneto, possa essere collocato un porto commerciale, in via di ipotesi meno costoso come edificazione dell’isola artificiale prevista al largo di Venezia e meno oneroso come gestione, potendosi prevedere lo sbarco diretto delle merci, in particolare container, senza il doppio passaggio nave / isola e isola / terraferma.
L’idea progetto della “free zone” riteniamo possa costituire una delle più importanti risposte al tema dell’occupazione a Venezia e Mestre con l’attivazione di una miriade di PMI defiscalizzate, inserite in un’area servita dai migliori servizi in stretto collegamento con il polo tecnologico di VEGA e tale da rappresentare un’autentica svolta all’ex zona industriale che ha visto scendere gli occupati dagli oltre 30.000 degli anni passati agli attuali 10.000 addetti in continua decrescita.
In tale area, realizzata la mappa di tutti i vincoli in essa esistenti e di cui va operata un’intelligente ragionevole semplificazione, e adottate le norme anti burocrazia contenute nella legge Severino 31.12.2012,n.235, si potrebbero immediatamente realizzare:
a) il centro direzionale dei servizi, autentica city, di Venezia –Mestre implementando quanto significativamente VEGA con Condotte ha avviato con il progetto EXPOVenice (padiglione Aquae per EXPO 2015) e sulla base della visione strategica per il waterfront di Marghera, terminale privilegiato per l’economia veneziana e veneta e per il traffico marittimo dell’Oriente verso i Paesi dell’Est europeo;
b) il casinò del divertimento su cui a più riprese diverse società internazionali hanno dimostrato la volontà di investire;
c) il palais Lumière, dopo il superamento dell’assurda querelle sulla realizzazione di tale opera, con annessa università della moda, tenendo presente la riconfermata volontà della famiglia Cardin di realizzare l’investimento
Il casinò di Venezia
Ha rappresentato per anni una delle fonti sicure delle entrate per il Comune di Venezia.
Le precedenti gestioni avevano garantito promozione e sviluppo.
Poi l’inversione di rotta le cui cause principali sono così individuabili:
l’assenza di una gestione imprenditoriale all’altezza della situazione e l’ingordigia e l’avidità dell’unico azionista.
Va poi evidenziato il fatto nuovo rappresentato dalla comparsa sul mercato del gioco d’azzardo, prima oligopolistico e retto dal quadrumvirato dei casinò di Campione d’Italia, San Remo, St Vincent e Venezia, dello Stato, che ha distribuito su tutto il territorio nazionale centinaia di migliaia di slot machine al fine di far cassa per l’erario.
Ciò comporta l’esigenza di una nuova strategia e di una rinnovata gestione, considerato anche il fallimento del tentativo di offrire il casinò ai privati, dimenticando le due rovinose gestioni
SAVIAT (1936) e STILE (1963).
Semmai, si dovrà puntare:” ad aumentare il capitale sociale di quanto serve per il rilancio dell’azienda e il risanamento dei conti, concedendo ai privati che hanno un qualche interesse professionale ( produttori di attrezzature per il gioco, emittenti televisive, organizzatori di eventi, ecc.) la possibilità di sottoscrivere l’aumento sino al 49%.
Proviamo a immaginare di offrire una parte di questo 49% a quei lavoratori del casinò che hanno a cuore il destino della loro azienda. Molti di loro potrebbero essere interessati a rinunciare al 50% del TFR riducendo di oltre 4 milioni di Euro l’indebitamento della società, a rinunciare al 50% delle mance per i prossimi tre o quattro anni, apportando in questo modo circa 15 milioni di Euro e diventando azionisti della loro azienda. Naturalmente ad una condizione: il management dovrà essere confermato anno per anno dagli azionisti sulla base dei risultati e non scelto con obsolete logiche partitiche.”
Questa crediamo sia la strada da perseguire con la prossima amministrazione comunale unitamente al progetto di realizzare con capitali privati il grande casinò del divertimento; un progetto realistico con investitori pronti a intervenire e fonte possibile di una nuova e qualificata occupazione giovanile.
2) Sicurezza dei cittadini e STOP AL DEGRADO
Un elemento come la sicurezza urbana è divenuto centrale per la crescita, vivibilità, serenità dei cittadini e la stabilità degli investimenti. Non c‘è dubbio che in Terraferma questa sia peggiorata portando al degrado zone anche centrali faticosamente recuperate a funzioni pubbliche.
Il fenomeno immigratorio che ha interessato fortemente anche la nostra città, ha determinato una profonda trasformazione del tessuto sociale e demografico soprattutto di Mestre e della terraferma, sino a cambiare la stessa composizione della strutture dei servizi e della residenzialità in zone vaste come Via Piave, l’area attorno alla stazione di Mestre, Corso del Popolo ed altri quartieri della città.
Chi vive, anche suo malgrado, in una condizione di irregolarità, clandestinità o anche solo di oggettiva grave difficoltà economica, è più facilmente indotto a comportamenti e atti illegali.
Venezia città accogliente e ospitale, della storica tolleranza, darà spazio alla voglia di fare e di intraprendere dei lavoratori stranieri regolari, ma taglierà ogni possibilità di alibi ai non regolari attraverso il contrasto a:
· locazioni irregolari di abitazioni e negozi, controllo del rispetto del regolamento di igiene e numero delle persone per appartamento;
· lavoro in condizioni sommerse;
· evasione ed elusione fiscale del lavoro e dell’impresa, ma anche attraverso la tutela dei diritti fondamentali, promuovendo:
· contratti di solidarietà per nuovi veneziani che rischiano di tornare irregolari
· riconoscimento delle condizioni di asilo a chi ne ha diritto
· ricongiungimento familiare protetto per chi lo merita
Vogliamo perseguire l’obiettivo di fare di Mestre una città aperta e sicura con tolleranza zero verso le illegalità, il coordinamento quotidiano tra polizia municipale e forze dell’ordine; stop all’accattonaggio e al commercio abusivo a Venezia centro storico; rete di telecamere con monitoraggio quotidiano dei punti, aree, piazze e servizi residenziali della città
Il Comitato per la sicurezza costituito da tanti cittadini ha svolto un encomiabile ruolo anche di supplenza negli ultimi anni. Se si vuole che le strade tornino a ospitare famiglie e sicurezza, bisogna allargare le occasioni di incontro e favorire il commercio di vicinato, vedere nelle zone più a rischio la presenza permanente di controlli.
Il Comitato “Mestre off Limits” ci ricorda il positivo lavoro da loro svolto con le Istituzioni. Prefetto, Questore e Sindaco hanno intuito che l’interazione produce risultati e che l’azione del super comitato non è “contro” ma a “favore” delle Istituzioni stesse, laddove si rende problematico talvolta il semplice comunicare “cosa si è fatto, cosa si farà” da parte delle Autorità.
Il Comitato ha raccolto 7000 firme, creato spunti, quali il “Dossier Mestre”, puntuale analisi anche fotografica e suddiviso zona per zona, a testimonianza di quanto il degrado cittadino sia esploso praticamente ovunque.
Ulteriore passo, probabilmente unico nel panorama dei comitati cittadini, è stata la definizione di un disegno di legge da presentare ai parlamentari definendo un nuovo reato, “il procurato degrado” atto a colpire con pene rilevanti chi organizza i “racket di sbandati (i cosiddetti barbanera”) e ne trae vantaggi economici enormi.
La fattispecie colpisce altresì gli organizzatori della “via della prostituzione” invogliando con false promesse di lavoro in Italia donne dell’est. Allo studio la creazione di un network, sulla falsariga degli attuali social media, per allertare in tempo reale le Forze dell’Ordine alla presenza di un crimine e fornire dati utili alla re-pressione.
Una più forte dotazione di risorse umane e materiali alle forze dell’ordine e il sostegno all’attività di questi organismi sussidiari andrà sollecitata e garantita dalla prossima amministrazione comunale.
3) Servizi sociali e residenzialità
A Venezia da anni esiste un problema “residenzialità” collegata allo spopolamento e snaturamento della stessa nel centro storico, da considerare nell’ambito della situazione dell’intero Comune, terraferma di Mestre e isole dell’Estuario compresi.
Lo spopolamento, infatti, non riguarda solo il centro storico, ma tutto il Comune che ha visto un calo della popolazione dai 274.168 abitanti del 2001 ai 270.884 del 2010.
Il centro storico nel 2001 contava 65.695 residenti che si sono ridotti a 59.621 nel 2010; l’Estuario è passato dai 32.183 residenti del 2001 ai 29.933 del 2010.
I nati nel centro storico nel 2010, 406 e i morti 891; nell’estuario i nati nel 2010, 193 e i morti 448. Un tasso di natalità in centro storico pari allo 0,68% e di mortalità dell’1,49% e nell’estuario: tasso di natalità allo 0,64% e di mortalità all’1,50%.
Va anche considerato che negli anni 2006-2010 il saldo immigrati/emigrati nel comune risulta positivo solo per l’apporto di immigrati stranieri e che in relazione al saldo migratorio vi è un rilevante saldo migratorio negativo a favore di altri comuni della provincia di Venezia.
Ciò significa che, al di là del modesto aumento di residenti, a Mestre non trova casa un gran numero di cittadini provenienti dal resto del Comune.
Il tema dell’housing sociale assume anche a Venezia un ruolo importante all’interno di un mutamento profondo dei caratteri sociologici di Venezia e di Mestre:
Venezia ha mutato il suo significato economico tramutandosi da città direttiva a turistica, Mestre ha perso il suo significato di complemento di attività industriali che ora non ci sono quasi più e non ha raggiunto un superiore livello e l’Estuario ha perso la sua vocazione agricola e di centro marinaro.
In pratica nel suo complesso il Comune di Venezia ha mutato il suo significato economico pur mantenendo il suo assetto territoriale.
Beni immobili a diversa destinazione d’uso con prezzi drogati in centro storico per un’offerta indisponibile per i ceti medi e popolari e permanendo viva la domanda di edilizia sociale e a canoni compatibili rendono anche a Venezia e Mestre urgente il tema dell’housing sociale.
ATER e Comune di Venezia dispongono di un patrimonio immobiliare pubblico di circa 8000 unità immobiliari. Si tratta di procedere a un’esatta ricognizione della permanenza delle condizioni di bisogno in base alle quali furono a suo tempo compiute le assegnazioni delle case popolari, in conformità a corrette valutazioni degli Indici ISEE (situazione economica di un nucleo familiare, calcolato sulla base del reddito e di altri parametri socio economici) .
Procedere a offrire l’acquisto delle case a coloro che, essendone assegnatari, sono nelle condizioni e nell’interesse di assumere la proprietà dei beni assegnati per finanziare attraverso la vendita del patrimonio pubblico disponibile e non strategico, la nuova residenza sociale per i giovani, i nuovi veneziani e gli anziani.
Quanto al tema più generale dei servizi sociali il nostro programma, coerentemente all’azione condotta dai Popolari a livello regionale, intende impegnare la prossima amministrazione comunale a perseguire i seguenti obiettivi, coerenti con i principi di sussidiarietà e solidarietà cui ispiriamo la nostra attività politico culturale:
Vita: equiparazione con legge regionale dei nascituri ai nati per ogni beneficio regionale e degli enti locali veneti (es. punteggi erp, graduatorie, isee, …)
Famiglia: no tax area per 3 anni dal matrimonio prorogata di un anno per ogni figlio;
Famiglia/scuola: deducibilità completa delle spese per i figli dall’imponibile per tributi regionali e locali;
Famiglia: DARE SUBITO UNA “DOTE” a tutte le famiglie venete, creando il familiare ius aedificandi. Per ogni figlio un credito edilizio, utilizzabile o alienabile vincolando gettito a spese familiari. Così ogni famiglia avrà una vera e propria dote. Si tratta di un esempio di un inedito passaggio culturale da concepire e favorire, passando, cioé, dalla concezione di un “pubblico” che interviene con la spesa a un “pubblico” che sappia liberare risorse e indirizzare il mercato con le “regole”.
Welfare community - SOS sussidiarietà: una nuova legge regionale sui servizi sociali, convertirà i meccanismi di assistenza, attualmente troppo incentrati sulle strutture amministrative regionali e comunali, dalla elargizione di denaro o servizi al supporto di reti relazionali di prossimità alla persona che è in situazioni di disagio, per passare da un welfare della spesa a un welfare delle comunità; si deve, cioè, favorire che il sostegno alle nuove forme di povertà avvenga innanzitutto sostenendo le forme di solidarietà presenti nella società;
Welfare community - allargare il “pubblico”: la legge regionale, pertanto, equipari tout court i servizi alla persona del settore no profit ai servizi pubblici degli enti locali e ciò anche ai fini delle esenzioni dalle tassazioni regionali e locali gravanti sui beni strumentali all’attività;
Welfare community - costi standards: introduzione del meccanismo dei costi standards in tutti i servizi pubblici, specie sociali, sanitari e scolastici per una minor spesa complessiva:
Welfare community -spende chi sceglie! Riduzione della forme di gestione diretta nel pubblico e sostituzione del meccanismo di finanziamento pubblico. Attualmente i flussi finanziari promanano dalla Regione e dal Comune alle strutture, mentre bisogna mettere al centro “chi sceglie”, organizzando, in base ai costi standard”, la spesa per “crediti” e vouchers” che vengano messi direttamente a disposizione delle famiglie, che possono andarli a utilizzare, a loro scelta, nelle strutture sociali, sanitarie, educative, siano esse “regionali” o convenzionate o cooperative, al fine di porre in essere un pluralismo nell’offerta con un nuovo protagonismo di scuole libere e imprese profit e non profit, che consentirà risparmi di spesa, sviluppo occupazionale e miglioramento della qualità
Welfare community - cooperazione sociale contro disagio e disoccupazione: riconoscere le vere “gare comunitarie”, cioé considerando specificatamente la cooperazione sociale, anche di nuova costituzione (ad esempio fra ex dipendenti o giovani o overcinquantenni) nella legislazione regionale degli appalti, la cui normativa é allo stato penalizzante in quanto la natura no profit le rende meno competitive sui ribassi.
Risorsa educazione: Investire contro la cultura della sfiducia e, spesso, della disperazione accentuata dalla crisi economica, valorizzando l’offerta educativa e della formazione professionale, attraverso l’esenzione delle istituzioni scolastiche dai tagli e consentendo la piena detraibilità delle rette scolastiche per le scuole paritarie. Realizzare spazi nido all’interno delle aziende partecipate comunali, incentivare la realizzazione di nidi aziendali privati
Per le nuove famiglie andrà avviato un programma di aiuti come quelli su indicati e sperimentare asili con orario prolungato fino alle 20 anche per elevare il tasso di occupazione dei giovani
Per i portatori di handicap andrà promossa la formazione e il tutorato al telelavoro e avviato un incubatore di iniziative in telelavoro per valorizzare un potenziale di energie sottostimato
Per l’assistenza agli anziani e favorire un processo di invecchiamento attivo si favoriranno i servizi di aggregazione, socializzazione e assistenza domiciliare; si coinvolgeranno gli anziani disponibili in servizi di pubblica utilità; si potenzieranno le strutture pubbliche e private del volontariato sociale di sostegno extra ospedaliero per gli anziani non autonomi. Assistenza h24 compresa la somministrazione dei farmaci e del pasto a casa.
Stella polare della politica sociale della nuova amministrazione comunale dovrà essere l’assunzione del principio di sussidiarietà verticale e orizzontale con le istituzioni messe al servizio delle persone e dei gruppi sociali organizzati in un rapporto costruttivo permanente pubblico-privato avendo sempre al centro i bisogni e i diritti della persona.
Queste in sintesi le nostre proposte in materia di welfare e famiglia:
MINORI e ETA’ EVOLUTIVA
Monitoraggio della spesa finalizzata a contenere i costi e pribilegiare quegli enti gestori che restituiscono un rendiconto “ trasparente”
PROMOZIONE DELLA FAMIGLIA
Sostegno con politiche specifiche, contributo alla natalità, sostegno alle scuole materne e asili nido, sostegno economico alle famiglie in difficoltò
PROMOZIONE DELLA GENITORIALITA’
Sostegno alle famiglie attraverso il rafforzamento della genitorialità, promuovendo le reti di genitori con particolari attenzioni anche ai genitori separati/divorziati o singoli
ANZIANI
Progetto centro storico, isole terraferma assistenza domiciliare e servizi diretti
GIOVANI
Sostegno di politiche per la promozione del benessere tra i giovani incentivando le azioni di aggregazione giovanile
VENEZIA CITTA’OPEROSA
Le questioni accoglienza migranti va affrontata con l’onestà di concordare quanti migranti la città è in grado di reggere in termini di casa e lavoro e quali strategia siano concretamente possibili per:
a) accrescere le buone occasioni di lavoro in città
b) sostenere coloro che intendono andare altrove
c) accompagnare presso altri territori coloro che rimanendo in città andrebbero ad accrescere le schiere dei disagiati
4)Città metropolitana e riordino struttura comunale
L’indicazione legislativa per la città metropolitana di Venezia ha posto fine alla lunga e improduttiva querelle sui limiti territoriali di tale scelta avendo definitivamente concluso che in sostituzione dell’Ente Provincia, i 773 tra sindaci e consiglieri dei Comuni del veneziano che la costituiscono, eleggano la Conferenza Statutaria e il Consiglio Metropolitano per poi passare allo Statuto del nuovo Ente che sarà composto dal Presidente che la legge prevede sarà il Sindaco di Venezia e da 18 membri del Consiglio metropolitano dei Sindaci.
Sarà così definitivamente spezzata l’ambigua dialettica tra Comune di Venezia e Regione del Veneto, che ha portato all’affossamento inglorioso di entrambe le culture partitiche dominanti sulle due rive del Canal Grande, e offerta ai comuni veneziani l’opportunità di concorrere più incisivamente nelle scelte politico amministrative dell’intero territorio.
Per Mestre sarà più agevole risolvere molte delle difficoltà che si sono sin qui frapposte nel rapporto con il centro storico, mentre fondamentale sarà riorganizzare la complessa macchina organizzativo burocratica che ha mostrato molti limiti.
La burocrazia, fondamento indispensabile di qualsiasi struttura istituzionale, non può essere nella disponibilità degli interessi della politica, ma deve corrispondere a quei fondamentali principi di efficienza, efficacia, trasparenza e imparzialità indicati dalla Legge.
Il comune di Venezia conta oggi circa 3000 dipendenti dei quali un migliaio impegnati nelle sei municipalità.
Si tratta di compiere una seria analisi di efficienza ed efficacia di tale allocazione di risorse.
Vanno rivisti gli organici e avviato un processo di riorganizzazione creando un forte e capace ufficio ad hoc che funga anche da interfaccia a Venis Spa, la società informatica del Comune, perché l'ICT è un potente strumento per il re-engeneering di qualunque organizzazione e per migliorare i servizi. Bisogna anche rivedere e snellire le aziende partecipate, oggi oltre 100, spesso refugium peccatorum di trombati o supporter politici. Bisogna inoltre aprire i servizi alla concorrenza e al mercato.
Si dovranno operare alcune scelte immediate:
- blocco turn-over (ad esclusione servizi essenziali e L.68);
- riorganizzazione della struttura con valorizzazione della meritocrazia;
- riassetto complessivo delle municipalità e l’istituzione ufficio città metropolitana e analisi preventiva della divisione della città in due comuni (Venezia isole e Mestre terraferma);
- apertura uffici al pubblico aumentando le fasce orarie compresa l’apertura al sabato degli uffici anagrafe;
- formazione di un tavolo permanente di concertazione con tutte le categorie economiche della città per il rilancio e lo sviluppo di Venezia e Mestre
Anche l’assetto istituzionale andrà rivisto con la giunta comunale ridotta a soli 8 assessori oltre al Pro Sindaco di Mestre, il cui ruolo è stato colpevolmente soppresso e al quale andranno affidate le deleghe ai LL.PP e alla riqualificazione del territorio.
Al consiglio della città metropolitana il compito di riorganizzare la rete dei servizi sull’intero territorio razionalizzando quelli esistenti in funzione dei bisogni reali dei cittadini e in un corretto rapporto sussidiario pubblico –privato con ampio utilizzo della rete dei servizi del volontariato e del privato sociale.
TRASPARENZA E ETICA DELLA LEGALITA’
1) Applicare il percorso di trasparenza e l’osservanza del principio di responsabilità su tutti gli atti del comune di Venezia e degli enti pubblici ad esso collegati
2) Istituzione di un gruppo di lavoro per il controllo sistematico di tutte le gare comunali in corso e di quelle effettuati da almeno cinque anni
3) Costituzione di parte civile per la richiesta di danni causata dalle ben note vicende: caso MOSE,Consorzio Venezia Nuova, Mantovani….
4) Istituzione di un ufficio “Etica della legalità” per porre fine ai casi Bertoncello, MOSE, ecc. di concerto con la Procura della Repubblica e la Prefettura
SOCIETA’ PARTECIPATE
1) Procedere a una profonda ristrutturazione , dopo attenta due diligence di ciascuna realtà aziendale, mediante fusioni per incorporazione, secondo il principio: “Meno aziende, meno psrechi, più economie, migliori servizi per i cittadini”
2) Riforma dei contratti di servizio tra comune e aziende
3) Controllo sistematico dei livelli di dirigenza con attenta valutazione su costi, analisi efficacia ed efficienza su tutti i bilanci e Applicazione rigorosa del principio di responsabilità a carico di tutti i dirigenti
4) ACTV,VERITAS,AVM, e società partecipate tutte: blocco del turn-over assunzioni sui livelli amministrativi ad esclusione L.68 e garanzia dei servizi essenziali, sì alla mobilità interna tra aziende e loro controllate
5) CASINO’
Fallito il bando per la cessione a privati l’azienda deve tornare alla gestione comunale mediante una profonda ristrutturazione in temi di costi(Efficacia/efficienza) del management e il rilancio degli investimenti strettamente collegati al business della casa da gioco valutando con attenzione le nuove opportunità offerte dalla formula innovativo del casinò del divertimento
6) VEGA
Ristrutturazione secondo le linee indicate per l’area di Marghera e rilancio come sede europea dell’innovazione
INFRASTRUTTURE E TRASPORTI
Con la realizzazione della città metropolitana si potranno assumere iniziative maggiormente coordinate e condivise con le realtà territoriali veneziane facenti parte della nuova realtà amministrativa.
I nodi essenziali del sistema pubblico veneziano sono così riassumibili:
A) Metropolitana sub lagunare e di superficie.
Abbiamo accolto con totale condivisione le indicazioni fornite dal comitato “Progetto per Venezia” e riteniamo possano e debbano costituire un prezioso vademecum programmatico per la prossima amministrazione comunale.
Si rende necessario il collegamento dell’area di Tessera con l’Arsenale, secondo terminal di accesso alla città, in cui devono essere allocati tutti i servizi di informazione ed accoglienza per i turisti per poi raggiungere il Lido con il prolungamento del sistema e successivamente sfruttando la base delle barriere mobili del Mose, connettere a Nord in direzione di Punta Sabbioni e a sud Pellestrina e Chioggia.
Ritenendo consolidate per l’Area Aeroportuale le previsioni concernenti la connessione quanto meno con la SFMR (Sistema ferroviario), Tessera diventerebbe il fulcro dei sistemi dei trasporti pubblici verso:
1. L’entroterra Veneto col sistema SFMR
2. Venezia con il sistema sub lagunare e con eventuale estensione alla Stazione Marittima
3. I Lidi del Veneto con il sistema misto sub lagunare e di superficie
4. Il territorio Nazionale col sistema ferroviario ed aereo
A integrazione di quanto sopra indicato dovrà essere previsto il prolungamento del tram fino all’Aeroporto al fine di metterlo in connessione con la Città di terraferma.
B) Sistema di interconnessione Terraferma-Venezia con l’utilizzo delle vie accesso ora in essere (Ponte della Libertà e Ferrovia).
E’ opportuno realizzare la connessione del Tram con la Stazione Marittima.
Il Tronchetto dovrà assumere prevalentemente la funzione di Isola dei Parcheggi e di interscambio, connesso mediante il peoplemover, con Piazzale Roma.
Piazzale Roma oltre all’utilizzo dei parcheggi pluripiano esistenti dovrà assumere le funzioni di parcheggio dei mezzi pubblici da realizzare all’interno di una struttura coperta estesa a tutto il piazzale; sopra tale struttura potrà essere realizzato un giardino pubblico quale prolungamento dei giardini Papadopoli. Da tale struttura potrà partire il sistema di connessione con il Parco di S.Giuliano attraverso una pista ciclabile pedonale da realizzarsi con struttura autonoma anche ai fini della sicurezza del Ponte della Libertà.
Come progetto preliminare a suo tempo presentato da Veneto Strade approvato dalla Soprintendenza e accettato dal Comune, soluzione in seguito cassata dall’Amministrazione Comunale la quale ha previsto una soluzione ibrida che non consente la realizzazione di una pista di adeguate dimensioni anche in termini di sicurezza.
VENEZIA ARSENALE
L’Arsenale dovrebbe configurarsi come secondo Terminal di arrivo a Venezia.
Questa scelta ripristina di fatto un Terminal già esistente fin dalla fine dell’Ottocento lungo le Fondamenta Nuove dove arrivavano tutti i mezzi pubblici di collegamento con la Laguna Nord.
Questo secondo Polo permetterà di riattivare una parte della Città ora poco utilizzata, che servirà come punto di partenza oltre che di arrivo nella Città e come punto di partenza dei percorsi metropolitani per le Isole della Laguna.
Questo secondo Terminal dovrà essere dotato di punti di informazione per i Turisti sulla Storia della Città e sulla scelta, anche regimentata, dei percorsi di visita.
L’Arsenale dovrebbe essere rivalutato costituendo un Museo vivente della Storia della Città della sua Marineria recuperando e incrementando il grande Museo Navale ora poco conosciuto.
Lo specchio acqueo dovrà essere utilizzato come porto Turistico di qualità seguendo l’esempio di Arsenali nel mondo. Parallelamente a quest’ attività potrebbero essere inseriti alcuni Cantieri Navali per imbarcazioni in legno in continuità con la tradizione Storica della Repubblica Veneta ed essere connessi anche con scuole per Maestri d’Ascia.
SISTEMA DI VIABILITA’ INTERNA ALLA CITTA’ TERRAFERMIERA E CONNESSIONE CON IL PASSANTE.
Ricordando che il Comune di Venezia non ha mai richiesto in sede di dibattito sul Passante il finanziamento di opere complementari atte a garantire la qualità di vita e di disinquinamento dei centri di Zelarino e Trivignano interessati al traffico in uscita di tale struttura, risulta necessario ed urgente completare tra la strada situata a Nord del nuovo Ospedale ora ferma sulla Rotonda degli Arzeroni, su cui confluirà il Progettato Terraglio Ovest, con il Nuovo casello del Passante Nord di Martellago in fase di completamento.
Questa viabilità costituirà una connessione diretta con l’Ospedale di Mestre, la Tangenziale, Mestre Nord, San Giuliano, Venezia costituendo una circonvallazione Nord bypassando i Centri di Zelarino e Trivignano.
Questa strada di importanza vitale libererà dal traffico i quartieri residenziali del lato Ovest della Terraferma, mettendoli in facile connessione col sistema viabilistico principale.
Vanno, altresì valutate tutte le soluzioni legate alla trasformazione della zona Industriale di Marghera e quella relativa alla creazione della Città Aeroportuale e quadrante di Tessera.
IL SISTEMA INSEDIATIVO RESIDENZIALE PRODUTTIVO E TURISTICO
La Città Terrafermiera deve riappropriarsi della Laguna e diventare anch’essa parte della Città d’Acqua con la riapertura delle vie d’acqua Storiche.
La causa che ha determinato la cesura tra il Centro Storico e la parte Terrafermiera della Città è stata determinata dalla realizzazione sulla gronda Lagunare:
1) di interventi industriali (vedi Marghera)
2) di attrezzature di servizio (quali Aeroporto)
3) da Vincoli istituiti nella parte non utilizzata.
Tutti questi impedimenti hanno precluso l’utilizzo del Waterfront da parte del cittadini. Contemporaneamente i corsi d’acqua Canal Salso, Marzenego, Osellino, etc. che costituivano un sistema venoso che penetrava nel Territorio e che permetteva la connessione dello stesso con la Laguna, non erano più utilizzati, ma abbandonati ridotti e tombati.
Anche il Parco San Giuliano, in effetti, risulta connesso solo con la Terraferma essendo venute meno le strutture di integrazione con il Parco Lagunare.
Tale integrazione è ipotizzabile anche per le aree del Waterfront di Marghera che, liberata dalla Chimica e dai Petroli, dopo aver soddisfatto le esigenze cantieristiche del Porto e della Logistica, potranno essere utilizzate con le più svariate attività comprese quelle della nautica da Diporto non escludendo altre attività produttive ad alto valore aggiunto e non inquinanti.
In questa trasformazione dovrà essere posta particolare attenzione alla qualità ambientale ed architettonica dei nuovi insediamenti, ricordando che la qualità del prodotto architettonico attuale è molto bassa nella quasi totalità, non tanto dissimile dal prodotto architettonico degli anni Ottanta.
CONNESSIONE TRA MESTRE E MARGHERA
Per la Stazione di Mestre deve essere prevista una struttura a ponte atta a coprirla interamente su cui erigere strutture pubbliche, private, parcheggi e aree verdi e costituire un nodo di interscambio dei vari sistemi di trasporto ferro, gomma ed assolvere la funzione da trait-d’union fisico tra i centri di Mestre e Marghera.
Questa area così disegnata dovrebbe assumere le funzioni di centro della Città finalmente unificata.
CITTA AEROPORTUALE
Nell’area di Tessera esistono e sono proposte una serie di nuove iniziative quali ampliamento Aeroporto, piano Particolareggiato del Terminal, la previsione del Quadrante di Tessera e lo stadio.
Questi elementi costituiscono un unicum che non può essere trattato singolarmente perché si configurerebbe il pericolo di creare dei doppioni con il risultato di degradare l’iniziativa.
Né si può pensare ad edificazione di tipo Ricettivo Alberghiero in siti casuali, ma si dovrebbe trovare una collocazione in fregio ad uno spazio acqueo su cui si possa affacciare anche il Centro di Tessera.
Ciò si potrà ottenere ampliando la Darsena Aeroportuale per far si che il Centro di Tessera e le strutture ricettive si affaccino sulla Laguna, facendo percepire agli utenti di questi insediamenti le caratteristiche tipiche della Città di Venezia.
Va ricordato che questo affaccio era stato già a suo tempo Progettato per l’Aerostazione Marco Polo.
Le altre attività, oltre a quelle già citate, che andranno a costituire la città aeroportuale quali quadrante di Tessera e stadio, dovranno essere strettamente connesse tra loro con la ferrovia (SFMR) e il sistema di collegamento metropolitano.
Va ricordato che un’ eccessiva forzatura in termini di pesi urbanistici di quest’ area andrebbe probabilmente a toglier la capacità di trasformazione all’area di Marghera.
CENTRI ABITATI DI TERRAFERMA
Bisogna individuare le aree di trasformazione e le aree di Restauro Urbanistico all’interno dei Centri abitati, consolidati con caratteristiche diverse per ogni località, al fine di consentire una riqualificazione e una trasformazione delle stesse, creando il giusto rapporto tra superficie coperta e spazi pubblici anche, ove necessario, utilizzando lo strumento del premio di cubatura.
CITTA’ DELLA SALUTE
La nuova struttura ospedaliera dell’Ospedale all’Angelo, la struttura Ospedaliera Centro Nazareth, sono inserite in un sistema di aree libere che possono raggiungere i 100ha. Questo complesso di aree offre una grande occasione per destinarle a strutture di qualità pubbliche e private legate alla Salute, formando, di fatto, un complesso che si potrebbe definire Città della Salute. Queste aree sono facilmente connesse alla Tangenziale al Passante e al sistema Ferroviario e si configurerebbe come un unicum con altissima qualità, occasione unica nel Territorio Veneto in un contesto di ampie aree destinate al verde.
SISTEMA DEL BOSCO DI MESTRE
E’ impensabile che vi sia una grande percentuale di Aree libere senza un Progetto di sistema unico del Bosco di Mestre. Il Bosco di Mestre dev’essere un sistema continuo di verde aperto alla fruizione dei Cittadini e per questo scopo opportunamente attrezzato e sorvegliato, così come era nell’idea originaria del compianto Gaetano Zorzetto il cui avvio fu effettuato in collaborazione con l’Azienda Regionale delle Foreste del Veneto sulla base di un progetto organico integrato.
In queste aree potrà essere prevista la formazione di Bacini di Laminazione che potranno rappresentare un Plus Valore Ambientale oltre ad assolvere la loro naturale fruizione di raccolta delle acque in caso di eventi eccezionali.
Va valutata l’opportunità di far affacciare queste aree così destinate sulla Gronda Lagunare.
CENTRO STORICO
Al fine di riavviare il processo di riutilizzazione del Centro Storico ai fini abitativi vanno ripensate tutte le iniziative per rendere la Città facilmente fruibile dagli abitanti intervenendo anche pesantemente sulla Normativa in essere per il Centro Storico che non consente di realizzare trasformazioni compatibili con le richieste del vivere dei Cittadini.
LIDO
Va ripensato l’utilizzo di questa importante parte del Territorio per poter accogliere tutte quelle proposte che ripropongono la vera funzione di quest’ area nel solco della tradizione di utilizzo, sedimentata nel corso della storia, recuperando quel patrimonio architettonico esistente formatosi a partire dall’inizio del 900 e terminato con la seconda guerra mondiale.
PELLESTRINA
Bisogna tener conto che l’isola di Pellestrina è stata interessata da due grandi elementi di trasformazione: l’abbandono dell’agricoltura e l’acquisizione della grande spiaggia per cui la grande risorsa dell’isola potrebbe essere un turismo con delle connotazioni particolari supportandola ovviamente con adeguata dotazione di attrezzature e servizi.
Si procederà a un’attenta valorizzazione della tradizione della pesca e della molluschicoltura lagunare, in particolare nelle isole di Pellestrina e Burano con piattaforme per la logistica dei prodotti ; certificazione di qualità e di origine dei prodotti delle Valli da Pesca e delle aree di concessione della venericoltura della Laguna di Venezia con fidelizzazione dei ristoranti del Territorio che somministrano i prodotti locali con certificato di tracciabilità.
MURANO
Rilancio del marchio “Vetro di Murano” con fiera internazionale del vetro “VENEZIA VETRO”
BURANO
Città del merletto e della qualità della vita, rilancio della pesca, della scuola del merletto e nuovi percorsi per un turismo ecosostenibile
MESTRE
Tutelare il commercio di vicinato con iniziative specifiche di rilancio e di supporto, Mestre capitale del terziario avanzato
VENEZIA
Sede europea per smart island (Isola intelligente)
PRO.V.I.VE
Il progetto di recupero verde delle isole veneziane è stato a suo tempo sviluppato e presentato al CVN nel quadro degli interventi previsti nella laguna dalla Legge speciale.
Procedere a un’approfondita analisi della situazione esistente in collaborazione con Regione Veneto-Veneto agricoltura –servizi forestali e programmare interventi per la riqualificazione del verde in molte isole oggi lasciate abbandonate garantirebbe un’altra opportunità di offerta naturalistica di grande appeal per una domanda turistica qualificata
LAVORI PUBBLICI E MOBILITA’
1) Sulla base delle linee su indicate è necessario definire subito un piano per la riqualificazione del territorio di terraferma, centro storico e isole, dicendo Stop al degrado diffuso
2) Stop ZTL a Mestre e T-RED
3) Subito nuovi Park per rivitalizzare il centro di Mestre riducendo anche le tariffe strisce blu
4) Avviare il tram solo nella tratta Venezia-Favaro-Marghera
5) Stop ad altre progettazioni e ove la gestione si dimostrasse disastrosa valutare la riconversione sulla base di altre esperienze europee
6) Rilancio della stazione marittima
7) Nuovo stadio: avviare il quadrante e relativa viabilità (ANAS/COMUNE) con la progettazione del nuovo stadio e sua rtealizzazione mediante accordo di programma pubblico-privato
8) Legge speciale per Venezia
Costituire un tavolo di concertazione permanente con il governo per garantire la finanziabilità delle opre di risanamento e manutenzione ordinaria per Venezia e le isole
La presente Relazione assolutamente non esaustiva tende a rappresentare una serie di problemi che vanno affrontati e risolti coraggiosamente non certamente in termini di Vincoli di Norme e di condizionamenti e paure.
VENEZIA CAPITALE E SEDE EUROPEA DELLA GREEN ECONOMY
Tale ambizioso traguardo potrà essere perseguito attraverso:
· tutela e manutenzione qualitativa del nostro patrimonio verde;
· garanzia per le risorse necessarie per la salvaguardia del Parco Albanese, San Giuliano, del bosco di Mestre e di tutti i parchi cittadini che vanno riattrezzati con aree famiglia e gioco bimbi;
· recupero del litorale di San Pietro in Volta e Pellestrina con progetti ecosostenibili realizzati con i residenti dell’isola;
· sostegno delle fonti energetiche rinnovabili sugli immobili comunali e su aree pubbliche
· Promozione di Venezia e Mestre a Capitale europea della raccolta differenziata
VENEZIA NO SMOKING CITY
Un progetto che intendiamo sostenere e sviluppare è quello da noi definito: “VENEZIA NO SMOKING CITY” per la qualità dell’ambiente e della vita-promuovere la mobilità nautica a energia elettrica.
Trattasi di un’autentica rivoluzione destinata ad assegnare alla nostra città un ruolo di eccellenza e di leadership a livello internazionale, assolutamente compatibile con la sua unicità urbana strutturale e funzionale.
Recenti ricerche sui fattori di rischio della salute dei cittadini hanno dimostrato che l’inquinamento acustico e da fumi della combustione dovuto al traffico aumentano il rischio di infarto e le acuzie delle patologie cardiopolmonari con conseguente aumento della spesa sanitaria valutabile per i Paesi della UE in miliardi di €. La OMS ha chiaramente denunciato il potenziale cancerogeno delle emissioni dei motori diesel e a Venezia le emissioni sono ad altezza d’uomo, anzi a pelo d’acqua !
I dati sulle caratteristiche dei sedimenti lagunari ed urbani dimostrano che gli IPA prevalenti sono benzopireni, segno dell’inquinamento da traffico motoristico che rende quindi molto difficile un recupero della qualità ambientale; il traffico motoristico sia pubblico che privato incide quindi in maniera decisiva su un degrado ambientale che ha anche dimostrabili ripercussione sulla salute dei cittadini e dei turisti.
Le tecnologie di produzione dei sistemi fotovoltaici, di accumulo in batterie innovative e la motorizzazione per autoveicoli è matura e pronta per essere trasferita al comparto della nautica professionale e diportista: Venezia deve cogliere questa sfida e diventare il capofila progettuale ed industriale della trasformazione tecnologica della mobilità nelle Città d’Acqua e negli ecosistemi acquatici protetti.
L’aumento del costo dei combustibili fossili, ineludibile in un quadro economico internazionale, ed i fondi messi a disposizione dalla UE per il programma EU 20-20-20 rende compatibile ed equilibrato dal punto di vista finanziario un programma di motorizzazione elettrica della nautica con zero emissione e zero rumore, incentivando quella privata con incentivi come per le automobili e finanziamenti per il trasporto pubblico.
ASPETTI ECONOMICI
Il costo unitario del kwh con combustibile fossile è superiore a quello elettrico soprattutto se quest’ultimo viene integrato da produzione con energia fotovoltaica.
Il costo di mezzi nautici a propulsione elettrica non è significativamente superiore ai mezzi tradizionali e con un costo di manutenzione decisamente inferiore, ma è necessario su questi aspetti una evoluzione culturale degli Enti Locali che debbono mettere in essere provvedimenti e procedure regolatorie che favoriscano le scelte imprenditoriali nel passaggio a mezzi elettrici, in una prima fase anche ibridi ( a propulsione mista ): indicare come obbiettivo per Venezia che entro il 2020 la navigazione in Canal Grande sia permessa solo a mezzi a propulsione elettrica avrebbe un grande effetto di stimolo al rinnovamento anche della flotta pubblica ormai vecchia, rumorosa ed inquinante : COSTEREBBE LO 0,05 % DEL COSTO DEL MOSE
Queste azioni avrebbero anche un effetto positivo sulla cantieristica veneziana che metterebbe in moto un indotto tecnologico per quanto attiene tutte le tecnologie connesse rivolte alle produzioni di componenti per le quali il Veneto certamente ha già competenze e professionalità per sostenere un mercato non solo locale ma internazionale, poiché questo tipo di esigenze tecnologiche ed ambientali sono ormai globali.
[1] L’anno scorso i disoccupati che hanno presentato la cosiddetta Did (dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro) in un Centro per l’impiego della provincia di Venezia sono stati 13.683, dei quali il 48 per cento donne). In totale a fine 2013 i Did accumulati erano 30.241, il numero più alto degli ultimi sei anni e a dir poco allarmante per i problemi sociali che sottintende: dal 2008 al 2013 i disoccupati iscritti ai Cpi veneziani sono cresciuti del 62%, se poi compariamo il numero attuale dei disoccupati iscritti alle liste di chi cerca un lavoro e lo paragoniamo a quelli del 2005 (erano 14.542), scopriamo che sono più che raddoppiati. Anche i valori medi mensili del 2013 pari a 2.520 Did superano le medie mensili degli ultimi sei anni: la media mensile del 2012 è pari a 2.123, mentre negli anni precedenti erano, in ordine decrescente, 2.127, 2.079, 2.118 e 1.557.
La distribuzione dei Did e quindi dei disoccupati che non vogliono essere più tali, nella nostra provincia vede in testa il comune di Venezia-Mestre con il 32% (pari a 9.640 disoccupati in cerca di lavoro); il 22% a San Donà-Jesolo (6.642); il 14% a Portogruaro (4.270); il 12% a Mirano (3.709); l’ 11% a Dolo (3.302) ed il 9% (2.678) nel Cpi di Chioggia-Cavarzere.
I dati a disposizione dei Centri per l’impiego mostrano, inoltre, che il numero dei disoccupati per fasce d’età conferma che il numero maggiore di disoccupati è in piena età lavorativa ma non riesce a trovare un’occupazione. I did rilasciati dai Cpi della provincia di Venezia nel corso del 2013 erano così ripartiti: il 21% delle dichiarazione di immediata disponibilità ad un lavoro ha un’età inferiore ai 25 anni; il 51% è di età compresa tra 25 e 45 anni, mentre la fascia di disoccupati di età superiore a 45 anni raggiunge il 28%.
Donald Tusk eletto Presidente del PPE
"In nessuna circostanza possiamo dare" la gestione "della sicurezza e dell'ordine ai populisti politici, ai manipolatori e agli autocrati, che portano le persone a credere che la libertà non possa conciliarsi con la sicurezza", ha detto Tusk, dicendosi "profondamente convinto che solo coloro che vogliono e sono in grado di dare alle persone un senso di sicurezza e protezione, preservando le loro libertà e diritti, abbiano il mandato di candidarsi per il potere". Così ha parlato ieri al congresso del PPE a Zagabria , il polacco Donald Tusk, eletto con il 93 % dei voti alla presidenza del Partito Popolare Europeo. Sono parole chiare e condivise da tutti noi Democratici Cristiani italiani che ci rallegriamo per la sua elezione.
Venezia, 21 Novembre 2019
Venezia una città sospesa tra il mare e il cielo
Leo Longanesi scriveva : “ Italia, Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”. Un aforisma che vale quasi sempre per l’Italia, che si tratti di frane, alluvioni o dissesti idrogeologici. Nel caso di Venezia poi, con riferimento al MOSE (Modello Sperimentale Elettromeccanico), é ancora peggio se, dopo molti anni dal suo avvio, non siamo ancora giunti all’inaugurazione, soprattutto a causa di una delle storie più infami di tangenti della storia della nostra Repubblica.
E’ incredibile come uomini pesantemente colpiti da quelle vicende, ancora alcuni giorni fa, si dichiarassero al di fuori di ogni responsabilità, dato che sarebbero ” tutte di competenza statale”. Atteggiamenti miserabili assunti da chi, per i loro comportamenti sono stati condannati dalla magistratura, al tempo della Serenissima Repubblica di Venezia, sarebbero finiti appesi tra Marco e Todaro, le due statue che si ergono sulle colonne della riva di Piazza San Marco.
Quell’antica e gloriosa Repubblica è stata un’illuminata istituzione, che ebbe sempre al centro del suo governo, l’attenzione per la fragilità di un ecosistema unico al mondo; quello di una città sospesa tra il mare e il cielo, frutto dell’intelligenza e della operosa creatività umana, capace di curare insieme il delicato equilibrio tra le acque e la montagna, tra la difesa della laguna e il sistema dei boschi della Serenissima. Proprio a Venezia nacquero e si svilupparono gli studi e le discipline scientifiche dei sistemi idraulici e della selvicoltura, assegnati per la parte scientifica all’università di Padova e per la gestione operativa al Magistrato alle acque, la più alta autorità della Repubblica, dopo quella del Doge.
Dopo la disastrosa alluvione del 1966, fu Luigi Zanda, primo eccellente Presidente del Consorzio Venezia Nuova che, nel 1986 m’invitò, nella mia veste di Presidente dell’ICRAM ( Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare) a visitare con una delegazione di tecnici, Leningrado, l’antica San Pietroburgo, una città che frequentemente era anch’essa sottoposta alle incursioni rovinose del fiume Neva, che proprio in quella città sfocia nel Mar Baltico.
Viste le imponenti opere in calce struzzo messe in atto dall’allora regime sovietico, si costatò l’improponibilità di un tale sistema per una città come Venezia, e subito dopo si avviarono gli studi scientifici e tecnici che portarono a individuare nel sistema MOSE, una delle possibili soluzioni al tema dell’acqua alta. E’ stata questa, pur tra tante discussioni e vivaci confronti, la risposta che la politica tentò di dare secondo le indicazioni stabilite dalla legge speciale 798 del 1984, che mirava alla realizzazione dei piani di salvaguardia della Laguna di Venezia, per l’approvazione della quale lavorarono con particolare impegno, l’amico On Gianfranco Rocelli, deputato DC veneziano insieme ai colleghi Piergiovanni Malvestio (DC), Gianni Pellicani (PCI) e Gianni De Michelis (PSI) . Dal 1984 sono trascorsi 35 anni e col MOSE siamo fermi al 93 % della sua realizzazione (audizione alla Camera dello scorso anno, quella del 26 luglio 2018, dove l’ingegner Francesco Ossola, amministratore straordinario del Cnv, aveva dichiarato che “ad oggi, sono completate le opere per una percentuale del 93 per cento ed entro la fine dell’anno saranno depositate tutte le paratoie).
Come scrive l’amico prof Giuseppe Pace: “ già nell’ultimo secolo la Laguna e la sua funzionalità sono state profondamente modificate dall’azione umana, che ha contribuito, indirettamente, all’accentuazione del fenomeno. Le altezze di marea sono inoltre soggette a variazioni in rapporto a diversi fattori metereologici. In particolare le maree sono più elevate quando la pressione barometrica subisce un notevole abbassamento e/o in presenza di un forte vento di scirocco o di bora. Le più ampie escursioni di marea si verificano di norma nei periodo di novilunio e plenilunio (sizigie), nei periodi di primo ed ultimo quarto di luna (quadratura) è invece più difficile il verificarsi del fenomeno dell’acqua alta. In ogni caso, per essere informati bene si guardano le previsioni di marea nel sito ufficiale del Comune di Venezia. L’acqua alta è un fenomeno naturale frequente soprattutto nel periodo autunnale-primaverile, quando si combina con il vento di scirocco (vento di sudest, dalla Siria), che, spirando dal canale d’Otranto lungo tutta la lunghezza del bacino marino, impediscono il regolare deflusso delle acque, o di bora, che ostacolano invece localmente il deflusso delle lagune e dei fiumi del litorale veneto”.
Si aggiunga che Venezia come altre città litorali è sottoposta ai due fenomeni dell’eustatismo ( innalzamento del livello del mare) e della subsidenza (progressivo seppur lento abbassamento della quota base della città) che, sommandosi, insieme agli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici, rendono drammaticamente incerta se non sicura la scomparsa a tempi “brevi” della città unica al mondo.
Allo stato dell’arte e per le conoscenze acquisite dal Consorzio Venezia Nuova, al netto dell’infame sistema delle tangenti che hanno infangato la sua immagine, conoscenze che costituiscono un patrimonio straordinario e per certi aspetti unico, per le scienze idrauliche, biologico marine ed ecologiche a livello internazionale, vanno concluse le opere che ci permettano di collaudare e sperimentare in campo l’efficienza ed efficace del MOSE, mentre da parte di noi cattolici in primis, e di tutti gli uomini di buona volontà, una rilettura della “Laudato SI” di Papa Francesco, andrebbe fatta, al fine di assumere atteggiamenti e comportamenti personali e sociali, sino a quelli che attengono alle responsabilità politico istituzionali, che siano rispettosi degli equilibri che la natura reclama.
Ettore Bonalberti
Già Presidente ICRAM
Venezia, 18 Novembre 2019
Giovedi 14 novembre 2019
VIA ALLA FEDERAZIONE POPOLARE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI FIRMATO IERI L’ATTO COSTITUTIVO DEL NUOVO POLO DI CENTRO TRA TUTTI GLI EREDI DELLA DC
E’ stato firmato ieri a Roma l’atto costitutivo della FEDERAZIONE POPOLARE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI. Per la prima volta i partiti, le associazioni e i movimenti che si ispirano al valore primario dell’umanesimo cristiano si uniscono in un comune progetto politico. Con l’obiettivo di dare vita ad un partito centrista che recuperi la cultura politica e l’identità che sono il presupposto della democrazia.
Il nuovo soggetto politico unitario punta a superare la diaspora e le divisioni che in questi lunghi anni hanno compromesso una presenza culturale e politica nel nostro Paese ed a costituire una vera alternativa all’estremismo di destra e al populismo che si impone per la mancanza di un riferimento valoriale forte come quello del popolarismo.
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Presieduta dall’on Giuseppe GARGANI, l’assemblea ha approvato il documento con cui nasce la
federazione di centro sottoscritto dagli on. Lorenzo CESA (UDC), Mario TASSONE (NCDU), Renato
GRASSI (DC), Paola BINETTI (Etica e Democrazia), Ettore BONALBERTI (associazione liberi e forti)
Maurizio Eufemi (Associazione Democratici Cristiani) unitamente a parlamentari, e 40
rappresentanti di associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica, del volontariato e della
famiglia.
La nuova formazione si ispira ai valori dell’umanesimo cristiano e vuole inserirsi a pieno titolo nel
PPE, in alternativa alla deriva nazionalista e populista.
Nel deserto delle culture politiche che caratterizzano la politica italiana, prende finalmente avvio un progetto di ricomposizione dell’area politica cattolica popolare, aperta alla più ampia collaborazione con le forze disponibili alla difesa e integrale attuazione della Costituzione repubblicana.
I firmatari del documento costituiscono il Comitato provvisorio della Federazione che è aperta all’adesione di movimenti, di associazioni, che si ispirano al popolarismo. Nei prossimi giorni verranno organizzate in tutta Italia iniziative regionali e locali per presentare l’iniziativa e strutturarla sul territorio, mentre i membri promotori lavorano ad un’ASSEMBLEA COSTITUENTE che approverà il programma, il nome, il simbolo e gli organi dirigenti della Federazione a conclusione delle adesioni nazionali e territoriali.
“Solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“ (Alcide De Gasperi)
Al di là delle idiosincrasie democristiane di alcuni ex DC
Con il drammatico sviluppo del caso ILVA la situazione del governo Conti bis, già compromessa dal voto umbro e dalle fibrillazioni interne al M5S, diventa difficilmente sostenibile. Se, come alcuni osservatori ipotizzano, avvenisse la scissione del M5S si andrebbe alla crisi di governo e a elezioni anticipate al massimo entro Giugno 2020.
In tal caso credo che difficilmente si troverà una maggioranza per il cambiamento della legge elettorale, per cui le elezioni si potrebbero/dovrebbero svolgere con le regole vigenti del rosatellum. Niente proporzionale, dunque, come vorrebbe Matteo Renzi e vorremmo anche noi “ DC non pentiti”, ma sistema maggioritario con quote limitate proporzionali e i croupier maggiori PD e Lega a dare le carte.
Noi “DC non pentiti” siamo stati e siamo tuttora convinti che il sistema più opportuno per l’Italia sia quello proporzionale alla tedesca, con sbarramento al 4%, premio di maggioranza alla coalizione vincente e introduzione della “sfiducia costruttiva”, quale antidoto al trasformismo e alle transumanze parlamentari.
Sappiamo, però, che non è interesse né della Lega, né del PD, un simile sistema e che, le divisioni all’interno del M5S anche su questo campo, non permetteranno di far passare il proporzionale.
Sono partito da questa premessa sulla legge elettorale, dato che dipenderà proprio da essa se e come evolveranno le forze politiche, specie quelle in corso di scomposizione e ricomposizione, come quelle dell’area politica cattolico popolare.
Sono due le formazioni in corso di unione in quest’area: quella che punta all’avvio di una Federazione di Centro, partendo dal superamento della diaspora ex DC e quella che taluno ha voluto definire “ il partito cattolico” che si sta riunendo attorno al manifesto Zamagni.
Alla vigilia di una competizione elettorale anticipata sempre più probabile, corriamo dunque il rischio di ritrovare ancora quest’area divisa da una contrapposizione fondata su una sorta di idiosincrasia anti DC, di alcuni dei componenti più radicali interni al movimento che si muove attorno al manifesto Zamagni.
Tutto bene per un manifesto di valori assolutamente condivisibile anche da parte di noi “ DC non pentiti”, mentre costatiamo che, come accadde alla vigilia delle ultime elezioni europee, “amici”, come Ivo Tarolli e Giancarlo Infante, continuano nella loro contrapposizione a tutto ciò che si collega alla storia e alla tradizione politica democratico cristiana che pur di quella tradizione sono stati esponenti non secondari nella prima repubblica.
Un atteggiamento miope di amici che, come Tarolli, hanno ricevuto molto dalla DC e che, da ondivago inquieto ha fatto molte esperienze dopo il trascorso democratico cristiano. Nel caso di Infante, accanto a lunga e brillante carriera giornalistica,pesa, invece, un’ assai poco brillante esperienza di collaboratore di un DC molto discusso come Pino Pizza. Che poi Luciano Dellai, intervenendo su “ Il Domani d’Italia” nel dibattito sulle posizioni del cardinale Ruini e di Zamagni, quest’ultimo elevato al ruolo di cardinale laico di Santa Romana Chiesa, scriva:” Tutto si può dire di questo Manifesto e soprattutto di come è stato maldestramente interpretato nelle prime uscite mediatiche, con l’idea che esso segni già la costituzione di un Partito, frutto di convergenze vecchio stile di spezzoni consunti e nostalgici di antica classe dirigente: se così fosse non avrebbe futuro.”, sembra veramente il caso del “bue che dà del cornuto all’asino”. Ma come? Lorenzo Dellai, già esponente storico della DC trentina, ex sindaco DC di Trento, presidente dell’Amministrazione provinciale trentina, insieme a qualche nostro amico veronese, già ministro della Prima Repubblica, oggi sostenitore del manifesto Zamagni, sarebbero “ i virgulti del nuovo che avanza” rispetto a noi “spezzoni consunti e nostalgici di antica classe dirigente”? Temo piuttosto che siano proprio alcuni di loro dei “vecchi che avanzano” alla ricerca della perduta verginità politica e, dunque, proprio loro, autentica espressione di “spezzoni consunti e nostalgici di antica classe dirigente” ? Varrebbe, dunque, solo per noi come colpa, quello che per loro sarebbe stata un’ innocente infantile esperienza? Totò esclamerebbe senza indugi col suo gesto irriverente: “ ma mi faccia il piacere!!”.
Quel che è grave è che si tenderebbe a contrabbandare questa falsa contrapposizione come quella tra i cattolici liberali e i cattolici democratici e cristiano sociali. Noi, invece, crediamo nella bontà della scelta della Federazione di centro e non troviamo motivi di contrapposizione rispetto agli obiettivi indicati dal manifesto Zamagni.. La Federazione del nuovo Centro segna, infatti, il superamento della lunga diaspora democristiana e l’avvio di un’esperienza nuova di un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano e della dottrina sociale della Chiesa, inserito a pieno titolo nel PPE ( o Dellai e amici del manifesto Zamagni pensano ad altre collocazioni europee?), alternativo sia alla deriva nazionalista e populista a guida salvinian-meloniana che alla sinistra comunista ( non è la stessa posizione politica del “partito cattolico” ?! ), aperto alla collaborazione con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana dei padri fondatori ( o gli amici del “partito cattolico” pensano ad altro?).
Insomma, al di là, delle paturnie e idiosincrasie DC di qualcuno senza titoli per assegnare voti e formulare giudizi, temiamo che, continuando con quest’assurda ed equivoca divisione, non si faciliti il processo di ricomposizione dell’area politica popolare, né sul versante dei cattolici democratici, né su quello dei cristiano sociali, con il rischio, diversamente misurabile secondo la legge elettorale che prevarrà, di impedire ancora una volta ai cattolici di area popolare, di uscire dall’irrilevanza in cui sono stati sin qui emarginati e, spesso, dalle loro stesse mani condannati. E non basterà la benedizione di qualche cardinale o vescovo, ancorché emerito, per porre freno a questo straordinario errore di prospettiva politica.
Se riuscissimo, finalmente, a superare divisioni, egoismi e velleitarismi anacronistici, credo sarebbe meglio per tutti. Da parte nostra, come esponenti della Federazione di Centro, siamo disponibili per avviare con urgenza un’azione comune per ritrovare uno spazio politico e istituzionale degno della nostra migliore tradizione politico culturale.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it)
Componente esecutivo provvisorio Federazione di Centro
Venezia, 5 Novembre 2019
VIA AL NUOVO POLO DI CENTRO.
SIGLATO A ROMA IL PRIMO PATTO FEDERATIVO TRA TUTTI GLI EREDI DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA
ROTONDI, BINETTI, GARGANI, TASSONE, GRASSI, BONALBERTI, CESA E FIORI ANIMANO IL COMITATO PROVVISORIO CHE LAVORA ALLA PRIMA ASSEMBLEA COSTITUENTE
DELLA FEDERAZIONE CHE SI ISPIRA AI VALORI DELL'UMANESIMO CRISTIANO.
Si è costituita ieri, mercoledì 30 ottobre a Roma presso il Centro studi Leonardo da Vinci la Federazione tra i partiti e i movimenti che si ispirano alla tradizionale popolare della DC: hanno aderito 25 organizzazioni che si sono dati come programma la preparazione di un nuovo soggetto politico unitario per superare la diaspora e le divisioni che in questi lunghi anni hanno compromesso una presenza culturale e politica nel nostro Paese.
I firmatari del documento come manifesto politico della federazione, sono consapevoli della particolare situazione politica che attraversa il paese e della presenza di una destra estrema, eversiva e xenofoba che si è sviluppata per la crisi che ha attraversato il centro e la sinistra.
Con l’incontro svoltosi si mette la parola fine alla diaspora democratico cristiana durata oltre venticinque anni.
Presieduta dall’on Giuseppe Gargani, l’assemblea ha approvato il documento con cui nasce la federazione di centro sottoscritto dagli on. Lorenzo Cesa (UDC), Mario Tassone (NCDU), Renato Grassi (DC), Gianfranco Rotondi (Forza Italia), Publio Fiori (Rinascita popolare), Paola Binetti (Etica e Democrazia), Ettore Bonalberti (associazione liberi e forti) unitamente a parlamentari, e 25 rappresentanti di associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica, del volontariato e della famiglia.
La nuova formazione si ispira ai valori dell’umanesimo cristiano e vuole inserirsi a pieno titolo nel PPE, in alternativa alla deriva nazionalista e populista.
Nel deserto delle culture politiche che caratterizzano la politica italiana, prende finalmente avvio un progetto di ricomposizione dell’area politica cattolica popolare, aperta alla partecipazione di movimenti, che si ispirano al popolarismo per la difesa della Costituzione.
I firmatari del documento costituiscono il Comitato provvisorio della Federazione. Nei prossimi giorni verranno organizzate in tutta Italia iniziative regionali e locali per presentare l’iniziativa e strutturarla sul territorio, mentre i membri promotori lavorano ad un’Assemblea costituente che approverà il programma, il nome, il simbolo e gli organi dirigenti della Federazione a conclusione delle adesioni nazionali e territoriali.
“Solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“ (Alcide De Gasperi)
La sottoscrizione del documento politico da parte dei rappresentanti dei partiti politici che si rifanno alla storia della DC costituisce un fatto importante per chi come noi, “ DC non pentiti”, hanno perseguito sin dal 1994 l’obiettivo della ricomposizione dell’area politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali. Finisce il tempo della diaspora democratico cristiana e comincia quello della costruzione del nuovo centro della politica italiana. Un ringraziamento speciale agli attori protagonisti e, in particolare, all’amico Gargani che, come per il comitato per il NO al referendum del 1916-17, si è assunto l’onere di favorire tale ricomposizione.
Un grazie, infine, speciale, agli amici Antonino Giannone ( professore di etica e vice presidente ALEF) e Giuseppe Rotunno ( Civiltà dell’amore) i quali, dopo le elezioni del 4 Marzo 2018 hanno avviato presso i Missionari del Sacro Cuore a Roma, con un Work in Progress l’esame della grave situazione dei Cristiani in Politica ridotti alla subalternità e all’insignificanza.. Ora si apre un’altra pagina nella storia politica dei cattolici italiani, grazie alla ricomposizione dell’unità federativa di tutti gli ex DC impegnati nella costruzione del nuovo centro della politica italiana. Un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra comunista. Un centro aperto alla collaborazione con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana dei padri fondatori, che resta con i principi della dottrina sociale cristiana, la stella polare del nostro programma politico.
Ettore Bonalberti
Venezia, 31 Ottobre 2019
Quella stupida italica regola aurea
In attesa di conoscere se e quanto reggerà l’attuale coalizione di governo giallo rossa, l’unica certezza che abbiamo è il permanere di una suicida divisione delle diverse componenti di area politica cattolico popolare ed ex democratico cristiana, anche tra le quali sembra valere quella stupida italica regola aurea secondo cui: “ tutti vogliono coordinare e nessuno vuol essere coordinato”.
Molto dipenderà da come sarà risolta la questione della legge elettorale. Temo che la speranza renziana di una legge proporzionale sia un sogno che difficilmente troverà realizzazione. Anche noi “ DC non pentiti”, sin dal tempo dell’infausto referendum Segni, desidereremmo una legge proporzionale alla tedesca, con sbarramento al 4%, premio di maggioranza e introduzione della sfiducia costruttiva. Anche questa nostra spirazione, tuttavia, rischia di restare scritta nel libro dei sogni, atteso che, molto più realisticamente, le attuali forze predominanti parlamentari ( M5S, PD e Lega) sono molto più interessate o a conservare il rosatellum modificato, o, in alternativa, a un maggioritario alla francese a doppio turno.
E’ evidente che in quest’ultimo caso, come in quello molto più improbabile di un sistema proporzionale alla tedesca, senza la costruzione di un forte centro di ispirazione popolare, le diverse componenti che a quest’area fanno riferimento sono destinate all’irrilevanza. Quella sin qui sperimentata, tanto da coloro che decisero a suo tempo l’avventura della margherita prima e del PD poi, sia da coloro che, come gli ex DC senza titolo, hanno tentato la corsa solitaria alle recenti elezioni europee con esiti disastrosi. Vale, oggi come ieri, l’antico insegnamento di Carlo Donat Cattin, secondo cui: “ è sempre il cane che muove la coda” e molti di noi, per troppi anni, siamo stati ridotti al ruolo gregario della coda, sia quando il cane era il sogno liberale del Cavaliere o quello riformista del PD…..
Ciò che a me appare insopportabile é il trasformismo che, anche in questa nostra area si sta verificando, se sono vere le notizie che circolano in queste ore, secondo cui, ad esempio, avversari storici irriducibili per orientamento politico come Lorenzo Dellai e Ivo Tarolli, trentini ex DC, starebbero per siglare un patto politico sulla base del “manifesto” redatto dal prof Zamagni. Un testo ampio di principi e valori etico politici del tutto cari anche a tutti noi “ DC non pentiti”. Una premessa, tuttavia, da cui partire per costruire un organismo politico organizzativo attorno al quale condividere interessi e valori.
E’ diffusa una insopportabile idiosincrasia della DC che proprio Ivo Tarolli ebbe modo di manifestare slealmente alla vigilia delle ultime elezioni europee, quando insieme a Mario Mauro, accettò la discriminazione anche di un solo riferimento nella lista alla Democrazia Cristiana, finendo con il correre in solitaria con gli esiti da prefisso telefonico di quella sventurata e suicida corsa. Avendo concorso alla nascita del movimento Costruire Insieme ( quell’”Insieme” fu una mia proposta alla fine condivisa dagli amici Tarolli, Marini, Bonanni e soci, con riferimento alla nostra associazione “ Insieme”, nata ancora nel 2008 dei circoli di cui al sito: www.insiemeweb.net), quella discriminazione mi ha fatto particolarmente male.
Ancor più triste è costatare come amici della “Rete Bianca”, nati dopo la fallimentare esperienza all’interno del PD renziano prima e zingarettiano attuale, continuino a prefigurare pregiudizialmente una loro collocazione a sinistra, decidendo che in quell’area andrebbero bene gli amici di “Costruire Insieme” e di “Politica Insieme”, mantenendo, invece, una sorta di malcelata idiosincrasia per quegli amici, come noi della DC storica guidata da Renato Grassi e altri di partiti come il CDU, il NCDU, dissidenti di Forza Italia come Rotondi, che sono impegnati nella costruzione della Federazione di Centro, secondo il documento già sottoscritto da numerosi responsabili di partito, associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica e popolare.
All’amico D’Ubaldo, dopo la notizia del permanere anche da parte di Rete Bianca della discriminante verso “ i DC non pentiti”, ho avuto modo di evidenziare la nostra posizione con questa lettera: “ Caro Lucio, se hai letto le mie note ( le trovi tutte le nostro sito: www.alefpopolaritaliani.it) la mia posizione è molto chiara: prima ricostruiamo l’unità dell’area cattolico popolare ampia e plurale come ribaditoti nella precedente mail e poi apriamoci alle alleanze con chi condivide con noi il progetto di difesa e attuazione integrale della Costituzione repubblicana. Netta l’alternativa alla destra nazionalista e populista salvinian-meloniana e alla sinistra comunista. E’ evidente che la collaborazione non potrà che avvenire con le forze che insieme alla DC fecero la Costituzione, che resta il programma politico straordinario e ancora attualissimo tutto o in larghissima parte da realizzare.
E’ evidente che il PD rientra in quest’alleanza; assai più critica la posizione di Renzi e del suo nuovo partito (?!) atteso che Renzi è stato l’esecutore materiale degli ordini dei JP Morgan e degli altri hedge funds anglo caucasici/kazari che vollero il referendum della deforma costituzionale Renzi-Boschi. Noi con il comitato dei Popolari per il NO insieme all’ANPI. a molti PSI ed ex PCI e nel Veneto anche con la Lega di questa regione, abbiamo stravinto a sostegno del NO.
Ora Peppino Gargani, che proposi a presiedere il Comitato dei Popolari per il NO, proprio ieri ha annunciato l’avvio del Comitato dei Popolari per la difesa della democrazia rappresentativa e la prossima settimana nascerà la Federazione di Centro in base al documento che ti ho già spedito.
Questa è la situazione e mi pare, se ho capito ciò che Rete bianca ( nata dalla vostra uscita dal PD) intende fare, che sia del tutto compatibile con i vostri propositi. O mi sono sbagliato? Certo le nostre antiche esperienze, tu nella Base e io in Forze Nuove, ci dovrebbero facilitare il confronto e la collaborazione, ma, soprattutto, sono le condizioni storico politiche dell’Italia che reclamano il ritorno in campo di un partito o di una federazione ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano e della dottrina social cristiana.”
Come ha confermato Salvini nei giorni scorsi:“ Il centro destra è superato, nasce la coalizione degli italiani “ anche noi ne siamo ben consapevoli. E’ vero, non esiste più il centro destra a guida del Cavaliere con FI partecipe del PPE, ma una destra estrema egemonizzata da Salvini e dalla Meloni. Contro questa “coalizione degli italiani” serve l’altra Italia del centro democratico popolare e dei riformisti in difesa della Costituzione. Lo abbiamo scritto e proposto in ogni occasione e lo riconfermiamo: tutti coloro che hanno firmato il patto per la Federazione di Centro intendono costruire un centro politico democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla deriva nazionalista e populista a guida salvinian-meloniana e alla sinistra comunista. Un centro che assuma come suo programma la difesa e attuazione integrale della Costituzione, insieme a quanti condividono tale progetto.
Vogliamo prendere atto della realtà di queste posizioni e mettere insieme le nostre sin qui scarse forze o vogliamo continuare con i pregiudizi e le aprioristiche e suicide divisioni? C’è una vasta area sociale e politico culturale che non attende altro che l’unità di un nuovo centro, a misura di quanto indicato nel manifesto Zamagni e nel Patto per la Federazione i cui testi alleghiamo. O, invece, siamo così sciocchi e suicidi dal voler rispettare la stupida italica regola aurea di cui sopra? Penso che sarebbe bene incontrarci e decidere INSIEME come meglio procedere, atteso che, se non lo faremo noi autonomamente e quanto prima, saremo forse costretti a farlo poi, secondo ciò che ci imporrà la legge elettorale, ma, forse, a quel punto, sarà troppo tardi.
Ettore Bonalberti-Presidente ALEF
Venezia, 25 Ottobre 2019
Pubblichiamo il documento per l'avvio della Federazione di Centro
I sottoscritti
consapevoli della particolare situazione politica che attraversa il paese dopo la costituzione di un governo di emergenza tra due gruppi politici non omogenei il PD e cinque stelle e della esigenza di superare il “nazionalismo” e l’antieuropeismo che si erano affermati dopo le elezioni del 2018;
consapevoli che la scomposizione dell’ attuale assetto politico possa portare alla costituzione di nuovi soggetti politici capaci di superare le incertezze e le patologie che abbiamo patito in questi anni;
consapevoli che la novità in Italia e in altri paesi europei vi è la presenza di una destra eversiva e xenofoba che si è sviluppata per la crisi del centro e della sinistra;
consapevoli che per queste ragioni è urgente superare le attuali formazioni politiche che si richiamano alle posizioni di centro politico per una nuova aggregazione e quindi un nuovo soggetto politico
RITENGONO
che nel ricordo di un monito a tutti noto di Alcide De Gasperi “ solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“, si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali;
invitano tutti coloro che si riconoscono in questi principi e in questi valori ad aderire al costituendo “Polo di Centro” per dar vita con urgenza ad un patto federativo e per seguire una comune linea politica che sarà indicata dagli organi della federazione;
propongono che le associazioni e i partiti politici, che aderiscono alla federazione, possano conservare per intanto la loro attuale individualità giuridica e politica, restando vincolati dal comune impegno a rispettare le norme contenute nel patto federativo e da quelle che saranno approvate dai costituenti organi della Federazione;
propongono che le singole associazioni e singoli partiti politici siano rappresentati, all’interno della federazione, dai propri segretari politici e responsabili delle associazioni, o loro delegati, capaci di esprimere, in seno all’organismo comune, la volontà del proprio gruppo;
propongono in occasione della prima riunione del consiglio della federazione, che i singoli aderenti esprimano la loro proposta per la formazione di un simbolo unitario da adottare a maggioranza qualificata e da presentare alle prossime elezioni comunali regionali e nazionali nel quale tutti si possano riconoscere;
auspicano che venga approvata una legge elettorale proporzionale unica legge democratica, che chiuderebbe la lunga fase di transizione che ebbe inizio negli anni 90 con la legge cosiddetta “mattarellum”, e che oggi impone di ridare identità ai gruppi politici e protagonismo all’elettore.
Letto, condiviso e sottoscritto dal 24 /09/2019 al 15/10 /2019
Giuseppe Gargani (DC) Filiberto Palumbo (ex comp. C.S.M.) Mario Tassone (NCDU) Lorenzo Cesa (UDC) Antonino Giannone (Circoli Insieme) Renato Grassi (DC) Gianfranco Rotondi (FI) Giuseppe Rotunno (Civiltà dell’Amore) Ettore Bonalberti (ALEF – Associazione Liberi e Forti) Publio Fiori (Rinascita Popolare) Maurizio Eufemi (Associazione Democratici Cristiani) Mauro Scanu (Iniziativa Cristiana) ........................................ ........................................
N.B.: il documento é aperto alla sottoscrizione di movimenti, associazioni, gruppi e singole persone che ne condividono il contenuto.
Il Manifesto Zamagni
PER LA COSTRUZIONE DI UN SOGGETTO POLITICO “ NUOVO” D’ISPIRAZIONE CRISTIANA E POPOLARE
Preambolo
Quello che segue è un Manifesto, e non (ancora) un Programma Politico. Esso mira a definire l’orizzonte entro il quale il nuovo soggetto politico intende muoversi per giungere ad articolare le “ policies” e per chiarire il suo modo di agire.
1. La nostra è una stagione straordinaria
Le condizioni dell’Italia richiedono interventi straordinari, nei metodi e nei contenuti.
Le gravi difficoltà sociali, economiche e morali del nostro Paese, analoghe a quelle dei paesi del mondo occidentale, confermano quanto l’opzione riformista sia inadeguata, giacché il nostro tempo è connotato da fenomeni di portata epocale quali quelli della nuova globalizzazione, della quarta rivoluzione industriale, dell’aumento sistemico delle diseguaglianze sociali, degli straordinari flussi migratori, delle questioni ambientali e climatiche, della caduta di valori etici, nelle sfere sia del privato sia del pubblico. Le passioni ideali della solidarietà e della tensione civica sono sostituite da egoismi sociali e dall’individualismo libertario. Non basta allora “ri-formare”, occorre piuttosto “tras-formare”.
La Politica deve tornare a svolgere un ruolo fondamentale per la rigenerazione della vita pubblica, avanzando un nuovo modello di sviluppo inclusivo e solidale che, anche in riferimento alle prospettive indicate dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite con i suoi 17 obiettivi di sviluppo, sia in grado di sconfiggere le povertà e risolvere la complessa equazione che tiene insieme impresa, produzione, lavoro, consumi.
Il lavoro per tutti, da considerare quale primo obiettivo politico; il sistema produttivo da rilanciare, anzitutto nel Mezzogiorno; le Istituzioni, lo Stato e i partiti da riformare; la famiglia e la generazione e l’educazione dei figli da sostenere; il sistema formativo e la Scuola da rianimare, all’interno di una più generale risposta alla grave condizione giovanile; lo sviluppo equilibrato e sostenibile e la lotta al degrado ambientale sollevano condivise attese, ma al tempo stesso, costituiscono motivi di un intervento pubblico generoso.
Questi obiettivi trovano fondamento nel riconoscimento della Persona, della sua dignità in tutti gli stadi della vita, dal momento del concepimento fino alla sua conclusione naturale, e della famiglia che resta il primo insostituibile nucleo umano e sociale.
Le relazioni internazionali, soprattutto quelle dell’Europa e del Mediterraneo, cambiano e portano nuove trepidazioni per il mantenimento della Pace, messa a repentaglio dall’indebolimento degli organismi sovranazionali e dall’inaccettabile corsa agli armamenti.
Di fronte a tutti questi problemi, fortemente debilitato appare l’insieme del sistema politico ed istituzionale. Inevitabili le conseguenze sul funzionamento della cosa pubblica, centrale e locale, a partire dalla Giustizia e dall’apparato burocratico. Crescente è l’insoddisfazione da parte dei cittadini sempre più estraniati e distanti, persino dalle urne. Si deve rispondere a queste insoddisfazioni e ridare speranza alla nostra gente. Il centralismo statalista non nuoce solo alla società civile, ma anche al principio dell’autogoverno responsabile dei territori.
Riteniamo che oggi vi siano le condizioni per dare vita ad una nuova forza popolare aperta a credenti e a non credenti attorno ad un progetto politico di rinascita del Paese e dell’Europa. Tale progetto dovrà emergere ed essere precisato tramite il confronto democratico ed il dialogo tra tutte le persone e le forze che si ispirano ai medesimi principi qui sotto enunciati, superando le divisioni ed i personalismi del passato.
2. Necessità di ripartire da un “pensiero forte”
Ha scritto Montesquieu: “La corruzione dei governi comincia sempre dalla corruzione dei princìpi”. I princìpi sono indispensabili perché indicano la direzione verso cui andare per realizzare il “bene comune”, inteso come il bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo
Il nuovo soggetto politico contribuirà alla riscoperta di un “pensiero forte” nel riferimento ai principi della Costituzione, del Pensiero sociale della Chiesa e delle varie dichiarazioni sui Diritti dell’uomo.
Molti dei problemi italiani sono dovuti a un sistema bipolare che ha provocato divisioni e divaricazioni nella società, senza assicurare la governabilità, e ha reso più difficile il rapporto degli eletti con i loro elettori e con i territori di riferimento.
C’è dunque da definire un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale – con le dovute soglie – capace di ridare viva voce e piena rappresentatività a tutti i settori vitali della società, valorizzando il ruolo del Parlamento e degli organi elettivi ad ogni livello, nel quadro di una forte affermazione della democrazia rappresentativa e partecipata.
Ci ispiriamo al modello di democrazia liberale basato su partecipazione, rappresentatività, equilibrio, volontà di inclusione, realismo, ragionevolezza e concretezza.
3. Gli interventi necessari
Ecco le nostre proposte:
3.1) Contrastare quelle forme della politica (populista o sovranista) che umiliano i corpi intermedi della società, privati della capacità di proposta e di indirizzo. Ciò implica il passaggio verso un modello di ordine sociale fondato su Stato, Mercato, Comunità, in cui i corpi intermedi siano valorizzati per le loro proprie specificità.
3.2) Favorire il recupero delle energie vitali della società civile, molte delle quali sono promosse e consolidate dall’esperienza cristiana. Somma di intelligenze, di organismi, di capacità e di punti di vista, devono essere coinvolte il più possibile nei processi di partecipazione da cui scaturiscono idee, progetti e risultati migliori. Deve essere valorizzata e sostenuta quella rete fatta di partecipazione generosa, spontanea e benefica che, parte del più generale volontariato civile, si occupa delle disuguaglianze, dell’aiuto agli ultimi, ma anche della dimensione spirituale e culturale per rispondere alla necessità di curare le relazioni di chi è solo e abbandonato, molto spesso nell’assoluto disinteresse o in sostituzione del pubblico intervento.
Ciò significa anche ripensare il ruolo e l’organizzazione dello Stato, in particolare per quanto riguarda la piena attuazione del Titolo V della Costituzione sul sistema delle Autonomie locali e un riconoscimento delle funzioni proprie del Comune, della Provincia o Città Metropolitana e della Regione.
La presenza dello Stato deve tornare ad essere finalmente orientata verso una funzione di garanzia e di servizio per il cittadino, le famiglie e le organizzazioni intermedie. E’ necessario, così, partire per prima cosa dal ripensare la Pubblica amministrazione mettendola al servizio delle persone e della Legge, e non il contrario, e correggere tutte le distorsioni che impediscono al cittadino di uscire da una posizione di subalternità.
3.3) La famiglia – da considerarsi come una risorsa oltre che un bene in sé da tutelare – deve vedere riconosciuta la propria essenza e funzione, perché in essa prende forma la vita umana. In essa si articolano le più dirette relazioni interpersonali, si crescono e si formano i figli che un uomo e una donna decidono liberamente di concepire come atto di amore e di fiducia verso il loro futuro e quello dell’intera società. La famiglia è spesso l’ambito in cui si vive anche la conclusione della propria vita e ad essa ci si affida perché possa essere la più naturale e dignitosa possibile. La sollecitudine pubblica verso la famiglia deve diventare, allora, un insieme di impegni che riguardano la valorizzazione della Persona e della coesione sociale, oltre che portare un sostegno all’economia generale.
Nel “deserto” della natalità cui assistiamo, devono essere consentiti il diritto reale alla procreazione, il sostegno lungo l’intero processo educativo dei figli e la funzione di primo presidio di cura delle disabilità e dei tanti disagi fisici e di relazione affrontati, spesso, senza poter contare su aiuti sostanziali. Aiuti sostanziali che, nello spirito dell’art.1 della legge 194, dovrebbero servire a scoraggiare l’aborto e favorire il diritto alla maternità e alla paternità.
3.4) La crisi del sistema economico capitalistico e l’influsso della cosiddetta finanziarizzazione sollecitano a cogliere le trasformazioni in atto e a promuovere nuove politiche industriali, sostenendo i processi di innovazione ed internazionalizzazione in particolare delle PMI, dell’artigianato, dell’agricoltura, dell’agroalimentare e del turismo, e a dirigerci verso un’economia civile di mercato, disegnata dagli art. 41, 42 e 46 della nostra Costituzione, finalizzata alla prosperità inclusiva, cioè non solo a vantaggio di pochi. Solo la costruzione di società “generative” può consentire a ciascuno di raggiungere la propria realizzazione. In esse, infatti, non si umilia quanti sono in difficoltà con provvedimenti di paternalismo di Stato e/o di conservatorismo compassionevole. Si tratta, invece, di attuare politiche che tutelino, in modo congiunto, la persona, la società, la natura, come proclama con vigore la Laudato Sì.
Tutelare la natura significa avviare una transizione ecologica, tecnicamente e finanziariamente possibile, unica prospettiva di sviluppo e di competitività in grado di affermarsi in un’economia in via di ristrutturazione con la “circolarità” e la sostenibilità ambientale delle opere pubbliche, come quelle civili. Si osserva che la prima vera grande opera pubblica da realizzare è il mantenimento continuo di tutte quelle pubbliche.
Da aggiungere il grande potenziale di occasioni di lavoro, ancora non valorizzato appieno, rappresentato dall’immenso campo dei beni culturali.
3.5) La tutela della Persona e della società si concretizza anche nell’adozione di una politica volta alla piena occupazione, con misure volte alla riduzione del costo del lavoro, a favorire il nesso tra remunerazioni e produttività, a rilanciare un piano di investimenti per lo sviluppo dei settori strategici – in grado di assicurare e sostenere le condizioni per la ricchezza di senso della vita di ciascuno, e con il superamento delle attuali scandalose diseguaglianze sia sociali, sia territoriali tra Nord e Sud.
3.6) La riforma del welfare, da lasciare in ogni caso universalista, deve passare dal modello di welfare state al modello del “welfare di comunità”, grazie al quale è l’intera società, non solo lo Stato, a farsi carico del benessere di coloro che in essa vivono, con l’apporto degli enti pubblici, delle imprese e della società civile organizzata attorno alla famiglia. Si tratta dunque di dare ali al principio di sussidiarietà circolare (cfr. l’articolo 118 della Carta Costituzionale).
3.7) L’urgenza di avviare la rigenerazione del comparto Scuola – Università è sotto gli occhi di tutti. Non basta parlare di riqualificazione e/o di riforme di Scuola e Università. E’ l’impianto culturale che va mutato: Scuola e Università devono tornare ad essere luoghi di educazione morale e civica e non solamente di istruzione e/o formazione. Ce lo chiede lo stesso mondo del lavoro che dà oggi alle cosiddette “soft skills” (integrità morale, reputazione, capacità relazionali, di risoluzione dei problemi, resilienza, ecc.) un’importanza almeno pari, se non superiore a quella alle nozioni acquisite. L’obiettivo è quello di giungere ad un “patto educativo” per aprire orizzonti nuovi alla nostra società.
Una particolare attenzione deve essere portata alla libertà di educazione e all’insegnamento scolastico assicurato dalle scuole paritarie, ovviamente garantiti nel quadro nazionale fissato in materia dallo Stato. Anche il sistema educativo dev’essere completamente ripensato dando spazio e favorendo la partecipazione delle realtà sociali, tra queste preminente quella delle famiglie. Il “ patto educativo” di cui sopra deve partire dal coinvolgimento, più ampio di come sia stato assicurato formalmente finora, di quanti non debbono restare estranei alla formazione e alla crescita di bambini, ragazzi e giovani. Possono, invece, portare un contributo fondamentale per assicurare una “ unità d’intenti” necessaria a garantire un sostegno concreto e continuo ai processi formativi dei nostri figli.
3.8) La corruzione non è mai stata contrastata adeguatamente. Questo gravissimo fenomeno, favorito purtroppo da un diffuso mal costume di base, ripropone la presenza e il peso di organizzazioni malavitose da combattere con decisione. Così come deve essere contrastata la presenza di gruppi di pressione più o meno occulti in grado di condizionare la vita dei partiti, la gestione pubblica e, persino, la più generale amministrazione giudiziaria. Al fine di contrastare l’indebita pressione esercitate dalle “ lobbies” sulle procedure di assunzione delle decisioni pubbliche e perché queste siano assunte per il conseguimento dell’interesse generale, si darà corso ad una riforma dei regolamenti parlamentari volta ad invertire il ruolo delle istituzioni e degli interessi. Le istituzioni chiameranno nella sede della formazione delle decisioni gli interessi rappresentativi (senza appesantimento della speditezza delle decisioni). Si otterrà così il risultato dell’imputazione alle forze parlamentari della decisione assunta, sulla quale si potrà esercitare il controllo da parte del corpo elettorale. La corte Costituzionale eserciterà il suo sindacato sul rispetto della procedura di chiamata degli interessi rappresentativi nella sede di formazione della legge. Si porrà mano, finalmente ad una legge sulla rappresentanza dei corpi intermedi.
3.9) L’evasione e l’elusione fiscale hanno raggiunto oramai livelli insopportabili e limitano le possibilità di alleviare il grave peso gravante su imprese, famiglia e ceto medio e di investire in innovazione e formazione. Il carico fiscale deve basarsi su di un adeguato criterio di progressione in grado di garantire l’equità, come richiesto dalla totalità delle principali categorie economiche e sociali. In ogni caso, si deve costituzionalizzare il divieto di ricorso ad ogni tipo di condono, generatore principale della corruzione diffusa nel Paese.
3.10) Gli accordi commerciali e nelle regole della concorrenza, come in quelle degli appalti, devono andare oltre l’idolatria del prezzo minimo come unico criterio. La qualità di una regola economica è riconosciuta, infatti, non solo per la sua capacità di aumentare il benessere del consumatore, ma anche nel promuovere la dignità del lavoro, la tutela della salute, la salvaguardia dell’ambiente.
3.11) L’impegno per una politica estera pro-Europa deve essere volto ad una modifica di non pochi dei punti qualificanti i Trattati, quali l’inserimento della piena occupazione tra gli obiettivi della BCE, il rafforzamento degli strumenti per far fronte agli squilibri intra-Unione, l’allargamento dei poteri decisionali e di controllo del Parlamento Europeo in materia di politica economica e fiscale e di PESC). Si tratta, infatti, di realizzare condizioni effettive di equità tra tutti i paesi e i popoli dell’Unione. Pensiamo all’Europa come avrebbe dovuto essere: libera, aperta, lungimirante, coraggiosa e coesa. Un’Europa dei valori e dei diritti, nella quale è fondamentale essere più presenti, più credibili e più autorevoli. L’Europa deve avere il coraggio di avviare anche politiche comuni ed unitarie in materia fiscale e della difesa. Deve altresì farsi carico del macro fenomeno delle immigrazioni in maniera continua e strategica, anche riprendendo e rafforzando quelle politiche di cooperazione allo sviluppo nelle aree dei paesi emergenti abbandonate nei decenni scorsi. Non possono essere i singoli paesi europei, o gli scontri tra i paesi, a risolvere un problema tanto enorme. La doverosa accoglienza deve tenere conto delle possibilità dello stato di arrivo, deve essere partecipata da tutte le nazione europee e seguita da idonee politiche d’integrazione, assicurando il coinvolgimento dell’intera Europa.
3.12) A livello globale, la nuova forza politica dovrà agire per costruire autentiche istituzioni di pace e rivedere gli Statuti delle grandi istituzioni internazionali alla luce del principio del governo dei molti e sulla base del concetto che è “lo sviluppo il nuovo nome della pace”, nella luce di un universalismo affrancato dagli egoismi dei più forti e diretto a raggiungere un progressivo disarmo di tutti gli armamenti, a partire da quelli nucleari. In questo senso riteniamo che: la tratta degli esseri umani debba essere dichiarata crimine contro l’umanità; debba essere rinegoziato l’accordo TRIPS il quale sta determinando una concentrazione della conoscenza, come mai visto nel passato, causa prima della concentrazione di redditi e di ricchezza; sia necessario operare affinché la scienza e la tecnologia, oltre ad essere sempre più condivise, siano sempre più finalizzate alla crescita di tutti gli esseri umani; occorre dichiarare illegali i contratti di “land grabbing” (accaparramento delle terre), vera e propria pratica di neocolonialismo.
3.13) Questo progetto “neoumanista” d’ispirazione cristiana deve accogliere la dimensione della trascendenza, orizzontale e verticale. Si tratta, nella stagione attuale di accelerata digitalizzazione, di rispondere alla grande sfida di natura antropologica ed etica rappresentata dalla tesi del superamento della dimensione umana. Si promette di giungere alla creazione di “macchine” dotate, oltre che di intelligenza artificiale, anche di coscienza artificiale. Per quanto si apprezza e si sostiene il progresso scientifico e tecnologico e l’avanzamento dell’high-tech, non si può abdicare alla piena umanità dell’uomo, al rispetto della Persona, del suo ruolo e della sua funzione nella società. Il progresso scientifico e tecnologico non può sostituire l’orizzonte della trascendenza ed essere concepito in alternativa alle le esigenze di una crescita culturale ed intellettuale d’impronta umanistica, oltre che alla complessità di sentimenti e di sensibilità destinate a dare un senso alla vita di tutte le donne e di tutti gli uomini.
4. Estendere le libertà, rafforzare la democrazia, promuovere la solidarità
Con la concordia anche le piccole cose crescono. Riteniamo che il nostro bene e la nostra felicità dipendano non solo dai beni di giustizia, ma pure da quelli di “gratuità”. La grande scarsità di cui oggi soffre la nostra società è proprio quella di questo tipo di beni, assieme a quelli di partecipazione e coinvolgimento sulla base dello spirito di servizio e del disinteresse personale.
La politica rinuncia al proprio ruolo primario, quello di perseguire il bene comune della famiglia umana e scade al livello dello sterile calcolo di interessi contrapposti, se non prende atto di quella scarsità e non provvede a porvi rimedi.
Sovranismi e populismi sono risposte alla paura, non ai problemi che, anzi, alla fine, per esperienza storica, degradano in conflitti armati.
Per questo, siamo aperti a chi desidera estendere le libertà e rafforzare la democrazia e intende ritrovarsi attorno ai principi morali e solidali su cui si basa ogni convivenza civile e si salvaguardano la dignità della Persona, il ruolo della Famiglia, la Giustizia sociale.
Vogliamo, Insieme, portare una voce nuova nella politica italiana ed europea ricercando il massimo della convergenza e della condivisione intorno a progetti realmente in grado di rispondere alle necessità ed alle attese del mondo di oggi.
Forum aperto sulla ricomposizione politica dell'area cattolico popolare
Con il convegno di Avellino ( Lunedì 14 settembre scorso) promosso dal comitato per le celebrazioni di Fiorentino Sullo e dalla Fondazione Sullo, si è compiuto un passo significativo nel processo di ricomposizione dell’area cattolico popolare e degli ex DC.
Ad Avellino erano presenti i massimi dirigenti della DC irpina e l’incontro è stato onorato dalla partecipazione del presidente del Consiglio, Prof Giuseppe Conte, il quale ha tenuto una lectio magistralis sul ruolo politico dei cattolici nella Costituente e nella politica italiana.
Su quella lectio è intervenuto con un approfondito saggio (“ Il Nuovo Umanesimo di Giuseppe Conte”) l’amico Prof Antonino Giannone che è stato da noi editato sul nostri sito: www.alefpopolaritaliani.it
Ieri sulle colonne de “ Il Domani d’Italia”, è intervenuto sul convegno di Avellino, l’amico Giorgio Merlo, dell’associazione “ Rete Bianca”, con l’articolo ( " Conte e la DC") editato da " Il Domani d'Italia", che pubblichiamo.
Si apre così un forum del nostro sito nel quale invitiamo a intervenire quanti sono interessati al progetto di ricomposizione politica dell’area cattolico popolare.
Conte e la Dc.
di Giorgio Merlo
La visita del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ad Avellino per commemorare e celebrare il centenario di un grande meridionalista democristiano come Fiorentino Sullo, ha avuto tre grandi meriti. Innanzitutto un riconoscimento pubblico ed autorevole – affatto non scontato – del ruolo storico e politico della Democrazia Cristiana. Un partito che ha avuto una responsabilità di governo per quasi cinquant’anni nella vita pubblica del nostro paese e che ha saputo, in quell’arco di tempo, conservare la democrazia, garantire lo sviluppo e accompagnare la crescita italiana. Un ruolo politico, culturale e sociale che, come tutti sanno, e’ stato pesantemente contestato e anche platealmente criminalizzato per molti anni da ampi settori della stampa italiana e da uno stuolo di intellettuali, commentatori e opinionisti che hanno individuato per molti lustri nella Dc la ragione e la causa di tutti i mali della politica italiana.
In secondo luogo, al di là dell’inevitabile colore e goliardia di molti commenti giornalistici, l’intervento di Conte – soprattutto di fronte ad alcuni leader storici della Democrazia Cristiana, a cominciare dal Presidente Ciriaco De Mita – ha fatto emergere, per l’ennesima volta e per chi non lo sapesse ancora, che la Dc era un grande partito anche perché era espressione di una precisa e determinata cultura politica. Del resto, il cattolicesimo democratico, il cattolicesimo sociale e il cattolicesimo popolare non possono essere scambiati come semplici pillole propagandistiche disancorate dalla realtà. La Dc aveva un progetto politico, aveva un progetto di governo, aveva una visione di futuro perché possedeva una cultura di riferimento. Rinnegarla sarebbe semplicemente una miopia politica e una falsità storica. E il riconoscimento ad un leader come Sullo – come quest’anno si è fatto per lo statista piemontese Carlo Donat-Cattin nel centenario della nascita – e’ la conferma che quella cultura ha prodotto un fatto storico. Continuare a nasconderla o a sottovalutarla sarebbe semplicemente un falso storico e politico. In terzo luogo la presenza di Conte ad Avellino ha evidenziato, per chi se ne fosse dimenticato, che la Democrazia Cristiana aveva una qualificata, preparata ed autorevole classe dirigente. A livello nazionale ma anche, e soprattutto, a livello locale. Una classe dirigente che ancora oggi, dopo essere stata contestata, ridicolizzata e dileggiata per molti anni dopo tangentopoli e la fine di quella grande esperienza politica, continua a suscitare attenzione ed interesse per la qualità che sprigionava e per la capacità, nella coerenza dei comportamenti, di indicare la rotta e la bussola da perseguire per il bene dell’intero paese.
Ecco, la visita e l’intervento di Conte ad Avellino hanno confermato questi tre aspetti. E di questo gli va dato atto. Dopodiché, e’ persino scontato sottolineare che non basta una celebrazione del passato per innescare un processo politico del futuro. Soprattutto in una fase politica dominata dal trasformismo e dalla prassi trasformistica. Dove le alleanze sono il frutto di convenienze giornaliere, dove le appartenenze politiche vengono sacrificate nell’arco di poche settimane per la conservazione del potere e dove, soprattutto, le culture politiche semplicemente non esistono più perché domina il pressapochismo, la superficialità e la leggerezza della classe dirigente.
Insomma, la presenza dei cattolici democratici e popolari continua ad essere indispensabile e necessaria per il nostro paese. Con altre culture e altre esperienze politiche, com’è ovvio. Ma la presenza politica, culturale e programmatica di questo filone ideale non può essere semplicisticamente riproposto attraverso il richiamo della nostalgia o con una piroetta trasformistica. E questo per rispetto della Dc, del suo ruolo politico, della sua cultura politica e della sua autorevole ed irripetibile classe dirigente. Come, appunto, ha detto il Premier ad Avellino.
Il Nuovo Umanesimo di Giuseppe Conte
Nel 100^ Anniversario di Fiorentino Sullo, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte spiega l’importanza vitale del cattolicesimo democratico e la sua attualità nella fase politica italiana e lo definisce “Nuovo Umanesimo”.
Ad Avellino nel teatro Gesualdo, davanti a una platea formata da Rappresentanti delle Istituzioni: Sindaco, Presidenti Provincia e Regione; dalla maggior parte dei Sindaci dell’Irpinia; dagli Ex Parlamentari della Democrazia Cristiana che si sono dispersi in tanti anni tra Partiti di Centro Destra e di Centro Sinistra, uniti dopo 25 anni;
dai Vescovi di Avellino e Sant Angelo dei Lombardi; da autorità civili e militari; da imprenditori e manager di livello nazionale; da centinaia di Studenti delle scuole dove studio’ Fiorentino Sullo, si e’ tenuta la celebrazione del 100^ anniversario della nascita dell’ex Ministro irpino.
Sulla figura di Sullo ha parlato Gerardo Bianco, Presidente del Comitato Promotore del centenario della nascita di Sullo, che ne ha esaltato le qualità morali e politiche, nonché la concretezza nel porre al centro la questione del Mezzogiorno per lo sviluppo dell’intero Paese.
Ha poi parlato Gianfranco Rotondi Presidente della Fondazione Sullo, che cambia il suo nome in Fondazione DC, che ha organizzato nei minimi particolari l’evento con grande partecipazione popolare.
Rotondi ha ricordato aneddoti di Sullo: quando dimostrava di essere lo studente con il “dito alzato” grazie alla sua vivacità intellettuale; il suo grande coraggio: quando faceva propaganda per la Democrazia Cristiana, rischiando la propria incolumità con i fascisti del tempo; quando poneva il Mezzogiorno al centro di ogni ipotesi di sviluppo dell’Italia; quando incoraggiava i giovani a servire la politica.
E’ quindi intervenuto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte con una Lezione per giovani e meno giovani:
“Il ruolo dei Cattolici e dei democristiani nell’Assemblea Costituente”. Conte ha fatto un’analisi del cattolicesimo democratico, decisivo nella fase dell’Assemblea Costituente e nella formulazione dei programmi politici della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi. Ha citato La Pira con il fine dello Stato; ha parlato del personalismo di Mounier in grado di Riconoscere- Garantire - Promuovere. I diritti della persona: si e’ soffermato sui concetti dell’uomo Integrale. Conte condivide con il personalismo che lo Stato non è il tutto, ma che è l’uomo al vertice e lo Stato al servizio dell’uomo. Di conseguenza il Presidente ha respinto l’idea della cultura orientata a misurare la persona in relazione alla sua produttività e il dominio del neoliberismo sull’uomo e sulla politica.
L’uomo non è fatto di aspirazione soltanto economica. Massima attenzione alla sopraffazione della Tecnica sull’uomo; della globalizzazione e della info telematica.
Per riuscire in questi obiettivi, Conte ha sostenuto che serve ricorrere agli insegnamenti delle Encicliche: Rerum Novarum, Quadrigesimus annum, Evangelii Gaudium che ha definito “la Rerum Novarum del XXI secolo”. Conte ha infine citato Aldo Moro e la sua idea della socialità progressiva, e ha lodato la grande intuizione della Democrazia Cristiana di tutelare le classi intermedie, unitamente alla Famiglia, la Scuola e il Lavoro che vanno messi al centro del programma politico, citando gli Art. 1 e Art. 2 e Art.4 della Costituzione. Oggi secondo Conte per rafforzare il recupero dei cittadini alla costruzione della Polis bisogna riproporre la Visione e Concezione dei cattolici costituendi del 1948. “Nella Costituzione tutti i cittadini dovevano sentirsi rappresentati perché la Costituzione è l’anima della polis, custode della vita e ad essa hanno contribuito in modo altamente significativo i costituendi cattolici”.
Ha richiamato così l’importanza del “Codice di Camaldoli” degli intellettuali cattolici; “Le Idee costruttive” (luglio 43) e “La parola ai democratici Cristiani” (dic 43) di A. De Gasperi, unitamente al suo discorso su “Le basi morali della democrazia” tenuto nel 1948 alla Conferenza di Parigi.
Accanto al valore della laicità espresso da De Gasperi, si affianca il valore promozionale dell’aspetto religioso
In questa direzione Conte ha chiarito il convincimento che il Cristiano nel guardare alla Missione di Cristo nella storia deve manifestare la sua piena laicità che dovrebbe ispirare la politica italiana per i prossimi anni.
Una bella lezione di storia e di etica politica che e’ servita ai giovani e ai numerosi presenti, ma anche a Conte per chiarire, con questo suo intervento, a differenza che in passato, il significato che lui attribuisce al Nuovo Umanesimo, cioè quello di un cattolicesimo democratico adattato nell’era digitale e nella società della globalizzazione perché pone l’uomo al centro con la sua dignità, senza sottrarsi a guardare a Dio. Dunque Conte ha ampiamente risposto alle accuse di Padre Livio e di tanti critici che hanno confuso il Nuovo Umanesimo di Conte con quello del filosofo Edgar Morin che teorizza nella società globale l’Uomo= Dio = Ragione con la definitiva cancellazione del Cristianesimo.
Alla luce di questi riferimenti, Conte ha dunque affermato che politicamente e’ di grande attualità il cattolicesimo democratico anche per affrontare i problemi emergenti del XXI^ secolo: Crisi ambientale, sopraffazione dei popoli più deboli con guerra e distruzioni. Ma cosa resta di questa cultura politica dei cattolici?
Il Cristianesimo non ammette fughe dalle responsabilità. Dunque il Nuovo Umanesimo ha come nutrimento i valori cattolici perché possa vivificare e soddisfare i bisogni dell’era digitale
“Serve, quindi ai cattolici un sussulto di responsabilità per partecipare alla costruzione della Polis nella società italiana e nella casa comune europea.
Non sappiamo se servirà un’unità politica o una più rinnovata democrazia dei Cristiani”
Noi ci sentiamo di concludere che serva una nuova DC per riportare un nuovo umanesimo con la persona al centro senza subire il regresso e la decadenza morale di questi ultimi 25 anni. Conte ha quindi concluso che
i cattolici sono chiamati a registrare l’attualità dei valori politici declinati da Don Luigi Sturzo con l’Appello ai Liberi e Forti.
Antonino Giannone
Prof. Leadership ed Etica - Fellow of ICE Lab Politecnico di Torino
V.Presidente ALEF
Il de profundis dei sabotatori seriali
Guardando il video dell’assemblea di una dozzina di amici DC, illegittimamente convocata dal prof Luciani, Sabato scorso a Roma, , trova conferma l’infausta previsione secondo cui la storia di questi sette anni ( Novembre 2012, data della celebrazione del XIX Congresso nazionale della DC) da tragica si sarebbe conclusa in una tragicomica farsa finale.
Lasciamo a questi amici, già deferiti ai probiviri del partito guidato da Renato Grassi (unica legittima espressione di ciò che rimane della DC storica) il compito di seppellire le loro ultime frustrazioni, mentre continuiamo a sostenere ogni azione positiva verso la ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.
Sono stato tra i promotori nel 2011, con gli amici: Publio Fiori, Silvio Lega, Sergio Bindi, Calogero Mannino, Paolo Cirino Pomicino, Ugo Grippo, Clelio Darida, Ombretta Fumagalli Carulli e alcuni altri, dell’autoconvocazione del vecchio ultimo consiglio nazionale della DC, con il quale riaprimmo il tesseramento al partito, sulla base del quale il tribunale di Roma ha riconosciuto la legittima continuità storica del partito, e, successivamente, celebrammo il XX Congresso nazionale (Novembre 2012) con l’elezione di Gianni Fontana alla segretaria nazionale.
Fummo immediatamente stoppati dall’azione dei sabotatori, interessati sopra tutto ai temi del patrimonio immobiliare ex DC e abbiamo dovuto combattere sette anni di sofferenze e di lotte continue che, Sabato scorso, hanno vissuto il momento delle comiche finali, con l’annuncio della prossima imminente elezione di un “anti-papa”, del tutto fuori da ogni legittimità politica e statutaria.
Miserie di una povera classe dirigente ispirata più dalla frustrazione, che dalla razionalità politica. Con queste miserabili azioni e il triste spettacolo offerto sabato scorso, i sabotatori seriali segnano il loro tragico de profundis politico culturale. Di fatto si sono posti al di fuori della DC, legittimamente riconosciuta dal tribunale di Roma, i cui organi sono stati eletti nel congresso del 14 Ottobre 2018.
Prioritario adesso é dare avvio alla federazione dei DC e Popolari italiani su cui stanno lavorando seriamente gli amici Gargani, Grassi, Cesa, Tassone, Rotondi, con il sottoscritto e con gli amici Eufemi, Fiori, Rotunno e Giannone. Questi ultimi due, nei prossimi giorni, verificheranno le adesioni di diversi gruppi, movimenti e associazioni dell’area politica cattolica interessati/bili al progetto.
Un’iniziativa particolarmente importante è quella assunta dalla “Fondazione Sullo”, oggi “Fondazione DC”, guidata da Gianfranco Rotondi ( “ il miglior fico del bigoncio”, direbbe il compianto Francesco Cossiga), di dar vita a un comitato tecnico scientifico presieduto dall’amico Prof Antonino Giannone, vice presidente ALEF ( Associazione dei Liberi e Forti-www.alefpopolaritaliani.it), che si dedicherà alla formazione della nuova classe dirigente. Un comitato che già vede l’adesione di qualificati esponenti del mondo accademico, scientifico e della società civile.
Ci sono altri amici, già democratici cristiani, i quali, usciti dal PD e ritrovatisi nell’associazione “Rete bianca”, stanno tentando di organizzarsi con alcuni gruppi, che sembrano, almeno sin qui, più preoccupati di apparire distinti e distanti dalla storia della DC, assertori di una purezza tutta da dimostrare, rispetto alla quale nutriamo sempre quella giusta prudenza mista allo scetticismo, così presente a Pietro Nenni che sui “duri e puri” formulò una lapidaria sentenza :“A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro... che ti epura.”
Tra questi, ahimè, ci sono amici che ebbero quasi tutto dalla DC, ma che nelle recenti elezioni europee hanno finito con il vergognarsi del loro stesso passato, sino a porre il veto su una lista unitaria che avesse anche solo il riferimento allo scudo crociato.
Sono “ i duri e puri” che sostengono l’idea di un “vino nuovo in otri nuovi”. Bellissima proposta, salvo che, esaminando i curricula di alcuni dei protagonisti scopriamo: quanto agli otri, trattarsi di consumati amici ex DC ora pentiti, in cerca di un salvifico rilancio, insieme a pseudo giovani rancorosi, alcuni dei quali hanno girovagato, nel ventennio della diaspora DC, di orto in orto senza trovare ristoro. Quanto al vino, infine e per la verità, non abbiamo ancora potuto conoscere e gustare le novità d’annata.
Non disperiamo, tuttavia, che anche questi amici finiranno con il ravvedersi e, di fronte alla situazione reale della politica nazionale, aderiranno al progetto di nuovo centro che la Federazione dei DC e Popolari intende concorrere a promuovere. Molto dipenderà da come terminerà la difficile partita della legge elettorale, che influirà largamente sull’evolversi della politica italiana.
Quello che noi perseguiamo, in ogni caso, è l’idea di un centro ampio, plurale, che da tempo connotiamo come: democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla deriva nazionalista salvin-meloniana e alla sinistra comunista. Un centro aperto alla collaborazione con tutte le forze disponibili all’impegno per la difesa e la realizzazione integrale della Costituzione.
Un passo importante in tale direzione è l’annuncio dato dall’amico Peppino Gargani secondo cui, Mercoledì prossimo, “il Comitato dei popolari per il NO”, da lui presieduto, con cui conducemmo la nostra battaglia contro la deforma costituzionale renziana, tramuterà la sua ragione sociale nel: “Comitato per la difesa della democrazia rappresentativa”. Di lì si ripartirà con la richiesta, mi auguro, di una proposta di legge di iniziativa popolare per l’attuazione concreta dell’art 49 della Costituzione sulla democrazia dei e nei partiti, premessa indispensabile per una reale democrazia rappresentativa nel nostro Paese.
Ettore Bonalberti
Venezia, 14 Ottobre 2019
Avvio della Federazione dei DC e Popolari italiani
Con l’On Giuseppe Gargani, Renato Grassi, Mario Tassone, Lorenzo Cesa e Gianfranco Rotondi, abbiamo condiviso e sottoscritto l’allegato documento con il quale intendiamo costruire la Federazione dei DC e Popolari italiani. Gli amici Antonino Giannone (Vice .presidente ALEF) e Giuseppe Rotunno ( segretario nazionale dell’associazione Civiltà dell’amore: www.civiltadellamore.org ), stanno promuovendo e raccogliendo le adesioni di numerose associazioni e movimenti dell’area cattolico popolare.
Trattasi di un passo importante per la ricomposizione di quest’area politica, al quale anche ALEF (www.alefpopolaritaliani.it) ha confermato la propria adesione, e per la costruzione di un nuovo centro della politica italiana. Un centro democratico, popolare, liberale e riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo al nazionalismo populista salviniano e della destra estrema, come della sinistra radicale. Un centro aperto alla collaborazione con le culture politiche che intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione, in linea con quanto abbiamo sostenuto nel 2016, con il comitato dei Popolari per il NO alla deforma costituzionale renziana.
Sarei lieto se anche tu, condividendo il documento allegato, potessi aderire alla nostra iniziativa concorrendo a dar vita nella tua realtà territoriale a una presenza operativa della costituenda Federazione.
Se conosci altri amici responsabili di gruppi, movimenti e associazioni interessati/bili al progetto, saremmo lieti se tu potessi renderli informati e partecipi di questo progetto.
In attesa di una tua cortese risposta, ti saluto cordialmente.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF
Direzione nazionale
Venezia,
8 Ottobre 2019
Testo del documeno di adesione:
I sottoscritti
consapevoli della particolare situazione politica che attraversa il paese dopo la costituzione di un governo di emergenza tra due gruppi politici non omogenei il PD e cinque stelle e della esigenza di superare il “nazionalismo” e l’antieuropeismo che si erano affermati dopo le elezioni del 2018;
consapevoli che la scomposizione dell’ attuale assetto politico possa portare alla costituzione di nuovi soggetti politici capaci di superare le incertezze e le patologie che abbiamo patito in questi anni;
consapevoli che la novità in Italia e in altri paesi europei vi è la presenza di una destra eversiva e xenofoba che si è sviluppata per la crisi del centro e della sinistra;
consapevoli che per queste ragioni è urgente superare le attuali formazioni politiche che si richiamano alle posizioni di centro politico per una nuova aggregazione e quindi un nuovo soggetto politico
RITENGONO
che nel ricordo di un monito a tutti noto di Alcide De Gasperi “ solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“, si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali;
invitano tutti coloro che si riconoscono in questi principi e in questi valori ad aderire al costituendo “Polo di Centro” per dar vita con urgenza ad un patto federativo e per seguire una comune linea politica che sarà indicata dagli organi della federazione;
propongono che le associazioni e i partiti politici, che aderiscono alla federazione, possano conservare per intanto la loro attuale individualità giuridica e politica, restando vincolati dal comune impegno a rispettare le norme contenute nel patto federativo e da quelle che saranno approvate dai costituenti organi della Federazione;
propongono che le singole associazioni e singoli partiti politici siano rappresentati, all’interno della federazione, dai propri segretari politici e responsabili delle associazioni, o loro delegati, capaci di esprimere, in seno all’organismo comune, la volontà del proprio gruppo;
propongono in occasione della prima riunione del consiglio della federazione, che i singoli aderenti esprimano la loro proposta per la formazione di un simbolo unitario da adottare a maggioranza qualificata e da presentare alle prossime elezioni comunali regionali e nazionali nel quale tutti si possano riconoscere;
auspicano che venga approvata una legge elettorale proporzionale unica legge democratica, che chiuderebbe la lunga fase di transizione che ebbe inizio negli anni 90 con la legge cosiddetta “mattarellum”, e che oggi impone di ridare identità ai gruppi politici e protagonismo all’elettore.
Letto, condiviso e sottoscritto
Giuseppe Gargani (DC)
Renato Grassi(DC)
Mario Tassone (NCDU)
Lorenzo Cesa (UDC)
Gianfranco Rotondi (FI)
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)
Direzione nazionale DC
Venezia, 5 Ottobre 2019
Si riprenda la realizzazione del bosco di Mestre
«A Venezia, una delle città più resilienti del mondo siamo partiti dal presupposto che la sostenibilità ambientale fa sempre il paio con il tema delle risorse economiche. Vogliamo dimostrare che l’attenzione all’ambiente, non deve essere percepita come un costo per la collettività, ma diventa volano per l’economia circolare. Un esempio per l’Italia e l’Europa che nasce nel cuore produttivo ed industriale di Porto Marghera. Con Eni e Toyota implementiamo una partnership pubblico privata che punta alla ricerca e innovazione a ricaduta produttiva», ha commentato così il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro l'accordo raggiunto . Un’ottima iniziativa del comune e della città metropolitana di Venezia alla qual dovrebbe seguire l’immediata realizzazione dell’antico sogno del compianto Gaetano Zorzetto del “bosco di Mestre”, sin qui avviato solo in minima parte.
In molte città si è aperto il dibattito sulla costruzione di “green belts” (“cinture verdi”) immagazzinatrici di anidride carbonica e produttrici di ossigeno, strumenti essenziali per un futuro low carbon delle aree urbane. A Venezia questa proposta nacque molti anni fa con il progetto de “ il bosco di Mestre”. Ho svolto una minuziosa ricerca d’archivio nella raccolta integrale delle riviste “ Le Foreste”, pubblicazione periodica bimensile/trimestrale edita dall’ARF del Veneto, della quale avevo la responsabilità di direzione, capo redattore il Dr Mimmo Vita attuale dirigente di Veneto agricoltura.
La prima idea di un recupero ambientale con una proposta di intervento in un’area peri-urbana ad Ovest di Mestre è stata ospitata nel numero 2 Marzo-Aprile della rivista “ Le Foreste” nell’anno 1986.Trattasi di un articolo dell’Arch. Stefano Boato con correlatori l’Arch. Giorgio Sarto e il Perito agrario Lorenzo Simoni, nel quale si assume l’obiettivo di “ rafforzare e migliorare il rapporto tra aree periferiche ed urbane di Mestre attraverso un recupero ambientale inteso come elemento di riqualificazione del tessuto urbano esistente…”
Più avanti nel saggio si ipotizza un’area di circa 130 Ha i cui limiti fisici erano individuati: ad Ovest da Via Comboni a Zelarino, a Nord dalla via Castellana, ad Est dalla ferrovia VE-TS, a Sud dalla via Brentola Forte Gazzera.E si propone di realizzare “ un parco di tipo paesaggistico le cui caratteristiche fondamentali sono date dall’esistenza di grandi zone prative organizzate per la ricreazione ed il tempo libero egli abitanti di Mestre”; da grandi aree boschive (Bosco in città) costituite essenzialmente da essenze tipiche dei boschi della pianura veneta orientale”.
Nel n.2 Marzo-Aprile del 1987, della rivista “ Le Foreste” pubblicammo il progetto dell’ARF per il “recupero e la valorizzazione di un terreno di proprietà dell’IACP di Venezia sito in località San Giuliano” all’intermo del quale prevedevamo, tra l’altro, la”costituzione di un bosco planiziale di pianura a quercetum penducolatae con finalità ricreative”, considerato che “ lungo il litorale, nel passato erano presenti boschi di conifere mentre lungo i margini della laguna vi erano boschi costituiti da latifoglie” .Erano le prime idee di quello che, solo qualche anno più tardi, con totale diversa impostazione, sarà il parco di San Giuliano, su iniziativa dell’assessore arch. Caprioglio.
Da direttore generale dell’ARF del Veneto, in quegli anni era presidente ARF, il Dr Renzo Fant, dopo l’esperienza dell’azienda in alcuni interventi di arredo verde urbano nei giardini della Biennale di Venezia, nel bosco di Mirano, e a Villa Mocenigo di Alvisopoli. avevo espresso l’idea di recuperare il verde nelle isole della laguna veneziana.
Gaetano Zorzetto, V. Sindaco di Venezia, era componente del consiglio di amministrazione dell’ARF e fu in occasione di una seduta del Cda nella quale avevo presentato l’idea del PRO.V.I.VE ( Progetto Verde Isole Veneziane) che suggerì l’idea del “ Bosco di Mestre”. Una descrizione analitica della genesi e della realizzazione del primo lotto del bosco di Mestre ad opera dell’ARF del Veneto è quella contenuta nel numero speciale della rivista “ Le Foreste” dedicato al Bosco di Mestre, edito come allegato al n.2 di Marzo-Aprile 1990 .
Dopo una mia breve presentazione del perché l’idea di realizzare 1330 Ha di bosco nella realtà urbana di Mestre è proprio Gaetano Zorzetto, quale assessore al verde pubblico di Venezia, che redige un editoriale con il quale descrive esattamente la filosofia da cui trae origine il bosco di Mestre: dare concreta attuazione al piano per la prevenzione e depurazione dell’inquinamento diffuso di origine agricola, relativo ai carichi agricoli e zootecnici, della laguna di Venezia, attraverso la messa a riposo di vaste aree agricole, specie lungo i corsi dei fiumi e dei canali di scolo delle bonifiche, e di procedere alla loro forestazione.
Scrive Zorzetto: “ Per dare concreta attuazione al citato piano, il comune di Venezia in cooperazione con l’azienda regionale delle foreste, intende realizzare “ il bosco di Mestre”, un impianto di forestazione di un’area di circa 1330 ettari, collocata lungo il orso dei fiumi Dese e Marzenego Osellino ed estendentesi dal boschetto di Carpenedo-Terraglio fino alle foci lagunari dei due corsi d’acqua.” Nello stesso speciale sono redatti due articoli: il primo dell’arch. Franco Posocco, allora segretario generale per il territorio di regione Veneto, sul “ Significato urbanistico ed ambientale del “bosco di Mestre” e uno della Dr.ssa Silvia Majer sul valore ecologico e sociale del bosco.
Sarà con la consegna da parte del comune di Venezia all’ARF del Veneto dei primi 8 Ha dislocati nell’area PEEP Bissuola Mestre, il 17 Marzo 1994, che prenderà il via la realizzazione effettiva del primo nucleo del sogno di Zorzetto e mio, che poté partire grazie alla determinazione assoluta di Zorzetto e all’aiuto che, sin dall’inizio, fu garantito all’ARF dal Presidente della Regione Veneto, Franco Cremonese. E fu così che, il 17 Marzo 1994, in occasione della festa degli alberi, Gaetano Zorzetto con Renzo Fant poterono inaugurare, con l’organizzazione dei “services di Mestre”, il primo stralcio del Bosco di Mestre nel rione Pertini che, dopo , 23 anni é il rigoglioso bosco di latifoglie autoctone prodotte nel vivaio regionale dell’azienda, piantate piccolissime dall’ARF , piantine che tante polemiche suscitarono, specie da parte di alcuni vivaisti privati. Tutto questo è ben rappresentato nel n.1/1994 della rivista “ Le Foreste”a futura memoria.
Nel 1998 cessai dal mio impegno di direttore dell’ARF del Veneto; Gaetano Zorzetto ci ha lasciati nel 1995. Del perché quel nostro straordinario sogno non sia potuto realizzarsi nelle dimensioni e modalità da noi auspicate è compito da lasciare oramai agli storici di Venezia e di Mestre. Chiediamo al sindaco Brugnaro e al consiglio comunale di Venezia di voler riprendere quel progetto che farebbe molto bene alla nostra città.
Ettore Bonalberti
Già direttore dell’ARF ( Azienda regionale delle foreste del Veneto)
Venezia, 7 Ottobre 2019
Filippo Peschiera ci ha lasciati
L’amico Filippo Peschiera, socio fondatore della DC nel 2012, ci ha lasciati. Filippo ha rappresentato una figura importante del cattolicesimo democratico di Genova, di riferimento nel campo del diritto del lavoro e sindacale. E' morto a 88 anni. Fu sequestrato il 18 febbraio 1978 da un commando delle Brigate Rosse alla scuola di Formazione superiore del capoluogo ligure. I terroristi lo ferirono con 5 colpi di pistola alle gambe. Vollero processare il docente, lo studioso di diritto del lavoro e il politico cattolico impegnato nella Democrazia Cristiana.
Orgoglioso della sua DC Ligure ha continuato con indomita passione la sua battaglia a sostegno dello scudo crociato sino alla fine. Rivolgiamo le nostre fraterne condoglianze ai suoi familiari mentre lo ricordiamo nelle nostre preghiere.
Venezia, 30 Settembre 2019
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale
L’Italia e’ la quarta
nazione in Europa a legalizzare la morte provocata per via medica.“Dobbiamo
ripeterlo con forza, dobbiamo gridarlo nelle piazze e dai pulpiti, dobbiamo
insegnarlo nelle scuole e negli oratori: uccidere non è un diritto, è un delitto, il suicidio è un atto tragico che si ha il
dovere morale di fermare, opponendovisi con tutte le forze. La compassione e la pietà vere significano “farsi
carico” di chi è nel
bisogno, non certo uccidere con un farmaco letale, anestetizzandosi la
coscienza perché “me lo aveva chiesto lui” Così scrive Massimo Gandolfini
Presidente Associazione Family Day, difendiamo i nostri figli (www.interris.it/inter...aliera)
Che tristezza vedere che sulla Tesi della
Corte costituzionale PD+M5S+Leu + Italia Viva di Renzi abbiano già presentato
un disegno di legge per autorizzare il suicidio assistito; la libertà a
sopprimere la vita altrui e la propria vita. (www.ilfattoquotidiano.it/2019/...76814/)
I cattolici sono del tutto irrilevanti
nelle scelte politiche da qualche decennio perché si sono dispersi in tanti
cespugli e con Rappresentanti politici che si accontentano di poltrone e
strapuntini nei partiti più grandi o nel sottogoverno e che non desiderano
“servire la Politica, ma servirsi della politica”. Adesso questa deriva a
favore della libertà individuale di sopprimere la vita sia al suo nascere nel
grembo di una madre, sia alla fine naturale per una sofferenza non più
sopportabile, questa accidia e torpore che attanagliano i cattolici, ha
raggiunto il livello più basso.
La responsabilità etica e’ sempre più debole a
livello della politica e delle altre attività sociali.
L'agenda cattolica è da decenni rappresentata
politicamente dai neoliberisti, che stanno distruggendo il pianeta (facendo
finta di essere ecologisti), devastando il concetto di uomo (facendo finta di
essere umanisti), deformando il concetto di natura (dicendosi naturalisti). E i
cattolici cosa fanno?!! La cultura cattolica si è lasciata devastare dal
“politicamente corretto”, da informazioni pseudo scientifiche sui media, da
visioni neopagane nella vita quotidiana e soprattutto dalla assenza e dal ripudio
di una Filosofia adeguata per comprendere e pensare la realtà!! I
laicisti, gli atei, anche numerosi cattolici con aggettivi, stanno
addirittura festeggia di la legge sull'eutanasia, come un principio di
liberazione, come segno di autodeterminazione, e certo se sei cresciuto a base
di principi, progressisti, materialisti e neoliberisti, non sei più ne’
cristiano e ne’ cattolico. Ormai è tardi!!
“Ciò che è dannoso nel mondo non
sono gli uomini cattivi, ma il silenzio di quelli buoni
(Martin L. King). Bisognerebbe ripartire dalla Missione,
rievangelizzare i popoli di vecchia (e dimenticata) tradizione cristiana per
riavvicinarli alla Buona Novella.
Sara’ un lavoro immane .... per le generazioni
più giovani; servirà realizzare un grande programma di educazione
morale, di un umanesimo integrale di valori Etici e Cristiani che siano
condivisi dalle comunità nei territori, dal popolo italiano per il
miglioramento del bene comune
Adesso serve un riscatto delle coscienze che
affermi il valore dell’Amore per la Vita e non la supremazia della libertà
assoluta dell’uomo secondo l’ideologia del Nuovo Umanesimo senza più DIO nella
storia dell’uomo dell’era digitale.
Chesterton, che sarà proclamato Beato il 19
Ottobre, diceva: “La libertà e’ assumersi la responsabilità di quello che si
sta facendo, in relazione a se’ stessi e al mondo. Verrà il momento in cui
dovremo combattere per dichiarare che l’erba e’ verde. Il momento e’ venuto.
Dobbiamo combattere”, e’ un appello che vale per chiunque si dichiara e dice di
essere Cristiano.
Servirà riequilibrare il sistema politico,
sbilanciato a destra o a sinistra; e’ adesso che si dovrebbe realizzare
l’aggregazione politica in una Federazione di un Polo di Centro di cattolici e
laici, popolari e liberali, ispirati cristianamente, adesso altrimenti non si
farà più e la società italiana accelererà verso la deriva laicista, atea e anti
Cristiana.
Antonino Giannone
Prof. di Etica professionale e Relazioni industriali
Politecnico di Torino
Vice Presidente ALEF
Milano, 26 Settembre 2019
Grande confusione sotto il cielo
Grande confusione sotto il cielo del centro della politica italiana. La promessa della legge elettorale proporzionale crea fibrillazione in quasi tutti gli schieramenti politici. Convinto della lezione di Bobbio ( “ Destra e sinistra- Ragioni e significati di una distinzione politica”- Donzelli editore 1994 ) condivido l’idea che destra e sinistra abbiano ancora un senso e che, nella nostra attuale fase politica, questa idea si declini anche con quella della dicotomia tra sovranisti nazionalisti e europeisti fedeli agli ideali dei padri fondatori.
Ho combattuto per oltre vent’anni per la ricomposizione dell’area democratico cristiana e cattolico popolare, dovendo constatare amaramente il fallimento del progetto. Troppe le divisioni e le dispute suicide di sabotatori seriali esterni e interni a ciò che resta della DC storica, partito “mai giuridicamente sciolto”.
Mi auguro che qualcosa di nuovo possa accadere, grazie allo sforzo di amici generosi che continuano quest’ultima battaglia, cui ho dedicato molte energie rivelatesi, almeno sin qui, insufficienti e inefficaci. Il rischio che si corre oggi, è che finisca col prevalere l’illusione renziana di “un centro che guarda a sinistra”, ridotto al partito di un altro solitario conducator, incapace di operare in squadra all’interno di un partito plurale e democratico.
Prevale in Matteo Renzi, infatti, l’idea di una leadership carismatica e solitaria sostenuta da seguaci fedelissimi e ossequenti cui impartire ordini. Alla vigilia del referendum del 4 Dicembre 2016, constatammo che “ il Bomba” ( lo pseudonimo affibbiatogli dai suoi amici adolescenti fiorentini per la sua ben nota capacità a spararle grosse) seguiva la logica dei poteri finanziari forti ( JP Morgan e C. per i quali: “ la Costituzione italiana era troppo socialista”) e fummo tra coloro che vollero attivare il comitato dei Popolari per il NO, con il quale contribuimmo alla vittoria contro le proposte del “giovin signore fiorentino”.
Oggi temiamo di esser passati dall’egemonia-dominio del conducator meneghino, Matteo Salvini, a quella del “ Bomba” fiorentino che, nonostante il merito indubbio per aver contribuito al superamento del dominio salviniano, di fatto, tiene in ostaggio il parlamento e il governo con la compagnia di ventura dei suoi voltagabbana. Un manipolo di parlamentari espressione della più sciagurata e triste fase del trasformismo politico italiano.
Ritengo che un nuovo centro serva alla politica italiana, ma deve essere il risultato di una vasta e plurale unione di componenti laiche, democratiche, popolari, liberali e riformiste, europeiste, trans nazionali, che condividono i valori dell’umanesimo cristiano e si pongono in alternativa alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e alla sinistra che, in tempi brevi, si ricomporrà nel Partito Democratico. Dubito che il centro renziano “ Italia viva” possa corrispondere a quest’idea. Sono assai più forti, se non prevalenti, le motivazioni di potere che attengono alla prossima spartizione delle centinaia di nomine pubbliche che il governo farà e all’elezione del futuro presidente della Repubblica. Data questa ultima, il 2022, sulla quale Renzi ha annunciato di traguardare la sopravvivenza della legislatura.
Il sistema elettorale proporzionale, che mi auguro possa essere alla tedesca, con uno sbarramento al 3-4 %, un premio alla lista che ottenga almeno il 41% dei voti, al fine di garantire la governabilità del sistema e con l’introduzione della sfiducia costruttiva ( un governo non decade se in parlamento non si forma una nuova maggioranza), potrà favorire la nascita di questo centro. Un partito che non potrà essere espressione di “ un uomo solo al comando”, ma dovrà essere fortemente partecipato e guidato da regole democratiche, come indicato dall’art. 49 della Costituzione. Un partito aperto alla collaborazione con quanti s’impegnano nella difesa e nell’ integrale attuazione della Costituzione repubblicana.
Penso che con gli amici della DC storica, i popolari sin qui sparsi in varie sedi, quelli de “la rete bianca”, di “Politica insieme”, di “ Costruire insieme” e della “Confederazione di sovranità popolare (CSP)”, insieme agli ex PD, come gli Onn. Giacchetti e Calenda, agli amici di Forza Italia disponibili e ad altri riformisti liberali, socialisti e repubblicani, si possa attivare un processo di ricomposizione al centro con le caratteristiche di partecipazione democratica e dagli obiettivi sinteticamente indicati. Un contributo decisivo, infine, potrebbe venire anche dagli amici del M5S e dal premier Conte che, già oggi, costituiscono oggettivamente il centro del governo giallo-rosso.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it)
Venezia, 19 Settembre 2019
Tempo di ristrutturazione del sistema politico italiano
La Lega era ieri a Pontida, dove allo sventolio delle bandiere della secessione padana al tempo della leadership di Bossi, sono subentrate prevalenti quelle tricolori della nuova Lega nazionalista e sovranista salviniana. Cambio di politica e di strategia, ma replica dei toni aggressivi e delle intemperanze, sino alle minacce violente contro giornalisti e cine operatori additati come “nemici”.
Prove di alleanza tra M5S e PD, alla vigilia di importanti elezioni regionali a partire da quelle prossime dell’Umbria, nella consapevolezza che il governo Conti 2 difficilmente sopravvivrebbe a un eventuale filotto di vittorie del centro-destra in tutte le restanti regioni interessate al voto.
Annunciata, sempre ieri, l’eventuale scissione del PD e la nascita del nuovo partito di Matteo Renzi aperto al centro del sistema politico italiano. Esploratori in avanscoperta Calenda e Richetti. Sono questi i tre avvenimenti più importanti che caratterizzeranno la settimana politica e quelle a seguire.
La Lega, dopo la sconfitta nella battaglia del Papeete, punta a ricomporre l’unità del centro destra, proponendo l’utilizzo del referendum abrogativo della quota proporzionale del rosatellum, al fine di avere mano libera col maggioritario, nella formazione delle eventuali liste per le politiche. Giorgia Meloni, alla spasmodica ricerca di un ritorno al governo, dopo la giovanile esperienza con la Casa delle libertà, sembra pronta a sostenere la legge elettorale maggioritaria, con l’aggiunta di una modifica costituzionale in senso presidenzialista della nostra Repubblica, consegnandosi, così, mani e piedi alla volontà del conducator meneghino. In fondo, confermando la nascita della nuova destra – destra italiana.
Forza Italia, non ancora stanca di subire i tradimenti salviniani come quelli post 4 Marzo 2018 e le successive discriminazioni, tranne qualche intelligente voce di dissenso, sembra accettare il ruolo subalterno al dominio leghista che finirebbe, a mio avviso, coll’assorbire totalmente ciò che rimane del consenso al partito del Cavaliere. Solo Gianfranco Rotondi con pochi altri, continuano a ricordare a Berlusconi, che i Popolari europei, gruppo cui appartiene Forza Italia nel parlamento europeo, mai hanno fatto alleanze con partiti di destra o sovranisti in Europa, auspicando, semmai, che il partito dovrebbe utilmente concorrere alla costruzione del nuovo centro della politica italiana, in una fase di forte scomposizione e ricomposizione del sistema politico.
Molto importante è il tentativo di “alleanze civiche” annunciato da Di Maio con una lettera a Zingaretti e da questi immediatamente colto positivamente, a partire dal caso difficile delle elezioni umbre e, più avanti, sperimentabile in quelli di Emilia e Romagna, Toscana e Calabria. Sarebbe la naturale logica conseguenza del patto di governo stipulato sul piano programmatico a livello nazionale. Il riferimento del presidente del consiglio Giuseppe Conte, nel suo discorso di investitura, a Giuseppe Saragat, come ben ha evidenziato l’On Cariglia nel suo sito informatico, potrebbe essere il giusto viatico per la costruzione finalmente di un movimento- partito di cultura socialdemocratica in Italia.
Più complessa la situazione del PD dove, Matteo Renzi, dopo la giravolta sulla proposta di alleanza col M5S, forte della sua rappresentanza parlamentare, maggioritaria all’interno del PD, e timoroso per ciò che potrebbe accadergli in caso di elezioni anticipate, punta a sparigliare, non per creare difficoltà al governo, ma per contare di più con una formazione politica autonoma. Ne sapremo di più fra pochi giorni alla Leopolda, ma, in ogni caso, questa operazione non potrà che portare consensi alla scelta di una nuova legge elettorale proporzionale che, mi auguro, possa essere “alla tedesca” ( sbarramento al 4% e sfiducia costruttiva) e alla quale una parte degli stessi parlamentari di Forza Italia dovrebbero corrispondere, se non vorranno mettersi attorno al collo il cappio della Lega salviniana.
Guai, però, inseguire Salvini sulla legge elettorale; il governo affronti, invece, da subito i problemi reali del Paese: diseguaglianza sociale, tasse, lavoro, ambiente, sicurezza e politica dell'immigrazione. Intanto utilizziamo al meglio la nuova affidabilità e i ruoli assunti dall'Italia nell'Unione europea.
In questa fase di forte scomposizione e ricomposizione del sistema politico italiano, infine, cosa dovremmo fare noi “ DC non pentiti”? Personalmente temo che il tempo per ricostruire la DC sia terminato. Troppi egoismi e molta stupidità politica sino al suicidio, sono stati sin qui prevalenti tra di noi, con il concorso decisivo di alcuni sabotatori seriali, che hanno contribuito al sabotaggio permanente del progetto. Ora é tempo di concorrere alla costruzione del nuovo centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra che si ricompatterà nel PD. Le alleanze, se passerà il sistema proporzionale, si potranno fare con coloro che intendono difendere e attuare la Costituzione repubblicana, unica garanzia di riforme vere per la salvaguardia del bene comune. La discriminante attuale è quella che divide gli europeisti, che intendono battersi per la nuova governance dell’Unione europea, e i sovranisti nazionalisti, disperatamente isolati in Europa, divisi persino dai loro riferimenti del gruppo di Visigrad. I cattolici democratici e i cristiano sociali italiani, uniti ai Popolari europei, sanno bene da quale parte stare, nella fedeltà ai principi e ai valori dei padri fondatori democratico cristiani dell’Unione europea.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it)
Direzione nazionale DC
Venezia, 16 Settembre 2019
Ora avanti con il nuovo centro della politica italiana
Con la fiducia del Parlamento al governo Conte 2 attendiamo di vedere all’opera il nuovo esecutivo, che si giocherà tutta la credibilità sui temi del lavoro, delle tasse, della sicurezza e della politica sull’immigrazione. Solo così si potrà evitare che la sconfitta di Salvini nella recente battaglia non si tramuti, più avanti, nella sua vittoria della guerra.
Siamo delusi dalle dichiarazioni programmatiche del presidente Conte, atteso che, come dalla bozza di programma, sono scomparsi i riferimenti al controllo pubblico di Banca d’Italia e alla separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Così come siamo delusi dal balbettio utilizzato dal premier in risposta all’intervento della senatrice Binetti sul tema dell’eutanasia. Guai se il riferimento al “nuovo umanesimo” si collegasse, come qualche amico sostiene, alle teorie relativistiche di Edgar Morin; in tal caso il cattolicesimo di Conte, la sua formazione cattolico romana al Villaggio Nazareth, la devozione a San padre Pio, sarebbero irrilevanti rispetto a quanto sta accadendo, tenendo presente che il 24 settembre la Corte costituzionale potrebbe sostituirsi tout court al parlamento e legalizzare in Italia il suicidio assistito, in sostanza l’eutanasia.
Siamo, peraltro contenti della nascita del governo, dato che, la fiducia acquisita, segna lo stop alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e la riapertura del dialogo con l’Unione europea, dove il ruolo assunto da Paolo Gentiloni, neo commissario agli affari economici, ci auguriamo possa facilitare il superamento delle regole illegittime del fiscal compact e sappia riproporre i temi del controllo pubblico della BCE e della separazione tra banche di prestito e banche di speculazioni finanziaria in tutta l’Unione europea.
L’impegno annunciato dal governo della riduzione dei parlamentari e le conseguenti modifiche costituzionali che tale scelta comporta, ci auguriamo che possa favorire l’accordo su una legge elettorale proporzionale di tipo tedesco, con sbarramento al 4% e introduzione della sfiducia costruttiva. Una proposta che, noi vecchi “ DC non pentiti” avanzammo, minoranza inascoltata, sin dallo sciagurato referendum Segni.
La presenza di tre schieramenti quali il M5S, il PD e il centro destra a dominanza salviniana, con l’attuale legge elettorale del rosatellum modificato, all’interno del nostro sistema di democrazia parlamentare costituzionalmente garantito, favorisce il trasformismo politico parlamentare da cui sono sorti tanto il governo giallo verde che il Conte 2.
Tra la destra-destra del duo Salvini-Meloni, quella delle urla in Parlamento e dell’appello alla piazza infarcita da nostalgici col saluto fascista, e “le tre sinistre”, come sbrigativamente ha denunciato Forza Italia, serve costruire un nuovo centro democratico, popolare, liberale e riformista, europeista, trans nazionale, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra che si ricomporrà tra il PD e quanto gravita al suo esterno.
Serve la ricostruzione di una sinistra espressione della migliore tradizione di quella cultura politica, così come serve dar vita a un nuovo centro in cui possano ritrovarsi le tradizioni dei popolari, dei liberali e riformisti, sin qui inseriti negli schieramenti provvisori usciti dalla seconda repubblica, quella del permanente scontro tra berlusconismo e anti berlusconismo.
L’uscita di Richetti dal PD è un primo segnale di un processo in atto che avrà inevitabili sviluppi, e l’apporto di Renzi potrebbe essere decisivo. Anche a destra, Forza Italia non potrà vivere la contraddizione di un partito inserito in Europa nel PPE, costretto a saltabeccare nel centro destra a dominanza salviniana, antieuropeista, per garantirsi, da un lato, il governo a livello locale e, dall’altro, la pelosa accettazione dei partners in sede nazionale. Proprio in quella sede dove assistiamo ai repentini tradimenti della Lega, come quello perpetrato dopo il 18 Marzo 2018, o con la reiterata volontà di Salvini e della Meloni di procedere in un duo solitario senza il Cavaliere e i suoi amici .
E’ evidente che a questo nuovo schieramento centrista servirà l’apporto di tutte le energie provenienti dalla vasta galassia frammentata dell’area cattolica, popolare e già democratico cristiana dispersa in quasi tutti gli attuali schieramenti , per offrire la cultura migliore ispirata dalla dottrina sociale cristiana che, tanto in materia antropologica, che ambientale e sociale, può giovarsi degli insegnamenti straordinari del pontificato di Papa Francesco.
In attesa dell’azione operativa del governo Conte 2, della legge elettorale proporzionale inevitabilmente collegata alla scelta di riduzione dei parlamentari, credo sia indispensabile avviare da subito e con chi è disponibile il progetto di formazione del nuovo centro, di cui il sistema politico italiano ha assoluta necessità.
Ettore Bonalberti
Venezia, 11 Settembre 2019
Primo commento sul governo Conte bis : delusione.
Avevamo visto con favore la nascita del nuovo governo M5S-PD, seriamente preoccupati per il grave isolamento italiano in sede europea e internazionale, che la deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana, aveva determinato.
La suicida iniziativa politica di Matteo Salvini di por fine all’esperienza di governo giallo verde, con la prospettiva di trarne diretto beneficio elettorale, magari insieme alla Meloni, costante sollecitatrice di una maggioranza sovranista nazionalista, con l’esclusione della stessa Forza Italia, ha dovuto fare i conti con la realtà di una repubblica parlamentare e con quanto previsto, in questi casi, dalla nostra Costituzione.
A differenza dei sistemi maggioritari il nostro attuale sistema, frutto della legge elettorale di tipo misto, rosatellum modificato, implica che le maggioranze si fanno in Parlamento. Così è stato, dopo il voto del 4 Marzo 2018 e così si sta verificando in queste ore. Arrampicarsi sugli specchi del “poltronismo” e/o sul “trasformismo” o era valido anche allora, o è inutile farlo adesso. Tanto più da parte di un “capitano”, la cui strategia si è dimostrata palesemente fallimentare e che, della poltrona, non si è mai liberato, nemmeno dopo aver “ pugnalato alle spalle” i suoi partners. Espressione, quella della pugnalata, usata dai Cinque Stelle, oggetto della durissima “catilinaria” anti Salvini pronunciata da Giuseppe Conte al Senato.
Il timore del prevalere di una deriva populista nazionalista, dagli evidenti caratteri autoritari propri di un governo di estrema destra, con l’isolamento dell’Italia in preda a una condizione gravissima di anomia sociale, culturale, economica, politica e istituzionale e in una fase internazionale caratterizzata da pesanti situazioni di conflitto, era ciò che mi portava a sostenere il progetto del nuovo governo giallo rosso.
Ieri Di Maio, rafforzato dal voto plebiscitario degli iscritti alla piattaforma Rousseau, ha evidenziato il carattere di “continuità e stabilità” del governo Conte bis. Zingaretti, al contrario, quello della “discontinuità”, accompagnato dalla volontà di “cambiare l’Italia”.
A Conte il compito di mettere insieme propositi e prospettive così diverse, non solo nella sua capacità di interpretare i ventisei capitoli della bozza di programma sin qui editati, ma anche nella formazione della lista dei ministri che, ci auguriamo, siano davvero espressione di quella “discontinuità” reclamata dal PD e della “competenza” annunciata dal capo carismatico del movimento Beppe Grillo.
Dai primi nomi annunciati non sembrerebbe emergere né la discontinuità, né la competenza se solo valutassimo quella dello stesso Di Maio, assurto miracolosamente dalla condizione di disoccupato strutturale a quella di vice presidente del Consiglio con il Conte 1, e, adesso, annunciato di …..ministro degli Esteri. Credo che in tutta la storia nazionale e non solo in quella repubblicana, sia difficile, se non impossibile, trovare un precedente simile a questo che, indubbiamente, rappresenta un fattore di evidente cambiamento, la cui cifra, tuttavia, è ancora tutta da scoprire.
Da un primo esame dei titoli della bozza di programma, possiamo dire che le tre questioni di cui oggi l’Italia ha necessità di soluzione: economia e rapporti con l’Europa; recessione e lavoro, immigrazione, sono tutte evidenziate. Manca solo di conoscere come s’intende concretamente affrontarle e con quali risorse finanziarie.
Da parte mia, avevo sempre scritto che, preliminare a ogni progetto serio di riforma nel nostro Paese, due erano le scelte non rinviabili: il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Itala e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria.
Al punto 18 della bozza è scritto semplicemente: “È necessario porre in essere politiche per la tutela dei risparmiatori e del risparmio.” Mi sembra troppo poco e troppo generico e, in attesa del discorso che Conte pronuncerà all’atto della richiesta di fiducia alle Camere, concordo con quanto ha scritto ieri l’amico Alessandro Govoni, esperto di vicende interne al M5S, con una nota che trascrivo integralmente:
“NELL'ACCORDO PD-MOV 5 STELLE E' STATO TOLTA ALL'ULTIMO MOMENTO LA LEGGE CHE SEPARA LE BANCHE DI PRESTITO DALLE BANCHE SPECULATIVE.
LA LEGGE CHE SEPARA LE BANCHE DI PRESTITO DALLE BANCHE SPECULATIVE E' LA LEGGE PIU' IMPORTANTE DELLO STATO, PERCHE' E' LA LEGGE CHE IMPEDISCE AL SISTEMA BANCARIO DI FAR USCIRE IN NERO LE QUOTE CAPITALI PAGATE DAI MUTUATARI, IN FAVORE DEI GRANDI FONDI SPECULATORI DEI BANCHIERI DELLA GERMANIA DELL'EST ROTHSHILD E JP MORGAN, CHE LO CONTROLLANO.
SENZA QUESTA LEGGE ALTRI 1350 MILIARDI DI EURO USCIRANNO DALL'ITALIA E IN NERO NEI PROSSIMI 20 anni, , QUALE PROGRAMMA PUO' ESSERE REALIZZATO QUANDO E' AUTOMATICO CHE USCIRANNO DALL'ITALIA E IN NERO CENTINAIA DI MILIARDI DI EURO DERIVANTI DAL LAVORO E DALLA FATICA DEI CITTADINI ?
Per realizzare una politica economica ci vogliono solitamente 10 miliardi di euro che sono coperti per esempio dall'intero gettito dell' IMU che è appunto di circa 10 miliardi all'anno, quale qualsiasi politica programmatica potrà mai essere realizzata quando usciranno per certo ancora dall'Italia e in nero nei prossimi anni oltre 1.000 miliardi di euro ?
I cittadini italiani
lavoreranno ancora per pagare le rate del mutuo, ma le quote capitali pagate
non rimarranno in Istituzione pubbliche che le possono utilizzare per
realizzare servizi per i cittadini: ponti, strade, scuole, università,
ospedali, impianti fotovoltaici, impianti di macerazione della canapa per
ricavare cotone, caucciu per le carrozzerie auto e per ricavare farmaci
rigeneranti delle cellule, impianti di macerazione del sorgo dolce etiope per
produrre bio benzina, RICERCA per curare il cancro, la leucemia,il parkinson e
l''azheimer, servizi per dare sostentamento agli anziani e alla famiglie mono
reddito,
E INCECE NO , SE FOSSE APPROVATO L'ACCORDO PD-MOV CINQUE STELLE, NIENTE A DI
TUTTO QUESTO POTRA' MAI ESSERE REALIZZATO PERCHE’ I MUTUI SOTTOSCRITTI
DAL 1993 HANNO IN SE' LO SCHEMA PER FAR USCIRE DALL'ITALIA E IN NERO CIRCA 80
MILIARDI DI EURO ALL'ANNO DI QUOTE CAPITALI PAGATE DAI MUTUATARI, CHE
FINISCONO NELLE CASSE DEI GRANDI FONDI SPECULATORI DEI BANCHIERI DELLA GERMANIA
DELL'EST ROTSHSHILD E JP MORGAN CHE DAL 1993 CONTROLLANO BANCA INTESA,
UNICREDIT, CARIGE, CARISBO, BNL BNP PARIBAS, LE CASSE DI RISPARMIO E LE
BANCHE POPOLARI .
Permettere ancora questo significa concorrere all'evasione fiscale, i politici che firmeranno questo accordo saranno quindi civilmente responsabili con i loro beni personali quanto chi ha emesso decreti e provvedimenti che hanno modificato nel 1992/93 la contabilità bancaria in caso di mutui ipotecari/fondiari.. “
Se le cose stanno così, non c’è da stare allegri e personalmente non lo sono, anzi il sentimento che mi pervade è quello della delusione, anche se continuo a credere nella : “spes contra spem” e vediamoli anche questi all’opera, in attesa che, superando le nostre stupidità, finalmente si concorra alla costruzione di un nuovo centro democratico, popolare, liberale e riformista, in grado ridare, quello sì, stabilità al nostro sistema politico, traballante tra pericolose velleità sovraniste e pasticciate soluzioni trasformistiche.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF
Direzione nazionale DC
Venezia, 4 Settembre 2019
Programma dei Cinque Stelle: occasione per un serio confronto
Cercando di superare i sentimenti di forte disapprovazione vissuti ieri durante il triste spettacolo della sfilata dei partiti al Quirinale, in alcuni casi, espressione del peggior trasformismo della politica italiana, tento di approfondire i dieci punti del programma indicato dal Luigi Di Maio per il M5S.Essi riguardano: Taglio dei parlamentari, Manovra equa, Ambiente, Conflitto di interessi e Rai, Giustizia, Autonomia, Legalità e lotta evasione, Sud, Banche, Beni comuni.
Esaminando le brevi sintesi che accompagnano questi titoli di programma, ritengo che, come ha evidenziato il segretario del PD Zingaretti, quale positivo viatico per il confronto, trattasi di dieci punti su cui si possa facilmente trovare l’accordo. Il punto del taglio dei parlamentari, richiesto come dirimenti dai grillini, può essere condiviso, se accompagnato dalle inevitabili modifiche cha tale cambio di assetto istituzionale comporta: legge elettorale a quel punto inevitabilmente proporzionale, modifica delle competenze delle due Camere e un ritrovato check and balance tra i poteri. Insomma, un impegno politico parlamentare proprio di un governo almeno di legislatura.
Su tutti gli altri titoli anche noi “ DC non pentiti” non potremmo che condividerli, apprezzando la disponibilità espressa in materia di autonomia, così decritta: “ Va completato il processo di autonomia differenziata, richiesto dalle regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Il tutto avviando una riforma degli enti locali e un piano di cancellazione degli enti inutili.”
E’, tuttavia, nel punto 9, dove si enuncia: “Una riforma del sistema bancario che separi le banche di investimenti dalle banche commerciali.” che colgo l’autentica forte novità del progetto grillino. Alla dura prova della realtà, finalmente leggo in un documento politico pubblico, quanto da tempo vado denunciando nella completa….. “disattenzione” degli organi di stampa.
Dopo il Monte dei Paschi di Siena è toccato alla CARIGE (Cassa di Risparmio di Genova), prime vittime di una crisi bancaria italiana nella quale sono coinvolte diverse altre realtà che stanno scivolando verso il default. Trattasi di una crisi di sistema, più volte denunciata dall’amico Alessandro Govoni anche in sede giudiziaria, dopo che Banca d’Italia è stata sottoposta al potere degli hedge funds anglo caucasici-kazari detentori delle quote di maggioranza dei tre istituti controllati-controllori della Banca centrale (vedasi la risposta del Ministero del Tesoro all’interrogazione dell’On Villarosa del Febbraio 2017, allora capogruppo del M5S in commissione finanze della Camera, attualmente sottosegretario dello stesso Ministero *) per risolvere la quale non sono assolutamente sufficienti, ancorché necessarie, le politiche di intervento d’urgenza come quelle sin qui adottate tanto dal centro-sinistra che dal governo giallo-verde.
Fa, quindi, piacere che il M5S proponga questa che, a mio parere, non al nono, ma al primo posto andrebbe inserita, poiché, come ho avuto modi di esporre agli amici della direzione della Democrazia Cristiana guidata da Renato Grassi, l’unico programma politico che TECNICAMENTE consentirebbe ancora, dopo 25 anni, lo sviluppo dello STATO ITALIANO e della Sua CLASSE MEDIA (94% della popolazione italiana) e che renderebbe tecnicamente possibile ogni altro obiettivo in qualsiasi altro settore sarebbe il seguente:
1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992)
2. Controllo Statale sulla raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini
3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano al fine che lo Stato italiano abbia, con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (=abolizione della L.82 del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.
4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (=abolizione del decreto legislativo n. 385/1993):
5. SEPARAZIONE TRA BANCHE DI PRESTITO (loan bank) e BANCHE SPECULATIVE (investment bank) =abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo.
Automatica re-introduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London)
6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico
7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale 85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori petroliferi kazari.
8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di societa italiane quotate alla borsa di Milano.
9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia)
10. Conferire il potere ISPETTIVO sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza
11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di effettuare ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.
12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18 febbraio 1992 firmato da Mario Draghi)
13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul tasso
14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito
15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente
17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB
18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare.
Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle esecuzioni immobiliari e nel custode e nel notaio delle esecuzioni immobiliari
20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la prevenzione diattentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano
21. Obbligo di almeno cinque Parlamentari di ogni forza politica di partecipare all’ Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute del paese
Credo, come ho scritto agli amici della DC, che la Democrazia Cristiana, che fu già il partito di Guido Carli che seppe conservare la legge bancaria del 1936 sino al 1992, una delle pre-condizioni fondamentali della crescita dell’Italia, sarebbe quella di assumere queste indicazioni come essenziali per la sua proposta di programma, avendo consapevolezza che, senza questi pre-requisiti, nessun’altra riforma seria sarebbe possibile nel nostro Paese.
Ripropongo queste stesse proposte agli amici interessati alla costruzione del nuovo centro democratico popolare, alternativo alla deriva sovranista e nazionalista che ha portato il Paese alla situazione attuale di isolamento e di crisi.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it )
Direzione nazionale DC
Venezia, 23 Agosto 2019
* Da documenti desecretati e da rilievi matematici confermati dal Ministero dell'Economia delle Finanze sull'assetto di controllo delle banche quotate italiane ( risposta del Ministero all’interrogazione parlamentare dell’On Villarosa (M5S) nel Febbraio 2017) maggiori azioniste di Banca d'Italia con 265 voti su 529, da parte , attraverso le SUB-DELEGHE conferite agli avvocati (avv.Cardarelli, ..) dello studio legale Trevisan di viale Maino –Milano, risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/ arzebajani di antica origine tedesca (Vanguard, State Street, Northern Trust , Fidelity , Jp Morgan Trust, Black Rock , Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 MILIONE di mq di centri logistici sempre in Italia), cd ariani o KAZARI o askenazita-kazari , indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York per PROCURATO DISASTRO AMBIENTALE e per avere fermato lo sviluppo dell'energia solare, hedge fund e come tali, unici fondi al mondo autorizzati a compiere amorali , immorali, illegittime VENDITE ALLO SCOPERTO (presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine di farne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano , crolli della borsa di Millano infatti avvenuti ogni circa sette anni 1994, 2001, 2008 , 2016, crolli che hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro risparmi ) definiti fondi speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.
Trattasi di decreti già emessi , non disegni di legge, decreti che comprovano l'avvento in Italia dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London , proprietari della City of London, e sede fiscale nel PARADISO FISCALE del Deleware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti , indipendente dal 2001).
Fondi speculatori che il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk ha dimostrato che le società che essi controllano appartengono a TRUSHELFCO, DIKAPPA più un numero delle sette famiglie kazare , georgiane /arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild , J.P. Morgan, Warburg , Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson, convertiti all'ateismo nel 1820 per poter usufruire senza limiti e remore, con l'invenzione
della trivella, ancora del business del petrolio che era terminato in superficie nel 1400 dopo Cristo in Georgia/Arzebajan decretando la fine dell'impero KAZARO (600 avanti Cristo -1400 dopo Cristo), un impero inspiegabilmente cancellato dagli inventori kazari delle tipografie, dai libri storia occidentali, ma ben presente nei libri di storia dell'Armenia, dell'Ucraina.
La “Quaresima di Salvini” e il M5S nuovo centro della politica italiana
Salvini ieri a Conte: 'Pericoloso, autoritario, preoccupante, irresponsabile, opportunista, inefficace, incosciente: bastava il Saviano di turno a raccogliere questa sequela di insulti, non serviva il Presidente del Consiglio”.
Giuseppe Conte, infatti, nel suo intervento al Senato aveva appellato il ministro degli interni con questa connotazione: autoritario, privo di cultura costituzionale e irrispettoso delle regole, irresponsabile, sleale, sino alla stilettata velenosa della replica finale: “politico senza coraggio”. L’epiteto di codardo è quello che più pesa e peserà sull’immagine del “capitano”.
Un’anamnesi psicologico caratteriale degna di una seduta psicanalitica. Mai si era vista, nella storia politica e parlamentare italiana, una crisi di governo con una requisitoria pubblica così feroce del presidente del consiglio contro il suo vice e ministro degli interni.
Finisce così l’esperienza del governo giallo verde che segna, da un lato, la rinascita di un nuovo leader dei Cinque Stelle, Giuseppe Conte, e, dall’altra, l’inizio della “Quaresima salviniana”, ricordando una metafora che Fanfani utilizzò per Forlani, in un lontano congresso della DC, quello del patto di Palazzo Giustiniani (6 Giugno 1973).
Alla “Quaresima di Salvini” si aggiunge il declino della guida politica del M5S di Luigi Di Maio, responsabile del crollo elettorale subito dal partito dopo quindici mesi di un governo, nel quale il M5S ha subito costantemente l’egemonia della Lega salviniana parlamentarmente più debole.
Salvini paga gli errori di una strategia ondivaga, tra annunci e contro annunci, tempi errati nella tattica utilizzata, presentazione e ritiro di mozione di sfiducia al governo, senza dimissioni sue e dei ministri leghisti. Insomma una strategia fallimentare, tanto che nella seduta di ieri il ministro degli interni, anche nel suo confuso intervento, sembrava un pugile suonato, “groggy”, alle soglie del KO tecnico.
Ovviamente, come ricordò Fanfani, dopo il patto con Moro per liquidare la segreteria Forlani, “dopo la Quaresima ritorna la Resurrezione”, e così potrà essere anche per Salvini, se saprà correggere gli errori di conduzione politica commessi in questa fase della politica italiana e del suo partito.
Aperta la crisi di governo, spetta al saggio presidente Mattarella il compito di accertare se esistono le condizioni per una nuova maggioranza parlamentare in grado di reggere per l’intera legislatura o se, invece, si debba andare a elezioni anticipate, salvo passare per un governo di garanzia per lo svolgimento delle elezioni stesse.
Per quanto è emerso dalle dichiarazioni di voto al Senato, se il passaggio obbligato sembra essere quello di una possibile maggioranza M5S-PD, con tutte le difficoltà interne ed esterne ai due partiti, ieri abbiamo assistito alla riconfermata e per certi versi incomprensibile disponibilità della Lega a un nuovo tentativo con i grillini, oltre alla richiesta del voto anticipato; alla reiterata dichiarazione di Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia per l’immediato ricorso al voto e per dar vita a una maggioranza sovranista e nazionalista Lega-FdI, con l’esclusione di Forza Italia; al timido cinguettio di quest’ultima che, con gli interventi della Bernini e di Gasparri, continuano a reclamare elezioni (?!) e il ritorno al centro destra a trazione salviniana, senza dar peso all’esclusione, quanto meno sottaciuta di Forza Italia da parte sia della Meloni che dello stesso Salvini, almeno sino a quando questi vestiva i panni del Rodomonte tuttofare.
Se veramente si andasse a elezioni anticipate, anche stavolta sarebbe impossibile la partecipazione di un partito di ispirazione cristiana, persistendo una diaspora suicida e assurda, espressione, da un lato, della “maledizione di Moro” e , dall’altra, della stupidità di tutti noi, eredi indegni dei nostri padri fondatori. Le abbiamo tentate tutte nel lungo travaglio politico dei cattolici italiani, dopo la fine della DC ( 1993-94) e sino ai nostri giorni, ma, almeno sin qui, rimangono velleitarie le nostre indicazioni e pressoché nulli i risultati politico organizzativi concreti in grado di ricomporre ciò che resta della tradizione democratico cristiana e popolare italiana.
Ieri Giuseppe Conte è riuscito nell’impresa di parlare come un politico di cultura democratico cristiana, fedele servitore delle istituzioni, della Costituzione repubblicana e dello stato di diritto, autentico leader di un movimento che, grazie anche agli errori di Salvini, sta assumendo oggettivamente il ruolo di asse centrale della politica italiana.
Certo il M5S dalla sua nascita con la cultura dei “vaffa…” e la sua struttura aziendale privatistica non può essere il modello di riferimento in grado di rappresentare gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, che sono stati quelli cui ha sempre fatto riferimento la Democrazia Cristiana. Oltre tutto, gli esempi forniti sin qui, tanto a livello locale che di governo nazionale, hanno scontato il livello di improvvisazione e di prevalente scarsa competenza professionale politica e amministrativa dei dirigenti grillini.
Non vi sono dubbi, però, sulla buona fede di una classe dirigente nuova di giovani che hanno inteso rappresentare ansie e bisogni diffusi in larghi strati della società italiana, rispetto ai quali noi “ DC non pentiti” abbiamo il dovere di guardare con estrema attenzione.
Anche la triste formula della “decrescita felice” deve farci meditare tutti noi che, sulla questione ambientale e su quella antropologica, abbiamo il dovere di dare risposte, alla luce degli insegnamenti della dottrina sociale cristiana espressi dalle ultime encicliche sociali: dalla “Centesimus Annus” di Papa San Giovanni Paolo II, alla “Caritas in veritate” di Papa Benedetto XVI, sino alla “Evangelii Gaudium” e la “Laudato Si” di Papa Francesco. Che si debba puntare a un nuovo tipo di economia, dando prevalenza a quella reale contro il dominio dei poteri finanziari sta scritto in tutti i nostri testi teologico pastorali citati, nella quale porre in essere politiche economicamente, socialmente e ambientalmente sostenibili, è una delle motivazioni più importanti di possibile intesa con il Movimento 5 Stelle.
Non va sottovalutata, poi, la scelta europea fatta dal M5S a sostegno della neo presidente Ursula von der Leyen, popolare, ossia autorevolissima espressione del PPE cui facciamo anche noi riferimento.
C’è, infine, una ragione più profonda che ci può collegare a questo nuovo centro della politica italiana, nel quale potremmo apportare il contributo della nostra migliore tradizione culturale e politica: il M5S tra i suoi primi obiettivi programmatici, ahimè sin qui solo enunciati, contiene quello che da molto tempo anche noi DC andiamo sostenendo:
a) il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia;
b) la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria.
Trattasi di due riforme propedeutiche a ogni altro tipo di riforma economica e sociale, senza delle quali, ogni progetto riformatore risulterebbe vano.
Incapaci di realizzare, nei tempi brevi che la politica italiana ci impone, l’unità di tutti i DC, credo andrebbe accelerato il progetto di concorrere alla creazione di un nuovo centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, alternativo al sovranismo nazionalista che la deriva salviniana e della destra meloniana vorrebbe far prevalere in Italia. Una prospettiva drammatica se vincesse, di sicuro isolamento dell’Italia e di rottura con i nostri tradizionali partner europei e atlantici. E’ tempo che, come faremo noi sin dai prossimi incontri degli organismi nazionali DC, anche il M5S, con la nuova leadership di Conte conquistata sul campo, cominci a muoversi in questa direzione.
Ettore Bonalberti
Venezia, 21 Agosto 2019
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Le ragioni della nostra alternativa
Cari amici, ho letto con interesse e piena condivisione la nota a firma del segretario nazionale della DC, Renato Grassi e di Alberto Alessi, vice segretario DC: “Summus ius, summa iniura”, pubblicata sul sito ufficiale della DC: www.democraziacristiana.cloud . Trattasi di un testo che fa chiarezza sulla posizione del partito dei cattolici democratici e cristiano sociali. Una posizione che è stata, è e sarà sempre alternativa alla deriva populista e nazionalista a guida salviniana, specie in queste ore nelle quali si è consumata l’esperienza del governo giallo-verde.
Da diverso tempo, quale “osservatore partecipante a mezzo servizio”, sostengo anch’io la necessità di concorrere alla costruzione di un’alternativa al “salvinismo”, che assume ogni giorno di più i caratteri di una politica che mette seriamente in dubbio lo stato di diritto e alcuni dei fondamentali della nostra Costituzione. Un’alternativa da costruire con una coalizione ampia, plurale e democratica di forze disponibili per un unico grande obiettivo: ricomporre l’unità nazionale nella difesa e integrale attuazione della Costituzione.
E’ ben nota la posizione che Matteo Salvini ha espresso dal momento in cui, con Maroni prima, e poi da solo, è riuscito a scalzare Bossi dalla guida della Lega. Una defenestrazione conseguente all’affaire dei fondi pubblici illegittimamente utilizzati, sino alla progressiva trasformazione di quel partito da espressione della volontà di autonomia e secessione del Nord, a quella di un partito nazionale a tutto tondo, caratterizzato dalla volontà di dare risposta ad alcune pulsioni esistenti in una società nazionale in preda alla condizione di anomia morale, sociale e culturale più volte da me descritta.
Trattasi di una situazione di frustrazione che, da diverso tempo, covava sotto le ceneri, foriera di un’aggressività progressiva che, dal livello individuale ha assunto dimensioni sempre più ampie collettive, amplificate dalla mancata risposta che i governanti non erano riusciti a fornire non solo sui temi economici, ma su quello emergente di un’immigrazione dalle dimensioni eccezionali. Un’immigrazione proveniente tanto dal fronte meridionale africano che dal medio ed estremo oriente, a causa di guerre, politiche autoritarie e repressive e, soprattutto, dalla volontà di riscatto economico e sociale di centinaia di migliaia di giovani, affamati e prolifici.
Salvini, nel contratto di governo contratto dopo il voto del 4 Marzo 2018 con il M5S, ha avuto l’abilità di scegliere per sé, come secondo partito dell’ambigua coalizione (diversa e opposta dagli orientamenti espressi in quel passaggio elettorale), il ministero degli Interni, avviando dal Viminale e nella sua contemporanea veste di vice presidente del consiglio, un’azione politica martellante sul tema immigratorio. Ha assunto toni e atteggiamenti assolutamente nuovi e diversi da quelli di tutti i ministri degli interni precedenti, dai caratteri sempre più simili a quelli già conosciuti, ahimè, all’avvio di un passato tragico dell’Italia, con ampio e frequente ricorso ai “ me ne frego” e a ben manifestate simpatie verso gli ambienti dell’estrema destra, come quelli di Casa Pound et similia.
Nella triplice funzione, anche questa una realtà assolutamente innovativa e pericolosa, di vice presidente del consiglio, ministro degli interni e segretario della Lega, Salvini ha finito con l’assumere progressivamente agli occhi dell’elettorato la figura di un conducator, di un leader risoluto e autoritario di cui, con frequenze alterne, il popolo italiano, prima e durante la lunga storia dell’unità nazionale, ha sentito, purtroppo, la pericolosa necessità.
Non si comprenderebbe, altrimenti, il consenso che in un solo anno Salvini ha saputo conquistare, sino a raddoppiare la cifra della Lega del 4 Marzo 2018 ( dal 17 al 34%) e a doppiare nelle recenti elezioni europee i contraenti del contratto, quelli del M5S, ridotti ad ascari silenziosi della volontà del leader milanese.
La frustrazione della società civile italiana che, lungi dall’esprimersi in un’autentica rivolta sociale com’è accaduto in Francia con il fenomeno dei gilet gialli, si era manifestata, dapprima, con l’astensione dal voto ( praticamente metà dell’elettorato ) e, poi, alle elezioni europee e secondo i sondaggi degli ultimi mesi, sembra,invece, riversarsi nel consenso a favore della Lega salviniana. Un partito camaleonte capace di una magica trasformazione da movimento della secessione nordista padana e anti meridionale, in un rifugio anche per il Sud, dove la Lega si appresta a sostituire il M5S prosciugandone il bacino elettorale.
Con Renzo Gubert, neo Presidente del Consiglio nazionale DC ( amico carissimo dagli anni della comune frequentazione da isolatissimi DC, della facoltà di Sociologia a Trento, dove entrambi ci siamo laureati alla fine degli anni’60), proprio sul tema della deriva autoritaria salviniana abbiamo avviato un sereno e costruttivo confronto. Ed è proprio anche in base alle sue sollecitazioni che tento di approfondire le ragioni della nostra alternativa.
In questi giorni ho molto apprezzato il saggio dell’On Renato Brunetta su “ Il Foglio” del 2 Agosto: “L’altra Italia c’è- L’alternativa ai populisti passa da partiti desiderosi di non essere più schiavi del placebo populista”, e una nota del prof Maurizio Bettini, su “ La Repubblica” di Mercoledì 7 Agosto, intitolata: “ L’umanità nella musica di Mozart”. Invito gli amici a consultare questi due documenti, così come da parte mia raccolgo, condividendolo, l’invito formulato da padre Spadaro, direttore de La civiltà Cattolica: “ questo è tempo di resistenza umana, civile e religiosa”.
Tralasciando gli atteggiamenti e i comportamenti “stravaganti “ di un ministro degli Interni uso a utilizzare i locali delle prefetture, come quella di Milano, per incontri politici di partito con gli amici europei dell’area Visigrad, sino all’utilizzo improprio dei mezzi della polizia (una scappatella del padre per il figliolo) o alla stupida esibizione di Milano Marittima a torso nudo e contorno di giovani bellezze al bagno, gaudenti al ritmo dell’Inno nazionale, sono le politiche realizzate, insieme alle colpevoli omissioni messe in atto da questo conducator, che danno sostanza alla nostra tesi politica. Con Matteo Salvini l’Italia corre un rischio serio di progressiva involuzione autoritaria, che, se non è ancora fascismo, ha già tutti i caratteri di una svolta contraria alle regole dello stato di diritto e ad alcuni valori fondanti della nostra Costituzione. Siamo seriamente preoccupati e consapevoli che: “ quando si rompono gli equilibri istituzionali o c’è la soluzione democratica o la parola passa alla forza”.
Un ministro degli interni che, chiamato in causa dalla magistratura (caso nave Diciottti) se la cava, sottraendosi alle indagini, grazie al voto parlamentare garantitogli scientemente dai grillini; richiesto di esporre in commissione parlamentare notizie e fatti sul caso Siri-Arata, tuttora aperto agli sviluppi più imprevedibili, si rifiuta di presentarsi; idem sul caso Moscopoli ( oggetto di indagine della magistratura milanese) , dove direttamente chiamato in causa per la frequentazione, prima negata e poi palesemente dimostratasi vera, con Savoini, anziché presentarsi in Parlamento per rispondere si fa difendere dal presidente del consiglio Conte, ha mostrato in poco più di un anno in cui ha assunto le sue funzioni ministeriali, elementi tali da considerarlo lontano mille miglia da ciò che tradizionalmente consideriamo il ruolo di un ministro degli interni garante della libertà di tutti i cittadini italiani.
Aggiungiamo l’atteggiamento assunto sul grave caso dei 49 milioni di euro illegittimamente spesi dalla Lega e/o dai suoi dirigenti. Salvini con tono spavaldo ai limiti dell’impudenza, ha dichiarato: “Sono anni che vanno avanti con questi 49 milioni, a me non cambia niente. Non mi cambia la vita". Questa la replica del ministro e segretario politico della Lega a chi gli chiedeva spiegazioni, dopo la recente sentenza della Cassazione che ha confermato la confisca di 49 milioni al suo partito . Anche stavolta legibus solutus, in grado di sottrarsi a ogni dovere di assoluta chiarezza e trasparenza ?
Certo non potrà continuare a tacere se, proprio ieri, l’ex tesoriere del Carroccio, Francesco Belsito, attacca i suoi successori al vertice del partito, ossia Maroni e lo stesso Salvini, dicendo: “ non bisogna chiedere a me come sono stati spesi quei soldi, io li ho lasciati nelle casse del partito”. “Quello che è successo dopo? Bisogna chiederlo a Maroni e Salvini. Sto valutando di fare un’azione legale”, aggiunge l’ex tesoriere della Lega.
Infine, ed è la cosa più importante, è sulle politiche messe in atto da Salvini e dalla Lega, che dobbiamo valutare se queste corrispondano al bene comune del Paese e agli interessi e ai valori che come democratici cristiani intendiamo rappresentare .
Quanto alla politica estera assistiamo, da un lato, alla più ambigua e ondivaga posizione dell’Italia tra USA e Russia, con malcelate aperture verso la Cina di Xi Jinping,. Dall’altro, un errore dietro l’altro nella politica europea, sino all’isolamento più completo nell’Unione, persino alla rottura nel voto con il partner di governo grillino nell’elezione della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, con il rischio di non poter nemmeno ambire a una posizione di riguardo tra i commissari europei, di cui ancor oggi non si conosce il candidato italiano.
Infine, il capitolo più controverso, la politica dell’immigrazione, sino all’inquietante approvazione del decreto sicurezza bis.
Se da un lato, coperto da una continua propaganda di cui il conducator è abilissimo interprete, le sue sparate contro le ONG gli hanno permesso di acquisire consenso, dall’altro, sul piano dei risultati concreti, costatiamo che, al di là dei finti respingimenti per qualche giorno delle navi ONG, l’immigrazione alla spicciolata continua al Sud come al Nord, con un flusso continuo e inarrestabile, e la promessa del rimpatrio degli oltre 600.000 irregolari dichiarati come già presenti al momento dell’assunzione del suo ruolo, resta una chimera, in assenza di relazioni positive con i potenziali partner europei e nord africani.
Viste le falle del decreto sicurezza uno, Salvini, con la colpevole complicità e copertura dei grillini, si è allora inventato lo sciagurato decreto sicurezza bis, causa ultima della presa di posizione netta del “La Civiltà cattolica” già citata di padre Spadaro, autorevole interprete di ciò che Papa Francesco va predicando nei suoi domenicali Angelus a Piazza San Pietro.
Condividendo in toto le argomentazioni espresse dai costituzionalisti Paolo Maddalena e Gaetano Azzariti circa l’incostituzionalità di tale decreto, da parte mia, molto più semplicemente mi limito a osservare che esso appare nettamente al di fuori e contro ciò che è stabilito dall’art.10 della nostra Costituzione. Ieri il presidente Mattarella all’atto della promulgazione della legge ha espresso due “rilevanti criticità”. In una lettera inviata al presidente del consiglio e ai due presidenti delle Camere ha scritto: "Al di là delle valutazioni nel merito delle norme, che non competono al Presidente della Repubblica non posso fare a meno di segnalare due profili che suscitano rilevanti perplessità" e, in ogni caso, anche in presenza di questo decreto rimane intatto l’obbligo dei naviganti di salvare i naufraghi. Le due criticità rilevate da Mattarella riguardano l’elevato valore dell’ammenda amministrativa che, come già evidenziato da una sentenza della corte costituzionale, finisce con l’assumere il carattere di una sanzione penale e, il secondo, concerne la norma del dl sicurezza che consente di non applicare “ la tenuità del fatto” in caso di reati contro i pubblici ufficiali. Questo, infatti, secondo Mattarella "impedisce al giudice di valutare la concreta offensività delle condotte" e nel caso di oltraggio "solleva dubbi sulla conformità al nostro ordinamento e sulla ragionevolezza nel perseguire in termini così rigorosi condotte di scarsa rilevanza" che possono riguardare anche casi che non generano "allarme sociale".
E’ evidente che non solo tali rilievi rimettono alla “valutazione del Parlamento e del governo l’individuazione dei modi e dei tempo di un intervento normativo sulla disciplina in questione”, ma, inevitabilmente, prima o poi, sarà la Corte Costituzionale a essere chiamata a decidere sulla costituzionalità di tutto o su alcune parti dello stesso decreto.
Da parte mia considero grave la deriva che si è aperta a dominanza salviniana e, forte degli insegnamenti che Lugi Sturzo ci ha consegnati con il suo discorso al congresso del PPI di Torino nel 1923, contro la fronda dei popolari disponibili all’alleanza con il fascismo, e con quelli degasperiani, da lui e da tutta la DC sempre difesi, anche contro l’autorità di Papa Pacelli nel drammatico caso delle elezioni capitoline del 1952, mi batterò dentro e fuori il partito affinché ciò che resta della DC storica sappia tenere la schiena dritta in alternativa al populismo e al nazionalismo, che sta portando l’Italia allo sfascio e al totale isolamento internazionale. Tutto ciò in linea con il documento Grassi-Alessi citato.
Certo, decideremo insieme il da farsi nelle prossime riunioni della direzione e del Consiglio nazionale, convinti con l’insegnamento di Aldo Moro, che, in ogni caso, sia “ meglio sbagliare tutti insieme che avere ragione da soli”, con il limite insuperabile, almeno per me e mi auguro per tutti, di non esser mai parte attiva di un disegno autoritario, che non appartiene alla storia dei cattolici democratici e dei cristiano sociali.
Ettore Bonalberti
9 Agosto 2010
Lo sconquasso del Centro
Con il mio ultimo editoriale del 30 Luglio scorso: “ Verso un nuovo centro democratico e popolare”(www.alefpopolaritaliani.it) , avevo commentato i risultati dell’incontro demitiano di Nusco e i primi timidi segnali derivanti dall’ ”incontro segreto” di Roma tra gli amici de “ La rete bianca”, Giorgio Merlo, Giuseppe De Mita, Lucio d’Ubaldo con Pierferdinando Casini, Bruno Tabacci, Mara Carfagna e altri. Segnali orientati a dar vita a un nuovo centro democratico e popolare in grado di riunire componenti di culture e tradizioni politiche diverse, accomunate dalla volontà di difendere i valori costituzionali e di opporsi alla deriva autoritaria nazionalista e populista a dominanza salviniana.
Ciò che è accaduto ieri in Forza Italia, con l’emarginazione de facto di Giovanni Toti, sempre più sbilanciato nell’abbraccio con Fratelli d’Italia e la Lega salviniana, e il rifiuto della Carfagna di far parte del nuovo “comitato di liquidazione” di Forza Italia, come l’ha definito la brillante deputata campana, è il segnale della scomposizione del centro politico italiano.
La fantasia condita dall’indiscutibile fiuto imprenditoriale del Cavaliere ha partorito l’ennesima idea di un nuovo partito: “ L’Altra Italia” che, a detta di Berlusconi, dovrebbe costituire una federazione di tutti i partiti, movimenti e gruppi espressione soprattutto di quel 50% di elettori sin qui renitente al voto. Un’idea che, credo, risenta molto dell’influenza esercitata dall’amico Gianfranco Rotondi, anche lui “DC non pentito”, da sempre inserito nel partito di Berlusconi in rappresentanza di una frazione di elettorato ex democratico cristiano.
Come fu grazie ai compianti amici, Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, che Silvio Berlusconi scelse a suo tempo di aderire al PPE, di cui oggi è nel Parlamento europeo, il più autorevole rappresentante italiano, anche quest’ idea della federazione di tutte le componenti di centro alternative alla sinistra e al governo giallo verde, ha il sapore di un’imbeccata DC rotondiana.
La verità è che in questi ormai venticinque anni della sua discesa in campo, il Cavaliere, come Saturno, ha divorato molti dei suoi annunciati figli ed eredi politici, concludendo, però sempre, col riaffermare la sua immutabile leadership collegata non solo alle sue indubbie capacità carismatiche, ma anche e soprattutto all’ineluttabile legge, come diciamo noi veneti, dell’articolo quinto :“ chi che ga i schei, ga senpre vinto”.
L’inevitabile sfascio di Forza Italia, annunciato dagli ultimi risultati elettorali e dai sondaggi quotidiani, apre un vuoto enorme al centro dello schieramento politico nazionale, tanto più grave nel momento in cui, al tragicomico conflitto tra Lega e M5S, contraenti di un patto che li ha resi protagonisti entrambi di un ruolo a giorni alterni di partiti di lotta e di governo, in caso di elezioni politiche anticipate, l’unica alternativa al dominio salviniano sarebbe svolta, ahimè, in maniera del tutto insufficiente dal partito Democratico. Un partito anch’esso diviso tra annunciate disponibilità ad accordi con il M5S e il netto rifiuto dell’area ancora parlamentarmente maggioritaria dei renziani.
E’ in questo quadro che si pone una seria riflessione sul che fare al centro della politica italiana; al centro, cioè, di un sistema politico retto da una legge elettorale mista maggioritaria-proporzionale che, senza modifiche, richiede necessariamente alleanze, nel quale da molte scadenze elettorali nazionali e locali, quasi il 50% degli elettori è renitente al voto.
Più volte ho definito questa situazione come un classico caso di anomia politico sociale, tanto più evidente, dopo il rapporto SVIMEZ di ieri sulla tristissima condizione del nostro Meridione, in cui, non a caso, il Movimento Cinque Stelle ha vissuto la sua effimera stagione di successo elettorale, sino a portare ai vertici del governo, un giovane senz’arte né parte, neo Masaniello napoletano, rivelatosi, alla fine, impotente rispetto ai molti ruoli affidatigli e subalterno al conducator meneghino.
Senza la ricostruzione di un centro credibile, democratico, popolare, espressione di ciò che resta delle culture politiche che sono state alla base del patto costituzionale, quella cattolico democratica, liberale, repubblicana, riformista socialista e marxista, non sarà possibile arginare la deriva nazionalista e populista salviniana. Una deriva che ha portato all’isolamento più grave dell’Italia sul piano europeo , alla confusione della nostra linea tradizionale filo atlantica in politica estera, e, dopo più di un anno di governo, all’odierna condizione di stagnazione economica e sociale.
Qualche anima bella di casa nostra DC, sembra storcere il naso all’attenzione che personalmente poniamo a tutto ciò che sta accadendo a partire dall’incontro di Roma degli amici citati de “ La rete bianca”. Certo condivido l’esigenza di volti nuovi non compromessi e più credibili, ma i tempi imposti dalla politica italiana, temo che non permettano una così drastica selezione di classe dirigente.
A questi Torquemada del “nuovo che avanza”, savonaroliani senza esercito, vorrei ricordare cosa scriveva il grande Niccolò nel Capitolo VI de “ Il Principe”: “De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquirunter”
“ E debbasi considerare, come non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché l’introduttore ha per nimici tutti quelli che delli ordini vecchi fanno bene, et ha tepidi defensori tutti quelli che delli ordini nuovi farebbero bene. La quale tepidezza nasce, parte per paura delli avversarii, che hanno le leggi dal canto loro, parte dalla incredulità delli uomini; li quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza. Donde nasce che, qualunque volta quelli che sono inimici hanno occasione di assaltare, lo fanno partigianamente, e quelli altri defendano tepidamente; in modo che insieme con loro si periclita.”
Credo sia giunto il tempo di metter insieme le energie migliori presenti nell’area centrale della politica italiana, per ridare una speranza a quel 50% di elettori che non vanno a votare e rinsaldare, come seppe fare a suo tempo e per lunghi anni la DC, gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari. Noi “ DC non pentiti” siamo pronti a offrire il nostro contributo.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)
2 Agosto 2019
Verso un nuovo centro democratico e popolare
Seguo da lontano, dopo un intervento in ospedale, le nostre amarezze interne, dall’ultima lettera del prof Luciani e commento acritico dell’amico Tomei su persone e avvenimenti da me personalmente vissuti in modi alquanto difformi da come rappresentati.
Trovo stucchevole che nella grave situazione politica in cui versa l’Italia si continui a inseguire codici e pandette del tutto fuorvianti, espressione di quella “maledizione di Moro” che si accompagna da molti, troppi anni, alle nostre stupidità. Quelle che ci hanno impedito sino ad oggi di perseguire l’obiettivo che alcuni di noi si erano prefissi, sin dal lontano 2011, dopo la sentenza della Cassazione per la quale “ la DC non è mai sta giuridicamente sciolta”.
“Sabotatori seriali” hanno sin qui operato per impedire ai nostri sforzi compiuti dal XIX Congresso nazionale del 2012 ad oggi, di tentare la ricostruzione politica e organizzativa della DC.
Lascio al caro Giovanni Tomei continuare un’equivoca narrazione di qualche “puro DC” della prima Repubblica, espressione solitaria della migliore tradizione politica dei democratici cristiani, rispetto a quelli che come noi, quarta generazione della DC, si sono sempre considerati, forse indegnamente, ma alla pari, eredi del partito di De Gasperi, Fanfani, Andreotti, Moro, Donat Cattin, Marcora e Bisaglia e sino ad oggi dichiarati senza ripensamenti: “DC non pentiti”.
Trattasi di una ricostruzione errata e ingiusta di persone, fatti e avvenimenti che richiederebbero una diversa e ben più completa dotazione di elementi di giudizio; quelli che solo coloro che di quei fatti ebbero diretta esperienza possiedono e che, come tali, potrebbero autorevolmente svolgere senza far torto alle “realtà effettuale”.
Difficile stabilire il ruolo di “angeli e demoni” in una travagliata vicenda storico politica, quella del tentativo di ricomposizione dell’area cattolico popolare e democratico cristiana, che personalmente sto tentando di ricostruire, sulla base di documenti e testimonianze nel mio prossimo saggio su: “ Il travaglio politico dei cattolici italiani: 1993-2019”.
Grazie alla collaborazione dell’amico Leo Pellegrino, il quale mi ha inviato la prima sentenza, quella del giudice Manzo, da cui è partita tutta la diaspora post DC, ho potuto raccogliere tutte le sentenze che si sono susseguite sulla vicenda del nostro partito, giungendo alla conclusione che non è più il caso di continuare a inseguirci nelle aule dei tribunali, mentre intorno a noi è cambiato un mondo. Sono nate almeno due nuove generazioni di italiani che della DC non hanno più alcuna idea, se non in taluni casi, quella deformata dalla “damnatio memoriae” che ci è stata accollata dalla tragica epopea di “mani pulite” e da media compiacenti e di parte.
Dal 1994 sono trascorsi venticinque anni nei quali tutto è cambiato; sono scomparse tutte le culture politiche che furono protagoniste nella prima repubblica, persino quella “magicamente sopravvissuta” dell’ex PCI, trasformatasi nel PDS, Margherita, PD, sino all’attuale pallida rappresentazione zingarettiana, divisa tra la nostalgia della storia marxista e l’unità a sinistra e la fuga centrista liberal moderata renziana e calendiana.
Ha ragione Ciriaco De Mita, quando a Nusco, alcune settimane fa, ha ricordato che l’unica cultura politica che è rimasta intatta nel suo valore è quella del popolarismo sturziano e degasperiano, facendo seguire alla sua analisi la proposta di una ricostruzione dal basso, dai territori e dagli amministratori locali, un nuovo movimento-partito dell’area popolare.
Con un editoriale del 5 Luglio scorso (“Luglio caldo per l’area popolare”) ho condiviso il proposito demitiano; meno quella precisazione da lui fatta in un’intervista successiva, nella quale ipotizzava la nascita di una sorta di corrente di sinistra DC da utilizzare, intanto, in chiave campana, nell’alleanza regionale con il PD del governatore De Luca e possibili sviluppi successivi in chiave nazionale.
Analogamente seguiamo, da qualche tempo con l’amico Giorgio Merlo, ciò che sta accadendo nell’area della “Rete Bianca” degli ex popolari impegnati e frustrati dall’esperienza nel PD, i quali con gli amici Casini, Tabacci, D’Ubaldo e altri e con Mara Carfagna, coordinatrice di ciò che resta di Forza Italia, si sono incontrati nei giorni scorsi a Roma. Un incontro importante che si pone l’obiettivo di organizzare un nuovo centro democratico e popolare, ampio e plurale, alternativo alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana che sta sgovernando il Paese, ridotto al più grave isolamento in ambito europeo, e con una politica estera ondivaga e altalenante tra la Russia di Putin e gli USA di Trump, con simpatie malcelate verso la Cina di Xi Jinping.
Credo che sarebbe ora che la smettessimo con le nostre diatribe di basso conio interne e fossimo più attenti a ciò che sta accadendo in quest’area centrale in movimento, interessata come noi “ DC non pentiti” a costruire una seria e credibile alternativa allo strapotere salviniano, che sta assumendo tutti i caratteri di una politica conflittuale con i valori costituzionali dell’Italia.
Certo servirà incontrarci per approfondire le ragioni dello stare insieme in quella che potrà assumere il modello di una federazione di culture politiche che si rifanno alla Costituzione repubblicana, nella quale noi democratici cristiani potremo e dovremo apportare il meglio della nostra tradizione politica e culturale ispirata ai valori della dottrina sociale cristiana.
In questi anni nei quali ci siamo persi in vicende poco commendevoli interne, abbiamo anche saputo costruire una serie di proposte politiche e programmatiche ( Sant’Anselmo, Camaldoli) con le quali siamo in grado di concorrere adeguatamente alla costruzione del nuovo centro democratico e popolare, apportandovi un serio contributo di idee.
Una prospettiva sulla quale dovremo tutti noi convenire, se vogliamo dare un senso agli sforzi sin qui compiuti nel tentativo, ahimè fallito, della pur importante, ma non unica e indispensabile, ricomposizione dell’area democratico cristiana.
Da parte mia e degli amici di ALEF, questa è la proposta che crediamo sia più importante realizzare nell’attuale fase delicata e pericolosa della democrazia italiana.
Ettore Bonalberti
Venezia, 30 Luglio 2019
Due riflessioni di Luglio
Cari amici vi invio queste due riflessioni sul:
a) 50° anniversario dell’avvio delle regioni a statuto ordinario (1970-2020)
b) dialogo sulla DC con l’amico Cesare Lia su facebook
Il prossimo anno, 2020, saranno cinquant’anni dall’avvio delle Regioni a statuto ordinario. Fu il traguardo che la DC inseguì dalla nascita della Repubblica. Un traguardo che raggiungemmo con la guida del ministro veneziano, il compianto sen Eugenio Gatto. Con alcuni amici autorevoli del Veneto abbiamo pensato di organizzare un convegno nel 2020, in una sede importante del collegio senatoriale veneziano nel quale il sen Gatto era eletto, in ricordo di quell’avvenimento. Sarà l’occasione per analizzare rigorosamente quanto è accaduto in questi cinquant’anni di vita regionale, con tutte le luci e ombre che li hanno caratterizzati.
Credo che, anche come DC nazionale, potremmo utilizzare l’avvenimento veneto come un’opportunità speciale di riflessione sul regionalismo nella situazione politica attuale.
A un amico, Cesare Lia, che su facebook, a proposito del rilancio della DC, mi scrive: “senza organizzazione, come si fa ad affrontare una campagna elettorale? Non basta dire siamo la DC”, ho risposto così: prima di tutto dobbiamo esistere come iscritti al partito in tutte le province e comuni italiani; celebrare il XX Congresso nazionale il 1 Dicembre p.v. (tempi della politica nazionale permettendo) per ricostituire, speriamo unitariamente con tutti i DC disponibili, gli organi dirigenti del partito e, in parallelo, impegnarci nella costruzione del centro più ampio democratico e popolare, alternativo alla deriva nazionalista e populista. Lo so, trattasi di un percorso difficile e siamo come "medici scalzi" senza risorse finanziarie, ma se non partiamo dalle nostra risorse morali e culturali, le nostre virtù etiche, non c'é più speranza, non tanto per noi, ma per l'Italia. Vogliamo tentare quest’ ultimo sforzo tutti INSIEME?
Credo che il nostro impegno prioritario sia proprio quello che la direzione nazionale DC ha indicato e che ho evidenziato nella risposta a Cesare Lia.
Due o tre grandi convegni interregionali, come da me già proposti alla direzione nazionale del partito, andrebbero organizzati prima del XX Congresso nazionale del 1 Dicembre, mentre l’occasione del 50° esimo anniversario dell’avvio delle regioni a statuto ordinario, dovrebbe essere un occasione da non perdere, per rivendicare il valore originario della proposta politica dell’autonomia, da sempre sostenuta dalla DC, in continuità con la visione sturziana e degasperiana.
Un cordiale saluto a tutti voi.
Ettore Bonalberti
Direzione nazionale DC
Venezia, 20 Luglio 2019
Luglio caldo per l’area popolare
E’ intensa l’attività dell’area popolare ed ex Democratico cristiana in questo mese di Luglio. Terminato positivamente a Nusco l’incontro dei “Popolari” invitati da Ciriaco e Giuseppe De Mita, si è svolto il 3 Luglio scorso, presso l’Istituto Sturzo a Roma, il convegno degli amici di “ Politica Insieme”.
La kermesse estiva continuerà con i tre appuntamenti programmati Venerdì 11 Luglio sempre a Roma: la direzione nazionale della DC, il convegno degli amici di “ Civiltà dell’amore” e il seminario degli amici del “ Libero coordinamento intermedio Polis pro Persona” sul tema:” Diritto” o “condanna” a morire per vite “inutili”? All’indomani, Venerdì 12 Luglio, annunciata l’avvio della fondazione DC di Gianfranco Rotondi e Rocco Buttiglione.
Sono queste le iniziative sin qui annunciate, espressione di un vasto movimento che dalla scomposizione punta alla ricomposizione dell’area cattolico-popolare, così come avevo scritto nell’editoriale “ scomporre per ricomporre” ( www.alefpopolaritaliani.it), l’11 Giugno scorso.
Se a Nusco, con Ciriaco De Mita è apparsa netta la volontà di partire dal basso, dalle comunità locali e dal ruolo che gli amministratori di area popolare possono e debbono svolgere, col proposito di “pensare globalmente e agire localmente”, secondo la migliore tradizione sturziana e degasperiana, nell’incontro di Mercoledì 3 Luglio all’Istituto Sturzo, dopo la relazione introduttiva del prof Stefano Zamagni e le considerazioni conclusive di Leonardo Becchetti, sono stati analizzate le ragioni di un ripensamento profondo di carattere “antropologico” delle categorie interpretative della nuova politica che i cattolici intendono costruire.
Un incontro, quello di “ Politica Insieme”, che si è concluso con la volontà di costruire un “manifesto”, un “appello” come quello redatto da Sturzo cento anni fa, rivolto non solo ai credenti “, ma a tutti gli uomini di buona volontà che, nei valori del cristianesimo, ravvisano le ragioni di un arricchimento straordinario di tutto ciò che è più autenticamente umano.”. Una conclusione in linea con il tipo di partecipazione ampia e plurale di varie realtà associative e di movimenti di area cattolica e popolare, interessati a compiere finalmente un cammino “Insieme” : la magica parola che, personalmente con alcuni amici, adottammo molti anni or sono per la nostra associazione e con la quale ci confrontiamo puntualmente nel nostro sito www.insiemeweb.net .
L’11 Luglio sarà una giornata campale di confronto e riflessione politica. Innanzi tutto la riunione della direzione della DC; di coloro, cioè, che, dalla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 ( “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”), tentano con molte difficoltà di concorrere alla ricomposizione politico organizzativa dell’area popolare, nella quale intendono partecipare da democratici cristiani, avendo consapevolezza che tale ricomposizione potrà avvenire sulla base della condivisione della volontà di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa nell’età della globalizzazione.
La DC è consapevole, infatti, che la politica è lo strumento con cui i cattolici italiani possono e debbono tradurre nelle istituzioni l’equilibrio storicamente possibile tra interessi e valori dei certi medi e delle classi popolari, sulla base di un programma politico che sappia affrontare le tre questioni fondamentali nell’età della globalizzazione:
a) la questione antropologica, che attiene ai valori fondamentali della vita;
b) la questione ambientale, su cui si gioca il destino dell’umpianeta Terra;
c) la questione del nostro stare insieme nell’Unione europea, cl tema della sovranità monetaria e della sovranità popolare da cui dipendono tutte le altre riforme per garantire lavoro, pace e sicurezza al nostro Paese.
Come si può notare non si tratta di proporre nostalgici e non riproponibili ritorni al passato, ma di guardare in avanti, oltre lo stadio meta o pre-politico che caratterizza molte delle trame della fitta rete che si sta intessendo per la ricomposizione dell’area.
La DC vuol fare i conti con il “qui e ora”, tenendo conto delle regole elettorali esistenti e dei tempi e delle scadenze urgenti che la politica italiana impone in questa delicatissima fase di prevalenza di una pericolosa deriva nazionalista e populista, contro cui la DC intende assumere una posizione di netta alternativa.
Senza velleità di assumere chissà quale funzione maieutica o di mosca cocchiera, specie dopo le fallimentari esperienze elettorali vissute dai timidi tentativi di esposizione degli amici “ Popolari per l’Italia” e del “ Popolo della Famiglia” nelle recenti elezioni europee, ma con la consapevolezza di voler partecipare senza presunzioni, con una consolidata esperienza organizzativa e politica nelle vicende politiche italiane. Temi e programma che saranno affrontati nell’annunciato XX Congresso nazionale del partito che si terrà entro la fine dell’anno, a conclusione di una campagna per il tesseramento già avviata e in corso di svolgimento.
Tutto incentrato sulla questione antropologica, il seminario degli amici di “Polis Pro Persona”, segnalatoci dall’amico Domenico Menorello, sul tema dell’eutanasia. Gli amici di “Civiltà dell’amore”, Antonino Giannone e Giuseppe Rotunno, infine, invitando tutti gli esponenti dei partiti e dei movimenti deìl’area cattolica e popolare italiana, intendono anch’essi concludere il loro convegno con un manifesto-appello per l’unità politica dei cattolici. Anche dall’incontro del 12 Luglio annunciato da Rotondi e Buttiglione ci auguriamo giungano fatti e propositi positivi unitari, capaci di superare tutte le divisioni e le opportunistiche utilità usucapite, non sempre legittimamente, sulle spoglie della storica Democrazia Cristiana.
E’ tempo di dimenticare il passato doloroso della diaspora e di porci tutti in atteggiamento di ascolto e di sereno confronto, con noi più anziani, ormai impegnati nel tragitto dell’ultimo miglio della vita, generosamente disponibili a offrire preziosi consigli alle nuove generazioni, almeno a quelle che intendono salvaguardare e attuare, con i principi della carta costituzionale, le indicazioni della dottrina sociale cristiana, unica vera e autentica alternativa alle degenerazioni del dominio dei poteri finanziari nell’età della globalizzazione.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it )
Direzione nazionale DC
Venezia, 5 Luglio 2019
E’ iniziata la lunga kermesse di Luglio dell’area popolare con l’incontro organizzato a Nusco da Giuseppe De Mita e dal presidente Ciriaco, rieletto da alcune settimane a Sindaco della cittadina campana. All’incontro ha partecipato l’amico Giorgio Merlo che, a conclusione dei lavori, ha redatto l’allegata nota. Seguiremo anche i programmati prossimi incontri, augurando alle diverse associazioni e movimenti che si sono attivati ogni miglior successo. Tutto ciò che va nella direzione della ricomposizione dell’area cattolico popolare e dei democratici cristiani non può che essere positivamente valutato. E’ tempo di por fine alla diaspora che ha caratterizzato gli anni che ci separano dall’infausto 26 Luglio 1993, data nella quale la vicenda della DC fu politicamente conclusa, anche se non giuridicamente. Da allora, da “ DC non pentiti”, abbiamo condotto la nostra generosa battaglia sin qui senza esito positivo. Ora, nel tempo del prevalere di una pericolosa deriva nazionalista e populista, crediamo sia indispensabile il contributo che può e deve essere offerto dalla cultura e dall’impegno politico organizzativo dei cattolici democratici e cristiano sociali. Da Nusco riparte dal basso un’iniziativa cui auguriamo positivi sviluppi.
Ettore Bonalberti
Direzione nazionale DC
Venezia, 3 Luglio 2019
Ecco la nota dell’amico Giorgio Merlo
De Mita e Nusco, si riparte dal basso e dalle comunità locali.
La visita a casa De Mita, la relazione poderosa del presidente De Mita, la partecipazione ad un convegno fortemente partecipato da amministratori locali e sindaci a Nusco, il viaggio da Roma con l'amico Lucio D'Ubaldo. Si potrebbero sintetizzare così i passaggi che sono culminati con l'incontro promosso da Giuseppe De Mita e dalla associazione Popolari per l'Italia e che ha registrato una folta presenza di persone che hanno scoperto, e forse anche riscoperto, l'impegno pubblico ed istituzionale attraverso le autonome locali. Cioè i municipi. E il contributo di Ciriaco De Mita, al riguardo, e' stato significativo e di qualità - come sempre, del resto - per ridare autorevolezza e prestigio al filone popolare in un contesto politico confuso e disordinato. Certo, De Mita richiama. E richiama ancora l'attenzione non solo del "suo" pubblico ma di un'area molto più estesa perché con la sua rielezione a Sindaco di Nusco ha ridato speranza e voce a quell'autonomismo che affonda le sue radici nel pensiero sturziano e nel popolarismo di ispirazione Cristiana. Al di là dell'anagrafe, del destino inglorioso dei vari rottamatori nostrani e dell'esperienza accumulata nel passato, un fatto e' indubbio. Con Ciriaco De Mita in campo si può far ridecollare un filone di pensiero e un modello di partecipazione politica che sino a poco tempo parevano definitivamente eclissati. E il convegno di Nusco lo ha confermato. Senza bandiere, senza vessilli, senza gigantografie, senza capitani e senza capi ma con la forza delle idee, del radicamento territoriale e della presenza istituzionale dal basso, può rinascere una nuova stagione politica. E la forza della testimonianza personale, come emergeva dal colloquio nel suo studio di Nusco gremito di libri, documenti, appunti, relazioni varie sui tavoli di lavoro, sono la conferma che forse siamo alla vigilia di una fase politica che può archiviare definitivamente quel finto nuovismo - accompagnato da un clamoroso vuoto di idee e di progetti - che ormai da troppo tempo segna il lento declino della democrazia italiana.
E quindi, proprio da un convegno come quello di Nusco può partire una rinnovata speranza per la politica italiana e per lo stesso futuro del pensiero popolare e cattolico popolare. E cioè, una presenza organizzata di amministratori locali che può essere funzionale e propedeutico per una rinnovata presenza pubblica dei cattolici popolari italiani. Al di là di qualsiasi degenerazione identitaria, delle piccole conventicole e degli stessi equilibrismi romani.
Si parte dal basso, si parte dalle comunità locali e, soprattutto, dalla testimonianza concreta di uomini che hanno contribuito, con molti altri, a rendere forte e robusta la nostra democrazia. Per questo ringrazio il neo sindaco di Nusco e, nello specifico, un testimone eccellente della lunga, nobile e travagliata stagione del popolarismo di ispirazione cristiana.
Giorgio Merlo
Torino, 3 Luglio 2019
Ospitiamo un'interessante riflessione dell'amico Giorgio Merlo sul dialogo aperto per la costruzione di un nuovo centro democratico e popolare.
Il Pd e' sempre quello... Ora un centro credibile.
C'è poco da fare. Il Pd non cambia. Non è una gran novità, del resto. Quando una formazione politica e' costellata da una miriade infinita di correnti organizzate, o di bande, e' francamente difficile perseguire un disegno politico di unità, di compattezza e, soprattutto, con un progetto politico chiaro ed immediatamente percepibile. Perché, purtroppo, e' su questo versante che si è consumata la "scissione" più grave, cioè quella con il suo "popolo". Come le ripetute elezioni nazionali e locali dal 2018 in poi hanno platealmente confermato. E l'ultima Direzione Nazionale del partito non è stata che la conferma, l'ennesima peraltro, di questo andazzo. Un film già scritto e troppo noto per essere descritto nei dettagli. La trama prevede che ci sono botte da orbi nei giorni che precedono la Direzione tra le molteplici correnti e i rispettivi capi e supporter. Poi c'è la puntuale "tregua" nel dibattito in Direzione con il consueto richiamo ai contenuti, al programma, al richiamo dell'unità che sale dalla base e, novità di questi tempi, la lotta per difendere la democrazia contro il pericolo - ovviamente del tutto immaginario e virtuale - della dittatura illiberale, del ritorno al fascismo e della perdita delle libertà civili. Dopodiché, a poche ora dalla fine della Direzione si ritorna puntualmente a ciò che si diceva sino alla vigilia. E cioè, minacce di scissione, insulti interni, delegittimazione della minoranza e accuse violenti a chi guida pro tempore il partito. Appunto. Un film già visto mille volte con la stessa trama e lo stesso epilogo.
Ora, di fronte ad un quadro del genere, l'unica domanda a cui non si riesce a dare una risposta politica credibile e soprattutto percorribile, e' se "questo" Pd ha la forza politica, culturale, programmatica e morale per ricostruire una vera, e non virtuale, alternativa politica al centro destra questo paese. Se "questo" Pd ha la forza per diventare realmente il perno di una alleanza che non sia una banale e grottesca coalizione dove a tavolino viene deciso chi copre il fianco sinistro, chi il fianco destro e chi il fianco centrista/cattolico come pensano di fare Zingaretti e Calenda e altri.
Non avendo la certezza, com'è ovvio, che questi elementi basilari siano ancora nelle corde del Pd, e' giunto realmente il momento per avviare il processo "costituente" di una forza di centro plurale, di governo, riformista, innovatore e culturalmente all'avanguardia. Una formazione politica che crede sino in fondo nella "cultura delle alleanze" al di là e al di fuori di qualsiasi e strampalata "vocazione maggioritaria" o di una grottesca pianificazione della coalizione dall'alto. Una formazione che deve coltivare l'obiettivo da un lato di far ritornare la politica protagonista rifuggendo da qualsiasi demagogia e propaganda a buon mercato e, dall'altro, che abbia la capacità di essere culturalmente inclusivo e aperto a tutti coloro che in questi ultimi tempi o si sono rifugiati nell'astensionismo o hanno continuato a votare stancamente i partiti esistenti. Mondi vitali e pezzi di società reale che in questi ultimi anni non hanno più avuto alcuna rappresentanza politica organizzata e che adesso, invece, richiedono ad alta voce una presenza politica vera e competitiva. Perché non sono solo gli autorevoli appelli di molti opinionisti sui principali organi di informazione a richiamare la necessità di dar vita ad un soggetto politico democratico, riformista e di centro. Ma ormai, com'e' evidente a tutti, questa richiesta parte da settori sociali e culturali consistenti e pezzi di società civile per una rinnovata presenza politica ed organizzativa.
Questa è, oggi, una delle priorità del campo riformista e democratico. Al di là dei politicismi e della politica politicante.
Giorgio Merlo
Torino, 19 Giugno 2019
Crisi di sistema
Dopo il potere legislativo e quello esecutivo, con quanto sta accadendo al CSM, siamo alla crisi di sistema di cui, da tempo, va enunciando Massimo Cacciari.
Il Legislativo vive la condizione malferma di un parlamento espressione di una metà dell’elettorato e risultato di una legge elettorale incapace di garantire una maggioranza stabile di governo.
L’esecutivo, come quello sorto dopo il voto del 4 Marzo 2018, figlio della situazione di cui sopra, sostanzialmente è l’espressione di un “contratto necessitato”, che ha comportato l’avvio di un’alleanza di tipo trasformistico tra due partiti portatori di interessi e di valori diversi e per molti aspetti alternativi. Un’alleanza resa ancor più precaria dal mutamento nei rapporti di forza e di consenso tra i due soggetti, Lega e M5S, contraenti del contratto di governo, ottenuti reciprocamente tra il voto di Marzo 2018 e quello delle recenti elezioni europee.
Lo sfascio che sta vivendo il CSM, infine, è il segnale drammatico di una crisi della giustizia con la quale appare in tutta la sua evidenza, la crisi di sistema dell’Italia. Si aggiunga (risultato delle politiche maldestre del governo giallo verde ) il più forte isolamento internazionale dell’Italia nell’Europa, della cui Unione il nostro Paese è socio fondatore con una politica estera ondivaga tra le rituali ubbidienze alle tradizionali alleanze occidentali e le pericolose aperture verso la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping.
Anche sul fronte degli enti locali, dopo l’infausto riforma del Titolo V° della Costituzione, si vive con forti e diverse preoccupazioni l’irrisolta questione della maggiore autonomia delle regioni del Nord; la crisi strutturale dei bilanci di molti comuni italiani ; la confusa situazione della chiusura-non chiusura delle province con tutti i problemi di attribuzione delle competenze tra le stesse province, i comuni capoluogo e le città metropolitane nate, sin qui, solo sulla carta .
Se osserviamo anche la condizione della società civile utilizzando la nostra teoria euristica dei quattro stati: la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non stato, ciò che emerge è il prevalere di una condizione di anomia morale, culturale, sociale, economica e finanziaria, caratterizzata dal prevalere di una scarsissima solidarietà di tipo meccanico funzionale, dal venir meno delle comunità, da una diffusa condizione di frustrazione premessa di possibili fenomeni di rivolta sociale, sin qui sotto traccia.
Quali sono oggi gli interessi e i valori prevalenti? Interessi “particulari” innanzi tutto e bene comune ridotto a un oggetto misterioso per lo più dimenticato. Sul piano dei valori sono più diffusi quelli di natura egoistica, di esclusione e di chiusura alla comprensione e all’ascolto. Di qui la riduzione della politica a slogans di immediata e facile comprensione, con la comunicazione prevalente e diffusa dei social media e la politica ridotta a tweet e a scambi spesso irripetibili su facebook e instagram.
Col venir meno dei riferimenti politico culturali tradizionali, quelli che sono stati alla base della nascita della Repubblica e del patto costituzionale, nell’attuale deserto delle culture politiche, lo strumento essenziale per offrire la soluzione storico politica all’ esigenza dell’equilibrio tra interessi e valori, ossia al ruolo proprio della politica, risulta inesistente e/o incapace di dare risposte, se non attraverso sporadici e occasionali mezzucci, più in linea con le tecniche di propaganda che con soluzioni e proposte di ampio respiro e di lungo periodo.
In questa condizione di crisi di sistema, la maggioranza giallo verde al governo, ahimè, con la crisi della sinistra e l’assenza di un centro democratico, popolare e liberale credibile, sembra non avere alternative; salvo l’alternativa di un’alleanze di estrema destra, come quella indicata da Giorgia Meloni tra Lega e Fratelli d’Italia. Una maggioranza quest’ultima che darebbe, dopo settant’anni di vita della Repubblica, la guida del Paese alla destra estrema
Noi “ DC non pentiti”, “ultimi dei mohicani” del grande partito di De Gasperi e Aldo Moro, le abbiamo tentate tutte dal 2012 in qua, e adesso dobbiamo ragionevolmente gettare la spugna, sconfortati dallo spettacolo indecoroso avviato da alcuni “sabotatori seriali” con il sostegno di alcuni legulei interni, ai quali spetterà la responsabilità del definitivo affossamento di ogni possibilità di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione secondo cui :“ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”. Difficile ricomporre ciò che si è frantumato sino alla spaccatura dell’atomo negli invisibili quark delle listarelle presentatesi alle ultime elezioni europee. Difficilissimo sarà uscire da quel travaglio politico del cattolicesimo politico italiano avviatosi con la fine della DC nel 1993.
Per tale ricostruzione servirebbe un profondo mutamento spirituale e culturale, prima ancora che politico e organizzativo, senza il quale temo sarebbe impossibile affrontare le tre questioni essenziali del caso italiano e dell’evidente crisi di sistema:
a) la questione antropologica, che attiene ai valori fondamentali della vita:
b) la questione ambientale, su cui si gioca il destino dell’umanità e del pianeta Terra;
c) la questione del nostro stare insieme nell’Unione europea, collegato al tema della sovranità monetaria e della sovranità popolare da cui dipendono tutte le altre riforme per garantire lavoro, pace e sicurezza al nostro Paese.
Quanto al primo tema si tratta di testimoniare e tradurre sul piano istituzionale le indicazioni della dottrina sociale cristiana: dall’”Humanae Vitae” di San Papa Paolo VI a quelle di Papa Francesco. Quanto al tema ambientale, si tratta di impegnarci a tradurre sul piano politico istituzionale quanto indicato da Papa Francesco nella sua straordinaria enciclica “ Laudato Si”. Infine, per quanto riguarda il terzo punto, dopo ciò ho reiteratamente descritto sul ruolo dei poteri finanziari internazionali, in accordo con quanto indicato dall’amico Alessandro Govoni, con cui da molto tempo discutiamo di tali temi, mi permetto condividere queste concrete azioni di governo da lui espresse :
1) il governo emetta un decreto con cui obbliga Banca Intesa, Unicredit, Carisbo, Carige, BPM, UBI Banca e MPS a cedere le proprie quote entro due mesi al Tesoro al prezzo di mercato, in questo modo Banca d'Italia ritorna ad essere pubblica essendo esse le sue azioniste con maggioranza di voto
2) il governo emetta un decreto con cui obbliga Telecom a cedere le proprie quote entro due mesi al Tesoro al prezzo di mercato al fine di nazionalizzare i cavi intranet /internet da cui passano i flussi elettronici tra banche, in quanto per ragione di sicurezza statale non possono rimanere in mano privata.
3) il governo emetta un decreto con cui obbliga Autostrade Spa a cedere le proprie quote entro due mesi al Tesoro al prezzo di mercato in quanto lungo le direttive autostradali passano i cavi intranet /internet da cui passano i flussi elettronici tra banche.
4)il governo emetta un decreto con cui obbliga Assicurazioni Generali, Ina, Alleanza e Toro a investire il denaro raccolto solo in titoli di Stato e non piu nell'azionario
5)il governo emetta un decreto con cui obbliga le banche suddette a raccogliere davvero il denaro tra il pubblico e non più a creare i conti di deposito con un clic , per un importo pari al 200% dei prestiti, tramite veri certificati di deposito, premi assicurativi e obbligazioni emesse, che significa separazione bancaria .
6)il governo emetta un decreto con cui proibisce le vendite allo scoperto
7)il governo emetta un decreto con cui proibisce agli enti locali e al Tesoro di contrarre derivati sul tasso e sulla valuta
8)il governo emetta un decreto con cui conferisce l'obbligo alle Procure di smontare i derivati esistenti facendone statuire la truffa contrattuale su semplice notizia della GDF o del cittadino di esistenza di un derivato in seno all'ente locale o al Tesoro dello Stato
9)il governo emetta un decreto con cui paga di piu al quintale gli agricoltori che coltivano SORGO DOLCE ETIOPE e CANAPA
10) il governo emetta un decreto con cui crea almeno un milione di metri quadri di impianti di macerazione del SORGO DOLCE ETIOPE e della CANAPA
11) il governo emetta un decreto con cui ricava dalla macerazione del SORGO DOLCE ETIOPE BIO- BENZINA
12)il governo emetta un decreto con cui ricava dalla macerazione della CANAPA farmaci rigeneranti delle cellule danneggiate dal benzene
13)il governo emetta un decreto con cui impedisce a compagnie aeree private e ad aerei privati di irrorare nei cieli agenti chimici, per non far piovere da settembre a marzo.
14)il governo emetta un decreto con cui impedisce la circolazione delle auto, salvo siano alimentate da BIO BENZINA e da BIO DIESEL
15)il governo emetta un decreto con cui dichiara lo stato di allerta nazionale per evitare attività di destabilizzazione dell'ordine interno ad opera dei banchieri della Germania dell'Est Rotshshild e J.P. Morgan, da parte dei loro fondi speculatori (Vanguard, State Street, Northern Trust, Fidelity, Francklyn Templeton, Black Rock, Black Stone/Mc Graw Hill, Morgan Guaranty Trust Company, Bnp Paribas Trust ) e da parte delle loro banche d'affari (Morgan Stanley, Merryl Linch, Dexia Crediop, UBS, Credit Suisse, Goldman Sachs, Deutsche Bank...) che oggi controllano le banche suddette, la Telecom, le Autostrade Spa, che seguono le vendite allo scoperto, che hanno piazzato al Tesoro e agli enti locali i derivati sul tasso e sulla valuta, e da parte delle loro industrie ( Unilever, Procter&Gamble, Bayer/Basf/Montsanto,..),
I provvedimenti suddetti sono necessari affinchè lo Stato italiano e non questi banchieri della germania dell'est, ricominci ad incassare. E sarebbero in linea con la migliore tradizione della DC in materia di politica bancaria e finanziaria difesa sino all’infausto decreto Barucci-Amato del 1992 che determinò il superamento della legge bancaria del 1936 dalla DC sempre difesa. Il sottosegretario al ministero del Tesoro e finanze, On Villarosa, che ben conosce questi temi, potrebbe/dovrebbe farsi carico urgentemente di queste indicazioni trascinando il M5S dalla fase delle proteste a quello delle proposte di riforma reali per il bene del Paese.
Ettore Bonalberti
Direzione nazionale DC
Venezia, 18 Giugno 2019
Scomporre per ricomporre
“Scomporre per ricomporre” fu una celebre frase di Aldo Moro, utilizzata in una fase difficile della vita interna della DC, che ben si presta a connotare il momento complesso che stiamo vivendo.
Dopo l’ultima verifica elettorale delle elezioni europee con la conferma dell’irrilevanza elettorale delle “listarelle” di area cattolica presentatesi velleitariamente divise ( la lista dei “ Popolari per l’Italia” di Mauro e Tarolli e la lista de “ Il Popolo della famiglia” di Mario Adinolfi), si stanno adesso organizzando incontri e convegni a cadenza giornaliera, altra dimostrazione di un processo di scomposizione senza soluzione di continuità.
In ciascuna di queste iniziative è affermata la volontà di ricomporre, così com’è stato ben indicato nell’incontro promosso ieri a Roma, dagli amici Giuseppe Rotunno e Antonino Giannone ( “Civiltà dell’amore”) con la proposta di un rinnovato “Appello ai nuovi Liberi e Forti” “ del nostro secolo . E, ritengo, ci sia la stessa volontà nelle annunciate riunioni degli organi dirigenti convocati dagli amici di “Costruire insieme” e dei “Popolari per l’Italia”.
Meno comprensibile, invece, il permanere di una dissennata campagna all’interno di ciò che resta della DC storica guidata dall’amico Renato Grassi, per l’azione condotta da alcuni amici “sabotatori seriali”, i quali, dal 2012 in poi hanno cercato di ostacolare in tutti i modi i tentativi che, con Silvio Lega prima e con Gianni Fontana e Renato Grassi poi, abbiamo svolto per dare pratica esecuzione alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta.” Sabotatori ben assecondati da alcuni amici che sembrano assaliti dalla smania delle pandette e dei codici, convinti che il tema della ricomposizione dell’area democratico cristiana, prima ancora di quella cattolico popolare, sia materia da risolvere nelle aule dei tribunali e non, invece, come essa è di natura esclusivamente politica e culturale.
Velleitaria per non dire anacronistica, infine, l’iniziativa assunta dagli amici Gianfranco Rotondi e Rocco Buttiglione, i quali, essendo stati dichiarati privi di qualsiasi titolo a riguardo dell’eredità giuridico - politica della DC, dalla sentenza della Cassazione, fatta proprio a seguito di un loro ricorso avverso ad analoga sentenza della corte d’appello di Roma, tentano di riproporsi come legittimi eredi di quel partito, sino a dichiarare di voler rinunciare a nome e simbolo, non di loro spettanza, per dar vita a una fondazione ispirata ai valori del popolarismo. A questa iniziativa ha risposto in maniera efficace Renato Grassi, segretario nazionale della DC, eletto dal XIX Congresso nazionale del partito del 14 Ottobre 2018, con una nota pubblicata nel sito ufficiale della DC: www.democraziacristiana.cloud
Mi segnalano, infine, un altro tentativo di Gianni Fontana, autosospesosi dalla presidenza della DC, di dare avvio anch’egli a una fondazione per la formazione di una nuova classe dirigente, quale sviluppo di quell’associazione da lui a suo tempo costituita, dapprima e in parallelo alla stessa vicenda interna della DC.
Emerge, dunque, un quadro assai diverso e dispersivo della situazione anche solo osservandola nell’area del tutto angusta di ispirazione democratico cristiana.
Allargando la visuale a quella più ampia cattolico popolare, le cose non sono molto diverse e, tanto meno, migliori, dato che anch’essa sta ancora sperimentando il lungo travaglio politico culturale che si trascina dal 1993, anno della scomparsa politica della DC.
In questa situazione è comprensibile che il Presidente della CEI, card Gualtiero Bassetti, in un’intervista a Repubblica, abbia dichiarato: “ Se oggi i cattolici votano Lega significa che è profonda la crisi di altre proposte”.
Dovrebbe essere questo il punto di partenza di ogni nostra riflessione: se non ricostruiamo l’unità politico culturale dell’area cattolica e popolare, la deriva nazionalista e populista che raccoglie la maggioranza dell’elettorato attivo italiano ( poco più del 50%) è destinata a prevalere per molto tempo ancora, al di là delle insufficienze e incompetenze di un governo giallo verde che sta portando l’Italia al più completo isolamento europeo e allo sfascio economico e finanziario.
Ecco perché crediamo sia necessario da parte di tutti sotterrare le asce di guerra e ritrovarci attorno a un tavolo ripartendo da ciò che ci unisce e abbandonando ciò che ci divide. Senza quest’azione di ricomposizione dell’area cattolica e popolare italiana, il destino del nostro Paese sarà a forte rischio. Serve la disponibilità di ciascuno a rinunciare alle proprie ambizioni e puntare a un’azione di coordinamento paritetico effettivo, per tentare di dar vita a un’Unione dei Movimenti Popolari Italiani; ossia a un nuovo centro ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, che si ponga due obiettivi strategici essenziali: l’impegno a tradurre nella città dell’uomo le indicazioni della dottrina sociale cristiana e a difendere e attuare integralmente la Costituzione Italiana.
Eventuali velleità di qualcuno di assumere prioritariamente una funzione di guida vanno assolutamente evitate, per sostenere un processo di sviluppo partecipato e democratico attraverso cui favorire l’emergere di una nuova classe dirigente di cattolici e popolari, credibile e pronta a impegnarsi nelle sedi locali e ai diversi livelli istituzionali regionali e nazionali.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)
Venezia, 11 Giugno 2019
Dopo l’intervento di Ettore Bonalberti ( ultimo editoriale:“ Festa della Repubblica?) si è aperto il dibattito sulla costruzione del nuovo centro della politica italiana. E’ intervenuto il sen Lucio D’Ubaldo sulla rivista “ Il Domani d’Italia” con la nota: “ Il centro da ricostruire. Risposta a Bonalberti” e, adesso, abbiamo il piacere di pubblicare l’intervento dell’On Giorgio Merlo : “ Centro, modello Margherita?”
Centro, modello Margherita?
Dunque, dopo il voto europeo emerge, tra gli altri, un dato politico sufficientemente chiaro. Ovvero, il ritorno del "centro" non solo è indispensabile ma addirittura necessario in un sistema ormai fortemente proporzionale. E questo non perché i detrattori storici del centro, del partito di centro e del progetto politico e culturale del centro come Panebianco e molti altri, lo rivendicano e lo richiedono ormai a giorni alterni sui grandi organi di informazione. Ma per la semplice ragione che il ritorno del proporzionale, della destra - finalmente - e di una pallida sinistra, anche se ancora elitaria, borghese e profondamente legata all'establishment, impone la presenza di un "centro" democratico, riformista, plurale e di governo. Non per rivendicare un posizionamento geografico o autoreferenziale ma per battere quella radicalizzazione della lotta politica, o degli "opposti estremismi", che ha come unico obiettivo quello di indebolire il nostro tessuto democratico e di creare le condizioni per una contrapposizione politica fine a se stessa.
Insomma, un "centro" che riequilibra il quadro politico italiano e che, al contempo, offra una risposta politica ad un pezzo crescente di società che non si sente più rappresentato dagli attuali partiti. Anche se, come la Lega di Salvini, raccoglie ormai un consenso di massa paragonabile alla vecchia Democrazia Cristiana.
Un "centro" che, come ovvio, deve essere culturalmente plurale capace di raccogliere attorno al suo progetto politico sensibilità e filoni ideali diversi ma tutti accomunati attorno ad un progetto che non radicalizza lo scontro politico. Un "centro" che non sia goffamente l'emanazione del partito di maggioranza della coalizione. E' curiosa e singolare la tesi, al riguardo, di Calenda che vuol dar vita ad un partito chiedendo l'autorizzazione e il permesso alm suo "capo" partito, Zingaretti. Una concezione alto borghese, elitaria e aristocratica della politica - del resto coerente con la sua provenienza di ex braccio destro di Montezemolo - che non può neanche essere presa in considerazione come progetto politico credibile e praticabile. Come non può essere credibile un "centrino" che coltiva il solo obiettivo di accompagnare, senza disturbare, il cammino del principale partito della coalizione. No, serve un centro, cioè un partito di centro, che sappia porsi come vero interlocutore della intera politica italiana senza rassegnazione e senza timori reverenziali.
Ma per avere un partito di centro credibile che non ripeta le degenerazioni e le cadute di credibilità degli altri partiti, deve avere certamente un leader, o più leader, ma non un "capo". O meglio, non deve avere solo un "padrone". E se non si vuole cadere in questa tentazione, l'unico antidoto reale e credibile resta quello di dar vita ad un partito con un modello "federativo". Dove si garantisce alle varie sensibilità culturali di avere piena cittadinanza nel partito da un lato e di riconoscersi in una leadership dall'altro che non si trasformi progressivamente in una concezione dispotica e cesarista.
Certo, tutti sappiamo che la personalizzazione della politica contemporanea e' la cifra per eccellenza che regola e disciplina la vita concreta dei vari partiti. Ma sappiamo altrettanto che un centro che vuole anche recuperare un metodo profondamente democratico non può appaltare il suo futuro esclusivamente alle fortune del suo capo o del suo padrone momentaneo.
Ecco perché il modello politico ed organizzativo della Margherita, al riguardo, resta un esempio da recuperare e da riattualizzare nell'attuale contesto politico italiano. E questo non per replicare quell'esperienza politica ma per la semplice ragione che proprio quel modello conserva una bruciante modernità democratica e partecipativa non lontanamente paragonabile alle degenerazioni che attraversano i partiti contemporanei.
Un partito, dunque con un chiaro profilo di centro da un lato e con un modello organizzativo, dall'altro, che rimarchi una netta discontinuità rispetto ai cartelli elettorali che ormai dominano incontrastati. Solo così potremmo parlare di una nuova esperienza politica, culturale, programmatica e anche organizzativa. Ora, però, tocca muoversi. E in fretta. Come giustamente invoca ed auspica Angelo Panebianco dalle colonne del Corriere della a Sera. E con lui molti altri opinionisti, commentatori e politologi. Nonché, e soprattutto, moltissimi cittadini italiani ormai senza partito e senza una credibile rappresentanza politica ed organizzativa e che continuano a rifugiarsi nell'astensione.
Torino, 6 Giugno 2019
Giorgio Merlo.
Sulla vera natura di un movimento partito come il Movimento Cinque Stelle pubblichiamo questo interessante articolo dell'On Mauro Mellini. E' palese la violazione dell'art.49 della Costituzione repubblicana.
MACCHE’ “MOVIMENTO”, E’ CASALEGGIO E ASSOCIATI S.R.L.
Non lo abbiamo scoperto noi. E’ cosa riconosciuta e comprovata. Se ne è scritto in giornali ed in libri. Quello dei “Cinque Stelle” non è un partito, o qualcosa che gli somigli, una associazione di cittadini mossi da sentimenti e convincimenti politici comuni che si siano messi assieme per esercitare il diritto sancito dell’art. 49 della Costituzione.
Il cosiddetto Movimento 5 Stelle è un pezzo della proprietà della “Casaleggio e Associati” S.r.l., uno strumento di produzione di quel lucro che è il fine di tale società.
Si è contestato, non senza fondamento, a Berlusconi di essersi considerato sempre il “proprietario” di Forza Italia. Berlusconi era (e per quel che ne resta, è) l’unico che pone e dispone di Forza Italia, partito senza organismi collegiali e con dirigenti che non siano nominati da lui, dal padrone. Che è quello che “ci ha messo e ci mette i soldi” (e “la faccia”).
Nel cosiddetto Movimento 5 Stelle, Casaleggio, prima il padre, poi il figlio, i soldi ce li ricavano e, a quel che si dice, molti.
Il rapporto tra consiglieri, deputati, senatori cinquestelluti e movimentisti è, in realtà rapporto con la società Casaleggio e Associati S.r.l. Sono dipendenti con una sorta di “rapporto di lavoro”, con uno “Statuto” che è una sorta di contratto collettivo con carattere privatistico.
Gli eletti “rendono” alla S.r.l. Casaleggio versando una quota delle loro indennità. Sono munti come vacche da latte.
Non a caso Di Maio viene chiamato “capo politico” dal Movimento. Il che sta a significare che a gestirlo ci sono altri capi che si occupano della baracca redditizia.
Ma, mentre il carattere “patrimoniale” di Forza Italia è stato sbattuto in faccia a Berlusconi ed a tutti gli aderenti e considerato di per sé motivo di diffidenza e di presa di distanza di quel partito, dal suo leader e dalla sua politica, con la “Casaleggio S.r.l.” hanno trattato non solo oggi la Lega e Salvini, ma in passato anche Renzi ed altri.
E, mentre contro il finanziamento dei partiti si è fatta una legge chiaramente diretta a renderlo difficile ed a farne quasi un delitto, nessuna regola è stata imposta, se non la stessa rappresentata dalla Costituzione, per impedire o, almeno, ostacolare, limitare, lo sfruttamento di quelli che vengono presentati al Paese come “partiti” quale fonte di redditi ed oggetto patrimoniale redditizio di società e imprese più o meno chiare. E’ questa la più grave e disgustosa manifestazione di ipocrisia che abbia dato il nostro mondo politico.
Gli espedienti per “mungere” gli eletti 5 Stelle (e, di conseguenza la buona fede degli elettori) sono vari e spesso illegittimi alla luce delle stesse disposizioni costituzionali. Basti pensare alle “penali” a carico dei Parlamentari che lasciano il Movimento ed i suoi Gruppi: norma che sfacciatamente viola il “divieto del vincolo di mandato” per gli Eletti in Parlamento.
Si dirà che il versamento di una quota dell’indennità non l’hanno inventata né Casaleggio né Di Maio. Ma, a parte l’entità, una cosa è il concorso alle spese del proprio gruppo parlamentare ed il versamento al Gruppo, ad altri Parlamentari con i quali si lavora, altra il versamento al “proprietario” del partito, ad una società a scopo di lucro di cui il partito è solo l’ombra.
Vi sono dei corollari di questa sciagurata invadenza di una società di lucro nello sfruttamento della vita politica istituzionale dello Stato che, solo ad ipotizzarli, fanno rabbrividire.
Anche se gli affari della Casaleggio e C. vanno a gonfie vele, non può escludersi l’ipotesi di un eventuale fallimento.
In tal caso la Curatela fallimentare ed il Tribunale metterebbero piede (e le mani) nel funzionamento di un gruppo parlamentare e disporrebbero dei Parlamentari. Mezzo Parlamento sarebbe sottoposto a qualcosa che ha a che vedere con la procedura concorsuale.
Nessuno ha sollevato tale questione di estrema delicatezza. Certamente ogni specifico rimedio normativo rischierebbe di apparire ancora più gravemente lesivo dei principi di libertà e di autonomia del Parlamento di quanto già non lo sia questa assurda baracca di sfruttamento della politica e della vita delle istituzioni cosiddette democratiche. Un personaggio che ben conosce il marchingegno della Casaleggio S.r.l., interrogato da un giornalista sulle prospettive di sopravvivenza dell’attuale Governo, ha risposto che questo durerà finchè Salvini non farà il nome di Casaleggio.
C’è proprio bisogno che lo faccia Salvini?
Mauro Mellini
03.06.2019
Festa della Repubblica?
Oggi è il 2 Giugno, data nella quale celebriamo la scelta repubblicana compiuta dal popolo italiano nel 1946 . E’ la festa di tutti gli italiani, ma, in realtà, oggi abbiamo assai poco da festeggiare.
La condizione di anomia morale, culturale, sociale, politica e istituzionale, si accompagna a una crisi economica e finanziaria che si rivelerà in tutta la sua drammaticità nel prossimo assetto di bilancio dello Stato 2020.
E’ in crisi il parlamento, espressione di una realtà sostanzialmente rovesciata dal voto europeo; è in crisi l’esecutivo, sia per i permanenti litigi nell’interpretazione del contratto stipulato dopo il voto del 4 marzo 2018, che in relazione al capovolgimento dei rapporti di forza tra Lega e Movimento Cinque stelle; è in crisi la Magistratura, squassata dalle inchieste sul PM Palomara e su altri componenti dell’organo supremo di governo dell’ordine giudiziario.
E’ in crisi l’Italia nelle sue relazioni internazionali che, dopo il voto di domenica scorsa, la relegano in un ruolo di assoluto isolamento nel contesto europeo, al di là delle malcelate ambizioni di Salvini di rappresentare un punto di riferimento per il variegato gruppo sovranista sostanzialmente ininfluente nei giochi effettivi del potere dell’Unione.
Mai l’Italia, Paese fondatore dell’Unione, terza potenza industriale europea, si era ridotta a questo stato di miserrimo isolamento, aggravato dalle tragicomiche vicende della lettera di risposta del Ministero dell’Economia e Finanze alla nota della commissione europea sugli scostamenti di bilancio 2018.
La condizione di anomia più volte denunciata, si caratterizza dalla stabilizzazione della renitenza al voto di quasi il 50% dell’elettorato italiano, dalle difficoltà permanenti dei ceti medi produttivi e dalla condizione, in molti casi, disperata delle classi popolari, specie nelle regioni meridionali, dalle quali un flusso straordinario di giovani in fuga verso il Nord e verso l’estero, insieme ai dati gravissimi della demografia, sta depauperando le residue risorse di quella parte così importante della nostra amata Italia.
Si aggiunga lo scempio di un governo che, per sostenere le sue dissennate politiche economiche e sociali, sta usando gli oltre 16 milioni di pensionati italiani come bancomat da cui prelevare a scadenze prefissate quote parti dei loro sacrosanti diritti
Anche il Nord è in sofferenza e vive la contraddizione di una guida dei governi locali con formule di centro destra alternative a quella giallo verde sin qui dominante a livello centrale, incapaci di trovare una soluzione compatibile a quella necessità di maggiore autonomia accertata negli ultimi referendum lombardo veneti.
Quel che è più grave è la situazione politica di un Paese nel quale non sembra esserci un’alternativa reale e credibile a una maggioranza ormai allo sfascio. Il disagio sociale che si era espresso nel voto a favore della Lega e del M5S, quest’ultimo specialmente nel Sud d’Italia, col voto europeo ha semplicemente mutato il senso di direzione, assegnando a Salvini un ruolo di dominus verso il quale la giovane Meloni da tempo ha offerto la disponibilità per un cambio di maggioranza nel segno di una destra sempre più estrema, senza nemmeno più la copertura berlusconiana di Forza Italia. Un’area elettorale, quest’ultima, alla quale guardiamo con grande interesse per l’alternativa alla deriva di destra estrema nella politica italiana.
Il PD è in ripresa, ma da solo, al 22%, al di là di un possibile recupero di ciò che è rimasto alla sua sinistra, nulla potrà se non nascerà un centro di ispirazione democratica e popolare aperto alla collaborazione con una sinistra socialdemocratica di stampo europeo, con la quale impegnarsi nell’unica strategia politica oggi indispensabile all’Italia: la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione repubblicana.
E’ il tema che, con ben più autorevoli amici ex DC e di area liberal democratica, ci stiamo proponendo, interessati a costruire un vasto “rassemblement populaire”, un’Unione dei Movimenti Popolari Italiani (UMPI) laica, democratica, popolare, riformista, europeista, trans nazionale, ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano, alternativa alla deriva nazionalista e populista che sta portando l’Italia allo sfascio.
Ci impegneremo, confortati della presenza oggi nel Paese, dell’unica straordinaria risorsa politico istituzionale rappresentata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, attorno al quale ci stringiamo, fedeli, ora come allora, alla nostra Costituzione repubblicana.
Ettore Bonalberti
Venezia, 2 Giugno
Primo scippo ai pensionati italiani
Alla vigilia della festa della Repubblica controllando il mio conto corrente mi sono trovato il primo “regalo” del governo giallo verde: una prima decurtazione del trattamento pensionistico, un vero e proprio scippo del diritto acquisito dopo anni di lavoro e di contributi versati sulla base di un patto con lo Stato che, da Stato di diritto, Salvini e Di Maio hanno trasformato in uno Stato di rovescio.
Partecipo spiritualmente alla manifestazione nazionale dei pensionati, colpevolmente oscurata dai media, che si tiene oggi a Roma, denunciando un’irresponsabile classe dirigente che tratta i pensionati italiani come un bancomat da cui prelevare le risorse per le loro dissennate politiche economiche e sociali.
Prima fermiamo questa deriva reazionaria e ci battiamo per costruire l’alternativa democratica e popolare fedele alla Costituzione è meglio sarà per l’Italia.
Ettore Bonalberti
1 Giugno 2019
Ospitiamo con interesse questa nota dell’amico Giorgio Merlo sulle prospettive dopo il voto europeo. Troviamo una forte sintonia con quanto il nostro presidente Ettore Bonalberti ha scritto ieri sul tema.
Alleanze, adesso si deve partire.
Lo dicevamo prima e, a maggior ragione, lo diciamo oggi dopo il voto europeo. E sempre partendo dall'assunto che in Italia "la politica è sinonimo di politica delle alleanze". E se questo resta la costante della politica italiana, e' persino ovvio arrivare alla conclusione che se si vuole ricostruire una coalizione e una alleanza credibile e competitiva non è sufficiente riproporre la vocazione maggioritaria o l'autosufficienza di un partito.
Fuor di metafora, se l'obiettivo resta quello di ricostruire una alternativa al centro destra - che oggi, checche' ne dica il segretario del Pd Zingaretti, purtroppo non esiste ancora - che non sia solo un banale e semplice prolungamento di un partito, e' sempre più indispensabile la presenza di un partito di centro, riformista, plurale e di governo. Una richiesta che emerge in modo persino troppo chiaro dal voto europeo e anche dalla consultazione per il rinnovo della guida della Regione Piemonte che ha registrato, per l'ennesima volta, la sconfitta della sinistra a vantaggio di un centro destra a trazione leghista. Malgrado la presenza di un candidato come Sergio Chiamparino che, come tutti sapevano tranne la "propaganda giornalistica amica", non è riuscito a far la differenza attraverso il fantomatico "voto disgiunto".
Ora, e' del tutto evidente che la sinistra non è più politicamente ed elettoralmente autosufficiente. Ed è altrettanto chiaro che un centro sinistra e' credibile, ed esiste, nella misura in cui riesce a comporre una alleanza variegata e articolata. Nonché rappresentativa e realmente espressiva di pezzi di società. Insomma, non è più credibile una alleanza che viene gestita e pianificata a tavolino e dall'alto. Al netto della buona volontà e della consapevolezza di uscire dall'isolamento e dall'angolo, non è più praticabile la strada di dar vita ad una coalizione decidendo a tavolino chi copre il fianco destro, chi il fianco sinistro e chi il fianco centrista/cattolico della coalizione.
Questa concezione di una parte del Pd non è, ovviamente, più percorribile. Quello che adesso serve, e forse è anche utile per la democrazia italiana, e' quello di ricostruire una alleanza di centro sinistra dove la forza di un centro dinamico e riformista, moderno e plurale, deve essere il più possibile visibile e protagonista. Un luogo politico che certamente esprima anche un leader – considerando che la politica in Italia continua ad essere fortemente leaderistica e personalizzata - ma che, soprattutto, sia in grado di declinare una posizione politica capace di essere contendibile con l'agglomerato leghista e conservatore. Un "blocco sociale" che, comunque sia, va rispettato e non ridicolmente disprezzato e ridicolizzato come continua a fare, con una arroganza moralistica e culturale senza limiti, la sinistra salottiera e al caviale dell'arcipelago progressista italiano.
Un centro dinamico, appunto, che sia in grado però di non ricoprire una semplice casella mancante della alleanza, ma che ritorni ad essere decisivo nella sua capacità di rappresentare interessi sociali, mondi vitali e culture politiche reali.
Ed è proprio sotto questo profilo che l'area cattolico democratica e popolare può e deve giocare un ruolo politico, culturale, programmatico ed organizzativo decisivo. Non per ritrarsi in una dimensione identitaria ma, appunto, per contribuire con altri a ridefinire un progetto politico che può essere alleato con una sinistra democratica e di governo ma che, al contempo, non può essere subalterno o gregario rispetto ad un'azionista di maggioranza.
Un progetto politico che deve essere messo subito in campo e che sia in grado di saper unire la politica con l'organizzazione, la rappresentanza di interessi sociali con una dimensione valoriale e culturale. Chi continua a commentare e dispensare giudizi dall'esterno può tranquillamente prendersi un periodo di riposo. Adesso è il momento dell'azione e della progettualità politica.
Giorgio Merlo
Torino, 27 Maggio 2019
E adesso che succede?
Dopo poco più di un anno dalle elezioni del 4 Marzo 2018, il governo giallo verde, frutto della ingovernabilità emersa da quel voto, a seguito di un esecutivo dimostratosi di lotta e di governo, senza una reale opposizione parlamentare, ha colto i frutti del suo operato, con il rovesciamento totale delle posizioni tra Lega e Movimento 5 Stelle. L’anomia sociale e la rabbia dei ceti medi e delle classi popolari che avevano sconvolto gli equilibri politici tradizionali nel 2018, permanendo un’alta astensione dal voto, con poco più del 51% degli elettori votanti, solo in piccola parte è tornata a posizionarsi sul PD, mentre ha sostanzialmente cambiato di direzione all’interno della coalizione giallo verde.
Analoghi spostamenti sono intervenuti nel centro destra, dove la Lega, oltre a raccogliere una consistente messe di voti ex grillini, ha risucchiato altri consensi da Forza Italia, da cui ha tratto beneficio anche Fratelli d’Italia della Meloni, che, ora più di prima, grida alla formazione di un nuovo governo di estrema destra Lega-FdI. Salvini e Di Maio continuano a dichiararsi disponibili a continuare il loro ondivago ménage, ma tutto non potrà più essere come prima.
Assistiamo a uno spostamento del consenso elettorale a destra, almeno rispetto ai voti validi espressi, con il PD, unico punto di possibile, seppur assai ardua alternativa in campo, almeno secondo i risultati della legge elettorale proporzionale con lo sbarramento al 4% . Uno sbarramento che ha impedito l’elezione di candidati delle altre liste, come quelle di più Europa, dell’estrema sinistra, dei Verdi e delle due liste di area cattolico popolare, ridotte, come previsto, a cifre da prefisso telefonico: 0,43 per il Movimento della Vita di Adinolfi; 0,30 ai Popolari per l’Italia di Mario Mauro e Ivo Taroll, con cifre ridicole delle preferenze ai leaders e agli accoliti delle due liste.
La geografia politica del Paese è profondamente cambiata, con tutto il Nord governato dal centro destra a trazione leghista e le grandi città saldamente in mano al PD. La Lega ha definitivamente svoltato dal partito della secessione nordista di Bossi, alla nuova Lega nazional-nazionalista, che sta mietendo consensi anche in alcune roccaforti del “voto rosso” emiliano, umbro e toscano e nello stesso meridione, dove la rabbia dei diseredati sembra cambiare rifugio dal M5S al partito di Salvini.
Sul piano interno Salvini ora può dettare l’agenda, ma i rapporti di forza parlamentari restano nelle mani del M5S. Quanto potrà durare questa anomala situazione tra consenso reale nel Paese e rappresentanza parlamentare totalmente rovesciata a vantaggio dei grillini?
I ceti medi che hanno votato Salvini ora si aspettano il via alle promesse della flat Tax e della TAV, temi assai indigesti al M5S, e, d’altra parte, il governo Conte dovrà dare risposte concrete e urgenti all’annunciata lettera della commissione UE sulla situazione deficitaria di bilancio dell’Italia.
Salvini annuncia baldanzoso che a BXL si batterà per il cambiamento delle regole a partire dal fiscal compact (obbligo di rispetto del 3% nel rapporto Debito/PIL),ma, mal per lui, i sovranisti in Europa non hanno sfondato e sembra debbano prepararsi a una lunga stagione di opposizione/emarginazione dai rapporti di forza reali del parlamento europeo.
Da parte nostra attendiamo tutti i partiti italiani e i parlamentari italiani eletti a Strasburgo in merito all’impegno senza il quale, ogni tentativo di riformare l’Unione europea, sarebbe vano:
1) tornare al controllo pubblico delle banche centrali nazionali e quindi della BCE. Senza sovranità monetaria non si avrà la sovranità popolare
2) adottare in Europa la Legge Glass-Steagall e in Italia il ritorno alla Legge Bancaria del 1936, con la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Nessuna modifica dei Trattati e dei regolamenti comunitari, a partire dal fiscal compact, sarà possibile se non si affronteranno i due nodi strategici indicati.
Credo che entro pochi mesi il quadro politico italiano, dopo il risultato del voto di domenica scorsa, sia destinato a un forte mutamento, mentre la riflessione odierna vorrei incentrarle sulla drammatica scomparsa della nostra cultura cattolico popolare che, la permanente diaspora vissuta anche in questa campagna elettorale, ha reso evidente nei risultati catastrofici delle due liste di Adinolfi e di Mario Mauro e Tarolli.
Mario Mauro voleva tornare a svolgere un ruolo importante, dopo l’emarginazione subita da Forza Italia, mentre Ivo Tarolli, dopo le negative esperienze con Passera e con Parisi, ambiva al ruolo di leader del cattolicesimo politico degli italiani, finendo entrambi miseramente come avevamo facilmente pronosticato.
Dobbiamo renderci conto tutti che divisi non si va da nessuna parte. Ci auguriamo che ne prendano realisticamente atto anche Mauro e Tarolli che, cedendo alle pretese di presunti “cattolici radicali”, avevano accettato di discriminarci rifiutando un esplicito riferimento nella lista dei Popolari per l’Italia alla Democrazia Cristiana, partito mai giuridicamente sciolto.
Ora bisogna ripartire, avendo consapevolezza di costruire un nuovo centro democratico popolare, un’unione dei movimenti popolari e liberal democratici italiani, aperta alla collaborazione con i partiti alternativi alla deriva nazionalista e di destra rafforzata dal voto europeo in Italia.
Qualcuno in casa nostra DC, sembra compiere qualche smorfia a questa proposta, ma, se non vogliamo ridurre la nostra partecipazione a mera testimonianza, con i rischi confermati dal voto europeo, nessuna alternativa al governo eventuale della destra estrema, come ipotizzato dalla Meloni, potrà nascere se non si ricostruisce un centro politico ampio e plurale nel quale ciò che resta dei democristiani (confidando anche sul 49% dei renitenti a diverso titolo al voto) potranno apportare la loro migliore cultura politica, quella dei cattolici democratici e dei cristiano sociali. Nostro dovere e impegno politico fondamentale: tentare di tradurre nelle istituzioni la dottrina sociale cristiana e insieme a chi, condividendo i valori dell’umanesimo cristiano, intende insieme a noi difendere e attuare integralmente la Costituzione.
L’amico Massimo Sernesi, all’interno di un interessante dibattito aperto da Luigi Intorcia sul web, ha indicato alcune azioni indispensabili da compiere che, anche da me condivise, sono così riassunte:
1. Guardare alle soluzioni, non alle ideologie
2. Non urlare, ma ottenere ragione con la dialettica
3. Presentare candidati di provata capacità e rispettabilità
4. Imbastire un dialogo continuo coi cittadini, non paracadutare diktat dall'alto
5. Avere una vera democrazia interna, non plebisciti come quelli dei 5 stelle
6. Saper giungere a decisioni e punti programmatici precisi
7. Agire a tutti i livelli (culturale, economico, ecc.) e non solo sulla propaganda politica
8. Costruire una classe dirigente e una cabina di regia capaci di guidare le scelte importanti
9. Costruire un radicamento sul territorio utile a sostenere qualunque campagna
10. Usare le tecnologie, social e non solo, per supportare i punti precedenti
Ora però: basta con le liti interne tra ciò che rimane della DC, sarebbe continuare una rappresentazione tragicomica e senza senso; apriamoci a un confronto sereno e costruttivo con tutti gli amici ex DC per concorrere tutti insieme alla costruzione di un nuovo soggetto politico ampio e plurale, come da tempo, vado proponendo, sul modello dell’Unione dei Movimenti Popolari che nacque in Francia, dopo la fine della DC francese ( MRP). Continuare a combattere su simbolo, nome e annessi e connessi vari, sarebbe da stupidi e suicidi. E’ tempo di un serio ripensamento all’interno di tutta la vasta e frammentata area cattolica, anche da parte della gerarchia, divisa persino sulla voce suprema del Papa. Della cultura politica e della partecipazione politica attiva dei cattolici e dei Popolari, il Paese e l’Europa hanno assoluta necessità, specie in questa fase cruciale dei rapporti internazionali nell’età della globalizzazione.
Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)
Direzione nazionale DC
Venezia, 28 Maggio 2019
La scelta di Pomicino deve farci riflettere
La decisione di Paolo Cirino Pomicino a sostegno del PD di Zingaretti ha suscitato molte perplessità, anche tra noi DC. Considero Paolo una delle menti più lucide e coerenti, con il quale abbiamo tentato, dal 1993, di concorrere alla ricomposizione dell’area democratico cristiana e popolare dell’Italia. Pomicino dopo tutti i tentativi svolti, ha preso atto del fallimento compiuto, come anch’io ho scritto nelle mie ultime note editoriali, sino a quella sull’inverno del popolarismo italiano.
Alla maledizione di Moro si è aggiunta, con effetti ancor più devastanti, la stupidità di noi uomini, molti dei quali spinti o dalla personale ambizione, o impegnati più a sostenere suicide battaglie interne che a ricercare le ragioni dell’ unità.
Pomicino condivide la nostra stessa analisi della realtà politica italiana caratterizzata dal prevalere sin qui della deriva populista e nazionalista, rappresentata dal governo giallo verde, che sta portando il Paese allo sfascio. Che serva un’alternativa democratica e popolare di tutte le forze che credono e si impegnano per la difesa e integrale attuazione della Costituzione è sotto gli occhi di tutti e, in special modo, sotto quelli di tutti noi “DC non pentiti”.
Credo, tuttavia, che il problema non sia quello di entrare nel PD per dar vita all’ennesima corrente di ex democristiani, dato che per ricostruire un centro sinistra comporta, innanzi tutto, l’esigenza di ricostruire un centro che, con lo sfascio in atto di Forza Italia, rischia di scomparire il prossimo 26 Maggio. Dobbiamo invece concorrere da “ DC non pentiti” alla costruzione di un nuovo centro democratico e popolare, ampio, plurale che possa mettere insieme ciò che rimane delle vecchie culture DC, liberali e riformiste, e che potrebbe connotarsi, come accadde in Francia dopo la fine del MRP ( la DC francese), in un’Unione dei Movimenti Popolari Italiani (UMPI), ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano aperta alla collaborazione con altre componenti interessate alla difesa e attuazione integrale della Costituzione. E’ quanto ha scritto saggiamente l’amico Giorgio Merlo nel suo “Vademecum per il 27 Maggio”.
Altra questione è chi votare alle prossime elezioni europee. Qui nostro dovere di democratici cristiani è quello di seguire l’indicazione della direzione nazionale del 10 Maggio scorso che ha così stabilito: “In merito alle scelte per le elezioni europee, la D.C., che non è presente con una propria lista per motivi tecnico-procedurali in via di definizione, riconferma di non identificarsi con alcuna delle formazioni politiche in corsa nell'attuale competizione ,ma invita iscritti e simpatizzanti a indirizzare il proprio voto su candidati ricompresi nelle liste che si richiamano al popolarismo europeo e che siano ricollegabili, per storia e impegno personale, ai valori politici e culturali della Democrazia Cristiana.”
Personalmente, come ho scritto in diverse occasioni, non voterò per la lista che ci ha deliberatamente tradito, quella di Mauro e Tarolli, con la “sexy prof” e un faccendiere, ahimè inclusi sconsideratamente accanto ad altre persone per bene, proprio perché sarebbe un “voto inutile” ben al di sotto della soglia minima per un’elezione, mentre sceglierò il candidato della mia circoscrizione elettorale più affine al progetto che dopo il 26 Maggio tutti noi come DC, erede legittima di quella storica, dovremmo avviare e, credo, che , a quel punto, anche con Paolo Cirino Pomicino troveremo ampie convergenze.
Ettore Bonalberti
Venezia, 16 Maggio 2019
P.S.: si allega la nota di Giorgio Merlo
Vademecum per il 27 maggio.
Si parla molto e da tempo, come tutti sanno, di un partito che decollerà dopo il voto del 26 maggio.
E cioè, per essere più esplicito, di un partito riformista, plurale, di governo e profondamente
democratico. Ovvero, di un partito che esprime il pensiero, la cultura e la tradizione di centro del
nostro paese. Una richiesta sempre più forte e pressante che emerge da molti settori. Anche da
coloro che sono stati per lunghi 25 anni - l'intera stagione politica maggioritaria - feroci ed
implacabili detrattori di ogni politica e cultura di centro che si stagliava all'orizzonte.
Ma adesso il contesto è cambiato. E anche profondamente. E' tornato il sistema proporzionale e,
di conseguenza, sono tornate le culture politiche. E' finalmente arrivata una destra che, senza
propaganda e senza caricature carnevalesche patrocinate dai circoli salottieri ed alto borghesi dei
"progressisti" nostrani, non c'entra nulla - come tutti sanno - con l'avvento del fascismo o
baggianate del genere. Sta tornando la tradizionale sinistra post comunista capitanata dal
compagno Zingaretti, seppur tra molto contraddizioni perché il nuovo Pd/Pds pensa ancora di
essere un partito a "vocazione maggioritaria" seppur in un contesto proporzionale. E' appena
sufficiente ascoltare la giaculatoria quotidiana di un partito che ha compilato le liste alle europee
da Calenda a Pisapia per rendersene conto. Al contempo, resiste il partito populista e antisistema
dei 5 stelle.
E, accanto a questi elementi strutturali della nuova geografia politica italiana, non possiamo
dimenticare, dopo l'esperienza del governo giallo/verde, la pesante e nociva radicalizzazione della
lotta politica. Di fronte ad un quadro del genere, non può non rinascere una forza che ha nel suo
dna originario alcuni elementi indispensabili per ridare qualità alla nostra democrazia e fiducia nelle
stesse istituzioni democratiche: dalla cultura della mediazione alla cultura di governo, dalla ricetta
riformista al senso dello Stato, dalla capacità di battere la radicalizzazione della lotta politica alla
intelligenza e saggezza di saper comporre gli interessi contrapposti. Insomma, per dirla con una
parola impegnativa ma comprensibile, per tornare alla vera e alta politica.
Ma, se si vuol perseguire questo disegno politico - che viene ormai invocato e auspicato dai suoi
stessi storici detrattori - occorre mettere in campo quel celebre trittico che i nostri maestri, almeno
quelli che hanno contribuito a qualificare la tradizione cattolico democratico e popolare del nostro
paese, ci hanno sempre insegnato. Ovvero, declinare un pensiero e una cultura politica; tradurlo
con un partito politico e, in ultimo, mettere in campo una organizzazione efficace e capillare. Il tutto
per evitare di predicare nel deserto da un lato e limitarsi a giocare un ruolo puramente testimoniale
dall'altro.
Ecco, il 27 maggio si avvicina. A prescindere dai risultati elettorali che, come tutti ben sappiamo,
non saranno molto diversi da ciò che quotidianamente sfornano i vari sondaggi. Ma è bene
essere, già sin d'ora, consapevoli di quello che noi dovremmo fare dopo il 26 maggio. Per evitare
di doverlo ripetere. E per l'ennesima volta.
Giorgio Merlo
L’inverno del popolarismo italiano
Non ho potuto partecipare per motivi familiari all’ultima riunione della Direzione nazionale della DC, la quale al termine dei lavori ha approvato il seguente comunicato:
“La Direzione nazionale della D.C., riunitasi a Roma il 10 u.s., dopo ampio dibattito sulla situazione politica nazionale, rilevando il progressivo deteriorarsi della compagine di governo ormai divisa e contrapposta all'interno su ogni ipotesi di iniziative legislative ,denuncia il pericolo dell'aggravarsi della situazione economica del Paese e il rischio di una crisi istituzionale preludio ad una deriva verso una destra sovranista e ad una pericolosa involuzione del quadro democratico del Paese.
La D.C. auspica che , superate le polemiche elettorali, possa riprendere serenamente e realisticamente il confronto sui problemi reali del Paese ,e si creino le condizioni per il superamento del governo Giallo-Verde e la ricomposizione di un quadro politico istituzionale che recuperi attraverso una ampia aggregazione la funzione portante di un'area centrale liberal democratica che garantisca e supporti un nuovo equilibrio politico e di governo.
La D.C. Intende contribuire a questo progetto ,con proposte e iniziative politiche ed operative che saranno definite dal Consiglio nazionale previsto subito dopo l'attuale tornata elettorale.
In merito alle scelte per le elezioni europee, la D.C. che non è presente con una propria lista, per motivi tecnico-procedurali in via di definizione, riconferma di non identificarsi con alcuna delle formazioni politiche in corsa nell'attuale competizione, ma invita iscritti e simpatizzanti a indirizzare il proprio voto su candidati ,ricompresi nelle liste che si richiamano al popolarismo europeo, che siano ricollegabili ,per storia e impegno personale ,ai valori politici e culturali della Democrazia Cristiana.”
Condivido la scelta operata dai colleghi della Direzione e, in coerenza con quanto scritto nei miei ultimi editoriali, riconfermo che, grazie alla cecità degli amici Mario Mauro e Ivo Tarolli, si è persa una delle occasioni più favorevoli per tentare la ricomposizione dell’area politica dei cattolici democratici e cristiano sociali dell’Italia.
Un obiettivo per il quale ci eravamo fortemente battuti, con il seminario dei Popolari di Verona (23 Giugno 2018) e la stesura del patto programmatico costituente del 5 dicembre 2018, sino a condividere la prefazione di Tarolli al mio ultimo saggio: “ Elezioni europee- la visione dei Liberi e Forti”. Fatiche sprecate dalle quali ricavare, alla fine, un tradimento per la Democrazia Cristiana e personale.
Sono arrivati a sacrificare il riferimento esplicito alla DC, mentre hanno accettato il diktat ( almeno questa é la giustificazione di Tarolli) dei "radicali cattolici" ostili alla presenza ufficiale della DC e ad accettare persino l'appoggio di un signore screditato, oggetto di una denuncia penale della nostra DC e, fatto ancor più grave, a inserire nella lista, la "sexy prof" pordenonese (quella delle: “spiagge libere per gli scambisti d’Italia”, come base del suo programma), ultima perla di una strategia fallimentare che non darà buoni frutti.
Come abbiamo già evidenziato in altro editoriale: nessun voto dei “ DC non pentiti” a questa lista che ha voluto discriminarci, anche perché sarebbe un voto inutile a un raggruppamento improvvisato e screditato per le scelte suddette, che non supererà la soglia del 4%, necessaria per eleggere qualche deputato al Parlamento europeo e il cui unico obiettivo è quello di offrire una qualche opportunità a futuri compromessi al duo dei fedifraghi.
Orfani di una lista democratico cristiana, siamo fortemente preoccupati dalla squallida e pericolosa deriva nazionalista e populista della politica italiana, contro la quale serve l’unità delle forze democratiche e popolari. Al voto del 26 Maggio ci comporteremo, quindi, come indicato nel comunicato della direzione nazionale.
Scegliere una lista e un candidato nella mia circoscrizione del Nord Est risulterà molto difficile. Non nascondo che guardo con interesse anche a ciò che accade nel partito democratico con la nuova segreteria Zingaretti. Ho scritto a Carlo Calenda, capolista PD nella nostra circoscrizione, sin qui senza replica, chiedendogli due impegni che, come ho più volte evidenziato, reputo indispensabili per qualsiasi politica di riforma si intenda operare nell’Unione europea e in Italia:
1) controllo pubblico della BCE e della banche nazionali;
2) netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria
Girata la domanda anche agli Onn. Brunetta e a Tajani di Forza Italia : anche da loro, sin qui, nessuna risposta. Anche stavolta gli hedge funds anglo caucasici/kazari potranno stare tranquilli con todos caballeros italici ? Allo stato dell’arte, insomma, sarà molto difficile scegliere, vista anche la triste esibizione dell’On Elisabetta Gardini ieri sera in TV, squallida espressione dell’ennesima transumanza partitica ai fini del “particulare”.
Siamo all’inverno del popolarismo italiano, ma, come disse Sturzo al congresso di Torino dei Popolari del 12 Aprile 1923: “dopo l’inverno tornerà la Primavera”.
Dopo il voto del 26 Maggio, penso che spetterà a noi “ DC non pentiti” concorrere alla costruzione di un nuovo centro popolare sul modello dell’UMP francese; un’Unione dei Movimenti Popolari Italiani (UMPI) democratica, popolare, riformista, europeista, trans nazionale, ispirata dai valori dell’umanesimo cristiano e inserita a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman.
Ettore Bonalberti
Venezia, 13 Maggio 2019
Riflessioni prima del voto del 26 Maggio
Sono trascorsi 26 anni da quel consiglio nazionale della DC (18 Gennaio 1993) che, con Martinazzoli, decise la fine politica della Democrazia Cristiana.
Per almeno due generazioni di italiani, del partito che è stato l’architrave della democrazia italiana per oltre mezzo secolo, non c’è più alcuna traccia, né memoria storica, se non quella, in molti casi, deturpata da una narrazione di parte; quella della damnatio memoriae dei partiti della Prima Repubblica, con la sola eccezione dell’ex PCI, con la sua progressiva trasformazione in PDS, DS, PD.
Per oltre otto anni, dal 2011, ci siamo battuti per la ricomposizione dell’area democratico cristiana e per una ripresa politica dell’area cattolico democratica e popolare, dispersa nella frantumazione della diaspora tra la seconda e l’attuale cosiddetta “ terza repubblica”.
Errori nostri di conduzione politica e la frantumazione della base sociale e culturale del nostro tradizionale retroterra, amplificati dall’azione stupida e suicida di alcuni sabotatori seriali impegnati ad annullare ogni tentativo di ricomposizione della struttura associativa prima ancora che politica del partito, ci hanno condotto all’attuale situazione di sostanziale impotenza.
Nonostante l’impegno che anche personalmente ho messo in campo per tentare di riallacciare i diversi esili fili di ciò che rimaneva in campo, con le iniziative di Orvieto (28.11.2015), Camaldoli(17-18 Giugno 2017) , Verona (23 Giugno 2017) e sino al patto programmatico federativo costituente di Roma ( 5 Dicembre 2018), con la sciagurata iniziativa assunta dagli “amici” Mario Mauro e Ivo Tarolli di assecondare l’idiosincrasia democristiana di alcuni gruppi “cattolici radicali”, si é impedito di realizzare un primo significativo tentativo di ricomposizione che pure avevamo condiviso nei diversi appuntamenti citati.
Ci troviamo così orfani, alla vigilia del voto del prossimo 26 Maggio, in una condizione politica dell’Italia caratterizzata da una destra che assume sempre più il carattere di una forza estrema e reazionaria a conduzione del “conducator” Salvini, allineata alle posizione più oltranziste come quelle di Orban, leader d’Ungheria. Sul fronte opposto siamo in presenza di una sinistra che, con Zingaretti, tenta con grande difficoltà di ricomporre un’area socialdemocratica in linea con quelle riformiste europee, dopo la sbandata renziana e la fallimentare strategia della “deforma costituzionale” del 4 Dicembre 2016, causa fondamentale della sconfitta del giovin signore fiorentino.
La deriva nazionalista e populista che ha tenuto sin qui insieme Lega e Movimento Cinque Stelle nel “governo del cambiamento”, frutto di una legge elettorale che non ha prodotto una maggioranza parlamentare coerente e omogenea dopo il voto del 4 Marzo 2018, costituisce una delle espressioni più gravi dell’atavico trasformismo politico italiano. Una condizione di governo che, portando all’isolamento dell’Italia dal resto dell’Europa, in piena crisi economica, sociale e di anomia politico istituzionale, sta esaurendo la sua stessa ragion d’essere, nella quotidiana pantomima tragicomica del duo Salvini-Di Maio, destinata a deflagrare dopo il voto di Maggio.
Lo stesso M5S, un movimento-partito sostanzialmente distinto e distante da quei caratteri di democrazia previsti dall’art 49 della Costituzione, se ha avuto il merito di rappresentare sul piano politico e istituzionale il disagio di larga parte del tessuto sociale, specialmente del Sud d’Italia, alla prova del governo, sia in sede locale che nazionale, sembra aver esaurito la sua funzione.
Siamo dunque in una situazione nella quale la tradizionale alternativa bipolare tra centro-destra e centro-sinistra è saltata, per la ragione che non esiste più il centro, anche per l’avvenuto progressivo esaurimento di ciò che Forza Italia ha rappresentato per oltre venticinque anni, sotto la guida del Cavaliere, sempre meno in grado di tenere unito un partito costruito attorno alla sua persona, senza un reale e consistente blocco sociale e culturale di riferimento e regole interne funzionali al ricambio democratico della classe dirigente.
Il nostro problema oggi, non è più, dunque, quello di tentare di ricostruire la DC, un obiettivo per il fallimento del quale ha concorso, con la “ maledizione di Moro”, la sostanziale stupidità di molti uomini, noi compresi, che ci siamo dimostrati insufficienti e indegni eredi dei nostri padri fondatori.
Nostro obiettivo è, invece, quello di concorrere alla costruzione di un nuovo centro democratico, ampio, plurale, popolare, liberale, riformista, europeista, trans-nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori DC: De Gasperi, Adenauer, Monnet, Schuman, alternativo alla deriva nazionalista e sovranista che sta portando l’Italia all’isolamento e allo sfascio.
Alle prossime elezioni di Maggio dovremo, allora, puntare e scegliere quella lista e quei candidati vicini ai nostri valori che abbiano concrete possibilità di essere eletti.
No quindi al voto inutile per liste come quelle espressive dell’ultima suicida diaspora cattolica; liste da percentuali da prefisso telefonico, ma, semmai, puntare, con il voto di preferenza, a sostenere candidati credibili, inseriti in liste di area popolare con concrete possibilità di elezione, ossia in grado di superare la soglia del 4%. Personalmente ho espresso le mie idee sul voto europeo nel mio ultimo saggio: “ Elezioni europee- La visione dei “ Liberi e Forti” e, avendo condiviso l’appello degli amici Carlo Costalli, Presidente del MCL e di Giancarlo Cesana, del movimento Esserci, mi orienterò a votare come indicato in quel manifesto, che allego e che trovo assai coerente con quanto da noi stessi condiviso come DC nel documento del 5 Dicembre scorso che pure allego.
Dopo il 26 Maggio sarà nostro dovere smetterla con le diatribe giuridiche interne ed esterne e batterci per concorrere a costruire, sul modello francese, quell’UMPI ( Unione dei Movimenti Popolari Italiani) che da tempo vado auspicando, ossia il nuovo centro democratico e popolare di cui la democrazia italiana ha assoluta necessità. Obietti strategici essenziali da perseguire saranno:
a) la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione con l’impegno a realizzare sul piano politico istituzionale le indicazioni della dottrina sociale cristiana;
b) il controllo pubblico di Banca d’Italia e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria, ossia il ritorno alla legge bancaria del 1936, colpevolmente abrogata dalla riforma del 1992 del Testo Unico Bancario. Questa è, infatti, la precondizione necessaria e sufficiente per qualsiasi politica economica che intenda sottrarre la nostra economia dalle norme iugulatorie imposteci in Europa dai poteri finanziari e per attuare una seria strategia a favore del lavoro e degli interessi del terzo stato produttivo e delle classi popolari.
Ettore Bonalberti
Venezia, 5 Maggio 2019
I cattolici al voto di Maggio
Da mesi sto esaminando atti e documenti per redigere un saggio sul travaglio politico dei cattolici italiani, partendo dalla mia esperienza vissuta dal 1993, anno della fine politica della DC; il partito che, per quasi mezzo secolo, aveva rappresentato l’espressione più efficiente ed efficace della cultura politica di ispirazione cattolico democratica in Italia.
L’assassinio di Aldo Moro e la successiva scomparsa di Papa Paolo VI, ultimo papa italiano, al quale erano legati molti esponenti della seconda generazione democratico cristiana, unitamente alle ragioni che ho più volte enunciato quali cause determinanti della fine della DC, sono stati gli elementi che hanno concorso in maniera fondamentale alla consumazione di quella straordinaria esperienza politico culturale. In estrema sintesi le ragioni della fine della DC possono essere così riassunte:
la DC è finita per aver raggiunto il suo scopo sociale: la fine dei totalitarismi di destra e di sinistra contro cui si era battuto il movimento dei cattolici in un secolo di storia;
la DC è finita per il venir meno di molte delle ragioni ideali che ne avevano determinato l’origine, sopraffatta dai particolarismi egoistici di alcuni che, con i loro deteriori comportamenti, hanno coinvolto nel baratro un’intera esperienza politica;
la DC è finita per il combinato disposto mediatico giudiziario che l’ha travolta insieme agli altri partiti democratici e di governo della Prima Repubblica;
la DC è finita quando sciaguratamente scelse la strada del maggioritario, per l’iniziativa improvvida di Mariotto Segni, auspice De Mita in odio a Craxi e Forlani, abbandonando il tradizionale sistema proporzionale che le garantiva il ruolo centrale dello schieramento politico italiano. E, soprattutto, ed è la cosa più grave e incomprensibile, la DC è finita senza combattere. Con una parte, quella anticomunista, messa alla gogna giudiziaria, e quella di sinistra demitiana succube e imbelle alla mercé dei ricatti della sinistra giustizialista.
I tentativi compiuti dal 2011, con gli amici Silvio Lega, Luciano Faraguti, Gianni Fontana e Renato Grassi, insieme a tanti altri, dopo che Publio Fiori ci aveva informato della sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo la quale: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”, sono stati vanificati, almeno sin qui, da un gruppo di “sabotatori seriali”, che, dal XIX Congresso del 2012, si oppongono contro ogni tentativo di dare pratica attuazione a quella sentenza.
Il duo Cerenza – De Simoni si è ostinato a ricorrere contro ogni atto da noi compiuto, prima con Fontana e poi con Renato Grassi, per dare un definitivo assetto ai vertici all’associazione di fatto (qual’ è giuridicamente la DC), con continui ricorsi e contro ricorsi nei tribunali, col bel risultato che, a tutt’oggi, dopo oltre sette anni, siamo al punto morto inferiore. Unico risultato del duo romano? Aver sin qui impedito ogni soluzione e ostacolato ogni tentativo di ripresa politica della DC. Una combinazione esplosiva tra “ la maledizione di Moro” e la stupidità di noi uomini, indegni eredi della migliore tradizione democratico cristiana.
Grande confusione regna sotto il cielo ex DC, dal momento in cui la grande “ balena bianca” si è andata via via frantumando nei diversi spezzoni della diaspora, spesso costruiti attorno a figure di basso conio, interessate soprattutto alla mera sopravvivenza politica personale e dei piccoli clan di riferimento. E’ il caso di Lorenzo Cesa che, grazie al suo vecchio mentore Pierferdinando Casini, al tempo in cui il bolognese presiedeva la Camera, ebbero in eredità l’uso elettorale del simbolo dello scudo crociato, utilizzato come dono da offrire al Cavaliere a garanzia della rielezione di Cesa al parlamento italiano prima e a Strasburgo poi, insieme al suo amico di cordata Antonio De Poli di Padova.
Emblematico e tragicomico il caso di Pierferdinando Casini, nato doroteo DC bisagliano, poi passato alla scuderia forlaniana, separato dalla DC con l’UDC , dopo la virata a sinistra del PPI di Martinazzoli, per finire nel PD sotto le insegne di Gramsci, Togliatti e Berlinguer in una sezione ex PCI di Bologna.
Tralascio la situazione ridicola delle varie sigle e siglette che si rifanno alla tradizione politica DC, sempre in guerra tra di loro e, in alcuni casi anche al loro interno. E’ quanto stoltamente accade nella DC espressione dell’unico albo dei soci eredi del partito storico, quello approvato dal Tribunale di Roma nel 2016, Qui siamo alla follia suicida di alcuni amici interessati a inseguire le capriole del duo Cerenza- De Simoni, finendo con l’escogitare continue soluzioni giuridiche a un tema che è e rimane tutto ed essenzialmente politico.
Alla vigilia delle prossime elezioni europee il travaglio politico dei cattolici italiani e, in particolare, quello degli ex DC è così rappresentabile:
1) i i vecchi dirigenti organizzatori del “Family day” sono divisi tra la parte che fa riferimento a Gandolfini e Pinton, di fatto ormai organici alla Lega di Salvini, e quelli di Mario Adinolti, ancora una volta velleitariamente presenti con una loro lista autonoma, destinata con molta probabilità, a una cifra elettorale da prefisso telefonico;
2) una lista di sedicenti popolari guidata da Mario Mauro e da Ivo Tarolli, i quali, accettando il diktat di alcuni esponenti “cattolici radicali” ( definizione coniata dallo stesso Tarolli), in barba agli impegni assunti con la DC nel seminario di Verona del giugno 2017 e nel documento patto programmatico costituente del 5 dicembre 2018 a Roma, hanno rifiutato di denominare la lista come espressione dell’unità tra Popolari, Democratici Cristiani Insieme, finendo, invece con il presentarsi in compagnia di una “sexy prof” pordenonese, con la quale, sperano di rifare l’esperienza dei radicali veri con Cicciolina al tempo di Pannella. Stavolta, magari, con la benedizione di qualche chierico di alto grado di cui ci si accredita o si millanta la sponsorizzazione. E’ evidente che, senza pari dignità e con questa disinvolta (?!) scelta nella lista di una “liberoscambista” che propone, come suo programma: “spiagge libere per coppie scambiste in Italia” , la DC non poteva certo aderire a tale soluzione indegna e ridicola.
3) Resta la scelta operata da Carlo Costalli, presidente del MCL nella lista di Forza Italia, insieme a quella scontata del duo Cesa-De Poli, sempre a fianco del Cavaliere.
4) Un discorso a parte resta da sviluppare per quei cattolici, ex DC, che hanno scelto da tempo di sostenere partiti distinti e distanti dalla nostra tradizione politica: FI, PD, Lega, M5S,Fratelli d’Italia o che, si rifugiano nell’astensione elettorale, stanchi e sfiduciati dall’attuale offerta partitica italiana.
In questa situazione di evidente sfascio, salvo miracoli, credo che nessun esponente di area cattolica o ex DC sarà eletto nel prossimo parlamento europeo. Tutto sarà da riprendere daccapo dopo il voto di Maggio, partendo dalla grave situazione di anomia etica, culturale, economica, sociale e politico istituzionale dell’Italia, per concorrere a costruire un nuovo centro democratico e popolare, alternativo alla deriva populista e nazionalista che sta portando allo sfascio il Paese.
Un soggetto che, sul modello francese degli anni ’60, possa assumere la funzione di un’Unione dei Movimenti Popolari Italiani (UMPI) di ispirazione popolare e democratico cristiana, da collegare al PPE, il Partito Popolare Europeo da riportare ai valori dei padri fondatori DC : Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman. Un movimento-partito che si ponga due obiettivi strategici fondamentali:
1) la difesa e completa attuazione della Costituzione repubblicana e l’impegno a tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana;
2) il controllo pubblico di Banca d’Italia e della BCE e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. In sostanza il ritorno alla legge bancaria del 1936, colpevolmente superata dalla riforma del 1992 del Testo Unico Bancario sottoponendo l’Italia, come accade in Europa, al dominio dei poteri finanziari degli hedge funds anglo caucasici/kazari, con sede legale nella city of London e fiscale a tasso zero nel Delaware. Quei poteri che, nell’età della globalizzazione, hanno rovesciato i principi del NOMA (Non Overlapping Magisteria) ponendo il primato alla finanza cui va subordinata l’economia reale e la stessa politica, senza più riferimenti di natura etica, con non siano quelli propri del Dio denaro.
Ettore Bonalberti
Venezia, 1 Maggio 2019
Segnali inquietanti alla vigilia del voto di Maggio
Con un tasso di disoccupazione che tende a superare l’11% e quello giovanile verso il 32%, con 5.700.000 giovani occupati in situazioni precarie e /o largamente al di sotto delle loro preparazioni scolastiche; con un ceto medio sempre più impoverito e la rottura dell’alleanza garante dell’equilibrio tra di esso e i ceti popolari, l’Italia vive una condizione di anomia foriera di una sempre più grave crisi sociale, economica, etica e politica.
Siamo alla vigilia di una possibile rivolta sociale, fomentata da un clima politico sempre più strisciante verso forme di autoritarismo e di rottura con le fondamentali condizioni di uno stato di diritto, alimentate anche da taluni comportanti anomali e devianti di esponenti di rilievo del governo giallo verde.
Un ministro degli interni che sembra agire “legibus solutus”, come nel caso della nave Diciotti, con l’avallo parlamentare dei soci di governo penta-stellati; indifferente, distinto e distante, com’è avvenuto il 25 Aprile, dalla celebrazione di una delle date fondanti della nostra Repubblica; interprete di modalità ed espressioni comunicative sempre più simili a quelle invalse nell’era fascista ( “ me ne frego”, “ prima gli italiani”,” chi si ferma è perduto”,”tanti nemici tanto onore”), stanno portando la Lega ad assumere sempre di più le caratteristiche della destra politica più estrema, non a caso collegata alle destre più reazionarie presenti in altri Paesi europei. E, non a caso, tornano a manifestare arroganti e pericolosi gruppi e movimenti eversivi di chiara ispirazione fascista, in alcune città come Roma e Milano.
Noi, che della Lega veneta abbiamo conosciuto gli inizi giovanili, al tempo dei Rocchetta e Tramarin e che apprezziamo la compostezza istituzionale e la tradizione culturale della maggior parte dei leghisti della nostra Regione, a partire dal presidente di Giunta, Luca Zaia e del Consiglio regionale, Roberto Ciambetti, non possiamo condividere l’estremismo politico di destra rappresentato a livello nazionale da Matteo Salvini.
Consideriamo la deriva nazionalista e populista che tiene insieme sin qui il governo giallo-verde, il più grave rischio involutivo della nostra vicenda democratica e un serio pericolo per la tenuta complessiva del sistema sociale, prima ancora che politico istituzionale del Paese. Un misto di arroganza e di incompetenza istituzionale e amministrativa quello del governo della Lega e M5S da lasciare sgomenti. Un equilibrio di governo fondato sulla commedia di due attori, Salvini e Di Maio, in gara permanente a chi la spara più grossa, con costante ricorso alla propaganda, più che alle concrete soluzioni efficienti ed efficaci per il bene comune, ci auguriamo che sia definitivamente superato dal voto europeo del prossimo 26 Maggio.
Questa commedia, se continuasse, rischierebbe di trasformare la farsa in tragedia, se, come i dati della realtà effettuale sembrano esprimere, dalla condizione di frustrazione presente in molte parti della società, subentrasse un’aggressività sempre più diffusa che potrebbe sfociare dal livello individuale nella rivolta sociale.
E’ ben vero, che gli italiani non dimostrano una propensione rivoluzionaria simile a quella dei cugini francesi, e che sono molto più inclini a “iniziare le rivolte in piazza e a finirle in trattoria”, ma i dati della situazione economica delle famiglie e, in particolare, la difficilissima condizione dei giovani disoccupati e frustrati, presagiscono azioni e movimenti che potrebbero assumere i caratteri simili a quelli manifestatisi a Parigi dal movimento dei gilet gialli.
Quelli che cavalcarono la protesta, latente il 4 Marzo 2018, traendone largo consenso, Lega e M5S, giunti al governo, incapaci di dare risposte concrete, efficienti ed efficaci, a quell’elettorato stanco e sfiduciato dei partiti tradizionali, rischiano di finire travolti da quelli stessi elettori, ai quali, non sarà sufficiente la propaganda con cui Di Maio e Salvini hanno sin qui saputo ben camuffare la loro sostanziale incapacità di guida del Paese.
Ettore Bonalberti
Venezia, 26 Aprile 2019
Ora e sempre Resistenza!
Oggi è la festa della Repubblica. E’ la festa di tutti e, in maniera speciale, per noi, prima generazione post bellica, orgogliosi della libertà che i nostri padri ci conquistarono con la Resistenza e la lotta antifascista.
Spira una brutta aria di restaurazione alla quale dobbiamo rispondere con l’unità di tutte le forze politiche e culturali che hanno siglato il patto costituzionale.
Contro la deriva nazionalista e populista e “il ministro Tecoppa” in fuga dalle celebrazioni del XXV Aprile: ora e sempre Resistenza!
Venezia, 25 Aprile 2019
Dopo la Direzione nazionale DC 11 Aprile 2019
Si è svolta Giovedì 11 Aprile scorso la Direzione nazionale della Democrazia Cristiana a conclusione della quale è stato diramato il seguente comunicato stampa:
Comunicato stampa
"
La Direzione Nazionale della Democrazia Cristiana, riunitasi il giorno 11 Aprile
u.s, ha effettuato un’approfondita analisi della situazione politica in vista delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.
La Direzione ha valutato le possibili ipotesi operative e, in coerenza alla linea politica definita dal Consiglio Nazionale, ha scelto unanimemente di non affidare ad alcuna formazione partitica, se pur formalmente collegata ai fini elettorali al PPE , il mandato di rappresentare ufficialmente anche la Democrazia Cristiana.
Tuttavia, previa autorizzazione, possono essere consentite agli iscritti al Partito, candidature personali da indipendenti nelle predette liste.
La direzione, riservandosi una ulteriore valutazione e un indirizzo politico ed operativo ,dopo la presentazione delle liste, ha preso atto dell'avvenuto deposito del simbolo del Partito nella sede ministeriale competente e della determinazione a sostenere il diritto al suo utilizzo in ogni fase procedurale.
La Direzione infine ha valutato positivamente la disponibilità di numerosi soci a candidarsi nell’eventualità che si determino le condizioni di una possibile, autonoma presentazione di una lista della D.C."
L’Ufficio Stampa della D.C.
Roma 12.4.19
Alla vigilia dell’incontro di direzione, al quale non ho potuto partecipare, avevo inviato la seguente nota a commento della situazione venutasi a creare dopo la decisione assunta dagli “amici” Mario Mauro e Ivo Tarolli di non accettare il riferimento alla Democrazia Cristiana nella lista che si accingono a presentare alle prossime elezioni europee:
Un’occasione colpevolmente sprecata
L’avvenuta esclusione della DC dalla lista che avevamo con molta passione voluta come unitaria per concorrere alla ricomposizione dell’area cattolico popolare, è un’altra delle occasioni colpevolmente sprecate, ennesimo sintomo del perdurare di una diaspora che sembra senza fine.
Uno spreco tanto più grave perché compiuto da due amici, Mario Mauro e Ivo Tarolli, con i quali personalmente ho compiuto tratti importanti di strada politica comune, sempre ispirato dalla volontà di concorrere al progetto unitario dei democratici cristiani e popolari italiani.
Era nato così il seminario di Verona del 23 Giugno 2018 di cui redassi il documento finale condiviso, tra gli altri da Ivo Tarolli, Gianni Fontana e Mario Mauro e il patto programmatico federativo costituente del 5 dicembre 2018 scritto sempre dal sottoscritto con alcune integrazioni dell’amico Nino Gemelli.
Avevamo apprezzato la disponibilità di Mario Mauro di utilizzare il suo simbolo dei Popolari per l’Italia, condizione che avrebbe evitato la difficilissima raccolta delle 150.000 firme previste dalla legge elettorale, atteso che quel movimento a suo tempo, grazie anche al compianto Potito Salatto, era stato affiliato al PPE.
Come DC, unico partito italiano socio fondatore del PPE, avevamo chiesto di poter aggiungere al simbolo dei Popolari per l’Italia lo scudo crociato, ma l’avvocato Venturini, delegato da Mario Mauro, ci aveva opposto delle improbabili, per la verità inesistenti, motivazioni tecniche.
Avevamo offerto alcune indicazioni per connotare la lista unitaria che tenesse conto dei tre movimenti essenziali che concorrevano al progetto: Popolari e Democratici cristiani Insieme.
Sedicenti movimenti di area cattolica, secondo la tesi del solito Venturini, sostenuto stavolta anche da Tarolli, assurto improvvisamente al ruolo di leader del cattolicesimo politico italiano in stretto collegamento, a suo dire, con le più alte gerarchie ecclesiastiche, avrebbero opposto rifiuto alla denominazione suddetta, sostituita con questa: Popolari, Democratici e cristiani Insieme.
Una connotazione che, come ha giustamente rilevato l’amico prof Antonino Giannone, docente di etica, assume un carattere paradossale: “significa che anche quelli del PD fanno parte del raggruppamento. Dire Cristiani vale in generale per Tutti, mentre politicamente non caratterizza nessun raggruppamento! Scrivere senza la e Democratici Cristiani e’ una chiara indicazione politica alla DC storica, partito che ha fondato il PPE e che ha i titoli per fare parte dell’aggregazione e che ha contribuito alla stesura del manifesto tra i sottoscrittori “.
Alla fine ha prevalso la tesi dei pasdaran sedicenti cattolici, quei puri, più puri di tutti, che sono riusciti nell’operazione di epurarci. Avevano offerto come “compensazione” all’amico Renato Grassi di presentarsi capolista nella circoscrizione delle isole, ma Grassi con grande dignità e onore ha replicato che senza lo scudo crociato, il segretario politico nazionale non si sarebbe presentato in una lista anonima.
Passi per gli sciagurati pasdaran senza storia politica e passi anche per il mutevole e mutante Mario Mauro, interessato probabilmente a riproporsi in termini di personale rinnovata credibilità al Cavaliere, alla cui corte ha servito per lunghe stagioni, ma quello che ci ha fatto più male è l’incoerenza dell’ex parlamentare DC trentino, Tarolli, che nei nostri confronti ha assunto il ruolo di un autentico fedifrago politico, perdendo ogni credibilità anche verso chi, come il sottoscritto, l’aveva indicato da subito, quale capolista nella circoscrizione del Nord Est.
Più volte ho scritto che alla diaspora DC più che alla “maledizione di Moro”, spesso dovremmo fare riferimento alla stupidità degli uomini, che con i loro comportamenti finiscono col fare danno a se stessi e agli altri. La DC, “partito mai giuridicamente sciolto” e che in questi quasi dieci anni abbiamo contribuito a rinascere nei suoi organi statutari, continuerà, comunque, la sua battaglia delle Termopili come già annunciato, impegnata ad attivare in tutte le realtà locali italiane dei comitati civico territoriali, luoghi di una partecipazione politica ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano.
Nostro obiettivo saranno le prossime elezioni amministrative ovunque si svolgano e le imminenti elezioni politiche, dove, con lo scudo crociato tornato nella piena disponibilità, ci ripresenteremo da” Liberi e Forti” per ridare al Paese una nuova speranza.
Ai mutevoli e mutanti e ai fedifraghi di turno auguriamo ciò che si meritano e ce la racconteremo dopo il 26 Maggio…….
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC-responsabile ufficio esteri
Mercoledì 10 Aprile,2019
Le Termopili Democristiane
Attorno all’eredità della DC si è svolta una lunga battaglia che iniziò nel 1993, nel momento del distacco dal PPI di Martinazzoli, dell’UDC di Casini e Sandro Fontana, con un lungo seguito di scontri giudiziari fra presunti eredi: da Castagnetti per il PPI a Casini per l’UDC, e via via, Rocco Buttiglione e Mario Tassone con il CDU, la meteora di Pino Pizza e giù per li rami, tra Rotondi e Sandri e la nostra DC rimessa in moto da Gianni Fontana e Renato Grassi. fino ai giorni nostri.
La suprema Corte di Cassazione ha risolto definitivamente ogni querelle con la sentenza inappellabile assunta a sezioni civile riunite, numero 25999, del 23.12.2010, con la quale è stato sancito che “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”, dunque, non ci sono eredi dato che il de cuius non è mai giuridicamente defunto.
Già Ombretta Fumagalli Carulli, eletta alla presidenza del
consiglio nazionale della DC nel Novembre 2012 dichiarò, il 28 Dicembre di
quell’anno: "I
sostenitori del principio 'le sentenze si rispettano' se ne facciano una
ragione: i magistrati, con sentenza definitiva n.25999 adottata dalla
Cassazione il 23 dicembre 2010, hanno determinato che il simbolo della
Democrazia Cristiana spetta -come logico- ai democristiani. Il glorioso partito
della Dc che fu di De Gasperi, di Aldo Moro e di Donat Cattin, non è mai
stato sciolto e, anche se non si è presentato alle elezioni più recenti, non ha
rinunciato a nulla di ciò che gli appartiene".
E aggiungeva: "questo significa che, fino a ora, coloro che hanno
utilizzato il logo dello scudo crociato, lo hanno fatto abusivamente. A
cominciare da Pierferdinando Casini che, a quanto pare, vuole troppe cose tutte
insieme".
E, Gianni Fontana, eletto dal Congresso nel Novembre 2012, il 4 Gennaio 2013, avviò un’azione legale contro Casini e l’UDC con questo comunicato: “la democrazia cristiana ha avviato oggi un'azione legale "a tutela del proprio diritto di essere l'unica esclusiva proprietaria e, quindi, unica utilizzatrice, del simbolo dello scudo crociato sulla base delle recenti decisioni della magistratura. La corte d'appello di Roma ha accertato, con una decisione confermata dalle sezioni unite della corte di cassazione, che la DC non si è mai estinta e che, pertanto, non vi è stata alcuna ipotesi di successione in favore di nessun partito"."alla democrazia cristiana non rimane pertanto - proseguiva Fontana - che la difesa del simbolo e degli ideali che l'hanno sempre contraddistinta, e in particolar modo di quel simbolo glorioso che purtroppo ha assunto tante e troppe deformazioni e modificazioni. da queste premesse e su queste basi è partita oggi l'unica causa che la DC ha instaurato contro l'UDC per rivendicare il proprio diritto di esistere e di esistere con il proprio nome e il proprio simbolo, nonché nel medesimo stato in cui altri, non si sa quanto responsabilmente, l'hanno messa a riposo nel '94, oltre che per far accertare che l'UDC stessa non ha alcun diritto di utilizzare il simbolo, come chiaramente affermato dalla magistratura, e per richiedere il risarcimento dei danni".
Non abbiamo ottenuto soddisfazioni con l’UDC e Casini ha fatto la fine che tutti conosciamo: da virgulto doroteo forlaniano è finito sotto le insegne di Gramsci, Togliatti e Berlinguer, fotografato in una sezione dell’ex PCI di Bologna, sopravvissuto a tutti i morti della prima repubblica e, tuttora, in pompa magna col laticlavio di senatore della Repubblica per il PD.
L’uso di quel simbolo è stato ereditato nell’UDC da Lorenzo Cesa, che ne ha fatto un utilizzo a titolo personale e di alcuni suoi amici, sino a questo giro elettorale europeo nel quale: o si imbarca sul residuo vascello del Cavaliere, di cui è stato sempre una scialuppa di salvataggio, o concorre con la residua scarsa credibilità alla ricomposizione dell’area democratico cristiana.
Questo della ricomposizione dell’area cattolica e popolare italiana, che comporta inevitabilmente la stessa ricomposizione possibile dei superstiti “DC non pentiti”, è stato l’obiettivo che insieme a Gianni Fontana, Renato Grassi e gli altri “ ultimi dei mohicani DC” ci siamo proposti dal 2012, preso atto della sentenza della Cassazione, attivando tutta una serie di procedure possibili, con le quali abbiamo inteso dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione stessa e rilanciare politicamente la DC.
Dal Novembre 2012 e, prima ancora, dal Consiglio nazionale autoconvocatosi grazie all’iniziativa del sottoscritto e di Silvio Lega, alcuni sabotatori seriali, in primis l’avv. Cerenza e il sig. De Simoni, in rappresentanza di un’associazione degli iscritti 1992-93, hanno attivato una serie di azioni giudiziarie tese ad annullare i risultati raggiunti con la celebrazione del XIX Congresso nazionale DC del Novembre 2012, col solo risultato pratico di rendere impossibile la rinascita giuridica, prima ancora che politica, del partito.
Un fatto nuovo è, però, intervenuto, quando il tribunale di Roma ha accettato come base sociale dell’associazione senza personalità giuridica Democrazia Cristiana ( poiché tale è la natura giuridica del partito), quella dei soci 1992-93 che, nel 2012, decisero di rinnovare l’adesione al partito, il cui tesseramento era stato pubblicamente svolto in quell’anno.
Lo stesso tribunale, in base alle norme del codice civile, le uniche applicabili nel caso in questione, ossia di un’associazione senza personalità giuridica e priva degli organi statutari, ha autorizzato la convocazione dell’assemblea dei soci tenutasi il 13 ottobre 2017 nella quale eleggemmo gli organi sociali del partito: segretario nazionale e Consiglio nazionale. Successivamente il Consiglio nazionale convocò il Congresso attraverso le assemblee provinciali e regionali del partito per l’elezione dei delegati, secondo le norme statutarie tuttora in vigore della DC, e il 13 Ottobre 2018 riconvocammo il XIX Congresso nazionale del partito nel quale abbiamo eletto il segretario nazionale Renato Grassi e il consiglio nazionale. Quest’ultimo il 23 Ottobre 2018 ha eletto alla Presidenza del Consiglio nazionale, Gianni Fontana, la direzione nazionale e il segretario amministrativo, legale rappresentante del partito, nella persona di Nicola Troisi.
I “sabotatori seriali” non si sono arresi e anche contro queste assemblee hanno fatto ricorso, con un procedimento giudiziario tuttora pendente che contribuisce a mantenere in vita quel tentativo suicida che persegue l’unico scopo razionalmente comprensibile: impedire la rinascita politica della DC o, come più volte affermato, riscattare i beni patrimoniali ex DC.
Forti delle decisioni del tribunale di Roma, alla vigilia delle prossime elezioni europee, il 5 Dicembre 2018 abbiamo concorso alla redazione del patto programmatico federativo costituente, sulla base del quale abbiamo inteso dar vita a una lista unitaria delle diverse anime della vasta e articolata galassia cattolico popolare e democratico cristiana.
Avevano detto si a tale progetto con Renato Grassi, Mario Mauro, Mario Tassone, Ivo Tarolli, Nino Gemelli, Maurizio Eufemi, Giuseppe Rotunno, Giorgio Merlo e tanti altri amici esponenti di vari gruppi e associazioni dell’area cattolica.
Mario Mauro garantiva che grazie all’adesione dei “ Popolari per l’Italia” al PPE, si sarebbero potute evitare le forche caudine della raccolta, in brevissimo tempo, delle 150.000 firme necessarie per la presentazione della lista, dando incarico all’avv. Francesco Venturini di seguire l’iter del progetto.
Da parte mia, che con Gemelli ero stato l’estensore del patto federativo, proponevo come nome da assegnare alla lista quello di: “ Popolari e Democratici cristiani Insieme” o, in alternativa quello di UMPI ( Unione dei movimenti Popolari Italiani, sul modello dell’UMP francese) o di Unità Popolare.
L’ufficio politico della DC nella riunione del 28 marzo 2019, considerata l’assenza di ogni residua querelle sul simbolo dello scudo crociato, la cui proprietà è di totale appartenenza tra i beni immateriali della DC, chiedeva che, accanto al simbolo dei Popolari per l’Italia fosse inserito lo scudo crociato, ricordando che tra tutti i partecipanti al patto federativo, la DC era l’unico partito storicamente e legittimamente socio fondatore del PPE.
L’avv. Venturini, aspirante ad assumere il ruolo di capolista per conto degli amici Popolari per l’Italia, nella circoscrizione centrale, si farebbe portavoce di una sorta di idiosincrasia anti DC e della volontà di alcuni di escludere il simbolo dello scudo crociato, avendo, di fatto, già concordato a tavolino nomi e cognomi dei capilista e dei candidati nelle cinque circoscrizioni elettorali.
A questi sedicenti cattolici e popolari vogliamo far notare che avendo combattuto senza soluzione di continuità, la lunga battaglia nella stagione suicida della diaspora democratico cristiana, non avendo velleità di eleggere qualche amico, ma solo quella di piantare la bandiera della rinata Democrazia Cristiana, siamo pronti alla battaglia delle Termopili democratico cristiane, sia sul fronte del simbolo che ci appartiene, sia su quello della lista che rivendicheremo come diritto in tutte le sedi, per la nostra legittima appartenenza di unici soci fondatori del PPE, cui intendiamo collegare la nostra proposta politica e programmatica.
Restiamo con la speranza che Mario Mauro e Ivo Tarolli, che sono stati sin qui i dominus per la formazione della lista, sappiano tenere dritta la barra e impedire, complice l’astuto avvocato romano, l’ultimo naufragio al progetto di ricomposizione dell’area cattolica e popolare che presuppone, volenti o nolenti, anche quella di ciò che rimane dei “democratici cristiani non pentiti”.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC
Venezia, 5 Aprile 2019
Basta con i rinvii, ora serve l’unità
Assistiamo a un ben triste spettacolo messo in scena dal governo giallo-verde. Il premier Conte si è inventato la “clausola di dissolvenza”, con la quale spera di guadagnare tempo e rinviare il caso TAV a dopo il voto di Maggio, per salvare la faccia a Di Maio e al M5S suo sponsor. Matteo Salvini, terrorizzato dal prossimo voto del Senato sul caso Diciotti, da spavaldo Capitan Matamoro rincula al più accondiscendente ruolo del meneghino Tecoppa ( “ fermati che ti infilzo”). Si aggiungano le posizioni antieuropee e filo russe con disponibilità filo cinesi del governo, già denunciate dagli USA, e le nostre storiche alleanze atlantiche e europee sono messe in discussione senza nemmeno un dibattito parlamentare.
Ci prepariamo così al voto del prossimo 26 Maggio per il rinnovo del Parlamento europeo. Guai se i diversi cespugli nei quali ancora si disperde l’antica foresta democratico cristiana e popolare italiana non comprendessero la necessità inderogabile dell’unità.
Il 5 Dicembre scorso abbiamo condiviso il patto programmatico costituente federativo che insieme all’On Gemelli ho avuto l’onore di redigere. Ecco perché sento il dovere di rivolgere a tutti gli amici Renato Grassi, Mario Tassone, Gianfranco Rotondi, Lorenzo Cesa, Mario Mauro, Giorgio Merlo, Ivo Tarolli e ai tanti amici rappresentanti delle diverse associazioni e movimenti dell’area cattolica, un ultimo appello all’unità .
Serve proporre alle elettrici e agli elettori italiani una proposta di ispirazione democratico cristiana per l’Europa con la quale ci impegniamo a mettere al centro delle politiche europee la persona, le famiglie, i corpi intermedi, le cui relazioni dovranno essere garantite dai principi della sussidiarietà e della solidarietà in un’Europa federata delle nazioni.
Intendiamo sottrarre l’Unione europea al condizionamento dei poteri finanziari che hanno rovesciato i principi del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) garantendo alla finanza il primato e subordinando ad essa l’economia reale e la politica, molti esponenti della quale sono ridotti al ruolo di accoliti serventi a libro paga degli stessi poteri.
Intendiamo batterci per il controllo pubblico della BCE e delle banche centrali dei Paesi europei e per la separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria, a partire dalla Banca d’Italia e al ripristino della Legge bancaria del 1936.
Senza queste due riforme fondamentali non si potranno adottare efficienti ed efficaci politiche economiche per risolvere i grandi problemi della crescita e dello sviluppo sostenibile dell’Unione europea, insieme a quelli della disoccupazione, specie giovanile, e della povertà sempre più ampia e diffusa anche tra i ceti medi europei.
Serve dar vita a una lista unitaria di tutti i democratici cristiani e popolari italiani, sotto il simbolo glorioso dello scudo crociato. Una lista di centro senza cedimenti a destra o a sinistra, con candidati ed eletti impegnati a tradurre nella “città dell’uomo” gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana e lo faremo da soci fondatori del PPE, con la volontà di riportare l’Unione europea ai principi dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman.
Ettore Bonalberti
Vice Segretario nazionale DC, responsabile ufficio esteri-
Roma,10 Marzo 2019
Macron per un "nuovo Rinascimento europeo"
Fa piacere che il presidente Macron abbia annunciato l’iniziativa francese per un Rinascimento europeo”, dopo che politiche dissennate del suo predecessore ci hanno portato al “cul de sac “della guerra Libica, Paese in cui, peraltro, continua il tentativo francese di sostituirci nel ruolo che ENI esercita dai tempi di Mattei in quella realtà nord africana.
Ovviamente “ Rinascimento europeo”, come sostiene Macron, comporta la revisione degli stessi trattati di Maastricht a partire dall’illegittimo fiscal compact, come il prof Giuseppe Guarino ha dimostrato con dovizia di particolari nei suoi libri.
Noi democratici cristiani vogliamo un’Europa federale degli stati, che ponga al centro delle politiche europee gli interessi della persona e dei corpi intermedi, regolati dai principi della sussidiarietà e della solidarietà. Quei principi della dottrina sociale cristiana che furono alla base delle politiche dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman.
E’ prevalsa la deriva relativistica e laicista, che ha impedito di inserire nella Costituzione europea, bocciata proprio dalla Francia, le radici giudaico cristiane che fanno parte incontestabile della nostra storia.
Vogliamo l’Europa dei cittadini e non dei poteri finanziari dominanti degli hedge fund anglo caucasici/kazari, che hanno rovesciato i principi del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), ponendo la finanza in posizione dominante, con la subordinazione ad essa, cioè a coloro che la gestiscono in prima persona, l’economia reale e la stessa politica, i cui esponenti sono in molti casi ridotti a burattini mossi dai fili dei pupari finanziari.
Vogliamo il ritorno alla controllo pubblico delle banche centrali, a partire dalla Banca d’Italia, e la separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria.
Macron, proveniente proprio da quei mondi che vedono nei Rothshild, JP Morgan, Vanguard , State Street , Northern Trust, Fidelity, Francklyn Templeton, Black Rock, Black Stone, Mc Graw Hill, Bnp Paribas, Guarantee Trust, riconducibili alle 7 famiglie sassoni/georgiane/azerbajane dei Morgan, BauER MeyER Rothshild, Baruch JohnSON , WalkER Bush , JefferSON, Clinton, RockfellER ) i principali esponenti, vuole davvero costruire con noi un nuovo rinascimento europeo?
Noi DC e popolari porteremo in Europa queste proposte e se son rose….fioriranno.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC-responsabile ufficio esteri
Venezia, 5 Marzo 2019
Torna la sinistra. Evviva. Adesso tocca al centro.
Dunque, la sinistra italiana e' ritornata in campo. Si potrebbe tranquillamente dire, per essere
ancora più chiari, che è ritornato in pista un nuovo e rinnovato Pds. Ovviamente in forma
aggiornata e rivista, ma sempre del partito della sinistra italiana si tratta. Un risultato, quello delle
primarie del 3 marzo 2019, che può contribuire a cambiare in parte la geografia della politica
italiana rimettendo in modo energie e idee che sino a qualche tempo fa parevano congelate. Ecco
perché ci sono almeno 3 elementi politici attorno ai quali non si può non riflettere dopo il risultato
delle primarie del Partito democratico.
Innanzitutto con la segreteria Zingaretti, come dicevamo poc'anzi, ritorna in campo la sinistra, il
pensiero e la tradizione della sinistra italiana. Era da tempo, del resto, che si auspicava e si
invocava questo "ritorno". E questo dopo una fase in cui questa cultura, questo pensiero e questa
tradizione erano stati, di fatto, archiviati. O meglio, accantonati nella concreta gestione del partito
di riferimento della sinistra italiana. A ciò ha contribuito in modo determinante la stagione renziana
dove, e' sempre bene non dimenticarlo, oltre l'80% del partito condivideva quel progetto e quella
impostazione. Gran parte della nomenklatura che ha sostenuto oggi Zingaretti invocando
discontinuità e cesura radicale rispetto al passato, sono stati stati tifosi e fans accaniti per oltre 4
anni del progetto renziano. I nomi sarebbero tantissimi. Uno fra tutti. L'ex sindaco di Torino Piero
Fassino. Ma oggi, comunque sia, si apre un'altra pagina. Torna la sinistra e tutto cio' che la sinistra
ha storicamente rappresentato nel nostro paese.
In secondo luogo, piaccia o non piaccia, viene definitivamente archiviato il renzismo. Almeno
dentro il Pd a guida Zingaretti. È un dato oggettivo su cui non conviene neanche soffermarsi.
Come ovvio, non parliamo del ceto dirigente renziano e di tutti colto che hanno sostenuto quel
progetto. Personaggi che nell'arco di pochi giorni saranno tutti e convintamente sostenitori del
Presidente della Regione Lazio. No, parlo delle politiche e del progetto politico renziano che ha
condizionato profondamente l'evoluzione della politica italiana. Il problema, com'è ovvio, non è il
destino politico e personale di Matteo Renzi. Al riguardo, vedremo nelle prossime settimane e nei
prossimi mesi quale sarà. Quello che resta sul tappeto e' il cambiamento radicale del progetto
politico complessivo del Partito democratico. Un progetto che in questi lunghi cinque anni ha avuto
alti e bassi a livello politico ed elettorale. Momenti politici ed elettorali, lo ripeto, che sono stati
ampiamente e quasi unanimemente condivisi dal Partito democratico a livello nazionale e a livello
locale. Ora si cambia. Come? Anche qui, lo vedremo nelle prossime settimane ma è indubbio che
quando si parla di discontinuità radicale e di cesura totale rispetto al passato non può che ritornare
in campo un'altra cultura, un altro pensiero, un altro metodo e un'altra ricetta. Economica, sociale,
istituzionale, finanziaria e quindi politica. E Zingaretti ha avuto un grande merito in queste primarie.
Lo ha detto in tempi non sospetti che tutto sarebbe cambiato e che, soprattutto, avrebbe archiviato
con la sua vittoria il passato recente di quel partito. Ecco perché nel Pd il renzismo sarà
politicamente archiviato.
In ultimo, tornata in campo la sinistra con un rinnovato e moderno Pds, adesso tocca al "centro
politico" riorganizzarsi e tornare in campo.
E non solo perché lo chiedono e lo invocano i granopinionisti dei quotidiani. Da Panebianco a Galli Della Loggia a Polito.
No, adesso la presenza dun centro politico, culturale e di governo serve alla democrazia italiana e alla cultura riformista del
nostro paese. Un centro che non sia solo di ispirazione cattolica. Anche, com'è ovvio, ma non solo.
Serve un "centro plurale" che sappia unire in un credibile progetto politico la cultura di governo, la
credibilità della classe dirigente, la capacità di non radicalizzare il confronto politico, una ricetta
programmatica in grado di saper comporre gli intessi contrapposti e, soprattutto, che sappia
rappresentare un elettorato che non ama l'estremizzazione della dialettica politica. Una
radicalizzazione che con il ritorno della tradizionale sinistra, accanto ad una forte e visibile destra,
sarà al centro della contesa politica italiana a partire dalle prossime settimane.
Questo è il compito di tutti coloro che non si riconoscono nella contrapposizione secca tra la sinistra e la destra.
Ecco perché, infine, la netta vittoria di Zingaretti ha comunque contribuito a rendere più chiare e
più nette le dinamiche della politica italiana. Adesso è tutto più chiaro. Accanto alla destra in
crescita, accanto alla presenza, seppur declinante, di un movimento antisistema e populista,
accanto al ritorno della sinistra tradizionale e moderna, va riorganizzato un campo di centro. Non
per ripristinare una terza o quarta posizione ma, al contrario, per ridare qualità alla nostra
democrazia e far tornare protagoniste tutte le culture politiche del nostro paese.
Giorgio Merlo
Torino,4 Marzo 2019
Dopo il “pronunciamiento” di Salvini è tutto più chiaro
Alle elezioni regionali di Abruzzo il 10 Febbraio scorso, il M5S ottiene il 19,7 %, dopo che alle politiche del 4 marzo 2018 aveva ricevuto il 39,85 %; in consiglio comunale di Taranto scompare la rappresentanza del movimento; alle regionali di domenica scorsa in Sardegna il M5S, che alle politiche del 4 Marzo aveva ottenuto oltre il 40% ,sprofonda a meno del 10%.
Non c’è che dire, con Di Maio leader, i grillini perseguono imperterriti la linea del gambero. E Di Maio come reagisce? Tranquilli, predica la riorganizzazione del movimento verso il partito: due mandati per tutti a cominciare dai consiglieri comunali e poi, via via, si arriverà anche ai parlamentari, dato che tornare a lavorare, per chi un lavoro ce l’aveva, sarebbe molto dura, mentre per gli altri…..c’è sempre il reddito di cittadinanza. E per Di Maio, il leader delle sconfitte? Tutto congelato, il suo ruolo “ si ridiscute tra quattro anni”; insomma Di Maio non si cambia, non è previsto da nessun contratto. Poveri “grullini”, ridotti a sorbirsi il Giggino di Pomigliano d’Arco………. fino alla fine.
Matteo Salvini sull’onda dei successi elettorali considera la sua attuale posizione di dominus del governo giallo verde, come la migliore possibile per lui e per la Lega. Non a caso si spinge a dichiarare: “io mai più con il centro-destra”. Non è la prima volta che Salvini assume il ruolo baldanzoso e sfrontato di un “Capitan Fracassa” (“ mi processino pure”), salvo poi, proprio come nel caso del processo per la Diciotti, ridursi, consigliato dall’esperta ministra avvocata Bongiorno, a quello di un qualunque “Tecoppa meneghino” bisognoso del salvataggio del voto dei pentastellati.
Certo la natura originaria della Lega con Salvini è profondamente mutata; all’idea separatista bossiana della Padania dall’Italia è subentrata quella di un partito nazionale a tutto tondo, che accentua sino a livelli pericolosi il suo nazionalismo, con alcuni esponenti, come il loro mentore economico, Claudio Borghi, che, anziché la separazione della Padania dall’Italia, auspicano la separazione dell’Italia dall’Unione europea.
Sono giurassici i tempi bossiani del “ Dio PO”, con le ampolle delle sue acque raccolte sul Monviso e portate in laica processione sino a Venezia; o quelli delle bandiere tricolori strappate al canto di “ Va pensiero”. Ora trionfa l’immagine di un ministro degli Interni che sfoggia felpe d’ordinanza di tutte le forze armate e dell’ordine pubblico col tricolore e giunge a visitare un signore, condannato in via definitiva dalla Cassazione per tentato omicidio, in spregio evidente della magistratura e con l’utilizzo “improprio” e deformante del suo ruolo istituzionale. Insomma la Lega a trazione salviniana sta assumendo la funzione e il ruolo della vera destra lepenista italiana che, persino la Meloni e Crosetto al suo confronto sono dei liberali moderati.
Non nascondiamo la nostra simpatia e vicinanza politica agli amici della Lega che conosciamo nel Veneto, dal governatore Zaia al presidente del Consiglio regionale, Ciambetti. In molti dei loro seguaci riconosciamo gli interessi e i valori che un tempo sono stati rappresentati dalla Democrazia cristiana veneta, che fu il partito di molti dei genitori degli attuali esponenti della Lega veneta.
Con la stessa franchezza, però, possiamo affermare che delle politiche e degli atteggiamenti assai poco istituzionali di Salvini, non condividiamo pressoché nulla; anzi, riteniamo che siano espressione di un nazionalismo vecchio e stantio, capace solo di suscitare pericolose fratture nel tessuto sociale e morale dell’Italia. Un Paese che è ridotto all’isolamento internazionale più grave della sua storia repubblicana, e/o, peggio, per il quale si ipotizzano nuove alleanze ad oriente, lontane da quelle atlantiche ed europeiste occidentali, che la DC seppe garantire all’Italia per quasi cinquant’anni.
Ecco perché l’affermazione perentoria di Salvini, una sorta di “pronunciamento” nello stile del “comandante”: “ Io mai più col centro-destra”, assume per noi “ DC non pentiti” la conferma di quanto abbiamo deciso nel nostro congresso nazionale dell’Ottobre 2018; ossia la volontà di concorrere alla costruzione di un nuovo centro, non sbilanciato, né a destra né a sinistra, impegnato nella difesa e nell’ integrale attuazione della Costituzione repubblicana.
Una Costituzione da realizzare pienamente in tutti i suoi principi fondamentali, dall’applicazione dell’art.49, al fine di superare la presente realtà di un partito, come il M5S, etero guidato dall’esterno da una società a responsabilità limitata, con parlamentari dal vincolo di mandato subordinato dai dioscuri pupari di quel movimento, sino a quelli inerenti alla dignità della persona, al ruolo della famiglia naturale e dei corpi intermedi.
Ecco perché siamo impegnati, innanzi tutto, a riunire nella stessa casa tutti i diversi gruppi, partiti e movimenti che, a diverso titolo, si rifanno alla DC e a superare le scaramucce infantili e suicide che qualche irresponsabile continua ad alimentare fra noi. Ecco perché, infine, intendiamo concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico, come fu il MRP francese, che raccolga le migliori culture della storia politica italiana. Un movimento popolare, laico, democratico, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori.
Un Movimento ampio e plurale che si ponga sin dalle prossime elezioni europee il compito di riformare profondamente la struttura dell’Unione europea. Come ho concluso nel mio ultimo saggio: “ Elezioni europee-La visione dei “ Liberi e Forti”, https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/422618/elezioni-europee/ è evidente l’esigenza di una seria riforma della costruzione europea, sia dal punto di vista istituzionale, della governance e, soprattutto, sulle politiche economiche e finanziarie da sottrarre ai condizionamenti giugulatori dei poteri finanziari dominanti.
Trattasi di un compito politico e culturale straordinario, al quale noi popolari italiani ed europei, soci fondatori, prima della CEE e, poi, dell’Unione europea, abbiamo il dovere di offrire il nostro prezioso contributo senza del quale l’attuale costruzione è destinata a sicuro fallimento. E dovremo farlo insieme alle altre culture laiche e liberali, riformiste di ispirazione democratica che condividono i valori dell’umanesimo cristiano.
Questa è la priorità per tutti i popolari italiani che credono nel valore di un’Europa federale riformata sui principi a suo tempo indicati da Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman. E questa è la prospettiva per cui ci battiamo.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC, responsabile ufficio esteri
Venezia, 28 Febbraio 2019
Cattolici e politica, dal cardinale Poletto un invito esplicito e diretto.
"Svegliatevi, non c'è più tempo, agite al più presto. Alle prossime politiche sarà troppo tardi, dovete cominciare subito a far vedere che una luce si accende, non importa quanto piccola. Nessuna deriva confessionale: costruite un soggetto politico laico, se non un partito almeno un manifesto programmatico per chi come noi crede che è ora di voltare pagina. Abbiamo delle responsabilità, a partire dalla colpevole afonia dei cattolici negli ultimi anni".
Con queste parole precise, responsabili e secche, il cardinale Severino Poletto, già arcivescovo di Torino, ha segnato il dibattito organizzato da Rete Bianca del Piemonte sul tema molto dibattuto della presenza politica dei cattolici nella società contemporanea. Un invito, quello del cardinal Poletto, che ha richiamato i cattolici ad una nuova ed inedita assunzione di responsabilità dopo aver individuato e rimarcato la sostanziale irrilevanza politica dei cattolici stessi nell'agone politico italiano.
Una denuncia che non potrà passare sotto silenzio non solo per l'autorevolezza e il prestigio di Poletto ma anche, e soprattutto, per il coraggio e la coerenza nell'aver individuato una strada concreta e lineare da percorrere. Certo, una riflessione che è partita da una premessa altrettanto netta: e cioè, la presenza dei cattolici nei vari partiti si è rivelata progressivamente inesistente, se non del tutto irrilevante. Una denuncia che condividiamo sino in fondo perché conferma, come diciamo da tempo, anche il fallimento e l'archiviazione dei cosiddetti "partiti plurali" - a cominciare dalla concreta esperienza del Partito democratico - e la progressiva irrilevanza politica di quest'area culturale nei vari partiti. Ed è lo stesso Poletto a sottolineare che adesso occorre dire "basta all'afonia, basta all'irrilevanza".
Ora, dal convegno di Torino arriva anche un messaggio preciso a tutti quei cattolici che continuano, anche in buona fede, a sostenere che occorre attendere almeno 20 anni prima di"scendere in campo", a coloro che continuano a predicare, sempre più stancamente, che ci si deve impegnare solo nel prepolitico, nella formazione di coscienze, nel lievitare i vari settori della società, nel continuare ad esercitare quel discernimento critico che rischia solo di produrre testimonianza e, purtroppo, impotenza politica e progettuale. Perché tutto ciò rientra più nella finalità dell'Azione cattolica e di altri movimenti ecclesiali che non di chi nutre e coltiva passione e vocazione alla politica.
Ha ragione, quindi, il cardinal Poletto. Dopo il profondo cambiamento della geografia politica italiana e il superamento della tradizionale architettura politica, anche per i cattolici democratici e popolari si è aperta una nuova pagina. E una nuova stagione. Adesso si tratta di far accompagnare i fatti alle enunciazioni. Il tempo della testimonianza, degli approfondimenti accademici e delle esercitazioni intellettuali deve cedere il passo alla stagione dell'azione politica concreta e dell’organizzazione politica. Cioè a una nuova assunzione di responsabilità fatta di coraggio e di coerenza. Come ci ha detto, giustamente, il cardinal Severino Poletto a Torino.
Giorgio Merlo
Torino, 18 Febbraio 2019
Si è riaperto il tema dell’autonomia regionale differenziata
Si è riaperta la questione, per la verità mai chiusa, dell’autonomia regionale. Quella cosiddetta differenziata é l’ultima delle soluzioni escogitate, dopo il fallimento dei precedenti tentativi svolti sin dalla bicamerale presieduta da D’Alema (1997) e a seguito dell’enorme confusione istituzionale connessa alle modifiche del Titolo V della della Costituzione (legge cost.le 3/2001). L’introduzione delle “materie concorrenti” tra Stato e Regioni, come è noto, ha dato vita, infatti, a una serie infinita di contenziosi, mentre permane la situazione non più sostenibile delle differenze esistenti tra Regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario, che, vanamente, almeno sin qui, noi popolari veneti abbiamo tentato di superare.
Se alcune tra le regioni trainanti dello sviluppo italiano: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sono giunte a proporre la via d’uscita, prevista in Costituzione, di un’autonomia differenziata, è perché l’attuale assetto istituzionale del nostro Paese non regge più, aggravato dalla condizione complessiva di anomia politico istituzionale ed economico sociale in cui versa l’Italia. Credo si debba partire da quest’oggettiva constatazione di crisi del nostro sistema istituzionale, resa ancor più difficile dalla situazione critica all’interno dell’Unione europea e nei nuovi assetti e rapporti internazionali; questi ultimi in continua modificazione nell’età della globalizzazione.
Ricordo al riguardo che, nel Febbraio 1997, sono usciti per la collana "il nocciolo" di Laterza, due saggi sull'Europa, che meritano la nostra attenzione. Il primo, in ristampa dopo la prima edizione del 1996, di Piero Bassetti ("L'Italia si é rotta? Un federalismo per l'Europa" ) ed il secondo, in prima edizione 1997, di Ralf Dahrendorf ("Perché l'Europa? Riflessioni di un europeista scettico") che affrontavano, da due diverse prospettive, il tema dell'Europa.
Bassetti é, per quelli della mia generazione, il non dimenticato paladino del regionalismo degli anni '70, il primo Presidente della giunta regionale della Lombardia, il sommo teorico italiano del glocalismo (presidente della fondazione Globus et Locus). Ralf Dahrendorf, di origine tedesca, essendo nato ad Amburgo, é stato sino al 1983, il direttore della prestigiosa London School of economics, ed è stato membro della Camera dei Lords inglese e già Commissario inglese dell'Unione europea. E’ morto a Colonia il 17 Giugno 2009. Essi rappresentano, tuttora, due voci autorevoli di una stessa generazione di uomini politici e di cultura, le quali esprimono due diverse concezioni dell'Europa e del federalismo, dopo sessant’anni dalla nascita della CEE .
Il primo, kennedianamente un "ottimista senza illusioni", preoccupato della pericolosissima china cui é giunta l'Italia collassata nella sua struttura statuale ed al limite del rischio della secessione, ritiene che: " se il Paese si rompe sotto la pressione europea, usiamo proprio la colla europea per aggiustarlo e farcelo entrare politicamente unito".
Per Bassetti, insomma, la difesa dell'Unità nazionale ed il superamento del rischio secessione può solo avvenire attraverso la Costituzione europea. Ma andare in Europa uniti per Bassetti "non vuol necessariamente dire volere cavare dall'Europa una sola cosa da fare, noi, tutti insieme secondo il classico approccio da governo centrale. Andare nell'Europa pluralista con un'Italia pluralista vuol dire poter chiedere cose diverse alle diverse realtà del Paese facendolo però insieme e con una visione di insieme".
a) E' netta in Bassetti l'idea del superamento della concezione dello Stato nazionale così come ereditata dal Risorgimento e, dunque, la consapevolezza che "una nuova politica di Unità nazionale dovrà essere costruita non attorno a una rivendicazione di indipendenza e separazione dagli altri Stati europei come all'epoca del Risorgimento, ma, al contrario, deve essere tesa a inserire in Europa gli interessi globali del nostro Paese, partendo dalle sue differenze e articolazioni, nel tentativo di far giocare tali differenze come un surplus geopolitico che l'Europa ha in passato sempre mostrato di apprezzare." Sfiducia totale nella tradizionale concezione dello Stato nazionale così come concretamente si é realizzato in Italia, e totale adesione all'idea di un'Europa delle Regioni in cui il collante fondamentale dovrebbe essere costituito dal "sistema delle imprese". Superamento della vecchia idea del Principe-Stato e centralità dell'impresa "la quale non rappresenta più solo l'unità elementare di produzione, ma é anche il principale motore dell'innovazione". Non più, dunque, un sistema fondato sull'alleanza tra Stati e superamento del centro come momento unificante dei particolarismi, quanto la realizzazione di un sistema a rete tra realtà regionali dell'Europa, istituzionali e d'impresa, che realizzano un nuovo patto federativo per il prossimo secolo, quale unico vero antidoto possibile contro i rischi non effimeri di disintegrazione socio politica del nostro Paese. Questo tema è stato ripreso con la stessa determinazione e nuovi accenti da Piero Bassetti, grazie a un articolo pubblicato su “ Il Foglio”, Mercoledì 13 Febbraio a firma di Maurizio Crippa, intitolato: “Il Risorgimento. Parte due”.
b) Da esso emerge come il voto del 4 marzo 2018 abbia rivelato l’esistenza di due Italie difficilmente riconducibili e interpretabili da una cultura unitaria e condivisa e da una gestione dello stato di tipo centralizzato. La mancata unità nazionale su basi federaliste secondo la concezione di Carlo Cattaneo con l’alleanza tra borghesia del Nord , monarchia sabauda ed esercito, ha fatto nascere uno Stato, ma non ha risolto il problema lucidamente posto da Massimo D’Azeglio: “fatta l’Italia, facciamo gli italiani”. Di qui l’espressione di Bassetti della fine del primo risorgimento, proponendo una seria riflessione sulle riforme istituzionali possibili e compatibili e la riproposizione di una lettura del caso Italia secondo la stessa idea del prof Miglio : macroregioni e selezione di una nuova classe dirigente dal basso, partendo dalle realtà locali, considerando insufficiente e inadeguata la stessa soluzione dell’autonomia differenziata richiesta dalle tre regioni del Nord (Lombardia, Veneto, Emilia e Romagna) che è alla firma del governo.
Totalmente diversa la posizione espressa da Ralf Dahrendorf, che in quel saggio si autodefinì "un europeista scettico" e che nello stesso espose, sostanzialmente assai bene, la posizione prevalente degli inglesi, già allora, in materia di costruzione europea. Teorico inflessibile dello Stato nazionale da lui ampiamente difeso contro le ricorrenti utopie dei federalismi regionali (v. il suo bel saggio su Micromega ,n.5/94,pagg.61-73) per Lord Dahrendorf: "la peggiore delle prospettive é la cosiddetta Europa delle regioni, in cui unità sub nazionali omogenee, e quindi intolleranti, si uniscono con una formazione sovrannazionale retorica e debole. Contro una prospettiva del genere , lo Stato nazionale eterogeneo é l'unico bastione".
Ne risulta una concezione totalmente opposta a quella di Bassetti, che si basa su un'idea pessimistica delle realtà territoriali regionali portatrici, nella visione di Dahrendorf, di intrinseci rischi di frantumazione degli Stati, unici garanti delle regole di libertà per i cittadini. Insomma per Dahrendorf il binomio"società e democrazia" è più importante di "Europa e democrazia", mentre non manca il timore, così diffuso in molta parte della cultura anglosassone ed europea, espresso dal seguente interrogativo: "non può essere forse che in bocca tedesca "Europa" sia in realtà la parola in codice per il nuovo nazionalismo tedesco?".
Tutto il suo saggio é permeato da approfondite riflessioni in ordine ai rischi, se non addirittura all'inutilità, di considerare l'Unione monetaria che, come dibattito sull’euro, é oggi al centro del dibattito politico, economico e finanziario in molti Paesi europei, Italia in testa, come il tema essenziale per la costruzione europea. Per Dahrendorf non solo tale questione non serve a risolvere i grandi problemi storico-politici presenti all'attualità dell'Europa di oggi, ma, probabilmente potrebbe contribuire a ritardarne addirittura la soluzione, riducendosi alla costruzione di un mero "francomarco"a netta egemonia tedesca. Una profezia che si è in larga parte auto adempiuta. Insomma per Dahrendorf non vale la pena di morire per Maastricht, mentre più saggio sarebbe puntare alla costruzione di una più stretta unione delle nazioni europee, "partendo dall'Unione europea così come esiste realmente nella sua attuale articolazione di Stati nazionali."
Ridotte così al "nocciolo" le tesi dei due autori alla fine del secolo scorso, credo siano tuttora di grande interesse nell'attuale dibattito apertosi in Italia e nell'Unione europea.
Qualche anno dopo la pubblicazione di quel saggio (1997), nel 2014, l’allora primo ministro francese, Manuel Valls, propose di "ridurre della metà il numero delle regioni" entro il 2017 e di sopprimere i consigli dipartimentali (province) "entro il 2021".Le Regioni francesi sarebbero passate dalle attuali 22 a 12, con un risparmio di spesa annuo previsto tra i 12 e i 15 miliardi di €: una robustissima riduzione di spesa pubblica. Quello stesso anno Beppe Grillo, il leader del M5S, il 7 Marzo sul suo blog definiva l’Italia: "un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme" e per questo insisteva sull’urgenza di dividere il territorio nazionale in macroregioni.
Quella iniziata nel 1861, scriveva Grillo, è “una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati (?) dello Stato. Quale Stato? La parola ‘Stato’ di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti”. E se domani, proseguiva il post, “i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all’interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant’anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore di pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all’estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche”. Secondo Grillo per fare funzionare l’Italia, che “non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti”, “è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera, dell’autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d’Aosta e dell’Alto Adige alla Francia e all’Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene”.
Considerazioni a cui replicò Matteo Salvini così: “Non vorrei che essendo in difficoltà, Grillo inseguisse la Lega”. Ma se da lui non ci saranno “solo parole” fra M5S e Carroccio “sarà una battaglia comune”. “Se è coerente – disse Salvini – Grillo sosterrà subito il referendum per l’indipendenza del Veneto e quando in Lombardia chiederemo lo statuto speciale ci sosterrà”. Per questo Salvini si aspettava che “non rimanessero solo parole, perché a parole i grillini erano contro l’immigrazione clandestina e poi hanno votato contro il reato, a parole erano contro l’euro poi è rimasta solo la Lega: se non saranno solo parole sarà una battaglia comune – concludeva – perché è certo che se mettiamo insieme le forze da questo punto di vista non ce n’è per nessuno”.
Parole profetiche pronunciate dai due leader quattro anni prima del “contratto di governo” giallo verde, anche se, oggi, giunti alla vigilia della firma degli accordi sottoscritti dalla ministra Stefani con i tre governatori di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, i grillini si stanno tirando indietro, preoccupati di offrire all’alleato-competitor di governo, Salvini, un vantaggio sicuro rispetto alla prossima scadenza elettorale per il rinnovo del parlamento europeo.
Ho citato queste idee di Grillo e di Salvini datate 2014, per evidenziare come i temi dell’autonomia regionale possano assumere nel tempo forme e declinazioni diverse, così come l’abbiamo sperimentato anche noi popolari veneti che, dalla fine del 2015, abbiamo avviato una grande campagna per la nascita della macroregione del Nord Est o del Triveneto, secondo le vie previste dalla Costituzione. Sostenitori della tesi del prof Miglio, da anni, infatti, proponiamo in Italia il passaggio dalle attuali 20 regioni a 5- 6 macroregioni.
Proprio alla fine del 2015 e per tutto il 2016 e 2017, con molti autorevoli amici veneti, abbiamo condiviso l’idea della macroregione del Nord-Est, convinti che: “esiste, ed è costituzionalmente previsto, un meccanismo, mai esplorato, per arrivare alla macroregione “speciale” triveneta, con Trentino e Friuli Venezia Giulia, omogenee per cultura, storia, caratteristiche economiche e tessuto sociale, a costo “zero” per lo Stato. Attraverso, cioè, l’applicazione dell’art. 132, comma 1, della Costituzione, ovvero promuovendo la richiesta di fusione delle tre regioni venete da parte di tanti consigli comunali quanti rappresentino 1/3 della popolazione complessiva (circa metà del Veneto), si determinerebbe la convocazione di un referendum, che, se avesse esito positivo obbligherebbe le camere a discutere una legge costituzionale di accorpamento del Triveneto.
Fondere due regioni speciali e una ordinaria comporterà necessariamente la creazione di una macroregione speciale, in cui vi sarà una diversa modulazione, anche mantenendole invariate, delle attuali risorse dello Stato per il medesimo territorio, altresì potendo l’itero triveneto beneficiare della autonomia fiscale ora riconosciuta solo a TTAA e FVA.
Inoltre, sul piano strategico una macroregione del nordest, cuore e crocevia degli assi nord/sud ed est/ovest dell’Europa, appare uno straordinario strumento di attrazione di investimenti, nonché di interlocuzione autorevole con le istituzioni italiane ed europee a immediato beneficio della crescita dell’intero territorio. La proposta potrebbe nascere da alcuni Sindaci di importanti città venete, sotto l’egida di autorevoli riferimenti veneti nel mondo del diritto, delle professioni, dell’economia, della cultura, dell’editoria.
Quella nostra indicazione, ahimè, non fu raccolta dalle forze politiche presenti nel Consiglio regionale del Veneto e cadde tra i “ wishful thinkings” (pensieri vaghi) impotenti e insoddisfatti. Peccato, perché sarebbero bastati i pronunciamenti dei consigli comunali dei sette comuni capoluoghi del Veneto per far scattare quel referendum. La Lega e il Presidente Zaia, con la maggioranza del consiglio regionale veneto, hanno deciso diversamente, proponendo la strada di un referendum consultivo che ha ottenuto il via libera dalla Corte Costituzionale.
La forte partecipazione al referendum svoltosi il 22 Ottobre 2017 e un voto pressoché plebiscitario a sostegno di una maggiore autonomia della nostra Regione, sono state le precondizioni politiche, nel Veneto e in Lombardia, per aprire un confronto con il governo centrale non più rinviabile. 50 miliardi di fondi versati da Lombardia e Veneto al governo centrale, sottratti dall’imposizione fiscale dei lombardo-veneti sono una cifra enorme non più sostenibile. L’Emilia e Romagna senza referendum optò da subito per l’apertura di una trattativa diretta col governo, sulla base di una proposta di accordo votata all’unanimità dal consiglio regionale emiliano.
Va assicurato che non intendiamo sottrarci ai doveri della solidarietà a favore delle regioni italiane meno fortunate, ma onestamente non si possono più accettare gli sprechi e il malgoverno di realtà istituzionali come quelle che reggono la sanità campana o laziale e lo sfregio a ogni logica elementare di buona amministrazione cui è stata condotta la Regione Sicilia.
Da molto tempo sosteniamo, con l’insegnamento del compianto prof. Miglio, l’idea di un’Italia federale organizzata sulla base di cinque o sei macroregioni, ma, ahimè, sin qui le nostre sono state inutili “grida nel deserto”, in un Paese centralista che non si rende conto, così com’è attualmente organizzato, di essere destinato al fallimento.
La nostra proposta non intendeva e non chiede di ridurre il grado di autonomia conquistato dalle consorelle realtà regionali friulane e trentino-altoatesine, ma, semmai, di aumentare quello ora garantito al Veneto come regione a statuto ordinario. E lo facciamo indicando in Venezia e nella migliore tradizione storico politica della Repubblica Serenissima, il punto di riferimento centrale della nostra proposta. Nessuna velleità scissionistica, ma il riconoscimento di una specifica autonomia nel quadro di ciò che prevede la nostra Costituzione repubblicana.
Che esista una questione settentrionale, lo ha ben descritto l’amico Achille Colombo Clerici in un suo recente saggio, che ripropone quanto da lui esposto in una conferenza tenuta a Zurigo all’Istituto svizzero per i rapporti culturali ed economici con l’Italia nel giugno 2008.In estrema sintesi Colombo Clerici fa presente quanto segue:
Se la questione meridionale italiana da quasi un secolo è al centro del dibattito storiografico e politico nel nostro Paese, scarsa attenzione viene data alla questione lombarda che si inserisce, più in generale, nella questione settentrionale, il cui confine è tracciato dal perimetro delle cosiddette regioni a residuo fiscale negativo: cioè di quelle regioni che allo Stato danno in tasse più di quanto ricevono in servizi.
Si delinea un'area geografica comprendente le regioni del Nord, un'area entro la quale si riscontra una certa omogeneità storico cultural-sociale ed economica. Anche se dobbiamo dire che, grazie a Milano, la Lombardia è la Regione che più assomiglia ad uno stato autonomo, nel quale esiste in modo inequivocabile un vero riconoscibile polo di potere socio-economico-amministrativo a reggerne la vita. La questione settentrionale potrebbe oggi, per grandi linee, affacciarsi nei termini problematici del compito e della responsabilità, maturati sul piano storico, delle Regioni del Nord di tenere agganciato il Paese al mondo internazionale, mentre le risorse per consentire questo compito non sono per niente definite. Anzi, non se ne parla nemmeno. L’assistenzialismo centralistico verso le regioni del Sud ha dato luogo a ingenti trasferimenti finanziari alle famiglie senza la contestuale creazione di nuovi posti di lavoro. Si è in tal modo sviluppato un modello di società dei consumi senza una corrispondente produzione. Lo Stato Italiano ha sottratto ingenti risorse finanziarie agli investimenti in infrastrutture di servizio, tanto al Nord, quanto al Sud; dove peraltro gli investimenti realizzati non hanno dato i risultati ipotizzati.
La soluzione? Alcuni sostengono un’idea più avanzata sul piano del “federalismo”, soprattutto in campo fiscale; altri più sfumatamente parlano di “regionalismo”, in aderenza sostanzialmente all’idea di una maggiore autonomia dell’ente locale. Ma poi inevitabilmente nelle risposte degli uni e degli altri emergono tutte le tematiche del dibattito generale: dai principi di interdipendenza, di sussidiarietà, di solidarietà, al policentrismo ed al cosmopolitismo. Il tutto inquadrato in un sistema che sia in grado di conciliare le esigenze di autogoverno–partecipazione locale, con la salvaguardia del principio di unità-solidarietà nazionale.
Ci auguriamo che il governo non sia sordo e ondivago come lo è stato il PD a suo tempo, in questa vicenda per l’autonomia differenziata. Se, com’è assai prevedibile, gli accordi annunciati dalla ministra Stefani non potranno essere sottoscritti in questa fase pre elettorale, non sarà con il rinvio che si potranno sciogliere i nodi aperti dalla locomotiva italiana lombardo-veneta-emiliana. Alla fine, si dovrà prendere atto dell’opportunità di un nuovo assetto finalmente federale del Paese, con cinque o sei macroregioni e una guida autorevole e forte centrale, come il compianto prof Miglio, profeta inascoltato, autorevolmente auspicava.
Ricordo ciò che ha scritto Stefano Bruno Galli, in una nota su “ La Confederazione Italiana” il 23 Giugno 2016 sul tema: “ Il federalismo di domani”:
“Sarebbe questo il progetto di un federalismo a geometria variabile concreto, realizzabile e praticabile. Un federalismo dal quale ci guadagnerebbero tutti. Le autonomie storiche sarebbero affiancate da queste nuove autonomie speciali, e quindi nessuno si permetterebbe più di metterne in discussione la sopravvivenza. Le regioni del fronte del residuo fiscale conquisterebbero maggiori – e strameritati – margini di autonomia politica e amministrativa. Infine, nel rapporto con le nuove specialità, si potrebbe lavorare sulla riduzione del residuo in cambio dell’attribuzione in via esclusiva di tutte le competenze concorrenti e dell’assolvimento di servizi oggi garantiti dallo Stato centrale: minore spesa in uscita e più qualità nei servizi erogati, a beneficio della collettività. Perché le regioni con un consistente residuo fiscale sono assai più virtuose dello Stato di Roma. Lo dimostra proprio l’entità del residuo. Mentre le altre regioni, quelle che – come un’idrovora – sono mantenute e succhiano risorse allo Stato centrale, rimarrebbero nell’attuale condizione di dipendenza e di subordinazione rispetto a Roma. Condizione rafforzata – ma solo per loro – dalla riforma costituzionale. Se intendono guadagnare una maggiore autonomia politica e amministrativa saranno costrette a diventare virtuose. È ora che in questo Paese si adottino dei criteri premiali, basati sulla competizione – che è l’essenza del federalismo – fra la virtuosità dei territori. Competizione che questo Paese non ha mai conosciuto.”
L’immediata reazione del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, il quale intende anche lui chiedere per la sua realtà territoriale una maggiore autonomia, non può che essere salutata favorevolmente, al di là dei toni vanagloriosi di sfida, tenendo presente che si tratterà di rimodellare l’intero assetto istituzionale del Paese con cinque o sei macroregioni e un forte potere centrale di tipo presidenziale, come nei migliori modelli federali esistenti in Europa e nel mondo. Credo che su questa proposta si possa e si debba aprire un serio confronto anche al nostro interno, trattandosi di un’idea coerente con quanto appartiene alla nostra migliore cultura e tradizione politica delle autonomie locali, da quella popolare sturziana a quella democratico cristiana e degasperiana iscritte nella Carta costituzionale.
Ettore Bonalberti
Venezia, 16 Febbraio 2019
Dopo l’Ufficio politico della DC
Il garrulo Di Maio è convinto che “governerà cinque anni”. Quella che per lui è una speranza, per gli italiani potrebbe diventare un incubo. Basta considerare ciò che sta accadendo nel nostro Paese: la rivolta dei pastori e allevatori sardi produttori di latte i cui costi di produzione non sono più compensati dai prezzi di vendita jugulatori imposti dalle major del settore e da una politica agricola europea tutta da rivedere; la rivolta dei gilet arancioni degli olivicoltori pugliesi in crisi per la xylella, la concorrenza e le frodi alimentari contro il nostro straordinario olio d’oliva; la rivolta ai limiti della guerriglia urbana degli anarchici e dei black blocs a Torino, che sembra innescare ciò che i gilet gialli stanno perseguendo da alcuni mesi in Francia, un autentico “progrom” della Francia, partendo dal tessuto urbano di molte città e puntando alla crisi del governo e della presidenza Macron.
E’ in atto quella che da diverso tempo ho indicato come la reazione del terzo stato produttivo e di una parte dei diversamente tutelati, quella, ovviamente, meno tutelata, contro la casta, con il “quarto non stato” che continua a esercitare il suo potere di rendita, sottratta a ogni capacità di regolazione e controllo da parte dello Stato. Una reazione che potrebbe sfociare in una rivolta fiscale e/o in una più generale rivolta sociale e politico istituzionale.
Quest’ultima annunciata dall’alta astensione al voto (poco più del 17 % alle recenti elezioni per il rinnovo di un seggio al consiglio regionale sardo e poco più del 50% nelle elezioni regionale abruzzesi di domenica 10 Febbraio) se il 4 Marzo si era tradotta sul piano elettorale con l’affermazione su liste contrapposte del M5S, da un lato, e della Lega, dall’altro, dopo otto mesi di esperienza del governo del contratto giallo verde, nel voto di Abruzzo ha registrato:
a) una netta affermazione già annunciata dai sondaggi della Lega
b) l’ affermazione del centro destra unito che, sfiorando la maggioranza assoluta (48% dei voti) ha portato nel bigoncio della coalizione un’altra presidenza di regione dopo quelle di Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli V.Giulia. Va sottolineato che nessuna regione italiana è governata dal M5S o dalla coalizione giallo verde;
c) la tenuta della coalizione unita della sinistra che si riproporrà come unità delle forze europeiste nelle prossime elezioni di maggio;
d) il disastro elettorale del M5S che riduce di quasi il 50% la percentuale dei voti ( 20 %) rispetto a quelli conseguiti il 4 Marzo alle politiche del 2018 ( 38 %).
Dopo il voto in Abruzzo,Matteo Salvini si affanna a dichiarare: niente cambi al governo nazionale. Il problema, però, non è cosa vorrà fare la Lega divenuta, secondo i sondaggi e la verifica del voto abruzzese, il partito di maggioranza relativa in Italia, ma ciò che faranno i grillini che dalla Lega stanno per essere cannibalizzati. Si apre una settimana politica interessante tra voto sul processo a Salvini, decisione sulla TAV, sulla legittima difesa, sui vertici di Banca d’Italia, sull’autonomia delle regioni del Nord : Veneto, Lombardia ed Emilia. Può darsi che prevalga il fregolismo del duo giallo verde Salvini-Di Maio, ma fino a quando potrà durare?
C’è qualcosa che si sta lacerando nel tessuto economico, finanziario, sociale e politico istituzionale italiano:
a) la crisi del sistema bancario e l’attacco all’autonomia della Banca d’Italia, già dominata dal potere degli hedge funds anglo caucasici_kazari , che richiede di tornare alla legge bancaria del 1936, per riprendere il controllo pubblico di Banca d’Italia e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria;
b) la crisi nei rapporti con la Francia e l’isolamento sempre più forte dell’Italia a livello europeo e internazionale, con una politica estera che sta intaccando i pilastri fondamentali costruiti dalla DC nei 45 anni del governo del Paese: alleanza atlantica e Unione europea;
c) una crisi economica e sociale espressa dai dati della decrescita infelice dell’Italia , della disoccupazione totale e giovanile in particolare, dai dati emigratori, e della povertà assoluta ( 5 milioni) e relativa ( quasi 9 milioni di italiani).
Alla riunione dell’ufficio politico della Democrazia Cristiana tenutasi ieri a Roma, ho evidenziato come sia attorno a questi nodi che, un partito ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano e alla storia della DC, dovrebbe impegnare la propria azione e indicare le soluzioni politiche possibili, assumendo a livello programmatico molte delle proposte che dal seminario di Sant’Anselmo (3-4-5 gennaio 2013) all’incontro di Camaldoli (17-18 Giugno 2017) la DC ha saputo sin qui elaborare . Purtroppo continua una suicida campagna di delegittimazione svolta non solo tra le tradizionali ormai indigeste e assurde parrocchiette delle diverse sigle ex DC, ma anche e soprattutto, con toni fuori di ogni decenza, al nostro interno.
E’ tempo di girare definitivamente pagina: Il Presidente del Consiglio nazionale, Gianni Fontana, che avevamo eletto all’unanimità, proprio quale soluzione tesa a evitare una spaccatura congressuale il 14 ottobre scorso; una spaccatura che sarebbe suonata come quella dell’atomo, con cifre numeriche ridicole, deve scegliere: o sta con la DC o, se vuole impegnarsi su un’altra prospettiva politica altrettanto legittima, ma incompatibile con l’esercizio del suo ruolo interno ed esterno del nostro partito, scelga una volta per tutte, uscendo da una situazione di ambiguità che non fa bene a nessuno.
La DC intende promuovere l’unità di tutte le componenti che il 5 dicembre scorso hanno sottoscritto il patto federativo programmatico costituente, per tentare di costruire una lista alle prossime elezioni europee di tutti i popolari italiani che credono nell’Unione europea e intendono riportarla, insieme al PPE, ai valori originari dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman.
Se per l’indisponibilità di qualcuno ciò non fosse possibile, facciamo appello a qualche deputato europeo affinché assumesse insieme a noi la bandiera del popolarismo, per una battaglia elettorale in cui chiameremo a raccolta tutti i cattolici democratici e cristiano sociali italiani. Sarebbe la premessa utile e opportuna per la ricostruzione di un centro politico credibile, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale cristiana, alternativo alla deriva nazionalista e populista che sta portando l’Italia allo sfascio.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC
Venezia, 14 Febbraio 2019
A proposito di “autonomia” di Banca d’Italia
L’attacco di Lega e M5S all’autonomia di Banca d’Italia per “culpa in vigilando” nei casi di default bancari intervenuti come a Veneto Banca et similia, dovrebbe far riflettere sulla reale situazione nell’assetto proprietario di Banca d’Italia.
Lì si capirà se davvero Banca d’Italia è autonoma come si sostiene da parte dei partiti e la Costituzione prevede.
Basterebbe che il M5S con i suoi rappresentanti al governo chiedesse lumi all’On Alessio Villarosa, oggi sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ricevette una riposta dello stesso Ministero nel Febbraio 2017 ad una sua interrogazione parlamentare.
Il ministero confermò che maggiori azioniste di Banca d'Italia con 265 voti su 529 (da parte , attraverso le SUB-DELEGHE conferite agli avvocati (avv.Cardarelli,) dello studio legale Trevisan di viale Maino –Milano) risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/ arzebajani di antica origine tedesca (Vanguard, State Street, Northern Trust , Fidelity , Jp Morgan Trust, Black Rock , Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 MILIONE di mq di centri logistici sempre in Italia), cd ariani o KAZARI o askenazita-kazari , indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York per PROCURATO DISASTRO AMBIENTALE e per avere fermato lo sviluppo dell'energia solare, hedge fund e come tali, unici fondi al mondo autorizzati a compiere amorali , immorali, illegittime VENDITE ALLO SCOPERTO (presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine di farne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano , crolli della borsa di Millano infatti avvenuti ogni circa sette anni 1994, 2001, 2008 , 2016, crolli che hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro risparmi ) definiti fondi speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.
Trattasi di decreti già emessi , non disegni di legge, decreti che comprovano l'avvento in Italia dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London , proprietari della City of London, e sede fiscale nel PARADISO FISCALE del Deleware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti , indipendente dal 2001).
Fondi speculatori che il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk ha dimostrato che le società che essi controllano appartengono a TRUSHELFCO, DIKAPPA più un numero delle sette famiglie kazare , georgiane /arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild , J.P. Morgan, Warburg , Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson,
Vogliamo allora veramente garantire l’autonomia di Banca d’Italia? Va bene scegliere la dirigenza rispettando le norme di legge, ma, soprattutto, si torni al controllo pubblico della sua proprietà e alla separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria, così come prevedeva la legge bancaria del 1936, sempre salvaguardata dalla Democrazia Cristiana, superata, ahimè, dal Decreto Leg.vo n.481 del 14.12.1992 di Amato-Barucci citato.
Vogliamo discuterne seriamente? Organizziamo quanto prima un seminario sul tema: sovranità monetaria e sovranità nazionale con esperti economisti e studiosi del sistema bancario e finanziario italiano e internazionale.
Cordiali saluti
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC-resp.le Ufficio esteri
Venezia, 11 Febbraio 2019
Tornati i Ds. Adesso ritorni il centro.
Dunque, la sinistra e' tornata. O meglio, sta ritornando il Pds a guida Zingaretti. Perché, per quanto riguarda l'ex Pd, e' arrivato il momento di chiamare le cose con il proprio nome.
Archiviata definitivamente la stagione originaria del Partito democratico, cioè di un partito plurale che faceva della sintesi fra le culture del novecento la sua ragion d'essere politica, e' subentrata la fase del partito più identitario. Per dirla con i due candidati alla segreteria nazionale di quel partito Zingaretti e Martina, adesso si "deve rifondare, riscoprire e rilanciare il pensiero e la cultura della sinistra italiana". Appunto, si deve rifare, in forma forse anche un po' aggiornata, il Pds.
Questo, del resto, e' quello che si attende la base di quella formazione politica dopo l'ubriacatura renziana e il conseguente, e del tutto scontato, tradimento di tutti coloro che sono stati integerrimi ultras renziani e poi, appena conclusasi la parabola fatta di ripetute e continue sconfitte elettorali, tutti a saltare sul nuovo carretto del vincitore. E con il Pds, sono tornati anche i tic - o i vizi – storici dell'armamentario della sinistra italiana. Dagli appelli dei milionari, alto borghesi, elitari, salottieri ed aristocratici "progressisti" alla centralità dei diritti civili a scalpito dei diritti sociali; dalla difesa del "sistema" e delle sue ragioni alla perdurante indifferenza dei bisogni reali dei ceti popolari e di quelli più disagiati: dalla sicurezza al reddito di cittadinanza, dalle difficoltà delle periferie alle condizioni sempre più critiche degli "ultimi" e dei "poveri" di cui si continua a sventolare, con un pizzico di ipocrisia, la bandiera di riferimento. E, accanto a tutto ciò, la voglia di tornare al governo - avendo perso quasi del tutto la dimestichezza con l'opposizione che non sia quella di sistema e a difesa degli intramontabili "poteri forti" - a qualunque costo.
Sotto questo versante, e coerentemente, il corteggiamento al movimento 5 stelle - o a ciò che resterà dopo le elezioni europee di quel movimento - con la benedizione dei "santoni" dell'ex campo del centro sinistra. Sotto questo profilo la "benedizione", l'ennesima anche se negli ultimi anni non ne ha più azzeccata una, di Romano Prodi, e' più che significativa e riveste una importanza decisiva ai fini dell'operazione della nuova sinistra "catto comunista".
Ora, tornata la sinistra senza novita' significative e senza alcuna discontinuità rispetto al passato, il campo che si deve riorganizzare e' quello del "centro democratico e riformista". Ovvero, di un centro che sappia recuperare quella cultura di governo, quel senso di moderazione e, soprattutto, quella cultura del buon senso e temperata che si è pericolosamente eclissata nella concretadialettica politica del nostro paese in questi ultimi anni.
Una esperienza politica che non solo è richiesta ma comincia ad essere invocata e fortemente gettonata da settori culturali, politici ed editoriali storicamente estranei ed esterni ad ogni formazione politica, seppur lontanamente, riconducibile al centro. Un ruolo politico dove pesera' anche e soprattutto la cultura e il pensiero del cattolicesimo democratico e popolare che ormai è' diventato irrilevante e del tutto marginale nelle altre formazioni politiche. A cominciare dal Pd/Pds dove, accanto al ritorno della sinistra tradizionale, la presenza della cultura cattolico democratica, di fatto, si esaurisce nella riproposizione di una piccola ed insignificante presenza "catto comunista", funzionale ai sedicenti cattolici alla Del Rio ma del tutto priva di significati politici ed istituzionali.
E, accanto al ritorno della tradizione del cattolicesimo politico, una politica e una formazione
politica di centro devono sapere ricostruire anche e soprattutto una "cultura della coalizione".
Una cultura che negli anni della gestione renziana, con la complicità di quasi tutto il Partito democratico, è stata sostanzialmente distrutta a vantaggio della vocazione maggioritaria del partito. Una concezione arrogante e solitaria dei rapporti politici pagati a caro prezzo non solo dal Pd ma tutto da quello che restava del centro sinistra.
E, in ultimo, il ritorno di un partito di centro significa anche il decollo di un "riformismo temperato" che è sempre stato un elemento caratterizzante della politica italiana contro gli "opposti estremismi" di turno e contro la stessa radicalizzazione della scontro politico che in Italia e' sempre stata all'origine della crisi della stessa democrazia parlamentare e rappresentativa.
Ecco perché dopo la trasformazione politica del Pd e il ritorno della vecchia sinistra, un po'
identitaria e un po' moralista, adesso quasi si impone la presenza di una cultura e di una politica di centro nel nostro paese. Non per nostalgia o per memoria storica ma per la semplice ragione che senza una presenza del genere sarebbe lo stesso riformismo a pagarne le conseguenze peggiori.
Il sistema politico si riarticola, profondamente. Pensare che dopo il voto del 4 marzo scorso tutto sia rimasto come prima e' una pia illusione. Come risulta una pia illusione pensare che dopo un’ eventuale ed ipotetica sfiducia nei confronti del governo giallo/verde tutto ritorni come prima con un Pd al 40%, come pensano alcuni simpaticoni e guasconi di quel mondo.
Tutto è cambiato. E quando tutto cambia occorre semplicemente attrezzarsi. Ognuno con la propria cultura e con i propri attrezzi da lavoro.
Giorgio Merlo
Torino, 1 Febbraio 2019
Con i piedi per terra
Siamo alla vigilia delle elezioni europee che si terranno il 23 Maggio prossimo e, ancora una volta, siamo alle prese con il “che fare?” di noi “ DC non pentiti” e, più in generale, come partecipanti della più vasta area sociale e culturale di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale.
La lunga stagione della diaspora DC ( 1993-2019) non si è ancora conclusa e anche all’interno di ciò che è rimasto della DC storica, permangono tentativi suicidi di divisione che più che alla “maledizione di Moro” pensiamo siano ascrivibili alla stupidità di noi uomini. A qualcuno, in particolare, presente in misura più rilevante che mai.
Prima riflessione da fare è la seguente: ci interessa oppure no la scadenza elettorale per il rinnovo del parlamento europeo? Io ritengo di sì, considerato che in quella sede si discutono i grandi temi dello sviluppo economico, finanziario e sociale dell’Unione europea, e si decidono scelte rilevanti sul piano dei valori per noi cattolici non negoziabili.
In secondo luogo perché queste elezioni si faranno con il sistema proporzionale puro, quello che volle introdurre non a caso Luigi Sturzo agli inizi del ‘900 e che la DC seppe conservare sino all’infausta decisione di scelta del maggioritario indicata da Mariotto Segni e sostenuta da De Mita, causa non irrilevante della fine politica della DC.
Certo bisogna fare i conti, innanzi tutto, con la legge elettorale, rispetto alla quale sul tappeto sono presenti tre ipotesi di lavoro percorribili: quella che vorrebbe ci si presentasse con una lista autonoma di democratici cristiani con il simbolo dello scudo crociato, il che richiederebbe di raccogliere entro poco più di un mese, 150.000 firme ( 30.000 in ciascuno dei cinque collegi in cui è suddivisa l’Italia per questa scadenza elettorale, con almeno 3000 firme in ciascuna delle regioni facenti parte del collegio di riferimento).
La seconda che prevederebbe che uno o più parlamentari nazionali e/o europei depositassero una lista di area DC e popolare senza necessità di raccolta delle firme. La terza, infine, ed è quella che personalmente ritengo più valida, di costruire il “ patto programmatico federativo costituente” condiviso il 5 Dicembre scorso e, quindi, concorrere alla formazione di una lista insieme a quanti si riconoscono nel programma politico del PPE.
Escludo la prima ipotesi, considerato che non siamo assolutamente nelle condizioni di poter raccogliere le firme nei tempi strettissimi di cui, ahimè, disponiamo e considerato che già alcuni partiti e/o associazioni, come quello del Popolo della famiglia di Adinolfi ( 0,66 % alle elezioni del 4 Marzo 2018) e di Pietro Pirovano con gli amici di Solidarietà, sono impegnati in questa raccolta su liste già formate o in via di formazione. Non bastasse la difficoltà nella raccolta, dubitiamo che una tale scelta sia in grado di ottenere un risultato al di sopra del 4%, che è il limite minimo di consenso raggiungibile per avere l’elezione di qualche deputato al parlamento europeo.
Anche la seconda, per quanto utile ed efficace sul piano tattico, su quello della concreta efficacia sul piano del risultato avrebbe le stesse difficoltà di cui sopra. Resta la terza opzione che si presta alla solita replica: ma allora volete andare con Berlusconi.
A questo rilievo critico che risente dello scontro ideologico che ha caratterizzato tutta la vicenda della seconda repubblica ( berlusconismo e anti berlusconismo, dicotomia replicante del vecchio della prima repubblica: preambolo e anti preambolo) vorrei rispondere con questi argomenti:
a) Berlusconi e Forza Italia decisero di far parte del PPE su indicazione e sollecitazione degli amici compianti, Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo. Scelta la strada del PPE, Berlusconi e il suo partito sono diventati parti essenziali del PPE, sino a raggiungere con Antonio Tajani la presidenza del consiglio del parlamento europeo proprio in rappresentanza del PPE.
b) Continuare a porre pregiudiziali all’ipotesi di concorrere con gli amici di Forza Italia e di altri partiti, associazioni, gruppi e movimenti a una lista ispirata ai valori del popolarismo europeo, mi sembra una logica fuorviante, atteso che il PPE è la nostra casa ed è la casa dei nostri padri che la fondarono: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman. Una casa certamente da restaurare per farla ritornare ai principi di quei padri politici europei.
c) Chi continuasse a sostenere tale pregiudiziale, dovrebbe chiarirci con chi intenderebbe allearsi per favorire l’obiettivo di una rappresentanza della nostra area nel parlamento europeo. Con Carlo Calenda e la sua ipotesi di più ampia aggregazione delle forze europeiste? Un’ipotesi già bocciata dal PD che, con Zingaretti, probabile vincitore del congresso di quel partito, punta all’unità con LEU. In sostanza un ritorno al vecchio PDS, e il possibile accordo a sinistra con il M5S. O, peggio da soli, ricadendo così nell’ipotesi 1, che considero oggettivamente impercorribile. Un’ipotesi quella di Calenda che, d’altronde, ci vedrebbe insieme alla Bonino, espressione della visione più laicista e radicalmente alternativa ai nostri valori non negoziabili, in materia di difesa della vita e dell’unità della famiglia naturale.
Ecco perché considero indispensabile una politica dei piccoli passi o da percorrere con i piedi ben piantati per terra. In un incontro tenutosi ieri a Brescia con alcuni amici di “Costruire Insieme”, presenti il presidente, sen Ivo Tarolli e l’amico Raffaele Bonanni, proprio di queste ipotesi abbiamo discusso, trovando una sostanziale unità di intenti anche con Piero Pirovano che ha presentato il suo progetto di raccolta firme.
Certo non si tratterà di entrare in una lista di Forza Italia, ma di dar vita a una lista di tutti i partiti, le associazioni e i movimenti che, riconoscendosi nel programma del PPE, intendono porsi in alternativa alla deriva populista e nazionalista sin qui dominante e alla guida bislacca del governo italiano. Una lista come “ L’altra Italia con il PPE”, con il simbolo del PPE, sarebbe il contenitore ideale per una tale formazione, che potrebbe puntare ad almeno il 10 % e oltre del consenso.
Una lista che potrebbe essere la premessa per dar vita, subito dopo le elezioni europee, a un “ nuovo soggetto politico ampio, plurale, democratico, popolare, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, europeista e trans nazionale, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori”, Così scrivemmo e condividemmo nel seminario dei popolari organizzato da “Costruire Insieme”, il 23 Giugno scorso a Verona e confermato nel documento “patto programmatico federativo costituente”, sottoscritto il 5 Dicembre tra la DC e gli altri partiti e movimenti di area.
Agli amici Renato Grassi, Gianni Fontana, Ivo Tarolli, Gianfranco Rotondi, Mario Tassone, Mario Mauro, Giorgio Merlo, Lorenzo Cesa e ai tanti rappresentanti delle diverse associazioni, movimenti e gruppi di area cattolica e popolare, il compito di attivarsi in un immediato “forum civico popolare”, come indicato dal card Bassetti, per impegnarsi in una strategia dei piccoli passi, a partire dalla condivisione di un progetto di formazione educativa e di informazione/controinformazione a quella oggi dominante su temi quali: reddito di cittadinanza, politica dell’immigrazione e integrazione, puntando a sostituire alla propaganda diffusa a piene mani ogni giorno dai giallo verdi, un processo di autentica formazione di una rinnovata classe dirigente.
La scuola di formazione politica annunciata da “Costruire Insieme” e il prossimo lancio del libro dell’associazione, contenente il codice etico e il programma per l’Italia, potrebbero costituire proprio quella “zattera” sulla quale cercare di far ripartire senza velleità e tutti INSIEME, l’impegno politico dei cattolici e dei popolari in Italia e in Europa.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale della DC
Venezia 31 Gennaio 2019
Pubblichiamo un articolo dell'amico Giorgio Merlo ( " La rete bianca") sul PD e il rinnovato impegno del "cattolico adulto", Romano Prodi.
Prodi "benedice" l'alleanza con i grillini ?
Dunque, la sinistra e' tornata. O meglio, e' in corso tra mille difficoltà il tentativo di far ritornare i Ds.
Dopo l'ubriacatura renziana e il fisiologico e scontato tradimento degli ultra', appena la parabola si è esaurita per le ripetute e insistenti sconfitte elettorali - la lista è troppo lunga per cercare di farne un elenco, ricordiamo solo l'ineffabile Fassino per tutti - adesso e' in pieno svolgimento il "contrordine compagni". Ovvero, si deve - come ripetono ossessivamente e stancamente sia Zingaretti che Martina - "riscoprire, rifondare e rilanciare il pensiero e la cultura della sinistra italiana". Tradotto per i non chierici, va ricostruito il Pds. E sin qui non c'è alcuna novità. Anzi, ci permettiamo di dire che il disegno è quantomai atteso ed anche utile. Soprattutto nel momento in cui è stato definitivamente archiviato il progetto politico originario del Pd. Che era quello di essere un partito plurale, di governo, riformista e post ideologico.
E accanto al Pds, che dopo le primarie del 3 marzo diventera' un fatto quasi scontato, sono tornati anche i riti - o i tic storici - della sinistra italiana. A cominciare dai celebri "appelli" dei milionari dello spettacolo, della cultura, dell'editoria, dell'industria che si spacciano per progressisti e offrono ricette progressiste di fronte ai drammi e alle emergenze della società italiana. Esponenti, di norma, elitari, aristocratici, mondani, salottieri e con grandi disponibilità finanziarie che ogni qualvolta sostengono posizioni progressiste o di sinistra, finiscono per fare puntualmente la fortuna di chi vogliono distruggere e criticare. Tutto, comunque sia, secondo copione.
E accanto agli appelli dei milionari dell'altissima borghesia, progressista e di sinistra, torna la centralità dei diritti civili a scapito dei diritti sociali. E, com'è altrettanto scontato, lo sberleffo verso tutte queste esigenze e richieste che partono dai bisogni reali dei ceti popolari: dalla sicurezza al reddito di cittadinanza, dal "sentiment" delle periferie alla povertà vera dei ceti più disagiati alle condizioni di autentica sofferenza degli ultimi. Ma, come si sa, la sinistra salottiera ed aristocratica, nonché milionaria, preferisce denunciare e battersi contro l'imminente ritorno del fascismo di turno inneggiando alla "resistenza" al posto di elaborare proposte e studiare strategie capaci di aggredire i reali bisogni di chi e' maggiormente in difficoltà.
In questo quadro, peraltro non nuovo per la sinistra salottiera ed elitaria degli ultimi anni, potevano mancare i cattolici? Come ovvio no. In attesa dei sedicenti cattolici alla Del Rio, abbiamo l'impressione che il nuovo corso del Pd - che culminerà, quasi certamente, con la leadership di Zingaretti - farà di tutto per abbattere il governo giallo verde prima per poi lanciare la grande campagna dell'alleanza con i grillini. Un capovolgimento di prospettiva, l'ennesimo e per giunta trasformistica, ma che si appresta a caratterizzare l'orizzonte politico del futuro Pd/Pds.
Ecco perché non stupisce l'ennesimo protagonismo di Romano Prodi - che, occorre pur dirlo, in questi ultimi anni non ne ha più azzeccata alcuna - sul fronte della "benedizione" a Zingaretti prima e della potenziale alleanza con i grillini, o chi resterà dei grillini, poi. E l'incontro con il Presidente della regione Lazio a casa sua a Bologna e la riflessione simpaticamente grillina sul Messaggero di domenica, non sono altro che l'incubazione di un disegno che progressivamente, seppur con prudenza, prende forma.
Insomma, l'ennesima versione della discesa in campo di una sinistra "catto comunista", nobile nei principi, elitaria nei rapporti e saldamente espressione dei bisogni del "sistema", rischia di favorire proprio quelli che si vogliono combattere. Dal sovranismo in poi.
E noi, molto semplicemente, facciamo una sola e banale domanda: ma abbiamo veramente bisogno di una sinistra così dopo la dura ed implacabile lezione del 4 marzo?
Giorgio Merlo
Roma, 29 Gennaio 2019
Le ragioni della deriva nazionalista e il ruolo dei “DC non pentiti”
All’inizio si parlava di una deriva sovranista e populista, ma dopo le esternazioni bislacche di Di Maio contro la Francia e di Salvini contro il FMI, siamo alla riproposizione del più stupido nazionalismo che non si conosceva in Italia dal tempo del ventennio. Allora era “la perfida Albione” oggetto degli strali del Duce, ora la volubile “Marianna d’Oltralpe” che, proprio oggi, ad Aquisgrana, si appresta a siglare il rinnovo del patto con la Germania, che ripropone quello precedente tra il gen. De Gaulle e Adenauer che segnò la fine delle storiche ostilità tra i due Paesi. Altri tempi e altri giganti della politica europea. Ora è il tempo degli gnomi senz’arte né parte, quello per dirla con Mauro Mellini, “dei quattro amici al Bar Sport”.
Ora, però, è giunto il tempo di chiederci come mai siamo arrivati a tanto in Italia? Come e perché si è avuto un cambiamento di atteggiamenti e di comportamenti, in una parola, di una cultura o sub cultura politica, contrassegnato dal voto del 4 Marzo 2018 e dalla successiva formazione della maggioranza trasformista giallo verde, motivata dalla “condizione di necessità”, a sostegno del “governo del contratto e del cambiamento”? Prima di porci il tema del se e quando questa maggioranza potrà collassare, credo si debbano approfondire le ragioni di questa affermatasi realtà effettuale.
Ci aiuta in quest’analisi quanto hanno scritto sul tema, due “osservatori partecipanti” della politica nazionale, come Michele Boldrin, del gruppo “Noise from Amerika” e il più noto Enzo Scotti, già ministro di vari governi ed esponente di spicco della DC storica.
Il gruppo “ Noise from Amerika” si auto definisce così nel sito: www.noisefromamerika.org. : “Siamo un gruppo di italiani che vivono e lavorano (o l'hanno fatto in passato) negli Stati Uniti d'America. Oltre a questo abbiamo, con l'eccezione della solita pecora nera, un certo numero d'altri attributi comuni: i) un Ph.D. in economia preso negli USA, ii) attività di ricerca nello stesso campo ed in istituzioni USA”.
Il Dr Bordin in un interessante articolo del 1 Agosto 2018 ( “ Il governo rosso-brunato”) spiega così le ragioni che stanno alla base della nascita del governo giallo verde: “Questo governo nasce sotto il triplice segno del Nazionalismo ideologico ("prima gli italiani", "fermare l'invasione", "basta diktat da Bruxelles" ...), del Socialismo economico ("contro il mercato globale", "contro il neoliberismo", "più stato e più spesa" ...) e del Populismo politico ("uno vale uno", "noi siamo i difensori del popolo", "basta tecnici, decide il popolo" ....). Dopo due mesi di martellante propaganda non possono esserci, a questo riguardo, dubbi residuali. Meno evidente il "Moralismo cattolico", che è invece sia ben presente che essenziale. Qui uso la parola "cattolico" in senso molto ristretto, con riferimento alla corrente dominante del cattolicesimo politico italiano, in particolare alla sua versione "Vaticano-CEI". Mi rendo conto che questo susciterà controversie ma per giustificarlo in dettaglio dovrei scrivere pagine e non ne ho voglia. Quindi mi prendo il lusso di procedere in modo apodittico e di affermare semplicemente che nel cattolicesimo politico italiano, nonostante le chiacchiere, il punto di vista dominante non è mai stato quello di Sturzo, bensì quello di Gedda. In ogni caso, il ruolo del moralismo cattolico lo si trova negli slogan sulla "onestà" personale dei nuovi eletti a fronte della corruzione dei loro predecessori, nei rosari e vangeli di Salvini, nel continuo appello ad una "difesa" dell'Italia cattolica dall'assalto nero o musulmano e, più generalmente, nel continuo apparire di migliaia di "cattolici veri" a teorizzare che le affermazioni di Bergoglio o di Famiglia Cristiana o di chiunque nella chiesa italiana si opponga alla loro ri-definizione di "cattolicesimo" ... costituisce un tradimento del medesimo.
Culturalmente più importanti, nella creazione di un nuovo regime guidato da un partito della nazione, sono due narrative fondamentali del cattolicesimo politico italiano. La prima, che ha le sue radici nella Controriforma, vaneggia il ritorno ad una condizione "rifondativa" in cui un popolo (omogeneo e privo di stratificazioni socio-culturali, mare di anime pure ed uguali) si affida alla guida, direzione e protezione dei suoi leader politici (che all'origine erano i preti ed i vescovi). La seconda narrativa, figlia della cosiddetta "dottrina sociale della chiesa" vaneggia anch'essa di formule economiche nazionali specificamente italiane, capaci di rigettare sia il mercato che il collettivismo dei soviet a favore di una terza via in cui lo "stato buono" e le varie associazioni del "terzo settore" programmano e gestiscono il sistema economico nazionale. Da Leone XIII a Fanfani e Dossetti passando per l'IRI prima e CL dopo, questa costellazione di confuse "teorie economiche" costituisce, di fatto, la comune cultura economica sia del "popolo leghista" che di quello "pentastellato". I quali non sono apparsi ieri in Italia: vi risiedono da decenni e, prima, votavano DC , PCI, PSI ed MSI i quali, forse, poco avevano in comune ma la visione di una "economia sociale nazionale", quella ce l'avevano di certo. “
Drastiche le sue conclusioni: “Questa cultura è la "cultura politica degli italiani", quella che si è venuta formando da quando le élites italiane, seguendo l'invito di D'Azeglio, si misero all'opera per inventarsi il popolo italiano, che allora non esisteva proprio. Non è arrivata dal cielo questa visione del mondo condivisa dall'80-90% dei cittadini italiani. Essa è il frutto, certamente, della situazione esistente attorno al 1860-70, ma anche e soprattutto delle scelte politiche, economiche e culturali che le élites italiane, da allora sino all'altro giorno, hanno compiuto. Nazionalismo ideologico + Socialismo economico + Populismo politico + Moralismo cattolico sono le sue quattro colonne portanti, collegate tra loro dal mito che gli italiani siano il "popolo erede", al contempo, del mondo Classico e del Rinascimento.”
Ora, a parte i giudizi sommari sul cosiddetto “ moralismo cattolico”, che non tiene assolutamente conto di quella che è stata e ancora potrà essere la straordinaria esperienza politica dei cattolici democratici e cristiano sociali da Sturzo a De Gasperi , compresa la più che quarantennale posizione dominante della DC nel governo dell’Italia, non v’è dubbio che nella maggioranza dei voti espressi da poco più del 50% degli elettori che il 4 Marzo hanno partecipato al voto, quelle quattro culture, o se meglio vogliamo connotarle sociologicamente in termini weberiani, quei quattro “ideal typus”, sono senz’altro presenti. Nulla in politica, come in molte altre espressioni dell’attività umana, nasce per caso o per improvvisi e drastici salti, ma finisce col rappresentare quasi sempre nel nuovo che emerge, qualcosa che già esisteva nelle radici profonde di un popolo in continuo mutamento tra conservazione e innovazione, tanto sul piano strutturale che su quello sovrastrutturale.
Si tratta di comprendere, tuttavia, se l’attuale politica, che è sempre espressione dell’equilibrio tra gli interessi e i valori prevalenti in termini di consenso in una determinata situazione storica, sia in grado di conservare quell’equilibrio che, analizzando la composizione geo territoriale, economico sociale e culturale dell’elettorato della Lega e del M5S, appare largamente difficile da sostenere; come dimostrano le quotidiane difficoltà nelle scelte politiche del governo e l’arrembante strategia e tattica politica dei due partiti, ormai uniti in un becero nazionalismo d’altri tempi, con cui si preparano all’attacco delle istituzioni europee.
Più politica la lettura che Enzo Scotti fornisce, in un articolo pubblicato sulla rivista on line: www.formiche.net, il 15 Gennaio 2019 dal titolo: “ Obiettivi e strategia per vincere la sfida del Governo Conte”. La premessa di Scotti è che: “Le prossime elezioni europee rappresenteranno, inevitabilmente, uno spartiacque per tutti i governi nazionali dei Paesi che fanno parte dell’Europa. Sono evidenti i contrasti all’interno dei Paesi che fanno parte dell’Unione europea: questi vanno dal confronto sul trasferimento all’Unione di maggiori poteri sovranazionali a questioni che toccano l’esistenza stessa dell’Unione, sino al contenuto e alla gestione delle politiche per fronteggiare la crisi economica esplosa negli Usa nel 2008 e, infine, al contrasto sulle politiche, e relativa gestione, dei flussi migratori provenienti dall’Africa e dal Mediterraneo.”
Se questa è la situazione aggravata dalla guerra dei dazi Cina-USA e dalla vicenda Brexit, Scotti conclude così: “Se è vero che siamo in una fase di profonda transizione di un cambio d’epoca, l’unico dato certo è che nei Paesi euro-atlantici tira – tra mille spifferi – un vento con una chiara direzione. Una quota crescente di popolo non punta a una rivoluzione, come l’abbiamo conosciuta negli ultimi secoli, ma partecipa a movimenti che hanno come unico obiettivo la distruzione delle tradizionali élite conservatrici e riformatrici che non sono più capaci di assicurare sicurezza, crescita e benessere. E aggiunge: A essere politicamente messa in discussione nella pratica di governo è stata innanzitutto la democrazia rappresentativa di stampo liberale. E poi, in successione, la mediazione, l’accordo e le forme di new deal perché ritenute tutte incompatibili con la necessità di un’economia e di una società moderne. Questa forte turbolenza non poteva non mettere in crisi l’Unione europea, la costruzione politica frutto della scelta di mettere insieme le risorse economiche, sociali e soprattutto quel patrimonio culturale dell’umanesimo liberale. E la mette in difficoltà di fronte alla prima grande crisi economica del 2008, neppure prevista dal Trattato europeo del 1992.
Solo approfondendo le ragioni di quel vento contro le élites si può capire, prima di giudicare con supponente onniscienza, la nascita di movimenti, certamente non omogenei né con una forte radice culturale perché non derivanti da ideologie tipiche degli ultimi decenni, ma che cercano una legittimità a partire da temi specifici (l’ultima esperienza è quella dei gilet gialli in Francia). Conseguentemente, solo alla luce di questo contesto si può capire il governo di due forze tra loro così diverse per sensibilità e obiettivi, ma ambedue alla ricerca di una risposta alle sfide del cambiamento.”
Credo che proprio da queste conclusioni noi “DC non pentiti”, eredi della migliore tradizione politica dei cattolici democratici, cristiano sociali e popolari, si debba ripartire, tenendo presente che un vento nuovo sta soffiando oltre Tevere. Un vento che ci impegna tutti, appartenenti alle diverse casematte diventate inutili obsolete sopravvissute della diaspora democratico cristiana, a metterci in discussione, per ritrovare, al centro, come a destra e a sinistra, le ragioni essenziali per ricomporre la nostra unità che, in questo tempo di sub cultura politica, è indispensabile per l’Italia e per l’Europa.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC
Venezia, 22 Gennaio 2019
Centenario dell’appello sturziano: prime prove per l’unità dei DC
Si è celebrato ieri nell’auletta dei gruppi parlamentari della Camera in forma solenne il centenario dell’appello sturziano “ Ai Liberi e Forti”. Presenti alcune centinaia di militanti democratici cristiani, l’evento organizzato dalla Fondazione Fiorentino Sullo, è stato caratterizzato dagli interventi di Gianfranco Rotondi, Presidente della fondazione Sullo, Renato Grassi, segretario nazionale della DC e di Mario Tassone, segretario nazionale Nuovo CDU. Le relazioni sono state tenute dagli Onn. Calogero Mannino, Rocco Buttiglione e Roberto Lagalla con quella introduttiva del dr Gennaro Sangiuliano, direttore del TG2.
L’On Vitaliano Gemelli ha illustrato il documento che, il 5 Dicembre 2018, era stato da me redatto e condiviso da Grassi, Rotondi, Tassone, Giorgio Merlo, Mario Mauro, Ivo Tarolli, Giuseppe Rotunno e da molti altri esponenti di diversi gruppi, associazioni e movimenti dell’area cattolica e popolare italiana. Il documento, che abbiamo connotato come il “ patto programmatico federativo costituente”, si propone, tra l’altro: “l’impegno a ricomporre l’unità di tutti i democratici cristiani italiani aperti alla collaborazione con altre componenti politico culturali che condividono i principi dell’umanesimo cristiano, alternativi alle chiusure di quanti, guidati da logiche sovraniste e nazionaliste, intendono distruggere quanto di positivo ha rappresentato e ancora potrà rappresentare l’Unione europea riformata sui valori dei padri fondatori. Insieme condividiamo il documento politico approvato dal PPE nel recente congresso di Helsinki : per un’Europa sicura che coopera con l’Africa con un forte “Piano Marshall”, un’Europa per tutti: prospera e giusta; un’Europa sostenibile; un’Europa che difenda i nostri valori e i nostri interessi nel mondo. Consapevoli dei gravi rischi che l’umanità e il pianeta stanno correndo sul piano ambientale e della stessa sopravvivenza delle specie viventi, siamo impegnati a tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della Chiesa indicati da Papa Francesco nell’enciclica “Laudato si”. Sulla base di tale condivisione siamo disponibili a concorrere insieme con quanti si riconoscono nello stesso documento alle prossime elezioni europee del 23-26 Maggio 2019. Facciamo appello a tutte le associazioni, movimenti, gruppi dell’area cattolica e popolare, alle donne e agli uomini amanti della libertà e ispirati dai valori dei “ Liberi e Forti” affinché contribuiscano a sostenere una nuova classe dirigente sotto le insegne del Partito Popolare Europeo.”
L’incontro di ieri non è stato, dunque, una semplice ricorrenza liturgica di una data che ha segnato la storia della politica italiana e il ruolo che da allora assunsero i cattolici nella politica del nostro Paese, ma, come ha ben evidenziato Renato Grassi, nel suo intervento: “A distanza di cento anni dalla divulgazione dell'Appello sturziano, torna alla luce lo stesso senso di responsabilità: guardare avanti per la ricomposizione politica dell'area cattolica e popolare cercando, tutti insieme, le più ampie aperture al confronto e al dialogo. È nostro convincimento preciso che si debbano trovare convergenze unitarie e promuovere scelte aggregative che superino il tradizionale recinto della diaspora democristiana, al fine di ricercare e ritrovare la più ampia convergenza di partiti, movimenti e aggregazioni anche ecclesiali che abbiano, quale obiettivo specifico, la costruzione di un nuovo umanesimo cristiano capace di interpretare i fermenti evolutivi della Dottrina Sociale cattolica e di tradurre in politica i caratteri sociali ed etici dello stesso Magistero della Chiesa. Siamo di fronte, ha continuato il segretario nazionale della DC, a un’ evoluzione epocale di cui non se ne intravede agevolmente l'esito, e proprio per questo la Democrazia Cristiana intende dare un contributo convinto alla rinascita del Paese. A tal fine infatti abbiamo promosso e sottoscritto un Patto Federativo Programmatico con partiti movimenti e associazioni che si richiamano all'area del popolarismo europeo. La DC guarda infatti, con attenzione e in piena autonomia, alle prossime scadenze elettorali per il Parlamento Europeo”.
Ieri a Roma si è compiuto, dunque, un passo importante per la ricomposizione dell’area democratico cristiana, premessa funzionale a quella più ampia dell’area cattolico popolare, finalizzata alla costruzione di un nuovo soggetto politico ampio, plurale, democratico, popolare, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman, alternativo alla deriva sovranista e populista che attualmente guida l’Italia.
Ora si tratta di avere piena consapevolezza che da soli, con ciò che rimane della propria realtà associativa e politico culturale, non andremo da nessuna parte, specie se consideriamo le scadenze dei prossimi impegni elettorali, a partire dalle elezioni europee del 23 Maggio p.v.
Ricordare Don Luigi Sturzo per noi vuol dire, dunque, impegnarci oggi, come lui fece cent’anni fa, a inverare nella città dell’uomo, gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa nell’età della globalizzazione. Dovremo tutti fare lo sforzo di superare le nostre attuali casematte per ritrovarci INSIEME nel nuovo soggetto politico.
Guai se qualcuno pensasse di egemonizzare il pezzettino di residuo democristiano da portare in dote a Berlusconi o a sinistra. Siamo fieri e orgogliosamente difensori della nostra autonomia, pronti a concorrere alla costruzione del nuovo soggetto politico di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale, riproponendo un nuovo appello ai Liberi e Forti dell’Italia del XXI secolo e a consegnare il testimone di questa straordinaria esperienza e cultura politica a una nuova generazione di democratici cristiani e di popolari.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC
Venezia, 19 Gennaio 2018
Cattolici popolari, parte la Rete dei "liberi e forti". No ai listoni e alla confusione.
"Rete Bianca, il movimento politico e culturale nato per favorire la ricomposizione della frantumata presenza politica dei cattolici democratici e popolari, promuove la formazione della rete dei 'liberi e forti' organizzando e raccordando associazioni, movimenti, comitati e circoli in tutto il paese.
Una presenza politica e culturale e non partitica, aperta, inclusiva, laica e finalizzata a rilanciare un rinnovato protagonismo dei cattolici popolari in un contesto storico e politico confuso e, per certi aspetti, delicato per le stesse sorti della democrazia italiana.
Una proposta che si inserisce nelle molteplici iniziative disseminate in tutto il paese per ricordare, rileggere e riattualizzare lo storico "appello ai liberi e forti" e la costituzione del Partito Popolare Italiano di Luigi Sturzo fondato nel gennaio del 1919. E, soprattutto, una proposta che non può essere confusa con i listoni e le aggregazioni indistinte che creano solo confusione e disorientamento tra gli elettori.
Uno strumento, appunto, politico e culturale che Rete Bianca mette in campo con l'obiettivo, da un lato, di non disperdere un patrimonio ideale che continua ad essere attuale e moderno e, dall'altro, di gettare le premesse per un rinnovato impegno, laico ed autonomo, dei cattolici italiani nella società contemporanea. Una società dominata da simboli, parole d'ordine e metodi che rischiano, se non arginati, di travolgere gli stessi capisaldi di una politica democratica e costituzionale. E che richiede, oggi più che mai, una forte, coerente e convinta opposizione all'attuale equilibrio politico.
E la cultura popolare e cattolico democratica può, al riguardo, svolgere un ruolo decisivo e determinante.
E, sotto questo versante, l'apporto del popolarismo di ispirazione cristiana attraverso la rete dei 'liberi e forti' può dare un contributo decisivo alla intera politica italiana.
Non per il bene dei cattolici ma per la salute e la qualità della democrazia".
Giorgio Merlo
Rete Bianca
Roma 20 Gennaio 2019
Centenario dell’appello sturziano: prime prove per l’unità dei DC
Si è celebrato ieri nell’auletta dei gruppi parlamentari della Camera in forma solenne il centenario dell’appello sturziano “ Ai Liberi e Forti”. Presenti alcune centinaia di militanti democratici cristiani, l’evento organizzato dalla Fondazione Fiorentino Sullo, è stato caratterizzato dagli interventi di Gianfranco Rotondi, Presidente della fondazione Sullo, Renato Grassi, segretario nazionale della DC e di Mario Tassone, segretario nazionale Nuovo CDU. Le relazioni sono state tenute dagli Onn. Calogero Mannino, Rocco Buttiglione e Roberto Lagalla con quella introduttiva del dr Gennaro Sangiuliano, direttore del TG2.
L’On Vitaliano Gemelli ha illustrato il documento che, il 5 Dicembre 2018, era stato da me redatto e condiviso da Grassi, Rotondi, Tassone, Giorgio Merlo, Mario Mauro, Ivo Tarolli, Giuseppe Rotunno e da molti altri esponenti di diversi gruppi, associazioni e movimenti dell’area cattolica e popolare italiana. Il documento, che abbiamo connotato come il “ patto programmatico federativo costituente”, si propone, tra l’altro: “l’impegno a ricomporre l’unità di tutti i democratici cristiani italiani aperti alla collaborazione con altre componenti politico culturali che condividono i principi dell’umanesimo cristiano, alternativi alle chiusure di quanti, guidati da logiche sovraniste e nazionaliste, intendono distruggere quanto di positivo ha rappresentato e ancora potrà rappresentare l’Unione europea riformata sui valori dei padri fondatori. Insieme condividiamo il documento politico approvato dal PPE nel recente congresso di Helsinki : per un’Europa sicura che coopera con l’Africa con un forte “Piano Marshall”, un’Europa per tutti: prospera e giusta; un’Europa sostenibile; un’Europa che difenda i nostri valori e i nostri interessi nel mondo. Consapevoli dei gravi rischi che l’umanità e il pianeta stanno correndo sul piano ambientale e della stessa sopravvivenza delle specie viventi, siamo impegnati a tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della Chiesa indicati da Papa Francesco nell’enciclica “Laudato si”. Sulla base di tale condivisione siamo disponibili a concorrere insieme con quanti si riconoscono nello stesso documento alle prossime elezioni europee del 23-26 Maggio 2019. Facciamo appello a tutte le associazioni, movimenti, gruppi dell’area cattolica e popolare, alle donne e agli uomini amanti della libertà e ispirati dai valori dei “ Liberi e Forti” affinché contribuiscano a sostenere una nuova classe dirigente sotto le insegne del Partito Popolare Europeo.”
L’incontro di ieri non è stato, dunque, una semplice ricorrenza liturgica di una data che ha segnato la storia della politica italiana e il ruolo che da allora assunsero i cattolici nella politica del nostro Paese, ma, come ha ben evidenziato Renato Grassi, nel suo intervento: “A distanza di cento anni dalla divulgazione dell'Appello sturziano, torna alla luce lo stesso senso di responsabilità: guardare avanti per la ricomposizione politica dell'area cattolica e popolare cercando, tutti insieme, le più ampie aperture al confronto e al dialogo. È nostro convincimento preciso che si debbano trovare convergenze unitarie e promuovere scelte aggregative che superino il tradizionale recinto della diaspora democristiana, al fine di ricercare e ritrovare la più ampia convergenza di partiti, movimenti e aggregazioni anche ecclesiali che abbiano, quale obiettivo specifico, la costruzione di un nuovo umanesimo cristiano capace di interpretare i fermenti evolutivi della Dottrina Sociale cattolica e di tradurre in politica i caratteri sociali ed etici dello stesso Magistero della Chiesa. Siamo di fronte, ha continuato il segretario nazionale della DC, a un’ evoluzione epocale di cui non se ne intravede agevolmente l'esito, e proprio per questo la Democrazia Cristiana intende dare un contributo convinto alla rinascita del Paese. A tal fine infatti abbiamo promosso e sottoscritto un Patto Federativo Programmatico con partiti movimenti e associazioni che si richiamano all'area del popolarismo europeo. La DC guarda infatti, con attenzione e in piena autonomia, alle prossime scadenze elettorali per il Parlamento Europeo”.
Ieri a Roma si è compiuto, dunque, un passo importante per la ricomposizione dell’area democratico cristiana, premessa funzionale a quella più ampia dell’area cattolico popolare, finalizzata alla costruzione di un nuovo soggetto politico ampio, plurale, democratico, popolare, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman, alternativo alla deriva sovranista e populista che attualmente guida l’Italia.
Ora si tratta di avere piena consapevolezza che da soli, con ciò che rimane della propria realtà associativa e politico culturale, non andremo da nessuna parte, specie se consideriamo le scadenze dei prossimi impegni elettorali, a partire dalle elezioni europee del 23 Maggio p.v.
Ricordare Don Luigi Sturzo per noi vuol dire, dunque, impegnarci oggi, come lui fece cent’anni fa, a inverare nella città dell’uomo, gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa nell’età della globalizzazione. Dovremo tutti fare lo sforzo di superare le nostre attuali casematte per ritrovarci INSIEME nel nuovo soggetto politico.
Guai se qualcuno pensasse di egemonizzare il pezzettino di residuo democristiano da portare in dote a Berlusconi o a sinistra. Siamo fieri e orgogliosamente difensori della nostra autonomia, pronti a concorrere alla costruzione del nuovo soggetto politico di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale, riproponendo un nuovo appello ai Liberi e Forti dell’Italia del XXI secolo e a consegnare il testimone di questa straordinaria esperienza e cultura politica a una nuova generazione di democratici cristiani e di popolari.
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale DC
Venezia, 19 Gennaio 2018
Domani, 18 Gennaio 2019 è il centenario dell’Appello sturziano “ Ai Liberi e Forti” il cui testo pubblichiamo dopo una riflessione del prof Antonino Giannone, V.Presidente ALEF, sull’Etica politica di una gran bella persona i cui insegnamenti sono attualissimi per chi volesse servire la politica e non servirsi della politica: Don Luigi Sturzo
Perché dopo 100 anni l’attenzione verso un Cristiano, un Sacerdote, un politico laico per l’Italia di oggi e di domani? Ci riferiamo a Don Luigi Sturzo.
Ci sembra che questa attenzione non sia casuale, ma esprima il crescente bisogno di riferimenti forti, di maestri, proprio di un’epoca di grande smarrimento, di grandi “rumori”, di grandi e giustificate paure, di assenza di pensiero.
Studiare i grandi personaggi ci fa scoprire talvolta dei veri maestri, non solo del passato, ma per il presente e per il futuro.
Don Luigi Sturzo e’ stato ed e’ ancora oggi un maestro di Etica politica per chiunque volesse “servire la politica e non servirsi della politica” come affermava spesso.
Sturzo è stato: filosofo, sociologo, profondo economista, amministratore pubblico, politico tra i più importanti del Novecento italiano. Sturzo resta sempre e soprattutto sacerdote: intenso, totale, dedito a Gesù Cristo e alla rigorosa fedeltà alla Chiesa, anche quando questa lo farà soffrire.
Organizzò i cattolici del suo comune siciliano: Caltagirone in un progetto culturale e politico di largo respiro, fece comprendere ai suoi concittadini che il Comune non era proprietà privata dei notabili, ma bene comune, attore dello sviluppo, pilastro del vivere civile.
Ancora oggi, dopo 100 anni dall’Appello ai Liberi e Forti (18 gennaio 1919) il suo insegnamento sarebbe da svolgere in tantissime realtà territoriali in tutta Italia.
Sturzo organizzo’ cooperative rurali e bancarie, creò scuole, fondò giornali, costruì una rete di “complicità” con altri giovani sacerdoti della sua età. Dalle sue iniziative emerse la sua figura come un leader nazionale. Riceve il messaggio dell’impegno sociale e politico dall’enciclica Rerum Novarum, che è del 1891.
La Rerum Novarum è l’enciclica che spiega con grande chiarezza che prima di tutto viene la persona, la libertà della persona, la dignità della persona, e che per preservare ciò ci sono le società intermedie, che non derivano dallo Stato, perché sono le cellule primordiali della società: la famiglia, il Comune, e da lì via via si sale con il principio di sussidiarietà verso l’“organismo Stato”.
A Caltagirone fu “pro Sindaco”
(perché come sacerdote non poteva essere Sindaco, ma di fatto vuol dire Sindaco) dal 1905 al 1920, e offri il suo impegno straordinario al servizio della sua città’.
Sturzo sente la necessità di costruire una rete di contatti e di pensiero, perché egli è anche un grande realista e sa che restando soli si è sconfitti, non si va da nessuna parte quindi avvia contatti con i socialisti, la DC iniziale di Murri.
Per Don Sturzo, il Comune non è soltanto un organo amministrativo; ma è una cellula politica, è una comunità; il Comune, i servizi comunali sono al servizio della comunità; questa comunità non è derivata dallo Stato, ha la sua forza originaria, la sua autonomia, la sua sfera di libertà e di energia che devono essere liberate.
Grazie Don Luigi Sturzo per quanto hai lasciato in eredità a tutti, non solo ai democristiani.
Antonino Giannone
Vice Presidente ALEF (Associazione Liberi e Forti)
Componente della Direzione Nazionale DC
L'APPELLO AI "LIBERI E FORTI" DI DON LUIGI STURZO
Pubblichiamo integralmente l'appello ai "liberi e forti" del gennaio 1919, fatto dalla Commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano, fondato e guidato da Don Luigi Sturzo.
* * *
Partito Popolare Italiano
A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave
ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza
pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano
nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà. E mentre i
rappresentanti delle Nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di
una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni paese debbono contribuire
a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno ad allontanare ogni
pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle Nazioni, ad attuare
gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali, del
lavoro, a sviluppare le enrgie spirituali e materiali di tutti i paesi uniti
nel vincolo solenne della "Società delle Nazioni".
E come non è giusto compromettere i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, così è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società.
Perciò sosteniamo il programma politico-morale patrimonio delle genti cristiane, ricordato prima da parola angusta e oggi propugnato da Wilson come elemento fondamentale del futuro assetto mondiale, e rigettiamo gli imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse: perciò domandiamo che la Società delle Nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali, affretti l'avvento del disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione di setta, abbia la forza della sanzione e i mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffatrici dei forti.
Al migliore avvenire della nostra Italia - sicura nei suoi confini e nei mari che la circondano - che per virtù dei suoi figli, nei sacrifici della guerra ha con la vittoria compiuta la sua unità e rinsaldta la coscienza nazionale, dedichiamo ogni nostra attività con fervore d'entusiasmi e con fermezza di illuminati propositi.
Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell'Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l'autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali.
Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non solo agl'individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche.
Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall'anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all'autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale.
Le necessarie e urgenti rifrome nel campo della previdenza e della assistenza sociale, nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà devono tendere alla elevazione delle classi lavoratrici, mentre l'incremento delle forze economiche del Paese, l'aumento della produzione, la salda ed equa sistemazione dei regimi doganali, la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile, la soluzione del problema del Mezzogiorno, la colonizzazione interna del latifondo, la riorganizzazione scolastica e la lotta contro l'analfabetismo varranno a far superare la crisi del dopo-guerra e a tesoreggiare i frutti legittimi e auspicati della vittoria.
Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci ai saldi principii del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell'Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi di fronte a sconvolgimenti anarchici di grandi Imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni identità, di fronte a vecchi liberalismi settari, che nella forza dell'organismo statale centralizzato resistono alle nuove correnti affrancatrici.
A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell'amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl'interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo l'adesione al nostro Programma.
Roma, lì 18 gennaio 1919
LA COMMISSIONE
PROVVISORIA
On. Avv. Giovanni Bertini - Avv. Giovanni Bertone - Stefano Gavazzoni - Rag.
Achille Grandi - Conte Giovanni Grosoli - On. Dr. Giovanni Longinotti - On.
Avv. Prof. Angelo Mauri - Avv. Umberto Merlin - On. Avv. Giulio Rodinò - Conte
Avv. Carlo Santucci - Prof. D. Luigi Sturzo, Segretario Politico.
Centenario della nascita di Giulio Andreotti
Il 14 Gennaio 1919 nasceva a Roma Giulio Andreotti, una figura straordinaria della storia democratico cristiana. Di Andreotti, che ebbi la fortuna di conoscere e frequentare negli della partecipazione ai lavori del Consiglio nazionale della DC, vorrei evidenziare una delle caratteristiche più attrattive della sua personalità: la straordinaria disponibilità all’ascolto e a insegnare a noi più giovani esponenti della quarta generazione democristiana, i passaggi più difficili della vicenda politica, così come la discutevamo con grande passione e assoluta libertà nei Consigli nazionali della DC a Piazzale Sturzo all’EUR.
Erano incontri nei quali Andreotti sempre in prima fila, prendeva i suoi immancabili appunti sul quaderno con la copertina nera, e dopo lunghe ore di dibattito, mentre risaliva i gradini della sala del consiglio nazionale, quella in cui spiccava al centro del palco il quadro di De Gasperi rappresentato da Annigoni (a proposito mi sono sempre chiesto che fine abbia fatto quel cimelio storico, dopo che, scomparsa la DC, ebbi la sventura di rivisitare Palazzo Sturzo nel completo abbandono, in uno dei primi consigli nazionale del CDU di Buttiglione) si fermava con grande generosità a dialogare con noi più giovani che gli ponevamo tante domande, ricevendo le sue come sempre argute e illuminanti risposte.
Da componente del CN della DC nella lista di Forze Nuove, fu assai travagliato il nostro rapporto con il capo di una corrente veramente mai gestita in prima persona dal divo Giulio, semmai sempre affidata ai luogotenenti fidati, Evangelisti, Sbardella, Lima prima e poi Cirino Pomicino e Nino Cristofori, con il seguito sempre garantito dei ciellini osannanti alle performance politiche del loro presidente di riferimento.
Un giudizio complessivo sulla sua lunga storia sarà fornito dagli storici futuri e, credo, non potrà che essere alla fine largamente positivo. Confrontando gli uomini di quella generazione, Andreotti, Fanfani, Moro, la seconda del partito, dopo quella dei popolari come De Gasperi, Gonella, Scelba, con questi “mezzomini e ominicchi” contemporanei, ogni paragone sarebbe fuorviante.
Resta, ovviamente, tuttora valido e difficilmente controvertibile quanto un leader storico della DC come Carlo Donat-Cattin amava, in ogni occasione, ammonirci; ossia che bisognava rispettare, ed anche temere, l’intelligenza politica di Giulio Andreotti, ma che bisognava sempre diffidare dell’andreottismo.
Per riuscire a capire a fondo cosa ha rappresentato l’andreottismo nella storia della DC e della Prima Repubblica al di là delle facili giustificazioni degli amici o delle sommarie liquidazioni degli avversari di parte serve una ben più rigorosa analisi dei documenti lasciatici in eredità con il distacco proprio di chi non è più parte attiva della contesa politica contingente.
Con lo scomparso e compianto amico Sandro Fontana condividiamo quanto da lui scritto in occasione del 90° compleanno di Andreotti: “Col passare degli anni e di fronte allo spettacolo deprimente della lotta politica odierna, il cosiddetto andreottismo ha finito col rappresentare ai miei occhi soprattutto una grande lezione di metodo. La quale non consisteva tanto nel banalizzare ogni vicenda politica, quanto nel riuscire ad isolare ogni problema concreto dalle inevitabili sovrastrutture ideologiche e passionali e nel cercare, con pazienza e determinazione, di sciogliere i numerosi nodi che l’insipienza e la malafede degli uomini avevano reso inestricabili”.
Da parte mia a una domanda rivoltami dal giornalista Giuliano Ramazzina in un libro intervista (“ALEF un futuro da Liberi e Forti”- ME Publisher-2010) così formulata: “State sempre in maggioranza, diceva Toni Bisaglia durante le sue famose cene con gli amici. Il potere logora chi non ce l’ha, diceva Giulio Andreotti. E’ più emblematica, nel disprezzo delle minoranze, la frase di Toni Bisaglia o quella di Giulio Andreotti ?” risposi così:
“Quella di Toni è l’espressione di un doroteismo che, già con lui e, soprattutto dopo di lui, diventerà degenerazione culturale e morale. Ricordo uno degli ultimi interventi pubblici di Bisaglia in cui, con grande capacità di autocritica, denunciò l’esistenza di una questione morale tra le file dei suoi e di altri amici della DC che sarebbe stata all’origine della scomparsa di quel partito. Eravamo agli inizi degli anni ’80, dopo una tornata elettorale in cui era scoppiato il fenomeno da noi non compreso della Liga Veneta. Interi paesi e quartieri in cui eravamo abituati a conoscere pressoché la totalità degli elettori della DC, vedevano crescere il consenso al movimento dei Tramarin prima e dei Rocchetta dopo, senza che si potessero riconoscere i loro riferimenti territoriali. Fu allora che organizzammo un gruppo di lavoro multidisciplinare per cercare di comprendere le ragioni di quanto stava accadendo. E proprio discutendo dei risultati di quell’indagine, nella sala delle Conchiglie a Villa Contarini di Piazzola sul Brenta, Bisaglia con toni accorati pronunciò quella sua profetica sentenza. Era oramai troppo tardi. Molti dei suoi amici ed anche altri si erano da tempo incamminati sulla strada della separazione degli interessi, specie di quelli personali, dai valori. E fu così che il doroteo polesano che si fregiava del fatto che, a differenza di Mariano Rumor, il leader storico dei dorotei veneti, non aveva avuto parte alla congiura dei “salmodianti della Domus Mariae” e che a noi giovani in diversi incontri alla DC di Rovigo, teorizzava il valore della conquista del potere quale strumento indispensabile per orientare la politica verso quella mediazione corretta tra interessi e valori, dopo quasi trent’anni di vita parlamentare, dovette accorgersi che qualcosa di grave era intervenuto. Qualcosa che avrebbe travolto di lì a pochi anni con la DC veneta un’intera classe dirigente.
Andreotti non è mai stato doroteo, avendo sempre curato una sua piccola, almeno all’inizio, corrente, chiamata con il nome rassicurante di “Primavera”. Circoscritta dapprima a Roma e nel Lazio, dopo la crisi dei dorotei che si consumò nella rottura intervenuta tra Rumor e Bisaglia in un drammatico consiglio nazionale, al quale partecipai, dopo la sconfitta sul referendum sul divorzio, la corrente andò progressivamente allargandosi. Franco Evangelisti ne era il Tigellino fedele ed efficientissimo. Evangelisti era quello del: “a Fra’ che te serve”, rivolgendosi a Francesco Caltagirone, allora disistimato palazzinaro romano, a capo di una dinastia oggi tra le più rispettabili dell’Italia, a destra, come al centro e a sinistra. Ma sarà con l’adesione degli Sbardella, dei Pomicino, Scotti e dei siciliani con Salvo Lima, che la corrente del divo Giulio diventerà uno dei capisaldi della DC post dorotea nella quale prevalse il dominio dei basisti demitiani, grazie proprio all’appoggio determinante degli andreottiani.
Se prima i dorotei, specie quelli veneti, avevano dimostrato senso della misura e della loro innata capacità di stare a tavola, con Andreotti, si ebbe la dimostrazione dell’immutabilità della condizione del potere. Sino alla sciagurata decisione di opporsi all’ultimo voto all’elezione di Arnaldo Forlani alla presidenza della Repubblica, ultimo atto di una tragedia che, con Scalfaro presidente, assumerà i toni della tragicommedia”.
Luci ed ombre nella vita politica di un uomo che, in ogni caso, concorse in maniera determinante a garantire all’Italia quasi cinquant’anni di pace ininterrotta nella difesa della libertà e in una fase di ricostruzione dell’unità europea che, non a caso, Andreotti ebbe da subito, incompreso anche fra molti di noi più giovani, la consapevolezza dei rischi che correvamo con la riunificazione tedesca. Non a caso egli osava affermare con la consueta ironia : “ amo talmente la Germania da desiderarne due”.
Purtroppo l’idea di europeizzare la Germania attraverso l’Atto Unico (1987) che fu il capolavoro politico di Andreotti da ministro degli Esteri del governo Craxi durante il semestre di presidenza italiana di quell’anno, non si è attuata e ci troviamo oggi, invece, a fare i conti con una germanizzazione dell’Europa che rappresenta il grande tema affidato, ahimè, a questi nuovi politici senz’arte né parte. Non a caso sale da molti la nostalgia del divo Giulio…
Ettore Bonalberti
Vice segretario nazionale della DC
Venezia, 14 Gennaio 2019
Più che la “maledizione di Moro”, la stupidità degli eredi
Sono stato tra i consiglieri nazionali della DC che il 18 Gennaio 1993, su iniziativa del segretario Martinazzoli, da diversi mesi sollecitato dalla “pasionaria di Sinalunga”, Rosi Bindi, approvarono il cambiamento del nome del partito da DC a PPI.
Di fatto quella scelta coincise, di lì a poco, con la fine politica del partito e l’avvio della lunga marcia nel deserto, caratterizzata dalla diaspora esplosa, prima, tra i diversi spezzoni in cui si frantumò a poco a poco il partito, e, in seguito, nell’intera vasta area politica, sociale e culturale che alla DC ha fatto riferimento per oltre quarant’anni.
Personalmente, in quegli anni che vanno dal 1994 al 2011, mi concentrai sulla mia intensa attività professionale, limitandomi a scrivere di politica con lo pseudonimo di don Chisciotte, l’errante cavaliere indomito, uscito dalla mente di quel grande della letteratura spagnola a me caro, Miguel De Cervantes.
Fu nel 2011 che l’amico On Publio Fiori mi informò della sentenza n.25999 della Cassazione, pronunciata a sezioni civile riunite il 23.12.2010, che stabilì un fatto giuridico importantissimo: la DC non è mai stata giuridicamente sciolta, in quanto per poterla sciogliere e trasformarla in altro partito, il segretario nazionale, con il consiglio nazionale della DC, a norma dello statuto, avrebbe dovuto convocare il Congresso, ossia la platea di tutti i soci iscritti al partito che, nel 1992 erano oltre un milione.
Iniziò in quel momento un impegno che con gli amici Silvio Lega, Ugo Grippo, Luciano Faraguti, Renato Grassi e Sergio Bindi, portammo avanti, indicando in Gianni Fontana la persona che avrebbe assunto, con il congresso convocato dal consiglio nazionale in auto convocazione, l’incarico di segretario nazionale, dopo che nel 2012 riaprimmo il tesseramento per tutti i soci del 1992 che avessero espresso la volontà di riconfermare la loro iscrizione al partito.
Subito emersero le opposizioni incrociate di quanti non potevano vedere favorevolmente la rinascita politica della DC, “partito mai giuridicamente sciolto”. Alcuni, timorosi per quanto era accaduto con episodi assai poco commendevoli al momento della spartizione dei beni mobili e immobili del partito. Altri, accasatisi su altre sponde politiche a destra, a sinistra o al centro, sul più comodo carro trionfante del Cavaliere, preoccupati di difendere le loro nuove posizioni acquisite, dimentichi di quanto la DC era stata loro così prodiga di bene.
Tra gli irriducibili avversari delle scelte che, con grande fatica e dispendio di energie personali, il gruppo degli amici che avevano concordato l’elezione di Gianni Fontana alla segreteria andavano compiendo, si rivelarono sin dal 2012, due amici romani: Cerenza e De Simoni, rappresentanti di un’associazione degli iscritti alla DC del 1992-93, i quali si sono impegnati per oltre sette anni, in un’opera di continua opposizione, svolta non sul piano del confronto politico, ma sul terreno giudiziario, con continui ricorsi tesi a distruggere la tela che abbiamo tentato di tessere con grande passione e assoluto disinteresse.
Sono stati così sette anni di un continuo e pericoloso slalom tra il tempo passato a elaborare proposte politiche e a diffondere l’idea della ripresa politica della DC e quello dedicato a rispondere alle continue scadenze nelle aule dei tribunali.
Per molto tempo ho ritenuto che pendesse su di noi la “ maledizione di Aldo Moro” pronunciata contro la DC e i suoi eredi dal carcere delle BR. Avevo sperato che con l’ultimo tentativo di accordo con il duo romano si fosse trovata finalmente la pace, dopo che il tribunale di Roma aveva autorizzato la celebrazione del XIX Congresso nazionale del partito il 14 Ottobre 2018, nel quale abbiamo eletto Renato Grassi alla segreteria del partito e Gianni Fontana alla presidenza del Consiglio nazionale, convocato il 23 ottobre dello stesso anno, ed invece il duo romano ha colpito ancora con l’ennesimo ricorso in tribunale.
Se con quello del 2012 abbiamo perduto sette anni di vita politica per la DC, con quest’ultimo, se dovesse prevalere, sono convinto che quello che per molti di noi è stato un sogno finirebbe per diventare l’incubo di un’aspettativa mancata senz’altra possibilità di riuscita.
Di fronte al persistere di questi avvenimenti che il 18 Gennaio prossimo, centenario dell’appello sturziano ai Liberi e Forti, e venticinquennale della fine politica della DC, vedrà riuniti a Roma una sequela di partiti, movimenti e gruppi che, a diverso titolo, fanno riferimento alla DC, sto pensando che più che “la maledizione di Moro”, siamo tutti vittime della stupidità degli ultimi eredi della DC.
Come chiamare, infatti, quelle persone che con i loro comportamenti e i loro atti “fanno del male a se stessi e agli altri”, se non con il titolo di “stupidi”, ossia con la qualifica che proprio il prof Carlo Cipolla nel suo trattato sulla stupidità, ha egregiamente attribuito alle persone responsabili di tali comportamenti?
Ho dedicato gli ultimi ventisei anni della mia vita politica al progetto della ricomposizione dell’area politico culturale cattolica e popolare italiana, ma temo di aver vissuto nient’altro che una frustrante illusione, avendo sperimentato sulla mia pelle quanto sia difficile lavorare in un contesto, come quello del nostro Paese, in cui: “ tutti vogliono coordinare e nessuno vuol essere coordinato”.
Getto la spugna e da questo momento mi limito a svolgere il ruolo di “ un osservatore partecipante”, deluso e rammaricato nel costatare l’impotenza dell’area politica democratico cristiana, nella quale le stucchevoli ambizioni di alcuni continuano a fare aggio sul progetto della ricomposizione unitaria.
E, intanto, assistiamo allo “sgoverno dei giallo verdi” e al trionfo di una deriva sovranista e populista che porterà l’Italia alla crisi d sistema.
Una definitiva speranza: il 18 Gennaio riusciremo a far decollare il patto programmatico costituente condiviso il 5 Dicembre scorso con Rotondi, Tassone, Merlo, Mario Mauro, Tarolli, Rotunno e tanti altri amici di area DC e popolare? Lì si parrà nostra nobilitade.
Ettore Bonalberti
Venezia, 10 Gennaio 2019
La dura prova della realtà
Dopo il Monte dei Paschi di Siena è la volta della CARIGE (Cassa di Risparmio di Genova), prime vittime di una crisi bancaria italiana nella quale sono coinvolte diverse altre realtà che stanno scivolando verso il default.
Trattasi di una crisi di sistema più volte denunciato dall’amico Alessandro Govoni anche in sede giudiziaria, dopo che Banca d’Italia è stata sottoposta al potere degli hedge funds anglo caucasici-kazari detentori delle quote di maggioranza dei tre istituti controllati-controllori della Banca centrale (vedasi la risposta del Ministero del Tesoro all’interrogazione dell’On Villarosa del Febbraio 2017, allora capogruppo del M5S in commissione finanze della Camera, attualmente sottosegretario dello stesso Ministero *) per risolvere la quale non sono assolutamente sufficienti, ancorché necessarie, le politiche di intervento d’urgenza come quelle sin qui adottate tanto dal centro-sinistra che dal governo giallo-verde.
Alla dura prova della realtà anche il M5S , paladino della battaglia contro il salvataggio renziano delle banche , si è dovuto piegare a ciò che il ministro Tria e il premier Conte alla fine hanno dovuto decidere in un consiglio dei ministri serale convocato d’urgenza.
L’unico programma politico che TECNICAMENTE consentirebbe ancora, dopo 25 anni, lo sviluppo dello STATO ITALIANO e della Sua CLASSE MEDIA (94% della popolazione italiana) e che renderebbe tecnicamente possibile ogni altro obiettivo in qualsiasi altro settore sarebbe il seguente:
1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992)
2. Controllo Statale sulla raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini
3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano al fine che lo Stato italiano abbia, con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (=abolizione della L.82 del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.
4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (=abolizione del decreto legislativo n. 385/1993):
5. SEPARAZIONE TRA BANCHE DI PRESTITO (loan bank) e BANCHE SPECULATIVE (investment bank) =abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo.
Automatica re-introduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London)
6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico
7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale 85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori petroliferi kazari.
8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di societa italiane quotate alla borsa di Milano.
9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia)
10. Conferire il potere ISPETTIVO sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza
11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di effettuare ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.
12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18 febbraio 1992 firmato da Mario Draghi)
13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul tasso
14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito
15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente
17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB
18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare.
Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle esecuzioni immobiliari e nel custode e nel notaio delle esecuzioni immobiliari
20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la prevenzione diattentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano
21. Obbligo di almeno cinque Parlamentari di ogni forza politica di partecipare all’ Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute del paese
Credo che la Democrazia Cristiana, che fu già il partito di Guido Carli che seppe conservare la legge bancaria del 1936 sino al 1992, una delle pre-condizioni fondamentali della crescita dell’Italia, sarebbe quella di assumere queste indicazioni come essenziali per la sua proposta di programma, avendo consapevolezza che, senza questi pre-requisiti, nessun’altra riforma seria sarebbe possibile nel nostro Paese.
Ettore Bonalberti
Venezia, 9 Gennaio 2019
* Da documenti desecretati e da rilievi matematici confermati dal Ministero dell'Economia delle Finanze sull'assetto di controllo delle banche quotate italiane ( risposta del Ministero all’interrogazione parlamentare dell’On Villarosa (M5S) nel Febbraio 2017) maggiori azioniste di Banca d'Italia con 265 voti su 529, da parte , attraverso le SUB-DELEGHE conferite agli avvocati (avv.Cardarelli, ..) dello studio legale Trevisan di viale Maino –Milano, risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/ arzebajani di antica origine tedesca (Vanguard, State Street, Northern Trust , Fidelity , Jp Morgan Trust, Black Rock , Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 MILIONE di mq di centri logistici sempre in Italia), cd ariani o KAZARI o askenazita-kazari , indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York per PROCURATO DISASTRO AMBIENTALE e per avere fermato lo sviluppo dell'energia solare, hedge fund e come tali, unici fondi al mondo autorizzati a compiere amorali , immorali, illegittime VENDITE ALLO SCOPERTO (presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine di farne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano , crolli della borsa di Millano infatti avvenuti ogni circa sette anni 1994, 2001, 2008 , 2016, crolli che hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro risparmi ) definiti fondi speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.
Trattasi di decreti già emessi , non disegni di legge, decreti che comprovano l'avvento in Italia dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London , proprietari della City of London, e sede fiscale nel PARADISO FISCALE del Deleware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti , indipendente dal 2001).
Fondi speculatori che il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk ha dimostrato che le società che essi controllano appartengono a TRUSHELFCO, DIKAPPA più un numero delle sette famiglie kazare , georgiane /arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild , J.P. Morgan, Warburg , Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson, convertiti all'ateismo nel 1820 per poter usufruire senza limiti e remore, con l'invenzione
della trivella, ancora del business del petrolio che era terminato in superficie nel 1400 dopo Cristo in Georgia/Arzebajan decretando la fine dell'impero KAZARO (600 avanti Cristo -1400 dopo Cristo), un impero inspiegabilmente cancellato dagli inventori kazari delle tipografie, dai libri storia occidentali, ma ben presente nei libri di storia dell'Armenia, dell'Ucraina.
Popolari, é il momento della scelta.
È indubbio che gennaio sarà un mese decisivo ed importante per il futuro dei cattolici popolari nel
nostro paese. Tutti sapevano che dopo il voto del 4 marzo la geografia politica italiana era
destinata a cambiare in profondità. E così è stato. Hanno fatto irruzione, vincendo a largo raggio, i
partiti cosiddetti populisti e antisistema, cioè la Lega di Salvini e il movimento di Grillo e
Casaleggio. Sono tramontati i "partiti plurali", cioè il Partito democratico e Forza Italia diventando
l'uno il prosieguo, seppur aggiornato, della storia e della esperienza politica e culturale del Pds e
dei Ds e l'altro una semplice succursale della Lega salviniana. E, infine, sono ritornate in campo le
identità politiche che, come da copione, ridiventano protagoniste ogniqualvolta si accompagnano
con un sistema elettorale proporzionale. Certo, il quadro politico e' ancora alquanto instabile e le
stesse coalizioni, frutto e conseguenza del proporzionale, sono in via di assestamento e di
ridefinizione. Dopo essere state distrutte. Nel Pd con il partito a "vocazione maggioritaria" e il
"partito personale" di renziana memoria e nel centro destra con l'onnipotenza berlusconiana.
Pagine che, comunque sia, sono state definitivamente archiviate dalla storia e dalla politica.
Ed è in questo preciso contesto storico che si pone, in termini affatto diversi ed inediti rispetto al
passato, la "questione cattolica" nella società contemporanea. Ovvero, la necessità di ridare voce
e senso alla presenza pubblica dei cattolici italiani. O meglio, di ridare rappresentanza politica ad
un mondo culturale, sociale ed associativo molto plurale ed articolato ma, comunque sia,
accomunato da un "comune sentire" che in questi ultimi anni, progressivamente ed
irresponsabilmente, e' stato emarginato e reso ininfluente. Certo, senza derive confessionali e
clericali ma con una presenza laica e culturalmente definita. Una domanda che in questi ultimi
mesi e' cresciuta a livello territoriale e di base e che, adesso, e' matura per avere una doverosa e
rinnovata risposta politica ed organizzativa. Ben sapendo che un processo di ricomposizione deve
tener conto delle mille voci che arricchiscono questo mosaico di cultura, di sensibilità sociale, di
spiritualità e di tensione ideale. Ma, seppur nel rispetto delle sensibilità e di queste storiche
diversita', adesso e' giunto anche il momento di affrontare il capitolo dello strumento partito. E le
svariate celebrazioni del centenario dell'appello ai "liberi e ai forti" e della fondazione del Partito
Popolare Italiano di don Luigi Sturzo che si stanno organizzando in tutta Italia, possono essere la
leva decisiva per fare il salto di qualità. Richiesto dalla base ed invocato dai vertici. Del resto, la
cosiddetta "questione cattolica", seppur nelle diverse fasi storiche, ha sempre dovuto affrontare e
risolvere il capitolo della politica. O meglio, della organizzazione politica. E oggi, e' inutile negarlo,
la sfida e' tutta qui. Cioè nella capacita' di ridare una infrastruttura politica ed organizzativa a
questa domanda. Appunto di natura politica. Senza prestare eccessiva attenzione, accompagnate
dalle altrettanto patetiche polemiche, su chi ha la paternità esclusiva per interpretare al meglio
quella cultura politica e quel filone ideale. Polemiche artificiose se è vero, com'è vero, che uno
strumento politico del genere non può che essere plurale al suo interno anche se accomunato da
una comune ispirazione valoriale.
Gennaio, quindi, sarà il mese della scelta politica. Fuorche' si pensi che la risposta debba essere
la solita "ritirata" nel prepolitico e nella palude. Sarebbe, questa, una sorta di "peccato di
omissione" per citare Paolo Vl che indebolirebbe ulteriormente la ricca e feconda tradizione del
cattolicesimo politico italiano da un lato e segnerebbe, dall'altro, l'eclissi del pensiero politico di
ispirazione cristiana nella cittadella politica italiana. Un lusso che, adesso, non ci possiamo più
permettere.
Giorgio Merlo
Torino, 6.01 2019
Che il Signore ci assista!
Sono sempre più frequenti i messaggi provenienti dalla gerarchia cattolica per un rinnovato impegno dei cattolici nella politica italiana. Ultimo in ordine di tempo, l’intervento di padre Spadaro, direttore de “La civiltà Cattolica”, con le sue parole chiave, ricetta per reagire alle paure diffuse tra la gente.
Sono quelle della “paura”, dominante nel dibattito politico italiano, contro cui, come indica Papa Francesco è necessario compiere “gesti che si oppongono alla retorica dell’odio”.
La seconda parola è quella dell’”ordine”, che fa a pugni con la situazione di permanenti conflitti a livello internazionale , per perseguire il quale padre Spadaro indica una “solida collocazione internazionale dell’Italia e un’attiva politica estera specialmente nel Mediterraneo, punto di incontro di Europa, Africa e Asia. Forse occorre evocare un nuovo ordine mediterraneo.”
La terza parola è quella di “ migrazioni”, che sembra divenuta centrale nella vulgata politica nazionale, e su questo tema, ai muri e alla chiusure egoistiche, padre Spadaro invita a lavorare per l’integrazione.
Quarta parola “ popolo”, da non confondere con il populismo, considerando con Papa Bergoglio che “la questione centrale oggi è quella della democrazia”.
Segue il termine “partecipazione” che permetta di passare dalla condizione di “abitanti europei a quella di cittadini europei”. Il richiamo alle tre T di Papa Francesco, Tierra,Techo,Trabajo, ossia :Terra, casa e lavoro, sono i fondamentali per dare dignità alla vita umana. Partecipazione, dunque, come ritorno a riconnettersi con la gente: dal populismo al popolarismo.
Ritorno al “popolo”, che è stata la stella polare di tutta la storia dell’esperienza politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali, dall’appello sturziano ai Liberi e forti del 18 Gennaio 1919, alla DC di De Gasperi, Fanfani e Moro della lunga stagione del potere (1948-1992).
Ad essa é seguita la dolorosa stagione della diaspora (1993-2019) tuttora in fase di complessa e difficile ricomposizione, considerata la multiforme realtà dell’area cattolica e popolare, la crisi oggettiva dell’associazionismo cattolico e della stessa organizzazione ecclesiastica, cui si accompagna la deleteria divisione tra le diverse organizzazioni meta politiche e partitiche che, a diverso titolo, tentano di richiamarsi all’esperienza popolare e/o democratico cristiana.
Nel 1946-47 fu la voce di Papa Pacelli che si fece sentire alta e forte per un impegno diretto dei cattolici nella politica italiana, di fronte al rischio della vittoria del fronte social comunista. Una Topolino messa a disposizione di Luigi Gedda e Maria Badaloni permise loro di girare tutta l’Italia e di dar vita all’Associazione dei Maestri Cattolici (AIMC), primo nucleo fondante dell’unità politica dei cattolici nella DC.
Seguirono le iniziative di Achille Grandi con le ACLI, di Paolo Bonomi con la Coldiretti, di Giulio Pastore con la CISL, ossia la nascita di una rete sociale, prima ancora che politica, in grado di saldare gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari, uniti nei valori fondanti della dottrina sociale cristiana: centralità della persona e della famiglia, ruolo essenziale dei corpi intermedi, i rapporti dei quali da regolare secondo i principi della solidarietà e della sussidiarietà. Quelli che i democratico cristiani alla Costituente, Dossetti, La Pira, Fanfani, Moro, Mortati e Lazzati, seppero introdurre a fondamento della nostra Costituzione repubblicana.
Noi da vecchi “ DC non pentiti” è dal 1993 che continuiamo la nostra lunga battaglia per la ricomposizione dell’area cattolica e popolare italiana, pur tra mille difficoltà, incomprensioni, personali amarezze, convinti come siamo che, nell’età della globalizzazione, servirebbe veramente un “Appello ai Liberi e Forti 2.0”, a misura di quello sturziano del 1919. Quella fu la risposta dei cattolici all’appello lanciato con la Rerum Novarum da Papa Leone XIII per la soluzione dei problemi posti dalla prima rivoluzione industriale. Oggi, sostenuti dalle indicazioni pastorali di Papa Benedetto XVI ( Caritas in veritate) e di Papa Francesco ( Evangelii Gaudium e Laudato Si), il nostro impegno è quello di inverare nella città dell’uomo questi orientamenti, nella difficile fase storico politica vissuta nell’età della globalizzazione con il ruolo dominante del turbo capitalismo finanziario.
Il 17 Gennaio prossimo, con la partecipazione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’Istituto Sturzo di Roma si celebrerà in forma solenne il centenario dell’appello sturziano. Noi stessi democratici cristiani tutti insieme a quanti vorranno unirsi nel patto programmatico costituente sottoscritto il 5 Dicembre scorso, Venerdì 18 Gennaio prossimo celebreremo presso la saletta della Camera dei Deputati, con il ricordo dell’appello sturziano, l’indicazione di un progetto politico in grado di offrire al Paese una nuova speranza.
Certo, ci sentiamo orfani di personalità all’altezza dei nostri padri fondatori, ma la nostra determinazione nell’impegno per ricomporre ciò che da molto, troppo tempo, è rimasto diviso, resta ferma e indistruttibile.
Serve l’aiuto di tutti i democratici cristiani e popolari italiani e, soprattutto, l’adesione appassionata di una nuova generazione DC e di popolari, alla quale intendiamo consegnare con orgoglio il testimone della nostra migliore tradizione politico culturale.
E che il Signore ci assista!
Ettore Bonalberti
Vice Segretario nazionale DC
Venezia, 4 Gennaio 2019
Non c’è spazio per interpretazioni equivoche o in malafede
La lunga attraversata dei Democristiani non pentiti nel deserto dal tempo della diaspora, sembra che sia alla fine di questo percorso e che stia trovando, finalmente, una sua positiva conclusione, dopo l’elezione degli organi dirigenti della DC, con l’elezione del Consiglio nazionale da parte del Congresso il 14 ottobre 2018 e della direzione nazionale da parte del Consiglio stesso il successivo 23 Ottobre.
Resta da risolvere il dilemma di Gianni Fontana il quale, eletto alla presidenza del Consiglio nazionale del partito, dopo appena un mese, il 13 Dicembre scorso, nella riunione da lui convocata del Consiglio, si è autosospeso dall’incarico con iniziali critiche alla linea politica del Segretario Renato Grassi, per poi condividerne completamente la relazione politica programmatica del Segretario, continuando a presiedere il Consiglio nazionale. In pratica un pasticcio con la proclamazione di questo inconsueto istituto giuridico, non contemplato in partiti e associazioni dove il Presidente eletto non può essere “rappresentante formale”, ma “assente informale”. Ci auguriamo che Gianni Fontana capisca presto l’inconciliabilità di poter essere un “Presidente autosospeso”, per rispetto ai Soci che lo hanno eletto e allo stesso ruolo istituzionale che ricopre.
In conseguenza di questo fatto appare quanto meno bizzarra e disinformata la posizione assunta dagli amici della “ Chiesa dei poveri”, che, intervenendo sui fatti interni alla Democrazia Cristiana, continuano a rappresentare Gianni Fontana, come solitario e immacolato vindice di virtù, alla pari dei suoi nuovi amici riuniti attorno al vescovo emerito Mons Simoni, i quali, dimentichi delle traversie politiche e giudiziarie del Nostro agli inizi degli anni’90 (traversie politiche e giudiziarie da Fontana lucidamente descritte nel suo appassionato saggio: ”Le Mura”- Perosini Editori, 2005), considerano tutti gli altri come persone da additare all’indice, come fantasmi reietti, rispetto ai quali sarebbe bene che “i morti seppelliscano i morti”.
Non ci meraviglia che nella vasta e complessa realtà cattolico popolare, permangano, dopo tanti anni vissuti nella diaspora, posizione politiche diverse. Ci disturba, invece, che permangano giudizi e pregiudizi che appartengono a una stagione politica definitivamente morta e sepolta, come quella della seconda repubblica, nella quale andò di moda anche tra i cattolici, la divisione tra berlusconiani e anti berlusconiani, che, per molti di noi della quarta generazione DC, coincideva in larga parte con quella che avevamo vissuto nell’ultima fase della vita della DC, tra preambolisti e anti preambolisti.
Una divisione che, seppure ci separò in maniera forte, prima nella DC, e poi nella seconda repubblica, oggi non ha più alcun senso, considerato che da tutti i documenti votati dal congresso della DC per l’elezione di Renato Grassi alla segreteria del partito, alle conclusioni dei Consigli nazionali, della Direzione nazionale e dello stesso ufficio politico, la linea politica è sempre stata netta e senza ambiguità: la DC, finalmente completata nei suoi organi dirigenti secondo le indicazioni statutarie avallate dal tribunale di Roma, intende schierarsi al centro per concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico ampio, plurale, democratico, popolare, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE che si intende far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo allo “sgoverno” giallo verde dei populisti e nazionalisti.
Tutto ciò sta alla base, infine, del patto programmatico costituente e federativo che abbiamo sottoscritto con altri amici dell’area democratico cristiana e popolare, ribadendo l’obiettivo di cui sopra nella conferenza stampa congiunta tenutati presso la sala stampa della Camera, Mercoledì 19 dicembre scorso. Come accade sempre in un Paese nel quale “ tutti vogliono coordinare e nessuno vuole essere coordinato”, anche su questa conferenza stampa non sono mancate le critiche di ambienti interessati, innanzi tutto, a non far ripartire il progetto di ricomposizione dell’area democratico cristiana che, per quanto ci riguarda, lo riteniamo come essenziale e propedeutico per quella più ampia dell’area popolare, liberale e riformista del Paese.
Un processo di ricomposizione senza il quale non esiste alcuna possibilità di dar vita a un’alternativa democratico e popolare alla deriva sovranista, nazionalista e antieuropeista dominante dopo il voto del 4 Marzo scorso. Preso atto, senza più alcun dubbio che nessuno, nemmeno qualche vescovo emerito col suo seguito di fedeli chierici e laici, è l’interprete ufficiale della CEI, se non il presidente stesso di quella Conferenza, il card Bassetti, il quale in proposito ha usato il linguaggio schietto della verità, ai nostri critici esterni al partito chiediamo: possibile che non si possa condividere l’idea dell’alternanza al governo giallo verde e la volontà di concorrere alla ricomposizione dell’area democratico cristiana e popolare italiana, per partecipare tutti a pieno titolo nell’unica nostra casa politica possibile in Europa che è quella del Partito Popolare Europeo, pur se con correttivi rispetto alle esperienze di questi ulti venti anni ? Infatti, nel patto programmatico costituente abbiamo scritto in maniera inequivocabile che la DC italiana intende essere parte ufficiale del PPE, per riportare l’Unione europea ai fondamentali dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi e Schuman tre Statisti Cristiani. Ai nostri critici esterni chiediamo: condividete oppure no tale obiettivo?
Tra le fondamentali riforme che si chiede per porre fine al dominio del turbo capitalismo finanziario abbiamo indicato due obiettivi strategici prioritari: il controllo pubblico delle banche centrali, compresa la BCE, e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazioni finanziaria. Ai nostri critici esterni chiediamo: siete d’accordo oppure no con tale obiettivo? A loro, infine, suggeriamo sommessamente che sarebbe il caso di indagare chi fosse componente di quel governo Amato Barucci che assunse nel 1993 la responsabilità di assumere per decreto il superamento della legge bancaria del 1936, di fatto assicurando agli hedge funds anglo caucasici-kazari il pieno dominio del nostro sistema bancario e finanziario nazionale. Siamo convinti che, svolta quella verifica, molti degli attuali giudizi e pregiudizi su persone e scelte politiche operative concrete, sulla linearità e coerenza dei comportamenti sarebbero completamente rivisti e, in qualche caso, rovesciati.
Ai tristi incoraggiatori, poi, responsabili reggitori di saccenti squallidi profili su facebook, ribadiamo per iscritto ciò che abbiamo loro già indicato verbalmente: attenti a utilizzare il web come strumento di aggressione e di assurde contumelie e minacce personali, alle quali, se continuassero, risponderemmo nelle sedi giurisdizionali competenti. Se qualcuno non ha condiviso le scelte congressuali e del consiglio nazionale, ritrovandosi frustrato per il mancato raggiungimento di qualche suo desiderio, comprendiamo il suo stato d’animo, ma gli ricordiamo che non è con la frustrazione che si può seriamente costruire una critica politica seria e alternativa, se non si propone una linea politica autenticamente propositiva di obiettivi e modalità di conduzione organizzative diverse, più efficienti ed efficaci.
Infine, una domanda ha chi ha criticato il procedere del nostro patto federativo. Possibile che, dopo oltre vent’anni di divisioni democristiane e popolari, con i vertici della Chiesa italiana che da tempo sollecitano il laicato cattolico all’impegno politico nella città dell’uomo, si voglia ancora criticare l’avvenuto riavvicinamento tra gli amici Grassi, Rotondi, Tassone con molte altre realtà associative della galassia DC, cattolico popolare dell’Italia? E se non queste, quali altre proposte di ricomposizione dell’area si perseguono, concretamente agibili sul piano politico istituzionale?
Gianfranco Rotondi, “uno dei migliori fichi del bigoncio”, come direbbe il compianto Francesco Cossiga, è consapevole che quello che abbiamo compiuto e stiamo per portare avanti è un passaggio decisivo nella vicenda politica democratica cristiana e popolare dell’Italia. E con lui lo sono Mario Tassone con Renato Grassi e altri, come gli amici di “ Costruire insieme” guidati da Ivo Tarolli, dei “Popolari per l’Italia” di Mario Mauro e di tante altre realtà di area cattolica e popolare. A Rotondi abbiamo parlato con grande franchezza, quella che ci deriva da un rapporto che risale ai tempi nei quali, lui giovane rampante nella sua Avellino, insieme all’amico e maestro Gerardo Bianco, in alternativa a De Mita, partecipava ai nostri incontri estivi di Saint Vincent della corrente di Forze Nuove, dimostrando, sin da allora, doti indiscutibili di preparazione politica e di leadership carismatica. Gli abbiamo ricordato che ciò che abbiamo sottoscritto non è una licenza per contrattare con il Cavaliere l’ennesima candidatura sicura per il parlamento europeo, ma l’avvio di un progetto e di un processo di assai più lungo valore e durata
Non condividiamo, infatti, l’ennesima scelta compiuta dall’amico Lorenzo Cesa, dopo la dichiarazione di Mercoledì scorso dell’On Tajani, del suo ingresso nella lista del Cavaliere, replica di quanto già compiuto con alterni risultati, da diversi anni. Cesa, come bene ha ricordato l’amico prof Luciani, dopo il voto del 4 Marzo scorso, non ha più alcun parlamentare del suo gruppo nelle due camere e, di fatto, dopo l’ingiunzione presentatagli dal nostro segretario amministrativo, Dr Troisi, a non utilizzare più il simbolo dello scudo crociato che appartiene unicamente ed esclusivamente alla DC storica, quella che con il congresso del 14 Ottobre ha definitivamente concluso l’iter giuridico indicato dalla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 ( “La DC non è mai stata giuridicamente sciolta”), decida una volta per sempre, con il suo fedelissimo e ultra garantito Antonio De Poli di entrare nel partito del Cavaliere, ponendo in tal modo fine a un equivoco e a una pantomima che è durata anche troppo.
Questa di Cesa, lo ribadiamo, è una prospettiva che non ci appartiene, convinti come siamo, che nostro dovere sia di favorire la ricomposizione dell’area democratico cristiana e popolare per entrare a pieno titolo nella casa madre dei Popolari europei. Quella che a suo tempo, proprio un “ DC non pentito” e senza macchia e senza paura, come l’indimenticabile Sandro Fontana, con Don Gianni Baget Bozzo, seppe indicare al Cavaliere che, di quel suggerimento, se ne fece interprete con grande vantaggio personale e di gruppo.
La nostra prospettiva, però, è e rimane quella di concorrere a mettere insieme tutte le diverse risorse umane e politico culturali di matrice democristiana e popolare, presenti sia a destra che a sinistra; quelle, ad esempio, degli amici della “rete bianca” e dei tanti popolari ex PD e della Margherita, stanchi della deriva senza più identità del partito, ancora incerto della sua collocazione nello scenario politico italiano ed europeo.
Chiunque continuasse a rappresentarci al di fuori di questo progetto, noi sappiamo che lo fa perché intende scoraggiarne o impedirne la realizzazione , o, peggio, perché è in malafede.
In entrambi i casi, la DC uscita dal XIX Congresso del 14 Ottobre scorso, mentre richiama all’unità, con l’avvio del tesseramento in atto, tutti i democristiani a qualunque parrocchia siano appartenuti nella lunga stagione della diaspora e dell’attraversata del deserto (1993-2018), saprà opporsi con grande determinazione a questi miserrimi tentativi destinati al sicuro fallimento.
ETTORE BONALBERTI
Vice segretario nazionale DC
Venezia, 22 Dicembre 2018
Sandro Fontana, un vero cattolico popolare .
"Sandro Fontana, l'anticonformista popolare. Le sfide di Bertoldo in Italia e in Europa" e' il titolo del
libro appena pubblicato ed edito da Marsilio che rilegge il magistero politico, culturale ed
intellettuale di Sandro Fontana. Un intellettuale che ha vissuto l'impegno e la militanza politica
quasi come un dovere per un cattolico. E soprattutto per un cattolico che ha fatto della politica una
"mission" per tradurre quel popolarismo di ispirazione cristiana che l'ha accompagnato per tutta la
sua vita.
Bresciano, docente di storia contemporanea prima a Pavia e poi a Brescia, Fontana e' stato prima
amministratore regionale in Lombardia - fortemente innovativo il suo assessorato alla cultura - e
poi senatore e deputato europeo.
Ma sono sostanzialmente 3 gli elementi che hanno caratterizzato il ricco e fecondo magistero
politico, culturale e intellettuale di Sandro Fontana.
Innanzitutto la sua fedeltà al popolarismo. Sono rimaste celebri alcune sue pubblicazioni al
riguardo perché la difesa, la promozione e la valorizzazione dei ceti popolari sono stati sempre la
stella polare che hanno orientato la sua militanza politica quotidiana. A prescindere dai partiti di
appartenenza e dalle fasi storiche, peraltro drammatiche, che si sono succedute. Ma la difesa dei
ceti popolari continua ad essere l'unico vero punto di riferimento per il suo impegno concreto nella
politica. Una concezione popolare che ispira un modello di società, il profilo del partito e delle sue
classi dirigenti e la costante necessità di essere sintonizzati con le istanze e le esigenze che
provengono da quei ceti. E Fontana, per la sua formazione giovanile e soprattutto per la sua
provenienza sociale, non ha mai avuto alcuna difficoltà a conoscere quelle istanze e a farsi
interprete di quei sentimenti e di quelle richieste. Un popolarismo vissuto più che descritto e
contemplato. Per questo e' stato si' un intellettuale e uno storico popolare ma anche un autentico
politico che ha tradotto il patrimonio del popolarismo di ispirazione cristiana nella concreta
dinamica politica italiana.
In secondo luogo non si può non dire che Sandro Fiontana per molti anni è stato l'ideologo della
sinistra sociale della Democrazia Cristiana. Il suo stretto rapporto con Carlo Donat-Cattin per molti
anni ha rappresentato una collaborazione feconda ed importante non solo per la qualità e
l'autorevolezza della sinistra sociale ma anche per il contributo politico determinante capace di
orientare e di condizionare l'intera politica della Democrazia Cristiana. Non a caso gli ormai famosi
convegni settembrini di Saint-Vincent erano incontri promossi della "corrente" di Forze Nuove ma
anche e soprattutto momenti di confronto politico in grado di dettare l'agenda politica della Dc e
quindi dell'intero paese. Insomma, possiamo tranquillamente sostenere che Donat-Cattin era
l'uomo delle grandi intuizioni politiche mentre Fontana dava respiro ideale e una cornice culturale a
quel progetto politico. Memorabile, al riguardo, l'operazione del "preambolo" al congresso
democristiano del 1980 e la dura e tenace opposizione alla gestione demitiana del partito negli
anni ottanta. Un connubio, quindi, quello tra Donat-Cattin e Fontana, che ha rappresentato una
pagina decisiva nel dare sostanza progettuale e politica alla sinistra sociale, alla Dc e alla cultura
riformista e democratica del nostro paese.
In ultimo, Sandro Fontana ha sempre anteposto il pensiero rispetto all'azione e all'organizzazione.
Ovvero, la politica e' credibile se c'è un pensiero, una cultura politica e un filone ideale definito che
la definisce e la caratterizza. Senza un pensiero e una cultura, la politica si inaridisce e si
trasforma in puro pragmatismo se non in un larvato affarismo. Ma accanto al pensiero e alla
cultura, Sandro Fontana attraverso i suoi indimenticabili corsivi sul "Popolo", di cui era Direttore,
riuscì con intelligenza politica e arguzia culturale a fronteggiare gli avversari e i detrattori storici
della Democrazia Cristiana. Con lo pseudonimo di Bertoldo - il contadino dalle mani grandi e dal
cervello fino - e con il suo inconfondibile e quotidiano graffio culturale, Fontana rivoluziona il
tradizionale atteggiamento della Democrazia Cristiana fatto di timidezza e di sostanziale
subalternità rispetto all'arroganza e alla saccenza intellettuale della sinistra comunista e post
comunista. E, proprio attraverso i corsivi di Bertoldo sul Popolo, cancella quella timidezza e
restituisce orgoglio e autorevolezza all'intera Democrazia Cristiana.
Certo, Fontana soffre, e soffre molto, per la fine della Democrazia Cristiana e per quel progetto
politico che riuscì a far diventare classe dirigente quei ceti popolari cattolici storicamente subalterni
ed emarginati. E anche le sue scelte politiche successive al tramonto della Dc avranno sempre e
comunque al centro la conservazione di quel patrimonio culturale ed ideale che riuscì a fare della
Dc un partito nazionale, riformista, democratico e alternativo tanto alla destra quanto alla sinistra.
Ecco perché, anche e soprattutto oggi, chi pensa e lavora per riscoprire e rilanciare la presenza
politica dei cattolici popolari e democratici, non può non rileggere il magistero politico, culturale ed
intellettuale di Sandro Fontana. E il libro appena pubblicato e' un contributo, appunto, per rileggere
quel magistero.
Giorgio Merlo
Torino 22 Dicembre 2018
DC: le ragioni della sua fine, i progetti per la sua rinascita.
Lo scambio epistolare, tra gli amici prof Gabriele Cantelli e prof Nino Luciani di Bologna, sul tema dell’impegno politico dei cattolici, si inserisce nel più vasto dibattito che si è aperto a livello nazionale.
La complessa e articolata realtà dell’area cattolico popolare, così come risultante dalla lunga stagione della diaspora conseguente alla fine politica della Democrazia Cristiana, se, da un lato, ha fatto riemergere il grande fiume carsico del cattolicesimo politico e culturale sempre latente in Italia, dall’altro, sconta le inevitabili differenti sensibilità, diversità di orientamenti e il permanere di suicide divisioni, molte delle quali risalenti, tra i vecchi DC, dalla divisione storico politica del preambolo-anti preambolo ( sostanzialmente tra i fautori dell’alleanza con i socialisti e coloro che prefiguravano come inevitabile quella con il PCI di Berlinguer) e. dopo la fine politica dello scudo crociato, tra berlusconiani e anti berlusconiani.
Sia le prime che queste ultime sono contrapposizioni vecchie e stantie, poiché risalenti a situazioni storico politiche lontane anni luce per le prime, quelle della Prima Repubblica, e del tutto superate le seconde, quelle proprie della seconda Repubblica.
Solo inaciditi “pasdaran dell’antiberlusconismo d’antan” possono continuare a spargere infondate contumelie e zizzania contro chi, come noi, con Renato Grassi e la dirigenza della Democrazia Cristiana, definitivamente risorta giuridicamente, persegue un unico obiettivo: ricomporre politicamente la DC e con essa la più vasta area cattolico popolare e laica riformista ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano.
Se si scorda la perdurante validità della lezione degasperiana: “ solo se saremo uniti saremo forti, se saremo forti saremo liberi “, si continuerà a svolgere un’azione di stupidità costante, falsa e progressiva, continuando a “fare del male a noi stessi e agli altri”.
A questi pasdaran del ritorno ai vecchi schemi obsoleti della seconda repubblica rivolgiamo solo un appello: basta con i richiami anacronistici e condividete con noi il primo importante traguardo faticosamente raggiunto, dopo oltre sette anni di dure battaglie svolte, insieme con Gianni Fontana e con Renato Grassi e tanti altri amici, con l’avvenuto pieno riconoscimento giuridico della continuità della DC.
Insieme abbiamo celebrato il XIX Congresso nazionale, il 14 ottobre scorso, con l’elezione di Renato Grassi alla segreteria del partito e nel successivo Consiglio nazionale (27 Ottobre), quella di Gianni Fontana, alla presidenza dello stesso Consiglio nazionale . Elezioni entrambe unitarie e non divisive e che vorremmo rimanessero tali.
Continuare a mestare su inesistenti divisioni sul piano politico ( leggere le due relazioni al Congresso di Grassi e di Fontana) vuol dire soltanto fare del male a se stessi e agli altri.
Assai più interessante mi è parso il dialogo tra Cantelli e Luciani, prima del quale abbiamo assai apprezzato gli interventi di Giorgio Merlo e l’editoriale di Mons Tommaso Stenico sull’organo ufficiale on line del partito: www.democraziacristiana.cloud.
Mi riferisco in particolare alle osservazioni critiche del prof Cantelli, al quale vorrei tentare di rispondere per punti, quelli inerenti alla DC vecchia e nuova, rinviando ad altro approfondimento quello sui rapporti tra vescovi italiani e la politica.
Quanto al dibattito e alle scelte politiche della DC prima della sua fine politica, rinvio al mio saggio: “ Il caso Forze Nuove”, l’ ultimo libro edito dalla Casa editrice Cinque Lune della DC, nel Marzo 1993, testimonianza in presa diretta di un “osservatore partecipante “ al karakiri del partito che fu l’architrave del sistema politico italiano dal 1948 al 1992.
In breve al Prof Cantelli riassumo così le ragioni della fine politica della Democrazia Cristiana così come avevo sintetizzato le ragioni della fine politica anche se non giuridica della DC (vedi alcuni alcuni saggi scritti negli scorsi anni : “ L’Italia divisa e il centro che verrà”-Edizioni de La Meridiana, “ Dalla fine della DC alla svolta bipolare” – Mazzanti Editori, “ ALEF: Un futuro da liberi e forti”- Mazzanti Editori) :
la DC è finita per aver raggiunto il suo scopo sociale: la fine dei totalitarismi di destra e di sinistra contro cui si era battuto il movimento dei cattolici in un secolo di storia;
la DC è finita per il venir meno di molte delle ragioni ideali che ne avevano determinato l’origine, sopraffatta dai particolarismi egoistici di alcuni che, con i loro deteriori comportamenti, hanno coinvolto nel baratro un’intera esperienza politica;
la DC è finita per il combinato disposto mediatico giudiziario che l’ha travolta insieme agli altri partiti democratici e di governo della Prima Repubblica;
la DC è finita quando sciaguratamente scelse la strada del maggioritario, per l’iniziativa improvvida di Mariotto Segni, auspice De Mita in odio a Craxi e Forlani, abbandonando il tradizionale sistema proporzionale che le garantiva il ruolo centrale dello schieramento politico italiano.
E, soprattutto, ed è la cosa più grave e incomprensibile, la DC è finita senza combattere. Con una parte, quella anticomunista, messa alla gogna giudiziaria, e quella di sinistra demitiana succube e imbelle alla mercé dei ricatti della sinistra giustizialista.
E concludevo affermando che “la DC è finita e nessuno sarà più in grado di rifondarla”, consapevole che la nostalgia, nobile sentimento romantico, ma regressivo sul piano politico, culturale ed esistenziale, può rappresentare un fattore servente, forse necessario, ma, certo, non sufficiente per ricostruire alcunché.
Una sentenza a sezioni civile riunite della Cassazione (25999 del 23 dicembre 2010) ha, però, sancito che la DC non è mai morta. Il de cuius non esiste perché non è defunto e non c’è alcun erede universale o particolare del partito dello scudocrociato. Esso andava chiuso solo dai legittimi detentori di quel potere in un’associazione di fatto: gli iscritti secondo le regole del proprio statuto e quelle inerenti alle associazioni di fatto senza personalità giuridica.
Ecco perché abbiamo scelto di riaprire un nuovo capitolo nella storia dei cattolici nella politica italiana, non per ambizione personale, poiché, come diceva Voltaire, siamo ben consapevoli che alla nostra età “ non possiamo che offrire dei buoni consigli, dato che non siamo nemmeno più in grado di dare dei cattivi esempi”, quanto per consegnare alle nuove generazioni il testimone di una storia politica che ha segnato una fase importante della nostra amata Repubblica.
Vorrei anche assicurare qualche critico osservatore sempre pronto a formulare giudizi su tutto e su tutti che, accanto alle ragioni suddette, sappiamo bene come alla fine della DC concorsero pure alcune nostre gravi colpe e inadempienze:
· la mancanza di una vera trasmissione della fede e dei valori nel costruire la città dell'uomo ( scarsa applicazione laica della Dottrina sociale della Chiesa);
· la mancanza di sostegno forte alla famiglia specie a quelle con più figli;
· la mancanza di riconoscimento sociale alle casalinghe;
· la mancanza di formazione dei giovani nella fede religiosa, nella passione e fede politica;
· la quiescenza nei confronti della criminalità' organizzata;
· la tiepida lotta alla corruzione dei politici e dei burocrati, nella quale concorsero, ahimè, anche molti amici del nostro partito;
· la tiepida lotta all'evasione fiscale;
· la scarsa cultura per la responsabilità, per la meritocrazia e le difficoltà nel ricambio del ceto politico;
· l’ eccesso di sprechi per creazione di enti inutili;
· il cumulo esagerato nel cumulo di incarichi pubblichi ;
· la poca attenzione a sostenere programmi per la ricerca e l'innovazione, ma solo finanziamenti a pioggia per progetti talora fasulli e opere mai completate;
· i pochi o nessun investimento su risorse della PA da mandare all'UE;
· lo scarso utilizzo dei fondi europei senza follow up sui finanziamenti ottenuti dai progetti italiani;
· gli enormi investimenti senza controllo nella Cassa del Mezzogiorno;
· l’ eccesso di appiattimento nell’ accettare e condividere le richieste dei comunisti con gravi oneri per le finanze pubbliche, come anche il prof Cantelli evidenzia.
Insomma abbiamo consapevolezza delle nostre colpe, dei nostri errori e dei nostri limiti e, non a caso, dopo quell’esperienza è arrivata la diaspora e la frantumazione dei democratici cristiani nelle piccole formazioni a diverso titolo ispirate alla Democrazia Cristiana.
E dopo cosa è avvenuto al tempo del nuovismo trionfante e della seconda repubblica? E, soprattutto, che fine hanno fatto quelli che sulle ceneri della prima Repubblica hanno cercato di porsi come gli “homines novis” della scena politica italiana?
Ancor più grave quanto è accaduto dopo il voto del 4 Marzo 2018 e la nascita del governo espressione del peggior trasformismo politico della storia italiana. Lo strano connubio giallo verde tra pulsioni sovraniste e conati nazionalistici, con sfumature nostalgiche che ritenevamo definitivamente defunte.
La realtà è tutta davanti a noi con “il governo degli improvvisati e incompetenti” , espressione del malcontento e del disagio presente nel Paese e del fallimento dei partiti di maggioranza e di opposizione, tutti alla ricerca di nuovi assetti e di nuove formule, mentre impazza la popolarità dei guitti, dei comici e dei masanielli del mercato napoletano o genovese.
Una sentenza della Cassazione inappellabile ha sancito che la DC non è mai morta, almeno dal punto di vista giuridico. E’ nostro preciso dovere e impegno ridare agli iscritti, unici legittimi depositari della volontà del partito, il compito di decidere del loro destino. E questo è ciò che abbiamo fatto dal 2011 in poi, sino all’atto finalmente conclusivo compiuto con la legittima celebrazione del XIX Congresso nazionale, autorizzato dal tribunale di Roma, il 14 Ottobre 2018, con l’elezione di Renato Grassi alla segreteria del partito.
In una fase nuova e diversa di quella che i nostri padri seppero affrontare concorrendo alla formazione del patto costituzionale del 1948, ad una società che sta vivendo una delle crisi più gravi e globali mai conosciute prima, riteniamo opportuno riproporre i principi e i valori della dottrina sociale cristiana declinati dalla “Caritas in veritate”, “ Evengelii Gaudium” e “ Laudato Si”, e concorrere con tutti gli uomini di buona volontà alla costruzione di un nuovo patto all’altezza della situazione attuale italiana e internazionale che reclama una forte discontinuità politica e istituzionale.
Lo faremo insieme agli amici dell’Internazionale democristiana, di cui la DC fu ed è socio fondatore, e del PPE, ponendoci innanzi tutto l’obiettivo di ricostruire l’unità fra tutti i democratici cristiani italiani disponibili a compiere insieme a tutti noi questa difficile, ma entusiasmante avventura, al fine di consegnare il testimone ad una nuova generazione di politici, non per l’anacronistica nostalgia di un passato, ma per ritrovare insieme le ragioni di una nuova speranza.
Il nostro impegno sarà quello di tornare ai fondamentali del pensiero sociale cristiano nell’età della globalizzazione: dalla Rerum Novarum, Quadragesimo Anno, Mater et Magistra, Populorum Progrexio, Octogesima adveniens, Caritas in veritate, Evangeli Gaudium, Laudato Si.
Mediteremo il compendio della dottrina sociale della Chiesa e riscopriremo il ruolo dei grandi della Democrazia Cristiana: De Gasperi, Gonella ( idee ricostruttive della DC e il suo discorso al 1° Congresso della DC sulle “Libertà che vogliamo”) e Mattei, Vanoni, Fanfani, La Pira, Saraceno, Moro. E’ sulle spalle di quei giganti che possiamo procedere con passo sicuro.
Si apre lo spazio per una rinnovata Democrazia Cristiana, un partito aperto di cattolici e laici che intendono costruire la sezione italiana del PPE da riportare ai valori dei padri fondatori: De Gasperi, Adenauer, Monet e Schuman. Da partito strutturato a movimento della e nella società aperto alla più ampia partecipazione democratica.
Discuteremo con la nostra gente su quale modello di partito-movimento organizzare la DC italiana, dopo il XIX congresso del 14 ottobre 2018, in questa fase storica, consapevoli di doverne aprire una nuova, nella quale consegneremo il testimone politico a una nuova generazione di democratici cristiani.
Certo Prof Cantelli noi non siamo la DC di De Gasperi, Fanfani e Moro, e saremmo degli idioti anche solo a pensarlo. Siamo però, giuridicamente, i legittimi eredi di quella storia e di quella cultura politica e lo siamo tutti insieme: Grassi, Fontana, il sottoscritto e tutti coloro che da “ DC non pentiti” e già soci DC nel 1992-93 si sono battuti nella lunga stagione della diaspora per superare le suicide divisioni che, ahimè, non sembrano ancora scomparse del tutto.
Deve essere chiaro, poi, che non abbiamo lo sguardo rivolto al passato e non prevale in noi il sentimento regressivo della nostalgia. Abbiamo lucida coscienza della condizione in cui vive l’uomo oggi nella società occidentale, nella quale assistiamo a una concezione prevalente di relativismo in cui i desideri individuali si vogliono trasformare in diritti, contro ogni evidenza antropologica e concezione giusnaturalistica.
A livello esistenziale e socio culturale prevale una condizione di anomia: assenza di norme e regole, discrepanza tra mezzi e fini, venir meno dei gruppi sociali intermedi. Di qui, una condizione di frustrazione prevalente con possibili sbocchi nella regressione solipsistica o nell’aggressività individuale e collettiva latenti. Anomia anche a livello internazionale: visione cinese, visione islamica, visione occidentale e visione russa: quali compatibilità e secondo quali regole?
A livello più generale economico trionfa il “turbocapitalismo” con la finanza che detta i fini e la politica che segue quale intendente di complemento, con un rovesciamento generale di funzioni e di prospettive. E’ il superamento del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) che stabiliva la non sovrapposizione tra etica, politica ed economia.
Se prima era la politica a indicare gli obiettivi e l’economia e la finanza a proporre le soluzioni tecniche per raggiungerli, oggi è il finanz-capitalismo che asserve la politica e la rende subordinata. L’efficienza come fine esclusivo si riduce alla massimizzazione del profitto indipendentemente da ogni altro valore sociale e individuale.
Il bene comune non è più il fine della politica, subordinata ad altri valori dominanti che pretendono una quota rilevante del cosiddetto “scarto sociale” (tra il 20 e il 30% della popolazione)
È in questa situazione di valori rovesciati e/o di disvalori che è riesploso a livello internazionale il grave scontro tra il fanatismo jihadista del movimento fondamentalista islamico e le altre culture religiose monoteiste, ebraismo e cristianesimo, che ha sostituito quello del XIX e XX secolo tra capitale e lavoro, tra capitalismo e marxismo. Quest’ultimo, anche là dove ancora sopravvive, si è trasformato in un ibrido capitalismo comunista e a livello mondiale assistiamo al confronto/scontro tra democrazie di stampo liberale e democrazie autoritarie (Cina, Russia, Singapore, Turchia, Cuba e in molte regione ex URSS divenute indipendenti).
È la stessa concezione sociale difesa dalla dottrina sociale ad essere sotto attacco. In tal senso non possiamo non denunciare come l’attuale Governo stia mettendo in disparte le comunità intermedie. Di qui al sostanziale disconoscimento anche del valore del lavoro, il passo è breve. Per taluni, come il M5S, basta l’assistenzialismo di Stato, come nella peggiore espressione di un certo meridionalismo che anche alcuni nostri amici seppero praticare un tempo con estrema ed efficace disinvoltura.
Il nostro sguardo è allora fisso in avanti, supportati dalla lettura critica più avanzata di questi fenomeni da parte, ancora una volta, della dottrina sociale della Chiesa: Centesimus Annus di Papa Giovanni Paolo II, Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI, Evangelii Gaudium e Laudato Si di Papa Francesco, che sono le stelle polari che ci inducono ad assumere una nuova responsabilità, come cattolici e laici cristianamente ispirati.
Di qui il nostro tentativo di tradurre nella città dell’uomo quegli orientamenti pastorali. Nella situazione concreta italiana, sentiamo come prioritario il dovere di concorrere a ricomporre, dopo la lunga stagione della diaspora, l’area di ispirazione popolare per offrire al Paese una nuova speranza. E lo vogliamo fare non da cattolici impegnati in politica, ma da cattolici e laici impegnati per una politica di ispirazione cristiana.
Quanto alla legittima richiesta del prof Cantelli sulle proposte di programma della DC, vorrei ricordare che dal seminario presso il convento di Sant’Anselmo a Roma (gennaio 2013) ad oggi (vedi atti di Camaldoli-Giugno 2017) sono molti i documenti di programma redatti dalla DC italiana.
Potremmo riassumere in questo “decalogo programmatico” le nostre proposte, intese come i proponimenti politici dei democratici cristiani per il XXI secolo:
1- La DC coerente con il suo passato di responsabilità nazionale, assume come obiettivo la costruzione dell’Unità politica dell’Europa da riformare rispetto all’ircocervo tecno burocratico attuale, la difesa dello Stato di diritto, la tutela della persona umana.
2- La DC mette al centro del suo impegno politico e di promozione della cultura civile la PERSONA, perché possa vivere ed operare con tutta la sua dignità e libertà secondo il dettato della Costituzione Italiana.
3- La DC si assume pubblicamente il compito di aprire la strada alla trasparenza gestionale e contabile della sua organizzazione, per dar vita ad una nuova stagione della politica, improntata ad un UMANESIMO SOCIALE che valorizzi la persona umana senza distinzioni di razza o diversità sociale.
4- La DC, consapevole delle difficoltà che il mondo globalizzato di oggi pone all’individuo per esistere ed operare, s’impegna a ricostruire con le opere di previdenza una più sostanziale solidarietà sociale, attraverso la “cooperazione di comunità”, che garantisca ad ogni nucleo familiare un lavoro adeguato alle esigenze della dignità civile.
5- La DC, presente nella società d’oggi, offre la possibilità di stare nel partito alla pari anche ai simpatizzanti che dichiarino interesse al programma; iscrivendosi nella lista degli elettori, con la possibilità di presentare progetti e proteste d’interesse generale.
6- La DC ha come obiettivo fondamentale del programma una decisiva modificazione del meccanismo di localizzazione delle attività produttive del Paese, privilegiando l’intervento straordinario a favore del Mezzogiorno e delle Isole.
7- La DC, come nel passato con l’intervento pubblico dovrà incoraggiare l’installazione di medie e grandi imprese industriali, anche straniere, attraverso agevolazioni fiscali, procedure burocratiche dinamiche e la messa a disposizione dei distretti industriali attrezzati per stimolare gli investimenti privati con un alto grado di efficienza tecnologica e notevoli possibilità di creare nuovi posti di lavoro.
8- La DC oltre a ritenere inderogabile il dimezzamento del numero dei parlamentari, ritiene urgente il riordinamento legislativo, amministrativo e organizzativo dello Stato e delle Regioni a statuto speciale, oltre, s’intende, al cambiamento del ruolo e delle funzioni del Senato della Repubblica.
9- La DC è consapevole che non esistono miracoli in economia, ma soltanto la possibilità di raggiungere obiettivi concreti attraverso scelte responsabili, e con il coinvolgimento di tutti gli imprenditori appartenenti ed operanti nei settori di attività (industriale, artigianale, commerciale agricolo, della cooperazione e delle libere professioni).
La DC, partito di elettori moderati, non può e non vuole rappresentare interessi di nessun genere in particolare, ma valori. Difendere valori significa operare per una cultura di libero mercato all’insegna della civiltà del lavoro. Essenziale sarà operare per garantire, come sempre ha fatto la DC storica, la mediazione di interessi e valori del terzo stato produttivo e dei ceti popolari diversamente tutelati.
Alla vigilia delle prossime elezioni europee, proprio la DC guidata da Grassi si è fatta promotrice di incontri con amici appartenenti a diverse espressioni della multiforme realtà politica, sociale e culturale dell’area cattolica e Mercoledì 12 Dicembre 2019 è stato siglato a Roma il patto programmatico costituente che così recita:
SI ALL’EUROPA,
DA RICONDURRE AGLI IDEALI DEI PADRI FONDATORI DEMOCRATICO CRISTIANI
Le elezioni europee del maggio 2019 rivestono un’importanza decisiva per il nostro futuro. All’Europa, infatti, sono legate speranze e preoccupazioni: speranze per un progetto che ha garantito oltre 70 anni di pace e di sviluppo; preoccupazioni per un’unità incompiuta e burocratizzata, dimentica delle sue radici giudaico cristiane
Alle prossime elezioni si fronteggeranno due gruppi contrapposti: il fronte filo-europeo e quello nazional-populista. Nessuno di questi due schieramenti, fino ad ora, ha un programma definito. Quel che è certo, ed è tra loro l’unico elemento comune, è che occorre modificare l’Unione europea dopo settant’anni di storia.
La miscela di populismo e nazionalismo ha saputo raccogliere il malcontento generato da errate politiche a livello europeo e nazionale, Se lo sbocco finale delle tensioni nazional-populiste di alcuni Stati europei prevalesse, l’Unione non morirebbe, ma languirebbe per anni in una specie di limbo politico, alla ricerca del bene perduto. Se, per converso, “finalmente tornassero sovrani”, questi Stati dovrebbero affrontare lo scenario geo-politico globale dominato dagli USA, Cina e Russia, non sarebbero da soli degli interlocutori, ma ombre, in un contesto minaccioso di grandi potenze.
Al contrario noi intendiamo rafforzare l’integrazione, supplendo alle carenze attuali e procedendo sulla strada, difficile ma logica, degli Stati Uniti d’Europa. Non meno Europa, ma più Europa ricondotta agli ideali dei padri fondatori
Come cristiani l’ideale europeo lo sentiamo totalmente consono alla nostra natura e alla nostra storia e non vogliamo rinunciarvi soprattutto per le opportunità di crescita, benessere e libertà che ha promosso e dovrà promuovere: diciamo sì all’Europa, nella consapevolezza che si deve continuare a farla e farla meglio.
La storia recente dell’integrazione europea è iniziata con i padri fondatori, De Gasperi, Adenauer, Monet e Schuman, basata su un’idea popolare e condivisa di unità culturale e politica, da cui far discendere gli aspetti economici e organizzativi; questo modello voleva soprattutto armonizzare la politica estera e di difesa, far crescere la solidarietà e l’integrazione tra le nazioni e le persone con un sistema libero di mercati ed economie differenziate. Comprendiamo che l’idea dell’Europa dei popoli ha bisogno dei tempi della stratificazione della cultura in tale direzione, ma nel percorso fatto sarebbe opportuno evidenziare che la diversità linguistica, consuetudinaria, delle singole e diverse vicende storiche, non vanificano i fondamenti culturali romani e cristiani, che da San Benedetto in poi si sono diffusi in tutta Europa, creando la cultura europea (e quindi la Nazione Europea), che è diventata cultura occidentale e ha dato origine alle “Carte dei Diritti” universalmente accettati del mondo attuale. La risoluzione del G 20 con la quale si dichiara la disponibilità a regolamentare meglio il WTO è la risposta che riconosce che il mercato mondiale non è autoregolabile, ma ha bisogno di regole condivise per evitare le crisi economiche, sociali e umanitarie che tutti conosciamo.
La spaccatura fra élites divenute tecnocratiche e il sentimento popolare – insieme al processo di adesione di molti Stati – hanno acuito lo scetticismo verso Bruxelles, perché non è stata in grado di affrontare la crisi mondiale e hanno alimentato i movimenti anti-europeisti che chiedono il ritorno alle “identità nazionali”. Più di recente la Brexit ha ulteriormente complicato il quadro. La crisi economica del 2008, il deficit demografico, con la prevista conseguente insostenibilità dell’attuale sistema di welfare, stanno peggiorando la situazione; ma è soprattutto la pressione migratoria (prima sottovalutata e poi non adeguatamente affrontata da alcuni fra i maggiori Stati europei e dalla stessa Unione) a provocare una profonda sfiducia verso l’Europa. La crisi migratoria di dimensioni mondiali (oltre all’Europa vedi gli USA e l’Australia come esempio) è stata causata dal modello di sviluppo mondiale imposto dal pensiero ultra-liberista finanziario mondiale, che ha abbandonato il progetto globale di sostegno ai PVS – l’Unione Europea ha abbandonato i Programmi Meda decisi nel processo di Barcellona – per affermare il principio “ogni cittadino deve essere fautore del proprio benessere”, a prescindere dalle condizioni di partenza; tale principio, che trova l’esempio nella opposizione di Trump alla Obama-care, si traduce anche in Europa che il welfare state si trasforma in welfare society e in welfare community..
Ha finito col prevalere così il ruolo dei poteri finanziari controllori del sistema bancario europeo e delle principali banche centrali nazionali riducendo con la sovranità monetaria la stessa sovranità popolare e, quindi, il fondamento primario della democrazia. Di qui il nostro impegno per tornare alla pubblicizzazione delle banche centrali europea e nazionali e alla separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria.
Da un punto di vista politico l’alleanza strategica fra popolari e socialisti è oggi in crisi perché il modello socialista, a cui troppo spesso anche i popolari hanno ceduto, ha dimostrato di deprimere la libertà economica e sociale delle persone e dei gruppi, mortificando talvolta anche le specifiche eredità e tradizioni popolari in nome di un’artificiosa omogeneità culturale. Hanno così preso piede forze conservatrici, più che identitarie, le quali raccolgono il diffuso malcontento dei cittadini, cadendo però in nazionalismi. Vista l’interconnessione degli Stati europei, in particolare l’Italia, da sola, non riuscirebbe a sostenere la competizione globale e si metterebbe fortemente a rischio il suo raggiunto livello di benessere.
Noi continuiamo a guardare con speranza all’Europa, confidando che la sua radice fatta di democrazia, promozione della pace, dello sviluppo e della solidarietà possa essere recuperata e che l’Europa unita possa così rispondere alle giuste esigenze di libertà, identità e sicurezza sociale.
Siamo per un PPE attento alle nuove esigenze di riforma a favore del rispetto delle culture nazionali e popolari e per un’economia civile e sociale di mercato, capace di equilibrare il liberismo e la finanza senza regole; siamo lontani, invece, da proposte che mettono paradossalmente insieme collettivismo ed estremismo identitario, egualitario e giustizialista.
Alle forze politiche in vista delle elezioni europee chiediamo di promuovere: - una concezione della cosa pubblica sussidiaria, capace di valorizzare il protagonismo della persona e il suo potenziamento attraverso le associazioni e gli altri corpi intermedi; - un’attenzione alla famiglia come fondamentale fattore di stabilità personale e sociale; - una politica che metta al centro il lavoro e il suo significato, con investimenti speciali per i giovani ; una libertà di educare a partire dalle convinzioni e dai valori che sono consegnati da una ricchissima tradizione popolare; - il rispetto dell’identità anche religiosa dei popoli, certi che questa è in grado di accogliere ed ospitare, con equilibrio e realismo; - una ripresa del ruolo centrale dell’Europa nel mondo, attraverso una politica estera e di difesa comune; il rafforzamento delle competenze del Parlamento europeo.
Intendiamo por fine alla condizione di irrilevanza cui sono ridotti i cattolici e i popolari italiani, dopo la lunga stagione della diaspora e siamo convinti che questa sia una delle ultime, se non l’ultima occasione, per riproporre l’unità di cattolici e popolari sotto la stessa bandiera..
Primo passo essenziale è l’impegno a ricomporre l’unità di tutti i democratici cristiani italiani aperti alla collaborazione con altre componenti politico culturali che condividono i principi dell’umanesimo cristiano, alternativi alle chiusure di quanti, guidati da logiche sovraniste e nazionaliste, intendono distruggere quanto di positivo ha rappresentato e ancora potrà rappresentare l’Unione europea riformata sui valori dei padri fondatori.
Insieme condividiamo il documento politico approvato dal PPE nel recente congresso di Helsinki : per un’Europa sicura che coopera con l’Africa con un forte “Piano Marshall”, un’Europa per tutti: prospera e giusta; un’Europa sostenibile; un’Europa che difenda i nostri valori e i nostri interessi nel mondo. Consapevoli dei gravi rischi che l’umanità e il pianeta stanno correndo sul piano ambientale e della stessa sopravvivenza delle specie viventi, siamo impegnati a tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della Chiesa indicati da Papa Francesco nell’enciclica “Laudato si”
Sulla base di tale condivisone siamo disponibili a concorrere insieme con quanti si riconoscono nello stesso documento alle prossime elezioni europee del 23-26 Maggio 2019.
Facciamo appello a tutte le associazioni, movimenti, gruppi dell’area cattolica e popolare, alle donne e agli uomini amanti della libertà e ispirati dai valori dei “ Liberi e Forti” affinché contribuiscano a sostenere una nuova classe dirigente sotto le insegne del Partito Popolare Europeo.
Trattasi di un documento aperto all’adesione di quanti si riconoscono nei valori del popolarismo italiano ed europeo senza lo sguardo rivolto all’indietro, ma desiderosi di concorrere alla ricostruzione dell’Unione europea secondo i principi dei padri fondatori.
Il 18 Gennaio 2019, nel centenario dell’”appello ai Liberi e Forti” di don Luigi Sturzo e a venticinque anni esatti della fine politica della DC ( Consiglio nazionale della DC, 18 Gennaio 1993) celebreremo tuti INSIEME quella data e da lì partirà ufficialmente la campagna dei Popolari italiani uniti sotto la stessa insegna e sulla base del patto programmatico sottoscritto.
Ettore Bonalberti
Vice Segretario della DC
Venezia, 13 Dicembre 2018
Cattolici, é il momento della scelta.
La forte e qualificata insistenza affinché i cattolici democratici e popolari escano dal letargo e intraprendano, oggi, una rinnovata presenza politica non può più essere elemento di delusione o di rinvio. O meglio, la necessità di avere uno strumento politico e organizzativo capace di raccogliere la sfida che proviene da settori consistenti dell'area cattolica italiana - pur sempre articolata e molto plurale al suo interno - si fa sempre più stringente. Del resto, la fine dei partiti plurali – nello specifico il lento tramonto del Partito democratico da un lato e il progressivo esaurimento di Forza Italia dall'altro - e il ritorno delle identità sono la premessa per una svolta politica ormai necessaria.
Certo, le riflessioni avanzate in queste ultime settimane da autorevoli esponenti della Chiesa italiana - a cominciare dal Presidente della Cei, cardinal Bassetti - e da molti dirigenti dell'associazionismo cattolico di base vanno nell'unica direzione di ridare voce, sostanza e prospettiva ad un impegno politico dei cattolici. Ovviamente un impegno laico, profondamente democratico, squisitamente riformista ma, soprattutto, ancorato ad una cultura che affonda le sue radici nella storia e nell'esperienza del cattolicesimo politico italiano. Ecco perché, allora, e' quanto mai urgente richiamare almeno 3 nodi che andranno definitivamente sciolti nelle prossime settimane.
Innanzitutto va perseguito un disegno che definisca una presenza il più possibile unitaria dei cattolici sensibili all'impegno politico nella stagione contemporanea. Nessuna rivendicazione anacronistica e fuori luogo, come ovvio, dell'unità politica dei cattolici ma una precisa assunzione di responsabilità di fronte all'emergenza politica e democratica che vive il nostro paese. Sotto questo aspetto, e' indispensabile superare i comprensibili personalismi e la tentazione, vecchia come il mondo nell'area cattolica italiana, di ridurre la molteplicità e la ricchezza delle pluralità delle voci presenti nella società alla propria esperienza personale o di gruppo. L’autoreferenzialità da un lato e il vizio di porre la propria esperienza come l'unica in grado di ricomporre il tutto dall'altro,
sono e restano alla base dell'impotenza e della irrilevanza del cattolicesimo popolare e sociale nell'attuale fase storica.
In secondo luogo va preso atto che una cultura politica, un pensiero politico e una tradizione culturale ed ideale hanno un valore, ed un senso, nella misura in cui sanno fermentare e lievitare la società in cui quella cultura, quel pensiero e quella tradizione operano e aggregano. Sarebbe curioso arrivare alla conclusione che c'è un grande fermento nell'area cattolica italiana per un rinnovato impegno politico, che ci sono energie fresche per inverare quell'impegno, che c'è una cultura attuale e moderna capace di portare un contributo significativo per affrontare e cercare di risolvere i problemi della nostra societa', che esiste una classe dirigente di qualità a livello periferico e centrale in grado di uscire dall'isolamento dopo anni di letargo e di impegno nelle retrovie e poi, all'ultimo, abdicare o ritirarsi perché non sufficientemente organizzati. Se così fosse, non potremmo non prendere atto del monito presente nell'Octogesima Adveniens che parlava di un "peccato di omissione " per denunciare l'assenza dei cattolici dall'agone politico.
In ultimo, ma non per ordine di importanza, occorre prendere atto che la politica e' fatta di appuntamenti. Elettorali e non. E la prossima scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo, soprattutto in questa contingente fase storica, non può registrare l'assenza in Italia di una presenza politica popolare, riformista, democratica e cristianamente ispirata. E questo non solo per il sistema elettorale proporzionale che esalta la personalità delle singole forze politiche e la valenza del conseguente progetto politico, ma anche perché il contributo per una Europa comunitaria, democratica, federale e unita non può prescindere dall'apporto della cultura democratico cristiana e cattolico popolare e sociale. Non esserci equivarrebbe ad un atto di colpevole diserzione.
Ecco perché, ormai, siamo arrivati ad un bivio: o matura in modo serio, corretto e coraggioso unaprecisa assunzione di responsabilità politica in vista anche e non solo dei prossimi appuntamenti elettorali oppure si ritorna tristemente e passivamente nelle retrovie in attesa di nuovi e, ad oggi, imprevedibili avvenimenti.
Giorgio Merlo
Torino, 11 Dicembre 2018
Chi sono i moderati e chi li rappresenta?
In un recente articolo, Alberto Leoni si chiedeva: I moderati in Italia esistono ancora? E chi li rappresenta se esistono?
Lo stesso autore parlando di questa categoria speciale che, a suo dire, sembrerebbe “scomparsa dalla scena sociale italiana”, ne dava questa rappresentazione: “Certamente i moderati sono quelli che non urlano, che amano le buone maniere; sono ovviamente anche quelli che hanno qualcosa da perdere: una occupazione, una professione, una casa in proprietà, un po' di risparmi, un tenore di vita considerato nella media del nostro contesto culturale. Non sono certo ricchi ma hanno una dignitosa qualità di vita. E vogliono la coesione sociale, hanno piacere se imprenditori e lavoratori collaborano, se nascono sostegni alla povertà, se si pensa ai giovani; pagano le tasse, magari senza salti di gioia, ma non si sognano di fare la fatica di portare all'estero i loro soldi. Alla fine, pur inveendo contro uno Stato vessatore, sono consapevoli che ospedali, scuole, ordine pubblico, assistenza ai bisognosi hanno bisogno dei soldi della tassazione. “
Quello di “moderati” é un concetto un po’ troppo generico, se riferito a una variegata e complessa classe sociale che, nella mia teoria euristica dei “quattro stati,” ( la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non stato) ho tentato di collocare tra quella del “terzo stato produttivo” : piccoli e medi imprenditori, agricoltori, commercianti, artigiani, professionisti e quella dei “diversamente tutelati”: molta parte dei dipendenti pubblici e dei pensionati ex appartenenti al settore pubblico e a quello produttivo di cui sopra.
Non v’è dubbio che, nel tempo della disintermediazione iniziato con la spettacolarizzazione della vicenda politica italiana, con l’avvio della cosiddetta seconda repubblica, sino al governo Renzi e successivi, con l’affermarsi di partiti sempre più dal carattere leaderistico e la progressiva sotto stima sino all’irrilevanza dei corpi intermedi, quelli che Leoni connota come “i moderati”, persi gli strumenti di mediazione delle loro organizzazioni sociali, o quanto meno privati della loro capacità efficiente ed efficace di mediazione, si ritrovino orfani anche dei riferimenti politici.
Quei riferimenti politici, che nella “Prima Repubblica” erano garantiti da un partito interclassista come la DC e, per certi versi, anche dal PCI con le loro organizzazioni sociali di riferimento, insieme agli altri partiti delle antiche culture politiche laiche, liberali e riformiste italiane, non esistono più, spazzati via dai loro errori, dalle inchieste di “mani pulite” e dal tam tam mediatico che da quella distruzione ci hanno portato all’attuale deserto delle culture politiche in Italia.
Un deserto nel quale, la frustrazione e la rabbia dei quattro stati, ha generato, da un lato, la disaffezione, sino alla renitenza al voto della metà del corpo elettorale e per l’altra metà, all’affermazione della cultura sovranista e nazionalista personificate dal M5S e dalla Lega.
Il terzo stato produttivo, in larga parte del quale si collocano i cosiddetti “moderati”, in realtà tra le categorie più arrabbiate e desiderose di serie riforme politico istituzionali, dopo la sbornia liberale annunciata e mai realizzata dal Cavaliere e la sintonia, specie per quelli del Nord, con la Lega di Bossi, attualmente o si ritrovano tra gli orfani dei renitenti al voto, o tra coloro che, dopo il voto a Salvini, stanno mugugnando contro le scelte del governo giallo verde, espressione del peggior trasformismo politico della storia italiana.
Ed è proprio partendo da questa realistica valutazione della situazione politica italiana ed europea, che abbiamo deciso di continuare la nostra lunga e mai sospesa battaglia per la ricomposizione politica dell’ area cattolico popolare.
Riteniamo, infatti, che in questa fase di dominio del turbo capitalismo finanziario a livello internazionale, europeo e italiano, ci sia assoluta necessità di una cultura politica ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano. In alternativa al dominio del potere degli hedge funds anglo caucasici-kazari, padroni della city of London, con residenza fiscale nello stato USA del Delaware a tassazione zero, controllori di tutte le più importanti banche centrali, compresa la BCE, e, di fatto, della stessa vita democratica di molti Paesi nel mondo, sia indispensabile riproporre politiche ispirate ai principi della dottrina sociale della Chiesa; quelli della sussidiarietà e della solidarietà e politiche economiche proprie dell’economia civile e sociale di mercato.
Nasce da questa consapevolezza e non da regressivi sentimenti nostalgici il nostro impegno per la ricomposizione dell’area democratico cristiana, a partire dal rilancio politico della DC storica, “ partito mai giuridicamente sciolto”, oggi guidato da Renato Grassi, impegnati a rimettere insieme tutte le diverse frazioni DC figlie della diaspora sucida iniziata nel 1992-93, per concorrere, sin dalle prossime elezioni europee, a costruire un “patto programmatico federativo” con altre realtà culturali ispirate anch’esse dai valori dell’umanesimo cristiano e che si ritrovano unite nel Partito Popolare Europeo.
In alternativa ai sovranisti e ai nazionalisti, noi ci batteremo per il rilancio di un’Europa federale dei popoli e delle nazioni, secondo i principi ispiratori dei padri DC fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman, sui quali lo stesso PPE dovrà essere riallineato.
E all’amico Alberto Leoni vorrei dire: spes contra spem, noi intendiamo batterci per ridare una speranza ai ceti medi produttivi e alle classi popolari del nostro Paese e dell’Europa, in continuità con la migliore tradizione della Democrazia Cristiana.
Ettore Bonalberti
V. segretario nazionale della DC- dirigente ufficio esteri
Venezia, 29 Novembre 2018
TORNA LA MEDIAZIONE
Dunque, anche i giallo/verdi scoprono la mediazione. Cioè quella "cultura della mediazione"
che è stata la cifra distintiva dei cattolici democratici impegnati in politica. Quella mediazione
che ha permesso alla politica italiana, dal secondo dopoguerra in poi, di salvaguardare il
pluralismo, di rafforzare ed estendere la democrazia, di valorizzare le autonomie locali e,
soprattutto, di comporre gli interessi contrapposti.
Insomma, con la "cultura della mediazione" la politica italiana ha evitato derive autoritarie e
sbandate peroniste. E questo grazie, in modo prevalente se non esclusivo, alla cultura del
cattolicesimo politico e ai suoi migliori interpreti che si sono succeduti nelle diverse fasi
storiche. Certo, poi la politica italiana e' cambiata profondamente e la radicalizzazione ha
preso il sopravvento con un carico demagogico, propagandistico e qualunquista che ha
travolto quel modo di fare e di essere in politica che per svariati decenni ha permesso all'Italia
di poter essere fedele ai principi costituzionali.
Ora, anche l'attuale governo - e nello specifico la Lega e i 5 stelle - riscopre la mediazione
attorno ad un provvedimento centrale per un paese: la tradizionale legge finanziaria. Dopo un
muro contro muro con l'Europa fatto per rivendicare le proprie buone ragioni, e anche per
cercare di restare fedeli ai rispettivi elettorati, si è arrivati alla conclusione che occorre
"mediare" per evitare una sostanziale delegittimazione con pesantissime ricadute di natura
economica e finanziaria.
Certo, un metodo che può scontentare pezzi di elettorato dei rispettivi partiti ma che, lo
dobbiamo pur riconoscere, introduce nell'attuale dialettica politica quel minimo di cultura di
governo che resta indispensabile e necessaria per qualunque forza politica che si candida a
guidare pro tempore gli italiani.
E' altrettanto indubbio che cultura delle mediazione, cultura di governo e senso delle
istituzioni non possono essere a lungo declinate da forze e movimenti che sono in parte
estranei a quel bagaglio culturale e politico.
Ed è questo il motivo decisivo per far tornare protagonista nello scenario politico italiano
quella cultura cattolico democratico, popolare e sociale che resta l'unica vera novità capace di
qualificare e rafforzare il tessuto democratico del nostro paese e dare forza e qualità a
quell'afflato riformista altrettanto necessario ed indispensabile. Perché, come sempre capita,
e' meglio l'originale della copia. Anche e soprattutto quando si parla di "cultura di governo" e
"cultura della mediazione".
Giorgio Merlo
27.11.2018
Pd, ritorna il Pds. Dov'è la novità?
Francamente trovo un po' stucchevole la polemica attorno alle tre candidature a segretario
nazionale anche arrivano dalla filiera Pci/Pds/Ds. La trovo stucchevole soprattutto dopo l'esito del voto del 4 marzo. Insomma, il 4 marzo, tra le molte altre cose, ha detto in modo chiaro che l'esperienza del cosiddetto "partito plurale" a "vocazione maggioritaria" e' politicamente archiviata.
Il 4 marzo, oltre ad aver registrato una sconfitta storica ed epocale per quel partito nato appena 10 anni prima, ha segnato anche l'inesorabile ritorno delle identità politiche. Identità che saranno necessariamente aggiornate e riviste rispetto al passato ma sempre di identità si tratta. A cominciare da quella cattolico popolare e cattolico democratica che in questi ultimi anni si è pericolosamente eclissata al punto di diventare, di fatto, irrilevante e del tutto marginale nella vita politica italiana. È nata una nuova destra che ha sostituito ed azzerato definitivamente il vecchio e tradizionale centro destra. Resta per il momento, anche se un po' fiaccata, una identità antisistema e demagogica interpretata dal movimento dei 5 stelle.
All'interno di questo contesto, e' del tutto naturale, nonché scontato, che anche la sinistra si
riorganizzi. Ritornando, seppur in forma aggiornata, al tradizionale partito della sinistra italiana. Una sinistra che in questi anni e' stata devastata e quasi distrutta dalle politiche del renzismo – con il plauso conveniente e di comodo di moltissimi esponenti della filiera Pci/Pds/ Ds - e che adesso, com'è ovvio, deve essere radicalmente ricostruita. Dalle fondamenta. E qui arriviamo al punto decisivo e qualificante. E cioè, come ci si può stupire se 3 esponenti che arrivano dalla storia politica e culturale del Pci/Pds/Ds si candidano alla guida di un partito che punta a ricostruire la sinistra dalle fondamenta? Come ci si può stupire se, dopo il voto del 4 marzo e la fine del partito plurale e a vocazione maggioritaria, si punta direttamente a ridefinire e ad affinare il pensiero e la cultura della sinistra italiana? Ma chi dovrebbe guidare un partito che ha quella "mission" specifica ed esclusiva se non chi arriva direttamente da quella tradizione?
Ecco perché le polemiche, o lo stupore, non hanno più senso di esistere. Al di là degli obiettivi, dei posizionamenti e delle piroette dell'ex segretario del Pd Matteo Renzi.
Occorre prendere atto che si è aperta una nuova fase politica e storica. È del tutto inutile, nonché controproducente, continuare la litania del partito a vocazione maggioritaria e plurale quando le circostanze storiche che hanno dato vita al Pd veltroniano sono ormai un semplice ricordo del passato. Quella stagione e', ormai, alle nostre spalle. Chi pensa di riproporla meccanicamente rischia di far naufragare anche il progetto oggi incarnato, seppur con sfumature incomprensibili, dai 3 candidati di sinistra per rilanciare un partito di sinistra. Semmai, e questo è un altro punto politico non secondario, si tratta di capire se è utile avere 3 candidati di sinistra, a cui si aggiungono altri candidati minori ma sempre provenienti dal medesimo ceppo culturale, per centrare lo stesso obiettivo. E cioè, riproporre nel dibattito pubblico italiano il ruolo e il profilo di un partito che ha l'ambizione di rilanciare la sinistra italiana dopo le recenti e ripetute sconfitte elettorali. Di questo si tratta e non di altro. Altroché polemiche e scontri un po' stucchevoli e del tutto fuori luogo.
Giorgio Merlo
26.11.2018
Si apre il tesseramento alla Democrazia Cristiana
Si è riunito a Roma nella sede storica di Piazza del Gesù,46, l’ufficio politico della DC, sotto la
presidenza di Renato Grassi, segretario nazionale DC.
Si è deciso che da Martedì 20 Novembre prossimo sarà inviato a tutti i Consiglieri nazionali
DC il regolamento per le iscrizioni al partito, approvato dalla direzione DC del 10 Novembre,
aprendo così ufficialmente la campagna per il tesseramento 2018-2019.
I consiglieri nazionali DC di ciascuna regione sono invitati a coordinare le azioni a sostegno
della campagna per il tesseramento nelle diverse realtà regionali.
Per ogni informazione si può fare riferimento al responsabile del dipartimento organizzativo,
Antonio Fago (segr.antoniofago@libero.it) e al capo della segreteria del partito, Salvatore
Pagano (segrenazionaledc@gmail.com ).
In ogni comune si potranno attivare i comitati civico popolari o cenacoli popolari ( o come in
altro modo si vorranno autonomamente connotare), luoghi di una rinnovata partecipazione
politica dei cittadini ed elettori.
La DC, come approvato dal Congresso, intende proporsi come partito di centro, laico,
democratico, popolare, cristianamente ispirato, transnazionale, europeista, inserito a pieno
titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monet e
Schuman. Un partito alternativo ai movimenti e partiti sovranisti e nazionalisti e alle sinistre,
impegnato nella difesa e integrale attuazione della Costituzione e a sostegno di politiche
economiche e sociali ispirate dai valori della solidarietà e sussidiarietà propri della dottrina
sociale della Chiesa.
A partire dalle prossime elezioni in Abruzzo la DC è interessata a concorrere alla più ampia
aggregazione delle diverse forze di ispirazione democratico cristiana e popolare, così come
per le prossime elezioni europee si intende costruire la più ampia unità di tutti i Democratici
cristiani, un patto federativo programmatico aperto alla collaborazione di altre componenti di
cultura politica laica e riformista ispirata dall’umanesimo cristiano.
Un gruppo di lavoro sta redigendo una proposta di programma della DC per le elezioni
europee che sarà presentato nel mese di dicembre in tutte le realtà regionali e locali italiane.
L’Ufficio politico ha dato mandato all’avv. Raffaele Cerenza e al segretario amministrativo, Dr.
Nicola Troisi, di attivare tutte le azioni per la difesa del patrimonio immobiliare e mobiliare
della DC storica, compresa quelle dei beni immateriali ( nome e simbolo del partito) per por
fine all’utilizzo confusionario e illegittimo sin qui fatto da diversi gruppi e movimenti,
invitandoli a far parte della casa madre democratico cristiana.
Ufficio stampa della segreteria nazionale DC
Roma 17 Novembre 2018
Da Venezia si annuncia uno squillo
Mi è giunto gradito un invito dall’amico On Gianfranco Rocelli di un seminario che si terrà Venerdì 23 Novembre alle ore 17 a Scorzè, presso la sala Eugenio Gatto in Via Roma,80.
Tema del seminario: “ Vincenzo Gagliardi e i cattolici democratici a Venezia nel secondo dopoguerra”. Organizzatori dell’evento il Comune di Scorzè, che sarà presente con il Sindaco, avv. Giovan Battista Mestriner, e l’associazione” I popolari Venezia” con alcuni loro rappresentanti: Luigino Busato, Marino Cortese, Anna Maria Giannuzzi Miraglia e Franco Borga.
Già il titolo del seminario, con riferimento a Vincenzo Gagliardi e il nome della sala dedicata al compianto Neno Gatto, il ministro dell’attuazione delle Regioni (anno 1970), hanno suscitato in me molti ricordi, essendo stati entrambi, maestri e guide politiche negli anni della mia giovinezza e dei primi contatti nel partito della Democrazia Cristiana veneta e nazionale.
Gagliardi lo conobbi a Roma al Congresso della DC (1964), quello nel quale, sentiti gli interventi di Carlo Donat Cattin, di Riccardo Misasi e dello stesso Gagliardi, pur provenendo da Rovigo, terra di assoluto dominio doroteo con Bisaglia e la Coldiretti, scelsi e lo fu per sempre, di militare nell’appena nata corrente di Forze Nuove.
E da lì iniziò il mio lungo impegno nella sinistra sociale della DC, che aveva nella DC di Venezia, l’unico riferimento correntizio omogeneo, essendo l’unica provincia nella quale la segreteria provinciale era passata con Gagliardi alla responsabilità della sinistra interna.
I frequenti incontri regionali mi fecero conoscere, dapprima i coetanei Rocelli e Cortese e con loro, Alfeo Zanini, Eugenio Gatto, Giorgio Longo, Mariano Baldo, Piero Coppola, Ferdinando Ranzato, Giorgio Zabeo e tanti altri, i quali, trasferitomi a Mestre (1983) divennero colleghi e soci a tutti gli effetti della DC veneziana.
E proprio insieme a questi amici ho vissuto l’ultima ventennale esperienza della DC, sino alla sua scomparsa politica (1993). Una scomparsa tanto più dolorosa perché compiutasi senza un’adeguata azione di difesa e di impegno combattente, come quello che con Gianfranco Rocelli chiedemmo in una lettera accorata, senza risposta, inviata in quei drammatici giorni al segretario nazionale De Mita.
L’idea di un seminario per ricostruire la storia di una fase importante della nostra vicenda politica democratico cristiana a Venezia, mi sembra possa lodevolmente inserirsi in quel mosaico di iniziative che, seppur disordinatamente e senza ancora un filo conduttore dirigente, si sta costruendo in varie parti d’Italia.
La condizione di anomia sociale, culturale, politica e istituzionale, il deserto delle culture politiche che fecero grande l’Italia ( quinto o sesto posto tra le potenze industriali mondiali), è ben rappresentata, da un lato, dalla scarsa partecipazione politica che nelle recenti elezioni ha sfiorato il 50%, e, dall’altra, dall’emergere di una classe dirigente di “ homines novus” di cui constatiamo ogni giorno di più la loro inadeguatezza e incompetenza rispetto alle grandi responsabilità che sono stati chiamati a esercitare.
E allora, in attesa che avvenga il miracolo di una ricomposizione culturale e morale, prima ancora che politico organizzativo, non è un caso che ci si volti a ripensare quello che siamo stati e a riscoprire un po’ di quella passione civile alta e forte con cui conducemmo la nostra testimonianza politica ai diversi livelli istituzionali.
Impegnato come sono dal 1994 da “ DC non pentito”, per concorrere alla ricomposizione dell’area democratico cristiana, di un partito, la DC , “ mai giuridicamente sciolto”, secondo la sentenza definitiva della Cassazione, plaudo a questa bella iniziativa degli amici dell’associazione “i Popolari Venezia”, augurandomi che, al di là della pur comprensibile e lodevole testimonianza politico culturale, si possano ritrovare le ragioni per rimetterci a costruire insieme il nuovo soggetto politico cristianamente ispirato.
Contro il sovranismo e il nazionalismo oggi prevalenti, serve una forza politica di centro autonoma, democratica e popolare, ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano, europeista e transnazionale, inserita a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori DC dell’Europa: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman.
Serve un’Europa federale degli stati nazionali, sottratta al dominio dei poteri del turbo capitalismo finanziario, impegnata a realizzare politiche ispirate ai principi della solidarietà e della sussidiarietà propri della dottrina sociale cristiana. Economia civile e sociale di mercato alternativa a quella dettata dalle multinazionali finanziarie, padrone della city of London e con sede fiscale nel Delaware (USA) a tassazione zero. Questo è l’obiettivo che come DC, ricostruita giuridicamente nei suoi organi, ci proponiamo .
Come negli anni 60, con Vladimiro Dorigo e Gagliardi, la DC veneziana fu antesignana per l’avvento di cose nuove nella politica italiana, saremmo lieti che proprio da Venezia e dal Veneto potesse ripartire quest’azione di ricomposizione dell’area popolare di cui l’Italia e l’Europa hanno un’assoluta necessità.
Ettore Bonalberti
Vice Segretario nazionale della DC
Venezia, 14 Novembre 2018
Direzione nazionale della DC
10 Novembre 2018
Si è riunita in data odierna a Roma, la direzione nazionale della Democrazia Cristiana che ha deciso l’apertura del tesseramento al partito sia per i soci che confermarono l’adesione alla DC nel 2012, sia a quelli che erano iscritti al partito nel 1992-93, anno nel quale si concluse politicamente l’esperienza della DC storica, ma non quella giuridica (“partito mai giuridicamente sciolto) secondo la sentenza della Cassazione. Il tesseramento è, infine, aperto a tutte le elettrici ed elettori e ai giovani che abbiano compiuto i 16 anni di età interessati a concorrere alla ricostruzione politica del partito dei cattolici democratici.
Guidata dal neo segretario del partito, Renato Grassi, la direzione ha proceduto all’elezione dell’ufficio politico che risulta così composto:
Renato Grassi, segretario nazionale, Gianni Fontana. Presidente del consiglio nazionale, Nicola Troisi, segretario amministrativo e rappresentante legale del partito,
Quattro vice segretari: Alberto Alessi, Luigi Baruffi (responsabile dipartimento elettorale), Danilo Bertoli, Ettore Bonalberti (responsabile dipartimento esteri), e da Mauro Carmagnola (dipartimento politiche sociali), Antonio Fago ( responsabile dipartimento organizzativo), Franco De Simoni (responsabile dipartimenti Enti Locali), Raffaele Cerenza (responsabile dipartimento patrimonio beni materiali e immateriali).
Nella prossima riunione della direzione si procederà alla nomina degli altri incarichi della giunta esecutiva.
La direzione ha deliberato con voto unanime di dare immediato mandato al segretario amministrativo di assumere tutte le azioni più opportune per il recupero della piena e totale disponibilità dell’uso esclusivo dello scudo crociato e per impedirne l’illegittima e confusionaria utilizzazione da parte di altri gruppi e movimenti.
Ripristinato l’utilizzo degli uffici presso la sede storica del partito a piazza del Gesù a Roma..
Sulla base della linea politica presentata al congresso del partito il 14 ottobre e ribadita al consiglio nazionale del 27 ottobre scorso dal segretario Renato Grassi, la direzione ha confermato che la DC intende, da un lato, ricostruire una presenza capillare del partito in sede locale, con ampia sperimentazione di formule innovative di partecipazione politica ( cenacoli popolari, comitati civico popolari, altri modelli) per allargare l’area del popolarismo e dell’associazionismo cattolico, aperta alla collaborazione con quella liberal democratica. Obiettivo: concorrere alla costruzione di una vasta alleanza laica, democratica, popolare, ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano, europeista e trans nazionale. Un partito di centro, alternativo al sovranismo nazionalista e alla sinistra, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi. Monet e Schuman.
La DC è impegnata a redigere una piattaforma programmatica rispondente alle attese dei ceti medi produttivi e di quelli popolari dei “diversamente tutelati”, attorno alla quale dar vita a un patto federativo con quanti condividono il progetto di riforma dell’Unione europea secondo i principi di solidarietà e sussidiarietà; un’ Europa federale degli stati, liberata dagli eccessivi vincoli tecnocratici e sottratta all’attuale dominio dei poteri finanziari .
A quel 50% di sfiduciati e renitenti al voto nelle ultime competizioni elettorali la DC intende proporsi come il luogo della partecipazione democratica ispirata dalla fedeltà alla costituzione e ai principi della dottrina sociale cristiana.
Ufficio stampa della Democrazia Cristiana
Roma, 10 Novembre 2018
Dopo i cataclismi ambientali d’autunno
Le notizie gravissime collegate ai cataclismi che hanno colpito dal 29 ottobre scorso diverse regioni del nostro Paese, con particolare riferimento al Triveneto e alla Sicilia, credo impongano una seria riflessione alla classe dirigente del nostro Paese che dovrebbe assumere due impegni non più rinviabili:
1) che l’Italia cessi finalmente di essere “ il Paese delle inaugurazioni e non delle manutenzioni” ( Leo Longanesi)
2) assumere la difesa idrogeologica al centro dell’interesse nazionale.
Di fronte agli enormi danni ambientali cui stiamo assistendo si metta fine alle polemiche nel governo. C'é un enorme problema di messa in sicurezza idrogeologica del Paese. Tutte le risorse disponibili siano utilizzate per risolvere questa drammatica emergenza nazionale. Altro che reddito di cittadinanza (9 miliardi); si utilizzino le risorse per interventi di sistemazione idraulico forestale con cantieri di lavoro al Nord e al Sud per giovani e adulti impegnati in un'opera di difesa e ricostruzione ambientale dell'Italia. E l'Europa si dimostri finalmente madre e non matrigna.
Nel Luglio 2017 ho redatto una nota che conserva intatta la sua attualità e che mi permetto di riproporre all’attenzione dei miei lettori.
Un grande Piano nazionale di protezione civile
“Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”, così Leo Longanesi scriveva dell’Italia e, mai come oggi, quella sua triste connotazione del nostro Paese risulta così appropriata.
Incendi boschivi dolosi ( perché non esistono in realtà fenomeni di autocombustione) che , secondo la stima di Legambiente “solo in questo primo scorcio di estate 2017, da metà giugno ad oggi, sono andati in fumo ben 26.024 ettari di superfici boschive, pari al 93,8% del totale della superficie bruciata in tutto il 2016”; carenza idrica causata dalla siccità e dalla vetustà di una rete idrica che secondo le stime del Censis è soggetta a una perdita d’acqua di almeno il 32%; frequenti succedersi di disastrose alluvioni, frane e la drammatica realtà di un dissesto idrogeologico che è la condizione prevalente in vaste aree del nostro territorio nazionale.
Se a questi eventi, le cui cause sono ampiamente riconducibili alla responsabilità di noi cittadini, massime quelle di chi è titolare di funzioni politico istituzionali, aggiungiamo i frequenti terremoti che sconvolgono intere comunità locali, l’Italia mostra sempre più l’immagine di un Paese totalmente alla deriva.
Con un patrimonio edilizio storico e artistico culturale tra i più importanti nel mondo, mai analizzato nella sua reale capacità di resilienza e strutture abitative accumulate nei secoli, comprese le ultime, poche, costruite secondo regole antisismiche solo di recente obbligatorietà normativa, siamo obbligati a redigere “la carta di identità degli edifici” e a sviluppare un piano di interventi a medio lungo periodo per la preventiva sistemazione strutturale del nostro immenso e assai fragile patrimonio edilizio. Contro la furia sin qui imprevedibile dei terremoti poco o nulla possiamo fare, ma contro l’imprudenza e l’ignavia degli uomini, compresa quella dei responsabili istituzionali di scarsa visione strategica, abbiamo il dovere di reagire e assumerci tutti insieme le nostre responsabilità.
Ho avuto la fortuna di conoscere da vicino la realtà del sistema forestale italiano, avendo diretto per quindici anni l’Azienda regionale delle foreste della mia Regione, il Veneto, e, successivamente quella della protezione civile di una delle regioni leader, la Lombardia, nella quale ho svolto la funzione di direttore generale dell’assessorato regionale delle opere pubbliche, politiche per la casa e protezione civile.
Sul sistema forestale la mia lunga battaglia condotta con il compianto gen. Alfonso Alessandrini, capo del CFS da lui difeso strenuamente sino alla sua scomparsa, per superare l’assurda dicotomia esistente tra le vecchie competenze e funzioni del Corpo Forestale dello Stato e dell’Azienda di Stato per le foreste demaniali con quelle affidate dalla Costituzione alle Regioni, è miseramente finita con il semplice assorbimento del fu CFS nell’arma dei carabinieri, senza dare soluzione efficiente ed efficace alla frammentazione delle politiche regionali forestali prive di un reale coordinamento strategico.
Unica lodevole eccezione, il permanere di quel ancorché debole strumento di scambio di informazioni tecnico specialistiche rappresentato dall’ANARF ( Associazione Nazionale delle Attività Regionali Forestali) che abbi l’onore di avviare con l’amico scomparso Sergio Torsani, presidente dell’Azienda regionale delle foreste di Regione Lombardia.
Le esperienze da me maturate a contatto delle realtà forestale italiana e la diretta funzione di guida amministrativa della protezione civile in una realtà tra le più avanzate del Paese, mi hanno permesso di formulare a suo tempo un vero e proprio Piano per la difesa della montagna e della nostra sicurezza idraulica, che denominai PRO.MO.S. ( Progetto Montagna Sicura). Un Piano che non si è mai potuto realizzare perché si sa “ gli alberi non votano” e i tempi per la difesa del territorio sono troppo lunghi rispetto a quello di interesse dei politici dal corto respiro.
Gli obiettivi del progetto PRO.MO.S. erano quelli di definire linee strategiche per la sicurezza in montagna e di promuovere interventi coordinati nell’ambito di una pianificazione a scala di bacino idrografico.
Nel campo della protezione del territorio, in particolare dai rischi di tipo idrogeologico, tutte le iniziative dovrebbero essere orientate alla sostituzione dell’attuale approccio “reattivo”, basato prevalentemente sulla gestione dell’emergenza, con un approccio di tipo “proattivo”, basato sulla prevenzione, cioè sulla pianificazione e realizzazione di attività atte a ridurre il rischio di accadimento di eventi calamitosi e comunque di limitarne gli effetti dannosi. In questa ottica si possono identificare alcune specifiche tematiche di studio e di intervento:
1. Monitoraggio di parametri idrologici e geologici
L’acquisizione di misure, anche in tempo reale, su parametri idrologici e geologici caratteristici dei fenomeni naturali che possono innescare situazioni di rischio rappresenta sicuramente una delle prime priorità. Una componente rilevante dell’incertezza nella valutazione del rischio, soprattutto di tipo idrologico e idrogeologico, deriva dalla mancanza di dati sufficienti sull’evoluzione nel tempo di elementi dinamici del territorio, quali versanti e corsi d’acqua. Attività di razionalizzazione, coordinamento e potenziamento delle attuali reti di misura (le diverse ARPA regionali , Consorzi, Centri di monitoraggio, ecc.) sarebbero quindi auspicabili, soprattutto in un’ottica di benefici di lungo periodo.
2. Analisi e mappatura dei rischi naturali
L’organizzazione della conoscenza del territorio è il primo strumento operativo per l’analisi e quindi a prevenzione dei rischi naturali. Le iniziative in questa direzione là dove sono state avviate, dovrebbero essere potenziate e coordinate in un programma a lungo termine, in modo da perfezionare la mappatura del rischio di dissesto territoriale. Nell’analisi delle aree di rischio è particolarmente importante l’approfondimento delle possibili interazioni tra i diversi tipi di rischio, in una visione integrata delle problematiche legate sia alla erosione dei versanti e dell’assetto idrogeologico del reticolo idrografico.
3. Definizione di piani di gestione delle emergenze in caso di disastri naturali
. I piani di emergenza rappresentano strumenti nel contempo delicati ed indispensabili per una razionalizzazione del soccorso qualora dovesse verificarsi una calamità. La normativa vigente in materia definisce quelli che sono gli obiettivi che attraverso questi piani bisogna raggiungere, ma manca una standardizzazione della loro stesura e dei contenuti che sono indispensabili per attivare la complessa macchina della Protezione Civile in situazioni di emergenza. Pertanto un approfondimento di queste tematiche, nonché la definizione di linee guida da seguire in tali Piani diviene un obiettivo prioritario in questo settore.
4. Definizione di linee guida di intervento mirati alla riduzione dei rischi
La definizione di linee guida per la realizzazione di interventi di tipo proattivo per la riduzione dei rischi consente da un lato di controllarne l’efficacia operativa, dall’altra di orientare la loro pianificazione, inserendoli in un contesto razionale e omogeneo a scala di bacino idrografico. In condizioni di risorse limitate, risulta anche importante l’individuazione delle priorità d’intervento, in base sia alla probabilità di accadimento dei vari tipi di eventi disastrosi, sia alle loro conseguenze sul territorio.
Credo che, data l’urgenza della situazione italiana, sarebbe quanto mai opportuno riproporre quelle linee guida ed avviare un grande Piano di Servizio Civile nazionale da coordinare con e nelle diverse realtà regionali, orientato a progetti di riforestazione tanto più urgenti, dopo le sciagurate distruzioni boschive di quest’estate e tuttora in corso, e per la difesa idrogeologica nazionale non più rinviabile.
Con una disoccupazione giovanile che sfiora e in talune aree supera il 40%, questo Piano nazionale potrebbe rappresentare un’utile occasione per offrire alle nuove generazioni la possibilità di mettere in campo le diverse attitudini e/o di acquisirne di nuove, in un ambito, la difesa del territorio, di cui l’Italia ha assoluta necessità primaria.
Solo così potremo sfatare la diagnosi di Longanesi e far diventare finalmente l’Italia “un paese di manutenzioni e non solo di inaugurazioni”. Certo servirebbe una diversa classe dirigente dedita veramente al bene comune e non alla mera sopravvivenza autoreferenziale nei luoghi privilegiati del potere. Di questa, però, saranno i cittadini elettori a definirne a breve le future identità.
Ettore Bonalberti
Venezia, 23 Luglio 2017
Dopo il Consiglio nazionale della DC si è aperto un interessante dibattito nell’area cattolica e popolare. Su “ Il Domani d’Italia” www.ildomaniditalia.eu, replicando al dr Infante sono intervenuti Mauro Carmagnola e Giorgio Merlo.
Pubblichiamo la nota di Giorgio Merlo del movimento “ Rete Bianca”.
Dc, adesso si cominci davvero.
Va dato atto agli amici della neonata Democrazia Cristiana di aver rimesso in circolo, con coraggio e determinazione, un percorso giuridico e politico finalizzato al recupero di un glorioso simbolo e di altrettanta gloriosa, e per nulla fuori tempo, sigla partitica. Certo, i tempi sono radicalmente cambiati e sarebbe ridicolo, nonché ingenuo, pensare di riportare indietro le lancette della storia senza colpo ferire. Ma, come tutti sanno compresi gli amici della neonata Dc, c'è la necessità da un lato di recuperare un patrimonio storico, politico e culturale che non può essere qualunquisticamente archiviato e storicizzato e, dall'altro, c'è l'esigenza di evitare un ripetuto uso maldestro di questo simbolo e di questa sigla. E questo, del resto, e' il punto politico decisivo a cui va data una risposta politica e non personale o di gruppo o di corrente.
Su queste colonne si è avviato un dibattito interessante al riguardo. Il contributo di Giancarlo
Infante e la risposta puntuale e pertinente di Mauro Carmagnola sono stati utili per chiarire il nodo centrale di una eventuale discordia. Ovvero, la neonata Democrazia Cristiana - in attesa di un oggettivo rafforzamento organizzativo e di un affinamento politico e culturale - pensa già disvendere il simbolo al primo offerente? E ciò prima ancora di decollare come soggetto politico? Se così fosse, sarebbe del tutto inutile continuare anche solo questo articolo perché l'avventura nascerebbe già monca, e pertanto politicamente insignificante.
Ecco perché, allora, e' consigliabile - almeno a mio parere - piantare 3 paletti che possono essere utili per orientare questa formazione politica in vista dei prossimi appuntamenti politici ed elettorali.
Innanzitutto, e soprattutto dopo il profondo cambiamento della geografia politica italiana, e' sempre più indispensabile promuovere una formazione politica che sia in grado di ricomporre il vasto e articolato mondo del cattolicesimo politico italiano. Oggi colpevolmente frammentato, disperso, diviso e politicamente insignificante. Senza questa azione di ricomposizione - a cui Rete Bianca, ad esempio, sta lavorando da mesi - qualunque tentativo di rilanciare la tradizione del cattolicesimo politico italiano italiano e' destinato a frantumarsi contro gli scogli dei partiti personali e dei cartelli elettorali attualmente esistenti. E la Dc, dal suo punto di vista, deve raccogliere sino in fondo questa sfida e impegnarsi per centrare questo obiettivo. E quindi un partito plurale, laico, riformista, di ispirazione cristiano-popolare ma soprattutto autonomo.
In secondo luogo, rimuovere la perfida domanda del "con chi stai". Se la priorità, prima ancora di aver dispiegato compiutamente il proprio progetto progetto politico, e' quello di dichiarare a quale dei due schieramenti si vuole aderire, si avallerebbero i sospetti di chicchessia sulla fretta di collocare questo simbolo in un campo per una logica di convenienza del tutto avulsa da qualsiasi riflessione politica. E' del tutto legittimo che ex democristiani siano accasati da svariati anni a
destra o a sinistra. Ed è altrettanto legittimo che all'interno di quei rispettivi contenitori svolgano un ruolo puramente ornamentale e del tutto ininfluente, avendo come unico obiettivo quello di vedersi rinnovare la propria candidatura blindata ad ogni tornata elettorale. Non ci stupiamo per questa prassi vecchia, antica ma sempre attuale. La priorità di questa nuova formazione politica però, almeno a mio parere, dovrebbe essere quella di riaffermare la propria autonomia politica ed organizzativa, cercando di ricomporre il più possibile la frastagliata area popolare, cattolico democratica e democratico Cristiana italiana e poi, in un secondo momento, costruire una cultura delle alleanze coerente e rispettosa dei propri principali e valori di riferimento. Ma non anteporre l'alleanza alla propria personalità politica.
In ultimo, ma non per ordine di importanza, dopo aver compiuto questo lungo e travagliato
percorso giuridico e politico, si tratta adesso di uscire dalla propria autoreferenzialita' e di
recuperare una preziosa ed insostituibile ricetta della miglior tradizione democratico cristiana. E cioè, affinare il pensiero, non disperdere la memoria storica e ricostruire una cultura politica che sono e restano tasselli cruciali per ridar vita ad un progetto oggi quanto mai necessario ed indispensabile: e cioè, ad una nuova formazione politica di ispirazione cristiano popolare. A cominciare, per non essere astratti o marziani, dalla ormai prossima consultazione elettale per il rinnovo del Parlamento europeo che assume una importanza, come tutti sappiamo, storica e politica decisiva. Una esigenza, questa, non prorogabile. Altroché il dibattito ridicolo, e lo scontro altrettanto singolare, se fare la stampella di Berlusconi o dell'ex comunista Zingaretti.
Ecco perché sono convinto, grazie anche al dibattito che si è sviluppato su queste colonne, che
non possiamo disperdere il confronto sul futuro dei cattolici in politica lungo sentieri di
incomprensione e di sospetti reciproci. Tutti sappiamo qual è' la vera priorità: ritornare in campo e ritornarci uniti. Tutto il resto, come si suol dire, e' del tutto indifferente e marginale. Nonché politicamente inutile.
Giorgio Merlo
Le conclusioni del Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana
Il Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana si è riunito a Roma, Sabato 27 Ottobre 2017 presso l’auditorium della basilica di San Lorenzo in Lucina, dopo lo svolgimento del XIX Congresso nazionale il 14 ottobre scorso.
Gianni Fontana è stato eletto Presidente del Consiglio Nazionale e il dr. Troisi Nicola , Segretario amministrativo, rappresentante legale del partito.
Il Consiglio nazionale, udita la relazione del segretario politico nazionale Renato Grassi, l’approva.
Nell’attuale deserto delle culture politiche, la crisi di tutti gli schieramenti tradizionali che hanno caratterizzato la vicenda della seconda repubblica, la guida del paese affidata a una maggioranza trasformistica non votata dagli elettori e frutto del compromesso tra due movimenti espressioni di interessi contrapposti e di valori unificati dalla comune volontà sovranista con tinte di un nazionalismo anacronistico che, con l’isolamento dell’Italia sta portando il Paese in una situazione disastrosa per i ceti medi produttivi e le classi popolari,
la Democrazia Cristiana, erede della cultura dei padri fondatori popolari : Sturzo, Donati, Miglioli e Grandi e dei democratici cristiani: Alcide De Gasperi, La Pira, Aldo Moro, Giulio Andreotti e Amintore Fanfani, intende ripartire dal codice etico di Guido Gonella aggiornato al nuovo tempo della globalizzazione, avviando da subito il tesseramento al partito su scala nazionale per ricostruire la presenza politica dei cattolici democratici in Italia.
Tutti i giovani, le donne e gli uomini “liberi e forti” che credono nel valore della libertà e nella necessità di difendere e attuare la Costituzione Repubblicana, nella necessità di adottare politiche economiche e sociali ispirate dai principi della solidarietà e sussidiarietà proprie della dottrina sociale cristiana, potranno partecipare alle attività che la DC intende organizzare in tutti i comuni italiani dei “cenacoli popolari”; luoghi di sperimentazione della partecipazione,aperti al dibattito e deputati alla selezione della nuova classe dirigente locale, regionale e nazionale.
Unanime la volontà di concorrere alla riforma dell’Unione europea per superare i condizionamenti che la finanza internazionale ha sin qui imposto, con l’introduzione di regole inique e illegittime come il fiscal compact, per riportare l’Unione ai principi e ai valori dei padri fondatori democratici cristiani: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman.
L’Europa delle nazioni e dei popoli resta l’obiettivo primario dei democratici cristiani in alternativa a tutti gli elementi di disgregazione che, in tutte le sedi, vengono portati avanti dagli attuali partiti di governo.
Il consiglio nazionale della DC, raccogliendo gli appelli di papa Benedetto XVI e papa Francesco sulla necessità dell’impegno politico dei cattolici, recentemente ribadito dal presidente della CEI, card Bassetti, fa appello a tutti i movimenti, le associazioni, ai gruppi di ispirazione cattolica, agli organismi associativi dei corpi intermedi, affinché concorrano con la DC alla ricomposizione dell’area cattolica e popolare italiana, sul piano dell’assoluta autonomia, come componente centrale dello schieramento politico italiano, che intende assumere il lavoro, la partecipazione politica dei lavoratori nella gestione delle imprese, la valorizzazione del lavoro autonomo, dei commercianti, artigiani, agricoltori, liberi professionisti, dei dipendenti di tutti i servizi pubblici e tutta la realtà del terzo stato produttivo, autentico motore dello sviluppo economico dell’Italia, come l’obiettivo primario della proposta politica della DC.
L’occupazione giovanile e la questione dello sviluppo del Sud saranno assunte come prioritarie e oggetto speciale della prossima conferenza organizzativa nazionale che si terrà entro il mese di dicembre, alla quale saranno invitate con tutte le associazioni dell’area cattolica e popolare le migliori intelligenze della cultura cattolica e democratica italiana.
Dalla conferenza la DC, come nella sua migliore tradizione, intende redigere un manifesto politico programmatico interprete dei bisogni della società nell’età della globalizzazione e dell’era digitale, per riportare il Paese al livello garantito dalla DC storica facendola diventare il 6° Paese industriale del mondo.
Primo appuntamento elettorale le imminenti elezioni per il rinnovo del parlamento europeo dove la DC, rivendicando in tutte le sedi istituzionali l’uso esclusivo dello storico scudo crociato, si batterà per candidati dalla specchiata moralità e seria competenza nelle cinque circoscrizioni elettorali.
Il consiglio nazionale ha eletto la nuova direzione nazionale già convocata per il prossimo 10 Novembre per assumere tutte le iniziative annunciate dal segretario Renato Grassi e per por fine ai contenziosi che hanno colpevolmente sin qui caratterizzato la lunga stagione della diaspora democratico cristiana, alcuni dei quali già positivamente avviati come quelli con gli amici soci del 1992-93.
Avanti dunque da “Liberi e Forti”, un appello che rivolgiamo agli elettori che hanno sin qui disertato le urne, ai tanti stanchi e delusi delle esperienze sin qui vissute negli schieramenti tradizionali della destra e della sinistra in crisi irreversibile.
Una conferenza stampa sarà organizzata entro pochi giorni per la presentazione del nuovo codice etico della democrazia cristiana che ogni iscritto dovrà adottare con l’impegno sturziano a “servire la politica e non servirsi della politica”.
La direzione nazionale del prossimo 10 novembre darà indicazioni precise sulle modalità per avviare la sperimentazione dei “cenacoli popolari” che saranno caratterizzati dalla più ampia autonomia gestionale su base territoriale locale.
Roma,27 Ottobre 2018
La lezione del Trentino
Nel Trentino trionfa il centro destra a trazione turbo leghista e Forza Italia scompare. In Alto Adige è forte il calo della SVP, con la Lega primo partito a Bolzano e crollo del PD. Serve ricostruire un forte centro di ispirazione cattolica popolare perno di una reale alternativa democratica al governo giallo verde. Ho sintetizzato così sul mio profilo di facebook il risultato elettorale del Trentino Alto Adige.
Una realtà sin qui dominata a Trento dal centro sinistra e a Bolzano e nell’Alto Adige dalla Volkspartei, ha visto il netto prevalere della Lega a Trento con una valanga di voti e a Bolzano, primo partito; il consistente calo della VSP che, comunque tiene oltre il 40% nel suo feudo altoatesino, e la fine in pratica dell’esperienza di Forza Italia totalmente assorbita dalla Lega. Rilevante, infine, il crollo verticale del PD.
Altro elemento da considerare: la dispersione del voto cattolico, in assenza di un contenitore credibile dopo che, per molti anni, la vecchia area DC di sinistra di Lorenzo Dellai, era stata sostenuta alla guida della provincia di Trento dal PD e dalla sinistra.
Se, da un lato, il voto consistente alla Lega da parte di una società molto tutelata dalla legislazione speciale, che garantisce a quella regione la più ampia specialità con tutte le competenze statali, tranne quella dell’esercito, è l’espressione di un comun sentire nella difesa egoistica del “particulare” minacciato dai “foresti”, così come rappresentato nella narrazione salviniana; dall’altro, gli elementi rilevanti di quel voto sono: il crollo del PD e lo sfarinamento del voto cattolico.
Quanto al M5S nel voto trentino abbiamo assistito alle prime conseguenze della difficoltà di tenuta di un partito-movimento senza regole democratiche interne, etero guidato a livello nazionale. E’ bastata la defezione di un leader naturale e popolare locale, come già accaduto a Parma, per la riduzione del voto al movimento sotto la doppia cifra.
Sul crollo del PD riconosciamo il fallimento del progetto originario di unificazione del vecchio troncone comunista con quello che era rimasto della vecchia sinistra DC morotea e basista. Un fallimento che gli amici de “ La rosa bianca” da qualche tempo vanno denunciando, fino ad assumere una posizione autonoma e critica collegata alla necessità di un ritorno ai fondamentali popolari della dottrina scoiale della Chiesa. Tentativo ben presente e interessante per quanti come noi, “DC non pentiti”, sono impegnati nel progetto di ricomposizione dell’area popolare italiana.
Un discorso del tutto particolare e speciale va fatto, infine, sulla dispersione del voto cattolico nella patria di uno dei fondatori e padri della DC italiana: Alcide De Gasperi.
A parte il lodevole tentativo dell’amico Ivo Tarolli di dar voce a una parte importante dell’area popolare, ahimè senza successo, dal Trentino emerge chiara la necessità di ripensare globalmente a un nuovo soggetto politico “ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale, impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE”.
Trattasi di quel soggetto che insieme proprio a Tarolli, Mario Mauro, Giorgio Merlo, Gianni Fontana, Domenico Menorello e altri, avevamo definito a Verona nel seminario dei Popolari il 23 Giugno scorso..
Con la DC, dopo la conclusione unitaria del congresso di Domenica 14 ottobre sancita dall’accordo tra Renato Grassi e Gianni Fontana, stiamo costruendo il primo tassello di un mosaico più grande che, con una classe dirigente rinnovata, saprà offrire agli italiani una nuova speranza. Come seppe fare la DC storica, sarà essenziale proporre una forte alleanza tra i ceti medi produttivi e le classi popolari dei "diversamente tutelati", lontani dalla "casta" e dal quarto " non Stato". Un'offerta politica in grado di corrispondere agli interessi e ai valori del 50% degli elettori sin qui renitenti al voto.
Ci auguriamo che, anche sulla base delle indicazioni del voto del Trentino, si ponga fine a ogni altro ostacolo che ha sin qui caratterizzato la lunga stagione della diaspora democrati co cristiana e dal Nord al Sud dell’Italia si ricomponga l’unità di un’area politico culturale alternativa ai disvalori dei sovranisti-nazionalisti, capace di proporre politiche economiche e sociali ispirate dai principi di solidarietà e sussidiarietà propri della dottrina sociale cristiana.
Ettore Bonalberti
Presidente di ALEF ( Associazione dei Liberi e Forti)
Consigliere nazionale DC
Venezia, 23 Ottobre 2018
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Una fase delicata per l’Italia
Salvini non vuol passare per “fesso” e Di Maio da “bugiardo”. Per interpretare il contratto giallo verde, più che Giuseppe Conte, “l’avvocato del popolo”, servirebbe un notaio. Si è chiusa così, ieri sera, la disputa tra Lega e M5S sul decreto di condono fiscale. A un passo dalla crisi di governo è intervenuto il premier Conte con la convocazione per oggi di un vertice di maggioranza e del consiglio dei ministri.
In serata poi la mazzata dell’agenzia di rating Moody’s, con un declassamento dei titoli dell’ Italia a un livello poco superiore a quello di “spazzatura”. Sarebbe il baratro definitivo che impedirebbe ogni ulteriore intervento della BCE nell’acquisto di titoli di Stato del nostro Paese.
Il capo del governo ha commentato col suo solito ottimismo di maniera: “ l’avevamo previsto”. Un giudizio che, pronunciato da un signore che a BXL aveva cercato di convincere i nostri partner europei sulla bontà della manovra di bilancio, con la semplice definizione che trattasi di una “manovra bella”, lascia basiti più che i mercati finanziari, che si pronunceranno già Lunedì prossimo, tutti noi disgraziati cittadini di questo povero Paese.
Stanno venendo al pettine i nodi di un’alleanza di governo espressione del peggior trasformismo politico parlamentare, frutto dell’esito del voto ambiguo del 4 marzo scorso e di un sistema elettorale bislacco da rivedere. La ragione di quanto sta accadendo nel rapporto tra grillini e leghisti va ricercata nella diversità di interessi e valori esistente tra i due partiti, ossia sui fondamentali su cui regge la politica,.
Se sui valori l’accordo è intervenuto sulla base della comune visione sovranista e antieuropea dei due movimenti, su quello degli interessi la divergenza verte su quelli dei diversi blocchi sociali ed economici di riferimento.
Riprendendo la mia “teoria dei quattro stati” che, in maniera euristica, cerca di interpretare, seppur riduttivamente, la realtà sociale italiana ricorderò in estrema sintesi:
Il primo Stato, quello della casta, è formato da oltre un milione di persone che vivono attorno alla politica e alle istituzioni, con laute prebende e benefits diversi. E’ l’aristocrazia dell’ancien regime trasferita nel XXI secolo.
Il secondo Stato è quello dei diversamente tutelati, che contiene l’intervallo compreso tra le alte gerarchie pubbliche ( magistratura, alta dirigenza burocratica dello Stato e degli enti pubblici statali, parastatali e degli enti locali) sino all’ultimo gradino della scala rappresentato dai cassaintegrati e disoccupati con indennità e a quello dei senza tutela, come gli esodati e i disoccupati senza indennità.
Il terzo stato è quello che produce la parte prevalente del PIL: PMI con i loro dirigenti e dipendenti, agricoltori, commercianti, artigiani, liberi professionisti. La struttura portante dell’intero sistema.
Con le nuove norme comunitarie si scopre l’esistenza del quarto Stato o, se meglio si vuole definirlo “ il quarto non Stato” , un settore che potremmo qualificare come l’extra o l’anti Stato, rappresentato dal lavoro nero, droga, prostituzione, contrabbando.
Trattasi di un settore il cui valore dell’attività economica è stimato in circa 200 miliardi di euro che, in base alle nuove norme europee, buon per il governo, farebbe calare il rapporto deficit/PIL dello 0,2 %, ancora insufficiente secondo quando concordato con l’Unione europea a fronte dello scostamento indicato nel DEF del 2,4 %. Un settore fuori da ogni regola, che preleva ricchezza dal sistema e in larga parte la rimette in circolo sotto forma di consumi, risparmi e investimenti diversi, sottraendosi a ogni controllo e incidendo, comunque, in maniera significativa sul sistema stesso e non solo sul piano economico e sociale, ma anche per le sue nefaste incidenze sul piano politico e dei condizionamenti nelle istituzioni……
Da questa rappresentazione appare evidente che, fatte salve le realtà della casta e del quarto non stato, entrambe in grado di sopravvivere a qualsiasi mutamento socio politico che non sia tipo rivoluzionario, mentre il Movimento Cinque stelle ha saputo raccogliere il voto di larga parte dei “diversamente tutelati”, soprattutto dalla stragrande maggioranza dei diseredati del nostro meridione attratti dalla promessa del “reddito di cittadinanza”, la Lega ha fatto breccia sul consenso prevalente del “terzo stato produttivo” e una parte dei “diversamente tutelati” i cui interessi, nelle condizioni oggettive di disponibilità finanziarie dell’Italia, non possono che confliggere con le esigenze dei primi.
Milton Friedman ammoniva: “ se tu paghi la gente che non lavora e la tassi quando lavora, non esser sorpreso se produci disoccupazione”. E’ un aforisma di base di ogni politica economica, troppo lontano dalle competenze incerte di questi giovani senz’arte né parte catapultati a Palazzo Chigi, che più che la sede di un governo della Repubblica, sembra trasformarsi ogni giorno di più in una gabbia di matti.
In queste condizioni si potrà anche galleggiare sino al voto delle europee, sperando nel miracolo delle promesse annunciate e obbligatoriamente da soddisfare, seppur parzialmente, ma è evidente che il governo non potrà durare. Sarà molto importante accertare come reagirà quel 50% di elettori che il 4 marzo scorso furono renitenti al voto, ma per questi credo che sarà indispensabile proporre una seria e credibile alternativa democratico popolare fondata su culture politiche forti, come quelle del riformismo cattolico, democratico e liberale.
Ettore Bonalberti
Consigliere nazionale DC
Venezia, 20 Ottobre 2018
Congresso Pd, la sinistra e i cattolici. -
Il prossimo congresso del Pd assume una importanza non secondaria ai fini della ripartenza di un nuovo e rinnovato centro sinistra italiano. Una coalizione sostanzialmente distrutta dalla stagione del comando renziano dove una maldestra "vocazione maggioritaria" accompagnata da una volontà di onnipotenza del Pd aveva, di fatto, azzerato ogni sorta di alleanza. E, di conseguenza, cancellando un tassello fondamentale della cultura democratica del nostro paese, cioè la cultura delle alleanze appunto.
Ora, pare, si vuole invertire la rotta sin qui intrapresa e condivisa, va pur detto senza la solita
ipocrisia di rito, dalla stragrande maggioranza di quel partito. Cioè da tutti coloro che sono stati turbo renziani per lunghi 4 anni e poi hanno scoperto, improvvisamente e misteriosamente, la necessità di cambiare pagina arrivando al punto di coltivare l'obiettivo di "derenzizzare" il partito.
La lista di questi personaggi, come sempre capita nella politica italiana, non è lunga ma addirittura lunghissima. Un nome fra tutti: l'ex sindaco di Torino Fassino. Ma, al di là di questo fisiologico malcostume, il prossimo congresso del Pd - almeno stando ai candidati che oggi appaiono più competitivi - rischia anche di essere una contesa tutta proiettata all'interno della sinistra. Ovvero, viene riproposta in termini aggiornati la storica dicotomia tra altri
due veri leader della sinistra italiana, ovvero Veltroni e D'Alema. Perché l'eventuale contesa tra Zingaretti e Minniti rientra in questa lunga e storica dialettica tra le rispettive posizioni politiche che hanno accompagnato l'evoluzione e il cammino della sinistra post comunista italiana. Un confronto, comunque sia, e seppur arricchito oggi da altre candidature "comparsa" - sempreche' non ci siano altre novità, sempre possibili in un partito dominato da svariate bande interne – che però non cancella, giustamente, la vera posta in gioco per un partito come il Pd, oggetto di ripetute e continue sconfitte elettorali ed incerto sulla stessa prospettiva politica da intraprendere. Ovvero, come rilanciare la sinistra italiana. Oggi. Perché di questo si tratta. Anche perché la stragrande maggioranza di quell'elettorato e' scivolato su altri partiti andando ad ingrossare le fila di partiti antisistema e qualunquisti come i 5 stelle o di partiti sovranisti e populisti come la Lega di Salvini.
Ma quello resta, comunque, l'obiettivo centrale del Pd di oggi, come giustamente sottolineano un po' tutti i principali leader di quel partito. E, nello specifico, i potenziali candidati alla segreteria nazionale del Partito democratico.
Ed è proprio all'interno di questo contesto che si inserisce la necessità di ridare voce e
rappresentanza anche ad altre culture politiche, altri filoni ideali che possono e devono rafforzare e affinare una coalizione alternativa al blocco sovranista, populista e antisistema. Culture politiche che non sono riconducibili alla storia e all'esperienza della sinistra italiana ma che sono indispensabili e necessarie se si vuole ricostruire una alleanza riformista, democratica, plurale e con una spiccata cultura di governo. Ed è in questo contesto che si inserisce la necessità, ormai non più prorogabile, di dar vita ad un soggetto politico che richiami la tradizione e l'esperienza del cattolicesimo democratico, popolare e sociale nel nostro paese. È perfettamente inutile pensare che il voto del 4 marzo è stato un semplice incidente di occorso.
No, il voto del 4 marzo ha cambiato profondamente la geografia politica del nostro paese e se si vuole ridare fiato, voce e rappresentanza ad una coalizione che rilancia, seppur con venature e modalità diverse, il tradizionale centro sinistra, occorre prendere atto che un partito da solo, e cioè il Pd, non può certamente essere esaustivo ed esclusivo. Il Pd, appunto, può e deve ritornare ad essere un partito capace di rilanciare e di riattualizzare il pensiero e la cultura della sinistra italiana.
Sarebbe curioso, al riguardo, se dopo la litania che viene recitata un giorno sì e l'altro pure di
recuperare l'elettorato della sinistra e una politica di sinistra si pensasse, dopo le ripetute batoste elettorali, di aggirare il nucleo centrale della questione: ovvero, ritornare ad essere un partito autenticamente di sinistra.
Ecco perché è arrivato il momento per rilanciare, e recuperare, la fecondità e la ricchezza delle
singole tradizioni e identità politiche e culturali. Non per chiudersi in un recinto identitario ed
autoreferenziale ma, al contrario, per ricostruire una casa riformista e plurale che, sola, può essere una vera alternativa democratica al blocco politico e sociale che ha vinto legittimamente le elezioni del 4 marzo. Alimentare ulteriori equivoci sarebbe del tutto innaturale e nocivo. A cominciare dal ruolo, dalla identità e dalla prospettiva politica che vuole percorrere il Partito democratico. Non più un partito pigliatutto, ma un partito che sappia qualificarsi per la sua identità e per la sua mission, cioè ricostruire la sinistra italiana.
Giorgio Merlo
Torino, 18 Ottobre 2018
Stato dell’arte della DC storica
Nel 2012 più di 1700 amici DC confermarono, con autocertificazione sottoscritta a norma di legge, la loro adesione al partito di cui erano stati soci sino al 1992-93.
Con il disposto del giudice dr Romano del tribunale di Roma che autorizzò lo svolgimento dell’assemblea del 26 Febbraio 2017 all’Ergife, nella quale eleggemmo nella carica di Presidente l’amico Gianni Fontana, quei 1750 superstiti sono riconosciuti come gli eredi legittimi della DC storica.
La DC storica, in base alla sentenza n.25999 del 23.12.2010 della Cassazione assunta a sezioni civili riunite in maniera definitiva e inappellabile, “ non è mai stata giuridicamente sciolta” e unici eredi sono i soci che ne hanno confermato e mantenuto l’iscrizione nel 2012.
Siamo consapevoli di essere ben poca cosa rispetto alla grande storia del partito, ma anche consapevoli di rappresentare l’ultima fiammella senza la quale la DC, giuridicamente mai defunta, non potrebbe più tornare in campo politicamente.
Domenica 14 Ottobre abbiamo concordato una soluzione unitaria del congresso nazionale, con cui abbiamo eletto alla segreteria del partito Renato Grassi e Sabato 24 ottobre prossimo eleggeremo Gianni Fontana alla presidenza dl Consiglio nazionale della DC.
E’ finito il tempo delle divisioni e delle “narrazioni contro qualcuno” e si volta pagina. E’ questo il tempo dei costruttori che intendono concorrere alla ricomposizione politica dell’area cattolica e popolare.
Sappiamo che il 50% che è andato a votare il 4 Marzo scorso ha scelto la strada della protesta su fronti diversi, per trovarsi poi a Palazzo Chigi il governo trasformista giallo verde che nessuno aveva votato.
Il restante 50 % renitente al voto non trova più rappresentanza dei propri interessi e valori nel deserto attuale della politica italiana, dove si assiste allo sfascio della sinistra e di ciò che è rimasto della realtà berlusconiana.
Serve una forte componente di centro democratica e popolare ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano e impegnata nella difesa e nell’ attuazione integrale della Costituzione.
Con Grassi e Fontana abbiamo avviato un percorso che, attraverso l’incontro con tutte le diverse parti dell’area cattolica e popolare, intende concorrere alla costruzione di un soggetto nel quale “possano coordinarsi, liberamente e senza predefinite gerarchie organizzative, le diverse esperienze presenti in Italia che si rifanno ai valori della sussidiarietà. Un soggetto politico ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale, impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE.”
Questa è la sfida che democraticamente ci sentiamo di lanciare all’attuale coalizione di governo espressione del peggior trasformismo politico italiano.
Domenica scorsa abbiamo approvato con l’elezione di Renato Grassi alla segreteria nazionale il seguente Documento a sostegno della candidatura di Renato Grassi alla segreteria della DC- XIX congresso nazionale-Roma 14 ottobre 2018
L’esperienza democristiana è stata la più straordinaria e significativa avventura politica del secolo scorso.
Oggi che tale filone ideale e culturale, che unì anche e non solo i cattolici laici e i laici cattolici, è spento alla camera dei deputati e al senato della repubblica, il paese sente il vuoto senza speranza di tale rappresentanza. Dove sono le nostre intelligenze? Le nostre passioni? Di cosa abbiamo timore?
Va riproposto un progetto di società nel quale i diritti di tutti vengano difesi e i doveri di tutti attuati: insomma una nuova fase costituente dei doveri.
Vanno perciò superati le tentazioni nostalgiche accompagnate da silenziose lamentele.
E se i democristiani vorranno tornare ad essere protagonisti per il bene del paese, è giusto e necessario che, fin da questo XIX° congresso nazionale, la DC sia una tenda, un luogo includente e aperto a tutti i democristiani, senza costruzione di confini, senza preclusioni ed esclusioni. Un luogo politico aperto ai movimenti e alle associazioni di cattolici morali e cattolici sociali, come giustamente ci invita a fare il presidente della CEI, cardinale Bassetti, e aperto ai movimenti laici di ispirazione cristiana.
Ecco perché va sottoposta a verifica la possibilità di ricostruire-sotto l’unico nome e simbolo dello scudo crociato nella memoria dei Padri Fondatori che hanno fatto la Democrazia Cristiana- l’unità di tutti i democristiani che sino ad oggi, in differenti modi e con diverse iniziative, hanno tuttavia tenuto desto il nome della DC dopo la diaspora del 1994.
Si tratta di ritornare INSIEME a quell’antico e nobile progetto culturale, sociale, economico politico ed etico dei “Liberi e Forti”.
Primo frutto del congresso sarà il tesseramento aperto a tutti coloro che vorranno partecipare a questo progetto e assumere sul serio “la politica come la più alta forma della carità” (PaoloVI) orientati dalla stella polare della Dottrina Sociale della Chiesa aderendo allo statuto e al codice etico della DC..
Coloro che per anni hanno speso con sacrifici tutte le loro energie per tenere in vita una piccola luce che ha illuminato la DC, oggi possono e devono trasformare tale luce in un faro, in modo d rendere visibile e chiaro che i democristiani accoglieranno tutti coloro che, animati dallo stesso spirito, vorranno “lavorare INSIEME per il bene comune dell’Italia senza partigianeria, con carità e responsabilità, senza soffiare sul fuoco della frustrazione e della rabbia sociale” (card.Bassetti).
I delegati eletti dai congressi provinciali e regionali del partito che rappresentano i soci che nel 2012 decisero di confermare la loro adesione alla DC, sulla base del disposto del giudice Romano sono i legittimi rappresentanti e continuatori della dc storica.
Il valore dell’unità raggiunta determinatasi nel congresso sull’inclusione dell’esperienza di Gianni Fontana e con il proposito di svilupparla ed accrescerla costituisce la base per la ripresa di iniziativa politica dei cattolici democratici e per la ricomposizione dell’area popolare italiana. Il principio che ci guiderà, come è stato nella storia della migliore DC, è di “ servire all’interesse del Paese” corrispondente alla stessa Democrazia Cristiana.
Noi veneti, delegati della regione al Congresso, siamo stati tutti eletti nel Consiglio nazionale della DC:
Rovigo. Grazia Maria Panin
Padova: Mauro De Fecondo
Rovigo. Grazia Maria Panin
Treviso: Roberto Zarpellon
Venezia. Ettore Bonalberti, Luciano Finesso, Piergiovanni Malvestio e Giorgio Zabeo
Verona: Gianni Fontana, Lia Monopoli, Amedeo Portacci
Vicenza: Luigi D’Agrò, Stefano Cimatti e Cipriano Rossi
Venezia, 18 Ottobre 2018
e alla fine, abbiamo completamente disintegrato la vera DC?
La suddivisione, è stata fra 79 delegati intenti a spolpare senza alcun diritto di metterlo in atto, l'ultima vera DEMOCRAZIA CRISTIANA e circa 200 persone, imbavagliate a subire passivamente, tutto quanto è avvenuto.
Essere un vero DC, è ancora un valore e quel valore lo rivendichiamo costantemente, ma fra pochi eroi.
Veder trattare il quel modo Gianni Fontana, è stato penoso, una vergogna indescrivibile e giunga il mio sdegno ai responsabili del vilipendio della NOSTRA VERA istituzione, che resta solo Gianni Fontana e non un manipolo di filibustieri, senza alcun futuro.
Veder tentare di portare la Dc alla corte di un centro destra eche fra poco sparirà completamente dalla scena politica italiana, è ancora peggio.
Avverto, ai ben noti figuri, protagonisti delle imboscate e dei tradimenti alle spalle, che non sarà assolutamente lasciato nel silenzio tutto questo, perchè ringraziando DIO, abbiamo la libertà ancora di essere Democristiani.
Pubblicamente, per quanto mi riguarda, sarò un martello pneumatico atto a contrattaccare in ogni ambito possibile, contro la deriva che è stata imposta oggi, in un tranello o meglio una autentica imboscata da parte di impostori e pseudo amici del nulla, con azioni clamorose e incisive come mai avvenuto.
Siamo una forza popolare e aggiungo sovrana autentica e non sarà ne FI tanto meno PD la locomotiva a chi qualcuno di voi ha tentato maldestramente di agganciare, come un qualsiasi vagone merci il partito chiamato DEMOCRAZIA CRISTIANA di rango costituzionale e che vi significo è anche la mia CASA.
Mesi e mesi di scritti pubblici, un attacco al massacro, ad alzo zero contro ogni cosa che nella DC sia stato autenticamente etico e morale o che è stato tentato di mettere nella pratica realizzazione, esclusivamente e solo con il DIRITTO e la legalità assoluta. Mesi e mesi in cui uscire da sciagurate assemblee della DC, è significato ingurgitare solo bocconi amari, dove non entra nessuna luce da ben 26 anni , ma solo tenebre e in cui si è radicato, il senso della pazzia di pochi nonnetti, abbonati al maligno.
Mi rivolgo ai veri DC, quelli che per sfortuna il 4 marzo, non sono potuti essere candidati, fieri di dare l'impulso, ad una storia mai finita per quelli che siamo e che non è stato realizzato.
Quell'intento che emergeva con forza, delle riunioni a Piazza del Gesù e da via Alberico con Mns Gastone Simoni un altro Eroe, e quindi, mi rivolgo non solo al gruppo laziale o romano pieno di DEGNE persone ad altissimo livello politico ma anche di altri ancora, che ben saranno i portavoce nei loro ambiti, che la vera Dc non è ancora morta definitivamente.
Ricordatevelo, siamo ancora una forza.
Lasciateli tentare di realizzare insolenze da parte di questi SPELACCHIATI gufi tristi, che politicamente non valgono un beato accidenti, ancor meno, come democristiani.
La dimostrazione è purtroppo quella di essere diventati una barzelletta putrescente, da raschiare e disinfettare e nella prima occasione, mollarli definitivamente AL LORO INFAUSTO DESTINO o quando, molto presto, non potranno più nascondersi dietro a quel misero dito e saranno chiamati a fare le figuracce che meritano di ricevere, esattamente le stesse, che hanno ricevuto, cacciati dalle corti dei re dell'effimero, meno di 6 mesi fa.
La feccia putrescente, sarà schiacciata senza alcun riguardo, così come oggi il nessun riguardo, è stato usato contro il mio fiero e degno presidente Gianni Fontana, per il chi vuol capire capisca, non interessa minimamente non urtare le sporche suscettibilità di pochi pazzoidi oggi ghignati vincitori del nulla.
LA DC E' IL CENTRO E PUNTO.
Prima o poi, la giustizia sarà resa davanti a DIO e alle donne e agli uomini democristiani veri, di questa scalcinata nazione Italiana.
Vi allego la registrazione audio, affinché non la possiate mai più dimenticare, per il dolore che avete causato a tantissime donne e uomini di buona volontà, con il Nostro DIO nel cuore e la vera libertà nella testa e che nessun viscido verme, sarà mai in grado di cancellare.
Vergogna ai responsabili.
Luigi Intorcia
Candidato DC per il senato al primo uninominale
Lazio 1
A Luigi Intorcia ho risposto con l'allegata nota:
La soluzione unitaria di ieri al congresso ha impedito un risultato drammatico per la DC e per lo stesso Gianni Fontana.
Quel documento finale, che é la mozione collegata all’elezione di Renato Grassi, è molto chiaro nel merito e sulle prospettive. E’ stata una decisione sofferta, specie da parte mia, che per due volte sono stato il sostenitore di Gianni Fontana alla guida del partito. Troppi errori si erano accumulati dal Febbraio 2017 in poi, creando nella residua pattuglia dei DC una netta maggioranza che chiedeva una forte discontinuità. La mia proposta di soluzione unitaria alla fine é prevalsa e Gianni Fontana a conclusione del suo intervento ha proposto la candidatura di Renato Grassi alla segreteria del partito, così come Grassi nel suo intervento ha indicato Fontana come prossimo presidente del consiglio nazionale, che eleggeremo il 27 ottobre p.v.
Ho appena redatto sul mio profilo di Facebook questa sintetica nota che riassume il senso del nostro attuale procedere:
"il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista guarda alle generazioni future”, così ci ha insegnato De Gasperi. Noi, gli ultimi dei mohicani DC, quei poco più dei 1750 soci che nel 2012 decisero di riconfermare la loro adesione al partito, in base al disposto del giudice Romano, del tribunale di Roma, sono a tutti gli effetti gli eredi della DC storica. Siamo una piccola fiammella, come quella minima dei fornelli a gas che: o riusciremo ad alimentarla, aumentandone l’intensità del fuoco o si spegnerà definitivamente.Oggi il problema in Italia é l’esistenza di un blocco conservatore populista nazionalista al quale i cattolici democratici non possono che assumere una funzione di opposizione e di alternativa.Si tratta di concorrere alla costruzione di un’alternativa democratica e popolare come quella che abbiamo individuato a Verona ( documento del 23 Giugno) e che ieri, seppur con qualche sofferenza personale, siamo riusciti a ricomporre nell’unità di quella preziosa fiammella che é ciò che rimane di vitale e con tutti i suoi limiti della DC storica.Noi lavoreremo per la ricomposizione dell’area popolare e democratico cristiana, senza cedimenti a destra o a sinistra, utilizzando anche alle prossime europee, se ne saremo capaci, della possibilità offerta dal sistema proporzionale.Qualcuno potrà pure aspirare a un posto alle europee a noi “DC non pentiti”, ultimi dei mohicani DC, spetta il compito di tenere accesa e di rafforzare la fiamma della nostra migliore tradizione politica e di consegnarla alle nuove generazioni.”
Spero che non ci lasciamo trascinare da vecchi polemiche e reiterati pregiudizi. Contro il blocco populista nazionalista, oggi siamo di fronte allo sfascio della sinistra e alla fine dell’esperienza berlusconiana. Si tratta di costruire qualcosa di nuovo e di diverso e il documento di Verona (23 Giugno 2018) votato da me , Ivo Tarolli, Mario Mauro, Giorgio Merlo, Gianni Fontana, Domenico Menorello e altri è chiaro nell’indicare la prospettiva:
“ ………...Nella grande difficoltà a riconoscere, allo stato, la praticabilità di azioni organizzate su scale nazionale, si devono almeno giudicare negativamente i tratti propri dell’impegno dei popolari nella Seconda Repubblica, in cui è prevalso uno sterile protagonismo individuale rispetto ad una tensione unitaria e pluralista che sapesse reinterpretare, senza inutili e irrealistiche nostalgie, quell’antico, nobile e mai superato progetto culturale, sociale, economico politico, economico e etico dei “Liberi e Forti” di Sturzo e della migliore tradizione politica dei cattolici democratici.
Il passo possibile appare, quindi, la promozione di una piattaforma plurale, in direzione di una ’Unione per un Movimento Popolare (UMP) nel quale possano coordinarsi, liberamente e senza predefinite gerarchie organizzative, le diverse esperienze presenti in Italia che si rifanno ai valori della sussidiarietà. Un soggetto politico ampio, plurale, laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale, impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, in dialogo privilegiato con il PPE..
Un progetto che esalti nel suo abbrivio gli ideali e i contenuti che uniscono tante presenze rimaste isolate, disgregate o addirittura inespresse, assumendo l’economia sociale di mercato e l’economia civile quali strumenti essenziali in grado di porre a fondamento della politica la centralità della persona, della famiglia, dell’impresa e dei corpi intermedi; l’alternativa alle logiche di certo turbo capitalismo finanziario che, subordinando alla finanza l’economia reale, sta distruggendo i ceti medi e le classi popolari, confinando la politica al ruolo subordinato al servizio dei poteri dominanti e riducendo la stessa democrazia a una formula vuota di significato.”
Questo è il più recente documento politico condiviso e sottoscritto con Gianni Fontana. Tutto il resto sono discorsi privi di qualsivoglia fondamento. Ora lavoriamo uniti per perseguire gli obiettivi indicati.
Tutto il resto,comprese le tue farneticazioni, sono espressione di un livore e di un pregiudizio che non fa onore a quella connotazione di “cristiano” che ti permette di chiamare in causa, senza senso, persino Nostro Signore. Vergogna e considera che, forse, anche per questi tuoi toni comprenderai il perché delle reazioni che dal Febbraio 2017 sono salite tra quei poveri ultimi mohicani cui è stato riservato il compito di traghettare il partito dal nulla verso una prospettiva nuova e positiva, certo, sin da oggi, anche con il vostro contributo, sperando che si torni a ragionare senza schemi e pregiudizi deteriori. Rasserenati l’animo e riconduciamo tutti Insieme a razionalità il nostro confronto.
vecchio “ DC non pentito”
v. Documento a sostegno della candidatura di Renato Grassi alla segreteria della DC.doc
Renato Grassi è il nuovo segretario nazionale della DC
Si è svolto oggi a Roma presso la Casa delle suore domenicane Santa Maria Santissima il XIX Congresso nazionale della Democrazia Cristiana. I delegati regionali eletti nei precongressi regionali del partito hanno eletto alla segreteria nazionale del partito il dr Renato Grassi che subentra nella guida della DC a Gianni Fontana indicato ad assumere la presidenza del consiglio nazionale del partito.
Si è potuto così garantire una conclusione unitaria di un lungo percorso avviato nel novembre 2012 che con la disposizione del giudice Romano del tribunale di Roma ha visto riconoscere ai 1750 soci che nel 2012 confermarono la loro adesione al partito di cui erano stati iscritti nel 1992-93, il ruolo di naturali legittimi continuatori del partito che la sentenza della Cassazione 25999 del 23.12.2010 aveva definitivamente stabilito, senza alcuna possibilità di ulteriori ricorsi, che la DC “non è mai stata giuridicamente sciolta”.
La conclusione unitaria finale è rappresentata nella seguente mozione che accompagna la candidatura di Renato Grassi alla segreteria del partito con la lista degli 80 Consiglieri nazionali che sono stati eletti con 57 voti su 67 votanti, 3 schede bianche e 5 schede nulle.
Questa la mozione finale approvata:
“L’esperienza democristiana è stata la più straordinaria e significativa avventura politica del secolo scorso. Oggi che tale filone ideale e culturale, che unì anche e non solo i cattolici laici e i laici cattolici, è spento alla camera dei deputati e al senato della repubblica, il paese sente il vuoto senza speranza di tale rappresentanza. Dove sono le nostre intelligenze? Le nostre passioni? Di cosa abbiamo timore?
Va riproposto un progetto di società nel quale i diritti di tutti vengano difesi e i doveri di tutti attuati: insomma una nuova fase costituente dei doveri.
Vanno perciò superati le tentazioni nostalgiche accompagnate da silenziose lamentele.
E se i democristiani vorranno tornare ad essere protagonisti per il bene del paese, è giusto e necessario che, fin da questo XIX° congresso nazionale, la DC sia una tenda, un luogo includente e aperto a tutti i democristiani, senza costruzione di confini, senza preclusioni ed esclusioni. Un luogo politico aperto ai movimenti e alle associazioni di cattolici morali e cattolici sociali, come giustamente ci invita a fare il presidente della CEI, cardinale Bassetti, e aperto ai movimenti laici di ispirazione cristiana.
Ecco perché va sottoposta a verifica la possibilità di ricostruire-sotto l’unico nome e simbolo dello scudo crociato nella memoria dei Padri Fondatori che hanno fatto la Democrazia Cristiana, l’unità di tutti i democristiani che sino ad oggi, in differenti modi e con diverse iniziative, hanno tuttavia tenuto desto il nome della DC dopo la diaspora del 1994.
Si tratta di ritornare INSIEME a quell’antico e nobile progetto culturale, sociale, economico politico ed etico dei “Liberi e Forti”.
Primo frutto del congresso sarà il tesseramento aperto a tutti coloro che vorranno partecipare a questo progetto e assumere sul serio “la politica come la più alta forma della carità” (PaoloVI) orientati dalla stella polare della Dottrina Sociale della Chiesa aderendo allo statuto e al codice etico della DC..
Coloro che per anni hanno speso con sacrifici tutte le loro energie per tenere in vita una piccola luce che ha illuminato la DC, oggi possono e devono trasformare tale luce in un faro, in modo da rendere visibile e chiaro che i democristiani accoglieranno tutti coloro che, animati dallo stesso spirito, vorranno “lavorare INSIEME per il bene comune dell’Italia senza partigianeria, con carità e responsabilità, senza soffiare sul fuoco della frustrazione e della rabbia sociale” (card.Bassetti).
I delegati eletti dai congressi provinciali e regionali del partito che rappresentano i soci che nel 2012 decisero di confermare la loro adesione alla DC, sulla base del disposto del giudice Romano sono i legittimi rappresentanti e continuatori della DC storicae
Il valore dell’unità raggiunta determinatasi nel congresso sull’inclusione dell’esperienza di Gianni Fontana e con il proposito di svilupparla ed accrescerla, costituisce la base per la ripresa di iniziativa politica dei cattolici democratici e per la ricomposizione dell’area popolare italiana. Il principio che ci guiderà, come è stato nella storia della migliore DC, è di “ servire all’interesse del Paese” corrispondente alla stessa Democrazia Cristiana.
Il Consiglio nazionale del partito è già stato convocato per sabato 27 Ottobre per gli adempimenti statutari inerenti all’elezione degli organi dirigenti del partito: presidente del consiglio nazionale, Direzione nazionale, segretario amministrativo.
Partirà così un’importante azione di mobilitazione di quanti nelle diverse realtà territoriali saranno interessati a offrire il loro contributo di impegno politico nel partito dei cattolici democratici e popolari italiani.
Roma,14 Ottobre 2018
Prima nota di commento all’esito del Congresso DC di Domenica 14 Ottobre 2018
"il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista guarda alle generazioni future”, così ci ha insegnato De Gasperi. Noi, gli ultimi dei mohicani DC, quei poco più dei 1750 soci che nel 2012 decisero di riconfermare la loro adesione al partito, in base al disposto del giudice Romano, del tribunale di Roma, sono a tutti gli effetti gli eredi della DC storica.
Siamo una piccola fiammella, come quella minima dei fornelli a gas che: o riusciremo ad alimentarla, aumentandone l’intensità del fuoco o si spegnerà definitivamente.
Oggi il problema in Italia é l’esistenza di un blocco conservatore populista nazionalista al quale i cattolici democratici non possono che assumere una funzione di opposizione e di alternativa.
Si tratta di concorrere alla costruzione di un’alternativa democratica e popolare come quella che abbiamo individuato a Verona ( documento del 23 Giugno) e che ieri, seppur con qualche sofferenza personale, siamo riusciti a ricomporre nell’unità di quella preziosa fiammella che é ciò che rimane di vitale e con tutti i suoi limiti della DC storica.
Noi lavoreremo per la ricomposizione dell’area popolare e democratico cristiana, senza cedimenti a destra o a sinistra, utilizzando anche alle prossime europee, se ne saremo capaci, della possibilità offerta dal sistema proporzionale.
Qualcuno potrà pure aspirare a un posto alle europee a noi “DC non pentiti”, ultimi dei mohicani DC, spetta il compito di tenere accesa e di rafforzare la fiamma della nostra migliore tradizione politica e di consegnarla alle nuove generazioni.
Un caro saluto,
Ettore Bonalberti
Venezia, 15 Ottobre 2018